Category: Approfondimenti

  • Whiplash di Damien Chazelle – Una distorta rappresentazione del Sogno Americano

    Whiplash, il secondo lungometraggio di Damien Chazelle – il primo ad aver riscosso una certa risonanza di pubblico e critica dopo che il suo debutto Guy and Madeline on a Park Bench (2009) era rimasto confinato al circuito dei festival –  è uscito nelle sale nel 2014, dopo essere stato presentato al Sundance Film Festival. Candidato a 5 premi Oscar ne vincerà tre: Miglior attore non protagonista a J. K. Simmons, Miglior montaggio a Tom Cross e Miglior sonoro a Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas Curley, perdendo invece il premio come miglior film (quell’anno vinto da Birdman) e quello per la migliore sceneggiatura non originale (andato a The Imitation Game), in un’edizione particolarmente ricca in cui restarono a secco anche piccole grandi perle come Nightcrawler e Foxcatcher. 
    Racconto parzialmente autobiografico dello stesso Chazelle (il quale durante l’adolescenza aveva affiancato lo studio della batteria jazz alla sua formazione cinematografica), il film ha come fulcro il genere musicale moderno più codificato e al contempo spiritualmente anarchico che esista, il jazz, genere già al centro dell’esordio cinematografico del regista e in seguito riproposto nella sua opera terza, La La Land. Sia Whiplash che La La Land verranno accusati di essere film troppo borghesi e bianchi per trattare del jazz. Tuttavia bisogna ricordare che, nonostante le sue origini popolari, negli Stati Uniti questo genere è stato ormai  radicalmente istituzionalizzato e imborghesito.

    Tornando alla storia, Andrew Neiman (Miles Teller) è un giovane e solitario batterista jazz, studia presso il prestigioso Conservatorio Schaffer (sotto cui si nasconde la Juilliard School di New York), non ha alcun interesse al di fuori della batteria, non ha amici e la sua sembra più una dedizione cieca che una passione ardente. Viene notato dal maestro Terence Fletcher (J.K. Simmons), il quale lo inserisce nella sua orchestra trascinandolo in un vortice di aspettative mai completamente soddisfatte, esercizio durissimo vanificabile da una semplice distrazione, precisione assoluta che mai potrà dirsi raggiunta.
    Già nella prima scena, in cui vediamo Andrew suonare in solitudine in un’aula isolata della scuola, assistiamo a una palese, e forse anche un po’ telefonata, rappresentazione del suo io: il suo corpo, il suo strumento, il loro rapporto violento e febbrile, il niente intorno. Non è una versione giovanile del Sebastian che vedremo in La La Land: dove Sebastian è sognatore, appassionato e speranzoso, Andrew è arido, concreto e furioso.
    Il nostro protagonista è inespressivo, sorride poco, la sua unica occupazione oltre la musica è andare al cinema con il padre, professore di lettere e scrittore fallito, abbandonato dalla moglie. Non si sforza di farsi amare né dai compagni né dai familiari (che certamente disprezza), e probabilmente nemmeno dal padre, con cui non sembra avere un vero rapporto né un dialogo significativo, ma che sembra soltanto fungere da antidoto alla sua desertificazione emotiva. E quando Andrew permette ad una nuova persona, Nicole (Melissa Benoist), di entrare nella sua vita, la subordina  alla musica fin dalle prime battute, e nel momento in cui la scarica non mostra certo di rimpiangerla. Anche qui, così come in La La Land Sebastian e Mia lasciano indietro l’altra persona per raggiungere il proprio scopo salvo poi rendersi conto che non erano davvero l’una ostacolo per l’altro, Nicole non è altro che una tangente nel percorso di non-crescita di Andrew.

    La Musica no, non è importante. In La La Land Sebastian respira jazz così come Mia respira cinema, qui Andrew fa musica più per una pulsione irrazionale atta a prosciugare la sua essenza e a scaricarla sullo strumento. Ascolta musica ma a tratti sembra quasi disinteressato anche al jazz, e in alcuni momenti sfoga la sua violenza sulle casse della batteria direttamente con le mani e senza la mediazione delle bacchette, proprio perché esse non riuscirebbero ad essere una vera valvola di sfogo. Ed è sotto gli occhi di qualunque spettatore che la musica potrebbe essere sostituita con la cucina, uno sport, qualsiasi pratica che richieda una notevole dose di impegno e dedizione, senza nemmeno troppa creatività o spirito di iniziativa. La La Land è un film di aspiranti artisti, Whiplash un film di esecutori. Di musica si parla sempre in termini tecnici, in numeri, tempi, pochissimo spazio all’aspetto emozionale, “visto dai geometri” come il sesso in Maledetto il Giorno che t’ho Incontrato (Carlo Verdone, 1992).
    Il Maestro Fletcher, ispirato ovviamente al maestro reale di Chazelle, che il mondo intero ha visto come un mostro nato dall’unione tra il Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket e la Miranda Priestly de Il Diavolo Veste Prada, ha un duplice aspetto. Il suo costume, con una giacca da direttore d’orchestra, nasconde non solo due bicipiti invidiabili specie per un sessantenne, ma anche e soprattutto un atteggiamento da allenatore crudele e sanguinario. Allenatore, non maestro, perché il rapporto assolutamente carnale tra musicista e strumento porta ad un logoramento fisico estremo, più simile a quello di uno sportivo che a quello di un artista: questo è evidenziato, forse anche fin troppo, dalle mani perennemente sanguinanti del protagonista.

    Ed è verso la fine che il film giunge nel suo momento più discusso, proprio in seguito all’espulsione di Andrew, alla sua caduta in depressione e alla denuncia ai danni del maestro. I due si incontrano, entrambi sono distanti dal loro obiettivo: scovare il nuovo Charlie Parker per Fletcher, diventarlo per Andrew. Ed è qui che, quando Andrew chiede all’insegnate se quei metodi troppo duri, che avevano addirittura portato ad un suicidio, non avrebbero potuto rischiare di scoraggiare il nuovo Charlie Parker, Fletcher risponde di no: il nuovo Charlie Parker non si sarebbe mai arreso di fronte a quella violenza mascherata da insegnamento. Il regista forse qui non ha il coraggio di prendere posizione, ma forse segretamente riconosce una certa veridicità a quella visione logorante della ricerca del successo, e infatti il personaggio di Miles Teller non riesce a controbattere. Il finale del film, con una vendetta mal riuscita e una maldestra - e allo stesso tempo pienamente consapevole - dimostrazione delle proprie capacità, non risolve questo dubbio. Ma almeno i nostri due protagonisti sembrano aver raggiunto il loro obiettivo.

    Nicolò Cretaro
  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: MOON – DUNCAN JONES (2009)

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Sam Rockwell, una base lunare, una sceneggiatura ben scritta. Questo è ciò che basta a Duncan Jones per firmare, nel 2009, la sua pellicola d’esordio e per creare uno dei film di fantascienza più interessanti degli anni 2000: Moon.

    Nonostante i primi dieci anni del XXI secolo siano stati ricchi di opere estremamente convincenti in ambito Sci-Fi, su tutte Avatar di Cameron (2009), Sunshine di Danny Boyle (2007) e I Figli degli Uomini di Cuarón (2006) – qui un approfondimento su quest’ultimo – il debutto alla regia del figlio del compianto David Bowie trova il proprio posto al tavolo dei grandi grazie a una pellicola in cui sono le idee a prevalere sul budget (ridottissimo: 5 milioni di dollari), un cinema di concetto che non si perde in mirabolanti effetti speciali, ma che va dritto al punto.  

    Moon, infatti, rappresenta l’essenza stessa della Fantascienza, ovvero l’interrogarsi su questioni esistenziali come la natura umana, l’etica e la morale, oppure l’analizzare, con uno sguardo spesso molto severo, la società contemporanea e tutte le sue problematiche. Duncan Jones riesce con questo film, come si vedrà, a centrare sapientemente entrambi gli obiettivi. 

    Andando con ordine, però, Moon mette in scena la storia di Sam Bell (Sam Rockwell in un’interpretazione eccezionale), un uomo che lavora per una multinazionale mineraria sulla Luna, dove estrae materiali necessari alla produzione di energia elettrica sulla Terra. Arrivato alla fine del contratto triennale che lo obbliga sulla base lunare in completa solitudine, però, strani eventi iniziano a turbare le ultime settimane di lavoro di Sam, le cui conseguenze avranno effetti devastanti sulla vita e sull’esistenza stessa del protagonista.

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che resta disponibile per il noleggio online su tutte le piattaforme dedicate.

    LA RUOTA DEL CAPITALISMO: TRA OPPRESSIONE E IPOCRISIA 

    Moon è una pellicola decisamente profonda e stratificata, che può essere approcciata da diversi punti di vista e che offre spunti di riflessione di varia natura. Nonostante ciò, va riconosciuta la centralità del messaggio socio-politico che è, chiaramente, il più evidente e che rende questo film un’interessantissima opera di denuncia, portata avanti in maniera tagliente, acuta e che non cade mai nel didascalico, nei confronti della società contemporanea, 

    Il concetto chiave attorno al quale ruota tutto il discorso di Duncan Jones è la spersonalizzazione della forza lavoro, lo sfruttamento sistematico e organizzato di masse pressoché infinite di individui al fine di garantire un certo status di privilegio e benessere a tutta una fetta di popolazione privilegiata. Leggendo il film in questo senso i cloni di Sam Bell, che vengono risvegliati con l’unico scopo di lavorare, produrre e successivamente subire l’eliminazione, sono una triste metafora della moltitudine di persone che lavorano, oggi, come macchine in un sistema capitalista che li opprime in maniera invisibile, costrette a una nuova forma di schiavitù sociale fatta di sfruttamento, debiti e precarietà, ma mascherata da progresso, benessere e libertà.

    Proprio come il personaggio di Sam Rockwell vive costantemente nell’illusione costruita a tavolino di un futuro ritorno sulla Terra, allo stesso modo il capitalismo contemporaneo vende quotidianamente l’illusione di un possibile avanzamento sociale, di un’agiatezza economica per tutti, che si rivela essere semplicemente una facciata, una botola nascosta che copre la stanza segreta della base lunare dove è custodita segretamente la verità: si è tutti cloni, si è tutti programmati per produrre e per consumare, per avere la schiena piegata sotto il peso di chi sta sopra e contemporaneamente gravare sulle spalle di chi sta sotto, in un mondo in cui l’uomo comune è sia oppresso che oppressore, in un gioco che avvantaggia solamente chi sta in cima alla piramide umana e può stare comodamente seduto con la testa alta. 

    Questa terribile necessità di avere una maggioranza sfruttata per garantire il benessere degli altri è perfettamente rappresentata nel film, in quanto la stazione-prigione in cui lavora Sam Bell ha il compito di fornire energia pulita e pressoché illimitata alla Terra. In questo parallelismo si cela la grande contraddizione della contemporaneità: è moralmente accettabile, in una società civile come quella odierna, che milioni di persone vivano in condizioni disumane affinché la restante parte del mondo possa condurre una vita normale? E’ risaputo che, ad esempio, la stragrande maggioranza dei vestiti in commercio sia prodotta in paesi come il Bangladesh o il Vietnam in contesti non propriamente cristallini, ma sarebbe possibile per l’occidentale medio rinunciare a cose che ritiene così naturali e scontate – come un capo d’abbigliamento a basso costo – per garantire una più equa ridistribuzione della ricchezza? O è forse giusto che esistano dei cloni di Sam Bell che trascorrono l’intera vita sulla Luna producendo energia elettrica sognando invano di tornare un giorno da famiglie che non esistono, affinché ogni persona sulla Terra possa accendere la luce in casa propria?

    Ai posteri l’ardua sentenza, sperando possano giudicare senza ipocrisia. 

