Category: Approfondimenti

  • BIANCA DI NANNI MORETTI – UNA VISIONE

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    Di quell’ex marine reduce del Vietnam e ora tassinaro; di quell’anziano e solitario dottor Borg in viaggio da Stoccolma a Lund per essere insignito di un’onorificenza accademica; di quel personaggio di Joaquin Phoenix – redattore di lettere altrui – e del suo rapporto romantico con una semplice voce; di Sam Bell, protagonista di Moon (2009), unico vivente della base lunare Sarang ma prossimo al rientro sulla Terra; di quel Charlie Kaufman reduplicato, esasperato dalla difficoltà di trasformare Il ladro di orchidee nella sceneggiatura di un film; di quel Titta Di Girolamo e del suo eremitaggio quasi decennale in un’anonima camera d’albergo. Dell’oceano di immagini della solitudine (ri)prodotte dal cinema contemporaneo poche possiedono, tuttavia, il fascino dolceamaro che contraddistingue Michele Apicella, protagonista di Bianca (1984).

    Pellicola anomala di un Cinema anomalo, quello di Nanni Moretti, che con il suo quarto film torna a vestire i panni del suo alter ego Michele, questa volta declinati in quelli di un professore di matematica del surreale liceo Marilyn Monroe in cui è appena stato assunto. Surreali sono i luoghi: la scuola, tappezzata di riferimenti pop culturali con jukebox nelle aule, piste di macchinine telecomandate in sala professori, poster di Dean Martin e Jerry Lewis alle pareti; surreali sono gli insegnanti, che sostituiscono Gino Paoli alla Grande Guerra o che recitano i propri sonetti ad alunni contestatori. Reale è forse solo Michele, con la sua inadeguatezza, le sue idiosincrasie, le sue nevrosi che sfociano in follia.

    “Comunque, lo vuol sapere il mio problema? Non mi piacciono gli altri.” Il problema con l’Altro: così difforme, così complesso nelle sue motivazioni, così ridicolmente altro da sé da non poterlo esaurire al primo sguardo. E lo sguardo che Michele estende sulla realtà è totalizzante, ma guidato e filtrato da schemi rigidissimi: gabbie interpretative che spesso restituiscono un’immagine distorta del reale, sortendo l’effetto di isolarlo da tutto il resto. Questo Michele, infatti, al contrario di quanto accadeva nei film precedenti (da Io sono un autarchico a Sogni d’oro), non è in contatto con la società che lo attornia: gli stessi personaggi felliniani che animano la scuola vengono descritti in maniera funzionale, attraverso le loro stranezze individuali, allo scopo narrativo di far risaltare la figura schiva di Michele. 

    I tentativi di apertura verso l’Altro non mancheranno all’inizio, ma risulteranno maldestri, al limite del grottesco. Michele su una barca al laghetto di Villa Borghese, leggendo Proust con l’obiettivo di apparire interessante a qualcuno, a chicchessia, indistintamente. Un approccio approssimativo (suggeritogli dal vicino di casa Siro Siri) che si conclude con un nulla di fatto. Anche la scena immediatamente successiva è indicativa: davanti a Michele si materializza una spiaggia gremita di coppiette, tante e tali da pensare possano essere frutto della visione distorta del personaggio; quand’ ecco una ragazza, sola al sole, unica. Michele le si avvicina, controlla le altre coppie come per assicurarsi di imitarle correttamente, e si sdraia su di lei. 

    Il quadro che Moretti delinea è quello di un personaggio chiuso, perso in sé stesso, e che proprio per questo tende – non riuscendo a trovare risposte nella propria interiorità – a inserirsi costantemente nelle vite degli altri, con l’obiettivo di indirizzarle, di migliorarle, secondo una rigida logica del sentimento. Tentare di produrre un cambiamento nella sua cerchia di amici e alunni è l’unico espediente con cui Michele crede di poter agire sulla propria situazione esistenziale: la soluzione al suo problema è ricercata unicamente all’esterno. Ma le sue aspettative sulla realtà sono folli, al limite con la perfezione. Questo continuo tentativo, quest’ansia di perfezione irrealizzabile, lo rendono un individuo tormentato, eternamente insoddisfatto. E di conseguenza, ogni comportamento delle persone che lo circondano è considerato deludente.

    L’incapacità di comprendere gli altri sfocerà in tentativi di controllo, come quando, fattosi invitare a una cena di famiglia da una coppia di suoi alunni, estenderà le sue manie su tutti i presenti, appuntando e correggendo ogni gesto dei convitati: dal comportamento indisciplinato dei ragazzi, alla mancanza di preparazione del padre di famiglia nel servire il Montblanc.

    Sono sequenze brevi, autoconclusive, che tuttavia costituiscono i punti di vibrazione del film, i nodi – spesso enigmatici – da sciogliere al fine di entrare completamente nel mondo di fantasie e nevrosi del protagonista.

    La totale incomprensione del mondo che lo circonda e le ossessive ritualità del professore affascineranno tuttavia Bianca, nuova insegnante di francese, figura fantasmatica all’interno del film che sembra poter decifrare la solitudine di Michele. Essa in effetti si offre come la possibilità di risolvere quello iato tra Io e Mondo che Michele non riesce in alcun modo a colmare, come un provvidenziale mediatore che, accettando e apprezzando le stranezze del professore, le rivela per quelle che sono e lo sollecita a quel cambiamento cui sembra tanto refrattario.

    LA NUTELLA: SEQUENZA ONIRICA?

    Durante la notte Michele si sveglia, è agitato. La macchina da presa lo riprende a mezzo busto e in un lento movimento a retrocedere svela anche la presenza di Bianca, addormentata nel letto. Hanno passato la notte insieme, ma Michele, dapprima, sembra stupito di vederla lì; tenta di abbracciarla ma scopre che in quella posizione starebbe scomodo, si rigira ancora nel letto senza trovare pace, e spazientito si alza ed esce dall’inquadratura i cui confini sono diventati quelli della stanza stessa. Qui segue una breve ellissi temporale e ritroviamo Michele, ancora nudo, seduto al tavolo in cucina, affiancato da un immenso vaso di Nutella cui attinge per spalmarla su grandi fette di pane tostato che divora con aria malinconica.

    Nonostante abbia trovato in Bianca la comprensione e l’affetto che cercava, Michele resta inquieto e nuovamente solo con sé stesso. La mancanza di una risposta razionale a questo sentire è sublimata e deformata nel gigantesco barattolo di Nutella. Sempre nel film (come anche nel resto della filmografia di Moretti) i dolci sono l’oggetto dell’ossessione nevrotica, il luogo della razionalizzazione del reale: ci vuole metodo per tagliare il Montblanc, così come per accostare i gusti in una coppa gelato. L’esigenza patologica di un ordine totale e di una confortante immutabilità, mal si adatta alla natura di qualsiasi relazione: Michele è incapace di scendere a compromessi, anche quando in gioco è la ritrovata felicità, che misconosce.   

    Formalmente, la scena è riportata attraverso un’inquadratura fissa, con un unico e quasi impercettibile movimento di macchina. Mentre in Sogni d’oro le parentesi oniriche venivano manifestate da rapide inquadrature descrittive (Michele che si addormenta o si risveglia dopo un incubo), in questa sequenza l’intento sembra essere quello di svuotare la scena dalla patina onirica. Non si tratta di un semplice sogno ma di una concreta rappresentazione della realtà così come la percepisce Michele: distorta. Il risultato di una realtà messa in crisi non è tuttavia formalizzato da un’inquadratura soggettiva, bensì da un’oggettiva. Questa scelta genera un cortocircuito linguistico che rende la scena straniante, inquietante, interpretabile.

    La solitudine di Apicella è esasperata da una alterità che non riesce a comprendere né a condividere moralmente. Rifiuta Bianca, e con lei quella possibilità di comprensione dell’Altro, allo scopo di difendersi da una relazione imperfetta, che temendo di perdere, preferisce negarsi: “La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora se c’è deve essere assoluta”“[…] perché tutto questo dolore? Ti sembra giusto? Io mi devo difendere”.

    Michele stabilisce così i confini di una solitudine inviolabile, costruita da uno sguardo rigido, incapace di sciogliere la complessità del mondo, inadatto a leggere la stratificata realtà che sempre muta senza chiedere il permesso alle nostre istanze interpretative.

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  • IL SIGNORE DEGLI ANELLI – 9 CURIOSITÀ

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    A VENT’ANNI ALL’USCITA DE IL RITORNO DEL RE, 9 CURIOSITÀ IN ATTESA DELLA SERIE TV AMBIENTATA NELLA TERRA DI MEZZO

    Il 22 gennaio 2004 usciva al cinema il capitolo conclusivo della meravigliosa saga Il Signore degli Anelli, capolavoro della letteratura e, grazie all’ambizione del neozelandese Peter Jackson, del cinema mondiale. Nata dalla mente del geniale scrittore e filologo inglese J. R. R. Tolkien, la trilogia de Il Signore degli Anelli si è guadagnata un posto d’onore nell’immaginario collettivo, sia come libro che come film. Il terzo capitolo della trilogia, Il Ritorno del Re, viene considerato universalmente come uno dei film fantasy più spettacolari di tutti i tempi, e con i suoi 11 premi Oscar è tra le pellicole con più riconoscimenti al mondo, alla pari con Ben-Hur e Titanic. Proprio in questo giorno di diciotto anni fa Il Ritorno del Re veniva proiettato per la prima volta in Italia, dove ha incassato quasi 23 milioni di euro. In occasione di questo anniversario e in attesa della nuova serie televisiva prodotta da Amazon, vogliamo portarvi con noi nella Terra di Mezzo alla scoperta delle curiosità più interessanti sulla saga. Mettete in tasca giusto un po’ di pane elfico, vi basterà per il nostro piccolo viaggio!

    UNA CURIOSA AMICIZIA

    Negli anni ’20 J. R. R. Tolkien, allora professore di filologia a Oxford, era solito frequentare amici e colleghi con cui affrontare discussioni sugli argomenti più disparati, meglio se al bancone di un pub. Tra i suoi amici più stretti vi era anche C. S. Lewis, che molti di voi conosceranno come autore della fortunata saga fantasy in sette libri Le Cronache di Narnia, dalla quale sono stati tratti tre film. I due autori saranno legati da una profonda amicizia, tanto da inserire nelle rispettive opere dei personaggi molto particolari. Nel primo libro de Le Cronache di Narnia, dal titolo Il leone, la strega e l’armadio, quattro fratelli vengono accolti a causa della guerra nella residenza dell’anziano professor Kirke, e qui troveranno l’armadio magico che li porterà nel mondo di Narnia. Come dichiarato dallo stesso Lewis, proprio il professor Kirke è ispirato alla figura di Tolkien, nella sua eccentricità e nel modo unico che ha di rapportarsi ai ragazzi protagonisti. Dal canto suo, Tolkien ha forse fatto un passo più in là: nel secondo libro de Il Signore degli Anelli, Le Due Torri, compaiono gli Ent, giganteschi alberi con sembianze umane che si riveleranno decisivi nella battaglia per sconfiggere il male. Pare che per scrivere il personaggio di Barbalbero, uno degli Ent più importanti con cui i protagonisti avranno a che fare, Tolkien si sia ispirato all’amico Lewis.

