Category: Approfondimenti

  • 5 DOCUMENTARI (+1) SUI GRANDI DELLA MUSICA

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    In occasione dell’uscita della miniserie The Beatles – Get Back (disponibile su Disney+ e di cui potete leggere la nostra recensione qui), vi proponiamo altri 5 documentari che raccontano altrettanti gruppi o artisti di fama internazionale

    IT MIGHT GET LOUD

    It might get loud (di Davis Guggenheim) è un documentario del 2008 che racconta e mette a confronto tre chitarristi con personalità molto diverse: Jimmy Page, The Edge e Jack White. Il film vede i tre musicisti in dialogo, in un confronto aperto tra generazioni e scene artistiche differenti (vuoi per gli anni, vuoi per il contesto geografico). 

    Il punto di partenza è il rapporto con Lei, la chitarra, l’approccio ad essa, il percorso di conoscenza e corteggiamento tra strumento e musicista

    Inizialmente di una nostalgia un po’ stucchevole (probabilmente anche a causa del fastidioso doppiaggio imposto), il documentario prosegue in crescendo – così come le carriere che documenta -, muovendosi lungo i tre percorsi artistici a partire dai luoghi originali dello svezzamento musicale, delle prime sperimentazioni e della nascita delle tre band. Interessante scoprire i diversi approcci allo strumento, al suono e al processo creativo delle linee melodiche.

    It might get loud è disponibile su Amazon Prime.

    GIMME DANGER 

    Diretto da Jim Jarmusch, Gimme Danger segue il percorso di una delle band che maggiormente hanno influenzato lo sviluppo del genere punk rock: gli Stooges. Il documentario del 2016 parte dal disfacimento della band per poi ripercorrere dall’inizio tutta la sua storia.

    Una vera e propria narrazione cronologica sviluppata sotto forma di intervista mischiata a materiali dell’epoca. La band di Iggy Pop si apre in un onesto racconto della follia dei primi anni di carriera: dagli insuccessi ed eccessi di quel periodo di fermento musicale e culturale che sono stati gli anni ‘60/’70, fino ad arrivare agli anni della reunion e delle ultime esibizioni. Attraverso le loro voci, oltre ad immergerci nelle loro sonorità arrabbiate e nelle loro esibizioni più che esagerate, è possibile esplorare la scena musicale statunitense e le diverse anime che la popolavano da est a ovest.

    Gimme Danger è disponibile su RaiPlay.

    AMY

    Moltissimo materiale d’archivio, interviste alle amiche, ai genitori, a produttori e manager compongono Amy, documentario del 2015 diretto da Asif Kapadia. Un racconto intimo della debolezza e della forza di un’artista, Amy Winehouse, che è stata al centro dell’attenzione mediatica fin dei primissimi anni della sua carriera, iniziata a soli 18 anni e finita, tragicamente, nemmeno 10 anni dopo. Circondata da persone ma immersa nella solitudine, Amy viene raccontata nella complessità della sua vita artistica ma ancor più in quella della sua vita privata, le quali sono, inutile a dirsi, intrinsecamente legate. Dall’amore per il jazz allo status di star “commerciale”, è spesso la voce di Amy (tramite registrazioni audio e video originali) a raccontare alcune tappe salienti di un percorso di distruzione. Tra rapporti tossici e drammi sentimentali, il film mostra un overview della scena musicale londinese dei primi anni 2000, così come tutte le pressioni e aspettative che spesso si legano alla fama improvvisa, fagocitante e – delle volte – non ricercata.

    Amy è disponibile su Amazon Prime.

    THE VELVET UNDERGROUND

    Del regista statunitense Todd Haynes, The Velvet Underground è stato presentato al Festival di Cannes nel luglio di quest’anno. Più che un vero documentario sul gruppo, il film è un viaggio culturale, un omaggio per suggestioni sonore e visive al mondo delle arti dei mid-sixties statunitensi.

    Il materiale originale è inframmezzato da interviste ai membri sopravvissuti, a collaboratori e parenti, ma il risultato è molto lontano dall’essere didascalico o esplicativo, anche grazie a un importante e particolare uso del montaggio. Volti, frequenze e colori formano un collage narrativo sullo sfondo della città di New York e della Factory di Andy Warhol, vero motore propulsore della scena artistica newyorkese di quel periodo.

    Gli insuccessi, l’evoluzione, l’arrivo di Nico, i dissapori, lo scioglimento, fino alla reunion degli anni ‘90: il documentario è per certi versi ipnotico, ma risulta poco intimo e sicuramente a tratti complesso se non si ha un minimo di familiarità con la band di Lou Reed.

    The Velvet Underground è disponibile da ottobre su Apple TV+.

    ROLLING THUNDER REVUE: A BOB DYLAN STORY BY MARTIN SCORSESE

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese. Probabilmente tutto quello che c’è da sapere è già contenuto nel titolo, ma proveremo a spendere due parole anche per questo film del 2019, il secondo che Scorsese dedica alla figura di Bob Dylan, dopo averlo già omaggiato nel 2005 con No Direction Home.

    Si tratta di un viaggio dentro al viaggio, un flusso di coscienza fatto di immagini d’epoca inframmezzate da rari spezzoni di interviste – contemporanee e d’archivio – che racconta, appunto, del Rolling Thunder Revue Tour del 1975. Un tour lunghissimo e con molte tappe che ha impegnato Dylan e un’enorme carovana di artisti per due anni.

    Quasi un film-concerto, 142 minuti di racconto di fatti veri mescolati a finzione filmica che sviscerano non solo la figura di Dylan in questa sua seconda parte della sua carriera, ma anche una miriade di altri personaggi dell’epoca, finendo pure per toccare diverse questioni di quel particolare e delicato periodo della storia politica statunitense.

    Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese è disponibile su Netflix.

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  • COME DECIDERE CHE FILM GUARDARE

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    Anche se i siti di streaming come Netflix o Disney+ sono pieni di film, documentari o serie tv a volte decidere cosa guardare può essere estenuante. Può capitare che dopo aver scrollato decine, se non centinaia, di opzioni si finisca con il constatare che non ci sia niente da vedere, oppure che una tranquilla serata in compagnia si trasformi in un vero dramma sul mettersi d’accordo nello scegliere il film giusto per tutti. Per fortuna il web propone diverse soluzioni che ci vengono in aiuto in questi momenti di sconforto nei labirinti dei cataloghi infiniti dei servizi di streaming. Qui ve ne presentiamo due.