    IL CONCETTO D’UMANITA’: TRA IDENTITA’ E MEMORIA

    Un secondo elemento, molto più esistenziale e filosofico rispetto al precedente, che emerge dalla visione di Moon è la riflessione intorno al concetto di umanità che è, sicuramente, un macro-tema distintivo che la fantascienza tratta da sempre e che fa parte della tradizione di genere ormai da decenni. Duncan Jones si inserisce in questo filone seguendo le orme di quel capolavoro che è Blade Runner (1982), utilizzando la metafora della creatura artificiale che, nel prendere coscienza della propria identità, mette in campo alcune domande e riflessioni su cosa significhi effettivamente essere umani. 

    Sam Bell, infatti, nel corso del film viene a conoscenza della sua natura replicata, scoprendo – suo malgrado – di essere semplicemente uno tra tantissimi cloni e che tutti i ricordi della Terra, che credeva così veri e che costituivano il suo appiglio emotivo, la motivazione profonda che gli permetteva di sopportare la vita alienante della base lunare, sono in realtà memorie artificiali impiantante. La caduta di ogni certezza del protagonista in seguito a questo evento apre a riflessioni molto interessanti sul valore del ricordo: il personaggio di Sam Rockwell, infatti, ha vissuto tre anni provando nostalgia per una casa che non esiste; desiderio per una donna in realtà ormai morta e amore per una figlia neonata che ormai è più che adolescente. Se è vero, dunque, che l’oggetto dei sentimenti di Sam Bell è fittizio, lo stesso non si può dire del sentimento stesso che è reale, autentico e profondo, nonostante sia esperienza di un non-umano. E’ qui che, allora, nasce spontaneo il dilemma e viene da chiedersi cosa sia a rendere “vera” la memoria: l’aderenza con i fatti accaduti o l’emozione che chi ricorda prova ripensando a quel momento? Quante volte capita di avere un’immagine non veritiera di eventi passati, soprattutto legati all’infanzia, ma di essere perfettamente certi dei sentimenti provati in quel frangente e del segno indelebile che hanno lasciato? In altre parole ciò che rende la memoria – e quindi, per associazione, anche l’essere – umana non è tanto cosa si ricorda, bensì, più che altro, come lo si ricorda.

    Il discorso di Duncan Jones, qui, si allarga ulteriormente ponendo questo concetto come base per definire cosa sia l’identità di un soggetto: il momento in cui Sam Bell scopre di essere semplicemente una replica artificiale corrisponde con la caduta di tutta una serie di certezze che andavano a comporre, come un puzzle, l’immagine che il protagonista ha di sé stesso. Egli infatti, ai suoi stessi occhi, è un padre amorevole, un marito devoto, un uomo che lavora sodo e si sacrifica per la propria famiglia, queste sono le fondamenta sulle quali ha basato la propria esistenza e nel momento in cui vengono improvvisamente meno, ecco che Sam non è più in grado di riconoscersi, non riuscendo più a vedere la propria identità in ciò che è rimasto di lui. 

    Qui torna nuovamente il conflitto tra percezione e verità, vero punto cardine di tutta la riflessione esistenziale del regista, in quanto il protagonista comprende, nel momento più oscuro della sua disperazione, che l’identità che gli è stata tolta è un’illusione proprio come i ricordi che gli sono stati impiantati artificialmente, ciò che veramente lo rende unico e umano è il percorso emotivo che ha compiuto nella sua vita, come ha costruito un sistema complesso di sentimenti legato a questa memoria, che anche se risulta essere replicata, lo ha fatto crescere e cambiare, lo ha fatto soffrire e gioire, gli ha dato un motivo per vivere e una speranza per il futuro, rendendolo di fatto non più una copia di una persona, ma una Persona egli stesso, perché sicuramente se il Sam Bell-clone avesse avuto la possibilità di incontrare la neonata ormai cresciuta presente nei suoi finti sogni, si sarebbe emozionato proprio come un padre che riesce a vedere  per la primissima volta la propria figlia e in quel momento chi sarebbe stato in grado di distinguere il clone dall’umano, l’originale dalla copia

    Chi sarebbe in grado di dire “questo non è un uomo?”, probabilmente nessuno. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Catana" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com7_.png" image_id="1649|full" image_border_radius="" company="Caporedattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alessandro-catana" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • CINQUE SERIE TV DA VEDERE PER EVADERE DALLA REALTÀ QUOTIDIANA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Sono a malapena passate le prime settimane di gennaio, universalmente conosciuto come il mese più lungo di tutto l’anno, e già il sentimento condiviso dalla maggioranza è quello di stanchezza e bisogno di staccare il cervello da tutte le preoccupazioni quotidiane. Per aiutarci in questo ecco cinque serie tv, uscite tra il 2020 e il 2021 e di generi diversi fra loro, che possono venirci in aiuto per evadere dalla realtà quotidiana. Non sono fra le più conosciute o blasonate, ma hanno la capacità di distaccarsi straordinariamente dalla banalità quotidiana, per diversi motivi ed essendo composte da una o due stagioni al massimo non saranno troppo impegnative da seguire. Una meritata breve parentesi in un altro mondo che almeno non è quello che siamo costretti a vedere tutti i giorni.

    THE UNDOING & NINE PERFECT STRANGERS 

    Dopo il grande successo di Big Little Lies, piccolo gioiello targato HBO, il produttore e sceneggiatore David E. Kelley è tornato a collaborare ben due volte quest’anno con l’attrice Nicole Kidman, provando a riproporre la formula che aveva portato al successo della serie precedente. Da questo che ormai sembra un sodalizio consolidato sono venuto fuori altri due prodotti che probabilmente non raggiungono il livello della loro capostipite, ma che ancora di più ci propongono mondi narrativi totalmente diversi dalla nostra realtà quotidiana, estremamente patinati e che lasciano nell’angolo problemi sociali e di attualità, per concentrarsi esclusivamente sul dramma. 

    La prima, The Undoing, che ha avuto una discreta fama anche qui in Italia per la partecipazione dell’attrice Matilda De Angelis, è una miniserie di genere giallo e thriller con protagonisti Nicole Kidman e Hugh Grant, marito e moglie appartenenti all’alta società newyorkese, i quali vengono coinvolti nelle indagini per l’efferato omicidio di Elena Alves, interpretata appunto da De Angelis. Oltre che dalla trama sostenuta dai cliffhanger che chiudono ogni episodio, e dal personaggio misterioso di Elena Alves che costituisce un infiltrato destabilizzante in un mondo di super ricchi, il senso di evasione dalla realtà è accentuato dall’ambientazione in questo mondo estraneo fatto di case e vestiti stupendi, su tutti i cappottini che Nicole Kidman sfoggia con nonchalance nel freddo inverno newyorkese. Menzione d’onore a Donald Sutherland, perfetto nella parte del patriarca un po’ mefistofelico.

    Il vestito è diverso ma il risultato è lo stesso per Nine Perfect Strangers. Qui Nicole Kidman interpreta Masha, una sorta di santone enigmatico ed etereo che gestisce un losco resort benessere di lusso chiamato “Tranquillum House”, che promette di trasformare e far guarire dalla sofferenza i suoi ospiti accuratamente selezionati. In una situazione un po’ alla Agatha Christie, in cui persone sconosciute vengono messe in un luogo completamente isolato dalle influenze esterne, siamo portati a indagare fra le pieghe più o meno oscure di questi personaggi e a vedere come interagiscono fra di loro nel progressivo instaurarsi di curiosi legami, il tutto anche qui condito da un’estetica patinatissima che non vi può far staccare gli occhi dallo schermo. Disponibile su Prime Video. 

    ONLY MURDERS IN THE BUILDING 

    Piccolo gioiellino disponibile sulla piattaforma Disney+, Only murders in the building mescola il giallo alla commedia in maniera intelligente e non banale. Ideata da Steve Martin, che interpreta anche uno dei tre protagonisti insieme a Selena Gomez e Martin Short, è ambientata all’Arconia, un condominio di lusso di New York, abitato da inquilini alquanto curiosi e che ad un certo punto viene scosso dall’apparente suicidio di uno di questi. I tre protagonisti, uniti dalla solitudine e dalla passione per i podcast di genere crime, convinti a ragione che si tratti di un omicidio, cominciano ad indagare sull’accaduto producendo un podcast chiamato appunto Only murders in the building, che li porterà a vivere strane avventure e a scoprire fra di loro una bizzarra e curiosa amicizia. Divertente e coinvolgente per la vicende narrate, e quindi perfettamente godibile, è però anche una riflessione meta-televisiva sulla nostra ossessione per le storie e sul bisogno di essere parte di una storia, nel senso più ampio del termine, per uscire dalla banalità quotidiana. 

    EMILY IN PARIS

    Creata da Darren Star, già conosciuto per la serie cult Sex and the City, Emily in Paris è stata bistrattata e criticata, la maggior parte delle volte a ragione, ma per qualche motivo tutti la conoscono e l’hanno vista. La prima stagione, uscita nel 2020, ha avuto un grande successo ed è oggettivamente poverissima di qualsiasi sviluppo narrativo, a tratti quasi irritante ed eccessivamente stereotipata, ma per qualche motivo non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo. La seconda stagione, da poco disponibile su Netflix, fa però un piccolo salto in avanti, e per quanto riproponga tutti gli elementi che già ne avevano fatto il successo, ha la qualità di proporre finalmente una qualche forma di problematicità che è il motore di qualsiasi storia che si voglia chiamare tale, e a tratti sembra più prendere in giro sé stessa, e il modo in cui gli americani vedono stereotipicamente l’Europa e gli europei, piuttosto che il contrario. Insomma un perfetto guilty pleasure e comunque un curioso prodotto di intrattenimento

    THE FLIGHT ATTENDANT 

    The Flight Attendant è una sorta di thriller alla Hitchcock di Intrigo Internazionale, ma dal sapore molto più camp e over-the-top, da cui però non riuscirete a staccare gli occhi fino alla fine. La protagonista, Cassie Bowden, è un’assistente di volo dalle abitudini sregolate che una mattina si sveglia a fianco del cadavere sgozzato dell’uomo con cui era stata la notte precedente, della quale non ricorda quasi niente. Incapace di ricostruire l’accaduto, si ritrova coinvolta in un intrigo molto più grande di lei, abitato da personaggi cartooneschi che sembrano prendere in giro sé stessi e svolte narrative assolutamente improbabili e irrealistiche. A suo modo interessante, vi assorbirà totalmente.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Giovanni Atzeni" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com14.png" image_id="1669|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-giovanni-atzeni" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • THE NEON DEMON E LA SUA SIMBOLOGIA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul film in questione.

    DALLE FIERE DANTESCHE A UN SACRIFICIO DA BACCANTI

    Nel 2016 il regista danese Nicholas Winding Refn ha deciso di dividere in due fazioni opposte critica e pubblico, con un’opera tanto particolare quanto controversa. Già dalla sua partecipazione al Festival di Cannes, The Neon Demon è stato in grado di generare applausi e fischi, guadagnandosi un posto d’onore tra le pellicole più bizzarre degli ultimi anni. Tuttavia, a prescindere dalle proprie opinioni sulla materia, è importante ricordare (e, se volete, ammirare) come The Neon Demon riesce a sviscerare i più oscuri segreti dell’industria della moda, il tutto attraverso una regia simbolica e affascinante.

    La storia segue la giovanissima modella Jesse (Elle Fanning) e la sua scalata nel mondo della moda, mentre la competizione è al massimo dei livelli. È accompagnata nella vicenda da Ruby (Jena Malone), una truccatrice, e da due modelle affermate, Sarah (Abbey Lee) e Gigi (Bella Heathcote), tre donne che si riveleranno senza scrupoli, gelose dell’innocenza e della naturale bellezza della ragazza. Tra servizi fotografici e sfilate psichedeliche, Jesse diventerà bersaglio della violenta gelosia delle compagne, che, alla fine del film, finiranno addirittura per mangiare il suo corpo, come in una sorta di rituale pagano. Oggi siamo qui per scavare a fondo nella pellicola, portando alla luce metafore e simbologie che, inevitabilmente, hanno a che fare con l’universo femminile.

