Category: Approfondimenti

  • MAESTRANZE – REGISTA

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    EXCURSUS STORICO

    Dopo aver esplorato professioni del cinema meno note ai più, è doveroso parlare della professione più ambita, più nota e più discussa del panorama cinematografico: quella del registaIn molti, tra critici e teorici del cinema, hanno dato delle definizioni di ciò che per loro è la regia, così come hanno fatto, in molte interviste, alcuni maestri della settima arte.

    Di certo la regia potrebbe indicare un insieme di elementi solo da un punto di vista tecnico ma, andando oltre a questo aspetto, essa è differente per ogni regista, docente e giornalista se si guarda all’aspetto creativo e artisticoKen Loach diceva: “Il dovere di un regista è dare importanza all’anima dello spettatore.” La regia potrebbe dunque essere interpretata come il cuore pulsante del film, il filo conduttore e la chiave di lettura degli eventi rappresentati. Dietro la regia vi sono numerosi addetti ai lavori di cui spesso non si parla, perché tutta la fase di lavorazione del film non viene impressionata su pellicola e proiettata in sala: da qui l’idea di iniziare questa rubrica da quelle professioni considerate alle volte di serie B o minori dal pubblico generalista fino ad arrivare, nella fase conclusiva, alla professione a cui si associa (erroneamente) ogni responsabilità riguardo la riuscita o meno del film, nonché la paternità dell’opera.

    In merito alla paternità dell’opera durante lo scorso secolo sono stati numerosi i dibattiti: inizialmente, infatti, i film venivano associati esclusivamente alla loro casa di produzione (“Il nuovo noir della Warner Bros”, “I western della Paramount” ecc.) e non direttamente al regista. 

    Tra i primi a rivendicare la paternità delle proprie pellicole fu, negli anni ’30, Frank Capra; fino a quel momento questo onore era toccato solo a padri del cinema come David.W.Griffith e Cecile B. DeMilleNel caso di Capra, non si trattava di un’affermazione di “autorialità”, quanto della rivendicazione di un’autonomia di gestione, di un completo controllo del processo di produzione (dal soggetto al montaggio) e del ruolo di responsabile definitivo, se non unico, del film, considerando la centralità del regista nell’epoca della golden age hollywoodiana.

    Tradizionalmente il cinema americano veniva associato ad una regia invisibile, funzionale e subordinata alla narrazione, a differenza del cinema europeo ed orientale, che invece era svincolato dalle direttive di produzione e dunque più riflessivo, profondo e personale: da qui inizia ad esserci una distinzione tra cinema d’autore e cinema narrativo/commerciale.

    Con il passare del tempo è indubbio che vi siano state influenze e contaminazioni reciproche: si pensi ai film di Tarantino, che celebrano tanto il classicismo puro di John Ford, quanto gli spaghetti western di Sergio Leone, per non parlare degli omaggi alla cultura orientale e al cinema di Akira Kurosawa.
    Rivoluzionario e determinante per il futuro del cinema statunitense fu Citizen Kane (Quarto Potere) in cui Orson Welles si dimostrò innovativo, trasgressivo e incurante dei canoni standardizzati delle produzioni hollywoodiane. Questo film influenzò radicalmente qualsiasi cineasta americano nonché la concezione stessa del regista, non più ridotto a mero gestore del film ma autore dello stesso. La storia della regia è veramente lunga, articolata e complessa, e in effetti necessiterebbe di una rubrica a parte.

    Ma andando al sodo dunque: di cosa si occupa il regista?

    COMPETENZE

    Le competenza del “regista tipo” sono molteplici: esse riguardano non solo la fase di riprese come molti di voi sapranno, ma anche la fase di pre-produzione e post-produzione, quest’ultima in parte o relativamente.

    Nella fase di pre-produzione il regista ha il compito e il dovere di leggere la sceneggiatura (se non scritta direttamente da lui) e analizzarla, farne una sua interpretazione cercando di capire come cogliere l’anima del testo, qual è il modo migliore di valorizzarlo e che tipo di regia è necessaria, pensando quindi al miglior utilizzo di inquadrature, piani e campi di ogni tipo da realizzare in fase di produzione.
    Ma non finisce qui: spesso i registi collaborano con i casting director nella scelta degli attori/attrici principali o secondari. I ruoli da protagonisti, infatti, sono spesso voluti o suggeriti alla produzione direttamente dai registi, per motivi legati a prestanza fisica, doti recitative reputate più idonee per un determinato ruolo o sodalizi vincenti.

    La scelta del cast tecnico è invece lasciata perlopiù alla produzione, anche se non mancano casi in cui la volontà del regista è predominante, soprattutto nel caso di registi particolarmente affermati o per quanto riguarda collaborazioni “fisse” del regista con alcuni professionisti: pensate alla collaborazione fra Christopher Nolan e Hans Zimmer ad esempio.

    La fase di riprese è la più stressante ma allo stesso tempo la più bella e intensa per alcuni registi. Qui i loro compiti si moltiplicano così come le loro responsabilità:

    – Prima di tutto viene stabilita una cosiddetta Shot list, ovvero un elenco di tutto l’occorrente necessario per una determinata scena o inquadratura del film che consenta alla troupe di orientarsi e prepararsi prima dell’effettivo “ciak”.

    – Segue la definizione della sequenza di realizzazione delle scene, fase cruciale in cui si stabilisce l’ordine in cui avverranno le riprese, ordine che spesso non corrisponde all’andamento degli eventi della sceneggiatura.

    – La verifica delle tecniche recitative, ovvero che gli attori riescano a trasmettere quanto voluto, dando loro indicazioni e suggerimenti su come rendere al meglio il personaggio interpretato. La direzione degli attori non è qualcosa in cui tutti i registi sono particolarmente bravi: sono infatti necessarie empatia e una certa comprensione, senza dimenticare i complessi di inferiorità o blocchi che possono capitare. Kubrick, ad esempio, era un ottimo regista e direttore della fotografia, ma era in grado di esasperare non poco gli attori per ottenere la perfezione, arrivando perfino a un centinaio di ciak per una singola scena, cosa che risultava psicologicamente estenuante per gli attori coinvolti.

    – Collaborare con il direttore della fotografia per la direzione dei tecnici, gli spostamenti della macchina da presa e del set luci. Anche questo aspetto risulta determinante per la riuscita del film: ottenendo un connubio tra regia e fotografia una buona parte del lavoro è fatta, manca solo un buon “taglia e cuci” da parte dei montatori.

    – Verificare la qualità tecnica e artistica del girato giornaliero in modo da attivare le azioni correttive, tra cui la ripetizione delle riprese relative alle inquadrature problematiche. In questa fase è fondamentale il ruolo della segretaria di edizione, a cui abbiamo dedicato il primo capitolo di questa rubrica.

    – Concordare con l’autore/sceneggiatore eventuali modifiche alla sceneggiatura che potrebbero facilitare o migliorare l’esito finale. Questo aspetto apre ulteriori parentesi in cui non ci addentreremo ma, come potrete immaginare, è molto più complicato quando un regista e uno sceneggiatore collaborano per la prima volta, rischiando di creare gerarchie futili a seconda del carattere e della personalità degli interessati. Sicuramente è importante comunicare sin da subito e far sì che ognuno faccia il proprio lavoro, consigliando o suggerendo cambiamenti all’altro senza cercare di influenzarlo eccessivamente mancandogli di rispetto. 

    Non mancano casi di autori a tutto tondo che si occupano tanto della stesura del soggetto e dello sviluppo della sceneggiatura, quanto della regia, fino ad arrivare, in alcuni casi, addirittura a svolgere il compito di produttori e direttori della fotografia: Kubrick amava tanto curare il design dei suoi film, la fotografia, gli effetti speciali, mentre Woody Allen, ad esempio, è anche il principale protagonista e attore feticcio di molti suoi film, così come lo stesso Kennet Branagh.

    Passata questa fase centrale di ripresa, si arriva verso la conclusione, dunque alla post-produzione del film. Quelle del montatore e del regista sono due figure professionali diverse e spesso anche in conflitto tra loro, in quanto non è detto che l’idea di montaggio iniziale, venga mantenuta in fase di post-produzione, sia per logiche produttive, sia per la filosofia e visione d’insieme dei “sarti della settima arte”. Quindi ciò che un regista può fare in questa fase è supervisionare:

    – Curare il rapporto tra visivo e sonoro, assicurandosi che il tutto corrisponda in fase di finalizzazione dell’opera.

    – Far eseguire controlli sull’esattezza dei titoli, eventuali sottotitoli e didascalie.

    – Seguire la stampa della copie di pellicola fino alla copia “madre” ovvero quella definitiva.

    Anche in questo caso il conflitto tra montatori e registi non deve compromettere il risultato; moltissimi autori e maestri del cinema hanno concepito delle loro versioni di montaggio che spesso sono rese disponibili al cinema o in blu-ray dopo anni dall’uscita del film: si tratta delle cosiddette director’s cut, le versioni di montaggio concepite dalla mente del regista, secondo la sua personale visione. Celebri le director’s cut di Francis Ford Coppola e Oliver Stone, che presentano ore di girato in più e conferiscono un tocco di autorialità in più all’opera.


    CONCLUSIONE

    Tirando le somme di questo articolo, la professione del regista è certamente tra quelle più ambite nel campo del cinema ma non necessariamente la più importante: tutte le professioni, infatti, ricoprono una grande importanza nel settore, proprio come un pezzo di un puzzle senza cui il lavoro rimarrebbe incompiuto e imperfetto.

