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  • IL FUTURO È OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: STRANGE DAYS

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    Nella storia del cinema fantascientifico esistono pellicole che, mettendo in scena dinamiche e scenari futuribili, si rivelano essere in realtà rappresentazioni tristemente profetiche, anticipando aspetti spesso critici e disfunzionali della realtà contemporanea, anche con decenni di anticipo. 

    E’ sufficiente pensare a film come Videodrome (1983) e eXistenZ (1999) di Cronenberg, che hanno in qualche modo preannunciato rapporti malati tra umano e tecnologico, per capire come il genere Sci-Fi sia in grado di riflettere non solo sulla società futuro prossimo e non, ma anche su quella del presente. 

    Appartiene a questa cerchia di grandi opere anche il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero Strange Days della grande Kathryn Bigelow, datato 1995, il quale si inserisce nel solco di pellicole capostipiti – perlomeno a livello di atmosfere cyberpunk – come Blade Runner (1982) o 1997: Fuga da New York (1981) per raccontare gli ultimi due giorni del 1999, in un mondo violento e allo sbando, che teme l’Apocalisse profetizzata con l’arrivo del nuovo millennio. 

    Sceneggiato da James Cameron e Jay Cocks, il film segue la storia di Leonard “Lenny” Nero (un Ralph Fiennes in stato di grazia), che è il più importante spacciatore della droga più diffusa e consumata a Los Angeles, ovvero dei piccoli floppy-disk che permettono di vivere – virtualmente– esperienze reali registrate in POV da altre persone, da una semplice corsa sulla spiaggia, fino ad una rapina al cardiopalma in un quartiere malfamato. 

    Il ritrovamento di una di queste clip, contenente un misterioso e terribile omicidio, spingerà Lenny ad addentrarsi e ad indagare nel più profondo mondo criminale, sullo sfondo di una città segnata da violentissime rivolte sociali, mentre l’Apocalisse – forse – è alle porte. 

    N.B. L’analisi del film in questione conterrà spoiler, invitiamo chi non lo avesse visto a recuperarlo per non perdersi uno dei capolavori degli anni ’90, se non forse anche qualcosa di più.

    VIRTUALITA’ E REALTA’: UNA SOVRAPPOSIZIONE CONTEMPORANEA

    Nonostante sia uscito ormai quasi trent’anni fa, Strange Days resta ad oggi un film estremamente attuale, in qualche modo addirittura profetico, nella sovrapposizione tra vita reale e vita virtuale che mette in scena: non è un caso, infatti, che il personaggio di Fiennes venda il suo prodotto utilizzando la frase “This IS life”, evidenziando come – nel mondo descritto dalla Bigelow – la dimensione digitale abbia ormai la stessa importanza e la stessa concretezza della realtà.  

    E’ impossibile non vedere all’interno di questa pellicola una strabiliante anticipazione del mondo social contemporaneo, che vive del bisogno quasi cyber-voyeuristico di immergersi nelle esperienze altrui e – in qualche modo – di entrarci nel modo più diretto possibile, di vivere la realtà altrui letteralmente in soggettiva. Storie Instagram,  Vlog Youtube, video su Tik Tok, foto su Facebook: nella società di oggi l’esistenza virtuale accompagna di pari passo quella reale, al punto che per molti – anche magari a causa di un meccanismo ormai automatico e istintivo – un evento non ha significato fino a che non è condiviso e “traslato” nel mondo digitale, così che possa essere fruito e quindi, per definizione contemporanea, vissuto anche da altre persone attraverso la dimensione virtuale.

    Non sbaglia la Bigelow a descrivere questa tecnologia come una vera e propria droga, che spinge i propri consumatori a ricercare clip sempre più estreme e a trascorrere sempre più tempo all’interno dello SQUID (questo il nome dell’apparecchio neurale che permette il collegamento) fino al punto in cui la realtà concreta diventa invivibile e l’unica soluzione rimane il rifugiarsi costantemente nella finzione, che appare migliore, più desiderabile e più semplice dell’esistenza analogica.

    Allo stesso modo, nel mondo contemporaneo la fruizione della dimensione social  ha ormai acquisito le caratteristiche distintive di una dipendenza: accompagna quotidianamente la giornata di tutti e occupa un dato quantitativo di tempo che varia da persona a persona, ma che molto difficilmente è nullo, senza contare che per molti trascorrere un intero giorno senza poter accedere ai propri profili social sarebbe sicuramente non auspicabile, se non addirittura impossibile.

    Così come in Strange Days, dunque, il costruirsi un’esistenza virtuale parallela, fatta di esperienze altrui e di immagini costruite, è l’unico modo per evadere da una realtà scadente e deludente, allo stesso modo oggi il crearsi e il mostrare alla comunità una vita apparentemente perfetta su Instagram è per molti una via efficace per convincersi – in maniera auto ingannatoria – di vivere effettivamente un’esistenza perfetta, fino a che la dimensione virtuale diventa concretamente più importante di quella reale, relegata al ruolo di un dietro le quinte fatiscente, alle spalle di uno stupendo palco dorato.  

    Un film, quindi, che parlava del contemporaneo con almeno venticinque anni di anticipo, dipingendo un’immagine, purtroppo, estremamente preoccupante della natura umana rapportata alla tecnologia, ma che, nonostante ciò, offre una visione lucida e illuminante della società attuale, oltre che innumerevoli spunti di riflessione per comprendere meglio questi tempi ormai irrimediabilmente dipendenti dal virtuale.

    L’APOCALISSE E’ OGGI: UNA SOCIETA’ MORENTE

    Il mondo descritto dalla Bigelow in Strange Days è chiaramente un mondo pre-apocalittico, fatto di ferocissime rivolte sociali, esercito e carri armati nelle strade, polizia corrotta e fascista, violenza e anarchia che dilagano ovunque, il tutto causato – e in qualche modo giustificato – dalla fine del mondo imminente. Ciò che il film, però, vuole forse raccontare è un mondo in realtà già apocalittico, nel quale non importa se la distruzione totale avverrà a mezzanotte dell’ultimo giorno del millennio, perché di fatto sta avvenendo comunque per mano dell’uomo e non per mano divina. E’ geniale, in questo senso, la battuta pronunciata nel film da uno speaker radiofonico: “Ma a mezzanotte di quale città? Mezzanotte di Los Angeles? Quale è il fuso orario di Dio?”. 

    La regista, dedicando così tanto minutaggio al contesto e allo sfondo sociale in cui si svolge la narrazione principale, vuole – almeno secondo l’interpretazione di chi scrive – denunciare e criticare aspramente alcuni aspetti disfunzionali e purtroppo caratteristici della società americana, su tutti probabilmente la questione razziale e la violenza delle forze dell’ordine, che continuano ad essere un problema irrisolto ancora oggi. E’ difficile, infatti, non accostare le rivolte rabbiose che seguono l’esecuzione di Jeriko One, leader e punto di riferimento della comunità afroamericana nel film, con i tumulti causati nel 2020 dal terribile omicidio di George Floyd, laddove entrambi vengono brutalmente uccisi dalla polizia e diventano immediatamente simboli della lotta contro la repressione violenta della minoranza (con la differenza fondamentale che il primo è un personaggio di finzione, mentre il secondo, purtroppo, era un uomo in carne ed ossa).

    La Bigelow, attraverso questa trama secondaria, riesce a costruire un’efficacissima denuncia nei confronti dello stato americano, qui rappresentato dal corpo di polizia, il quale viene palesemente descritto come fascista, violento, xenofobo e al limite del totalitario, un sistema politico in cui l’oppressore ha sempre la meglio sull’oppresso attraverso la forza.

    In questo senso non deve ingannare il finale solo apparentemente lieto che, essendo la perfetta conclusione del percorso di Lenny Nero, si limita ad essere speranzoso per quanto riguardo il livello individuale del protagonista: la non-avvenuta Apocalisse di fine millennio non ha nulla di positivo o di ottimistico, in quanto la società dipinta dalla regista è destinata ad autodistruggersi in ogni caso, con o senza la fatidica mezzanotte dell’ultimo giorno del 1999, anche al netto di un breve e momentaneo attimo di giustizia e speranza. 

    Il pessimismo di questo film, quindi, riguarda la natura della società americana e delle sue contraddizioni culturali, messe in scena tramite scontri e conflitti che esistono – ed esistevano già nel 1995 – nella realtà contemporanea, nonostante non ci sia nessuna Apocalisse biblica alle porte.

    Nonostante siano passati quasi 30 anni, dunque, quest’opera magnifica continua a parlare del presente in maniera sorprendente, forse perché – proprio come quelli di Lenny Nero – anche quelli di oggi sono veramente, ma veramente, Strange Days.

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  • STORIE DI DONNE CORAGGIOSE – 5 CONSIGLI SU SERIE TV

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    L’8 marzo è il giorno della Festa della Donna e – come ogni anno – si ricordano tutte coloro che si sono spese per ottenere la parità di diritti e per vedere il proprio ruolo riconosciuto nella società. Si ricordano le imprese di donne di ogni tempo e luogo, le conquiste sociali, economiche e politiche.

    Anche le serie tv si sono spese per raccontare storie di donne realmente esistite, eccezionali, ma talvolta dimenticate dalla Storia. Le loro vite sono spesso tratte da diari personali, memorie o addirittura racconti di testimoni. Ad oggi, le serie tv si sono evolute fino a mettere in scena personaggi femminili sempre più complessi, intriganti, potenti e rivoluzionari. Vediamo alcune serie che portano in scena donne forti che si troveranno a confrontarsi con un ambiente ostile.

    Maid (disponibile su Netflix)

    Serie ispirata dal memoir di Stephanie Land e la sua storia raccontata in Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre.