    LE LINGUE SONO NATE PRIMA DEI ROMANZI

    La prima opera appartenente all’universo della Terra di Mezzo, Lo Hobbit, viene pubblicata nel 1937, mentre Il Signore degli Anelli, pubblicato negli anni ’50, era soltanto un’idea nella mente dello scrittore. Tolkien, tuttavia, essendo un appassionato filologo e linguista, aveva già elaborato le due lingue fantastiche che vengono utilizzate nei racconti, anni e anni prima di redigere i libri. Basandosi sui suoi studi riguardanti la lingua inglese antica, fu in grado di creare da zero il Sindarin, la lingua di Mordor, e il Quenya, il linguaggio elfico. Di lì in poi, pare che la storia e la terra fantastica in cui è ambientata si siano sviluppate da sé.

    IL SIGNORE DEGLI ANELLI NON FU PENSATO COME UNA TRILOGIA

    Ormai l’opera di Tolkien si è inserita così tanto nella cultura popolare, grazie soprattutto ai film di Peter Jackson, che ci viene naturale etichettarla come una trilogia. Nonostante ciò, Il Signore degli Anelli fu pensato per essere distribuito come un unico racconto diviso in sei grandi capitoli. La decisione di pubblicare il romanzo in tre volumi tra il 1954 e il 1955 è stata probabilmente dettata da varie ragioni economiche ed editoriali. Ognuno dei tre volumi si divide al suo interno in due libri, i cui titoli non vennero mai fissati ufficialmente; in una lettera di Tolkien tuttavia compaiono sei titoli non ufficiali, Il ritorno dell’ombra, La Compagnia dell’Anello, Il tradimento di Isengard, Il viaggio a Mordor, La Guerra dell’Anello e Il Ritorno del Re. Oggi è uso comune parlare dell’opera come “la trilogia de Il Signore degli Anelli”, ma è bene tenere a mente che non era stata concepita in questo senso dal suo autore.

    MACBETH A ISENGARD

    Macbeth non sarà vinto

    fino a quando di Birnam la foresta

    non moverà verso il colle di Dùnsinane

    contro di lui

    Riconoscete queste parole? Fanno parte della profezia che Macbeth, protagonista dell’omonima opera di Shakespeare, riceve in merito alla sua sconfitta. Macbeth non cercò di interpretare le parole, ma le prese letteralmente, e giudicò irrealizzabile una profezia che vede una foresta prendere vita e attaccarlo. Tuttavia, Shakespeare riuscì a rispettare queste parole tramite un ingegnoso espediente letterario: durante la battaglia, i soldati nemici si muoveranno verso Macbeth cercando di mimetizzarsi usando dei rami, dando l’impressione di essere realmente una foresta viva, pronta ad attaccarlo.

    Tolkien era un grandissimo appassionato di Shakespeare e in una lettera risalente agli anni ’50 parla da un amico di come fosse rimasto deluso dal fatto che la profezia non facesse realmente riferimento a una foresta. Quando iniziò a scrivere Il Signore degli Anelli, Tolkien decise di prendere in prestito l’idea da Shakespeare per modificarla (e forse migliorarla) in modo da creare una foresta che potesse andare in guerra. Da ciò è nata la celebre marcia degli Ent verso Isengard, la torre del malvagio stregone Saruman, uno dei momenti più epici della saga.

    IL TATUAGGIO DEI NOVE

    Il 9 è un numero ricco di simbologia, basta pensare che nella tradizione cristiana è considerato simbolo di Dio, in quanto il contrario del 6, numero associato al Diavolo. Non stupisce quindi che Tolkien abbia voluto sfruttare queste sue caratteristiche e inserire il numero 9 nell’opera: gli anelli forgiati da Sauron e donati agli uomini sono infatti 9, e i membri della Compagnia che partirà per distruggere l’Unico Anello sono 9. In numerose interviste, il cast dei film ha spesso affermato di aver sviluppato dei legami di amicizia e affetto moto forti durante le riprese, soprattutto gli attori facenti parte della Compagnia; così i nove attori hanno deciso di fare un tatuaggio comune, il numero 9 in caratteri elfici. Elijah Wood, l’attore che interpreta il protagonista Frodo, ha dichiarato in un’intervista: «Lesperienza che abbiamo vissuto è stata sia meravigliosa sia profonda, così abbiamo deciso di imprimerla sulla pelle.» Pare che i tatuaggi siano stati realizzati appena due settimane prima che le riprese de Il Ritorno del Re venissero terminate.

    CAMEO DEL REGISTA

    Peter Jackson è diventato famoso per essere un regista decisamente eccentrico e bizzarro, e queste sue caratteristiche possono essere ritrovate anche ne Il Signore degli Anelli. Oltre alla regia senza dubbio ambiziosa e spettacolare, il regista ha inserito tre cameo di se stesso all’interno dei tre film, talmente rapidi che quasi è impossibile riconoscerlo. Ne La Compagnia dell’Anello, Peter Jackson interpreta un cittadino di Brea, che vediamo camminare nella pioggia mentre mangia una carota, ne Le Due Torri è un soldato Rohirrim alla battaglia del Fosso di Helm, mentre ne Il Ritorno del Re interpreta un corsaro che viene ucciso poco dopo. Anche i due figli di Jackson, all’epoca bambini, hanno delle piccole parti nei film, e ogni volta che compaiono sono davvero adorabili!

    ERRORI E INCIDENTI

    Come accade per qualsiasi film, anche durante le riprese de Il Signore degli Anelli sono stati commessi degli errori, ma alcuni sono stati talmente esilaranti da essersi guadagnati un posto nella pellicola. I due più famosi possono essere belli da vedere per noi spettatori, tuttavia per gli attori protagonisti non sono stati un’esperienza fantastica. Il primo si trova all’inizio de La Compagnia dell’Anello ed è la divertente testata che Gandalf dà a una trave sul soffitto della casetta di Bilbo. Sir Ian McKellen ha dichiarato che quel piccolo incidente non era assolutamente previsto, e gli ha provocato anche un grosso bernoccolo sulla testa! Peter Jackson ha adorato la scena, così decise di non scartarla ed inserirla nella pellicola finale. Ian McKellen non è stato l’unico a farsi del male sul set: Viggo Mortensen, nella famosa scena di Le Due Torri in cui Aragorn dà un calcio all’elmo di un orco, si è addirittura rotto due dita dei piedi. L’urlo che lancia il personaggio non è dunque frutto di un’ottima recitazione, bensì di dolore reale, ma lì per lì nessuno si accorse dell’incidente!

    GIRARE LE SCENE CON GLI HOBBIT

    Nel realizzare i film, Peter Jackson aveva bene in mente un’idea fondamentale: avrebbe cercato il più possibile di non usare la computer grafica, puntando invece su effetti speciali “artigianali”. Uno degli espedienti più famosi, utilizzato soprattutto per le scene in cui erano presenti gli Hobbit è quello della “prospettiva forzata” tramite i movimenti di macchina. Jackson e i suoi tecnici avevano elaborato un sistema di macchine da presa e oggetti di scena mobili per riprendere gli attori su due piani prospettici differenti (solitamente uno più lontano e uno più vicino all’obiettivo) in modo da dare l’illusione che si trovassero sullo stesso piano. La tecnica si è rivelata particolarmente efficace per girare le scene con Hobbit e Nani, dato che gli attori avevano tutti un’altezza nella media e sarebbe stato complicato dover utilizzare sempre delle controfigure. Nella famosa sequenza in cui vediamo Gandalf e Frodo discutere seduti a un tavolo, durante le riprese la macchina da presa si spostava su un carrello, in sincronia con la parte di set in cui si trovava Elijah Wood, posta molto più indietro rispetto a Ian McKellen. Addirittura gli oggetti di scena, come le tazze da tè o la teiera presenti sul tavolo, avevano delle dimensioni proporzionate ai due personaggi. Tramite questi espedienti si riesce a dare l’illusione della differenza di altezza tra lo Hobbit e lo stregone (ma anche della piccolezza di casa Baggins), senza dover ricorrere eccessivamente a controfigure o alla computer grafica. Molti dei tecnici che lavorarono ai film hanno dichiarato quanto fosse divertente costruire questi oggetti di scena e soprattutto vederli funzionare perfettamente nel girato.

    “LA TANA DEL DRAGO” A DOZZA

    Sapevate che anche in Italia abbiamo il nostro centro studi dedicato alle opere di Tolkien? Il primo ad essere fondato nel nostro Paese è “La Tana del Drago” a Dozza, un borgo poco fuori Bologna famoso per i suoi edifici medievali, su cui compaiono vere e proprie opere d’arte in forma di murales. Lo scopo fondamentale del centro è quello di riordinare il patrimonio culturale legato allo scrittore e al genere fantastico, in modo che possa essere a disposizione di chiunque volesse approfondire le proprie conoscenze sul mondo di Tolkien.

    Il Signore degli Anelli fa parte del nostro immaginario ormai da tantissimo tempo, ha affascinato i cuori e le menti di tantissime persone, per cui era inevitabile che qualcun altro dopo Peter Jackson potesse prendere in mano un progetto ambizioso. Qualche giorno fa Amazon ha finalmente reso pubblica la data di uscita e il titolo della nuova serie televisiva Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, che arriverà sulla piattaforma Prime Video a settembre. Nel tanto suggestivo quanto breve trailer rilasciato il 19 gennaio, vediamo il titolo formarsi da un fiume di metallo fuso, che ricorda vagamente le fiamme del Monte Fato. La serie tv sembrerebbe quindi svolgersi molto prima della Terza Era in cui sono ambientati i film, all’epoca della creazione dei Grandi Anelli da parte dell’Oscuro Signore Sauron.

    Oggi noi di Frames Cinema vi abbiamo portato in un piccolo viaggio alla scoperta dei segreti della saga; ora non ci resta che aspettare pazientemente settembre per tornare ancora una volta nel magico mondo di Tolkien, dalle dimore degli Hobbit e alle splendide foreste elfiche, fino ai luoghi più remoti della Terra di Mezzo, dove sorge l’oscura torre di Mordor.

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  • MAESTRANZE – DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA

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    <<La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo.>>
         (Jean-Luc Godard).

    In questo percorso, iniziato circa un anno fa, ci siamo occupati di quasi tutte le professioni del cinema, soprattutto quelle meno note; dunque non ci rimane altro che parlare di quelle più in voga e conosciute dai più, motivo per cui ci concentreremopiù sull’evoluzione storica di queste maestranze e meno sugli aspetti tecnici o sulla formazione professionale (come invece avevamo fatto negli articoli precedenti).
    Innanzitutto, non potremmo non menzionare quanto la fotografia rappresenti un precursore molto importante nella storia del cinema, come comprovato dagli esperimenti di fine Ottocento di Eadweard Muybridge, fotografo britannico che portò avanti diverse ricerche e sperimentazioni sulle prime immagini in movimento, raggiungendo una tappa importantissima per il progresso tecnologico dell’epoca e per il futuro della settima arte.

    Uomo che cammina sulle mani di Eadweard Muybridge.