    Non mancano di certo le scuole di regia e accademie di cinema in Italia e nel mondo, ma esistono diverse scuole di pensiero in merito: chi dice che siano fondamentali per poter diventare un regista affermato, quantomeno per iniziare a comprendere la logica dell’industria audiovisiva, e chi afferma siano sopravvalutate, perché ciò che conta è la visione dell’artista, il contenuto, l’amore per il cinema, più di ogni altra cosa.
    “In medio stat virtus” ovvero la virtù sta in mezzo. La passione e il talento non si comprano di certo, sono doni innati della natura e della vita, ma una formazione culturale e professionale è altrettanto necessaria per comprendere al meglio questo mondo, fatto di artigiani, uomini e donne pronti a sacrificare tutto pur di vedere realizzato il proprio sogno.

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  • ZOOLANDER – UNA BREVE RIFLESSIONE SULLA COMICITÀ DEMENZIALE

    Sono innumerevoli i pregiudizi di cui è vittima la cosiddetta comicità demenziale, considerata come un espediente semplicistico, indice di pigrizia e di scarsa arguzia, per molti sinonimo di incapacità se non di vera e propria stupidità da parte di chi crea demenzialità. Bisogna ammettere che esistono molte prove a favore di questi pregiudizi, basterebbe dare un rapido sguardo alla categoria “Peggior Film” dei Razzie Awards, il premio per il peggio del peggio delle uscite cinematografiche che, da ormai 40 anni, rinfresca le vigilie degli Oscar. Scorrendo la “hall of shame” del sopracitato “premio” vedremo un tripudio di film(acci) creati da comici statunitensi che, nonostante un innegabile talento comico (vedi Adam Sandler o Tyler Perry), attirati da ingaggi da milioni di dollari si limitano a impersonificare personaggi finti obesi, macchiettistici, demenziali appunto, il tutto condito da gestacci, flatulenze e roba posticcia.

    Tuttavia la gestione consapevole dello slapstick, della trivialità, di associazioni apparentemente insensate e dell’inconcludenza della trama, possono essere gli ingredienti di un piatto delizioso, come quelli cucinati dal trio Z-A-Z ovvero Jim Abrahms e i fratelli Jerry e David Zucker, trio di cineasti che ci ha regalato film come L’Aereo Più Pazzo del Mondo (Airplane!, 1980) e Una Pallottola Spuntata (The Naked Gun: From the Files of Police Squad!, 1984, tratto dalla serie tv Police Squad)  entrambi con protagonista uno dei migliori attori comici americani di tutti i tempi, Leslie Nielsen. Restare indifferenti davanti alle disavventure del tenente Frank Drebin è semplicemente impossibile. Partendo, nel caso di Airplane, dal genere disaster movie e, nel caso di Naked Gun, dal poliziesco, gli Z-A-Z provocano risate incontenibili, generando però un filone di film la cui qualità sarà in parabola discendente, come la serie di Scary Movie. Film gestiti da scrittori inesperti, incapaci di maneggiare il mezzo cinematografico, attori completamente fuori da ogni canone, “parodizzando” (Mel Brooks ci perdoni) opere che non si conoscono nemmeno. Non a caso però, quando intervengono geni come David Zucker e Leslie Nielsen (vedi Scary Movie 3), vengono fuori momenti comici memorabili. 

    In questo sottobosco di cinema comico all'americana troviamo un film che ha certamente fatto parlare di sé negli anni, ovvero Zoolander, uscito nel 2001 per la regia di Ben Stiller, si tratta di una commedia demenziale fuori dalle briglie pronta a deridere il mondo della moda. Costituisce una satira irriverente? No. Fa ridere? Sì, e non poco.
    Il perfido stilista Jacobim Mugatu (Will Ferrell) vuole uccidere il Primo Ministro della Malesia per impedirgli di emanare leggi contro lo sfruttamento dei lavoratori nell’industria tessile. Per portare a termine questo piano deve manipolare una persona dalla mente sufficientemente semplice, e chi meglio di un modello? Derek Zoolander (Ben Stiller) super modello in fase calante, geloso dell’astro nascente Hansel (Owen Wilson) è la persona adatta.
    Ora non serve specificare quanto la storia sia sopra le righe, così come il cast estremamente popolare. I tre protagonisti sono in assoluta sintonia, grazie probabilmente anche alle numerose collaborazioni come membri del Frat Pack (gruppo di cui fanno parte anche Jack Black, Vince Vaughn, Luke Wilson e Steve Carrell). I numerosi cameo di famose star, i riferimenti al reale mondo della moda e numerosi passaggi televisivi hanno consolidato la fama del film facendolo diventare un cult del genere.

    Tuttavia non bisogna esaltarne troppo le qualità: Zoolander non è una commedia brillante, ed è, anzi, in parte noioso. La regia è claudicante (anche se Stiller da questo punto di vista farà molti progressi in Tropic Thunder) e trama e recitazione possono non convincere in quanto non presentano picchi di oggettiva qualità. Alcuni aspetti veramente divertenti non vengono valorizzati al massimo, vedi la presenza di David Bowie nella scena madre della “sfilata a due”, troppo limitata. Qualsiasi tentativo di realizzare una satirasullo sfruttamento dei lavoratori e sull’industria della moda rasenta il ridicolo. Dunque, pur non valendo nemmeno una ruota dell’Aereo più Pazzo, cos’è che rende questa pellicola migliore di un Epic Movieo di Un weekend da Bamboccioni?Può sembrare banale, ma semplicemente fa ridere. Nei momenti in cui non è soffocata dalle ruffianate per il pubblico basso americano Zoolander riesce davvero ad essere un ottimo generatore di risate spontanee e non forzate, entrando nell’immaginario collettivo e riuscendo ad essere anche un qualcosa di più di un semplice guilty pleasure. E il pubblico col tempo ha imparato ad amare Derek e Hansel, o almenofinché sequel non ci separi.

    Nicolò Cretaro
  • BIG FISH – EDWARD BLOOM E LA GRANDEZZA DEL RACCONTO FANTASTICO

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    Ci sono personaggi intimamente legati ai volti degli attori che li interpretano, al punto da risultare snaturati se immaginati con un aspetto diverso. Così, per quanto Jack Nicholson (prima scelta di Tim Burton al tempo del casting) avrebbe potuto rispecchiare perfettamente l’intraprendenza, la forza e la spigliatezza di Edward Bloom non siamo certi che il risultato finale sarebbe stato così iconico come quello ottenuto con Ewan McGregor, di cui si celebrano oggi i 51 anni. 

    La storia di Big Fish (2003) si dispiega nel racconto della vita di un uomo, Edward Bloom, dotato di un’immaginazione fervida e viva che spesso porta suo figlio William a dubitare della veridicità dei suoi racconti. Una mancanza di fiducia che causa una crepa sempre più profonda nel loro rapporto: sarà necessario ripercorrere proprio le storie di questa vita fantastica per poterlo ricucire prima che William possa dire addio a suo padre in punto di morte. 

    In particolare, il racconto che spinge il piccolo Bloom fin da ragazzo ad allontanarsi dal padre è il racconto di come, nel giorno della sua nascita, Edward fosse riuscito a catturare un grande pesce che nessuno era mai riuscito a pescare. Questa storia, insieme a molte altre, lo aveva portato a non distinguere più il vero Edward Bloom dal personaggio creato per impressionare chi ascoltava le sue storie, ritenendo, ormai in modo automatico, che qualsiasi accenno a un decorso di vita non banale non fosse altro che una fantasiosa costruzione immaginifica

    Ma un’impostazione mentale del genere è proprio ciò che Big Fish cerca di sradicare, andando contro tutti i canoni logici sia del racconto che della vita, ed esaltando la figura di un uomo la cui grandezza interiore lo rende paragonabile a quello stesso enorme e sfuggente pesce.

    LA METAFORA DEL PESCE GRANDE

    Costante del film, il parallelismo tra il protagonista e il pesce si sdoppia nel rappresentare sia lo stesso Edward Bloom sia ciò che Bloom riesce a ottenere dalla propria vita. La prima spiegazione di questa allegoria avviene quando il protagonista racconta di un articolo sui pesci rossi che aveva letto da ragazzo, in cui si illustrava come, stando in uno spazio più ampio di una piccola boccia di vetro, anche l’animale tende ad ingrandirsi. Questo bisogno di “abbandonare la propria boccia” corrisponde in Bloom all’irrefrenabile volontà di lasciare la sua città natale per avventurarsi nell’oceano del mondo esterno e vivere esperienze al pari della sua grandezza d’animo.

    Ciò che egli stesso, inoltre, paragona al pesce è sua moglie, unico vero grande amore della sua vita che Bloom riesce a conquistare dopo innumerevoli sforzi assimilabili tanto a una crescita personale quanto alla pesca della “bestia.”

    Ed è certamente carico di significato uno degli ultimi momenti del film, in cui accanto al letto d’ospedale di suo padre, William compie un primo grande passo nell’accettare quella particolare concezione del mondo che aveva sempre rifiutato. Mentre Edward vive i suoi ultimi istanti di vita, suo figlio si sforza in tutti modi di ritardare il tragico momento, aggrappandosi a quello che suo padre amava di più. Così, ansimando e quasi con le lacrime agli occhi, William gli narra una storia, la storia di come sarebbero scappati entrambi dalla struttura, di come avrebbero incontrato nuovamente tutti i suoi amici e di come, quando sarebbe arrivato il momento, lui lo avrebbe restituito al fiume, dove avrebbe potuto finalmente nuotare libero, proprio come un grande pesce.