    Al centro della storia c’è Alex, una madre single scappata da una relazione violenta che lavora come signora delle pulizie nella speranza di dare un futuro migliore alla piccola Maddy. La serie racconta realisticamente le condizioni di vita di qualsiasi vittima o sopravvissuta che cerca rifugio in un centro antiviolenza, sebbene il rifugio contro la violenza domestica della serie sia frutto della fantasia. 

    La serie racconta anche le difficoltà economiche di Alex. In particolare cosa possa voler dire vivere in condizioni di degradante povertà negli Stati Uniti, con una figlia e senza figure adulte di riferimento: Alex vive alla giornata, dandosi da fare con il poco denaro che riesce a guadagnare, appena sufficiente per i beni di prima necessità. Il racconto restituisce dignità e valore al lavoro svolto dalle signore delle pulizie, inoltre ci aiuta a vedere la vita di gente benestante dal punto di vista della protagonista. Si tende a pensare che coloro che stanno economicamente meglio di noi abbiano tutto, ma la serie ci dimostra che neanche le loro vite sono perfette, ognuno è chiamato ad affrontare delle difficoltà, siamo tutti umani, seppur con agi differenti.

    Glow (disponibile su Netflix)

    Una serie ambientata negli anni ’80, anni di cambiamenti sociali e lotte d’affermazione, che vede come protagoniste donne non convenzionali. Racconta la nascita del Wrestling Femminile e la sua distribuzione televisiva, essendo Glow l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, il programma televisivo in cui un gruppo di donne si sfida sul ring. La protagonista è Ruth Wilder, un’attrice disoccupata alla quale viene offerto di partecipare al nuovo show che lei vede come l’ultima possibilità per farsi notare. Si sfiderà con Debbie Eagan, ex attrice di soap opera che ha abbandonato il mondo dello spettacolo per dedicarsi alla famiglia. Le protagoniste sono tutte molto diverse tra di loro, ma per inseguire una carriera nel mondo dello spettacolo devono imparare a lavorare in gruppo. Il loro allenatore è Sam Sylvia, regista di B-movie che si è reinventato preparatore atletico. In un’epoca in cui le donne erano chiamate solo a sfoggiare le loro qualità estetiche, queste donne avranno un ruolo diverso sul ring. Pensiamo alla preparazione che è stata richiesta alle attrici per imparare le varie mosse e non a seguire le classiche diete per apparire più sottili. 

    La serie si ispira a una storia vera: la storia delle Gorgeous Ladies of Wrestling inizia nel 1985 quando l’imprenditore David McLane realizza il pilot di uno show in cui lottano delle donne. McLane pubblicò un annuncio in cui diceva di ricercare donne per uno show televisivo. Alle audizioni di presentarono circa cinquecento donne, tra ballerine, attrici e modelle senza sapere per quale ruolo fossero in lista. 

    Unorthodox (disponibile su Netflix)

    La serie ci racconta una storia di emancipazione femminile. La protagonista è Esther Shapiro, una ragazza cresciuta nella comunità ultra-ortodossa di Williamsburg, a Brooklyn. Come le altre donne della propria comunità, si è sposata con un uomo che hanno scelto per lei e le è proibito studiare, leggere la Torah e persino cantare. L’unica cosa che conta è che sia una buona moglie. Ma lei non accetta il destino che è stato scelto per lei, vuole liberarsi delle forzature della propria cultura ed essere libera di esprimersi per quello che è. Così, zaino in spalla e con pochi soldi e l’aiuto di un’amica vola a Berlino dove vive la madre Leah, anche lei scappata dalla stessa comunità. 

    La serie è tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman, The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots (2012). Deborah, proprio come Esty, sarà costretta a radersi i capelli e a sposarsi in un matrimonio combinato ancora prima di compiere vent’anni. ma a differenza della protagonista della serie, si trasferirà a New York con il marito, da cui divorzierà per poi trasferirsi in un nuovo indirizzo, cambiando numero di telefono e altri dati sensibili così facendo perdere le sue tracce. 

    Self-made: la vita di Madam C.J. Walke (disponibile su Netflix)

    Protagonista della serie è Sarah Breedlove, in arte Madam C.J. Walker, la prima donna afroamericano a creare un impero commerciale all’inizio del Novecento grazie alla realizzazione di prodotti per capelli afro. Passando dalla produzione casalinga all’acquisto della prima fabbrica, diventerà un’imprenditrice con un intento ben preciso: aiutare le donne afroamericane a prendersi cura dei propri capelli. La serie racconta bene gli ostacoli che ha dovuto affrontare una donna di colore nell’America razzista di quei tempi. 

    Il cambiamento nella vita di questa donna è radicale e fonte di grande ispirazione, una lavandaia sfruttata che riesce a diventare un’imprenditrice unicamente con le proprie forze. La serie porta alla luce la storia di una donna eccezionale e spesso poco nota. 

    Mrs. America (disponibile su TimVision Plus)

    Miniserie televisiva ambientata negli anni ‘70 che racconta la lunga battaglia per la ratifica dell’Equal Rights Amendament (ERA), che proponeva di garantire pari diritti ai cittadini statunitensi senza distinzione di sesso e la forte opposizione mossa dall’attivista antifemminista Phyllis Schlafly. Alcune delle femministe più in vista dell’epoca come Gloria Steinem, Betty Friedan, Shirley Chisholm, Bella Abzug e Jill Ruckelshaus combattono in prima persona nelle lotte per l’approvazione dell’ERA. 

    Dovranno confrontarsi con le opposizioni della politica più conservatrice, ma anche con gli scontri nati all’interno dello stesso movimento femminista. La principale minaccia è rappresentata dal gruppo di donne conservatrici capitanato da Phyllis Schlafly e disposte a tutto per salvaguardare la figura della donna come colei che deve prendersi cura della casa e della famiglia. 

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  • FILM INGIUSTAMENTE SOTTOVALUTATI – VOLUME 2

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    Sottovalutare v. tr. [comp. di sotto- e valutare] – Considerare una persona o una cosa meno di quello che  effettivamente vale. 

    Nel discorso cinematografico contemporaneo le parole “sottovalutato” e “sopravvalutato”  vengono molto spesso utilizzate a sproposito per riflettere un’opinione soggettiva. L’errore in cui di norma si cade è quello di non specificare chi effettivamente sottostima o sovrastima il prodotto in questione: un film può, infatti, essere valutato in maniera fredda dalla critica specializzata, che magari si accanisce in maniera esagerata nei confronti di una pellicola; può venire ignorato dal pubblico che non riconosce un’opera di qualità portando, dunque, a un flop al botteghino; oppure può scivolare ai margini, se non sparire completamente, dal dibattito cinefilo sulle piattaforme web dedicate. 

    Laddove molte pellicole subiscono un trattamento simile a ragion veduta, ricevendo critiche negative su più fronti, è altrettanto vero però che esistono prodotti sottostimati da una o più parti in maniera ingiusta e che meriterebbero una rivalutazione, oppure una maggiore attenzione dell’opinione cinefila.

    In questo articolo verranno presentati 3 film di 3 grandi registi che – sempre secondo la soggettività di chi scrive – vengono, in qualche modo, sottostimati da critica, pubblico o dalla comunità web e che, appunto, meritano di essere riscoperti e rivalutati. 

    BLACK RAIN – RIDLEY SCOTT (1989) 

    Ridley Scott è  sicuramente uno dei registi più prolifici del panorama hollywodiano, avendo firmato in 45 anni di carriera la bellezza di 28 lungometraggi, da I Duellanti del 1977, fino al recentissimo House of Gucci uscito in Italia nel dicembre del 2021. 

    Avendo prodotto mediamente un film ogni 18 mesi è fisiologico, dunque, che nella filmografia del regista inglese esistano film estremamente riusciti e considerati ancora oggi capolavori totali della storia del cinema, come allo stesso tempo pellicole mediocri e dimenticabili, passi falsi comprensibili in una carriera comunque leggendaria. 

    Il film in questione, ovvero Black Rain – Pioggia Sporca del 1989, viene spesso considerato un’opera minore di Sir Ridley non riescendo ad emergere tra i grandi lavori dell’ era scottiana pre-2000, venendo relegato allo status di prodotto mediocre e poco ispirato sia dalla critica (Metascore di 56 punti su 100) sia dalla comunità cinefila (3,1 su 5 di media su Letterboxd), nonostante il grande successo di pubblico, con un incasso di 135 mln a fronte di un budget di 30.

    Se i numeri avessero valenza assoluta, quindi, questa pellicola potrebbe essere catalogata come un film difettoso in più punti, non convincente e malriuscito, ma dato che in questo format i numeri hanno un valore relativo, è il momento di entrare nello specifico e analizzare perché, in realtà, quest’opera sia una tra le più interessanti tra i “non-capolavori” di Ridley Scott. 

    Innanzitutto bisogna evidenziare come Black Rain sia un thriller poliziesco estremamente calato nella produzione mainstream del suo tempo e quindi – per definizione – nel contesto del cinema d’azione hollywodiano anni ‘80/’90, risultando in questo modo già di per sé un ottimo film di intrattenimento, forse uno dei migliori nel suo genere di tutto il decennio. 

    Tuttavia ciò che rende questa pellicola veramente degna di nota è l’efficace rimaneggiamento degli elementi del noir classico, mescolati e adattati al cinema dell’epoca, per creare un prodotto popolare (come è il filone action appunto), ma con un sottostrato che riprende certi stilemi del passato per dare spessore a un’opera all’apparenza molto semplice. 

    Andando nel concreto la figura dell’investigatore privato – ovviamente con gli immancabili trench coat e cappello – lascia spazio al detective della polizia, il quale è molto spesso un cane sciolto, un agente insubordinato e istintivo, con una morale ambigua e un passato misterioso e drammatico, come nei migliori film dell’epoca d’oro del genere. In questo senso il personaggio di Michael Douglas diventa il prototipo perfetto del nuovo anti-eroe noir: un uomo violento, che disprezza l’autorità e che vive secondo un codice etico personale e deviato nella convinzione – errata – di essere al di sopra della legge.