    Il ruolo della fotografia divenne sempre più importante nel cinema nel corso degli anni ‘20 grazie alle avanguardie europee, quali quella sovietica, impressionista francese ed espressionista tedesca. Nel caso dell’impressionismo, molto importante fu il concetto di Fotogenia di Louise Delluc, noto regista e sceneggiatore francese di quegli anni, il quale affermava che “la fotogenia è una qualità presente nelle cose e negli esseri, ma che risulta accresciuta dalla riproduzione fotografica e cinematografica.”. Riportiamo qui di seguito un estratto dell’articolo “La bellezza del cinema” pubblicato su Cinema e Cinema n.64 nel 1917: «Questa è bellezza, bellezza alta, direi quasi la bellezza del caso ma bisogna rendere giustizia all’operatore: ha saputo vedere con tale abilità che noi abbiamo esattamente le stesse sensazioni di mare, di cielo, di vento che ha avuto lui. Non è più un film. È la verità naturale.»

    Delluc parla dunque di operatori, questo perché agli albori del cinema non vi era una vera e propria divisione dei lavori e dei compiti e non erano nemmeno concepiti i termini “regista” o “direttore della fotografia”: vi erano gli imprenditori come i Fratelli Lumiere -o altri interessati a questa strabiliante scoperta- che ingaggiavano persone disposte ad effettuare riprese. Si trattava, di fatto, dei primi veri e propri operatori, non accreditati.

    Roger Deakins, uno dei migliori DOP della nostra epoca.

    Successivamente nel corso degli anni nacquero sempre più figure professionali legate al mondo del cinema, con una maggiore specializzazione e specificità, di conseguenza emersero associazioni e sindacati per tali categorie, come la Screen Director Guild e la Screen Writer Guild, attive ancora oggi.
    Così emerse anche la figura del direttore della fotografia, autore dell’estetica del film e curatore della qualità dell’immagine e dell’illuminotecnica sul set.
    Il direttore della fotografia si avvale di molti interventi tecnici quali la composizione dell’inquadratura, la disposizione delle luci -e di conseguenza delle ombre-, il controllo dei movimenti della macchina da presa, le scelte sull’angolo di ripresa, sulla messa a fuoco e sulla profondità di campo; ha inoltre la grande responsabilità di tradurre in una sequenza d’immagini la storia e l’atmosfera voluta dal regista. Ogni direttore della fotografia ha una visione estetica personale, un marchio stilistico costante e coerente in ogni opera cinematografica realizzata. Per mantenere tale coerenza stilistica spesso collaborano con gli stessi registi, dando vita a lunghi sodalizi, come nel caso del dop Luca Bigazzi e del regista premio Oscar Paolo Sorrentino.
    Fondamentale è, inoltre, il rapporto tra il direttore della fotografia e l’operatore di ripresa, considerato anche come il suo “occhio destro”. Gli altri collaboratori diretti di questa figura professionale sono il capo elettricista che, a sua volta, coordina la squadra addetta alle luci, ed il capo macchinista che regola gli spostamenti del carrello con la macchina da presa.

    Luca Bigazzi sul set de Il Divo di Paolo Sorrentino.

    Inoltre, in alcuni casi, può anche partecipare alla supervisione del girato in fase di post-produzione, per dare consigli sui raccordi ai montatori e garantire una certa continuità visiva al lungometraggio.
    Per quanto riguarda l’aspetto formativo, un direttore della fotografia deve avere una solida educazione tecnica e fare tanta esperienza sul campo. Non mancano accademie e corsi presenti in Italia per acquisire tali competenze tecniche come il Centro sperimentale di Fotografia di Roma, l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna o l’Accademia di Cinema Griffith.

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  • DAVID LYNCH E I SUOI PRIMI CORTOMETRAGGI

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    Il “regista più importante di questa epoca” (The Guardian) compie oggi 76 anni.

    David Lynch nasce a Missoula (Montana) il 20 gennaio 1946, trascorrendo l’infanzia nel nord-ovest degli Stati Uniti. Fin da bambino tende ad isolarsi, trascorrendo il suo tempo libero osservando il paesaggio circostante, studiando attentamente i dettagli della natura e disegnando.  Sviluppa quindi una grande passione per la pittura, che diverrà anche la base da cui darà vita al suo cinema.

    Nel 1965, a 19 anni, si iscrive alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia. Questa Accademia rappresenterà un punto di rottura nella sua vita, dandogli una possibilità che stravolgerà il suo futuro così come lo aveva immaginato.

    SIX MEN GETTING SICK – I PRIMI CORTI

    Il primo cortometraggio di David Lynch nasce grazie ad una gara di pittura sperimentale in Accademia, nel 1966. Lynch intendeva partecipare con un dipinto raffigurante un giardino nero con esili macchie verdi, delle piante incolte che fendevano l’oscurità, reminiscenze della sua infanzia. La vista del suo quadro, però, lo ispirò a tal punto da decidere di dare vita a quelle figure. Così con una 16 mm e un budget di 200 dollari lavorò ad un’animazione angosciante della sua stessa opera: nacquero in questo modo i “sei uomini malati”, sei sinistre figure che trasmettono un forte senso di sofferenza e di inquietudine per un minuto intero, mentre una danza di linee si dispiega sul suono delle sirene di un’ambulanza. Lavorando a questo corto, Lynch si lasciò guidare dal processo creativo, secondo un modo simile all’automatismo psichico dei surrealisti: partendo da un determinato punto le idee si ramificano e l’inconscio lascia che nuovi spunti interferiscano facendo sì che il risultato sia diverso dall’intento iniziale.

    Con Six men getting sick Lynch vinse il primo premio, che divise col pittore Noel Mahaffey.

    https://www.youtube.com/watch?v=X0O4Qd07jzs

    Nello stesso periodo il regista visse delicate vicende familiari. Si innamorò di Peggy, una sua compagna d’Accademia che decise di sposare immediatamente. Ad aprile dell’anno dopo, in un momento di grandi difficoltà economiche, nacque sua figlia Jennifer. Per David Lynch ebbe così inizio un periodo molto burrascoso ed incerto della sua vita; nonostante questo l’artista non si diede per vinto, e continuò a sperimentare con quella che era diventata l’altra sua grande passione dopo la pittura: l’immagine in movimento, il cinema.

    THE ALPHABET

    Il corto successivo, The alphabet (1968) vide la luce grazie ad una proposta di collaborazione di H. Barton Wasserman, un altro studente dell’Accademia desideroso di lavorare con Lynch dopo il successo del suo primo lavoro. L’ispirazione arrivò grazie ad un racconto di sua moglie Peggy che, andata a far visita ai suoi genitori, aveva trovato sua nipote addormentata in un lettino. La bimba stava avendo un incubo in cui continuava a ripetere l’alfabeto. Il cortometraggio The alphabet è l’interpretazione Lynchiana di quell’incubo. Questo fu il primo momento in cui il regista mostrò le sue abilità di sound designer (che si manifesteranno del tutto in seguito) giocando con le incisioni dei vagiti di sua figlia. I dipinti di Francis Bacon sono le fondamenta su cui il corto è costruito visivamente, ed è possibile anche cogliervi un riferimento al conflitto di Lynch con le istituzioni scolastiche. Il regista decise di presentare la sua opera ad un concorso dell’American Film Institute,la cui vittoria avrebbe garantito delle sovvenzioni per la distribuzione del cortometraggio. Nonostante Lynch non fu tra i vincitori, i quali erano già quasi tutti registi affermati e con più esperienza, i due capi dell’AFI, Tony Vellani e George Stevens jr, lo contattarono personalmente per offrirgli un budget di 7.200 dollari e un adeguato canale di distribuzione.

    https://www.youtube.com/watch?v=oJ_t1eOAipo

    THE GRANDMOTHER

    Nel 1970 venne realizzato The grandmother, che mise per la prima volta il regista dinanzi ai veri problemi della realizzazione di un film. David scelse come protagonista della pellicola Richard White, un ragazzino che vedeva spesso passeggiare intorno a casa sua e che si rivelò perfetto per il ruolo assegnatoli. La nonna invece venne interpretata da Dorothy McGinnis.

    Questo cortometraggio rappresentava la sua più grande ambizione, e vi lavorò con grande impegno provvedendo lui stesso ad ogni aspetto della realizzazione. Per il sound design chiese l’aiuto di Alan Splet e del gruppo dei Tractor, ottenendo un suono inventivo e sperimentale, oltre che alcuni effetti sonori che non esiterà a riutilizzare in futuro.

    Nell’opera viene raccontata la storia di un bambino in un rapporto conflittuale coi genitori che sogna di far resuscitare la nonna morta da un baccello. Il sogno diviene realtà, ma a questa rinascita seguirà in breve tempo una rapida putrefazione. Risultano evidenti i rimandi a figure ancestrali rappresentate in un ciclo di vita e morte interno all’inconscio, il tutto inserito nella percezione del mondo di un bambino psicologicamente provato. Sarà grazie a questo lavoro -apprezzatissimo da Vellani e dai suoi colleghi- che Lynch verrà invitato a Los Angeles alla base dell’American Film Institute. Ed è qui che, un paio di anni dopo, inizierà a lavorare sul suo primo lungometraggio: Eraserhead. Ma questa è un’altra storia.

    https://www.youtube.com/watch?v=Hvq9bEajIVE

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  • Whiplash di Damien Chazelle – Una distorta rappresentazione del Sogno Americano

    Whiplash, il secondo lungometraggio di Damien Chazelle – il primo ad aver riscosso una certa risonanza di pubblico e critica dopo che il suo debutto Guy and Madeline on a Park Bench (2009) era rimasto confinato al circuito dei festival –  è uscito nelle sale nel 2014, dopo essere stato presentato al Sundance Film Festival. Candidato a 5 premi Oscar ne vincerà tre: Miglior attore non protagonista a J. K. Simmons, Miglior montaggio a Tom Cross e Miglior sonoro a Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas Curley, perdendo invece il premio come miglior film (quell’anno vinto da Birdman) e quello per la migliore sceneggiatura non originale (andato a The Imitation Game), in un’edizione particolarmente ricca in cui restarono a secco anche piccole grandi perle come Nightcrawler e Foxcatcher. 
    Racconto parzialmente autobiografico dello stesso Chazelle (il quale durante l’adolescenza aveva affiancato lo studio della batteria jazz alla sua formazione cinematografica), il film ha come fulcro il genere musicale moderno più codificato e al contempo spiritualmente anarchico che esista, il jazz, genere già al centro dell’esordio cinematografico del regista e in seguito riproposto nella sua opera terza, La La Land. Sia Whiplash che La La Land verranno accusati di essere film troppo borghesi e bianchi per trattare del jazz. Tuttavia bisogna ricordare che, nonostante le sue origini popolari, negli Stati Uniti questo genere è stato ormai  radicalmente istituzionalizzato e imborghesito.