    Forte, indipendente ed energico, Bloom deve seguire la sua natura fino alla fine, contrastando qualsiasi convenzione che lo vorrebbe fermo in un unico luogo, impegnato a trascorrere una monotona vita in una boccia di vetro. E nel momento in cui il suo corpo è costretto a cedere alla malattia, l’unico modo possibile per lui di andarsene è abbracciare in senso più ampio quell’idea di libertà che lo aveva sempre accompagnato.

    EDWARD BLOOM: UN ARCHETIPO RESO PERSONAGGIO

    Il protagonista di Big Fish è tra i migliori personaggi creati nel cinema del XXI secolo. Difficile, per le ragazze che hanno a che fare con lui, non innamorarsene e ancor di più per gli spettatori non affezionarsi. Nei suoi racconti di gioventù Edward Bloom è un ragazzo brillante, sveglio, mentalmente e fisicamente più grande della sua età; forte, determinato e coraggioso, ma soprattutto dotato di una grande bontà d’animo, nonché di gentilezza e una spiccata propensione alla socialità. Queste qualità vengono messe in dubbio dal figlio, in quanto la descrizione che Edward fa di se stesso sembra non coincidere con la persona che effettivamente è nella quotidianità familiare. Proprio per dare una risposta ai suoi dubbi William inizia a investigare sulla vita di suo padre, cercando testimonianze delle sue avventure fantastiche. Si rivolge così a Jenny, la ragazza che Edward diceva di aver conosciuto in passato. La possibilità che il protagonista possa aver tradito sua moglie e aver avuto anche una seconda vita con questa donna si fa viva più volte nella mente del figlio e degli spettatori, ma viene immancabilmente smentita: il giovane Bloom, spinto dal bisogno di smontare quella figura fin troppo perfetta per essere vera, resta sorpreso nello scoprire che, in realtà, quel tradimento non era mai stato commesso.

    Tuttavia, per quanto si possa ammirare la personalità del protagonista e la sua fantastica e fantasiosa storia di vita, quest’ultima appare decisamente irrealistica, rendendo più che comprensibile il punto di vista di William. Ma, la grandezza della storia narrata porta lo spettatore ad accettare che Edward sia fatto effettivamente in questo modo, che all’interno di questo contesto una visione del mondo meravigliosa, leggendaria, quasi fiabesca possa trionfare su una realtà cinica e spenta. Come lo spettatore, anche William si ricrederà, facendo rinascere il bambino che è in lui. 

    Il giovane Edward Bloom è un archetipo reso personaggio che riesce a risultare ampiamente caratterizzato pur rappresentando un ideale di perfezione, mancando della freddezza ieratica o sublime che questo ideale richiederebbe. 

    Big Fish è un invito alla sensibilità, una spinta a non perdere quella scintilla interiore che permette di credere ancora a storie fantastiche. Nel modo più esplicito e colorato possibile viene spiegato il principio della narrazione: il patto di realtà. Lo spettatore deve accettare l’universo diegetico proposto dal narratore e cercare la coerenza all’interno di quel contesto ben definito. L’importanza di questo legame tra creatore e fruitore è sottolineata dal finale, che oltre ad essere estremamente commovente rappresenta un sottile stratagemma retorico autoriflessivo. Per tutta la durata del film ci muoviamo su due piani, quello del racconto di gioventù (proposto come vero da Edward e come falso da suo figlio) e quello della realtà (la vicenda di William e la malattia del padre), due piani che restano ben separati fino a quando William rimane convinto delle sue idee. Ma nel momento in cui accetta finalmente ciò che suo padre gli suggeriva come vero, i due piani si sovrappongono, i personaggi della “vita fantastica” finalmente appaiono, e quella narrazione che William aveva sempre rifiutato si fa ora estremamente vera e tangibile. Riesce a vederli, a credere che esistano e a lasciarsi coinvolgere. Accetta gli eventi più romanzeschi proprio come uno spettatore che sceglie di mettere da parte dubbi e critiche, abbracciando la straordinarietà di una storia in cui riesce finalmente a immedesimarsi.  

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  • IL LUOGO COME PERSONAGGIO – 5 FILM DA CLAUSTROFOBIA

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    Dall’horror al cinema action, dallo space movie al più atipico western tarantiniano, dalle prigioni della mente di una terrificante isola-manicomio a un gelido hotel in cui impazzire insieme a tutta la famiglia. Da sempre il cinema vive dei luoghi che crea e che popola, e non sono pochi i casi di film in cui lo scenario in cui si svolge la vicenda sia non solo centrale ma anche determinante per molti aspetti dello sviluppo di trama e personaggi (basti pensare, oltre a quelli già richiamati, al recente The Father). 

    Luoghi chiusi e senza via d’uscita, a tratti da incubo e claustrofobici, spesso atti a rappresentare i luoghi della mente e le sue prigioni, o ancora a raccontare di veri incubi con cui non vorremmo mai doverci confrontare. 

    L’abilità di coloro che scrivono o dirigono questo tipo di film risiede, il più delle volte, nella capacità di saper caratterizzare un luogo, fino ad elevarlo al rango di vero protagonista della vicenda. Di seguito vi proponiamo una lista di cinque film – decisamente molto diversi tra loro per genere e “impegno” – che per un motivo o per l’altro ruotano attorno a precisi luoghi, spesso opprimenti e claustrofobici.

    PANIC ROOM

    Quinto lungometraggio di David Fincher, arriva nelle sale nel 2002, a tre anni di distanza da Fight Club. Il film ha come protagoniste Jodie Foster e Kristen Stewart nei panni di Meg e Sarah, una madre fresca di divorzio e della figlia adolescente. Le due, proprio a seguito della separazione di Meg dal marito, si trasferiscono in una lussuosa abitazione a due passi da Central Park. La casa è immensa e dislocata su più piani e, al suo interno,nasconde una stanza segreta, la panic room del titolo, blindata e totalmente impenetrabile una volta che ci si è chiusi all’interno. La stanza diventa il vero centro nevralgico di tutta la vicenda quando, durante la prima notte nel nuovo appartamento, madre e figlia sono costrette a nascondersi al suo interno dopo che tre rapinatori fanno irruzione in casa. Peccato che ciò che i tre stanno cercando si trovi proprio all’interno della panic room. Thriller da camera che riflette il terrore provato nei confronti dell’esterno che si respirava in quel periodo negli Stati Uniti, Panic Room non è certo il più citato tra i film di Fincher, e in effetti riesce meno di altri a tenere lo spettatore costantemente con il fiato sospeso. Ogni cosa è fin da subito (troppo) chiara: le identità dei ladri, l’obiettivo della rapina e il posto in cui è nascosto. L’elemento d’interesse più rilevante è proprio l’ambientazione: la casa ed in particolare la stanza segreta sono descritte e costruite quasi al pari di due personaggi: salvezza o trappola, alleate o nemiche.

    CUBE

    Opera prima del regista canadese Vincenzo Natali, Cube è un film fantascientifico del 1997, una pellicola che intrattiene senza troppe pretese ma che presenta comunque alcuni punti d’interesse. Diversamente da Panic Room, qui spettatori e protagonisti non sanno assolutamente nulla di quello con cui hanno a che fare. La trama non è molto complessa: un gruppo di sconosciuti si sveglia all’interno di un’immensa struttura cubica e labirintica, non avendo alcuna memoria di come siano finiti lì dentro. La struttura, il cubo, è un labirinto apparentemente senza via d’uscita, un susseguirsi di stanze cubiche collegate tra loro attraverso botole e disseminate di trappole letali. Una trama semplice che parte da un marchingegno diabolico progettato su basi matematiche e che tramite un climax di ansia e claustrofobia getta gli spunti per una riflessione forzatamente nichilista sulla natura umana e sulla scia del classico homo homini lupus.

    Sebbene recitazione e dialoghi lasciano a tratti a desiderare (il film è sicuramente figlio di un certo cinema d’intrattenimento anni ‘90), è interessante vedere come il film lavori e sviluppi trama e riflessioni a partire da un’ambientazione tutto sommato semplice ma che non si svela mai totalmente nella sua totalità nè nelle sue ragioni d’essere.

    ROOM

    Dalla fantascienza al dramma, Room è tratto dal best seller mondiale di Emma Donoghue, a sua volta ispirato a un celebre caso di cronaca nera.

    In questo caso, la stanza del titolo non solo è il pretesto della narrazione ma, per il piccolo Jack (Jacob Tremblay), è tutto il mondo. La madre Joy (Brie Larson), infatti, da sette anni vive rinchiusa in un’angusta stanza, un vecchio capanno in cui è stata portata a seguito del suo rapimento. La donna, dopo aver subito abusi da parte del rapitore, è rimasta incinta, e così Jack, figlio di uno stupro, è nato proprio in quella stanza, che è il suo mondo e, al contempo, la sua prigione.

    Un film di ristretti spazi interni e interiori, fisici e mentali, che a un certo punto si scontrano con ciò che non si conosce, che questa volta è rappresentato dall’esterno, la libertà che Jack non sapeva di non conoscere. Room crea intelligentemente un gioco di parallelismi e dolorosi scontri tra la sicurezza intima dei luoghi che conosciamo e dei rapporti (unici) a cui ci aggrappiamo e un senso di soffocamento incessante e violento, che lascia lo spettatore spaesato e annaspante. A completare questo riuscito dramma “casalingo” anche due interpretazioni, finalmente, davvero convincenti.