    Oltre a ciò, Scott mette in campo una messa in scena di ispirazione marcatamente noir, creando degli ambienti urbani notturni, in una Osaka meravigliosa e spettrale, in cui dominano chiaroscuri e tagli di luce al neon che penetrano sbuffi di fumo costantemente presenti nell’inquadratura. 

    Dal punto di vista tematico, invece, il film porta sullo schermo lo scontro culturale tra Stati Uniti e Giappone, criticando fortemente la chiusura mentale e il carattere imperialista degli americani che, messi di fronte all’integrità morale, al senso dell’onore e al valore del rispetto così radicati nella società giapponese, appaiono in tutta la loro arroganza, avidità e corruzione.  

    In conclusione, nonostante qui abbia riportato un’analisi per forza di cose superficiale e sbrigativa, Black Rain resta sicuramente un film da riscoprire e da rivalutare all’interno della carriera di Scott, il quale non firma sicuramente qui uno dei suoi capolavori, ma senza dubbio uno dei thriller-noir più belli degli anni ’80, fatto di un impianto visivo strabiliante e di una profondità tematica non indifferente. 

    THE HUNTED – WILLIAM FRIEDKIN (2003) 

    Se è vero che esistono grandissimi registi universalmente riconosciuti come maestri della Settima Arte e che vengono amati e venerati in lungo e in largo, è altrettanto vero che esistono altri cineasti del medesimo valore artistico e storico, i quali non vengono, però, mai nominati quando si parla dei grandi con la G maiuscola

    L’esempio forse più eclatante di questo fenomeno è William Friedkin, regista fondamentale della Nuova Hollywood e autore di grandissimi capolavori,  che viene ricordato dai più unicamente per L’Esorcista. Nonostante la pellicola del ’73 sia indubbiamente una delle opere più importanti del regista di Chicago, non bisogna dimenticare il lavoro straordinario che Friedkin ha portato avanti all’interno del genere poliziesco, firmando alcuni dei capisaldi del genere come Il Braccio Violento della Legge e Vivere e Morire a LA.

    Sarebbe troppo semplice in questa sede, però, parlare di uno di questi grandi thriller del Maestro e quindi l’analisi si concentrerà su un film del 2003 veramente poco discusso e riconosciuto da critica e pubblico, ovvero The Hunted – La Preda.

    Con un Metascore di 40 su 100 e un flop al botteghino non indifferente, questo film potrebbe apparire come un passo falso clamoroso nella carriera di Friedkin, ma se si va oltre le statistiche, ci si trova davanti un’opera estremamente compatta e riuscita, fatta di un impianto registico formidabile, che fa larghissimo uso del piano olandese – la macchina da presa è infatti quasi sempre inclinata – per aumentare costantemente il senso di straniamento che pervade tutta la pellicola, coadiuvato da questo punto di vista da un montaggio efficacissimo nel tenere alta la tensione e il ritmo dall’inizio alla fine. Oltre a ciò, dopo un meraviglioso incipit bellico in notturna, la fotografia glaciale e distaccata è notevolissima, grazie a un sapiente uso dei toni grigi e azzurri costantemente desaturati, perfetti per il contesto in cui la vicenda si svolge. 

    Il film tuttavia non è semplicemente un buon thriller girato con grande maestria: leggendo l’opera più in profondità si può interpretare questo The Hunted come una grande metafora dello Stato americano che distrugge – fisicamente e psicologicamente soprattutto – i propri giovani attraverso la guerra, per poi abbandonarli a loro stessi nel momento in cui i traumi subiti vengono a chiedere il conto. In questo senso, il rapporto padre-figlio tra il personaggio di Tommy Lee Jones e Benicio del Toro (entrambi in splendida forma, soprattutto il secondo) è emblematico, con il primo che addestra il giovane rendendolo una macchina da guerra, privandolo di qualsiasi sentimento umano affinché diventi un soldato perfetto e infallibile, salvo poi dovergli dare la caccia nel momento in cui questo spietato assassino “governativo” si ribella al sistema che lo tiene prigioniero e che lo ha, di fatto, reso quello che è. Un discorso, quindi, di denuncia politico-sociale la cui chiave di lettura, in realtà, viene fornita in maniera geniale fin da subito, con una frase ripresa Highway 61 Revisited di Bob Dylan che ripropone la vicenda biblica di Abramo: “God said to Abraham kill me a son”.

    Allo spettatore non resta, dunque, che inserire i personaggi di Tommy Lee Jones, Benicio del Toro e lo Stato americano al posto giusto in quest’ equazione dylaniana per avere in mano un film che è molto più di un semplice inseguimento di 94 minuti e che meriterebbe una rivalutazione critica importante, così come tutta la filmografia del buon vecchio William Friedkin. 

    SPIDER – DAVID CRONENBERG (2002)

    David Cronenberg è un nome che, già da solo, è garanzia di altissima qualità cinematografica, essendo uno dei più importanti artisti della sua generazione, nonché esponente di punta di generi come l’horror e la fantascienza. Quando si parla del regista canadese, infatti, è impossibile non citare grandi capolavori del passato come Videodrome  (1983) – vero e proprio manifesto del cinema cronenberghiano – ma anche pellicole più recenti e in egual modo imprescindibili come A History of Violence (2005). 

    Una pellicola raramente nominata quando si discute della filmografia di Cronenberg e che rappresenta forse l’opera più dimenticata del grande cineasta è certamente Spider del 2002 che, nonostante sia largamente amato dalla critica, come testimonia il Metascore di 83 su 100, purtroppo passa sempre in secondo piano rispetto ad altri film più blasonati del regista. 

    Prodotto che si distacca fortemente da quel tipo di body horror che ha reso grande il nome di Cronenberg, Spider è una pellicola sicuramente ostica, fatta di ritmi lenti e dilatati, quasi muta e che vive di atmosfere – oltre che di una colonna sonora meravigliosa firmata dal grande Howard Shore – ma capace di offrire un viaggio di sola andata nella mente distorta del protagonista, avvicinandosi di fatto ad opere come Inseparabili e Crash,  piuttosto che a film come La Mosca o il già citato Videodrome.

    In questo senso, la pellicola in questione si rivela essere pienamente cronenberghiana, affrontando tematiche come l’instabilità mentale, l’alienazione, la solitudine e il disfacimento psicologico dell’individuo in una maniera estremamente analitica, abbandonando qui gli stilemi del cinema di genere per un approccio più sperimentale e autoriale che genera un effetto straniante nello spettatore, ma risultando, alla fine, il vero lato affascinante del film.

    Oltre a questa complessità tematica intrinseca, Spider si rende notevole anche e soprattutto per la perfetta sinergia che si instaura tra la regia di Cronenberg e il protagonista Ralph Fiennes – che regala qui un’interpretazione indimenticabile recitando non più di 10 battute di dialogo, la maggior parte delle quali perfino farfugliate – il cui sguardo assente e stralunato viene costantemente indagato con primi/primissimi piani ossessivi e ossessionati, che scavano nella mente del protagonista per decostruire il trauma e la nevrosi di cui è vittima, evidenziata anche dal perenne tremore schizofrenico delle mani, soggetto sul quale Cronenberg sofferma molto spesso la sua inquadratura. 

    Se tutto ciò non non fosse comunque capace di convincere qualcuno dell’importanza e dell’unicità di Spider all’interno della carriera del regista, basti pensare che questa pellicola rappresenta uno spartiacque all’interno della produzione cronenberghiana, essendo la prima in cui l’elemento della mutazione corporea lascia totalmente spazio alla deviazione mentale che sarà poi centrale in tutte le opere successive e aprendo, di fatto, un nuovo e fortunato sviluppo del linguaggio filmico del cineasta di Toronto. 

    In conclusione, quindi, ci si trova di fronte a un’opera complessa e forse respingente, ma che rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dal Cronenberg post-2000, il quale realizza con Spider un film estremamente coraggioso negli obiettivi che si pone e pienamente riuscito nell’indagine psicologica che si prefigge. 

    In sintesi un film che meriterebbe di essere discusso, analizzato e sviscerato, ma che invece, ad oggi, resta nell’ombra dei grandi titoli venuti prima di lui, i quali non sono necessariamente opere d’arte superiori a questa. 

                                                                                                                                                                           

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  • TWIN PEAKS: IL RITORNO – L’IRRAZIONALE MECCANISMO DI UN CAPOLAVORO

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    «Ti rivedrò ancora, fra venticinque anni. Ma intanto…»

    L’autore di questa recensione sa che su Twin Peaks è stato scritto di tutto e di più. Ogni episodio, ogni ambientazione, ogni personaggio sono stati passati al vaglio da analisi critiche, accademiche, semiotiche e artistiche per sviscerare tutti i significati nascosti dietro l’opera di David Lynch e Mark Frost, che ha dato una nuova connotazione al medium televisivo, fino agli anni ‘90 ancora considerato fratellino minore e commerciale del cinema.

    Al contrario, Twin Peaks – Il Ritorno non sembra essere riuscita a imporsi nello zeitgeist culturale e mediatico allo stesso modo, pur riscontrando un enorme successo di pubblico e critica. Questo fatto era tutto sommato inevitabile – semplicemente perché Twin Peaks è stato a suo tempo un fenomeno culturale e mediatico impossibile da replicare -, ma dall’altro non rende giustizia alle dimensioni di una serie, per certi versi, ancora più rivoluzionaria.

    Chi scrive questa recensione considera d’altra parte Twin Peaks – Il Ritorno (uscita sul canale Showtime nel 2017) opera a sé stante e non solo terza stagione della serie andata in onda nel 1991, e di gran lunga superiore alle pur maggiormente riconosciute due stagioni iniziali.