    Tornando alla storia, Andrew Neiman (Miles Teller) è un giovane e solitario batterista jazz, studia presso il prestigioso Conservatorio Schaffer (sotto cui si nasconde la Juilliard School di New York), non ha alcun interesse al di fuori della batteria, non ha amici e la sua sembra più una dedizione cieca che una passione ardente. Viene notato dal maestro Terence Fletcher (J.K. Simmons), il quale lo inserisce nella sua orchestra trascinandolo in un vortice di aspettative mai completamente soddisfatte, esercizio durissimo vanificabile da una semplice distrazione, precisione assoluta che mai potrà dirsi raggiunta.
    Già nella prima scena, in cui vediamo Andrew suonare in solitudine in un’aula isolata della scuola, assistiamo a una palese, e forse anche un po’ telefonata, rappresentazione del suo io: il suo corpo, il suo strumento, il loro rapporto violento e febbrile, il niente intorno. Non è una versione giovanile del Sebastian che vedremo in La La Land: dove Sebastian è sognatore, appassionato e speranzoso, Andrew è arido, concreto e furioso.
    Il nostro protagonista è inespressivo, sorride poco, la sua unica occupazione oltre la musica è andare al cinema con il padre, professore di lettere e scrittore fallito, abbandonato dalla moglie. Non si sforza di farsi amare né dai compagni né dai familiari (che certamente disprezza), e probabilmente nemmeno dal padre, con cui non sembra avere un vero rapporto né un dialogo significativo, ma che sembra soltanto fungere da antidoto alla sua desertificazione emotiva. E quando Andrew permette ad una nuova persona, Nicole (Melissa Benoist), di entrare nella sua vita, la subordina  alla musica fin dalle prime battute, e nel momento in cui la scarica non mostra certo di rimpiangerla. Anche qui, così come in La La Land Sebastian e Mia lasciano indietro l’altra persona per raggiungere il proprio scopo salvo poi rendersi conto che non erano davvero l’una ostacolo per l’altro, Nicole non è altro che una tangente nel percorso di non-crescita di Andrew.

    La Musica no, non è importante. In La La Land Sebastian respira jazz così come Mia respira cinema, qui Andrew fa musica più per una pulsione irrazionale atta a prosciugare la sua essenza e a scaricarla sullo strumento. Ascolta musica ma a tratti sembra quasi disinteressato anche al jazz, e in alcuni momenti sfoga la sua violenza sulle casse della batteria direttamente con le mani e senza la mediazione delle bacchette, proprio perché esse non riuscirebbero ad essere una vera valvola di sfogo. Ed è sotto gli occhi di qualunque spettatore che la musica potrebbe essere sostituita con la cucina, uno sport, qualsiasi pratica che richieda una notevole dose di impegno e dedizione, senza nemmeno troppa creatività o spirito di iniziativa. La La Land è un film di aspiranti artisti, Whiplash un film di esecutori. Di musica si parla sempre in termini tecnici, in numeri, tempi, pochissimo spazio all’aspetto emozionale, “visto dai geometri” come il sesso in Maledetto il Giorno che t’ho Incontrato (Carlo Verdone, 1992).
    Il Maestro Fletcher, ispirato ovviamente al maestro reale di Chazelle, che il mondo intero ha visto come un mostro nato dall’unione tra il Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket e la Miranda Priestly de Il Diavolo Veste Prada, ha un duplice aspetto. Il suo costume, con una giacca da direttore d’orchestra, nasconde non solo due bicipiti invidiabili specie per un sessantenne, ma anche e soprattutto un atteggiamento da allenatore crudele e sanguinario. Allenatore, non maestro, perché il rapporto assolutamente carnale tra musicista e strumento porta ad un logoramento fisico estremo, più simile a quello di uno sportivo che a quello di un artista: questo è evidenziato, forse anche fin troppo, dalle mani perennemente sanguinanti del protagonista.

    Ed è verso la fine che il film giunge nel suo momento più discusso, proprio in seguito all’espulsione di Andrew, alla sua caduta in depressione e alla denuncia ai danni del maestro. I due si incontrano, entrambi sono distanti dal loro obiettivo: scovare il nuovo Charlie Parker per Fletcher, diventarlo per Andrew. Ed è qui che, quando Andrew chiede all’insegnate se quei metodi troppo duri, che avevano addirittura portato ad un suicidio, non avrebbero potuto rischiare di scoraggiare il nuovo Charlie Parker, Fletcher risponde di no: il nuovo Charlie Parker non si sarebbe mai arreso di fronte a quella violenza mascherata da insegnamento. Il regista forse qui non ha il coraggio di prendere posizione, ma forse segretamente riconosce una certa veridicità a quella visione logorante della ricerca del successo, e infatti il personaggio di Miles Teller non riesce a controbattere. Il finale del film, con una vendetta mal riuscita e una maldestra - e allo stesso tempo pienamente consapevole - dimostrazione delle proprie capacità, non risolve questo dubbio. Ma almeno i nostri due protagonisti sembrano aver raggiunto il loro obiettivo.

    Nicolò Cretaro
  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: MOON – DUNCAN JONES (2009)

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    Sam Rockwell, una base lunare, una sceneggiatura ben scritta. Questo è ciò che basta a Duncan Jones per firmare, nel 2009, la sua pellicola d’esordio e per creare uno dei film di fantascienza più interessanti degli anni 2000: Moon.

    Nonostante i primi dieci anni del XXI secolo siano stati ricchi di opere estremamente convincenti in ambito Sci-Fi, su tutte Avatar di Cameron (2009), Sunshine di Danny Boyle (2007) e I Figli degli Uomini di Cuarón (2006) – qui un approfondimento su quest’ultimo – il debutto alla regia del figlio del compianto David Bowie trova il proprio posto al tavolo dei grandi grazie a una pellicola in cui sono le idee a prevalere sul budget (ridottissimo: 5 milioni di dollari), un cinema di concetto che non si perde in mirabolanti effetti speciali, ma che va dritto al punto.  

    Moon, infatti, rappresenta l’essenza stessa della Fantascienza, ovvero l’interrogarsi su questioni esistenziali come la natura umana, l’etica e la morale, oppure l’analizzare, con uno sguardo spesso molto severo, la società contemporanea e tutte le sue problematiche. Duncan Jones riesce con questo film, come si vedrà, a centrare sapientemente entrambi gli obiettivi. 

    Andando con ordine, però, Moon mette in scena la storia di Sam Bell (Sam Rockwell in un’interpretazione eccezionale), un uomo che lavora per una multinazionale mineraria sulla Luna, dove estrae materiali necessari alla produzione di energia elettrica sulla Terra. Arrivato alla fine del contratto triennale che lo obbliga sulla base lunare in completa solitudine, però, strani eventi iniziano a turbare le ultime settimane di lavoro di Sam, le cui conseguenze avranno effetti devastanti sulla vita e sull’esistenza stessa del protagonista.

    N.B. Questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che resta disponibile per il noleggio online su tutte le piattaforme dedicate.

    LA RUOTA DEL CAPITALISMO: TRA OPPRESSIONE E IPOCRISIA 

    Moon è una pellicola decisamente profonda e stratificata, che può essere approcciata da diversi punti di vista e che offre spunti di riflessione di varia natura. Nonostante ciò, va riconosciuta la centralità del messaggio socio-politico che è, chiaramente, il più evidente e che rende questo film un’interessantissima opera di denuncia, portata avanti in maniera tagliente, acuta e che non cade mai nel didascalico, nei confronti della società contemporanea, 

    Il concetto chiave attorno al quale ruota tutto il discorso di Duncan Jones è la spersonalizzazione della forza lavoro, lo sfruttamento sistematico e organizzato di masse pressoché infinite di individui al fine di garantire un certo status di privilegio e benessere a tutta una fetta di popolazione privilegiata. Leggendo il film in questo senso i cloni di Sam Bell, che vengono risvegliati con l’unico scopo di lavorare, produrre e successivamente subire l’eliminazione, sono una triste metafora della moltitudine di persone che lavorano, oggi, come macchine in un sistema capitalista che li opprime in maniera invisibile, costrette a una nuova forma di schiavitù sociale fatta di sfruttamento, debiti e precarietà, ma mascherata da progresso, benessere e libertà.

    Proprio come il personaggio di Sam Rockwell vive costantemente nell’illusione costruita a tavolino di un futuro ritorno sulla Terra, allo stesso modo il capitalismo contemporaneo vende quotidianamente l’illusione di un possibile avanzamento sociale, di un’agiatezza economica per tutti, che si rivela essere semplicemente una facciata, una botola nascosta che copre la stanza segreta della base lunare dove è custodita segretamente la verità: si è tutti cloni, si è tutti programmati per produrre e per consumare, per avere la schiena piegata sotto il peso di chi sta sopra e contemporaneamente gravare sulle spalle di chi sta sotto, in un mondo in cui l’uomo comune è sia oppresso che oppressore, in un gioco che avvantaggia solamente chi sta in cima alla piramide umana e può stare comodamente seduto con la testa alta. 

    Questa terribile necessità di avere una maggioranza sfruttata per garantire il benessere degli altri è perfettamente rappresentata nel film, in quanto la stazione-prigione in cui lavora Sam Bell ha il compito di fornire energia pulita e pressoché illimitata alla Terra. In questo parallelismo si cela la grande contraddizione della contemporaneità: è moralmente accettabile, in una società civile come quella odierna, che milioni di persone vivano in condizioni disumane affinché la restante parte del mondo possa condurre una vita normale? E’ risaputo che, ad esempio, la stragrande maggioranza dei vestiti in commercio sia prodotta in paesi come il Bangladesh o il Vietnam in contesti non propriamente cristallini, ma sarebbe possibile per l’occidentale medio rinunciare a cose che ritiene così naturali e scontate – come un capo d’abbigliamento a basso costo – per garantire una più equa ridistribuzione della ricchezza? O è forse giusto che esistano dei cloni di Sam Bell che trascorrono l’intera vita sulla Luna producendo energia elettrica sognando invano di tornare un giorno da famiglie che non esistono, affinché ogni persona sulla Terra possa accendere la luce in casa propria?

    Ai posteri l’ardua sentenza, sperando possano giudicare senza ipocrisia. 

    IL CONCETTO D’UMANITA’: TRA IDENTITA’ E MEMORIA

    Un secondo elemento, molto più esistenziale e filosofico rispetto al precedente, che emerge dalla visione di Moon è la riflessione intorno al concetto di umanità che è, sicuramente, un macro-tema distintivo che la fantascienza tratta da sempre e che fa parte della tradizione di genere ormai da decenni. Duncan Jones si inserisce in questo filone seguendo le orme di quel capolavoro che è Blade Runner (1982), utilizzando la metafora della creatura artificiale che, nel prendere coscienza della propria identità, mette in campo alcune domande e riflessioni su cosa significhi effettivamente essere umani. 

    Sam Bell, infatti, nel corso del film viene a conoscenza della sua natura replicata, scoprendo – suo malgrado – di essere semplicemente uno tra tantissimi cloni e che tutti i ricordi della Terra, che credeva così veri e che costituivano il suo appiglio emotivo, la motivazione profonda che gli permetteva di sopportare la vita alienante della base lunare, sono in realtà memorie artificiali impiantante. La caduta di ogni certezza del protagonista in seguito a questo evento apre a riflessioni molto interessanti sul valore del ricordo: il personaggio di Sam Rockwell, infatti, ha vissuto tre anni provando nostalgia per una casa che non esiste; desiderio per una donna in realtà ormai morta e amore per una figlia neonata che ormai è più che adolescente. Se è vero, dunque, che l’oggetto dei sentimenti di Sam Bell è fittizio, lo stesso non si può dire del sentimento stesso che è reale, autentico e profondo, nonostante sia esperienza di un non-umano. E’ qui che, allora, nasce spontaneo il dilemma e viene da chiedersi cosa sia a rendere “vera” la memoria: l’aderenza con i fatti accaduti o l’emozione che chi ricorda prova ripensando a quel momento? Quante volte capita di avere un’immagine non veritiera di eventi passati, soprattutto legati all’infanzia, ma di essere perfettamente certi dei sentimenti provati in quel frangente e del segno indelebile che hanno lasciato? In altre parole ciò che rende la memoria – e quindi, per associazione, anche l’essere – umana non è tanto cosa si ricorda, bensì, più che altro, come lo si ricorda.