    LE TRE FIERE E L’UNIVERSO DANTESCO

    Al momento del suo ingresso nel mondo della moda, Jesse conosce tre donne, Ruby, Gigi e Sarah, affermate già da tempo e subito gelose della sua bellezza. Questi tre personaggi hanno un valore molto più profondo di ciò che possono mostrare in superficie: simboleggiano infatti le tre fiere che si parano davanti agli occhi di Dante nella cantica dell’Inferno della Divina Commedia. Solo che, in questo caso, Jesse si lascia accompagnare: Ruby è la lonza, simbolo di lussuria, e prova chiaramente un forte desiderio sessuale nei confronti di Jesse; Gigi è il leone (o la leonessa, se preferite), simbolo di superbia, che riempie i suoi sguardi glaciali; infine, Sarah è la lupa, l’avidità più pura, e sarà lei a trionfare sulle “rivali”, essendo l’unica ad ottenere veramente qualcosa dal massacro.

    I riferimenti all’universo dantesco, tuttavia, non si fermano qui. Anzi, l’intera ambientazione di Los Angeles è un’allegoria alla città infernale per eccellenza, Dite, in cui dimorano gli angeli caduti. Dite è una città malata, priva di una qualunque moralità, luogo di peccato e violenza. Infine, va azzardata l’ipotesi che le tre donne siano un rimando a Cerbero, il cane a tre teste che sorveglia l’ingresso alle fiamme degli Inferi.

    COLORI, FORME E SIMBOLI

    La metà esatta del film corrisponde alla scena surreale di una sfilata, in cui vediamo apparire forme, luci e colori intermittenti su uno sfondo completamente nero: è il momento della transizione di Jesse verso la nuova sè stessa, modella splendida in competizione con le altre e affamata di successo. Si susseguono luci e colori, forme triangolari combinate in tutti i modi possibili. Prevale il triangolo rovesciato, simbolo da sempre associato al mondo femminile, ma anche al male, in quanto opposto al triangolo della Trinità. La forma si tinge di rosso, come il sangue in cui Jesse finirà per morire, e all’interno di esso appare la ragazza, nella nuova versione di sé. È infatti spesso usato anche l’espediente dello specchio, per indagare sulla doppia natura dei personaggi, non solo su quella della protagonista. E infine i colori, vivaci e taglienti, che, con una strizzata d’occhio al Suspiria di Argento, portano con sé dei significati particolari e accompagnano l’enorme metafora del film stesso. All’inizio della storia, Jesse è una ragazza innocente, bellissima, indossa spesso abiti chiari, posa per il suo primo servizio fotografico ricoperta di oro. A questa prima fase della sua vita corrisponde il colore blu, che troviamo spesso associato alla sua figura, ma soprattutto nel primo segmento della sfilata. È un blu calmo e delicato, che si riflette negli occhi azzurri di Jesse. Abbiamo poi il rosso, bellissimo ma esplosivo, violento, strettamente legato al sangue. Un colore che viene accostato spesso alla protagonista, ma che simboleggia la sua discesa nell’oscurità e poi la sua morte. Jesse ha iniziato a spingersi oltre, ed esattamente allo scoccare della metà della pellicola, avviene il suo passaggio attraverso lo specchio, mentre i neon diventano rosso sangue, e il demone di cui leggiamo nel titolo del film prende vita. Il demone della bellezza avvolge Jesse, il narcisismo prende il sopravvento, la giovane ragazza è portata sulla strada dell’avidità e dell’egocentrismo, ancora una volta accompagnata dal triangolo rovesciato del male, a simboleggiare il carattere demoniaco della trasformazione.

    ANTROPOFAGIA E LEGAMI CON LE BACCANTI DI EURIPIDE

    Jesse è un eroe tragico, protagonista della vicenda che la porterà alla morte in una pozza di sangue, lo stesso che cola dal suo corpo nella prima scena del film. Le tre donne che incontra sono talmente ossessionate da lei, dalla sua innocenza e bellezza angelica, da arrivare a farsi pervadere dalla follia. Proprio come le baccanti, le donne che nell’antica Grecia celebravano i riti dedicati a Dioniso, Ruby, Gigi e Sarah si abbandonano ai più bassi istinti umani. Le tre fiere uccidono Jesse, poi, grazie a una scena allo stesso tempo terrificante e meravigliosa, il regista ci fa capire che le donne hanno fatto a pezzi il corpo della povera ragazza per mangiarlo e fare il bagno nel suo sangue. Vediamo Ruby sdraiata in una vasca piena fino all’orlo, mentre Gigi e Sarah sono intente a lavarsi sotto la doccia, sulle cui pareti scorrono rivoli di sangue. Lo scopo di questo pseudo rituale pagano è assorbire la bellezza della ragazza, affinché appartenga a loro per sempre. Jesse è Penteo, l’eroe tragico delle Baccanti di Euripide, che verrà ucciso da un gruppo di donne divenute folli per volere di Dioniso. Penteo viene indotto a intrufolarsi tra le baccanti per spiarle, ma il dio dirigerà la loro follia sull’uomo ingenuo, esattamente come accadrà alla giovane Jesse. Eppure, il rituale non è destinato ad avere successo. Ruby e Gigi, infatti, finiscono per morire anche loro, ed è soltanto Sarah a uscire viva dal massacro. E così la “modella-baccante”, l’avida lupa di Dante, si allontana dallo spettatore verso la sua carriera nella moda, ora che porta dentro di sé la bellezza tanto a lungo desiderata.

    Fin dalla sua uscita, The Neon Demon è stato capace di dividere gli animi, tra chi lo considera un’opera visionaria e affascinante e chi lo ritiene un “delirio di onnipotenza” da parte del regista. Al di là del gusto personale, va evidenziato come la pellicola sia portatrice di significati molto profondi, che non riducono le interpretazioni a ciò che abbiamo riportato in questo articolo. Esattamente come una congrega di streghe, il mondo della moda apre le sue porte allo spettatore, con i suoi intrighi, delitti e menzogne. È risaputo che la vita di una modella sia impegnativa, ma si può rivelare addirittura letale, piena com’è di feroce competizione e continuo “ricambio” generazionale. Il mondo della moda accoglie giovani donne con la promessa di successo, ma subito le distrugge, fagocitando la loro persona in nome di qualcosa di più grande, forse proprio un demone. Dopo aver visto The Neon Demon, ciò che ci resta è la consapevolezza che il male ha trionfato, in un mondo creato per le donne, ma in cui le donne finiscono inevitabilmente per morire.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Renata Capanna" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/08/frames.jpg" image_id="3480|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-renata-capanna" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • UNA STORIA CHIAMATA GOMORRA – LA SERIE

    “Nessuno credeva davvero nella possibilità di fare una serie […] E lui [Riccardo Tozzi, N.d.R.] finì l’incontro dicendomi << No, la facciamo. Non c’è bisogno di aspettare. Si fa. >> Da quel momento in poi è stata una fatica di Sisifo.               

    (Roberto Saviano)

    Il 6 Maggio 2014 va in onda su Sky Atlantic in prima visione una scommessa. Una scommessa fatta da Stefano Sollima (già regista di quel Romanzo Criminale – La serie che molti ritengono il punto più alto mai raggiunto dalla serialità televisiva italiana), dagli sceneggiatori Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Maddalena Ravagli, dai produttori Riccardo Tozzi (fondatore di Cattleya), Nils Hartmann (Senior Director della produzione degli originali Sky) e Gina Gardini, nonché dallo scrittore Roberto Saviano, il cui romanzo è la fonte principale d’ispirazione. Una scommessa chiamata Gomorra – La serie, una serie che racconta la malavita, le organizzazioni criminali a tutto tondo, in tutti gli elementi che le compongono e con tutte le sfaccettature che comportano.

    Si trattava di una scommessa perché fino a quel momento sembrava impossibile realizzare in Italia una serie di questo tipo. Certo, dal romanzo era già stato tratto un film omonimo diretto nientemeno che da Matteo Garrone (che aveva inoltre ottenuto un successo ed  un numero dei premi e candidature eccezionale) e la criminalità organizzata italiana è famosa in tutto il mondo ed era stata trattata già da tantissimi romanzi, film, serie, spettacoli teatrali, ma questa serie fa qualcosa di diverso: non romanza. Le storie dei personaggi e le vicende che noi seguiamo (un po’ come fece Eggers con il suo The VVitch utilizzando diari e fonti storiche) sono sì inventate, ma traggono tutte ispirazione dalla realtà e da fatti realmente accaduti. Una delle fonti principali è, ovviamente, il romanzo del già citato Saviano, dal quale la serie pesca a piene mani dal capitolo 4, “La guerra di Secondigliano”, per quanto riguarda le vicende (come dice il titolo stesso) di scontri e guerra tra clan e boss, mentre da tutti gli altri capitoli prende personaggi ed episodi e li inserisce all’interno di un contesto falso, ma nel quale si respira verità da tutti i pori.

    Piccola premessa: l’articolo ripercorre tutta la serie, analizzando nello specifico alcuni elementi e passaggi dei vari episodi. Saranno quindi inevitabilmente presenti degli spoiler di tutta la serie, si sconsiglia quindi la lettura per tutti coloro interessati al prodotto ma che ancora non l’hanno recuperato.

    LA STRUTTURA DELLA SERIE

    L’enorme successo della serie comporta la produzione di cinque stagioni, con gli ultimi due episodi in onda in data 17 Dicembre 2021. In ogni stagione seguiamo le vicende dei vari personaggi che popolano l’attività criminale di Scampia e Secondigliano, andando a proporre una tematica di base differente per ogni iterazione.

    ATTO I: CADUTA

    Protagonista assoluta della prima stagione è la faida tra la famiglia Savastano (capitanata da Don Pietro assieme alla moglie Imma ed al figlio Gennaro) ed il clan di Salvatore Conte. Oltre ad introdurre i re e le regine sulla scacchiera, ci viene introdotto anche Ciro Di Marzio detto “L’immortale”, apparentemente pedone dei Savastano ma pronto a tutto pur di scalare i ranghi e ottenere il potere che tanto brama fin da ragazzino. Già con i primi episodi la serie ci mostra un mondo crudo e violento, in cui vivere è tutt’altro che semplice, dove la morte è dietro l’angolo e dove vige l’animalesca legge del più forte. La tematica centrale di questa stagione è però la caduta: innanzitutto di Don Pietro, che viene arrestato ed incarcerato, di Gennaro, che dal suo lucido piedistallo cade rovinosamente in un mondo che non risparmia nessuno, di Imma, donna sola contro il mondo, dello stesso clan Savastano, che sperimenta una guerra interna tra la vecchia e la nuova scuola, ma soprattutto decadono i concetti di famiglia, di rispetto, di onore, tutto ciò che caratterizza quel mondo civilizzato che lo spettatore vive e che deve invece abbandonare addentrandosi assieme a Ciro in un mare di morte e dolore.

    La caratteristica che rende la prima stagione così speciale sono gli episodi stessi e le singole storie che racchiudono. Ogni puntata racconta infatti la vita di diversi personaggi secondari, le cui trame si intrecciano con quelle dei protagonisti e che finiscono faccia a faccia con il mondo in cui vivono che si tratti di “essersela andata a cercare” o di essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Che siano i volti, i dialoghi o le azioni commesse, qualcosa ti rimane inevitabilmente dentro, stazionata in quella parte più oscura di te che risale quando sei solo e ti poni quelle domande esistenziali che tanto fanno male.