    IL BUCO

    Aggiunto al catalogo Netflix nel 2019, Il buco è un film horror spagnolo che ha fatto parecchio parlare di sé. Diretto dall’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia Munitxa, la pellicola è una critica socio-politica dalle inquietanti fattezze. Anche qui l’azione si svolge interamente all’interno di un unico, scarno e opprimente set, una sorta di prigione verticale organizzata su più livelli. Al centro della struttura c’è il buco, attraverso il quale ogni giorno passa una piattaforma piena di vivande che scende fino al piano più basso svuotandosi via via fino a contenere solo avanzi. Periodicamente i detenuti vengono spostati di livello, così che coloro che stavano in cima, sazi e ben nutriti, da un giorno all’altro possono ritrovarsi nei livelli più bassi della prigione a patire la fame. Così come in Cube, l’ambientazione funge da spunto per impostare una metafora sulla stratificazione sociale, sulla disuguaglianza e sulla devianza, ma questa volta la costruzione e decodifica dell’intero sistema non si basano su precise risposte matematiche, quanto più sulla reale cooperazione ed empatia tra tutti i prigionieri delle decine e decine di livelli.

    UNA NOTTE DI 12 ANNI

    A conclusione di questa lista di film claustrofobici, una pellicola originaria dell’Uruguay presentata alla Mostra del cinema di Venezia nel 2018. Il film è diretto da Álvaro Brechner e racconta la storia vera di tre prigionieri politici nell’Uruguay del 1973. In un paese controllato da una violenta dittatura militare, gli oppositori (il movimento di guerriglia dei Tupamaros) vengono torturati e imprigionati e alcuni di essi, una notte, vengono prelevati dalle loro celle per un’operazione militare segreta che durerà, sulla loro pelle, dodici anni. Dodici anni di buio, silenzio e solitudine durante i quali l’unico obiettivo è condurre i prigionieri alla follia, distruggendo la loro resistenza psicologica.

    Una notte di 12 anni è un’opera di cinema civile che porta all’esterno e alla luce i traumi personali e nazionali. Il film, diversamente dai precedenti, non si svolge all’interno di un unico luogo, ma vive dell’alternanza di carceri e caserme diverse, luoghi isolati e fatiscenti in cui perdere il senno e l’umanità. Il senso di oppressione è continuo, tanto che, persino nelle scene in esterna, il buio e il senso di totale vuoto delle celle ci seguono con prepotenza e, se in questo caso la prigione non diventa mai un vero personaggio, sicuramente essa si fonde con i prigionieri dando vita a luoghi – fisici e mentali – davvero infernali.

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  • VISO D’ANGELO – UNA FICTION DIVERSA

    Con l’avvento di Netflix e affini, i prodotti seriali hanno subito diversi cambiamenti. Innanzitutto, sono diventati più brevi (basti pensare ad una stagione di una serie come Lost con più di 20 episodi a stagione della durata di circa 50 minuti l’una) e hanno, inoltre, assunto una nuova forma di pubblicazione, caratterizzata prima dall’uscita “in toto” della stagione e successivamente dalla pubblicazione di blocchi di puntate (come sarà, per esempio, per la quarta stagione di Stranger Things con una prima parte in uscita a Maggio ed una seconda in uscita a Luglio). Ultimamente stiamo assistendo ad un parziale ritorno al passato, come in alcune produzioni su Amazon Prime Video o Disney+, in cui vengono pubblicati i primi due/tre episodi per poi dedicarsi ad una release episodica settimanale.

    Tornando indietro a quando i vari siti streaming ancora non esistevano, per riuscire a guardare una serie tv si doveva andare a casa di amico con un abbonamento Sky oppure si aspettava (e sperava) che la nuova stagione della serie di riferimento sarebbe stata, prima o poi, trasmessa in chiaro, magari in qualche orario improponibile, orari ai quali la serie si doveva adattare, in quanto fasce più “accessibili” si presentavano i programmi o i prodotti seriali di punta delle reti italiane, le fiction Rai e Mediaset. Prodotti come L’onore e il rispetto, Un medico in famiglia, Don Matteo o Il peccato e la vergogna, a volte buoni e a volte pessimi, la cui funzione veniva spesso relegata a mero “sottofondo” della quotidianità delle famiglie italiane.

    In mezzo al miasma di fiction mediocri e film ripetuti con cadenze annuali, capitava raramente qualcosa di nuovo ed efficace. Fu così il 28 ottobre 2011, quando su Canale 5 in prima serata venne mandata in onda la prima puntata di Viso d’angelo.

    LA RIVOLUZIONE IN PRIMA SERATA

    La storia si apre con una figura mascherata che, dopo aver abbordato una prostituta, si dirige con lei in un luogo inquietante dove le conferisce il sacramento della Comunione, per poi ucciderla ed abbandonarla su una spiaggia con le mani legate da un rosario. Viene quindi chiamato Roberto Parisi, specialista di serial killer con un passato oscuro che assieme ad Angela, poliziotta distrutta dal lutto e caduta nel tunnel della tossicodipendenza, e che lavorerà sotto copertura per Roberto, tenterà di scoprire l’identità dell’assassino.

    Una storia abbastanza semplice, che si dipana nell’arco di quattro puntate dalla durata di circa due ore ciascuna seguendo un canovaccio abbastanza classico ma comunque funzionale: ritrovamento di un cadavere, indagine, omicidio, e poi ancora ritrovamento, indagine… ed il cerchio ricomincia, aggiungendo però ogni volta effetti speciali e scene di tensione per mantenere costante l’attenzione dello spettatore. A rendere maggiormente interessante la narrazione sono però le numerose sottotrame che la storia ci mostra attraverso i background dei diversi personaggi, sia principali sia secondari: oltre a quelli già citati, come la perdita di una persona amata e la tossicodipendenza, la serie si dipana nel raccontare rapporti familiari contorti e disfunzionali, razzismo che sfocia in atti di vero e proprio nazi-fascismo, maschilismo, violenza sessuale, furti, fanatismo. Una pletora di tematiche messe in scena in maniera mai scontata e senza scadere nell’eccesso o nel ridicolo, portando anche a riflettere nell’audacia e nel coraggio del mostrare questi temi in prima serata su una rete di punta come Canale 5.

    Il tutto risulta consolidato da un cast di attori tipici dell’ambiente fiction, basti pensare a Gabriel Garko e Cosima Coppola nel ruolo dei protagonisti. Non stiamo certo parlando di Daniel Day-Lewis, ma sorprendentemente non si è nemmeno di fronte ad una recitazione così scadente o sopra le righe come sarebbe solito aspettarsi da questi prodotti (e da questi attori).

    UN THRILLER NEOGOTICO DALLE TINTE HORROR

    Altro elemento che eleva questa fiction distinguendole dalle altre serie televisivi simili dello stesso filone, assieme alla già citata sceneggiatura, è senza dubbio il suo virare verso una messinscena decisamente inquietante e ricca di sangue, tanto da ricordare i capisaldi dell’horror all’italiana degli anni ’60 e ’70. C’è una fotografia ricca di grigi e colori freddi che si mescola al rosso del sangue e al giallo delle poche luci che illuminano il piccolo borgo dai tratti medievali in cui si svolgono le indagini e nel quale si muove il misterioso assassino, apice della componente orrorifica dell’opera, vestito con un lungo abito nero ed una maschera bianca candida raffigurante un volto solcato dalle lacrime. In aiuto vengono anche la regia, ottima nel costruire le varie sequenze anche se forse un po’ troppo classica, e le musiche, in gran parte originali, che riescono ad immergere ulteriormente il telespettatore in quella cupa atmosfera di morte.

    Ultimo elemento che si vuole sottolineare è una peculiare rottura della quarta parete che avviene ad episodio concluso: dall’oscurità compare infatti l’assassino che, rivolgendosi con tono quasi sprezzante, chiede agli spettatori “Avete capito chi sono? No? Allora non siete stati attenti” per poi procedere mostrando il trailer della puntata successiva. Un’aggiunta semplice che favorisce innanzitutto il contatto diretto tra spettatore e personaggi tipico di una serialità più popolare e costruendo -usando un termine moderno- hype per il venerdì successivo.

    CONCLUSIONI

    In quell’ormai lontano 2011 nessuno, di fronte al proprio televisore, si aspettava di trovarsi davanti ad una fiction così atipica, coraggiosa ed audace sia per il momento che per il luogo in cui si proponeva da tramite completamente esterne ai canoni dei palinsesti italiani dell’ora di punta. Una fiction che poteva rappresentare l’inizio di un’epoca d’oro, ma che probabilmente ricorderemo come un momentaneo bagliore spentosi nel buio della mediocrità televisiva italiana.


  • MAESTRANZE – VFX DESIGNER

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    In questo nuovo articolo della rubrica Maestranze esploreremo il fantastico mondo degli effetti visivi, parlando in particolar modo della figura del VFX Designer. Con il termine VFX o FX si fa riferimento agli effetti speciali, ovvero a quei processi di creazione e/o trasformazione di un’immagine creando “un’illusione di realtà in una situazione in cui non è possibile, economico o sicuro usare le cose reali” (Eustace Lycett).

    EVOLUZIONE STORICA

    Non possiamo non iniziare menzionando George Méliès, grande illusionista e regista francese dei primi del Novecento, considerato tra i padri fondatori della settima arte. Il suo cinema fu definito fantastico e di fantascienza da molti critici, per l’ampio ricorso a innovative tecniche di montaggio da lui sperimentate e ideate, oltre che per l’ampio uso di effetti speciali quali l’esposizione multipla, le dissolvenze e l’uso del colore (dipinto a mano direttamente sulla pellicola, una tecnica insolito per l’epoca).