    Il discorso di Duncan Jones, qui, si allarga ulteriormente ponendo questo concetto come base per definire cosa sia l’identità di un soggetto: il momento in cui Sam Bell scopre di essere semplicemente una replica artificiale corrisponde con la caduta di tutta una serie di certezze che andavano a comporre, come un puzzle, l’immagine che il protagonista ha di sé stesso. Egli infatti, ai suoi stessi occhi, è un padre amorevole, un marito devoto, un uomo che lavora sodo e si sacrifica per la propria famiglia, queste sono le fondamenta sulle quali ha basato la propria esistenza e nel momento in cui vengono improvvisamente meno, ecco che Sam non è più in grado di riconoscersi, non riuscendo più a vedere la propria identità in ciò che è rimasto di lui. 

    Qui torna nuovamente il conflitto tra percezione e verità, vero punto cardine di tutta la riflessione esistenziale del regista, in quanto il protagonista comprende, nel momento più oscuro della sua disperazione, che l’identità che gli è stata tolta è un’illusione proprio come i ricordi che gli sono stati impiantati artificialmente, ciò che veramente lo rende unico e umano è il percorso emotivo che ha compiuto nella sua vita, come ha costruito un sistema complesso di sentimenti legato a questa memoria, che anche se risulta essere replicata, lo ha fatto crescere e cambiare, lo ha fatto soffrire e gioire, gli ha dato un motivo per vivere e una speranza per il futuro, rendendolo di fatto non più una copia di una persona, ma una Persona egli stesso, perché sicuramente se il Sam Bell-clone avesse avuto la possibilità di incontrare la neonata ormai cresciuta presente nei suoi finti sogni, si sarebbe emozionato proprio come un padre che riesce a vedere  per la primissima volta la propria figlia e in quel momento chi sarebbe stato in grado di distinguere il clone dall’umano, l’originale dalla copia

    Chi sarebbe in grado di dire “questo non è un uomo?”, probabilmente nessuno. 

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  • CINQUE SERIE TV DA VEDERE PER EVADERE DALLA REALTÀ QUOTIDIANA

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    Sono a malapena passate le prime settimane di gennaio, universalmente conosciuto come il mese più lungo di tutto l’anno, e già il sentimento condiviso dalla maggioranza è quello di stanchezza e bisogno di staccare il cervello da tutte le preoccupazioni quotidiane. Per aiutarci in questo ecco cinque serie tv, uscite tra il 2020 e il 2021 e di generi diversi fra loro, che possono venirci in aiuto per evadere dalla realtà quotidiana. Non sono fra le più conosciute o blasonate, ma hanno la capacità di distaccarsi straordinariamente dalla banalità quotidiana, per diversi motivi ed essendo composte da una o due stagioni al massimo non saranno troppo impegnative da seguire. Una meritata breve parentesi in un altro mondo che almeno non è quello che siamo costretti a vedere tutti i giorni.

    THE UNDOING & NINE PERFECT STRANGERS 

    Dopo il grande successo di Big Little Lies, piccolo gioiello targato HBO, il produttore e sceneggiatore David E. Kelley è tornato a collaborare ben due volte quest’anno con l’attrice Nicole Kidman, provando a riproporre la formula che aveva portato al successo della serie precedente. Da questo che ormai sembra un sodalizio consolidato sono venuto fuori altri due prodotti che probabilmente non raggiungono il livello della loro capostipite, ma che ancora di più ci propongono mondi narrativi totalmente diversi dalla nostra realtà quotidiana, estremamente patinati e che lasciano nell’angolo problemi sociali e di attualità, per concentrarsi esclusivamente sul dramma. 

    La prima, The Undoing, che ha avuto una discreta fama anche qui in Italia per la partecipazione dell’attrice Matilda De Angelis, è una miniserie di genere giallo e thriller con protagonisti Nicole Kidman e Hugh Grant, marito e moglie appartenenti all’alta società newyorkese, i quali vengono coinvolti nelle indagini per l’efferato omicidio di Elena Alves, interpretata appunto da De Angelis. Oltre che dalla trama sostenuta dai cliffhanger che chiudono ogni episodio, e dal personaggio misterioso di Elena Alves che costituisce un infiltrato destabilizzante in un mondo di super ricchi, il senso di evasione dalla realtà è accentuato dall’ambientazione in questo mondo estraneo fatto di case e vestiti stupendi, su tutti i cappottini che Nicole Kidman sfoggia con nonchalance nel freddo inverno newyorkese. Menzione d’onore a Donald Sutherland, perfetto nella parte del patriarca un po’ mefistofelico.

    Il vestito è diverso ma il risultato è lo stesso per Nine Perfect Strangers. Qui Nicole Kidman interpreta Masha, una sorta di santone enigmatico ed etereo che gestisce un losco resort benessere di lusso chiamato “Tranquillum House”, che promette di trasformare e far guarire dalla sofferenza i suoi ospiti accuratamente selezionati. In una situazione un po’ alla Agatha Christie, in cui persone sconosciute vengono messe in un luogo completamente isolato dalle influenze esterne, siamo portati a indagare fra le pieghe più o meno oscure di questi personaggi e a vedere come interagiscono fra di loro nel progressivo instaurarsi di curiosi legami, il tutto anche qui condito da un’estetica patinatissima che non vi può far staccare gli occhi dallo schermo. Disponibile su Prime Video. 

    ONLY MURDERS IN THE BUILDING 

    Piccolo gioiellino disponibile sulla piattaforma Disney+, Only murders in the building mescola il giallo alla commedia in maniera intelligente e non banale. Ideata da Steve Martin, che interpreta anche uno dei tre protagonisti insieme a Selena Gomez e Martin Short, è ambientata all’Arconia, un condominio di lusso di New York, abitato da inquilini alquanto curiosi e che ad un certo punto viene scosso dall’apparente suicidio di uno di questi. I tre protagonisti, uniti dalla solitudine e dalla passione per i podcast di genere crime, convinti a ragione che si tratti di un omicidio, cominciano ad indagare sull’accaduto producendo un podcast chiamato appunto Only murders in the building, che li porterà a vivere strane avventure e a scoprire fra di loro una bizzarra e curiosa amicizia. Divertente e coinvolgente per la vicende narrate, e quindi perfettamente godibile, è però anche una riflessione meta-televisiva sulla nostra ossessione per le storie e sul bisogno di essere parte di una storia, nel senso più ampio del termine, per uscire dalla banalità quotidiana. 

    EMILY IN PARIS

    Creata da Darren Star, già conosciuto per la serie cult Sex and the City, Emily in Paris è stata bistrattata e criticata, la maggior parte delle volte a ragione, ma per qualche motivo tutti la conoscono e l’hanno vista. La prima stagione, uscita nel 2020, ha avuto un grande successo ed è oggettivamente poverissima di qualsiasi sviluppo narrativo, a tratti quasi irritante ed eccessivamente stereotipata, ma per qualche motivo non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo. La seconda stagione, da poco disponibile su Netflix, fa però un piccolo salto in avanti, e per quanto riproponga tutti gli elementi che già ne avevano fatto il successo, ha la qualità di proporre finalmente una qualche forma di problematicità che è il motore di qualsiasi storia che si voglia chiamare tale, e a tratti sembra più prendere in giro sé stessa, e il modo in cui gli americani vedono stereotipicamente l’Europa e gli europei, piuttosto che il contrario. Insomma un perfetto guilty pleasure e comunque un curioso prodotto di intrattenimento

    THE FLIGHT ATTENDANT 

    The Flight Attendant è una sorta di thriller alla Hitchcock di Intrigo Internazionale, ma dal sapore molto più camp e over-the-top, da cui però non riuscirete a staccare gli occhi fino alla fine. La protagonista, Cassie Bowden, è un’assistente di volo dalle abitudini sregolate che una mattina si sveglia a fianco del cadavere sgozzato dell’uomo con cui era stata la notte precedente, della quale non ricorda quasi niente. Incapace di ricostruire l’accaduto, si ritrova coinvolta in un intrigo molto più grande di lei, abitato da personaggi cartooneschi che sembrano prendere in giro sé stessi e svolte narrative assolutamente improbabili e irrealistiche. A suo modo interessante, vi assorbirà totalmente.

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  • THE NEON DEMON E LA SUA SIMBOLOGIA

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    Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul film in questione.

    DALLE FIERE DANTESCHE A UN SACRIFICIO DA BACCANTI

    Nel 2016 il regista danese Nicholas Winding Refn ha deciso di dividere in due fazioni opposte critica e pubblico, con un’opera tanto particolare quanto controversa. Già dalla sua partecipazione al Festival di Cannes, The Neon Demon è stato in grado di generare applausi e fischi, guadagnandosi un posto d’onore tra le pellicole più bizzarre degli ultimi anni. Tuttavia, a prescindere dalle proprie opinioni sulla materia, è importante ricordare (e, se volete, ammirare) come The Neon Demon riesce a sviscerare i più oscuri segreti dell’industria della moda, il tutto attraverso una regia simbolica e affascinante.

    La storia segue la giovanissima modella Jesse (Elle Fanning) e la sua scalata nel mondo della moda, mentre la competizione è al massimo dei livelli. È accompagnata nella vicenda da Ruby (Jena Malone), una truccatrice, e da due modelle affermate, Sarah (Abbey Lee) e Gigi (Bella Heathcote), tre donne che si riveleranno senza scrupoli, gelose dell’innocenza e della naturale bellezza della ragazza. Tra servizi fotografici e sfilate psichedeliche, Jesse diventerà bersaglio della violenta gelosia delle compagne, che, alla fine del film, finiranno addirittura per mangiare il suo corpo, come in una sorta di rituale pagano. Oggi siamo qui per scavare a fondo nella pellicola, portando alla luce metafore e simbologie che, inevitabilmente, hanno a che fare con l’universo femminile.

    LE TRE FIERE E L’UNIVERSO DANTESCO

    Al momento del suo ingresso nel mondo della moda, Jesse conosce tre donne, Ruby, Gigi e Sarah, affermate già da tempo e subito gelose della sua bellezza. Questi tre personaggi hanno un valore molto più profondo di ciò che possono mostrare in superficie: simboleggiano infatti le tre fiere che si parano davanti agli occhi di Dante nella cantica dell’Inferno della Divina Commedia. Solo che, in questo caso, Jesse si lascia accompagnare: Ruby è la lonza, simbolo di lussuria, e prova chiaramente un forte desiderio sessuale nei confronti di Jesse; Gigi è il leone (o la leonessa, se preferite), simbolo di superbia, che riempie i suoi sguardi glaciali; infine, Sarah è la lupa, l’avidità più pura, e sarà lei a trionfare sulle “rivali”, essendo l’unica ad ottenere veramente qualcosa dal massacro.