    Movie Matcher

    Movie Matcher è un’idea tanto allegra quanto geniale: basta discussioni su cosa vedere! Ritroviamo un po’ di sintonia sul divano decidendo un film insieme. È molto semplice, si accede al sito web e una volta inserito il proprio nome ci vengono proposte due scelte: “Match with a Mate” o “Match with a Movie Star”.

    Match with a Mate ci offre un link da condividere con l’altra persona, la quale, una volta effettuato l’accesso, potrà esprimere attraverso delle semplici domande le proprie preferenze in termine di mood, genere e decade di uscita. Una volta completato il questionario, vi verranno mostrate le risposte di entrambi e un titolo che rientra nelle preferenze di entrambi. Se lo avete già visto o non vi convince, potete cliccare su “seen it” e ottenere un altro suggerimento. 

    Match a Movie Star vi permette di ottenere un suggerimento condividendo la scelta con star del calibro di Harry Potter, Bruce Lee e il mio preferito: Shrek. Sia voi che la “Star” esprimerete le preferenze sui generi che vi vanno oppure che non volete vedere e su quanto indietro negli anni volete andare.

    Esistono tantissimi altri siti che catalogano e aiutano a scegliere in tanti modi diversi quali film o serie tv guardare, questi due per me rappresentano alcune delle migliori. E voi, come scegliete cosa vedere? Fatecelo sapere nei commenti!

    TasteDive

    TasteDive è un sito che offre tantissima scelta su film o programmi televisivi da vedere, ma non solo! Offre anche tantissimi consigli utili su musica, libri e podcast. Il sito web si presenta in prima pagina con le copertine dei film più visti e piaciuti agli utenti, le recensioni più recenti e delle “liste” create per racchiudere più film che rientrano in un determinato genere oppure che sono più adatti a come ci sentiamo in quel momento. Registrandosi sul sito è possibile esprimere i propri pareri e le proprie preferenze e creare delle “playlist” di film e programmi secondo i propri gusti personali. Ed ecco che in un attimo utilizzando la barra di ricerca in cima possiamo trovare film per i cuori infranti, fantascienza anni ‘70, B movie CinoJamaicani e quant’altro la nostra fantasia possa esprimere. È un ottimo sito per ridurre l’incertezza del momento ma anche per scoprire nuovi titoli che potrebbero sfuggirci, e perché no condividere playlist di film, musica e libri che per noi stanno bene insieme perché hanno qualcosa di speciale in comune.

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  • ADATTAMENTO HOMECOMING – QUANDO LA VOCE SI FA IMMAGINE

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    PODCAST

    Se in passato sembravano prestarsi ad una trasposizione cinematografica soprattutto i libri, ci si è resi conto di quanto i podcast rappresentino un importante campo di sperimentazione e di innovazione di linguaggi e contenuti. Inoltre,  i podcast sono generalmente pensati e strutturati a puntate, quindi hanno una struttura affine a quella delle serie tv. Per questi motivi sempre più spesso molti podcast vengono adattati a video

    Certamente questa trasposizione comporta anche dei rischi. Basandosi unicamente sull’aspetto sonoro, il podcast invita lo spettatore ad immaginare. Il rischio è quello di non presentare un’immagine all’altezza delle aspettative o troppo diversa da come lo spettatore l’aveva pensata.

    La serie tv Homecoming è tratta dall’omonimo podcast di Eli Horowitz e Micah Bloomberg (anche collaborati per la sceneggiatura della serie), prodotto da Gimlet Media e riconosciuto come una delle migliori realtà a livello mondiale in questo ambito. 

    Il podcast racconta la storia di un assistente sociale, un veterano e una struttura sperimentale di riabilitazione attraverso 12 episodi carichi di mistero e suspense. Le puntate vengono portate avanti attraverso una serie di dialoghi, telefonate e conversazioni. Non c’è un narratore esterno ma non servono altre spiegazioni per restare coinvolti nella storia.

    Il regista Sam Esmail non si è limitato ad adattare i contenuti del podcast in video, ma ha reinterpretato quanto raccontato nella serie audio, prendendo concetti e idee differenti sul personaggio di Heidi per fare qualcosa di nuovo. 

    LA SERIE 

    I fan del podcast non sono gli unici a essersi resi conto del potenziale della serie: Amazon Prime Video lo ha, infatti, trasformato in una serie tv, il cui debutto risale al novembre 2018. 

    La serie ruota attorno a un mistero da scoprire. Heidi (Julia Roberts) è una consulente/ terapista che gestisce l’Homecoming Transitional Supporter Center, una struttura che nasce con l’obiettivo di accogliere i reduci di guerra, così da aiutarli a superare i traumi del passato e reinserirsi nella società. Nello specifico, Heidi si occupa di intrattenere colloqui giornalieri con i propri pazienti al fine di verificare come procede il loro percorso di reinserimento, sotto la supervisione di Colin Belfast (Bobby Cannavale), il suo capo. 

    Tutte le scene ambientate all’interno della struttura sopracitata, altro non sono che un flashback, che si alterna con il presente (ambientato nel 2022) in cui vediamo Heidi lavorare come cameriera in un ristorante. Un agente del Dipartimento di Difesa, Thomas Carrasco, irrompe nella sua vita per indagare sul caso Homecoming.

    La serie è stata spesso definita hitchcockiana, poiché la gestione dei tempi, delle inquadrature, dei ritmi e degli elementi della trama fanno pensare ai grandi classici cinematografici del thriller, in cui la tensione è palpabile grazie a quello che viene nascosto, non a quello che viene mostrato. In effetti, lo spettatore possiede quasi solo informazioni date ad Heidi ed è costretto a vivere con lei nell’incertezza costante e nel dubbio di quello che succederà dopo. 

    Sam Esmail stesso ha dichiarato che, sentendo il podcast, ciò che lo ha colpito maggiormente è stata l’atmosfera oppressiva di paranoia che lo permeava e il fatto che si concentrasse più sui personaggi che sull’intreccio narrativo. Ha aggiunto anche di essersi ispirato ai thriller degli anni ’70 ed in particolare a registi come Brian De Palma e Alan J. Pakula. Da grande fan, dunque, Esmail ha cercato di realizzare Homecoming trasportando su schermo le stesse atmosfere angoscianti del podcast. 

    TECNICISMI  

    La serie è un ottimo lavoro non solo dal punto di vista narrativo, ma anche tecnico.

    La regia alterna inquadrature orizzontali e verticali, scelta funzionale alla narrazione in quanto rappresenta l’alternanza tra passato e presente. Per fare un esempio: la prima sequenza si svolge nel 2018 ed è presentata in un normale formato widescreen; la seconda linea temporale, cioè il presente, usa il formato quadrato 1:1, dando così l’impressione di vedere scene registrate dal telefono di qualcuno. 