    IL LUNGO RITORNO A TWIN PEAKS

    Twin Peaks – Il Ritorno demolisce fin da subito qualsiasi pretesa di logica narrativa che pure rivestiva, anche solo a livello superficiale, la prima serie. La serie inchioda fin da subito lo spettatore in un labirinto di analogie e metafore e, come la gabbia di vetro ripresa da numerose telecamere nel primo episodio, rivela fin da subito la sua natura meta-narrativa e riflessiva (compresa di inserzioni pubblicitarie, divagazioni, numeri musicali a conclusione di ogni episodio).

    Non ha molto senso rintracciare la storia principale di Twin Peaks – Il Ritorno, perché non ce n’è una. O, per meglio dire, le storie sono tante, si intrecciano, si concludono e si disperdono nei modi più imprevedibili, tra frammenti narrativi senza sbocchi in cui tempo e spazio non sembrano avere una direzione precisa. Le vicende dell’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) riprendono da dove erano state interrotte, nella Loggia nera da cui deve cercare di evadere e in cui viene incaricato di riportare il suo Doppelgänger creato dalla nemesi BOB. Questa fuga incontra un brusco ostacolo quando Cooper viene dirottato e sostituisce un secondo sosia, l’agente assicurativo Dougie a Las Vegas, e trascorre gran parte degli episodi in uno stato di semi incoscienza. Il protagonista, l’eroe della serie, passa la maggior parte del tempo inerte e inconsapevole, spinto non dalle sue capacità ma dalla logica oscura della Loggia Nera, che si presenta sotto sprazzi di visioni. In questa disamina e decostruzione nel ruolo del protagonista (e del ruolo dell’essere umano nelle vicende della Vita) sta il cuore di un’opera che si presenta come parodia e presa in giro della tradizionale struttura narrativa. 

    Stavolta non c’è un solo mistero che traina l’attenzione dello spettatore per tutta la serie, com’era invece stato per l’omicidio di Laura Palmer quasi trent’anni prima: i misteri sono molti, le suggestioni ancora di più, le risposte poche. L’azione si sposta da New York a Las Vegas a Twin Peaks alla Loggia Nera e oltre, ritrovando personaggi nuovi e familiari alle prese con la quotidianità. Com’era stato nella prima serie, dietro l’apparenza confortante, i colori vivaci e i riti quotidiani della cittadina di Twin Peaks, si nascondono segreti e verità inconfessabili.

    “HAI DA ACCENDERE?”

    Così si arriva a quell’Episodio 8, un’opera all’interno dell’opera, un’odissea in bianco e nero racchiusa nell’odissea a colori vividi del resto della serie. Il primo test nucleare in New Mexico in cui BOB viene partorito; il Boscaiolo che uccide un disc jockey e fugge nella notte; la nascita della creatura metà rana e metà mosca; vignette inquietanti sparse nel deserto notturno: la genesi dell’universo di Twin Peaks è un microcosmo di Male e Caos, che infrange la rassicurante facciata di uno stereotipato e stucchevole American Way of Life. In questo episodio sta il cuore (oscuro) di Twin Peaks: lo sgretolamento di ogni logica e convenzione sociale di fronte ai nostri istinti più oscuri e primordiali.

    Ed è per questo che, dopo l’estrema frammentazione di storie e personaggi, la risoluzione del caso di Laura Palmer, a lungo attesa, e il ripristino dell’ordine iniziale arrivano come un’oasi nel deserto, come un sospirato ritorno al rassicurante status quo… se non fosse che Il Ritorno si conclude bruscamente con un nuovo enigma, ancora più oscuro dei precedenti; stavolta, tuttavia, senza alcuna promessa di vederne una qualsiasi risoluzione. Un nuovo allontanamento dallo status quo, privo stavolta di una garanzia di ritorno.

    “ ‘PURE HEROIN’ DAVID LYNCH”

    Qual è, dunque, il segreto di Twin Peaks? Che di tutte le riflessioni possibili che possono scaturire dalla visione della serie (e dalla stessa analisi che avete appena letto), nessuna viene dettata in maniera esplicita dal racconto o dai personaggi. Le storie di vita quotidiana (e straordinaria) che circondano le vicende di Twin Peaks rendono difficile rintracciare un significato univoco alle vicende ma, come qualsiasi opera d’arte, ciascuno ne ricaverà un’impressione diversa: è dello spettatore il compito di dare un significato, del tutto personale, alla serie. Tuttavia ciò non la rende un’opera vuota, e questa analisi ha solo scalfito la superficie della rete di significati che questa serie offre.

    Di sicuro non è una serie per tutti, e lo si dice senza alcun elitarismo: è una serie ostica e difficile da seguire, soprattutto se da una narrazione ci si aspetta prima di tutto chiarezza e coesione. Alcuni troveranno Il Ritorno un esercizio sterile e superfluo, una perdita di tempo; altri lo troveranno una fonte d’ispirazione continua, e una delle serie migliori degli ultimi anni; di sicuro, nessuno ne uscirà indifferente.

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  • QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO – ANALISI DEL MALFUNZIONAMENTO DEL POTERE

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    n.d.r: Nell’analisi del film, questo articolo conterrà spoiler, vi consigliamo comunque caldamente di recuperarlo nel malaugurato caso in cui ancora non l’aveste visto

    Da quando nel 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo uscì nelle sale – segnando la storia del cinema con un’aperta denuncia sociale e diventando uno dei pochissimi film ad aggiudicarsi, l’anno successivo, i so-called Big Five (ossia tutti e cinque i premi Oscar più importanti – miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attrice e migliore sceneggiatura non originale) – si sono sprecate innumerevoli parole per elogiare e analizzare un film che sarebbe riduttivo definire “dal grande impatto emotivo”. 

    Dalla mostruosa interpretazione di Jack Nicholson alle delicate tematiche della malattia mentale e del malfunzionamento delle strutture di cura psichiatrica; dal significato della termine “devianza” alla riflessione sul tema della libertà fisica e, ancor più, psicologica; dall’impeccabile regia di Miloš Forman, all’importanza della rappresentazione di coloro che solitamente non hanno voce: è innegabile come questa pellicola non smetta mai di suggerire spunti di riflessione sulla società – o meglio sulle macro e micro società – e sugli individui che la compongono. 

    Tra i tanti spunti già elencati, rilevante è sicuramente la riflessione sulla tematica del potere e sui modi in cui esso si manifesta. Questa tematica è stata oggetto, negli anni, di numerosi studi filosofici e sociologici, ed è proprio a questi studi che vorremmo collegarci per parlare, ancora una volta (ma mai abbastanza), di questo caposaldo della cinematografia.

    “E adesso io sarei pazzo per loro solo perchè non sto lì come un fottuto vegetale?”

    IL MANICOMIO E LA LEGITTIMAZIONE DEL POTERE 

    Il film è ambientato in un manicomio a metà degli anni ‘60. L’ospedale psichiatrico in cui si svolgono le vicende può essere considerato a tutti gli effetti come una piccola comunità, una società basata su regole, tempi, e ordini gerarchici fissi e molto rigidi. I pazienti del reparto sono affidati e sottoposti all’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher), donna severa e ligia al dovere, e ogni regola o abitudine routinaria viene rispettata da tutti senza particolari domande o resistenze. L’infermiera Ratched, che non tollera variazioni di programma e che non si scompone di fronte ai disagi e alle necessità dei pazienti, detiene a tutti gli effetti il comando all’interno del reparto e opera, per riprendere ciò che teorizzava Max Weber già a inizio ‘900, in virtù di un potere razionale-legale che trae la sua legittimità proprio dallo scopo che si prefigge, in questo caso – in teoria – il benessere e la cura dei pazienti.

    In questa microsocietà organizzata in maniera ferrea da medici e infermieri, l’arrivo di Randle Patrick McMurphy  (il meraviglioso Nicholson di cui sopra) mette a repentaglio la solidità del potere. McMurphy proviene da un penitenziario e non è certo un individuo avvezzo al rispetto delle regole: Il suo personaggio, infatti, rappresenta l’elemento che spezza l’ordine della relazione comando-obbedienza normalmente e pacificamente accettata all’interno del manicomio. 

    Il carisma del nuovo arrivato, mandato lì dal carcere al fine di vagliare la sua sanità mentale, crea nel giro di poche settimane una nuova situazione in cui i pazienti, sempre più consci delle storture della struttura e degli ingiusti disagi psicologici che devono giornalmente subire, destituiscono poco per volta il potere di sorveglianti e infermieri. La legittimità delle pratiche utilizzate – che sì, per l’epoca partivano con le migliori intenzioni di cura del paziente ma fallivano miseramente nel riconoscere loro ogni dignità – viene meno, e così il potere perde la sua legittimità ed è costretto a ricorrere all’uso della forza per mantenere il controllo all’interno della struttura e ristabilire l’ordine di cui la società esterna lo faceva garante e protettore.

    Sempre secondo Weber, sono proprio la razionalità estrema con cui viene gestita una struttura, la rigidità portata agli eccessi e l’alienante ritualismo burocratico a rendere le regole imposte eccessivamente costrittive e vincolanti per i membri della società (nel film rappresentati dai pazienti) ed essi, non appena un fattore esterno (McMurphy) irrompe nell’ordine e smaschera l’immobilismo di un controllo considerato giusto perché calato dall’alto, iniziano a manifestare bisogni, insofferenze e necessità.

    LA MICROFISICA DEL POTERE: DAL CONTROLLO AL DISCIPLINAMENTO  

    Come si è già detto, nella struttura ospedaliera in cui si svolgono le vicende il tempo è scandito rigidamente da una certa ritualità, nella quale le giornate si svolgono secondo schemi precisi e fissi (orario delle medicine, orario della terapia di gruppo, orario della ricreazione all’aria aperta, giorni di uscita…). Anche lo spazio è rigidamente controllato: inferriate, recinzioni e addirittura filo spinato delimitano le zone in cui ai pazienti è consentito andare in determinati momenti delle giornate e persino la struttura architettonica dell’edificio esprime tutta l’autorità continuamente imposta attraverso la sorveglianza ininterrotta.