    I riferimenti all’universo dantesco, tuttavia, non si fermano qui. Anzi, l’intera ambientazione di Los Angeles è un’allegoria alla città infernale per eccellenza, Dite, in cui dimorano gli angeli caduti. Dite è una città malata, priva di una qualunque moralità, luogo di peccato e violenza. Infine, va azzardata l’ipotesi che le tre donne siano un rimando a Cerbero, il cane a tre teste che sorveglia l’ingresso alle fiamme degli Inferi.

    COLORI, FORME E SIMBOLI

    La metà esatta del film corrisponde alla scena surreale di una sfilata, in cui vediamo apparire forme, luci e colori intermittenti su uno sfondo completamente nero: è il momento della transizione di Jesse verso la nuova sè stessa, modella splendida in competizione con le altre e affamata di successo. Si susseguono luci e colori, forme triangolari combinate in tutti i modi possibili. Prevale il triangolo rovesciato, simbolo da sempre associato al mondo femminile, ma anche al male, in quanto opposto al triangolo della Trinità. La forma si tinge di rosso, come il sangue in cui Jesse finirà per morire, e all’interno di esso appare la ragazza, nella nuova versione di sé. È infatti spesso usato anche l’espediente dello specchio, per indagare sulla doppia natura dei personaggi, non solo su quella della protagonista. E infine i colori, vivaci e taglienti, che, con una strizzata d’occhio al Suspiria di Argento, portano con sé dei significati particolari e accompagnano l’enorme metafora del film stesso. All’inizio della storia, Jesse è una ragazza innocente, bellissima, indossa spesso abiti chiari, posa per il suo primo servizio fotografico ricoperta di oro. A questa prima fase della sua vita corrisponde il colore blu, che troviamo spesso associato alla sua figura, ma soprattutto nel primo segmento della sfilata. È un blu calmo e delicato, che si riflette negli occhi azzurri di Jesse. Abbiamo poi il rosso, bellissimo ma esplosivo, violento, strettamente legato al sangue. Un colore che viene accostato spesso alla protagonista, ma che simboleggia la sua discesa nell’oscurità e poi la sua morte. Jesse ha iniziato a spingersi oltre, ed esattamente allo scoccare della metà della pellicola, avviene il suo passaggio attraverso lo specchio, mentre i neon diventano rosso sangue, e il demone di cui leggiamo nel titolo del film prende vita. Il demone della bellezza avvolge Jesse, il narcisismo prende il sopravvento, la giovane ragazza è portata sulla strada dell’avidità e dell’egocentrismo, ancora una volta accompagnata dal triangolo rovesciato del male, a simboleggiare il carattere demoniaco della trasformazione.

    ANTROPOFAGIA E LEGAMI CON LE BACCANTI DI EURIPIDE

    Jesse è un eroe tragico, protagonista della vicenda che la porterà alla morte in una pozza di sangue, lo stesso che cola dal suo corpo nella prima scena del film. Le tre donne che incontra sono talmente ossessionate da lei, dalla sua innocenza e bellezza angelica, da arrivare a farsi pervadere dalla follia. Proprio come le baccanti, le donne che nell’antica Grecia celebravano i riti dedicati a Dioniso, Ruby, Gigi e Sarah si abbandonano ai più bassi istinti umani. Le tre fiere uccidono Jesse, poi, grazie a una scena allo stesso tempo terrificante e meravigliosa, il regista ci fa capire che le donne hanno fatto a pezzi il corpo della povera ragazza per mangiarlo e fare il bagno nel suo sangue. Vediamo Ruby sdraiata in una vasca piena fino all’orlo, mentre Gigi e Sarah sono intente a lavarsi sotto la doccia, sulle cui pareti scorrono rivoli di sangue. Lo scopo di questo pseudo rituale pagano è assorbire la bellezza della ragazza, affinché appartenga a loro per sempre. Jesse è Penteo, l’eroe tragico delle Baccanti di Euripide, che verrà ucciso da un gruppo di donne divenute folli per volere di Dioniso. Penteo viene indotto a intrufolarsi tra le baccanti per spiarle, ma il dio dirigerà la loro follia sull’uomo ingenuo, esattamente come accadrà alla giovane Jesse. Eppure, il rituale non è destinato ad avere successo. Ruby e Gigi, infatti, finiscono per morire anche loro, ed è soltanto Sarah a uscire viva dal massacro. E così la “modella-baccante”, l’avida lupa di Dante, si allontana dallo spettatore verso la sua carriera nella moda, ora che porta dentro di sé la bellezza tanto a lungo desiderata.

    Fin dalla sua uscita, The Neon Demon è stato capace di dividere gli animi, tra chi lo considera un’opera visionaria e affascinante e chi lo ritiene un “delirio di onnipotenza” da parte del regista. Al di là del gusto personale, va evidenziato come la pellicola sia portatrice di significati molto profondi, che non riducono le interpretazioni a ciò che abbiamo riportato in questo articolo. Esattamente come una congrega di streghe, il mondo della moda apre le sue porte allo spettatore, con i suoi intrighi, delitti e menzogne. È risaputo che la vita di una modella sia impegnativa, ma si può rivelare addirittura letale, piena com’è di feroce competizione e continuo “ricambio” generazionale. Il mondo della moda accoglie giovani donne con la promessa di successo, ma subito le distrugge, fagocitando la loro persona in nome di qualcosa di più grande, forse proprio un demone. Dopo aver visto The Neon Demon, ciò che ci resta è la consapevolezza che il male ha trionfato, in un mondo creato per le donne, ma in cui le donne finiscono inevitabilmente per morire.

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  • UNA STORIA CHIAMATA GOMORRA – LA SERIE

    “Nessuno credeva davvero nella possibilità di fare una serie […] E lui [Riccardo Tozzi, N.d.R.] finì l’incontro dicendomi << No, la facciamo. Non c’è bisogno di aspettare. Si fa. >> Da quel momento in poi è stata una fatica di Sisifo.               

    (Roberto Saviano)

    Il 6 Maggio 2014 va in onda su Sky Atlantic in prima visione una scommessa. Una scommessa fatta da Stefano Sollima (già regista di quel Romanzo Criminale – La serie che molti ritengono il punto più alto mai raggiunto dalla serialità televisiva italiana), dagli sceneggiatori Giovanni Bianconi, Stefano Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Maddalena Ravagli, dai produttori Riccardo Tozzi (fondatore di Cattleya), Nils Hartmann (Senior Director della produzione degli originali Sky) e Gina Gardini, nonché dallo scrittore Roberto Saviano, il cui romanzo è la fonte principale d’ispirazione. Una scommessa chiamata Gomorra – La serie, una serie che racconta la malavita, le organizzazioni criminali a tutto tondo, in tutti gli elementi che le compongono e con tutte le sfaccettature che comportano.

    Si trattava di una scommessa perché fino a quel momento sembrava impossibile realizzare in Italia una serie di questo tipo. Certo, dal romanzo era già stato tratto un film omonimo diretto nientemeno che da Matteo Garrone (che aveva inoltre ottenuto un successo ed  un numero dei premi e candidature eccezionale) e la criminalità organizzata italiana è famosa in tutto il mondo ed era stata trattata già da tantissimi romanzi, film, serie, spettacoli teatrali, ma questa serie fa qualcosa di diverso: non romanza. Le storie dei personaggi e le vicende che noi seguiamo (un po’ come fece Eggers con il suo The VVitch utilizzando diari e fonti storiche) sono sì inventate, ma traggono tutte ispirazione dalla realtà e da fatti realmente accaduti. Una delle fonti principali è, ovviamente, il romanzo del già citato Saviano, dal quale la serie pesca a piene mani dal capitolo 4, “La guerra di Secondigliano”, per quanto riguarda le vicende (come dice il titolo stesso) di scontri e guerra tra clan e boss, mentre da tutti gli altri capitoli prende personaggi ed episodi e li inserisce all’interno di un contesto falso, ma nel quale si respira verità da tutti i pori.

    Piccola premessa: l’articolo ripercorre tutta la serie, analizzando nello specifico alcuni elementi e passaggi dei vari episodi. Saranno quindi inevitabilmente presenti degli spoiler di tutta la serie, si sconsiglia quindi la lettura per tutti coloro interessati al prodotto ma che ancora non l’hanno recuperato.

    LA STRUTTURA DELLA SERIE

    L’enorme successo della serie comporta la produzione di cinque stagioni, con gli ultimi due episodi in onda in data 17 Dicembre 2021. In ogni stagione seguiamo le vicende dei vari personaggi che popolano l’attività criminale di Scampia e Secondigliano, andando a proporre una tematica di base differente per ogni iterazione.

    ATTO I: CADUTA

    Protagonista assoluta della prima stagione è la faida tra la famiglia Savastano (capitanata da Don Pietro assieme alla moglie Imma ed al figlio Gennaro) ed il clan di Salvatore Conte. Oltre ad introdurre i re e le regine sulla scacchiera, ci viene introdotto anche Ciro Di Marzio detto “L’immortale”, apparentemente pedone dei Savastano ma pronto a tutto pur di scalare i ranghi e ottenere il potere che tanto brama fin da ragazzino. Già con i primi episodi la serie ci mostra un mondo crudo e violento, in cui vivere è tutt’altro che semplice, dove la morte è dietro l’angolo e dove vige l’animalesca legge del più forte. La tematica centrale di questa stagione è però la caduta: innanzitutto di Don Pietro, che viene arrestato ed incarcerato, di Gennaro, che dal suo lucido piedistallo cade rovinosamente in un mondo che non risparmia nessuno, di Imma, donna sola contro il mondo, dello stesso clan Savastano, che sperimenta una guerra interna tra la vecchia e la nuova scuola, ma soprattutto decadono i concetti di famiglia, di rispetto, di onore, tutto ciò che caratterizza quel mondo civilizzato che lo spettatore vive e che deve invece abbandonare addentrandosi assieme a Ciro in un mare di morte e dolore.

    La caratteristica che rende la prima stagione così speciale sono gli episodi stessi e le singole storie che racchiudono. Ogni puntata racconta infatti la vita di diversi personaggi secondari, le cui trame si intrecciano con quelle dei protagonisti e che finiscono faccia a faccia con il mondo in cui vivono che si tratti di “essersela andata a cercare” o di essere “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Che siano i volti, i dialoghi o le azioni commesse, qualcosa ti rimane inevitabilmente dentro, stazionata in quella parte più oscura di te che risale quando sei solo e ti poni quelle domande esistenziali che tanto fanno male.

    “Accidere è ‘na strunzata.” (Gennaro Savastano)

    ATTO II: LIBERTA’

    “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost.” (Don Pietro)

    La complicata situazione della famiglia Savastano (con un Don Pietro latitante, un miracolato Genny che prende le distanze da Napoli e una donna Imma morta e sepolta al cimitero) porta una ventata di aria fresca e di libertà a Secondigliano, portando i vari boss grandi e piccoli a volersi prendere tutti un pezzo di torta, risultando nella creazione dell’Alleanza, in cui ognuno è sullo stesso livello, senza padroni e schiavi, di cui i principali esponenti sono i già noti Ciro e Salvatore Conte ed a cui si aggiungono Scianel, O’ Nano, O’ Principe, O’ Mulatto e O’ Zingariello. Facciamo la conoscenza anche di Patrizia, nipote di Malammore, che diventa prima tramite e poi braccio destro di Don Pietro durante la sua latitanza nel suo nascondiglio, dove si ritrova a fare i conti con tutto ciò che gli è stato rubato e con il burrascoso rapporta che sviluppa con il figlio.