    Tra gli anni ‘10 e ‘20 del XX secolo, molti di questi “trucchi” vennero perfezionati dagli studi di animazione grazie allo sviluppo di nuove tecnologie. è in questi anni che vide la luce un capolavoro del cinema espressionista, firmato Fritz Lang: Metropolis. L’opera di Lang è, ad oggi, considerato uno dei film più importanti della storia del cinema, in quanto ha influenzato generazioni di registi molto diversi tra di loro, da Orson Welles a Tim Burton. Il pezzo forte di questa pellicola è rappresentato dagli effetti visivi utilizzati, per lo più delle tecniche geniali ed innovative che rappresentarono una vera e propria rivoluzione. Per fare un esempio su tutti, si è fatto ampio uso dell’effetto Schüfftan, un trucco cinematografico basato sull’utilizzo di uno specchio biriflettente che, posto a quarantacinque gradi rispetto alla macchina da presa, riflette oggetti e miniature fuori campo che possono essere ingranditi.

    Altrettanto importanti furono le novità sperimentate con l’introduzione del colore, ad esempio ne I Dieci Comandamenti (di Cecil B. DeMille, 1956) o con capolavori come 2001: Odissea nello spazio di S.Kubrick del 1968.

    Gli anni settanta, invece, furono testimoni della nascita di nuove tecnologie come gli animatronics, complessi sistemi meccanici ed elettronici comandati a distanza ed in grado di compiere dei semplici movimenti. Questi furono impiegati ad esempio per Lo squalo, considerato il primo Blockbuster della storia del cinema. Steven Spielberg e George Lucas, molto amici, si sfidavano a colpi di effetti speciali in quegli anni: da un lato vi erano film come Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T l’extratterestre, Lo squalo,  dall’altro la primissima trilogia di Star Wars.

    Infine, arrivando agli anni 90, l’avvento della CGI (Computer Generated Imagery) cambiò radicalmente l’aspetto degli effetti speciali. In realtà la tale tecnica computerizzata fu già sperimentata precedentemente per altri film come ad esempio in Tron (1982) . L’uso più spettacolare della CGI è dato dalla produzione di immagini fotorealistiche di creazioni di fantasia: le immagini potevano essere create al computer utilizzando le tecniche usate nei cartoni animati o nei modelli animati.

    LA PROFESSIONE

    Un VFX designer si occupa di realizzare effetti speciali ottenuti secondo diverse tecniche che impiegano sia supporti fisici durante le riprese ma anche appositi software per la post-produzione; tale professione si rifà anche al campo videoludico e televisivo.

    Ad oggi le tecniche ampiamente usate in fase di post-produzione sono:

    • Motion capture;
    • Matte painting;
    • Animation;
    • 3D computer grafica;
    • Rigging;
    • Rotoscoping;
    • Match moving;
    • Compositing, che prevede l’utilizzo di green o blue screen

    Ovviamente ciò non vuol dire che non vengano più impiegati effetti ottici e/o meccanici, ma negli ultimi decenni il loro utilizzo è andato via via diminuendo, prediligendo sempre di più la computer grafica.

    La figura del VFX designer ha il compito di coordinare tutto il lavoro che avviene sul set con gli effetti reali, per anticipare eventuali errori che potrebbero presentarsi nella fase successiva; in questo caso è fondamentale che vi sia un dialogo e un confronto costante tra responsabili di reparto, che si rispettino eventuali scadenze e tempi di realizzazione. Sebbene il VFX designer non lavori sul set, è necessario che conosca nozioni di illuminotecnica, regia e fotografia, così da poter dare indicazioni utili ed efficaci. Nello specifico tale professionista deve conoscere alla perfezione il mondo del cinema, da un punto di vista teorico ma soprattutto pratico, avere padronanza delle tecniche nonché degli strumenti digitali a cui si appoggia. Tra i software più gettonati vi sono Adobe Creative Suite, Blender e Autodesk Maya.

    CONCLUSIONE

    Traendo le somme, possiamo affermare che questa professione è strettamente legata all’evoluzione tecnologica, digitale e, dunque, prevede un costante aggiornamento, con nuovi strumenti e software attraverso i quali si possono introdurre tecniche innovative, sperimentando e rinnovando il mondo dell’audiovisivo. Chiunque voglia addentrarsi in questo fantastico mondo deve prima formarsi. Esistono moltissimi corsi per VFX designer, tra i più rinomati citiamo quello della Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè, a Roma.

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  • IL FUTURO È OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: STRANGE DAYS

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    Nella storia del cinema fantascientifico esistono pellicole che, mettendo in scena dinamiche e scenari futuribili, si rivelano essere in realtà rappresentazioni tristemente profetiche, anticipando aspetti spesso critici e disfunzionali della realtà contemporanea, anche con decenni di anticipo. 

    E’ sufficiente pensare a film come Videodrome (1983) e eXistenZ (1999) di Cronenberg, che hanno in qualche modo preannunciato rapporti malati tra umano e tecnologico, per capire come il genere Sci-Fi sia in grado di riflettere non solo sulla società futuro prossimo e non, ma anche su quella del presente. 

    Appartiene a questa cerchia di grandi opere anche il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero Strange Days della grande Kathryn Bigelow, datato 1995, il quale si inserisce nel solco di pellicole capostipiti – perlomeno a livello di atmosfere cyberpunk – come Blade Runner (1982) o 1997: Fuga da New York (1981) per raccontare gli ultimi due giorni del 1999, in un mondo violento e allo sbando, che teme l’Apocalisse profetizzata con l’arrivo del nuovo millennio. 

    Sceneggiato da James Cameron e Jay Cocks, il film segue la storia di Leonard “Lenny” Nero (un Ralph Fiennes in stato di grazia), che è il più importante spacciatore della droga più diffusa e consumata a Los Angeles, ovvero dei piccoli floppy-disk che permettono di vivere – virtualmente– esperienze reali registrate in POV da altre persone, da una semplice corsa sulla spiaggia, fino ad una rapina al cardiopalma in un quartiere malfamato. 

    Il ritrovamento di una di queste clip, contenente un misterioso e terribile omicidio, spingerà Lenny ad addentrarsi e ad indagare nel più profondo mondo criminale, sullo sfondo di una città segnata da violentissime rivolte sociali, mentre l’Apocalisse – forse – è alle porte. 

    N.B. L’analisi del film in questione conterrà spoiler, invitiamo chi non lo avesse visto a recuperarlo per non perdersi uno dei capolavori degli anni ’90, se non forse anche qualcosa di più.

    VIRTUALITA’ E REALTA’: UNA SOVRAPPOSIZIONE CONTEMPORANEA

    Nonostante sia uscito ormai quasi trent’anni fa, Strange Days resta ad oggi un film estremamente attuale, in qualche modo addirittura profetico, nella sovrapposizione tra vita reale e vita virtuale che mette in scena: non è un caso, infatti, che il personaggio di Fiennes venda il suo prodotto utilizzando la frase “This IS life”, evidenziando come – nel mondo descritto dalla Bigelow – la dimensione digitale abbia ormai la stessa importanza e la stessa concretezza della realtà.  

    E’ impossibile non vedere all’interno di questa pellicola una strabiliante anticipazione del mondo social contemporaneo, che vive del bisogno quasi cyber-voyeuristico di immergersi nelle esperienze altrui e – in qualche modo – di entrarci nel modo più diretto possibile, di vivere la realtà altrui letteralmente in soggettiva. Storie Instagram,  Vlog Youtube, video su Tik Tok, foto su Facebook: nella società di oggi l’esistenza virtuale accompagna di pari passo quella reale, al punto che per molti – anche magari a causa di un meccanismo ormai automatico e istintivo – un evento non ha significato fino a che non è condiviso e “traslato” nel mondo digitale, così che possa essere fruito e quindi, per definizione contemporanea, vissuto anche da altre persone attraverso la dimensione virtuale.

    Non sbaglia la Bigelow a descrivere questa tecnologia come una vera e propria droga, che spinge i propri consumatori a ricercare clip sempre più estreme e a trascorrere sempre più tempo all’interno dello SQUID (questo il nome dell’apparecchio neurale che permette il collegamento) fino al punto in cui la realtà concreta diventa invivibile e l’unica soluzione rimane il rifugiarsi costantemente nella finzione, che appare migliore, più desiderabile e più semplice dell’esistenza analogica.

    Allo stesso modo, nel mondo contemporaneo la fruizione della dimensione social  ha ormai acquisito le caratteristiche distintive di una dipendenza: accompagna quotidianamente la giornata di tutti e occupa un dato quantitativo di tempo che varia da persona a persona, ma che molto difficilmente è nullo, senza contare che per molti trascorrere un intero giorno senza poter accedere ai propri profili social sarebbe sicuramente non auspicabile, se non addirittura impossibile.

    Così come in Strange Days, dunque, il costruirsi un’esistenza virtuale parallela, fatta di esperienze altrui e di immagini costruite, è l’unico modo per evadere da una realtà scadente e deludente, allo stesso modo oggi il crearsi e il mostrare alla comunità una vita apparentemente perfetta su Instagram è per molti una via efficace per convincersi – in maniera auto ingannatoria – di vivere effettivamente un’esistenza perfetta, fino a che la dimensione virtuale diventa concretamente più importante di quella reale, relegata al ruolo di un dietro le quinte fatiscente, alle spalle di uno stupendo palco dorato.  

    Un film, quindi, che parlava del contemporaneo con almeno venticinque anni di anticipo, dipingendo un’immagine, purtroppo, estremamente preoccupante della natura umana rapportata alla tecnologia, ma che, nonostante ciò, offre una visione lucida e illuminante della società attuale, oltre che innumerevoli spunti di riflessione per comprendere meglio questi tempi ormai irrimediabilmente dipendenti dal virtuale.