    Di grande importanza risulta anche la scelta fatta per la durata: gli episodi durano 30 minuti ciascuno, sono secchi ed essenziali. Una scelta funzionale alla narrazione, in quanto permettono di mantenere alto il ritmo e la tensione. 

    I colori sono molto cupi, al fine di far percepire allo spettatore un certo alone di mistero che permea l’intera serie. Anche per questo aspetto visivo gli showrunner si sono ispirati ai classici del genere degli anni ’70. Inoltre i colori risultano fondamentali anche per distinguere le due linee temporali: le sequenze nel 2018 sono più colorate, mentre quelle nel 2022 sono più piatte e spente, proprio per accrescere la sensazione che manchi qualcosa. 

    Particolare anche la scelta di utilizzare lo split-screen, quindi di dividere lo schermo in due parti, durante le conversazioni telefoniche, dando così la sensazione di essere capitati su una intercettazione che non avremmo dovuto sentire. Il regista ha dichiarato che per girare quelle scene hanno fatto realmente delle telefonate: i due si trovavano in stanze diverse e a volte tramite dei monitor vedevano quello che succedeva nell’altra stanza, altre volte ne erano all’oscuro.  

    La colonna sonora della serie è ripresa da alcuni famosi film come Vertigo, Tutti gli uomini del Presidente e Fuga da New York. La musica è qui un elemento fondamentale per creare un clima ansiogeno e paranoico. 

    CONCLUSIONE

    Il regista Sam Esmail, dopo Mr. Robot, ha creato uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni, dal punto di vista sia narrativo che tecnico. Inoltre vanta anche un cast d’eccezione, con Julia Roberts come protagonista che fa così il suo esordio nel piccolo schermo passando per Bobby Cannavale e Stephan James.

    La serie ha ricevuto tre nomination ai Golden Globe nel 2019: candidatura per migliore attore in una serie tv drammatica a Stephan James e per migliore attrice a Julia Roberts; ma candidatura come migliore serie tv drammatica. 

    Il nostro consiglio, dunque, non può che essere quello di recuperare la serie, facilmente reperibile su Prime Video.

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  • MAESTRANZE – MAKE UP ARTIST

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    Una professione fondamentale per rendere credibile il volto di un attore o di un’attrice è quella del make up artist, la quale necessita di un accurato studio e di una completa conoscenza dei volti e della fisionomia umana, in tutte le sue ampie sfaccettature.

    Da sempre truccatori e truccatrici hanno lavorato all’interno dei set cinematografici: fin dagli albori del cinema nei primi anni del ‘900, infatti, queste figure erano sempre pronte a passare prima cerone e poi fondotinta agli interpreti.

    IL TRUCCO CINEMATOGRAFICO NELLA STORIA

    Nella tradizione teatrale era previsto un uso massiccio del cerone e di altri prodotti simili, al fine di enfatizzare i tratti del volto degli attori, così da essere visibili anche agli spettatori seduti nei posti più lontani.

    Nel XIX secolo, con l’introduzione delle luci a gas, un tale Ludwig Leichner creò una linea di ceroni color pelle, i quali, però, quando venivano impressionati dalla macchina da presa cambiavano tonalità: le tonalità calde in grigio scuro o nero, e quelle fredde in grigio chiaro o bianco. A causa di questi problemi si cominciò ad utilizzare nuove tecniche: Max Factor crea il primo trucco per il cinema, il Supreme Greasepaint: fondotinta chiari e semiliquidi, facilmente applicabili, con un risultato decisamente più naturale del cerone.

    Inoltre, le attrici, al fine di ottenere sguardi “magnetici”, utilizzavano il rossetto scuro sulle labbra e ombretti scuri leggermente sbavati, ma anche mascara e ciglia finte.

    Dunque, in breve, nell’era del cinema in bianco e nero la tipologia di trucco utilizzata dipendeva dal formato della pellicola, dalla tonalità dei grigi e dalle luci utilizzate sul set. Quando, a cavallo tra anni 50 e 60, arriva l’avvento del formato a colori, si comincia ad utilizzare tecniche differenti, basate maggiormente sulla valorizzazione dei visi degli attori/attrici e sulle mode o tendenze del momento.

    Nella contemporaneità, oltre al lavoro dei make up artist si fa spesso un uso massiccio di effetti speciali o tecniche CGI, purtroppo non sempre efficaci come il caso del trucco su Robert de Niro in The Irishman (2019, Martin Scorsese).

    LA PROFESSIONE IN BREVE

    Quella del make up artist è una professione tra le più antiche, ha le sue origini nel teatro e si evolve nel corso del tempo, tra moda e cinema. Non esiste e non è mai esistito un solo ed unico modo di truccare i performer: tutto dipende, in principio, dal contesto, ambientazione e dalle caratteristiche che si vogliono dare ai personaggi, ma anche dalla mission del regista. La domanda a cui si deve rispondere, dunque, è: come si vuole far apparire questo personaggio? Cool e alla moda, trascurato o indifferente? I tratti del volto possono suggerire tanto allo spettatore, considerando l’estrema importanza dei close up (primi piani),  spesso effettuati in determinate scene proprio per dare maggiore enfasi ed emozionare lo spettatore.

    Dunque, occorre definire innanzitutto la caratterizzazione del personaggio confrontandosi col regista e, in un secondo momento, osservare attentamente i lineamenti dell’interprete selezionato in fase di casting, così da lavorare anche con delle bozze all’eventuale trucco da effettuare.
    Sicuramente è molto utile avere anche una cultura sulla storia del trucco, cinematografico e non solo, conoscere le varie tecniche di make up e soprattutto i prodotti da ordinare e utilizzare, siano essi fondotinta, creme, skincare, ecc…

    Infine, mi sembra corretto dar credito ad alcuni tra i make up artist più famosi e importanti della storia del cinema, dai più remoti ai più contemporanei:

    Lorella De rossi, truccatrice molto nota nel contesto internazionale, ha collaborato con registi del calibro di James Cameron e David Lynch. Specializzata nell’applicazione di protesi facciali e nell’invecchiamento degli attori/attrici.
    -Jack Pierce, noto per aver truccato la mummia, per aver dato il volto all’uomo lupo ma soprattutto al mostro di Frankenstein.
    -Michèle Burke, truccatrice irlandese, naturalizzata canadese, due volte premio Oscar per La guerra del fuoco e Dracula di Bram stoker, ha realizzato anche il trucco di Vanilla sky, Minority Report, Mission impossible III.
    -Richard “Rick” Baker, a lui si deve l’Oscar per miglior trucco, istituito dall’Academy nel 1981. È specializzato in trucchi per effetti speciali, come Men in Black, Il Grinch o il video musicale Thriller di Michael Jackson.
    Alessandro Bertolazzi, infine, è tra i nomi di punta nel panorama dei make up artist cinematografici, soprattutto dopo aver vinto il premio Oscar nel 2017 per il miglior trucco grazie al suo lavoro in Suicide Squad, tra i film a cui ha collaborato si ricordano Il testimone dello sposo, Il fantasma dell’Opera, Malèna, Babel, Gomorra, Angeli e Demoni, J. Edgar, Skyfall, The Impossible e Fury.