    Una libertà e un cambiamento attraverso cui i personaggi cercano di cambiare le cose, di destrutturare le fondamenta di un gioco che però non vuole cambiare e di cui i giocatori stessi si rendono presto conto di non poter convivere con quell’ideale di uguaglianza che l’Alleanza richiede, poiché tutti vogliono inevitabilmente avere quel qualcosa in più e finiscono per schiacciare gli altri. Proprio mentre il desiderio di potere porta all’omicidio di Salvatore Conte, creando così i primi problemi interni all’unione, Don Pietro comincia a sferrare i suoi colpi ma rimanendo nell’ombra e facendo così scoppiare una guerra civile tra i vari boss. La vendetta ed il sangue scorrono ancora per le strade di una Secondigliano devastata e spietata di cui vediamo la piena rappresentazione nel finale. Un Ciro Di Marzio vuoto e che rinuncia al potere finalmente ottenuto una volta resosi conto del prezzo pagato, uccidendo prima la donna amata e vedendosi poi strappata via la figlia, unica ancora pura di salvezza da quel mondo marcio e sporco nel quale finisce per sprofondare e che abbandona con un ultimo terribile atto, l’uccisione a sangue freddo del suo peggior nemico, quel Don Pietro che sembrava essere riuscito a riottenere tutto ciò che voleva e che finisce invece per morire orribilmente sulla tomba della moglie. Qui la serie inserisce un’altra lezione di vita da ricordare in quel mondo: la famiglia è una debolezza ed infatti proprio mentre Don Pietro muore, Genny, vero mandante dell’assassinio del padre, diventa papà del suo unico figlio che chiamerà, con non poca ironia della sorte, proprio Pietro. Mentre un Pietro Savastano lasciava questo mondo, un altro cominciava a respirare la sua aria.

    “A fin r’o juorn sta tutta ccà.” 

    “Sta tutta ccà.” 

    (Scambio di battute finale tra Don Pietro e Ciro)

    ATTO III: RIVALSA

    “A pat’m nun l’ha accis Ciro Di Marzio. L’ha accis o’ velen ca tenimm tutt quant n’cuorp. Nuje o sapimme ca ce sta, ma nun o putimme sputà for.” (Genny)

    Eliminato il padre e fatto arrestare il suocero, Genny elimina gli ultimi ostacoli aiutato da Ciro che, svolto il suo compito, viaggia per l’est Europa stanco e volenteroso di cambiare vita. Il nuovo giovane re dei Savastano ha quindi il controllo di Secondigliano e dell’impero degli Avitabile, aiutato nel primo campo da Patrizia e Scianel e nel secondo dalla moglie Azzurra. Ma se Gomorra insegna qualcosa è che il potere è tutt’altro che stabile: Ciro, trasferitosi in Bulgaria decide, dopo aver creato inevitabilmente scompiglio, di tornare a Napoli ed allearsi con la new entry Enzo “Sangue Blu” e la sua banda, mentre Genny paga le spese di aver cercato di ingannare il suocero Giuseppe che, scoperte le malefatte, elimina i restanti “guaglioni del vicolo” e toglie a Genny tutto ciò che aveva ottenuto. Tornato a Secondigliano senza potere e senza famiglia è quindi costretto a tornare da Ciro, unico amico rimasto e decide di affiancarsi alla ricerca di potere di Sangue Blu dichiarando guerra ai Confederati. Una stagione il cui tema è facilmente riassumibile da quella iconica frase pronunciata da Don Pietro nella stagione precedente, quel “riprendiamoci tutto quello che ci appartiene” che caratterizza tutto il viaggio di Gennaro in un primo momento verso la moglie ed il figlio e successivamente del tanto agognato potere e che rappresenta appieno anche lo scopo di Enzo, nipote di un vecchio boss a cui era stato tolto tutto e figlio di un padre che non ha nemmeno potuto seppellire. Pecora nera della storia è proprio Ciro, che torna non con l’obiettivo di diventare il più forte ma con il desiderio di aiutare, diventando il “fratm”, il braccio destro dietro le quinte di cui i due giovani boss necessitano per ottenere quello che tanto desiderano.

    Con Giovannesi e Sollima che abbandonano la cabina di regia (quest’ultimo rimarrà comunque come direttore artistico), sono Cupellini e la Comencini a gestirsi alternativamente la regia dei dodici episodi, riuscendo comunque ad ottenere un ottimo risultato e a non far perdere lo stile caratteristico della produzione, dove a farla da padrone è proprio la caratterizzazione dei personaggi ed il loro barcamenarsi cercando in tutti i modi di ottenere ciò che cercano e ciò viene elevato ulteriormente da una interpretazione sublime di tutti gli attori, in cui tra i già noti Esposito, Lotito, Gallo, si aggiunge un bravissimo Arturo Muselli e su cui spicca tra tutti proprio Marco D’Amore toccando elevate vette di emotività, soprattutto nel finale. Qui bellezza di scrittura e bravura attoriale si mescolano nel sacrificio di Ciro che si fa carico degli errori commessi da Gennaro, costretto ad uccidere l’amico proprio da Enzo. Una scena toccante, ricca di emotività e che conclude alla perfezione il percorso di Ciro Di Marzio, l’Immortale di nome ma infine, come tutti gli altri, non di fatto. Forse.

    “Dint’â vita contano doje cose: ‘a sorte e ‘e cumpagne.” (Sangue blu)

    ATTO IV: ABIURA

    “Chell ca m’e fatt ‘ngopp a chella barca, nun m’o scordo cchiù.” (Genny)

    Inevitabilmente, nella vita di una persona si presentano alcuni avvenimenti che finiscono per minare le fondamenta stesse di tutto ciò che si ha creato e fatto fino a quel momento. La morte di Ciro è devastante per Gennaro (superando tutte quelle da lui vissute finora, comprese quelle dei genitori), tanto da portarlo a riflettere su cosa la vita criminale rappresenta e significa davvero. Si apre quindi così la quarta stagione di Gomorra, con un Gennaro che lascia Secondigliano nelle mani di Patrizia, che gestirà quindi la vendita di droga ed i rapporti con tutti i restanti membri dei clan. L’ultimo sopravvissuto dei Savastano abbandona la vita criminale, la rinnega e apre un progetto edilizio per la costruzione di un aeroporto in Campania, ma di certo non è una scelta destinata a durare.

    A Secondigliano, seguendo alla lettera il proverbio “quando il gatto non c’è, i topi ballano”, scoppia il caos. Tradimenti continui e inganni minano l’impero che Donna Patrizia tenta di portare avanti, sfociando nella morte di diversi personaggi chiave della storia, come  quella di Valerio detto “ ’O Vocabulà”, amico fidato di Enzo, quella di Nicola, braccio destro di Patrizia, o quella di “ ‘O Crezi”. Gennaro non può stare a guardare e, mentre nel suo progetto edilizio le cose si mettono sempre peggio con la questura che si fa sempre più invadente, si rende conta che di quella vita lui ne ha bisogno, che non può farne a meno. Si assiste quindi sul finale all’al contempo agognato e doloroso ritorno del Savastano a Secondigliano, che mette subito le cose in chiaro mostrando chi comanda veramente, arrivando ad uccidere addirittura Patrizia per evitare di far trapelare informazioni alla polizia, e gettando le basi per un gigantesco impero a cui potrà comandare, però, soltanto dopo aver abbandonato la famiglia.

    “Chest’ è, Gennà?”

    “Chest’ è, Patrì.”

    (Scambio di battute finali tra Patrizia e Genny)

    ATTO IV (PARTE 2): RISURREZIONE

    “Tu ‘o ssaje pecché a Ciruzzo ‘o chiammano L’Immortale?”

    Conclusa la quarta stagione e lasciato Gennaro chiuso in un bunker latitante per sfuggire alle forze dell’ordine, non è passato molto tempo perché i fan tornassero nel mondo della criminalità organizzata di Secondigliano. Questo perché a Dicembre dello stesso anno arrivò in sala l’attesissimo L’Immortale, coronazione di un Marco D’Amore regista e attore e che mostra il ritorno di Ciro Di Marzio, sopravvissuto miracolosamente ai colpi a lui inferti da Genny su quella barca. Viene salvato da alcuni pescatori ed inviato poi da Don Aniello (vecchia conoscenza sua e dei fan) lontano da Napoli e dagli amici, nascondendo la verità a Riga, in Lettonia, dove gestisce uno scambio di droga per conto dei russi.

    Questa pellicola è, oltre all’occasione per riportare in vita uno dei personaggi più amati dei fan, anche quella di approfondire la sua etica ed il suo passato, di un personaggio che si è sempre fatto da sé, divenuto orfano da neonato e costretto a vivere e sopravvivere facendosi strada nella malavita, creandosi questa figura quasi ultraterrena, immortale, ma che in realtà risulta estremamente umana, forse più di tutti gli altri e che mostra tutti i carismi e le emozioni di una persona di quel calibro.

    Una buona regia ed un’ottima interpretazione accompagnano quindi questo ritorno, amato ed odiato allo stesso tempo da molti fan, con una sceneggiatura forse non così potente come le controparti televisive, ma abbastanza solide da far comunque apprezzare questo suo spezzone di vita, in attesa della “resa dei conti” della quinta ed ultima stagione.

    “Si vuo’ campà mmiez ‘a via ‘e ‘a stà semppre ‘nu passo annanz’ rispetto a chi te sta ‘ncuoll” (Ciro Di Marzio)

    ATTO V: ODIO

    “Stamm’ i e te, ‘nziem, fin ‘a fin.”

    La fine, inevitabile, arriva anche per i protagonisti di Gomorra. Schivata la morte fino a questo punto, Genny continua la sua scalata cercando di ottenere sempre più potere, anche grazie all’aiuto di ‘O Maestrale, suo nuovo braccio destro. Ma la scoperta della sopravvivenza di Ciro ed il comprendere che quello che per lui era “fratm” l’aveva abbandonato e lasciato solo con il senso di colpa fa tremare le basi della vita stessa di Genny, portando i due ad uno scontro senza esclusione di colpi. Si presenta quindi un ulteriore guerra, l’ennesima a Secondigliano, a cui partecipano sia i pochi rimasti della vecchia guardia sia molte new entry, a rimostranza del fatto che questa vita, volenti o nolenti, è l’unica cosa che gli abitanti di quei luoghi possono avere. Ulteriore rimarcazione di ciò è la figura della Legge, impersonata dal magistrato Walter Ruggieri, che cerca di fare l’impossibile per fermare la criminalità organizzata e Gennaro in primis, ma fallendo e diventando lui stesso parte (suo malgrado) di quella macchina di morte.