    Per citare Michel Foucault – un altro studioso che, con la sua analisi del potere, ha influenzato gran parte della sociologia contemporanea – spazio e tempo diventano strumenti utili al mantenimento dell’ordine e sono studiati in maniera tale da definire con anticipo lo svolgimento di ogni giornata e attività – sempre immutabili, mai migliorabili.

     Ma non solo: a queste forme di controllo più “canoniche” (id est non così sconvolgenti come quelle di cui si andrà a parlare) si aggiungono anche delle pratiche di disciplinamento fisiche che utilizzano il corpo dei pazienti come mezzo per mantenere l’ordine all’interno della struttura. E’ proprio attraverso queste pratiche di disciplinamento, dunque, che il potere si insinua in modo capillare nelle relazioni, nei corpi e nelle menti dei pazienti, tant’è che fin dall’inizio del film viene mostrato come sia accettata e normalizzata l’abitudine del legare i pazienti al letto durante la notte senza che ce ne sia effettivamente motivo o anche, in alcuni casi, l’utilizzo dell’elettroshock per placare improvvise insubordinazioni e liti all’interno del reparto. Questa microfisica del potere (che Foucault tratta nella sua produzione proprio dagli anni ‘70 a partire dal saggio Sorvegliare e punire) si manifesta nel film anche tramite meccanismi psicologici subdoli, che fanno ricorso all’umiliazione e al sentimento della vergogna

    Alla fine, l’escalation dei fatti e i disperati tentativi dell’equipe medica di ritornare alla situazione di immobilismo e di normale funzionamento della struttura (funzionamento assolutamente infruttuoso per quanto riguarda il miglioramento della salute dei paziente) non possono che portare al tragico epilogo o, se vogliamo, alla “liberazione” di quelle tre famose oche della celebre filastrocca a cui si rifà il titolo del film:

    Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest 

    Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo

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  • FRANÇOIS TRUFFAUT E LA SAGA DI ANTOINE DOINEL

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    UN’OPERAZIONE PIONERISTICA  NELLA STORIA DEL CINEMA

    [L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER DELLE PELLICOLE IN QUESTIONE]

    Negli ultimi decenni Richard Linklater è ricordato tra le altre cose per avere realizzato progetti sperimentali con al centro il concetto del tempo e la rappresentazione della crescita fisica e personale dei personaggi dei suoi film, sfruttando l’evoluzione stessa degli attori e filmando le sue pellicole a distanza di anni. 

    Una esperimento simile è stato portato avanti nell’arco di 20 anni dal grande regista della Nouvelle Vague François Truffaut tra il 1959, anno di uscita del capolavoro indiscusso I 400 colpi, e il 1979, anno in cui termina ufficialmente la storia di Antoine Doinel, alter ego dello stesso Truffaut, composta da 4 film e un cortometraggio, con la pellicola L’amore fugge.

    La storia di Antoine Doinel è costruita sul fisico e l’interpretazione di Jean-Pierre Léaud, volto simbolo della Nouvelle Vague e del cinema francese in generale, recentemente omaggiato dal Torino Film Festival con il Gran Premio alla carriera. 

    ANTOINE E COLLETTE

    Se sul celebre I 400 colpi è stato scritto tanto, meno visibilità hanno ricevuto le altre pellicole, nonostante siano anch’esse delle opere di assoluto livello. Dopo la fine del primo film, con un Antoine abbandonato da tutti e pronto con dolore ad affrontare l’età adulta, Truffaut non aveva in programma di creare dei seguiti. L’occasione si presentò quando gli venne chiesto di partecipare al film a episodi L’amore a vent’anni, per cui realizzò l’episodio Antoine e Collette, decidendo di ritornare sul personaggio perché “quando mi chiesero di fare un episodio, io non avevo idee su come illustrare il tema ed allora pensai di riprendere Jean-Pierre, che in quel momento era un po’ sbandato”. In questo episodio Antoine si innamora perdutamente di Collette, una giovane donna che si prende gioco di lui, non provando i suoi stessi sentimenti, e vive il suo primo impatto con i concetti di amore e odio, barcamenandosi tra i primi lavori e la ricerca della responsabilità, contrastata dalla sua impulsività e immaturità, messe in scena con grande leggerezza da un Truffaut che rivive i suoi vent’anni e dirige di conseguenza. Una piccola gemma nella prolifica filmografia del regista.

    BACI RUBATI

    Tuttavia è con Baci rubati che la storia di Antoine viene definitivamente rilanciata. In questo episodio ritroviamo un personaggio immaturo, appena dimesso dal servizio militare per instabilità di carattere, che va alla ricerca della sua amata Christine Darbon, amore condiviso anche da Truffaut verso la tua interprete Claude Jade, a dimostrazione di una continua compenetrazione tra la vita del regista e quella di Antoine, anche nei capitoli successivi a I 400 colpi. In questa libera e riuscitissima pellicola, nata dall’unione di diversi generi, dalla commedia al giallo arrivando fino all’erotico, Truffaut dipinge l’inquietudine di Antoine verso la vita e verso l’amore, in un processo di autosabotaggio a causa del suo carattere, sullo sfondo dei tumulti del 68’, regalandoci tra le altre cose una delle sequenze manifesto dell’intera Nouvelle Vague anche grazie alla performance eccezionale di Jean-Pierre Léaud, in cui il nostro protagonista cerca di comprendere chi preferisce tra la sua amata Christine e Fabienne Tabard, la moglie del suo datore di lavoro con cui ha avuto un incontro amoroso, ripetendo il nome delle due donne ed il proprio di fronte allo specchio, studiando le reazioni del suo viso e della sua mente.

    In questo film Antoine si trasforma e, da persona incapace di accettare le griglie imposte dalla società come era nel primo film, si imborghesisce e accetta il compromesso, riappacificandosi con Christine. E se il tono da commedia pervade l’intera pellicola, una sottile tensione di fondo accompagna soprattutto l’ultima parte in cui un uomo, che da giorni pedinava Christine e interpretato da Serge Rousseau, si avvicina alla  coppia e ribalta il punto di vista, dichiarando il suo amore alla ragazza e definendosi come definitivo, al contrario della provvisorietà di persone come Antoine, risultando di conseguenza folle, ma anticipando la fine della relazione tra i due che avverrà nelle pellicole successive. Che sia questo sconosciuto la vera coscienza di Truffaut, che dipinge ciò che avrebbe voluto perseguire proprio in quegli anni in cui veniva tacciato di imborghesimento e quindi in contrasto rispetto alla libertà delle sue prime opere? Anche per questo Baci rubati risulta essere un grande film, nonché l’opera più riuscita della saga di Antoine dopo I 400 colpi.

    DOMICILE CONJUGAL

    Passano due anni e Truffaut torna sul set con Domicile conjugal, tradotto criminalmente in italiano come Non drammatizziamo… è solo questione di corna. Questa pellicola, la più debole di tutto il ciclo, vede Christine e Antoine in attesa del loro primo figlio, mentre conducono un’esistenza felice, ma modesta, finché Antoine non si lascia affascinare dal fascino esotico di Kyoko, una cliente del suo capo, di cui diviene l’amante. In questa pellicola Truffaut soffre di una certa stanchezza espressiva e di un’indubbia reiterazione dei temi, ma è interessante come questa mancanza di innovazione sia riflessa nel comportamento di Antoine, nel momento in cui si stanca di Kyoko, quasi come se il regista dopo un paio di pellicole dedicate ad altro, abbia avuto piacere tornare nella vita di Antoine così come quest’ultimo a fine film ritorna da Christine, in una sorta di comfort zone.

    L’AMORE FUGGE

    Il ciclo di pellicole si conclude con il bellissimo L’amore fugge del 1979, nato quasi per caso, come raccontato dal regista in questo aneddoto: “Un giorno [il regista danese, ndr] Henning Carslen mi raccontò che aveva ereditato un cinema che Carl Theodor Dreyer aveva gestito fino alla morte, il Dagmar Theater a Copenaghen, e aveva proiettato tutto Doinel sotto forma di ciclo. C’erano giovani che avevano guardato tutto il giorno Doinel crescere, amare e invecchiare: è stato quando ho sentito questo racconto che mi è venuta voglia di fare un ultimo Doinel”. Dopo aver pubblicato il proprio romanzo autobiografico, Antoine vive il divorzio dalla moglie Christine e una relazione con la commessa Sabine. Nel frattempo rivedrà Colette, co-protagonista di Antoine e Collette, con la quale si confiderà. L’amore fugge è un film pienamente consapevole di essere l’ultimo dedicato a un Antoine, ormai trentacinquenne, ancora ossessionato dai suoi problemi sentimentali e non pienamente maturo, nonostante tutte le vicende che gli sono accadute. Truffaut riutilizza segmenti delle precedenti pellicole e si sforza di creare un film comprensibile a tutti, anche ai neofiti della saga, cercando di chiudere il cerchio e creando un’opera postmoderna. Se la pellicola ha indubbiamente il sapore di un già visto, la sincerità di Antoine nell’auto-analizzarsi e nell’affrontare i demoni del suo passato, compreso il complicato rapporto con la madre messo in scena ne I 400 colpi, e il trasporto emotivo con cui ci si approccia al film, dopo tante ore passate in compagnia del suo protagonista, la rendono inevitabilmente un’esperienza godibilissima. In questo film Antoine forse trova finalmente ciò che cerca, incontrando Sabine, una persona che, come lui, non comprende se è in grado di amare veramente o se le sue relazioni sono frutto di una serie di capricci. Insieme sono pronti a lanciarsi verso un futuro senza certezze, aperto a ogni evento, esattamente come il finale dell’opera. 

    Proprio come François Truffaut era pronto a lanciarsi verso nuove sfide, realizzando l’anno dopo il meraviglioso L’ultimo metrò. Con la sua morte, da lì a pochi anni, se n’è andato uno dei più grandi registi e innovatori della storia del cinema, grazie anche a opere come il ciclo di Antoine Doinel.