    L’APOCALISSE E’ OGGI: UNA SOCIETA’ MORENTE

    Il mondo descritto dalla Bigelow in Strange Days è chiaramente un mondo pre-apocalittico, fatto di ferocissime rivolte sociali, esercito e carri armati nelle strade, polizia corrotta e fascista, violenza e anarchia che dilagano ovunque, il tutto causato – e in qualche modo giustificato – dalla fine del mondo imminente. Ciò che il film, però, vuole forse raccontare è un mondo in realtà già apocalittico, nel quale non importa se la distruzione totale avverrà a mezzanotte dell’ultimo giorno del millennio, perché di fatto sta avvenendo comunque per mano dell’uomo e non per mano divina. E’ geniale, in questo senso, la battuta pronunciata nel film da uno speaker radiofonico: “Ma a mezzanotte di quale città? Mezzanotte di Los Angeles? Quale è il fuso orario di Dio?”. 

    La regista, dedicando così tanto minutaggio al contesto e allo sfondo sociale in cui si svolge la narrazione principale, vuole – almeno secondo l’interpretazione di chi scrive – denunciare e criticare aspramente alcuni aspetti disfunzionali e purtroppo caratteristici della società americana, su tutti probabilmente la questione razziale e la violenza delle forze dell’ordine, che continuano ad essere un problema irrisolto ancora oggi. E’ difficile, infatti, non accostare le rivolte rabbiose che seguono l’esecuzione di Jeriko One, leader e punto di riferimento della comunità afroamericana nel film, con i tumulti causati nel 2020 dal terribile omicidio di George Floyd, laddove entrambi vengono brutalmente uccisi dalla polizia e diventano immediatamente simboli della lotta contro la repressione violenta della minoranza (con la differenza fondamentale che il primo è un personaggio di finzione, mentre il secondo, purtroppo, era un uomo in carne ed ossa).

    La Bigelow, attraverso questa trama secondaria, riesce a costruire un’efficacissima denuncia nei confronti dello stato americano, qui rappresentato dal corpo di polizia, il quale viene palesemente descritto come fascista, violento, xenofobo e al limite del totalitario, un sistema politico in cui l’oppressore ha sempre la meglio sull’oppresso attraverso la forza.

    In questo senso non deve ingannare il finale solo apparentemente lieto che, essendo la perfetta conclusione del percorso di Lenny Nero, si limita ad essere speranzoso per quanto riguardo il livello individuale del protagonista: la non-avvenuta Apocalisse di fine millennio non ha nulla di positivo o di ottimistico, in quanto la società dipinta dalla regista è destinata ad autodistruggersi in ogni caso, con o senza la fatidica mezzanotte dell’ultimo giorno del 1999, anche al netto di un breve e momentaneo attimo di giustizia e speranza. 

    Il pessimismo di questo film, quindi, riguarda la natura della società americana e delle sue contraddizioni culturali, messe in scena tramite scontri e conflitti che esistono – ed esistevano già nel 1995 – nella realtà contemporanea, nonostante non ci sia nessuna Apocalisse biblica alle porte.

    Nonostante siano passati quasi 30 anni, dunque, quest’opera magnifica continua a parlare del presente in maniera sorprendente, forse perché – proprio come quelli di Lenny Nero – anche quelli di oggi sono veramente, ma veramente, Strange Days.

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  • STORIE DI DONNE CORAGGIOSE – 5 CONSIGLI SU SERIE TV

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    L’8 marzo è il giorno della Festa della Donna e – come ogni anno – si ricordano tutte coloro che si sono spese per ottenere la parità di diritti e per vedere il proprio ruolo riconosciuto nella società. Si ricordano le imprese di donne di ogni tempo e luogo, le conquiste sociali, economiche e politiche.

    Anche le serie tv si sono spese per raccontare storie di donne realmente esistite, eccezionali, ma talvolta dimenticate dalla Storia. Le loro vite sono spesso tratte da diari personali, memorie o addirittura racconti di testimoni. Ad oggi, le serie tv si sono evolute fino a mettere in scena personaggi femminili sempre più complessi, intriganti, potenti e rivoluzionari. Vediamo alcune serie che portano in scena donne forti che si troveranno a confrontarsi con un ambiente ostile.

    Maid (disponibile su Netflix)

    Serie ispirata dal memoir di Stephanie Land e la sua storia raccontata in Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre.

    Al centro della storia c’è Alex, una madre single scappata da una relazione violenta che lavora come signora delle pulizie nella speranza di dare un futuro migliore alla piccola Maddy. La serie racconta realisticamente le condizioni di vita di qualsiasi vittima o sopravvissuta che cerca rifugio in un centro antiviolenza, sebbene il rifugio contro la violenza domestica della serie sia frutto della fantasia. 

    La serie racconta anche le difficoltà economiche di Alex. In particolare cosa possa voler dire vivere in condizioni di degradante povertà negli Stati Uniti, con una figlia e senza figure adulte di riferimento: Alex vive alla giornata, dandosi da fare con il poco denaro che riesce a guadagnare, appena sufficiente per i beni di prima necessità. Il racconto restituisce dignità e valore al lavoro svolto dalle signore delle pulizie, inoltre ci aiuta a vedere la vita di gente benestante dal punto di vista della protagonista. Si tende a pensare che coloro che stanno economicamente meglio di noi abbiano tutto, ma la serie ci dimostra che neanche le loro vite sono perfette, ognuno è chiamato ad affrontare delle difficoltà, siamo tutti umani, seppur con agi differenti.

    Glow (disponibile su Netflix)

    Una serie ambientata negli anni ’80, anni di cambiamenti sociali e lotte d’affermazione, che vede come protagoniste donne non convenzionali. Racconta la nascita del Wrestling Femminile e la sua distribuzione televisiva, essendo Glow l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, il programma televisivo in cui un gruppo di donne si sfida sul ring. La protagonista è Ruth Wilder, un’attrice disoccupata alla quale viene offerto di partecipare al nuovo show che lei vede come l’ultima possibilità per farsi notare. Si sfiderà con Debbie Eagan, ex attrice di soap opera che ha abbandonato il mondo dello spettacolo per dedicarsi alla famiglia. Le protagoniste sono tutte molto diverse tra di loro, ma per inseguire una carriera nel mondo dello spettacolo devono imparare a lavorare in gruppo. Il loro allenatore è Sam Sylvia, regista di B-movie che si è reinventato preparatore atletico. In un’epoca in cui le donne erano chiamate solo a sfoggiare le loro qualità estetiche, queste donne avranno un ruolo diverso sul ring. Pensiamo alla preparazione che è stata richiesta alle attrici per imparare le varie mosse e non a seguire le classiche diete per apparire più sottili. 

    La serie si ispira a una storia vera: la storia delle Gorgeous Ladies of Wrestling inizia nel 1985 quando l’imprenditore David McLane realizza il pilot di uno show in cui lottano delle donne. McLane pubblicò un annuncio in cui diceva di ricercare donne per uno show televisivo. Alle audizioni di presentarono circa cinquecento donne, tra ballerine, attrici e modelle senza sapere per quale ruolo fossero in lista. 

    Unorthodox (disponibile su Netflix)

    La serie ci racconta una storia di emancipazione femminile. La protagonista è Esther Shapiro, una ragazza cresciuta nella comunità ultra-ortodossa di Williamsburg, a Brooklyn. Come le altre donne della propria comunità, si è sposata con un uomo che hanno scelto per lei e le è proibito studiare, leggere la Torah e persino cantare. L’unica cosa che conta è che sia una buona moglie. Ma lei non accetta il destino che è stato scelto per lei, vuole liberarsi delle forzature della propria cultura ed essere libera di esprimersi per quello che è. Così, zaino in spalla e con pochi soldi e l’aiuto di un’amica vola a Berlino dove vive la madre Leah, anche lei scappata dalla stessa comunità. 

    La serie è tratta dal libro autobiografico di Deborah Feldman, The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots (2012). Deborah, proprio come Esty, sarà costretta a radersi i capelli e a sposarsi in un matrimonio combinato ancora prima di compiere vent’anni. ma a differenza della protagonista della serie, si trasferirà a New York con il marito, da cui divorzierà per poi trasferirsi in un nuovo indirizzo, cambiando numero di telefono e altri dati sensibili così facendo perdere le sue tracce. 

    Self-made: la vita di Madam C.J. Walke (disponibile su Netflix)

    Protagonista della serie è Sarah Breedlove, in arte Madam C.J. Walker, la prima donna afroamericano a creare un impero commerciale all’inizio del Novecento grazie alla realizzazione di prodotti per capelli afro. Passando dalla produzione casalinga all’acquisto della prima fabbrica, diventerà un’imprenditrice con un intento ben preciso: aiutare le donne afroamericane a prendersi cura dei propri capelli. La serie racconta bene gli ostacoli che ha dovuto affrontare una donna di colore nell’America razzista di quei tempi. 

    Il cambiamento nella vita di questa donna è radicale e fonte di grande ispirazione, una lavandaia sfruttata che riesce a diventare un’imprenditrice unicamente con le proprie forze. La serie porta alla luce la storia di una donna eccezionale e spesso poco nota. 

    Mrs. America (disponibile su TimVision Plus)

    Miniserie televisiva ambientata negli anni ‘70 che racconta la lunga battaglia per la ratifica dell’Equal Rights Amendament (ERA), che proponeva di garantire pari diritti ai cittadini statunitensi senza distinzione di sesso e la forte opposizione mossa dall’attivista antifemminista Phyllis Schlafly. Alcune delle femministe più in vista dell’epoca come Gloria Steinem, Betty Friedan, Shirley Chisholm, Bella Abzug e Jill Ruckelshaus combattono in prima persona nelle lotte per l’approvazione dell’ERA. 