    Per chi fosse interessato/a alla professione ci sono tantissime scuole di trucco cinematografico in tutta Italia, una delle migliori sicuramente l’accademia nazionale di cinema di Bologna, che tra i vari corsi di formazione propone la qualifica in Make up artist cinematografico.

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  • ALEX DELARGE – IL VOLTO DI DIONISO

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    Un ragazzo stringe tra le mani un bicchiere di latte, sulla testa porta una bombetta nera a sovrastare un viso dai tratti delicati che, tuttavia, si distorcono in un sorriso crudele, feroce. Questo è il volto di Alex DeLarge, protagonista di Arancia Meccanica (Malcolm McDowell), il cui primo piano è noto pressappoco a chiunque, al punto che il suo occhio azzurro, incorniciato da lunghe ciglia finte, è ormai iconico e inconfondibile. Si può quasi dire che il suo occhio di ghiaccio sia il marchio di fabbrica del film, la sua firma.  Sarà per il suo costume peculiare ad opera della celebre costumista italiana Milena Canonero o forse per la sua personalità complessa e ambigua, Alex si è guadagnato lo status di personaggio tra i più amati e noti della cinematografia kubrickiana ma anche, più generalmente, del cinema stesso. E se il nostro amato drugo lo sapesse, probabilmente ne godrebbe come un bambino e ci regalerebbe uno dei suoi indimenticabili ghigni.

    ARANCIA MECCANICA: VIOLENZA GRATUITA O NECESSITÀ ESPRESSIVA?

    Al tempo della sua uscita nel 1971, ma anche negli anni successivi, Arancia Meccanica fu sottoposto a numerose operazioni di censura.  A seguito di numerose minacce, Kubrick stesso fece ritirare il film dalle sale inglesi vietandone la proiezione fino alla sua morte, avvenuta nel 1999.  Si tratta, infatti, di una pellicola “problematica” che, nel corso della sua storia, è stata spesso ritenuta pericolosa e traviante poiché, secondo molti, inneggia e giustifica l’uso di sostanze stupefacenti, il degrado urbano, lo stupro e, soprattutto, la violenza gratuita, nel film ancora più orribile in quanto messa in atto da ragazzini. Questi sono i prodotti di una società marcia nella quale conta più la scelta del singolo, la sua personale distinzione del bene e del male, piuttosto che i grandi valori universali quali la giustizia, l’uguaglianza, l’onestà, il bene e l’amicizia. A questo  proposito è necessario sottolineare che in numerose occasioni  Anthony Burgess, autore dell’omonimo romanzo da cui è tratto il film, e successivamente Stanley Kubrick hanno precisato di non aver mai avuto l’intenzione di mettere in scena una violenza fine a sé stessa, dal momento che questa è impiegata per analizzare una tematica estremamente filosofica quale il libero arbitrio che caratterizza fortemente il personaggio di Alex, le sue relazioni con il mondo esterno e il suo percorso interiore. Potremmo andare avanti all’infinito ad “arrovellarci il gulliver” su chi ha torto e chi ragione, sennonché la questione è, ovviamente, più complessa di così e cercheremo di sviscerarla proprio attraverso il protagonista, Alexander DeLarge.

    Scrive Kubrick:

    Alex è un personaggio che alla luce di ogni considerazione logica e razionale dovrebbe suscitare antipatia e anzi, con ogni probabilità, il pubblico dovrebbe aborrirlo. Eppure […] Alex ti trascina dentro la sua visione della vita. La storia produce questo effetto, che è per la mente del pubblico l’illuminazione artistica più piacevole e sorprendente. […] Alex simboleggia l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti.”

    Già dai primi minuti del film si comprende che la vita di Alex e dei suoi compagni è molto diversa da quella di qualsiasi malcico (“ragazzo” in nadsat) della sua età: trascorrono le loro serate a combattere la noia attraverso rapine, risse e violenze di ogni genere, che vanno dal picchiare un povero senzatetto indifeso al violentare devočke (“giovani donne” in nadsat). Alex ritiene, infatti, che la strada sia la vera ed unica insegnante e che la scuola, d’altro canto, non è che un luogo finalizzato a “danneggiare la loro educazione”. Alex sceglie personalmente di compiere queste azioni negative, consapevole delle loro conseguenze eppure incurante di esse. A differenza degli altri drughi, la violenza è per lui piacere puro, uno sfogo dei propri istinti, un momento in cui allentare i freni inibitori e lasciar parlare unicamente gli impulsi.

    “[…] Alex DeLarge è il diminutivo buffo di Alessandro il Grande, che si fece largo nel mondo a colpi di spada e massacri e lo conquistò. Ma è anche il nome di colui che alla fine è vinto, impotente e senza parole. Egli fu “A – lex”. La legge di se stesso, e diventò una creatura senza legge e senza lessico.”
    -Anthony Burgess

    Come avrete notato, i drughi comunicano utilizzando il nadsat, un particolare tipo di slang inventato dallo stesso Burgess. Il nadsat mischia l’inglese con il russo ed è una lingua molto fisica fatta di ripetizioni cantilenanti, parole inventate o provenienti da dialetti quali il Cockney e, infine, onomatopee. Un linguaggio che utilizzano solo loro e che finisce ancor più per ghettizzarli all’interno di una società distopica, fondata sulla sopraffazione, sulla meschinità e sull’uso della violenza, la quale diviene per loro una divinità da onorare ogni sera attraverso l’esercizio dell’amata “Ultraviolenza” che è facilitato dall’assunzione del latte+, una bevanda composta da latte mischiato ad alcune droghe mescaline e sostanze psicotrope.