    “Accidere è ‘na strunzata.” (Gennaro Savastano)

    ATTO II: LIBERTA’

    “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost.” (Don Pietro)

    La complicata situazione della famiglia Savastano (con un Don Pietro latitante, un miracolato Genny che prende le distanze da Napoli e una donna Imma morta e sepolta al cimitero) porta una ventata di aria fresca e di libertà a Secondigliano, portando i vari boss grandi e piccoli a volersi prendere tutti un pezzo di torta, risultando nella creazione dell’Alleanza, in cui ognuno è sullo stesso livello, senza padroni e schiavi, di cui i principali esponenti sono i già noti Ciro e Salvatore Conte ed a cui si aggiungono Scianel, O’ Nano, O’ Principe, O’ Mulatto e O’ Zingariello. Facciamo la conoscenza anche di Patrizia, nipote di Malammore, che diventa prima tramite e poi braccio destro di Don Pietro durante la sua latitanza nel suo nascondiglio, dove si ritrova a fare i conti con tutto ciò che gli è stato rubato e con il burrascoso rapporta che sviluppa con il figlio.

    Una libertà e un cambiamento attraverso cui i personaggi cercano di cambiare le cose, di destrutturare le fondamenta di un gioco che però non vuole cambiare e di cui i giocatori stessi si rendono presto conto di non poter convivere con quell’ideale di uguaglianza che l’Alleanza richiede, poiché tutti vogliono inevitabilmente avere quel qualcosa in più e finiscono per schiacciare gli altri. Proprio mentre il desiderio di potere porta all’omicidio di Salvatore Conte, creando così i primi problemi interni all’unione, Don Pietro comincia a sferrare i suoi colpi ma rimanendo nell’ombra e facendo così scoppiare una guerra civile tra i vari boss. La vendetta ed il sangue scorrono ancora per le strade di una Secondigliano devastata e spietata di cui vediamo la piena rappresentazione nel finale. Un Ciro Di Marzio vuoto e che rinuncia al potere finalmente ottenuto una volta resosi conto del prezzo pagato, uccidendo prima la donna amata e vedendosi poi strappata via la figlia, unica ancora pura di salvezza da quel mondo marcio e sporco nel quale finisce per sprofondare e che abbandona con un ultimo terribile atto, l’uccisione a sangue freddo del suo peggior nemico, quel Don Pietro che sembrava essere riuscito a riottenere tutto ciò che voleva e che finisce invece per morire orribilmente sulla tomba della moglie. Qui la serie inserisce un’altra lezione di vita da ricordare in quel mondo: la famiglia è una debolezza ed infatti proprio mentre Don Pietro muore, Genny, vero mandante dell’assassinio del padre, diventa papà del suo unico figlio che chiamerà, con non poca ironia della sorte, proprio Pietro. Mentre un Pietro Savastano lasciava questo mondo, un altro cominciava a respirare la sua aria.

    “A fin r’o juorn sta tutta ccà.” 

    “Sta tutta ccà.” 

    (Scambio di battute finale tra Don Pietro e Ciro)

    ATTO III: RIVALSA

    “A pat’m nun l’ha accis Ciro Di Marzio. L’ha accis o’ velen ca tenimm tutt quant n’cuorp. Nuje o sapimme ca ce sta, ma nun o putimme sputà for.” (Genny)

    Eliminato il padre e fatto arrestare il suocero, Genny elimina gli ultimi ostacoli aiutato da Ciro che, svolto il suo compito, viaggia per l’est Europa stanco e volenteroso di cambiare vita. Il nuovo giovane re dei Savastano ha quindi il controllo di Secondigliano e dell’impero degli Avitabile, aiutato nel primo campo da Patrizia e Scianel e nel secondo dalla moglie Azzurra. Ma se Gomorra insegna qualcosa è che il potere è tutt’altro che stabile: Ciro, trasferitosi in Bulgaria decide, dopo aver creato inevitabilmente scompiglio, di tornare a Napoli ed allearsi con la new entry Enzo “Sangue Blu” e la sua banda, mentre Genny paga le spese di aver cercato di ingannare il suocero Giuseppe che, scoperte le malefatte, elimina i restanti “guaglioni del vicolo” e toglie a Genny tutto ciò che aveva ottenuto. Tornato a Secondigliano senza potere e senza famiglia è quindi costretto a tornare da Ciro, unico amico rimasto e decide di affiancarsi alla ricerca di potere di Sangue Blu dichiarando guerra ai Confederati. Una stagione il cui tema è facilmente riassumibile da quella iconica frase pronunciata da Don Pietro nella stagione precedente, quel “riprendiamoci tutto quello che ci appartiene” che caratterizza tutto il viaggio di Gennaro in un primo momento verso la moglie ed il figlio e successivamente del tanto agognato potere e che rappresenta appieno anche lo scopo di Enzo, nipote di un vecchio boss a cui era stato tolto tutto e figlio di un padre che non ha nemmeno potuto seppellire. Pecora nera della storia è proprio Ciro, che torna non con l’obiettivo di diventare il più forte ma con il desiderio di aiutare, diventando il “fratm”, il braccio destro dietro le quinte di cui i due giovani boss necessitano per ottenere quello che tanto desiderano.

    Con Giovannesi e Sollima che abbandonano la cabina di regia (quest’ultimo rimarrà comunque come direttore artistico), sono Cupellini e la Comencini a gestirsi alternativamente la regia dei dodici episodi, riuscendo comunque ad ottenere un ottimo risultato e a non far perdere lo stile caratteristico della produzione, dove a farla da padrone è proprio la caratterizzazione dei personaggi ed il loro barcamenarsi cercando in tutti i modi di ottenere ciò che cercano e ciò viene elevato ulteriormente da una interpretazione sublime di tutti gli attori, in cui tra i già noti Esposito, Lotito, Gallo, si aggiunge un bravissimo Arturo Muselli e su cui spicca tra tutti proprio Marco D’Amore toccando elevate vette di emotività, soprattutto nel finale. Qui bellezza di scrittura e bravura attoriale si mescolano nel sacrificio di Ciro che si fa carico degli errori commessi da Gennaro, costretto ad uccidere l’amico proprio da Enzo. Una scena toccante, ricca di emotività e che conclude alla perfezione il percorso di Ciro Di Marzio, l’Immortale di nome ma infine, come tutti gli altri, non di fatto. Forse.

    “Dint’â vita contano doje cose: ‘a sorte e ‘e cumpagne.” (Sangue blu)

    ATTO IV: ABIURA

    “Chell ca m’e fatt ‘ngopp a chella barca, nun m’o scordo cchiù.” (Genny)

    Inevitabilmente, nella vita di una persona si presentano alcuni avvenimenti che finiscono per minare le fondamenta stesse di tutto ciò che si ha creato e fatto fino a quel momento. La morte di Ciro è devastante per Gennaro (superando tutte quelle da lui vissute finora, comprese quelle dei genitori), tanto da portarlo a riflettere su cosa la vita criminale rappresenta e significa davvero. Si apre quindi così la quarta stagione di Gomorra, con un Gennaro che lascia Secondigliano nelle mani di Patrizia, che gestirà quindi la vendita di droga ed i rapporti con tutti i restanti membri dei clan. L’ultimo sopravvissuto dei Savastano abbandona la vita criminale, la rinnega e apre un progetto edilizio per la costruzione di un aeroporto in Campania, ma di certo non è una scelta destinata a durare.

    A Secondigliano, seguendo alla lettera il proverbio “quando il gatto non c’è, i topi ballano”, scoppia il caos. Tradimenti continui e inganni minano l’impero che Donna Patrizia tenta di portare avanti, sfociando nella morte di diversi personaggi chiave della storia, come  quella di Valerio detto “ ’O Vocabulà”, amico fidato di Enzo, quella di Nicola, braccio destro di Patrizia, o quella di “ ‘O Crezi”. Gennaro non può stare a guardare e, mentre nel suo progetto edilizio le cose si mettono sempre peggio con la questura che si fa sempre più invadente, si rende conta che di quella vita lui ne ha bisogno, che non può farne a meno. Si assiste quindi sul finale all’al contempo agognato e doloroso ritorno del Savastano a Secondigliano, che mette subito le cose in chiaro mostrando chi comanda veramente, arrivando ad uccidere addirittura Patrizia per evitare di far trapelare informazioni alla polizia, e gettando le basi per un gigantesco impero a cui potrà comandare, però, soltanto dopo aver abbandonato la famiglia.

    “Chest’ è, Gennà?”

    “Chest’ è, Patrì.”

    (Scambio di battute finali tra Patrizia e Genny)

    ATTO IV (PARTE 2): RISURREZIONE

    “Tu ‘o ssaje pecché a Ciruzzo ‘o chiammano L’Immortale?”

    Conclusa la quarta stagione e lasciato Gennaro chiuso in un bunker latitante per sfuggire alle forze dell’ordine, non è passato molto tempo perché i fan tornassero nel mondo della criminalità organizzata di Secondigliano. Questo perché a Dicembre dello stesso anno arrivò in sala l’attesissimo L’Immortale, coronazione di un Marco D’Amore regista e attore e che mostra il ritorno di Ciro Di Marzio, sopravvissuto miracolosamente ai colpi a lui inferti da Genny su quella barca. Viene salvato da alcuni pescatori ed inviato poi da Don Aniello (vecchia conoscenza sua e dei fan) lontano da Napoli e dagli amici, nascondendo la verità a Riga, in Lettonia, dove gestisce uno scambio di droga per conto dei russi.

    Questa pellicola è, oltre all’occasione per riportare in vita uno dei personaggi più amati dei fan, anche quella di approfondire la sua etica ed il suo passato, di un personaggio che si è sempre fatto da sé, divenuto orfano da neonato e costretto a vivere e sopravvivere facendosi strada nella malavita, creandosi questa figura quasi ultraterrena, immortale, ma che in realtà risulta estremamente umana, forse più di tutti gli altri e che mostra tutti i carismi e le emozioni di una persona di quel calibro.

    Una buona regia ed un’ottima interpretazione accompagnano quindi questo ritorno, amato ed odiato allo stesso tempo da molti fan, con una sceneggiatura forse non così potente come le controparti televisive, ma abbastanza solide da far comunque apprezzare questo suo spezzone di vita, in attesa della “resa dei conti” della quinta ed ultima stagione.

    “Si vuo’ campà mmiez ‘a via ‘e ‘a stà semppre ‘nu passo annanz’ rispetto a chi te sta ‘ncuoll” (Ciro Di Marzio)

    ATTO V: ODIO

    “Stamm’ i e te, ‘nziem, fin ‘a fin.”

    La fine, inevitabile, arriva anche per i protagonisti di Gomorra. Schivata la morte fino a questo punto, Genny continua la sua scalata cercando di ottenere sempre più potere, anche grazie all’aiuto di ‘O Maestrale, suo nuovo braccio destro. Ma la scoperta della sopravvivenza di Ciro ed il comprendere che quello che per lui era “fratm” l’aveva abbandonato e lasciato solo con il senso di colpa fa tremare le basi della vita stessa di Genny, portando i due ad uno scontro senza esclusione di colpi. Si presenta quindi un ulteriore guerra, l’ennesima a Secondigliano, a cui partecipano sia i pochi rimasti della vecchia guardia sia molte new entry, a rimostranza del fatto che questa vita, volenti o nolenti, è l’unica cosa che gli abitanti di quei luoghi possono avere. Ulteriore rimarcazione di ciò è la figura della Legge, impersonata dal magistrato Walter Ruggieri, che cerca di fare l’impossibile per fermare la criminalità organizzata e Gennaro in primis, ma fallendo e diventando lui stesso parte (suo malgrado) di quella macchina di morte.