    Dovranno confrontarsi con le opposizioni della politica più conservatrice, ma anche con gli scontri nati all’interno dello stesso movimento femminista. La principale minaccia è rappresentata dal gruppo di donne conservatrici capitanato da Phyllis Schlafly e disposte a tutto per salvaguardare la figura della donna come colei che deve prendersi cura della casa e della famiglia. 

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  • FILM INGIUSTAMENTE SOTTOVALUTATI – VOLUME 2

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    Sottovalutare v. tr. [comp. di sotto- e valutare] – Considerare una persona o una cosa meno di quello che  effettivamente vale. 

    Nel discorso cinematografico contemporaneo le parole “sottovalutato” e “sopravvalutato”  vengono molto spesso utilizzate a sproposito per riflettere un’opinione soggettiva. L’errore in cui di norma si cade è quello di non specificare chi effettivamente sottostima o sovrastima il prodotto in questione: un film può, infatti, essere valutato in maniera fredda dalla critica specializzata, che magari si accanisce in maniera esagerata nei confronti di una pellicola; può venire ignorato dal pubblico che non riconosce un’opera di qualità portando, dunque, a un flop al botteghino; oppure può scivolare ai margini, se non sparire completamente, dal dibattito cinefilo sulle piattaforme web dedicate. 

    Laddove molte pellicole subiscono un trattamento simile a ragion veduta, ricevendo critiche negative su più fronti, è altrettanto vero però che esistono prodotti sottostimati da una o più parti in maniera ingiusta e che meriterebbero una rivalutazione, oppure una maggiore attenzione dell’opinione cinefila.

    In questo articolo verranno presentati 3 film di 3 grandi registi che – sempre secondo la soggettività di chi scrive – vengono, in qualche modo, sottostimati da critica, pubblico o dalla comunità web e che, appunto, meritano di essere riscoperti e rivalutati. 

    BLACK RAIN – RIDLEY SCOTT (1989) 

    Ridley Scott è  sicuramente uno dei registi più prolifici del panorama hollywodiano, avendo firmato in 45 anni di carriera la bellezza di 28 lungometraggi, da I Duellanti del 1977, fino al recentissimo House of Gucci uscito in Italia nel dicembre del 2021. 

    Avendo prodotto mediamente un film ogni 18 mesi è fisiologico, dunque, che nella filmografia del regista inglese esistano film estremamente riusciti e considerati ancora oggi capolavori totali della storia del cinema, come allo stesso tempo pellicole mediocri e dimenticabili, passi falsi comprensibili in una carriera comunque leggendaria. 

    Il film in questione, ovvero Black Rain – Pioggia Sporca del 1989, viene spesso considerato un’opera minore di Sir Ridley non riescendo ad emergere tra i grandi lavori dell’ era scottiana pre-2000, venendo relegato allo status di prodotto mediocre e poco ispirato sia dalla critica (Metascore di 56 punti su 100) sia dalla comunità cinefila (3,1 su 5 di media su Letterboxd), nonostante il grande successo di pubblico, con un incasso di 135 mln a fronte di un budget di 30.

    Se i numeri avessero valenza assoluta, quindi, questa pellicola potrebbe essere catalogata come un film difettoso in più punti, non convincente e malriuscito, ma dato che in questo format i numeri hanno un valore relativo, è il momento di entrare nello specifico e analizzare perché, in realtà, quest’opera sia una tra le più interessanti tra i “non-capolavori” di Ridley Scott. 

    Innanzitutto bisogna evidenziare come Black Rain sia un thriller poliziesco estremamente calato nella produzione mainstream del suo tempo e quindi – per definizione – nel contesto del cinema d’azione hollywodiano anni ‘80/’90, risultando in questo modo già di per sé un ottimo film di intrattenimento, forse uno dei migliori nel suo genere di tutto il decennio. 

    Tuttavia ciò che rende questa pellicola veramente degna di nota è l’efficace rimaneggiamento degli elementi del noir classico, mescolati e adattati al cinema dell’epoca, per creare un prodotto popolare (come è il filone action appunto), ma con un sottostrato che riprende certi stilemi del passato per dare spessore a un’opera all’apparenza molto semplice. 

    Andando nel concreto la figura dell’investigatore privato – ovviamente con gli immancabili trench coat e cappello – lascia spazio al detective della polizia, il quale è molto spesso un cane sciolto, un agente insubordinato e istintivo, con una morale ambigua e un passato misterioso e drammatico, come nei migliori film dell’epoca d’oro del genere. In questo senso il personaggio di Michael Douglas diventa il prototipo perfetto del nuovo anti-eroe noir: un uomo violento, che disprezza l’autorità e che vive secondo un codice etico personale e deviato nella convinzione – errata – di essere al di sopra della legge.

    Oltre a ciò, Scott mette in campo una messa in scena di ispirazione marcatamente noir, creando degli ambienti urbani notturni, in una Osaka meravigliosa e spettrale, in cui dominano chiaroscuri e tagli di luce al neon che penetrano sbuffi di fumo costantemente presenti nell’inquadratura. 

    Dal punto di vista tematico, invece, il film porta sullo schermo lo scontro culturale tra Stati Uniti e Giappone, criticando fortemente la chiusura mentale e il carattere imperialista degli americani che, messi di fronte all’integrità morale, al senso dell’onore e al valore del rispetto così radicati nella società giapponese, appaiono in tutta la loro arroganza, avidità e corruzione.  

    In conclusione, nonostante qui abbia riportato un’analisi per forza di cose superficiale e sbrigativa, Black Rain resta sicuramente un film da riscoprire e da rivalutare all’interno della carriera di Scott, il quale non firma sicuramente qui uno dei suoi capolavori, ma senza dubbio uno dei thriller-noir più belli degli anni ’80, fatto di un impianto visivo strabiliante e di una profondità tematica non indifferente. 

    THE HUNTED – WILLIAM FRIEDKIN (2003) 

    Se è vero che esistono grandissimi registi universalmente riconosciuti come maestri della Settima Arte e che vengono amati e venerati in lungo e in largo, è altrettanto vero che esistono altri cineasti del medesimo valore artistico e storico, i quali non vengono, però, mai nominati quando si parla dei grandi con la G maiuscola

    L’esempio forse più eclatante di questo fenomeno è William Friedkin, regista fondamentale della Nuova Hollywood e autore di grandissimi capolavori,  che viene ricordato dai più unicamente per L’Esorcista. Nonostante la pellicola del ’73 sia indubbiamente una delle opere più importanti del regista di Chicago, non bisogna dimenticare il lavoro straordinario che Friedkin ha portato avanti all’interno del genere poliziesco, firmando alcuni dei capisaldi del genere come Il Braccio Violento della Legge e Vivere e Morire a LA.

    Sarebbe troppo semplice in questa sede, però, parlare di uno di questi grandi thriller del Maestro e quindi l’analisi si concentrerà su un film del 2003 veramente poco discusso e riconosciuto da critica e pubblico, ovvero The Hunted – La Preda.

    Con un Metascore di 40 su 100 e un flop al botteghino non indifferente, questo film potrebbe apparire come un passo falso clamoroso nella carriera di Friedkin, ma se si va oltre le statistiche, ci si trova davanti un’opera estremamente compatta e riuscita, fatta di un impianto registico formidabile, che fa larghissimo uso del piano olandese – la macchina da presa è infatti quasi sempre inclinata – per aumentare costantemente il senso di straniamento che pervade tutta la pellicola, coadiuvato da questo punto di vista da un montaggio efficacissimo nel tenere alta la tensione e il ritmo dall’inizio alla fine. Oltre a ciò, dopo un meraviglioso incipit bellico in notturna, la fotografia glaciale e distaccata è notevolissima, grazie a un sapiente uso dei toni grigi e azzurri costantemente desaturati, perfetti per il contesto in cui la vicenda si svolge. 

    Il film tuttavia non è semplicemente un buon thriller girato con grande maestria: leggendo l’opera più in profondità si può interpretare questo The Hunted come una grande metafora dello Stato americano che distrugge – fisicamente e psicologicamente soprattutto – i propri giovani attraverso la guerra, per poi abbandonarli a loro stessi nel momento in cui i traumi subiti vengono a chiedere il conto. In questo senso, il rapporto padre-figlio tra il personaggio di Tommy Lee Jones e Benicio del Toro (entrambi in splendida forma, soprattutto il secondo) è emblematico, con il primo che addestra il giovane rendendolo una macchina da guerra, privandolo di qualsiasi sentimento umano affinché diventi un soldato perfetto e infallibile, salvo poi dovergli dare la caccia nel momento in cui questo spietato assassino “governativo” si ribella al sistema che lo tiene prigioniero e che lo ha, di fatto, reso quello che è. Un discorso, quindi, di denuncia politico-sociale la cui chiave di lettura, in realtà, viene fornita in maniera geniale fin da subito, con una frase ripresa Highway 61 Revisited di Bob Dylan che ripropone la vicenda biblica di Abramo: “God said to Abraham kill me a son”.

    Allo spettatore non resta, dunque, che inserire i personaggi di Tommy Lee Jones, Benicio del Toro e lo Stato americano al posto giusto in quest’ equazione dylaniana per avere in mano un film che è molto più di un semplice inseguimento di 94 minuti e che meriterebbe una rivalutazione critica importante, così come tutta la filmografia del buon vecchio William Friedkin. 

    SPIDER – DAVID CRONENBERG (2002)

    David Cronenberg è un nome che, già da solo, è garanzia di altissima qualità cinematografica, essendo uno dei più importanti artisti della sua generazione, nonché esponente di punta di generi come l’horror e la fantascienza. Quando si parla del regista canadese, infatti, è impossibile non citare grandi capolavori del passato come Videodrome  (1983) – vero e proprio manifesto del cinema cronenberghiano – ma anche pellicole più recenti e in egual modo imprescindibili come A History of Violence (2005). 