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  • LIBRI SUL CINEMA: I 10 SCRITTI DAI REGISTI

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    Non ho risposte semplici. il genio del cinema si racconta.
    di Stanley Kubrick

    Stanley Kubrick è sicuramente tra i registi più amati e studiati della storia dell’arte cinematografica. I nostri consigli, dunque, non potevano che iniziare da questo libro -edito da Minimum Fax- che raccoglie numerose interviste fatte al compianto cineasta statunitense. 335 pagine per entrare nel fantastico mondo di Kubrick, tra retroscena, aneddoti personali e analisi dei suoi capolavori. Un libro che racconta un uomo schivo e riservato, e per questo ancora più interessante.

    Lo potete trovare qui

    C’era una volta il cinema. I miei film, la mia vita.
    di Sergio Leone

    Altro libro di interviste, stavolta a uno dei più grandi (il più grande forse?) registi del nostro paese: Sergio Leone. Edito da Il Saggiatore, nelle sue 225 pagine scoprirete molti retroscena non solo dei film del Maestro, ma anche di tutto il mondo del cinema italiano degli anni d’oro: anche qui si sprecano gli aneddoti e le curiosità, raccontati con l’amara ironia e sincerità schietta che contraddistingueva il regista romano. Da accompagnare alla visione dei suoi film.

    Lo potete trovare qui.

    Io vedo me stesso. La mia arte, il cinema, la vita.
    di David Lynch

    Terzo libro, terza raccolta di interviste. Stavolta al centro dell’opera c’è David Lynch, “il regista più importante di quest’epoca” secondo il The Guardian. Anche questo edito da Il Saggiatore, con le sue 450 pagine si presenta come un’imponente saggio sul cinema. Il regista del Montana ci racconta le sue opere, le sue ossessioni e la sua visione del mondo, commentando non solo il suo lavoro da filmmaker, ma anche la sua opera di pittore. Un viaggio in tutta la sua carriera, tra successi e insuccessi, sempre con lo stile che lo caratterizza e lo ha reso noto al pubblico.

    Lo potete trovare qui.

    Fare un film.
    di Federico Fellini

    Fellini è, insieme a Sergio Leone, il regista italiano più apprezzato di sempre, anche a livello internazionale. In questo libro, edito da Einaudi, l’autore riminese racconta se stesso, la sua arte e la sua peculiare creatività, riempiendo le pagine di aneddoti e curiosità, tra cui anche l’incontro con la sua compagna di vita: Giulietta Masina. Un’opera che non può mancare nelle librerie di chi ama e apprezza il cinema nostrano.

    Lo potete trovare qui.

    A proposito di niente.
    di Woody Allen

    Il libro più “giovane” di questa lista porta la firma dell’autore comico più importante degli ultimi decenni: Woody Allen. Nelle 400 pagine di questo volume – edito da La nave di Teseo – il regista Newyorkese racconta la sua vita, i suoi amori, la sua arte; il tutto condito con la sua solita comicità e pungente ironia. Un viaggio nella vita di un autore sagace e pungente. Da non perdere!

    Lo potete trovare qui.

    La mia autobiografia.
    di Charlie Chaplin

    Chi non conosce Chaplin? Il genio della commedia muta, un autore unico nel suo genere che ha portato sul grande schermo tematiche ironiche, ma allo stesso tempo di critica sociale impersonando il famoso vagabondo Charlot. Visti oggi, i suoi capolavori non hanno perso un briciolo della loro incredibile ironia e leggerezza. In questo libro Chaplin si racconta a 360 gradi, fornendo inoltre moltissimi spunti su un’epoca fondamentale per la settima arte: il passaggio dal muto al sonoro e tutto quello che ne conseguì. La vita di uno dei più grandi artisti della storia in poco più di 500 pagine. Cosa volere di più?

    Lo potete trovare qui.

    Il nome sopra il titolo.
    di Frank Capra

    La storia di un uomo che, partendo dal nulla, realizza i suoi sogni e mette in schermo storie che ancora oggi fanno scuola. Uno dei registi più importanti di sempre, purtroppo poco conosciuto, che racconta la sua vita e l’ambiente che gli sta intorno. Un viaggio alla scoperta di un grande artista.

    Lo potete trovare qui.

    Lanterna magica.
    di Ingmar Bergman

    Autobiografia di uno dei più importanti registi europei, autore di capolavori quali Persona e Il settimo sigillo. Quello che Bergman scrive è un ritratto onesto della sua vita e della sua carriera; un’opera molto personale che non nasconde sincere autocritiche e che ci accompagno in un viaggio autentico nella sua filmografia, nelle sue passioni e nelle sue debolezze. 250 pagine, edito da Garzanti. Una lettura imperdibile e appassionante.

    Lo potete trovare qui.

    Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema.
    di Andrej Tarkovskij

    Un altro genio del cinema europeo racconta la sua e la nostra passione per il cinema, con un saggio imprescindibile. Una vera lezione di cinema e di arte, con un focus dettagliato sui suoi lavori da regista. Da recuperare per scoprire il regista sovietico e arricchire le proprie conoscenze in materia.

    Lo potete trovare qui.

    Tutto a posto e niente in ordine. Vita di una regista di buonumore.
    di Lina Wertmüeller

    Lina Wertmüeller è stata una delle più importanti registe della storia del cinema. Le sue opere sono sincere e ironiche. La sua autobiografia non poteva essere altrimenti, una lettura leggera ma ricca di spunti interessanti sulla sua vita e su come questa sia stata influenzata dal cinema. Una storia mai banale, come i film della compianta regista romana.

    Lo potete trovare qui.

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  • MAESTRANZE – LOCATION MANAGER

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    Un ruolo significativamente importante per la scelta dei luoghi in cui effettuare le riprese di prodotti televisivi e cinematografici, così come di videoclip musicali o di spot pubblicitari, è quello del location managerCome si può evincere dal termine inglese, coloro che svolgono questa professione hanno il ruolo di trovare e gestire possibili location da cui far partire la fase centrale di lavorazione del prodotto, detta anche shooting.
    È un compito pieno di responsabilità, che prevede la collaborazione con i reparti di regia, sceneggiatura e scenografia, senza dimenticare il consenso e il parere della produzione stessa.

    La prima fase è quella di pre-parazione: durante questa fase il location manager discute con i reparti citati in precedenza circa i luoghi descritti nella sceneggiatura, le necessità del reparto regia rispetto alle riprese da effettuare e le eventuali modifiche scenografiche da apportare, nonché i costi che ne conseguiranno. É in questa fase che si imposta una prima bozza e un piano generale delle riprese.

    La seconda fase, tra le più importanti e difficili, consiste nella ricerca, una vera e propria attività di scouting, che deve tener conto all’epoca, delle ambientazioni ideali e allo stesso tempo di aspetti ambientalistici e stilistici del film o prodotto in questione.
    I location manager più noti e abbienti si avvalgono dell’aiuto di alcuni collaboratori durante questa fase, in quanto il raggio in cui operano sul territorio può essere molto ampio.

    Successivamente viene fatta una lista delle location più valide e conformi alle richieste o possibilità della produzione, e ha inizio la terza fase, ovvero quella dei sopralluoghi: una serie di incontri con i proprietari delle strutture o le amministrazioni pubbliche per verificare la loro idoneità, sotto differenti aspetti, stilando una lista con il numero di set da organizzare.

    Segue la preparazione effettiva che, a differenza della prima fase, non guarda il piano generale ma la stipulazione di contratti e concessioni con chi detiene i diritti di proprietà delle location, gli eventuali permessi con le forze dell’ordine e con enti o ministeri competenti in materia, nonché la risoluzione di problemi logistici quali strumentazioni tecniche o parcheggi per la troupe. A tal proposito viene effettuato un ultimo sopralluogo con tutti i capi reparto.

    Quando è tutto pronto, comincia la fase di ripresa, in cui il location manager continua il suo lavoro, svolgendo altre mansioni importantissime, come coordinare il traffico con le forze di polizia, procedere ai pagamenti delle location, vigilare sulla sicurezza interna dell’ambiente lavorativo e garantire un clima sereno e stimolante a tutte le maestranze. Questa risulta essere una delle fasi più stressanti in quanto il libero professionista deve avere occhi e orecchie dappertutto, non dando mai segnali di debolezza e mostrandosi sempre energico e attivo.

    Infine vi è la fase di ripristino: lasciare le location nelle stesse condizioni della fase antecedente le riprese, se non meglio. Pena eventuali risarcimenti e costi a cui dovranno far fronte la produzione e la compagnia assicurativa. Per questo impiego, non esistono veri e propri corsi di laurea specifici o accademie, occorrerebbe lavorare all’interno di qualche studio televisivo o cinematografico e seguire un vero e proprio mentore da cui apprendere tramite l’esperienza diretta sul campo. Sarebbe inoltre utile avere conoscenze di strategy plan ed event management, riguardo ai quali è possibile trovare moltissimi corsi online o libri/manuali su cui studiare.

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  • IL CINEMA E L’IDENTITÀ CULTURALE – TRE FILM A CONFRONTO

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    Al pari degli altri mezzi di espressione artistica, il cinema è ed è sempre stato uno strumento di rappresentazione del Sé, un modo per riflettere sulle dinamiche umane più intime, per conoscersi meglio e studiare il proprio modo di essere. Parallelamente a ciò, il mezzo cinematografico si è spesso speso nella narrazione di ciò che è esterno al Sé, che è Altro da noi, che sembra diverso e a tratti insondabile.