    Avanzando con gli episodi (e nel pieno stile della serie che è però bene comunque sottolineare, facendo in questo modo notare il coraggio che sta dietro a queste scelte sicuramente non banali soprattutto al giorno d’oggi), il mondo criminale, il “veleno” come lo definiva Genny all’inizio della terza stagione, finisce per inghiottire tutti, nessuno escluso. Si assiste quindi ad una vera e propria scia di morte lasciata dai due schieramenti, partendo dai personaggi più secondari e procedendo in una vorticosa scalata verso i personaggi che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. ‘O Galantommo, Sangue Blu, ‘O Maestrale, ‘O Munaciello, Donna Luciana, Donna Nunzia, nessuno escluso fino all’atteso simbolico atto finale: davanti alla “new wave”, alla nuova leva di criminali, Genny dichiara che il tempo dei Savastano è finito ed ora comincia una nuova era. Ma da questa vita non scappi e nemmeno Genny e Ciro possono rompere questa regola. Uno scambio di sguardi. Lacrime di dolore e lacrime di odio. L’abbraccio ed il sacrificio. Così si conclude il viaggio dei protagonisti e così si conclude Gomorra – La serie, perché alla fine non esiste via di fuga.

    SCRIVERE DI CAMORRA

    “Per raccontare cose vere devi conoscere le cose vere. Siamo andati a Napoli tante volte, cercando di stabilire dei rapporti che ci consentissero di entrare in quei mondi.” (Stefano Bises, sceneggiatore)

    Peculiarità e status che Gomorra – La Serie ha sempre mantenuto durante gli anni e le stagioni è il “fattore verità”. Come accennato ad inizio articolo, infatti, le storie fittizie dei protagonisti sono in realtà ispirate da figure realmente esistenti.

    Il tutto parte da Roberto Saviano e dal suo libro, Gomorra, nel quale, a differenza di quanto molti credono, non si presenta una narrazione romanzata, bensì ci si ritrova davanti ad un vero e proprio romanzo d’inchiesta, con nomi, date, luoghi e dati precisi. Per la realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno preso diretta ispirazione dalla faida di Scampia avvenuta tra il 2004 ed il 2005. In questa guerra muove i propri passi un clan che si ritrova al centro dell’attenzione: il clan Di Lauro. Prese le caratteristiche principali, il team crea quindi il clan dei Savastano, di cui Pietro e Genny rappresentano rispettivamente Paolo e Cosimo Di Lauro, mentre Salvatore Conte è la rappresentazione del traditore e scissionista Raffaele Amato. Nella scrittura dei vari personaggi, però, è stato in realtà eseguito un miscuglio tra i vari esponenti del periodo: Pietro è infatti un mix tra Di Lauro, Misso e Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata; Genny possiede invece alcune caratteristiche di Francesco Schiavone detto “Sandokan”.

    Elemento però su cui la fantasia e la libertà di scrittura non hanno mai soprasseduto è la realtà degli avvenimenti: magari in circostanze diverse, in momenti della vita diversi, nei confronti di persone diverse tutto ciò che i personaggi compiono è accaduto realmente. Questo è stato possibile, oltre che dai resoconti giornalistici e popolari, anche dalle ordinanze di custodia cautelare, dai verbali degli interrogatori e dalle intercettazioni, permettendo così di avere dettagli precisi sugli avvenimenti, ma anche sul linguaggio utilizzato in quel mondo. Non si parla infatti del famoso dialetto napoletano, bensì di una sua variazione tipica di Scampia, permettendo così ai dialoghi una loro iconicità e spettacolarità senza però risultare macchiettistica o costruita.

    VIVERE SECONDIGLIANO

    Elemento cardine della creazione di una serie come Gomorra che spesso viene erroneamente lasciato in secondo piano è la scelta delle ambientazioni. Scampia, Secondigliano, le Vele, le piazze di spaccio, i bunker, i negozi fatti esplodere, le Chiese, i vicoli di Forcella fino al litorale di Ostia, i grattacieli di Londra, le campagne napoletane. L’ambientazione è forse la vera protagonista della serie, immortale e mutevole, ma sempre presente, sia per chi è protagonista della guerra sia per chi suo malgrado ci si trova invischiato. La prima stagione è stata girata con dei permessi soltanto per alcune zone molto limitate (una piazza, alcune strade, qualche vicolo e le Vele), che il team ha però scelto accuratamente proprio per la loro vera appartenenza a quel mondo. L’aggiunta di quel filtro tendente al verde, forse a ricordare ossessivamente ancora una volta quel veleno che attanaglia e rende quasi pestilenziali quei luoghi, e l’uso di una fotografia molto fredda e la colonna sonora, che si alterna tra brani originali creati appositamente per la serie dai Mokadelic e canzoni strettamente legate a quei luoghi (passando dal rap al neomelodico), permette allo spettatore di immergersi completamente e di vivere appieno quei luoghi che sembrano maledetti, tanti sono gli orrori a cui quei muri, quell’asfalto e quel cemento hanno dovuto assistere.

    Si aggiunge a tutto questo una regia studiata nel minimo dettaglio, con la cinepresa che passa dalle mani di Stefano Sollima e di Claudio Giovannesi delle prime due stagioni in quelle di Claudio Cupellini e di Francesca Comencini che si alternano la regia della terza, per poi vedere l’aggiunta di Marco D’Amore, Enrico Rosati e Ciro Visco nella quarta stagione e lasciando la chiusura nelle mani degli (ormai) esperti della serie Marco D’amore e Claudio Cupellini. Con stili diversi, la variazione ed il ricircolo dei registi dona alla serie un’anima propria, particolare e mai scontata su cui tutti però riescono a trovare un punto comune: la morte fa paura. Può sembrare una cosa scontata da dire nel mondo reale, ma nella miriade di produzioni sia cinematografiche sia televisive che puntano alla spettacolarizzazione dell’azione, degli omicidi e della morte, Gomorra si pone come un “bastian contrario” e propone una morte cruda, spaventosa, che non risparmia nessuno e che provoca, inevitabilmente, un brivido nello spettatore che si ritrova con questa serie, ancora una volta, sempre più vicino alla realtà.

    LA FINE DEL VIAGGIO

    Il 17 Dicembre 2021 sono andati in onda gli episodi finali della quinta ed ultima stagione di Gomorra – La Serie. Si è conclusa così l’ultima tappa di un viaggio iniziato ben prima della messa in onda dei primi episodi e che in questi anni ha dimostrato tanto. Tra “deux fritures” ed altre citazioni divenute iconiche e facenti parte del linguaggio quotidiano di molti fan, la serie è riuscita a parlare di realtà e a metterla davanti agli occhi di tutti, attraverso una finzione sempre attenta ai fatti, con cui la produzione dimostra tutto ciò che attualmente non funziona in particolari zone d’Italia. Abbiamo avuto un romanzo, un film ed ora anche una serie e con molta probabilità avremo ancora altri prodotti che parleranno di una situazione “vecchia come il mondo”, nella speranza che prima o poi qualcosa cambi veramente.


  • NIENTE DA NASCONDERE DI MICHAEL HANEKE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Ormai un secolo fa, riflettendo sulle potenzialità della macchina da presa Dziga Vertov teorizzava il Kinoglaz (il “cineocchio”): “la possibilità di rendere visibile l’invisibile, chiaro ciò che è oscuro, palese ciò che è nascosto, di smascherare ciò che è celato, di trasformare la finzione in realtà e di fare della menzogna verità.”

    Haneke ha compreso bene la lezione del regista sovietico e solo un vero umanista come lui poteva vincere la scommessa di trasportare tale insegnamento nella contemporaneità – pur mescolando gli elementi in un solido thriller -, come già era accaduto con F come falso di Orson Welles (1973) e Strade perdute di David Lynch (1997).

    La giuria della 58ª edizione del Festival di Cannes (che, presieduta da Emir Kusturica, assegnò la Palma d’oro a L’Enfant – Una storia d’amore dei fratelli Dardenne) si è trovata a dover fare i conti con l’ottavo lungometraggio per il cinema di Michael Haneke, un’opera che, come ogni fatica del maestro austriaco, non poteva lasciare indifferenti (e infatti a Cannes ottenne il Premio alla Regia): la vita della famiglia borghese Laurent – composta Georges, giornalista letterario, e da sua moglie Anne – cambia radicalmente con il misterioso arrivo di diverse videocassette. Ciascun videotape mostra piccoli sipari della loro vita familiare, aggiungendo inoltre inquietanti disegni dall’ambiguo significato. Spinto dai contenuti sempre più personali dei nastri, Georges decide di indagare sull’identità del mittente senza alcun aiuto della polizia (dal momento che nessuna minaccia è stata esplicitamente rivolta ai Laurent), scoprendo molto presto di dover fare i conti con il suo passato e le sue menzogne.

    IL CINEOCCHIO DI HANEKE COME ESPIAZIONE DELLA COLPA

    Niente da nascondere è senza dubbio il lavoro di Haneke più stratificato e complesso, ma anche più stimolante; il tema della realtà-rappresentazione anticipato da Vertov è il più caro al regista austriaco (Benny’s Video, Funny Games), e (forse) strettamente correlato al suo rapporto con il progresso tecnologico: quanto è grande lo scarto fra la realtà vissuta e la percezione che ne offrono i media contemporanei (compreso il cinema)? Quanto è coercitiva la rappresentazione della realtà per la nostra percezione della stessa? Non a caso in Niente da nascondere vi è ampio uso dei piani sequenza, che recludono e imprigionano i personaggi nell’inquadratura, limitando enormemente i loro movimenti.

    Lo sgretolamento delle nostre certezze è suggerito fortemente anche dalla forma assunta dai nastri, quella di camere di videosorveglianza, tipicamente concepite come strumento di controllo per la commissione di crimini, ma che diventano ora il crimine stesso.

    Sarebbe banale per Haneke ragionare soltanto sul cinema: non è certamente velata la sferzata al ceto-medio europeo contemporaneo; niente può scalfire il borghese finché le menzogne non riguardano il suo nido familiare e la sua cerchia stretta di contatti. Una sola registrazione anonima manderà in sfacelo la vita di Georges, portando a riemergere le sue menzogne, che si tramutano ora in quelle della collettività di un intero paese. Per Haneke ognuno ha la propria colpa da espiare, nessuno è innocente, bensì condannato. E con tutti i nostri scheletri nell’armadio è impossibile sfuggire dalle nostre colpe: in fondo le bugie sono necessarie per la sopravvivenza umana.

    Nella sua intervista-autobiografia (a cura di M. Cieutat e P. Rouyer, Non ho niente da nascondere. Interviste sul cinema e sulla vita, Il saggiatore 2019), il regista afferma che “lo spettatore non deve osservare, ma semplicemente guardare i frammenti della realtà che gli mostro. E’ come nella vita, non si conosce mai tutta la realtà, solo piccoli pezzi. La nostra percezione del mondo è sempre frammentata. […] Nella vita di tutti i giorni, non si sa mai se qualcuno stia mentendo. Se potessimo scoprire le bugie, non varrebbe più la pena mentire”.

    Perciò non disperiamoci: non mentiamo solo noi, ma anche le immagini nel momento in cui il nostro sguardo si imbatte in esse. Le nostre verità saranno reciprocamente concepite come menzogne, perché il cinema è sempre al contempo menzogna e verità.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alberto Faggiotto" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/11/Frames.png" image_id="4324|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alberto-faggiotto" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • LA NOUVELLE VAGUE TRA GODARD E TRUFFAUT

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    La prima generazione di «cineasti cinefili nella storia del cinema» – André Bazin.

    Gli anni Cinquanta non furono un periodo sereno per la Francia, segnata da una profonda crisi sociale inasprita dalla guerra fredda e, soprattutto, dalla guerra d’Algeria. 