    Avanzando con gli episodi (e nel pieno stile della serie che è però bene comunque sottolineare, facendo in questo modo notare il coraggio che sta dietro a queste scelte sicuramente non banali soprattutto al giorno d’oggi), il mondo criminale, il “veleno” come lo definiva Genny all’inizio della terza stagione, finisce per inghiottire tutti, nessuno escluso. Si assiste quindi ad una vera e propria scia di morte lasciata dai due schieramenti, partendo dai personaggi più secondari e procedendo in una vorticosa scalata verso i personaggi che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. ‘O Galantommo, Sangue Blu, ‘O Maestrale, ‘O Munaciello, Donna Luciana, Donna Nunzia, nessuno escluso fino all’atteso simbolico atto finale: davanti alla “new wave”, alla nuova leva di criminali, Genny dichiara che il tempo dei Savastano è finito ed ora comincia una nuova era. Ma da questa vita non scappi e nemmeno Genny e Ciro possono rompere questa regola. Uno scambio di sguardi. Lacrime di dolore e lacrime di odio. L’abbraccio ed il sacrificio. Così si conclude il viaggio dei protagonisti e così si conclude Gomorra – La serie, perché alla fine non esiste via di fuga.

    SCRIVERE DI CAMORRA

    “Per raccontare cose vere devi conoscere le cose vere. Siamo andati a Napoli tante volte, cercando di stabilire dei rapporti che ci consentissero di entrare in quei mondi.” (Stefano Bises, sceneggiatore)

    Peculiarità e status che Gomorra – La Serie ha sempre mantenuto durante gli anni e le stagioni è il “fattore verità”. Come accennato ad inizio articolo, infatti, le storie fittizie dei protagonisti sono in realtà ispirate da figure realmente esistenti.

    Il tutto parte da Roberto Saviano e dal suo libro, Gomorra, nel quale, a differenza di quanto molti credono, non si presenta una narrazione romanzata, bensì ci si ritrova davanti ad un vero e proprio romanzo d’inchiesta, con nomi, date, luoghi e dati precisi. Per la realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno preso diretta ispirazione dalla faida di Scampia avvenuta tra il 2004 ed il 2005. In questa guerra muove i propri passi un clan che si ritrova al centro dell’attenzione: il clan Di Lauro. Prese le caratteristiche principali, il team crea quindi il clan dei Savastano, di cui Pietro e Genny rappresentano rispettivamente Paolo e Cosimo Di Lauro, mentre Salvatore Conte è la rappresentazione del traditore e scissionista Raffaele Amato. Nella scrittura dei vari personaggi, però, è stato in realtà eseguito un miscuglio tra i vari esponenti del periodo: Pietro è infatti un mix tra Di Lauro, Misso e Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata; Genny possiede invece alcune caratteristiche di Francesco Schiavone detto “Sandokan”.

    Elemento però su cui la fantasia e la libertà di scrittura non hanno mai soprasseduto è la realtà degli avvenimenti: magari in circostanze diverse, in momenti della vita diversi, nei confronti di persone diverse tutto ciò che i personaggi compiono è accaduto realmente. Questo è stato possibile, oltre che dai resoconti giornalistici e popolari, anche dalle ordinanze di custodia cautelare, dai verbali degli interrogatori e dalle intercettazioni, permettendo così di avere dettagli precisi sugli avvenimenti, ma anche sul linguaggio utilizzato in quel mondo. Non si parla infatti del famoso dialetto napoletano, bensì di una sua variazione tipica di Scampia, permettendo così ai dialoghi una loro iconicità e spettacolarità senza però risultare macchiettistica o costruita.

    VIVERE SECONDIGLIANO

    Elemento cardine della creazione di una serie come Gomorra che spesso viene erroneamente lasciato in secondo piano è la scelta delle ambientazioni. Scampia, Secondigliano, le Vele, le piazze di spaccio, i bunker, i negozi fatti esplodere, le Chiese, i vicoli di Forcella fino al litorale di Ostia, i grattacieli di Londra, le campagne napoletane. L’ambientazione è forse la vera protagonista della serie, immortale e mutevole, ma sempre presente, sia per chi è protagonista della guerra sia per chi suo malgrado ci si trova invischiato. La prima stagione è stata girata con dei permessi soltanto per alcune zone molto limitate (una piazza, alcune strade, qualche vicolo e le Vele), che il team ha però scelto accuratamente proprio per la loro vera appartenenza a quel mondo. L’aggiunta di quel filtro tendente al verde, forse a ricordare ossessivamente ancora una volta quel veleno che attanaglia e rende quasi pestilenziali quei luoghi, e l’uso di una fotografia molto fredda e la colonna sonora, che si alterna tra brani originali creati appositamente per la serie dai Mokadelic e canzoni strettamente legate a quei luoghi (passando dal rap al neomelodico), permette allo spettatore di immergersi completamente e di vivere appieno quei luoghi che sembrano maledetti, tanti sono gli orrori a cui quei muri, quell’asfalto e quel cemento hanno dovuto assistere.

    Si aggiunge a tutto questo una regia studiata nel minimo dettaglio, con la cinepresa che passa dalle mani di Stefano Sollima e di Claudio Giovannesi delle prime due stagioni in quelle di Claudio Cupellini e di Francesca Comencini che si alternano la regia della terza, per poi vedere l’aggiunta di Marco D’Amore, Enrico Rosati e Ciro Visco nella quarta stagione e lasciando la chiusura nelle mani degli (ormai) esperti della serie Marco D’amore e Claudio Cupellini. Con stili diversi, la variazione ed il ricircolo dei registi dona alla serie un’anima propria, particolare e mai scontata su cui tutti però riescono a trovare un punto comune: la morte fa paura. Può sembrare una cosa scontata da dire nel mondo reale, ma nella miriade di produzioni sia cinematografiche sia televisive che puntano alla spettacolarizzazione dell’azione, degli omicidi e della morte, Gomorra si pone come un “bastian contrario” e propone una morte cruda, spaventosa, che non risparmia nessuno e che provoca, inevitabilmente, un brivido nello spettatore che si ritrova con questa serie, ancora una volta, sempre più vicino alla realtà.

    LA FINE DEL VIAGGIO

    Il 17 Dicembre 2021 sono andati in onda gli episodi finali della quinta ed ultima stagione di Gomorra – La Serie. Si è conclusa così l’ultima tappa di un viaggio iniziato ben prima della messa in onda dei primi episodi e che in questi anni ha dimostrato tanto. Tra “deux fritures” ed altre citazioni divenute iconiche e facenti parte del linguaggio quotidiano di molti fan, la serie è riuscita a parlare di realtà e a metterla davanti agli occhi di tutti, attraverso una finzione sempre attenta ai fatti, con cui la produzione dimostra tutto ciò che attualmente non funziona in particolari zone d’Italia. Abbiamo avuto un romanzo, un film ed ora anche una serie e con molta probabilità avremo ancora altri prodotti che parleranno di una situazione “vecchia come il mondo”, nella speranza che prima o poi qualcosa cambi veramente.


  • NIENTE DA NASCONDERE DI MICHAEL HANEKE

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    Ormai un secolo fa, riflettendo sulle potenzialità della macchina da presa Dziga Vertov teorizzava il Kinoglaz (il “cineocchio”): “la possibilità di rendere visibile l’invisibile, chiaro ciò che è oscuro, palese ciò che è nascosto, di smascherare ciò che è celato, di trasformare la finzione in realtà e di fare della menzogna verità.”

    Haneke ha compreso bene la lezione del regista sovietico e solo un vero umanista come lui poteva vincere la scommessa di trasportare tale insegnamento nella contemporaneità – pur mescolando gli elementi in un solido thriller -, come già era accaduto con F come falso di Orson Welles (1973) e Strade perdute di David Lynch (1997).

    La giuria della 58ª edizione del Festival di Cannes (che, presieduta da Emir Kusturica, assegnò la Palma d’oro a L’Enfant – Una storia d’amore dei fratelli Dardenne) si è trovata a dover fare i conti con l’ottavo lungometraggio per il cinema di Michael Haneke, un’opera che, come ogni fatica del maestro austriaco, non poteva lasciare indifferenti (e infatti a Cannes ottenne il Premio alla Regia): la vita della famiglia borghese Laurent – composta Georges, giornalista letterario, e da sua moglie Anne – cambia radicalmente con il misterioso arrivo di diverse videocassette. Ciascun videotape mostra piccoli sipari della loro vita familiare, aggiungendo inoltre inquietanti disegni dall’ambiguo significato. Spinto dai contenuti sempre più personali dei nastri, Georges decide di indagare sull’identità del mittente senza alcun aiuto della polizia (dal momento che nessuna minaccia è stata esplicitamente rivolta ai Laurent), scoprendo molto presto di dover fare i conti con il suo passato e le sue menzogne.

    IL CINEOCCHIO DI HANEKE COME ESPIAZIONE DELLA COLPA

    Niente da nascondere è senza dubbio il lavoro di Haneke più stratificato e complesso, ma anche più stimolante; il tema della realtà-rappresentazione anticipato da Vertov è il più caro al regista austriaco (Benny’s Video, Funny Games), e (forse) strettamente correlato al suo rapporto con il progresso tecnologico: quanto è grande lo scarto fra la realtà vissuta e la percezione che ne offrono i media contemporanei (compreso il cinema)? Quanto è coercitiva la rappresentazione della realtà per la nostra percezione della stessa? Non a caso in Niente da nascondere vi è ampio uso dei piani sequenza, che recludono e imprigionano i personaggi nell’inquadratura, limitando enormemente i loro movimenti.

    Lo sgretolamento delle nostre certezze è suggerito fortemente anche dalla forma assunta dai nastri, quella di camere di videosorveglianza, tipicamente concepite come strumento di controllo per la commissione di crimini, ma che diventano ora il crimine stesso.

    Sarebbe banale per Haneke ragionare soltanto sul cinema: non è certamente velata la sferzata al ceto-medio europeo contemporaneo; niente può scalfire il borghese finché le menzogne non riguardano il suo nido familiare e la sua cerchia stretta di contatti. Una sola registrazione anonima manderà in sfacelo la vita di Georges, portando a riemergere le sue menzogne, che si tramutano ora in quelle della collettività di un intero paese. Per Haneke ognuno ha la propria colpa da espiare, nessuno è innocente, bensì condannato. E con tutti i nostri scheletri nell’armadio è impossibile sfuggire dalle nostre colpe: in fondo le bugie sono necessarie per la sopravvivenza umana.

    Nella sua intervista-autobiografia (a cura di M. Cieutat e P. Rouyer, Non ho niente da nascondere. Interviste sul cinema e sulla vita, Il saggiatore 2019), il regista afferma che “lo spettatore non deve osservare, ma semplicemente guardare i frammenti della realtà che gli mostro. E’ come nella vita, non si conosce mai tutta la realtà, solo piccoli pezzi. La nostra percezione del mondo è sempre frammentata. […] Nella vita di tutti i giorni, non si sa mai se qualcuno stia mentendo. Se potessimo scoprire le bugie, non varrebbe più la pena mentire”.

    Perciò non disperiamoci: non mentiamo solo noi, ma anche le immagini nel momento in cui il nostro sguardo si imbatte in esse. Le nostre verità saranno reciprocamente concepite come menzogne, perché il cinema è sempre al contempo menzogna e verità.

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