    La dicotomia inscindibile Io-L’Altro si presta a innumerevoli spunti interpretativi, ognuno dei quali balla sul filo di confini più o meno tangibili, da quelli psicologici a quelli geografici e culturali. Questa tematica chiama e si lega alla tematica dello diverso, figura declinata spesso nel personaggio dello Straniero e sono innumerevoli i film che si inseriscono a pieno titolo in questo filone, dalle più classiche messe in scena Disneyane (si pensi al classico Pocahontas, ma anche per certi versi a Tarzan e al più recente Luca), all’acclamato Avatar, fino a quello che è forse uno dei pilastri della trattazione tematica, Balla coi lupi.

    INCONTRI CULTURALI: SCHEMI INTERPRETATIVI ED ELEMENTI UNIVERSALI

    A metà 1900, nel saggio Lo straniero, il sociologo austiraco Alfred Schütz teorizzava che ciascuno di noi, nel suo agire, si basa su significati e valori condivisi con le persone che vivono nello stesso spazio e nello stesso tempo, costruendo quindi il mondo che ci circonda per mezzo di schemi interpretativi e significati appresi dal proprio gruppo di appartenenza. Chiunque provenga dall’esterno di questo gruppo, lo straniero appunto, non condivide gli stessi presupposti di base e fatica a orientarsi al suo interno.

    Tra i numerosi film che mostrano il processo di adattamento sociale che lo straniero è costretto a mettere in atto c’è sicuramente Anna and the King (Andy Tennant, 1999), terzo adattamento cinematografico del libro Anna and the King of Siam di Margaret Landon, che racconta la storia di un’istitutrice inglese (nel film Jodie Foster) che a metà del 1800 si reca in Siam per diventare l’insegnante di corte degli oltre 50 figli del re.  Catapultata  in un nuovo contesto culturale e imbrigliata dalla rigida etichetta di corte, Anna si trova a doversi scontrare con modelli interpretativi e significati che non le appartengono e che per lei sono non solo privi di valore ma spesso anche sbagliati. Al fascino e il fasto della corte Siamese, infatti, si accompagna un pacchetto di costumi e tradizioni così lontani dalla cultura di riferimento della giovane donna inglese da apparire barbari e incomprensibili. Le sue mappe cognitive (per usare la terminologia di A. Schütz), così ancorate ai modelli della società britannica, non le permettono di orientarsi in un Siam scosso da tensioni politiche e complotti internazionali e anzi la pongono spesso in situazioni imbarazzanti, se non in impasse diplomatici. 

    Allo stesso modo i figli del re – in particolare il giovanissimo erede al trono – tramite le lezioni della nuova insegnante vengono introdotti a una lingua (l’inglese) e a un insieme di schemi e significati culturali a tratti totalmente opposti a tutto quello che fino ad allora erano stati abituati a dare per scontato, a considerare giusto e indiscutibile a priori. Questo innestarsi di input culturali esterni genera sì spaesamento, ma nel film (in cui i fatti storici e politici non sono storicamente veri) viene mostrato come la base di un processo di trasformazione e apertura del sistema di governo del paese. 

    Altra pellicola emblematica per la rappresentazione del rapporto con l’Altro è District 9, sci-fi movie del 2009 diretto da Neill Blomkamp, che immagina un 2010 in cui centinaia di alieni si ritrovano da oltre vent’anni profughi nella città di Johannesburg, ammassati in un campo (il Distretto 9) e prossimi a essere trasferiti in un’altra zona lontana dalla città. Il film, che nasce con gli inusuali tratti del mockumentary, pone al centro del discorso interculturale quello che forse è l’Altro nel senso più assoluto che ci sia: il non umano, l’alieno. 

    In questo caso l’incontro con l’altro non porta ad alcuna possibilità di comprensione o conoscenza e anzi, allo straniero (l’alieno) vengono attribuiti di default i caratteri di inciviltà e  inferiorità. Soltanto con il progredire del film, quando il protagonista Wikus Van De Merw, incaricato di supervisionare il trasferimento del campo, si trova anch’egli costretto a vivere da profugo (se non da fuggitivo) all’interno del Distretto, l’interazione forzata con gli extraterrestri fa emergere ancor più che le differenze le somiglianze tra culture e origini apparentemente agli antipodi. Quella che doveva essere un’alleanza di comodo tra Wikus e l’alieno Christopher Johnson diventa, infatti, il pretesto per mostrare gli elementi universali condivisi a prescindere dalla cultura di appartenenza. Pregiudizi e speranze, diffidenza e fiducia, il bisogno di una comunità e l’amore genitoriale: tratti di vicinanza che vanno al di là delle differenze di cultura, linguaggio e specie, e che anzi sembrano conferire all’alieno, il non-umano, un’umanità di cui forse l’uomo stesso si dimostra a tratti carente. Un’iperbole narrativa forse non così azzardata.

    L’IBRIDISMO CULTURALE E LA DISTRUZIONE DELL’IDENTITÀ

    Altra tematica centrale all’interno di District 9 è senza dubbio quella della perdita di identità culturale. Wikus Van De Merw, espulso dal suo gruppo di appartenenza a causa di una metamorfosi fisica che lo sta portando ad assumere sembianze aliene, si trova non solo privato della sua identità fisica, ma anche della sua identità culturale (fatta di relazioni e senso di appartenenza) di origine. Wikus è un ibrido, una somma di identità diverse che non gli consente di identificarsi pienamente in nessuna comunità e che crea all’interno di entrambi i gruppi (umani e alieni) diffidenza e sospetto verso di lui.

    Il discorso sull’ibridismo culturale può essere ripreso, in maniera quasi analoga, in tutti quei casi di persone immigrate di seconda generazione.

    Tra i film che mostrano questa dinamica di confusione riguardo la propria identità, Come see the Paradise (Alan Parker, 1990) porta a esempio la storia di tutte quelle persone di origine giapponese che vivevano negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Nel raccontare la storia di una famiglia di origini nipponiche che, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor, viene internata in un campo di prigionia insieme a migliaia di altri cittadini statunitensi di origini giapponesi, il film mostra una pagina di storia vera ma poco conosciuta e nonostante il focus prettamente romantico della storia, permette di conoscere il senso di profondo smarrimento di tutta una fascia di popolazione divisa tra due modelli culturali in un periodo storico in cui diventa per loro impossibile aggrapparsi all’identità americana e allo stesso tempo pericoloso riconoscersi in quella giapponese. Proprio come Wikus in District 9 viene buttato fuori dal suo gruppo di riferimento, anche qui i protagonisti della vicenda si ritrovano ad essere reietti nello stato in cui sono nati e cresciuti, privati della fiducia della nazione e additati come nemici interni, come traditori. La mancanza di una patria e di una nazionalità in cui riconoscersi si traduce nella perdita dei riferimenti identitari o, in altri casi, nella nascita di odi ed estremismi indotti dalle circostanze.

    I temi dell’incontro-scontro tra culture, delle dinamiche di gruppo e della relazione con l’Altro si prestano, come si è visto, a numerose trattazioni e interpretazioni da parte di diverse discipline e generi cinematografici. Dal dramma alla fantascienza, dallo storico all’animazione, non importa la prospettiva del racconto, in qualsiasi caso vedere e conoscere l’Altro è un modo per vedere meglio noi stessi, per riflettere sulle nostre storture e su quelle del nostro gruppo di riferimento principale.

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  • 3 FILM INGIUSTAMENTE SOTTOVALUTATI

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    Sottovalutare v. tr. [comp. di sotto- e valutare] – Considerare una persona o una cosa meno di quello che  effettivamente vale. 

    Nel discorso cinematografico contemporaneo le parole “sottovalutato” e “sopravvalutato”  vengono molto spesso utilizzate a sproposito per riflettere un’opinione soggettiva. L’errore in cui di norma si cade è quello di non specificare chi effettivamente sottostima o sovrastima il prodotto in questione: un film può, infatti, essere valutato in maniera fredda dalla critica specializzata, che magari si accanisce in maniera esagerata nei confronti di una pellicola; può venire ignorato dal pubblico che non riconosce un’opera di qualità che, dunque, floppa al botteghino; oppure può scivolare ai margini, se non sparire completamente, dal dibattito cinefilo sulle piattaforme web dedicate. 

    Laddove molte pellicole subiscono un trattamento simile a ragion veduta, ricevendo critiche negative su più fronti, è altrettanto vero però che esistono prodotti che vengono sottostimati da una o più parti in maniera ingiusta e che meriterebbero una rivalutazione, oppure una maggiore attenzione da parte dell’opinione cinefila.

    In questo articolo verranno presentati tre film di tre grandi registi che – secondo la soggettività di chi scrive – vengono, in qualche modo, sottostimati da critica, pubblico o dalla comunità web e che, appunto, meritano di essere riscoperti e rivalutati. 

    BLACKHAT (MICHAEL MANN, 2015)

    Michael Mann è, senza dubbio, uno dei cineasti più importanti degli ultimi 40 anni, avendo al proprio attivo una filmografia che comprende pellicole incredibili come Collateral, Insider e Strade Violente, oltre che un capolavoro indiscusso della storia del cinema come Heat – La Sfida

    Nonostante ciò Blackhat, ultimo lavoro del regista, datato 2015, è stato un flop su tutti i fronti: in primis ha fatto segnare una perdita economica disastrosa, con un passivo di circa 50 milioni di dollari a fronte di un budget di 70, denotando un generale disinteresse del pubblico nei confronti del film. Oltre a questo primo fattore, la critica specializzata ha riservato opinioni molto contrastanti all’uscita, per poi stabilizzarsi su valutazioni generalmente sotto la sufficienza (come testimonia il Metascore del film, fermo a 51 punti su 100), visione confermata anche dal web, dove il film è ormai uscito dal dibattito e viene considerato il meno riuscito di Mann (5,5/10 su IMDb; 2,9/5 su Letterboxd).

    Viene spontaneo chiedersi, dunque, se questa pellicola sia veramente così anonima e zoppicante e se il flop totale sia coerente con la qualità del prodotto. 