    Da un punto di vista prettamente cinematografico, nonostante l’affluenza alle sale fosse in costante declino, il governo continuava ad incoraggiare produttori e registi ad assumere maggiori rischi. Per fare alcuni esempi: nel 1953 il Centre National du Cinéma aveva introdotto un premio di qualità che permetteva di realizzare nuovi cortometraggi; nel 1959 una legge, tramite il sistema dell’anticipo sulle ricevute, si impegnava a finanziare le opere prime dei giovani registi sulla base delle sceneggiature. Grazie a questi (ed altri) incentivi, tra il 1958 e il 1961 dozzine di registi realizzarono i loro lungometraggi. È in questo contesto che una nuova generazione di artisti si affacciò sul mondo della Settima Arte, con l’intenzione di rifondare la morale nazionale e i valori della società. 

    Le due tendenze principali di quegli anni così prolifici furono la Nouvelle Vague e la Rive Gauche. Mentre quest’ultima era formata da autori più anziani e conservatori, gli autori della Nouvelle Vague erano, al contrario, pronti a film meno tradizionali e, in un certo senso, rivoluzionari

    André Bazin

    LA NOUVELLE VAGUE

    L’espressione “Nouvelle Vague” apparve per la prima volta sul settimanale francese L’Express il 3 ottobre 1957 in riferimento alle proteste giovanili contro la politica di colonizzazione algerina. Venne solo successivamente utilizzata per indicare questa corrente del cinema francese di quegli anni.

    I principali esponenti del movimento furono un gruppo di amici con alle spalle ore e ore di film visti, dibattiti affrontati alla Cinémathèque Française e articoli stesi per i “Cahiers du cinéma”. 

    Proprio all’interno dei Cahiers si possono trovare delle citazioni che riassumono alla perfezione la concezione di questa nuova generazione, come ad esempio “la bellezza è lo splendore del vero”; o ancora “il cinema è uno sguardo ad ogni istante talmente nuovo sulle cose, da trafiggerle”

    Così come i più giovani critici dei Cahiers forzavano l’idea di auteur fino alla provocazione, esaltando i registi che scrivevano le proprie sceneggiature per poi metterle in scena, tutti gli artisti che decisero di unirsi a questa corrente ritenevano che il cinema fosse, principalmente, un’opportunità per il regista di esprimere la propria visione del mondo. Il movimento si impose con quattro film usciti tra il 1958 e il 1960: Le beau Serge (1958) e I cugini (1958) di Claude Chabrol, I quattrocento colpi (1959) di François Truffaut  e Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard.

    Le opere di questi giovani registi entrarono in contrapposizione con il cinema americano ricco di stereotipi tanto nei personaggi quanto nelle storie portate in scena, e seguirono l’esempio rivoluzionario del Quarto Potere di Orson Welles. 

    «Appartengo a quella generazione di cineasti che hanno deciso di fare film dopo aver visto Quarto Potere.» – François Truffaut

    Molti film della Nouvelle Vague, in risposta alle limitazioni finanziarie degli artisti, erano girati in ambienti reali e con attrezzature leggere, attori poco noti e con un budget minore rispetto alla media delle produzioni francesi classiche. 

    Le tematiche più ricorrenti erano la diffidenza verso l’autorità, l’impegno politico e la presenza di una femme fatale. Le trame proponevano eventi apparentemente privi di rigida consequenzialità logica e finali spesso aperti (un esempio su tutti: l’ultima scena de I quattrocento colpi).

    Gli esponenti della “Nouvelle Vague” furono i primi registi a riutilizzare i film del passato come un patrimonio culturale da studiare e riadattare alle nuove esigenze: se in Fino all’ultimo respiro (Godard, 1960) la protagonista sembra provenire da Buongiorno tristezza (Otto Preminger, 1958), ne I quattrocento colpi (Truffaut, 1959) il ragazzo ruba una foto di scena di Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, 1952). Le citazioni in queste opere si sprecano, e spesso si riferivano anche ai colleghi dei “Cahiers du cinéma”: è il caso de I cugini (Chabrol, 1958) in cui un cliente trova un libro su Hitchcock scritto da Éric Rohmer e Claude Chabrol stesso. La coscienza del debito nei confronti del cinema del passato condurrà al cinema riflessivo degli anni Sessanta. 

    Dal momento che i Cahiers, come detto, promuovevano un cinema personale come pura espressione della visione che il regista aveva del mondo, appare naturale che il movimento non si sia schematizzato in uno stile compatto e coerente

    I PRINCIPALI ESPONENTI

    Jean-Luc Godard e François Truffaut furono i due estremi opposti della Nouvelle Vague, ma anche i suoi principali esponenti. La differenza stilistica corrispondeva ad una differente visione della realtà e a un diverso ruolo socio-politico affidato al cinema.

    François Truffaut fu segnato da un’infanzia travagliata: il padre biologico non lo riconobbe e il rapporto con la madre, così come quello con l’istituzione scolastica, fu complicato. Grazie alla nonna venne a contatto con l’arte ed in particolare con la letteratura, una passione che accompagnerà quella per il cinema per tutta la sua vita. La svolta nella sua carriera arrivò quando il famoso critico cinematografico André Bazin lo assunse come critico per una neonata rivista: i “Cahiers du cinéma”.

    Definito da molti come “il becchino del cinema contemporaneo” per l’atteggiamento fortemente critico nei confronti della produzione cinematografica di allora, diede vita ad un cinema autobiografico in cui poter sfogare le proprie critiche nei confronti della società e del mondo che lo circondava. Nelle sue opere descriveva spesso il percorso esistenziale di un personaggio. Esemplare è il suo esordio I quattrocento colpi, film in cui racconta l’infanzia travagliata di un ragazzino che vorrebbe raggiungere un’infinità libertà (opera in cui le vicende autobiografiche del regista si uniscono alla finzione filmica).

    L’obiettivo del suo cinema non era quello di stravolgere la produzione, ma di arricchire e rinnovare il cinema commerciale, attraverso una maggiore espressione personale.

    Esattamente sul versante opposto troviamo Jean-Luc Godard. Anche lui si formò da autodidatta, attraverso la visione di molti film che gli permisero di conoscere le potenzialità del mezzo e di sperimentare con la macchina da presa. Si tratta dell’esponente più provocatorio della Nouvelle Vague, in quanto colui che aprì una insanabile spaccatura con il cinema tradizionale. Se i suoi primi film seguono trame piuttosto lineari, i successivi presentano una struttura sempre più frammentata. Da un punto di vista stilistico, utilizza spesso stacchi bruschi, riprese effettuate con la macchina a mano, fino a riprese con i soggetti decentrati e in cui la macchina da presa sembra muoversi da sola. Una delle sue innovazioni più imitate è l’impiego di inquadrature piatte, prive di profondità. Tutte queste caratteristiche sono presenti, ad esempio, in Fino all’ultimo respiro, considerato il film manifesto del movimento. 

    Il cinema viene quindi considerato un mezzo per scrutare l’animo umano, ma anche per rappresentare la realtà quotidiana, una realtà fatta di dettagli ed eventi apparentemente insignificanti che spesso si trasformano in qualcosa di più, alimentando le angosce dell’essere umano. Il fine è quello di far riflettere gli spettatori, immergendoli in un mondo simile al proprio e mai idealizzato o distorto. Certamente, date le loro diverse visioni, il rapporto tra questi due grandi registi si incrinò fino a trasformarli, quasi, in nemici giurati. Ma questa è un’altra storia. A noi restano le loro opere meravigliose e i loro insegnamenti sul cinema e l’arte in generale, insegnamenti per i quali non possiamo che ringraziarli.

    «Chiedo che un film esprima la gioia di fare cinema o l’angoscia di fare cinema, e mi disinteresso di tutto ciò che sta nel mezzo.» – Francois Truffaut

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessia Agosta" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com5_.png" image_id="1645|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-alessia-agosta" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • CAMERA CAFÈ – SEI PERSONAGGI IN CERCA DI UNA TORREFAZIONE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Fra le tante serie italiane andate in onda negli ultimi vent’anni poche hanno avuto la fortuna e i meriti di Camera Café. Rifacimento dell’omonima francese, apparsa in Mediaset nel 2003 (cinque stagioni), riemersa in Rai nel 2017, la serie è ormai entrata nell’immaginario pop-culturale italiano grazie ai personaggi che la abitano: stereotipi d’ogni tipo, tutti accomunati da una sola grande passione: il caffè. È infatti davanti ad una macchinetta del caffè, in un ufficio al diciassettesimo piano, che impiegati e dirigenti hanno deciso di far fronte a drammi e vicissitudini – lavorative o personali che siano – ognuno a suo modo ma, pare, ogni volta con il medesimo epilogo, comico e morale, in linea con i destini affatto dinamici delle maschere teatrali della commedia dell’arte.

    Allo spettatore che si limitasse alla lettura del copione di un qualsiasi episodio, tuttavia, il lato comico potrebbe decisamente sfuggire. All’interno della sitcom infatti troviamo, in sintetico ordine sparso: sessismo, bullismo, scatologia e conformismo, razzismo e moralismo. Atti continui di prevaricazione fisica e psicologica dei forti sui deboli, i quali a loro volta, raggiunti ruoli temporanei di maggior spessore nell’azienda, si trasformano nei peggiori carnefici senza alcuna remora. Episodi di omofobia, transfobia e body shaming; alcolismo, nonnismo e nepotismo; analfabetismo, elitismo e demagogia. E ancora, dirigenti dispotici e sindacalisti opportunisti; frodi fiscali, truffe, furti, ricatti e spilorceria, distruzione di beni privati, mogli e mariti fedifraghi, fornicazioni nei bagni e negli ascensori, paternalismi stucchevoli, molestie sessuali, bigottismo, ideologie spicciole, e perpetue e fantasiose violazioni del codice stradale.

    Un’azienda degli orrori che non risparmia nessun personaggio, e che tuttavia suscita, immancabilmente, il nostro riso. Il riso è un oggetto complesso, che sfugge ad ogni definizione filosofica. Molti grandi pensatori hanno, infatti, tentato di imbrigliare la sua essenza (da Aristotele a Kant, da Freud a Bergson, Hegel, Baudelaire, Kierkegaard, Lipps…) ma senza riuscirci fino in fondo, definendo ora il Comico, ora l’Ironia, il Sarcasmo, ecc. Tra questi anche Pirandello che nel suo saggio del 1908 tenta, attraverso i modelli teorici dei predecessori, di scandagliare l’Umorismo all’interno della letteratura italiana. 

    Secondo Pirandello si ha il Comico nel momento in cui subentra una rottura delle convenzioni, il sentore che il fatto a cui si sta assistendo è contrario alla regolarità: Paolo Bitta, “l’uomo chiamato contratto”, primo venditore dell’azienda, che si chiede con quante ‘c’ vada scritto il nome dell’amico Luca Nervi, oppure la sua incapacità di completare il più semplice dei proverbi (chi la fa, la fa; chi non risica, non risica…). Constatare che una persona semianalfabeta ricopra un ruolo tanto importante per il funzionamento di un’azienda produce nello spettatore un sovvertimento delle aspettative, e lo distanzia dai fatti raccontati collocandolo in una posizione di superiorità. Ci si sente migliori davanti a questi personaggi e la narrazione è strutturata in modo da rendere agevole questo processo: servendosi di iperboli, infatti, pone lo spettatore ad un livello di moralità più alto. E di fronte alle infinite e surreali gaffe che mai potremmo commettere, e compreso l’errore altrui, ridiamo. Secondo Pirandello, giunti a questo punto, si passa ad un livello di analisi ulteriore in cui l’avvertimento del contrario può trasformarsi in sentimento del contrario. È il momento in cui si empatizza con il personaggio cercando di capire perché fa quello che fa (perché Paolo è un alcolizzato, perché educa i figli in quel modo…); rinunciando così al distacco e alla superiorità proviamo un senso di pietà (quello che accade ai personaggi, in misure differenti, potrebbe capitare anche a noi) e la risata sguaiata si tramuta in un amaro sorriso: ecco l’Umorismo.