    IL BIANCO, I COSTUMI E LE LORO ISPIRAZIONI: IL LAVORO DI MILENA CANONERO

    Il bianco troneggia nella prima parte del film: è il colore caratteristico del Korova Milk Bar, il loro punto di ritrovo, ma anche del latte+ e persino degli iconici abiti dei drughi, i quali indossano pantaloni, bretelle e camicie completamente bianchi, fatta eccezione per gli stivali e gli eleganti capelli neri che, insieme al bastone “da passaggio” di Alex, conferiscono loro un’aria quasi borghese. Il bianco si pone in contrasto con la brutalità dei protagonisti e, per tale ragione, perde la sua portata simbolica positiva poiché si pone in diretta relazione con il male o, come nel caso del latte+, spinge a compierlo. Allo stesso modo, il volto angelico di Alexander diviene l’incarnazione stessa del male, il volto di Lucifero, un angelo caduto e senza alcuna possibilità di redenzione. Inoltre, la costumista Milena Canonero ha dichiarato in un’intervista che l’ispirazione per il costume di Alex e dei suoi compagni sia derivata da un fenomeno sociale contemporaneo all’uscita del film: impossibile non cogliere le somiglianze tra lo stile dei drughi e la “divisa” tipica degli Skinheads, composta proprio da camicia, bretelle e anfibi con risvolto ai pantaloni. Il movimento degli Skinheads nasce in Inghilterra verso la fine degli anni ’70 ed è composto da giovani anticonformisti provenienti dalla classe operaia. In quegli anni, il movimento ha attirato numerosi pregiudizi dando luogo a incomprensioni a causa di correnti nazifasciste che si sono insediate nella sottocultura stravolgendola dall’interno e compiendo linciaggi e atti brutali contro minoranze etniche e religiose. Contemporaneamente, come reazione a questa appropriazione indebita, alcuni gruppi originali diedero vita a numerose fazioni antifasciste, antirazziste, anarchiche, apolitiche o comuniste, prendendo le distanze da quelle azioni orribili, ma ciò non bastò a far cambiare idea all’opinione pubblica che continuò per anni a guardarli con sospetto, etichettandoli come pericolosi e violenti. A questo punto non ci sorprende che il loro stile inconfondibile sia stato di ispirazione alla Canonero per il costume dei drughi.

    ALEXANDER DELARGE: VIOLENZA A RITMO DI MUSICA

    Alex è il leader del gruppo e ci viene presentato sin dalle prime sequenze come un giovane aggressivo, spietato ma anche come un esteta colto e astuto. Si diletta di musica classica e, in particolare, nutre un amore spropositato per Ludwig Van Beethoven, il cui ascolto suscita in lui immagini violente e al tempo stesso erotiche. La nona sinfonia del compositore lo scuote, lo eccita ed è una droga più potente della mescalina stessa, è l’ispirazione che lo sprona all’azione. La bellezza della musica, quindi, si fonde all’esercizio della violenza, anzi lo amplifica, ne è la fonte primaria. E’ proprio la musica a spingere e ad accompagnare Alex durante questi atti orribili, a liberare i suoi istinti primordiali, dionisiaci.  

    “[…] E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione, e a quello che il buon Bog manda loro. La musica mi venne in aiuto. C’era una finestra aperta con uno stereo, e seppi subito che cosa fare”
    -Alex Delarge in A Clock Work Orange.

    Celebre è la scena dell’irruzione nella casa dello scrittore, scena drammatica nella quale i drughi distruggono parte dell’abitazione, si prendono beffe del proprietario e violentano la povera moglie.
    Questo momento del film è reso ancor più atroce dal motivetto che Alex canticchia mentre colpisce l’uomo: Singin In the Rain, la canzone pilastro del cinema classico hollywoodiano, tratta dall’omonimo film e cantata da uno spensierato e romantico Gene Kelly.
    Lo stesso tipo di spensieratezza risiede anche nel protagonista poiché i suoi impulsi famelici stanno per essere saziati da una bella dose di ultraviolenza.

    DALLA LEGGE DEL TAGLIONE ALLA CURA LUDOVICO

    A seguito del tradimento, anzi “ammutinamento”, dei suoi compagni inizia il declino del giovane drugo. Dopo un colpo finito male, Alex viene arrestato e costretto a scontare 14 anni con l’accusa di omicidio.

    La violenza, tuttavia, raggiunge il protagonista anche in carcere, dove è sottoposto a numerose umiliazioni, vessazioni, avances da parte dei detenuti e percosse delle guardie che sembrano obbedire solo alla legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente”. Alex in prigione perde la sua identità, diviene un numero, e l’unica cosa da cui sembra trarre godimento è la religione. Passa, infatti, ore a leggere le sacre scritture traendo piacere dai racconti di flagellazioni, uccisioni, stupri e torture.  È il suo unico modo per placare la sete di ultraviolenza che è sempre presente in lui.
    Nel momento in cui Alex viene scelto per la perversa “Cura Ludovico” inizia il suo vero inferno, e da carnefice diventa vittima.

    “Se prima non avessimo visto Alex agire come delinquente brutale e spietato, sarebbe stato fin troppo facile essere poi d’accordo sul fatto che lo Stato commette una colpa più grave nel privarlo della sua libertà di scelta tra il bene e il male.”
    -Stanley Kubrick, Da “Kubrick” di Micheal Ciment.

    La società, sottoponendolo alla sperimentazione, lo priva della libertà di scelta, costringendolo al bene e privandolo della sua natura. Alex è, quindi, obbligato a reprimere la sua indole violenta nella convinzione sociale di essere finalmente “sano”, perché la violenza è una cosa malata e orribile. Si parla di una riabilitazione forzata, non spontanea né interiorizzata ma al limite della tortura. Dopo appena due settimane di cura, il “redento” ne esce trasformato e viene gettato nuovamente nella società, un mondo che oramai non lo accetta più e in cui non riesce più ad integrarsi né a difendersi.  Infatti, se Alex è stato rieducato e reso incapace di fare del male, la società invece ha conservato la sua malvagità, la sua sete di violenza e di vendetta. Una volta tornato in strada, Alex incontra coloro cui ha fatto un torto o recato dolore, come i suoi genitori, i compagni Dim e Georgie (divenuti pubblici ufficiali), il senzatetto e infine lo scrittore, ormai vedovo. Questi decidono di regolare i conti ma lui, ormai “guarito”, non può fare nulla per difendersi a causa del trattamento cui è stato costretto. Ad ogni tentativo di reazione una nausea lo scuote costringendolo all’immobilità. E, come se non bastasse, Alex non può né avere un rapporto sessuale senza provare repulsione né ascoltare la nona di Beethoven, poiché colonna sonora di quei filmati raccapriccianti che è stato costretto a guardare durante la cura che, non ha caso, si chiama “Ludovico” proprio in omaggio al suo amato compositore. Nel momento in cui Alex perde la sua libertà, diviene il modello del perfetto cittadino ma cessa di essere uomo.