    La risposta, a parere di chi scrive, è no: Blackhat è un’opera che non è chiaramente esente da difetti – su tutti forse qualche lungaggine nella seconda metà – ma che mette in scena un’analisi socio-politica molto interessante di una contemporaneità iper-digitalizzata nella quale, ormai, le minacce sono spesso invisibili e si nascondono nel sottobosco informatico più oscuro e profondo. 

    Sarebbe sufficiente la bellissima scena iniziale in cui la macchina da presa “entra” all’interno di un circuito elettronico al ritmo di una squadra militare d’assalto per comprendere la riflessione di Mann intorno alla nuova guerriglia digitale del Terzo Millennio: in Blackhat i codici prendono il posto dei carri armati, i dati rimpiazzano i fucili (tranne per qualche rara scena) e i software diventano pericolosi come cacciabombardieri. 

    Oltre a questo elemento, già di per sé riuscitissimo, il regista allarga la questione a un contesto umano per parlare della sovrapposizione fra fisico e digitale, dell’incorporeità dell’essere umano nella società contemporanea. In questo senso è significativa la figura del cyber-terrorista a cui i protagonisti danno la caccia: egli, infatti, per quasi due ore di film appare soltanto sotto forma di messaggi digitali, di indirizzi IP, di conti bancari online, senza mai palesarsi fisicamente, restando una minaccia eterea, contemporaneamente onnipresente ed evanescente. Emblematica in questa lettura è la meravigliosa resa dei conti finale, la quale – in maniera ironica e geniale – avviene con un corpo a corpo serratissimo e “analogico”, in cui il dialogo tra i protagonisti risulta esemplificativo dell’intero ragionamento tematico del film. 

    Per concludere, oltre a questa complessità di fondo, la pellicola è notevole anche per la messa in scena tipicamente manniana, con scene d’azione strabilianti e contesti metropolitani fotografati e inquadrati come solo il regista di Chicago sa fare. 

    Un film, alla fine dei conti, ingiustamente sottovalutato, che merita di essere riscoperto e apprezzato per la sua bellezza visiva, oltre che per lo sguardo consapevole e maturo sulla contemporaneità, che lo rende – forse – il primo vero cyber-war movie.  

    MILLENNIUM – UOMINI CHE ODIANO LE DONNE (DAVID FINCHER, 2011)

    Se per film come Blackhat si parla di prodotti considerati mediocri, ma che in realtà hanno qualcosa di molto più interessante da dire di quanto appaia, esistono anche pellicole che ricevono il plauso della critica, ma che, nonostante ciò, vengono considerate dalla comunità cinefila come opere minori di grandi registi, come questo Millennium – Uomini che odiano le donne.

    Nonostante, infatti, una buona ricezione del pubblico – con incassi che hanno più che raddoppiato il budget di partenza – e un responso critico decisamente positivo, con una valutazione media che supera largamente la sufficienza abbondante (Metascore 71), dopo dieci anni dall’uscita nelle sale, questo film sembra non aver attecchito nel cuore degli appassionati, i quali molto spesso lo relegano tra le opere minori di Fincher. 

    Bisogna, ovviamente, riconoscere come il regista di Denver abbia firmato opere decisamente più cult e influenti, come Fight Club o Seven, ma al netto di ciò, è corretto considerare questa pellicola del 2011 come un prodotto dimenticabile della sua carriera? 

    Un’altra volta, la risposta è no: Uomini che odiano le donne è un’opera che vive dello stile cinematografico di Fincher in ogni inquadratura e che è perfettamente in linea con i prodotti più conosciuti della filmografia del regista. 

    Innanzitutto, il film è un tetrissimo thriller con ampie influenze noir, che sorprende grazie a una sceneggiatura di ferro, avvincente e intricata, oltre che a un ritmo narrativo perfettamente calibrato. Tutta la parte centrale dedicata all’investigazione è magistrale ed è gestita da Fincher con una sapienza incredibile: i tempi sono sempre quelli giusti, il lento svelarsi del mistero è molto affascinante e tiene lo spettatore incollato allo schermo nonostante il corposo minutaggio, fino ad arrivare all’efficacissimo e inaspettato colpo di scena finale, messo in scena dal regista in maniera notevolissima. 

    Oltre a ciò, lo stile visivo di Fincher trova in questo film una delle sue massime espressioni: la regia è glaciale e chirurgica; il montaggio (giustamente premiato agli Oscar del 2012) è semplicemente perfetto in ogni momento e riesce – da solo – a creare picchi di tensione altissimi; la fotografia (anch’essa candidata agli Oscar) gioca principalmente con i gialli, creando ambienti sporchi, quasi pastosi, che trasmettono il peso delle situazioni raccontate, oltre che con i toni freddi del grigio e dell’azzurro per le scene in esterna, come a sottolineare la freddezza morale del luogo in cui si svolge l’azione; per non parlare poi della colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, vero e proprio gioiellino dei due fidati collaboratori di Fincher. 

    Nonostante, quindi, questo film si renda notevole sia per l’efficace narrazione di un racconto violentissimo e crudissimo, fatto di ossessioni e di abusi, sia per un comparto tecnico decisamente al pari delle opere più famose del regista, ciò che veramente ruba la scena sono le interpretazioni degli attori, tra le quali un Daniel Craig che dimostra di essere un grande interprete e di poter dare moltissimo anche svestendo i panni di 007;  uno Stellan Skarsgard in parte – perfettamente a suo agio in un ruolo ambiguo e malevolo – e una Rooney Mara strepitosa, nella prova più importante della sua carriera, che veste i panni della vera protagonista della storia, ovvero Lisbeth Salander, un personaggio decisamente complesso ed estremo, reso con una maturità attoriale totale. 

    Una pellicola che ha, dunque, numerosissimi elementi interessanti e che, ancora una volta, meriterebbe più rilievo di quello che ha al momento, un’opera che dovrebbe essere riconosciuta, se non come una delle più importanti a livello di impatto culturale e cinematografico,  come una delle migliori pellicole del regista sul piano puramente filmico. 

    FUGA DA LOS ANGELES (JOHN CARPENTER, 1996)

    Per chiudere questo articolo, un film universalmente sottovalutato, non compreso da pubblico, critica e appassionati, ovvero Fuga da Los Angeles del grandissimo John Carpenter

    Pellicola che è, di fatto, un remake spacciato come sequel del capolavoro del regista, Fuga da New York (1981), e che ne riprende dinamiche narrative, critiche sociali e linguaggio visivo, allargando però in maniera geniale lo sguardo carpenteriano sulla realtà dell’epoca. 

    Proprio per questo motivo, forse, all’uscita il film non fu capito, portando a un flop clamoroso con incassi che non coprirono nemmeno la metà del budget, venendo stroncato dalla critica e condannando Carpenter al definitivo ostracismo di Hollywood e degli addetti ai lavori. 

    Nonostante negli ultimi anni la filmografia del regista sia stata fortemente rivalutata e riconosciuta come una delle più importanti della storia del cinema, questo Fuga da Los Angeles continua a essere considerato una pellicola di serie B, un prodotto quasi trash e poco ispirato, che copia il fratello maggiore newyorkese in una malriuscita operazione commerciale. 

    Se però, perfino lo stesso Carpenter dichiara di preferire questo film rispetto al predecessore, vedendolo come un progetto più ricco e maturo, perché Fuga da Los Angeles viene così largamente sottovalutato ancora oggi? 

    A prima vista quest’opera può effettivamente sembrare banale e addirittura pigramente messa in scena in termini visivi, ma se si guarda con più attenzione e si considerano le intenzioni carpenteriane dietro al progetto, ci si accorge facilmente della critica geniale che il regista muove verso il sistema hollywoodiano degli anni ’90: in primis la scelta di Los Angeles come prigione a cielo aperto è estremamente significativa, laddove in Fuga da New York, infatti, la città criminale era metafora della critica allo stile di vita Yuppie degli anni Ottanta, qui Carpenter applica lo stesso paradigma per spostare la sua satira pungente sul mondo del cinema e sullo star-system.

    Ecco allora che Snake Plissken, già protagonista iconico del film precedente, si trova ad incontrare personaggi sfigurati dipendenti dalla chirurgia estetica, imprenditori improvvisati e truffatori, ragazzine appena adolescenti iper-sessualizzate, senza dimenticare ovviamente la sede della Universal sommersa e la famosissima scritta HOLLYWOOD in fiamme. Un contesto estremamente grottesco, dunque, che ha fatto storcere il naso a molti, ma che è di fatto una rappresentazione lucida e palese del pensiero di un Carpenter ormai ai margini dell’industria dopo una serie di flop, dovuti in parte anche all’avvento del cinema muscolare americano a partire dagli anni ’80. Filone contro il quale il regista si scaglia con forza, realizzando scene d’azione con effetti digitali volutamente malfatti, come la famosissima e geniale scena del surf o l’arrivo in sottomarino di Plissken a L.A., in cui Kurt Russel pilota il mezzo tramite un joystick palesemente giocattolo, con l’obiettivo di ridicolizzare e prendere di mira l’uso ormai intensivo della nascente C.G.I.

    A questo interessante discorso quasi metacinematografico, Carpenter accompagna un sottotesto politico e sociale fortemente critico verso l’America del tempo – elemento caratteristico di tutta la sua produzione – dipinta come uno stato fascista e reazionario, xenofobo e bigotto, fino a un epilogo di un pessimismo disarmante, pieno di nichilismo e sfiducia verso il sistema statunitense. 

    Un film, quindi, carpenteriano fino al midollo, che fa dell’ironia, del grottesco e della satira i suoi punti di forza maggiori, un’opera coraggiosa, probabilmente troppo avanti rispetto ai tempi in cui uscì e che, ancora oggi, ha qualcosa da dare agli spettatori più attenti e che amano il grande cinema del Maestro.

    Proprio come quell’altro capolavoro incompreso di Grosso Guaio a Chinatown, ma questa è un’altra storia….

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