    Questo secondo sguardo al fenomeno non legittima le azioni di impiegati e dirigenti, spesso deprecabili, ma ci aiuta ad accedere ad uno dei possibili significati della serie. Camera Café è uno specchio che consente, riconosciute le opportune distorsioni tipiche del linguaggio delle sitcom, di riflettere sui problemi culturali e sociali dell’Italia di oggi. Esacerbando situazioni e comportamenti quotidiani – e per questo forse sottostimati – li manifesta, allo scopo di renderli indesiderabili, e produce nello spettatore una forte reazione di denuncia della situazione sociale: è in questo una vera e propria sitcom civile.

    Non esiste personaggio puro in Camera Café, nessuno è esente da colpe e difetti, né viene giustificato – per quanti problemi economici, sociali o politici possa avere. La serie è studiata come un grande catalogo di modelli sbagliati, così risibilmente sbagliati da porre immediatamente lo spettatore in una posizione di superiorità morale. Ma i problemi sottesi alle azioni dei personaggi sono concreti, comuni; questo elemento fa sì che lo spettatore metta in discussione ciò che vede, la serie gli richiede un atteggiamento critico tale da non poter più dirsi indifferente.

    Molti programmi – televisivi e non – basano il loro potere attrattivo sulla proposta di modelli cui sentirsi superiori, ma al contrario di prodotti come Camera Café sono privi di quelle strutture sintattiche che permettano di mettere in discussione quello che si sta guardando: vi si ride e basta, non hanno altro scopo, e cullati da un facile guadagno morale si rimane immoti.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Balbinot" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post.png" image_id="924|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alessandro-balbinot" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • WEST SIDE STORY – RIFARE UN CAPOLAVORO

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Si può rifare un capolavoro? Steven Spielberg pensa di sì, nonostante anche a sessant’anni di distanza il West Side Story del 1961, diretto da Robert Wise e Jerome Robbins, resti un’autentica pietra miliare del cinema, testimonianza dell’inarrivabile perfezione raggiunta dal musical hollywoodiano classico (di cui il film rappresentò in qualche modo il canto del cigno: venne realizzato in un periodo di profonda crisi dell’industria cinematografica nordamericana e di lì a pochi anni si sarebbero affermati modelli differenti in questo genere). Ancora oggi, riguardando le prime sequenze della pellicola originale, si rimane ammirati per lo splendore dei colori, per i movimenti di macchina calibratissimi, per la precisione del montaggio (pressoché impossibile trovare errori di continuità: ma, d’altronde, Robert Wise in una vita precedente era stato proprio montatore e aveva lavorato nientepopodimeno che a Quarto potere di Welles) e soprattutto per la capacità di delineare limpidamente il contesto di rivalità tra i Jets (i figli di immigrati europei) e gli Sharks (gli immigrati portoricani) senza nemmeno l’ausilio della parola (i primi minuti di film sono pressoché muti), ma solo con lo sfruttamento del ritmato schioccare delle dita per accrescere la tensione e far esplodere i primi conflitti tra le due bande. 

    Solo un maestro come Spielberg poteva pensare di mettersi a confronto con un modello tale ed essere in grado di rinnovarlo. Per farlo si è fatto affiancare dal fido Tony Kushner, drammaturgo premio Pulitzer già sceneggiatore di Lincoln e soprattutto del capolavoro Munich, che ha aggiunto ampie scene di dialogo, pressoché assenti nell’originale, per sottolineare e attualizzare i temi cardine di West Side Story che, dietro l’anima musical, cela un cuore da dramma sociale sulla difficile convivenza di culture differenti in America. L’innovazione spielberghiana parte sin dalla prima inquadratura: laddove Wise e Robbins aprivano il film con una serie di vertiginose riprese aeree che mostravano New York e i suoi grandiosi grattacieli protesi verso il cielo, Spielberg inizia riprendendo dall’alto le macerie del West Side. Il Sogno Americano, sin da questo momento, è già morto: il quartiere, in corso di sgombero a fini di riqualificazione, pare il set di un film di guerra. La New York del boom economico non esiste, perché Spielberg rinchiude il film in questo quartiere-prigione, in questo scenario di devastazione, dove l’intera tragedia dei personaggi avrà luogo: il West Side Story del ‘61 era il musical dell’era Kennedy, il West Side Story del 2021 è il musical dell’era Trump (la pellicola è stata girata nel 2019). Dopo l’apertura, il regista procede nella narrazione seguendo, a grandi linee, le tappe del film di Wise e Robbins, pur adottando una messa in scena radicalmente diversa: se il film del ‘61 metteva in scena con precisione millimetrica i numeri musicali e li riprendeva dall’esterno, con ampio uso di campi totali e movimenti di macchina abbastanza contenuti al fine di enfatizzare il sublime lavoro coreografico di Robbins, Spielberg predilige complessi e acrobatici piani sequenza, in cui la macchina da presa si fa largo, letteralmente, tra gli interpreti e i ballerini e pare danzare con loro. Ogni inquadratura del film è un tripudio cromatico animato da scenografie e costumi di alto livello: da Oscar il lavoro sugli abiti di Paul Tazewell, che veste i Jets con i toni freddi di grigio, bianco e azzurro, mentre attribuisce agli Sharks una palette cromatica calda, fatta di rossi, gialli e marroni. La fotografia di Janusz Kaminski, che sfrutta molto i riflessi di lente dovuti anche all’uso rétro della pellicola 35mm, alterna la fastosità delle luci diurne alle tenebre notturne, che in alcune scene ricordano quasi la nerissima odissea newyorkese de I guerrieri della notte di Walter Hill, altro film su una città divisa e in preda a lotte intestine. Spielberg, poi, impreziosisce il tutto con una messa in scena di sublimata maestria: registi di questo livello, come lo Scorsese di The Irishman, hanno uno stile così limpido, un controllo così assoluto dei mezzi espressivi della propria arte, che risulta quasi difficile notare la genialità di certe invenzioni visive e sonore, come dimostra il grande lavoro sui raccordi di montaggio (si pensi solo alla fine del primo numero musicale, quando un personaggio lancia in aria un oggetto che è raccolto da un altro personaggio nella scena immediatamente successiva, in una sorta di staffetta cinematografica; ma anche al momento in cui il suono degli archi al termine di un numero musicale si fonde allo stridore dei freni della metropolitana per suggerire il passaggio di scena in scena). Chiaramente si sprecano i riferimenti cinematografici, dal musical classico alle titaniche inquadrature dal basso tipiche di Orson Welles (citato anche nella sequenza iniziale con il cartello “No Trespassing” di Quarto potere), fino alla Nuova Hollywood e, soprattutto, a tanto cinema spielberghiano. Il regista di Cincinnati, peraltro, dopo aver raccontato tante volte il potere salvifico dei bambini (da E.T. l’extra-terrestre a I Goonies di Richard Donner, di cui fu soggettista e produttore esecutivo), fa un film su giovani violenti e senza speranza, rinchiusi – tra grate, recinzioni e saracinesche – in una società in cui il conflitto è endemico e inestirpabile. Spielberg realizza un grande manifesto pessimista su ciò che l’America era ed è: regno di soprusi – di grande attualità è la riflessione sul maschilismo e sulla solidarietà femminile che va oltre le appartenenze etniche, come dimostrato dalla scena del tentato stupro, ben più asfissiante e violenta che nel film originale – e rivalità insanabili.

    Tante le sequenze memorabili in questo remake d’eccezione, che sa variare un capolavoro senza farcelo rimpiangere: la scena del ballo è un’assoluta meraviglia registica, anche se il primo incontro tra Maria e Tony, che qui avviene dietro la tribuna di una palestra, non raggiunge la forza espressiva del film originale, che rappresentava il colpo di fulmine tra i due star-crossed lovers sfocando l’inquadratura attorno ai protagonisti, come a mostrare l’appannarsi del mondo attorno a coloro che per la prima volta fanno esperienza dell’amore. Splendida anche la scena del balcone, in cui i due innamorati cantano la celebre Tonight – già separati dalle sbarre della ringhiera, oscuro presagio di un destino tragico –, come anche le sequenze di America – trasferita dal tetto del film originale alla strada, in mezzo al caos urbano e sociale di un paese in ebollizione – e Gee, Officer Krupke, un piccolo capolavoro di satira delle istituzioni, in cui Spielberg dà il meglio di sé con lunghi piani sequenza e una complessa coreografia. Per quanto riguarda il cast, come noto, il regista ha ingaggiato numerosi attori provenienti direttamente da Broadway e ha voluto mettere insieme un ensemble rigorosamente multiculturale, per rendere giustizia al tema cardine del film. In questo senso convince l’idea di non sottotitolare le molte sequenze in lingua spagnola, come a voler costringere gli spettatori a soffermarsi sulla meraviglia fonica di una lingua altra che, anche se non conosciuta, risuona più significativa che mai, nell’essere il manifesto dell’incontro con il diverso

    Tra gli interpreti è straordinaria per intensità Ariana DeBose nel ruolo di Anita, mentre la giovane Rachel Zegler, che anima divinamente le canzoni con una voce di grande potenza espressiva, dà vita a una Maria più adolescenziale rispetto a quella di Natalie Wood, ma ben più tormentata e consapevole delle difficoltà del sogno d’amore che sta provando a coronare con Tony. Rita Moreno, infine, torna nel remake dopo aver vinto un Oscar per la sua interpretazione di Anita nel ‘61: qui interpreta Valentina, personaggio che sostituisce il Doc dell’originale (presentato come il defunto marito gringo della donna, che ha origini portoricane ed era quindi stata a sua volta protagonista di un amore interrazziale). A lei Spielberg e Kushner affidano forse il momento più emozionante del film: la canzone Somewhere – che nell’originale era cantata da Maria e Tony, che sognavano un luogo dove poter vivere liberamente il proprio amore – viene risemantizzata e diviene uno struggente e malinconico lamento con cui Valentina ricorda il marito scomparso e, in seguito ai drammatici eventi dello scontro omicida tra bande, pare evocare un luogo utopico e ancora ignoto – un somewhere, appunto – di pace e armonia, in cui tutti i conflitti e le ingiustizie del nostro mondo possano essere leniti. Spielberg, così facendo, riconsegna il Sogno Americano e le sue promesse alla dimensione del sogno: nel suo West Side Story – e nel nostro presente – ci sono solo macerie. In futuro – someday – chissà… Chapeau, Maestro.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Jacopo Barbero" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com3_.png" image_id="1640|full" image_border_radius="" company="Vicedirettore" link="https://www.framescinema.com/redazione-jacopo-barbero" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • La vita è meravigliosa – La rinascita di Frank Capra

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Il Natale è finalmente arrivato e con lui il momento di avvolgersi nel plaid e gustare i soliti film a tema che la televisione o le piattaforme streaming ci propinano. Ogni anno è la stessa storia e noi, puntualmente, finiamo per rivederli: senza di essi, ormai, il periodo natalizio non sarebbe percepito come tale. Sembra quasi che siano i film a definire il Natale, non viceversa. Tra i tanti titoli spicca sicuramente La Vita è Meravigliosa, il classico intramontabile che porta la firma di uno dei registi più geniali e amati del cinema americano: Frank Capra.