    APOLOGIA DI UN VIOLENTO: IL TRIONFO DEL DIONISIACO SULL’APOLLINEO

    Nonostante la società pensi il contrario, risulta impossibile eliminare completamente l’aggressività di un singolo se non c’è volontà da parte dell’individuo, poiché si finisce con il castrarlo lasciandolo alla mercé della violenza altrui. E’ meglio che resti così, violento, brutale, piuttosto che un uomo privato della possibilità di scegliere tra il bene e il male. A conferma di ciò, il film si conclude con un Alex finalmente guarito dagli effetti della Cura Ludovico e che, ingessato e steso sul lettino dell’ospedale, si gode la sua gloria di “vittima dello stato”.

    Le ultime parole di Alex sanciscono la vittoria finale del Dionisiaco sull’Apollineo: la sua precedente redenzione è stata solo apparente in quanto non dettata da una scelta personale. La tendenza alla depravazione è rimasta, infatti, celata nel suo inconscio e neppure una cura perversa come quella è riuscita a sopprimere le sue bestiali pulsioni  dionisiache che continuano a manifestarsi nella sua testa,  sotto forma di immagini, e a gridare di essere soddisfatte, accompagnate dalle note della sua tanto amata nona di Beethoven.

    “Colui che è più ricco di pienezza vitale, il dio e l’uomo dionisiaco, non solo può concedersi lo spettacolo dell’orrore e della precarietà, ma perfino l’azione terribile e ogni lusso di distruzione, di dissolvimento, d’annientamento; malvagità, assurdità, deformità gli appaiono in un certo senso permesse in conseguenza di uno straripamento di forze generatrici e fecondanti che possono fare di ogni deserto ancora una contrada fertile ed ubertosa”
    – Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882

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  • CINQUANT’ANNI DI ARANCIA MECCANICA – IL CINEBRIVIDO DELL’ULTRAVIOLENZA

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    La bomba (a orologeria) fu sganciata per la prima volta il 19 dicembre del 1971, cinquant’anni fa: quel giorno, Arancia meccanica (A Clockwork Orange) di Stanley Kubrick uscì in anteprima negli USA (in Gran Bretagna, luogo delle riprese, arrivò il 13 gennaio 1972, in Italia a settembre dello stesso anno, passando alla Mostra del Cinema di Venezia). Curiosamente, appena qualche giorno dopo (22 dicembre), sempre in America uscì Cane di paglia (Straw Dogs) di Sam Peckinpah: l’altro grande film che mostrava una brutale scena di stupro come in Arancia meccanica, e che fece scalpore per il trattamento visivo diretto, senza pudori e senza avvertimenti, della violenza dell’uomo normale, gettata sullo schermo con un’aggressione esplicita alle attese degli spettatori per l’epoca sconosciuta (pur in forme radicalmente agli antipodi rispetto all’estetica kubrickiana). Era insomma il momento giusto per portare duri scossoni e ardite sfide ai vecchi e usurati modi di rappresentazione. Un periodo di grande fermento rivoluzionario e rinnovamento del cinema americano (siamo nel pieno della New Hollywood), per cui anche un colosso produttivo della tradizionale golden age hollywoodiana come la Warner Brothers, dopo aver già finanziato l’epocale 2001: Odissea nello spazio, è nuovamente disposto ad investire (2,2 milioni di dollari Usa, un basso budget anche per i tempi) sul nuovo progetto di un talento massimalista, accentratore e irregolare come Kubrick, autore-demiurgo non condizionabile (ha il veto su tutte le fasi del processo di realizzazione, dal soggetto alla promozione del film). Il resto, come si suol dire, è Storia, e non solo del Cinema: l’impatto e lo shock imposti da Arancia meccanica, le sue forme stilistiche e le sue figure sinistre, sono penetrati tanto a fondo nell’immaginario da far ormai parte dell’iconografia visuale e culturale del Novecento. In un modo che lo stesso Kubrick – che nel film conduce proprio una vasta dissezione critica dell’arte e della civiltà delle immagini corrotte in una caricatura da museo del kitsch – aveva forse previsto solo in parte. 

    In un perfetto raccordo visivo e concettuale tra film consecutivi, A Clockwork Orange inizia da dove 2001: Odissea nello spazio (1968) terminava: dalla pupilla intermittente dell’astronauta David Bowman sgranata sul caleidoscopio di forme e colori del tunnel spazio-temporale, dall’occhio vitreo del gigantesco feto astrale del bambino delle stelle, fluttuante nell’infinità del cosmo, all’occhio liquido e truccato di Alex in primo piano, crudelissimo e inebetito. Dal movimento in avanti con cui Bowman, sul letto di morte, si protendeva verso il monolito nero, alla lenta processione rituale dello zoom all’indietro di Arancia Meccanica: il caratteristico pullback motion della geometrica regia kubrickiana, che dal volto truce di Alex allarga progressivamente il quadro, arretrando lungo l’allucinato corridoio del Korova Milk Bar (a suo modo, come è stato notato da Flavio de Bernardinis nel suo volume L’immagine secondo Kubrick, uno spazio a forma di parallelepipedo che è esso stesso un rettangolare set-monolito, contenente le stordite figure del locale). Un incipit che trasmette a pelle una cupezza inquietante e un disagio alienato, suggellato dagli echi funerei della Marcia di Purcell rivisitata dalle distorsioni al sintetizzatore di Wendy Carlos. Con cui Kubrick sembra immediatamente sconfessare, in termini visivi, la parabola evolutiva e ascensionale del superuomo di 2001, di cui Alex costituisce la versione nichilista e al nero, in un doppio movimento: il viaggiatore degli universi kubrickiani, dopo aver percorso in avanti la galleria di luci “oltre l’infinito” (Bowman), verso dimensioni e conoscenze superiori, diretto al neo-illuminismo della stanza settecentesca, regredisce improvvisamente – ecco il senso del backzoom – nell’oscura anticamera (mortuaria) del Korova Milk Bar, in un delirio pop di artefatti, arredi e feticci pacchiani. In cui tornano ad abitare e dominare le pulsioni drogate e (auto)distruttive, gli istinti bestiali e di brutale sopraffazione delle scimmie di 2001, evolute nel ghignante branco di Drughi che si predispongono all’esercizio dell’ultraviolenza. In modo più stupido, osceno, immotivato e antisociale (i primati, almeno, usavano la forza per la sopravvivenza del gruppo), facendo così emergere il radicale pessimismo cosmico kubrickiano sull’individuo, un homo homini lupus in preda a sorti tutt’altro che magnifiche e progressive. 