    Una pellicola raramente nominata quando si discute della filmografia di Cronenberg e che rappresenta forse l’opera più dimenticata del grande cineasta è certamente Spider del 2002 che, nonostante sia largamente amato dalla critica, come testimonia il Metascore di 83 su 100, purtroppo passa sempre in secondo piano rispetto ad altri film più blasonati del regista. 

    Prodotto che si distacca fortemente da quel tipo di body horror che ha reso grande il nome di Cronenberg, Spider è una pellicola sicuramente ostica, fatta di ritmi lenti e dilatati, quasi muta e che vive di atmosfere – oltre che di una colonna sonora meravigliosa firmata dal grande Howard Shore – ma capace di offrire un viaggio di sola andata nella mente distorta del protagonista, avvicinandosi di fatto ad opere come Inseparabili e Crash,  piuttosto che a film come La Mosca o il già citato Videodrome.

    In questo senso, la pellicola in questione si rivela essere pienamente cronenberghiana, affrontando tematiche come l’instabilità mentale, l’alienazione, la solitudine e il disfacimento psicologico dell’individuo in una maniera estremamente analitica, abbandonando qui gli stilemi del cinema di genere per un approccio più sperimentale e autoriale che genera un effetto straniante nello spettatore, ma risultando, alla fine, il vero lato affascinante del film.

    Oltre a questa complessità tematica intrinseca, Spider si rende notevole anche e soprattutto per la perfetta sinergia che si instaura tra la regia di Cronenberg e il protagonista Ralph Fiennes – che regala qui un’interpretazione indimenticabile recitando non più di 10 battute di dialogo, la maggior parte delle quali perfino farfugliate – il cui sguardo assente e stralunato viene costantemente indagato con primi/primissimi piani ossessivi e ossessionati, che scavano nella mente del protagonista per decostruire il trauma e la nevrosi di cui è vittima, evidenziata anche dal perenne tremore schizofrenico delle mani, soggetto sul quale Cronenberg sofferma molto spesso la sua inquadratura. 

    Se tutto ciò non non fosse comunque capace di convincere qualcuno dell’importanza e dell’unicità di Spider all’interno della carriera del regista, basti pensare che questa pellicola rappresenta uno spartiacque all’interno della produzione cronenberghiana, essendo la prima in cui l’elemento della mutazione corporea lascia totalmente spazio alla deviazione mentale che sarà poi centrale in tutte le opere successive e aprendo, di fatto, un nuovo e fortunato sviluppo del linguaggio filmico del cineasta di Toronto. 

    In conclusione, quindi, ci si trova di fronte a un’opera complessa e forse respingente, ma che rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dal Cronenberg post-2000, il quale realizza con Spider un film estremamente coraggioso negli obiettivi che si pone e pienamente riuscito nell’indagine psicologica che si prefigge. 

    In sintesi un film che meriterebbe di essere discusso, analizzato e sviscerato, ma che invece, ad oggi, resta nell’ombra dei grandi titoli venuti prima di lui, i quali non sono necessariamente opere d’arte superiori a questa. 

                                                                                                                                                                           

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  • TWIN PEAKS: IL RITORNO – L’IRRAZIONALE MECCANISMO DI UN CAPOLAVORO

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    «Ti rivedrò ancora, fra venticinque anni. Ma intanto…»

    L’autore di questa recensione sa che su Twin Peaks è stato scritto di tutto e di più. Ogni episodio, ogni ambientazione, ogni personaggio sono stati passati al vaglio da analisi critiche, accademiche, semiotiche e artistiche per sviscerare tutti i significati nascosti dietro l’opera di David Lynch e Mark Frost, che ha dato una nuova connotazione al medium televisivo, fino agli anni ‘90 ancora considerato fratellino minore e commerciale del cinema.

    Al contrario, Twin Peaks – Il Ritorno non sembra essere riuscita a imporsi nello zeitgeist culturale e mediatico allo stesso modo, pur riscontrando un enorme successo di pubblico e critica. Questo fatto era tutto sommato inevitabile – semplicemente perché Twin Peaks è stato a suo tempo un fenomeno culturale e mediatico impossibile da replicare -, ma dall’altro non rende giustizia alle dimensioni di una serie, per certi versi, ancora più rivoluzionaria.

    Chi scrive questa recensione considera d’altra parte Twin Peaks – Il Ritorno (uscita sul canale Showtime nel 2017) opera a sé stante e non solo terza stagione della serie andata in onda nel 1991, e di gran lunga superiore alle pur maggiormente riconosciute due stagioni iniziali.

    IL LUNGO RITORNO A TWIN PEAKS

    Twin Peaks – Il Ritorno demolisce fin da subito qualsiasi pretesa di logica narrativa che pure rivestiva, anche solo a livello superficiale, la prima serie. La serie inchioda fin da subito lo spettatore in un labirinto di analogie e metafore e, come la gabbia di vetro ripresa da numerose telecamere nel primo episodio, rivela fin da subito la sua natura meta-narrativa e riflessiva (compresa di inserzioni pubblicitarie, divagazioni, numeri musicali a conclusione di ogni episodio).

    Non ha molto senso rintracciare la storia principale di Twin Peaks – Il Ritorno, perché non ce n’è una. O, per meglio dire, le storie sono tante, si intrecciano, si concludono e si disperdono nei modi più imprevedibili, tra frammenti narrativi senza sbocchi in cui tempo e spazio non sembrano avere una direzione precisa. Le vicende dell’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) riprendono da dove erano state interrotte, nella Loggia nera da cui deve cercare di evadere e in cui viene incaricato di riportare il suo Doppelgänger creato dalla nemesi BOB. Questa fuga incontra un brusco ostacolo quando Cooper viene dirottato e sostituisce un secondo sosia, l’agente assicurativo Dougie a Las Vegas, e trascorre gran parte degli episodi in uno stato di semi incoscienza. Il protagonista, l’eroe della serie, passa la maggior parte del tempo inerte e inconsapevole, spinto non dalle sue capacità ma dalla logica oscura della Loggia Nera, che si presenta sotto sprazzi di visioni. In questa disamina e decostruzione nel ruolo del protagonista (e del ruolo dell’essere umano nelle vicende della Vita) sta il cuore di un’opera che si presenta come parodia e presa in giro della tradizionale struttura narrativa. 

    Stavolta non c’è un solo mistero che traina l’attenzione dello spettatore per tutta la serie, com’era invece stato per l’omicidio di Laura Palmer quasi trent’anni prima: i misteri sono molti, le suggestioni ancora di più, le risposte poche. L’azione si sposta da New York a Las Vegas a Twin Peaks alla Loggia Nera e oltre, ritrovando personaggi nuovi e familiari alle prese con la quotidianità. Com’era stato nella prima serie, dietro l’apparenza confortante, i colori vivaci e i riti quotidiani della cittadina di Twin Peaks, si nascondono segreti e verità inconfessabili.

    “HAI DA ACCENDERE?”

    Così si arriva a quell’Episodio 8, un’opera all’interno dell’opera, un’odissea in bianco e nero racchiusa nell’odissea a colori vividi del resto della serie. Il primo test nucleare in New Mexico in cui BOB viene partorito; il Boscaiolo che uccide un disc jockey e fugge nella notte; la nascita della creatura metà rana e metà mosca; vignette inquietanti sparse nel deserto notturno: la genesi dell’universo di Twin Peaks è un microcosmo di Male e Caos, che infrange la rassicurante facciata di uno stereotipato e stucchevole American Way of Life. In questo episodio sta il cuore (oscuro) di Twin Peaks: lo sgretolamento di ogni logica e convenzione sociale di fronte ai nostri istinti più oscuri e primordiali.

    Ed è per questo che, dopo l’estrema frammentazione di storie e personaggi, la risoluzione del caso di Laura Palmer, a lungo attesa, e il ripristino dell’ordine iniziale arrivano come un’oasi nel deserto, come un sospirato ritorno al rassicurante status quo… se non fosse che Il Ritorno si conclude bruscamente con un nuovo enigma, ancora più oscuro dei precedenti; stavolta, tuttavia, senza alcuna promessa di vederne una qualsiasi risoluzione. Un nuovo allontanamento dallo status quo, privo stavolta di una garanzia di ritorno.

    “ ‘PURE HEROIN’ DAVID LYNCH”

    Qual è, dunque, il segreto di Twin Peaks? Che di tutte le riflessioni possibili che possono scaturire dalla visione della serie (e dalla stessa analisi che avete appena letto), nessuna viene dettata in maniera esplicita dal racconto o dai personaggi. Le storie di vita quotidiana (e straordinaria) che circondano le vicende di Twin Peaks rendono difficile rintracciare un significato univoco alle vicende ma, come qualsiasi opera d’arte, ciascuno ne ricaverà un’impressione diversa: è dello spettatore il compito di dare un significato, del tutto personale, alla serie. Tuttavia ciò non la rende un’opera vuota, e questa analisi ha solo scalfito la superficie della rete di significati che questa serie offre.

    Di sicuro non è una serie per tutti, e lo si dice senza alcun elitarismo: è una serie ostica e difficile da seguire, soprattutto se da una narrazione ci si aspetta prima di tutto chiarezza e coesione. Alcuni troveranno Il Ritorno un esercizio sterile e superfluo, una perdita di tempo; altri lo troveranno una fonte d’ispirazione continua, e una delle serie migliori degli ultimi anni; di sicuro, nessuno ne uscirà indifferente.

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