    «Sono Frank Capra, vengo da Hollywood”. […] La prima volta che ho messo l’occhio sul mirino di una cinepresa, ho avuto come un’illuminazione. Il mondo intero si è all’improvviso inscritto nel rettangolo dello schermo. Ancora oggi provo lo stesso senso di meraviglia. »
    [ “Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    IL CINEMA E LA SECONDA GUERRA MONDIALE: REGISTI IN PRIMA LINEA

    It’s a Wonderful life (La vita è meravigliosa) è una pellicola del 1946 che ha segnato una svolta non indifferente nella carriera di Frank Capra. Si tratta, infatti, del primo film realizzato dal regista dopo l’esperienza drammatica della seconda guerra mondiale. Durante il conflitto Capra ha prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti D’America all’interno della sezione “Orientamento Cinema” dedicata alla propaganda. Gli fu affidato il compito di documentare il conflitto bellico attraverso docu-film finalizzati a spronare i soldati e i civili americani in quegli anni difficili. Da questo presupposto tra il 1942 e il 1945 nacque “Why We Fight!” (perché combattiamo?), una serie di documentari divulgativi realizzati con la specifica intenzione di spiegare agli americani le ragioni e i principi per cui l’America avesse scelto di combattere e di entrare in guerra. Furono un successo e una straordinaria operazione di propaganda. Accanto a Capra vi furono anche altri grandi registi che imbracciarono la macchina da presa e scesero sul campo di battaglia per documentare in prima linea la drammaticità del conflitto: William Wyler, John Ford, George Stevens e John Huston. Tutti loro, ritornati dalla guerra, dovettero confrontarsi con numerose difficoltà, prima tra tutte il ritorno ad una normalità che oramai più non gli apparteneva. L’esperienza sul campo li aveva cambiati nel profondo dando loro modo di scoprirsi in quanto uomini, esseri fragili pieni di zone d’ombra. Spinti dal desiderio di raccontare ciò che avevano visto e affrontato e di esorcizzare il terrore del conflitto e della morte, i Cinque fecero ritorno ad Hollywood ritrovandosi davanti un panorama cinematografico profondamente mutato e non più disposto ad includerli né a valorizzarli.

    «Per un regista non è possibile ritornare nella stessa Hollywood per due volte. Dopo un’assenza di quattro anni i cambiamenti si rivelavano sconvolgenti. La cosa più sconcertante era del resto essere presentato ad attrici e registi dell’ultima ora e sentirsi chiedere: “Frank chi?”. Negli anni della guerra la produzione di film al risparmio aveva conquistato tutto il mercato […] mi preparavo a rientrare in una Hollywood dove il sistema collettivo era tornato in auge. Decisi che era tempo che il nome del regista riacquistasse il posto che gli apparteneva. […] l’idea della Liberty Films era nata sotto le armi: mettere insieme dei registi- produttori ancora in servizio in una associazione indipendente di realizzatori cinematografici indipendenti che avrebbe cominciato ad essere attiva nel dopo guerra. I primi candidati furono W. Wyler, J. Ford, G. Stevens, J. Huston, G. Kanin e F. Capra.»
    [“Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    LA LIBERTY FILMS: ROMPERE LA CATENA HOLLYWOODIANA DELL’IDENTICO

    Uomo testardo, tenace e ambizioso, Capra è stato il primo regista hollywodiano a ribellarsi al sistema dello studio system. Egli fece propria l’espressione un uomo, un film, espressione che, successivamente, sarà alla base della politica degli autori dei Cahiers du Cinéma. Tornato dal servizio militare, Capra portò avanti una battaglia personale per emancipare la figura del regista da quella del produttore e fu anche il primo ad inserire il proprio nome sulle locandine del film, accanto a quello degli attori. A questo punto, il regista non fu più un semplice operaio sotto contratto e alla mercé del produttore, ma divenne responsabile dei propri film.

    La drammatica esperienza bellica fu linfa vitale per Capra, il quale nell’Aprile del ’45, insieme a Samuel Briskin, maturò l’idea di fondare una casa di produzione indipendente, la Liberty Films. Alla base della fondazione di questa nuova casa di produzione vi fu l’idea di Capra secondo cui il regista dovesse avere completa libertà artistica durante il processo creativo. Per troppi anni il regista era stato al gioco del produttore. Molti altri registi seguirono l’esempio della Liberty Films poiché stanchi di vedere schiacciate le loro idee originali. Da lì a poco anche William Wyler e George Stevens si unirono alla casa di produzione di Capra.

    In questo contesto si colloca “It’s a Wonderful Life” (La vita è meravigliosa), il primo film ad essere prodotto dalla Liberty Films, una pellicola nata dalle ceneri della drammatica esperienza bellica.

    «Era il film per la mia gente, il film che avevo voluto fare da quando avevo posato per la prima volta l’occhio contro il mirino della macchina da presa»
    [“Il nome sopra il titolo, Frank Capra.]

    La pellicola è tratta dal racconto “The Greatest Gift”, scritto nel 1939 da Philip Van Doren Stern. Nel 1945 il soggetto capitò tra le mani di un entusiasta Cary Grant che propose alla RKO Pictures, cui era associato in quanto attore, di comprarne i diritti per realizzare un adattamento cinematografico con lui come protagonista.  La RKO accettò la richiesta di Grant ma, successivamente, li rivendette a Capra per 10.000 dollari mettendo a disposizione del regista persino le sceneggiature già stese da Marc Connelly, Dalton Trumbo e Clifford Odets. Frank Capra si mise subito all’opera e riuscì a completare la versione finale della sceneggiatura nel 1946 grazie all’aiuto di Jo Swerling. Malgrado tutti gli sforzi e la sua dedizione, “I’ts a Wonderful Life” fu un insuccesso clamoroso al botteghino, nonché uno dei motivi per il quale la Liberty Films chiuse i battenti nel 1951 con appena due film prodotti. Il flop della pellicola sconfortò incredibilmente Capra, Il quale, però, non mise mai in dubbio la validità del film, dimostrando sempre di avere nei suoi confronti un amore smisurato al punto da definirlo il migliore che avesse mai realizzato e, addirittura, la storia più bella che sia mai stata portata sullo schermo. Attraverso “Its a Wonderful Life” Capra ha potuto approfondire le tematiche che lo affascinavano del cinema e degli esseri umani, creature fragili ma tenaci in grado di rialzarsi dinanzi alle cadute e alle difficoltà della vita. Ha inserito dentro la storia tutto ciò che era, tutto ciò che sapeva, tutto se stesso.  E’ stata una pellicola che gli ha permesso di esplorare il cuore degli uomini non con la forza della logica ma con quella della pietà. Per questo motivo spesso Frank Capra è stato accusato di eccessivo buonismo e sentimentalismo.

    SAREBBE STATO MEGLIO NON ESSERE MAI NATO?

    Per poter comprendere la pellicola al meglio è necessario partire dal titolo che è espressione delle idee ma anche delle finalità cinematografiche di Capra. Egli ribadirà più volte che “It’s a Wonderful Life dice allo spettatore qualcosa su cui si presuppone nessuno possa eccepire”. Il titolo è il pilastro cui si regge il film e riassume l’insegnamento che vuole trasmettere: la vita è meravigliosa, unica, inestimabile ma è anche fatta di alti e bassi. In ciò sta la sua la bellezza che può essere compresa solo da chi è disposto ad accettare questa altalenante condizione. George Bayley (Jimmy Stewart) imparerà questo insegnamento sulla sua pelle e scoprirà che la vita umana è preziosa ma non per questo meno difficile. George è un uomo ambizioso, onesto e generoso che ha investito tempo e denaro per salvare la propria cittadina e difenderla dalle smanie dell’avido Potter, volto del capitalismo sfrenato di una società che venera il dio Denaro e dove contano più i beni materiali piuttosto che i valori e le accortezze verso gli altri. Prima di ogni altra cosa George è un grande sognatore che sarebbe disposto a fare di tutto per le persone che ama, persino a prendere la luna al lazo se glielo chiedessero. Tuttavia, quando tutto sembra andare per il meglio, un fulmine colpisce la serena vita del protagonista: arriva il 1929 e con esso la crisi economica che sconvolge Wall Street portandola al collasso.  George perde il lavoro e nulla può più contro Potter. Improvvisamente, il protagonista si vede crollare addosso quel piccolo mondo che aveva costruito con tanta cura, dedizione e altruismo. George decide di togliersi la vita credendo di non poter fare più nulla per riparare la situazione e, soprattutto, di aver deluso i propri amici e l’amata moglie Mary (Donna Reed).  In questo momento di estrema difficoltà entra in gioco Clarence (Henry Travers), il suo angelo custode, che gli farà dono di un’opportunità unica salvandolo da quel ponte da cui, disperatamente, stava pensando di buttarsi. George vedrà con i propri occhi come sarebbe stata la vita della sua cittadina e delle persone che ama senza di lui. Si accorgerà del vuoto che lascerebbe nei loro cuori e nelle loro esistenze. Si renderà conto che la vita di ogni uomo è scandita da ostacoli, i quali molto spesso si fanno via via più ardui ma non per questo insormontabili. Imparerà che “nessun uomo è un fallito se ha degli amici”. E riuscirà ad affrontare e superare gli ostacoli sulla sua strada con maggiore fiducia e ottimismo

    Frank Capra parla così del suo capolavoro, “It’s a Wonderful Life” (La vita è meravigliosa):

    «Lessi l’idea originale: cinque pagine dattiloscritte con una rilegatura natalizia. Era la storia che avevo cercato per tutta la vita! Piccola città. Un uomo. Un uomo bravo e ambizioso, ma così preso ad aiutare gli altri che la vita pare dimenticarlo. Si deprime, e desidera di non essere mai nato. Desiderio esaudito. Attraverso gli occhi del suo angelo custode vede il mondo come sarebbe stato se lui non fosse mai nato. Che idea eccezionale! Il genere di idea per la quale quando sarei stato vecchio e malato, prossimo a morire, si sarebbe detto: Ha fatto It’s a Wonderful Life.»

    Il film si chiude nel calore familiare con un George entusiasta, pieno di vita e solidale, circondato dai suoi cari e da un albero di natale adornato da luci e addobbi splendidi come a sancire la gioia che è tornata nel suo cuore spezzato.

    LA VITA È MERAVIGLIOSA: UNO DEI GRANDI CLASSICI DI NATALE

    La vicenda che lega ”It’s a Wonderful life” al periodo natalizio risale al 1974, anno in cui il copyright del film non fu rinnovato e decadde divenendo di pubblico dominio. Questo spinse numerose emittenti televisive ad approfittarne e a trasmettere il film ripetutamente durante il periodo natalizio. Nonostante questa anarchica situazione, le emittenti dovettero comunque versare una somma di denaro all’autore del racconto Philip Van Doren Stern, il quale nel frattempo era riuscito a riottenere i diritti. 

    Per tale ragione, la popolarità di “It’s a Wonderful Life” (la vita è meravigliosa) è cresciuta nel tempo al punto da guadagnarsi un posto di diritto tra i film più belli della storia del cinema… e non solo.
    È diventato, infatti, uno dei grandi classici natalizi di cui non si può più fare a meno: un film pieno di speranza e di gioia di vivere, un film da condividere con i propri cari, una pellicola molto amara che ci fa dono di un grande insegnamento: “la vita di ogni uomo confina con la vita di molti altri”.
    Per raggiungere questa serena consapevolezza, George si è messo in discussione ma, alla fine, ha compreso che la sua esistenza non è preziosa solamente per se stesso, in quanto individuo, ma anche per le persone che lo circondano e che sono influenzate dalla sua presenza, dalle sue azioni. Perciò, nessun essere umano può considerarsi un fallimento. In mezzo alla tempesta della vita, è necessario imparare a destreggiarsi e a trovare il giusto ritmo tra le onde così da poter assaporare la vita in ogni suo piccolo aspetto nonostante le cadute, spesso rovinose. C’è sempre tempo per una seconda possibilità, per rialzarsi.

    «Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque.
    «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna?»
    [Marco Aurelio, “Colloqui con se stesso”.]

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Benedetta Lucidi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/WhatsApp-Image-2021-04-15-at-14.16.37.jpeg" image_id="1654|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/benedetta-lucidi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]