    Arancia Meccanica mostra a questo punto l’azione della subdola e onnipresente macchina del potere politico – incarnata dal gelido e affettato Ministro degli Interni, vero, vincente deus ex machina della narrazione, più dello stesso Alex, ridotto a pedina di un meccanismo implacabile – nel mettere in scacco la spinta ribelle dell’individuo senza alcuna legge (A – lex), che risponde solo all’impeto del desiderio irrazionale. Incanalando la sua selvaggia e dionisiaca energia eversiva nelle maglie del Sistema, al servizio della violenza legale e ugualmente oppressiva perpetrata dalle istituzioni.

    Uno scontro di filosofie e forze contrapposte che il modernista Kubrick, guardando alle infrazioni estetiche e stilistiche della nouvelle vague e agli sperimentalismi formali delle avanguardie storiche e pittoriche, mette in campo facendo stridere materiali audiovisivi disparati e procedimenti filmici a contrasto. Ricoprendo il mesto e abbruttito panorama di una grigissima Londra, appena futuribile, in un’invasione di cromatismi squillanti e indigesta arte ultrapop (ributtante come i Gelati da passeggio di morbido pelo di Claes Oldenburg), che non riesce a nascondere lo squallido deteriorarsi di una società ridotta a una spazzatura di detriti e derelitti urbani (e umani), graffiti osceni, pupazzi imparruccati e ridicoli oggetti-feticcio. Kubrick accumula con audacia rivoluzionaria distorte sinestesie percettive che producono impreviste inversioni di senso, in sconvolgenti accostamenti tra immagini e suono impensabili per il cinema narrativo classico, che da allora fecero scuola per tutte le successive destrutturazioni postmoderne del linguaggio cinematografico: con l’onda lunga dello stupro della signora Alexander a passo di ritornello musical (Singing in the Rain) che arriva fino alle orecchie mozzate dalle Iene di Tarantino, nella danza di Mr. Blonde sulle note radiofoniche di Stuck in the middle with you. Ma l’elenco dei mash-up audiovisivi può proseguire in una sfilata di scene cult che la visione in sala nella nuova versione in 4k (nelle multisale del circuito UCI Cinemas dal 29 novembre al 1° dicembre) non potrà che smaltare alla massima intensità: il coreografico ralenti della rissa tra i Drughi, balletto e opera buffa sulle note della Gazza ladra di Rossini, come nello scontro tra bande rivali dell’inizio, uno slapstick fracassone di finestre rotte, balzi, calci e sganassoni fumettosi (Arancia Meccanica è tra l’altro un acido contenitore di generi e registri diversi schizzati insieme); il vistoso accelerato a effetto comica  nell’orgia di Alex con le due ragazze, sul crescendo rossiniano del Guglielmo Tell in versione electro-synth; l’Inno alla gioia che accompagna la passeggiata ribalda di Alex nel negozio di musica come le parate naziste nelle immagini della cura Ludovico, melodia nietzschianamente al di là del bene e del male; e, su tutte, il celeberrimo quarto movimento della Sinfonia n.9 di Beethoven (il Ludovico Van), che, lungi dal richiamare alla compostezza classica, alle rassicuranti arie celestiali dell’arte ufficiale, diventa la fiammeggiante culla sonora dei miraggi lussuriosi e dei soprusi agognati da Alex coi vampireschi canini alla bocca. 

    La tanto criticata violenza – in seguito a pressanti polemiche sui media, Kubrick stesso ritirò il film dalle sale inglesi non molto tempo dopo l’uscita – è in realtà mostrata in modo così fortemente mediato da trucchi e artifici, stilizzata e coreografata, da far scontrare e convivere al tempo stesso l’iperrealismo estremo e chirurgico della rappresentazione (la camera a mano sconnessa e aggressiva che sfalda l’ordine del décor e dei carrelli geometrici nella casa dello scrittore Alexander) e la sua astrazione artistica e onirica nel puro schizzo visivo, nel flash mentale (il montaggio analogico che frammenta l’omicidio fuori campo della signora dei gatti, tra l’inquadratura della smorfia grottesca di terrore della donna e l’urlo lanciato da una serie di bocche dipinte su quadri surrealisti). «È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo», realizza Alex durante il trattamento Ludovico, sintetizzando al meglio la natura ambivalente e perturbante delle immagini kubrickiane: tra mimesi e finzione, tra angoscia repulsiva e familiarità perversa, trasparenza cristallina e parossistico barocchismo artificiale. Con la luministica di John Alcott che fa un uso sistematico e ambientale della one-source lighting: un’unica, abbagliante fonte luminosa diegetica ad illuminare la scena, tra globi e lampade ad altissimo voltaggio (preludio al lavoro naturalistico in sottrazione messo poi in atto con le candele di Barry Lyndon, 1975). 

    Molto dell’impatto delle scene di violenza si deve a un impiego particolare della soggettiva. Mostruose, oblunghe, sghembe, esasperate dalle distorsioni dei grandangoli occlusivi della fotografia, le soggettive di Arancia meccanica sono (ancora) così scomode e disturbanti perché negano la loro premessa teorica fondamentale: l’identificazione emotiva e partecipante dello spettatore, che si muove attivamente nel mondo del film ancorato al punto di vista di uno o più personaggi. Al contrario, Kubrick ne rovescia completamente il senso e utilizza la soggettiva come mezzo stilistico della passività indifesa e vulnerabile: lo spettatore è sistematicamente narcotizzato, schiacciato e paralizzato nel ruolo della vittima inerme, atterrita, immobilizzata e impotente di fronte allo spettacolo della violenza che gli viene scagliata addosso. In uno stato di intontimento e di inazione psico-fisica che obbliga chi guarda, frontalmente esposto alle immagini senza difese, a sperimentare, nella visione del film, la stessa subdola cura Ludovico somministrata ad Alex. Sia nei momenti in cui è Alex a esercitare i soprusi (gli agghiaccianti point of view dal basso nelle riprese dello scrittore Alexander costretto a guardare lo stupro della moglie, della signora dei gatti che sta per essere colpita dalla scultura fallica, del drugo Dim gettato nell’acqua, davanti al quale Alex incombe minacciosamente saltellando con il bastone), sia quando è lo stesso Alex a vederseli ritorti contro (nella cella della prigione dopo l’arresto, ostaggio degli sguardi sdegnosi degli agenti di polizia e del viscido Mr. Deltoid, e sul palco del teatrino dimostrativo, con il manesco provocatore e la donna a seni nudi che lo umiliano senza che possa più reagire). Kubrick lavora lo spettatore anzitutto al di qua dello schermo: nell’urto e nel disagio che ci fa provare nel trovarci costretti in una posizione di debolezza, su una specie di sedia della tortura che da cinquant’anni ci tiene avvinti coi suoi malsani legacci, tra amorale adesione emotiva e asettico distacco. “Nel 1971 fu uno shock, oggi è ancora un salutare pugno nello stomaco”, recita la scheda del film nel dizionario Mereghetti. Non ci resta che tornare in sala per farci rapire ancora una volta dalla potente sinfonia del cinebrivido kubrickiano.  

    Il film verrà proiettato, in una nuova versione 4k, nelle multisale del circuito UCI Cinemas dal 29 novembre al 1° dicembre 2021. Potete trovare l’elenco delle sale qui.

  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: AD ASTRA – JAMES GRAY (2019)

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    Il Cinema, così come la storia umana, è fatto inevitabilmente di cicli, di corsi e ricorsi, di mode che vengono e che vanno e così, a partire dagli anni ’10 del secolo corrente, all’interno dell’industria hollywoodiana è tornato prepotentemente in auge il filone dello Space Movie, ovvero il film di esplorazione spaziale. 

    Moltissimi dei più grandi registi in attività oggi, infatti, si sono confrontati con quello che, probabilmente, è il sottogenere più importante e significativo della fantascienza degli ultimi 70 anni: è sufficiente citare pellicole come Gravity di Alfonso Cuaron (2013), The Martian di Ridley Scott (2015), First Man di Chazelle (2018) fino ad arrivare a un vero e proprio cult contemporaneo come Interstellar di Nolan (2014) per capire come questa corrente abbia ripreso fortemente un approccio autoriale a scapito, forse, dell’intrattenimento puro. 

    Uno dei molti cineasti che in questo decennio si è cimentato con il tipo di cinema in questione è James Gray, artista criminalmente fallimentare al botteghino, ma costantemente riconosciuto e incensato dalla critica, che dopo essersi mosso prevalentemente in territori noir-crime, firma nel 2019 il suo esordio fantascientifico con Ad Astra, con Brad Pitt nel ruolo protagonista. 

    Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui l’umanità, dopo aver colonizzato la Luna e Marte, è impegnata in spedizioni spaziali ai confini del Sistema Solare per cercare le prove di vita extraterrestre e  racconta la storia del Maggiore Roy McBride, figlio d’arte del mondo aerospaziale, che dovrà intraprendere un viaggio verso Nettuno alla ricerca del padre Clifford (Tommy Lee Jones) , astronauta leggendario considerato morto o disperso da ormai trent’anni. Durante questo percorso il protagonista si troverà costretto ad affrontare il trauma dell’abbandono genitoriale, in un viaggio che si rivelerà essere più un’esplorazione dentro sé stesso prima che una missione tra le stelle. 

    P.S: l’articolo non intende essere un’analisi tecnica del film, quanto più un approfondimento tematico, ma chi scrive non può evitare di spendere due parole per lodare la meravigliosa e straordinaria fotografia di Hoyte van Hoytema, che firma uno dei lavori fotografici più interessanti degli ultimi anni, elemento che, da solo, vale la visione della pellicola. 

    N.B. questo articolo conterrà spoiler sul film in questione, che resta disponibile su Prime Video per chiunque avesse piacere di recuperarlo 

    LA FIGURA PATERNA: TRA ABBANDONO E CADUTA DEL MITO 

    Il nucleo tematico-narrativo intorno al quale ruota Ad Astra è sicuramente il trauma causato dall’abbandono della figura paterna. Nel film, infatti, Roy viene presentato fin da subito come una persona estremamente alienata e incapace di connettersi emotivamente con le persone che lo circondano e che, anzi, rifugge istintivamente tutti i rapporti umani. 

    Se, inizialmente, questo potrebbe risultare un problema esistenziale non meglio definito di un protagonista estremamente orgoglioso del padre, considerato da tutti – e da lui in particolar modo – un eroe nazionionale che ha sacrificato la propria vita per la scienza, appare invece chiaro molto presto come questa immagine mitica del genitore sia puramente un meccanismo di difesa, un tentativo di convivere con questo vuoto gigantesco lasciato dalla partenza del personaggio di Tommy Lee Jones.  La costruzione di questa illusione è centrale per comprendere a pieno la figura del Maggiore McBride: guardando la questione da un punto di vista psicologico, infatti, è molto più semplice per Roy pensare al padre come a un pioniere, a un esploratore che sceglie, soffrendo, di abbandonare la famiglia in nome di una missione storica per il genere umano, piuttosto che come una persona debole, egoista, fuggita senza guardarsi indietro. 

    Tutto questo cambia, però, nel momento in cui la SPACECOM (l’agenzia spaziale per la quale entrambi i McBride lavorano) comunica al protagonista che il padre potrebbe essere ancora vivo a miliardi di chilometri dalla Terra, in orbita intorno a Nettuno. 

    La reazione di Roy alla notizia è estremamente interessante, in quanto egli sceglie –consciamente o inconsciamente – di continuare a credere che il genitore sia ormai morto da anni perché il castello di carte sul quale ha basato la sua intera vita si fonda sulla mitizzazione della figura paterna che, di conseguenza, deve essere necessariamente irraggiungibile e non indagabile. In altre parole la fragile realtà di Roy non sopporterebbe la messa in discussione di questa certezza: l’illusione è necessaria all’esistenza

    Uno degli aspetti più geniali di questo rapporto padre-figlio è la gestione della comunicazione e della distanza: nel corso della sua missione Roy, infatti, arriverà su Marte dove inizierà ad inviare messaggi registrati in direzione di Nettuno, messaggi che, ovviamente, non troveranno risposta. La valenza simbolica di questa dinamica è sicuramente non casuale ed è perfetta rappresentazione dell’incomunicabilità tra i due, dell’impossibilità di Roy di mettersi in contatto con il suo punto di riferimento, con un Dio che non ascolta e che resta intangibile (non è una coincidenza se nel momento più intimo, in cui le parole escono direttamente dal cuore del protagonista, egli guardi in alto verso lo Spazio, come in preghiera). 

    L’altro dettaglio importantissimo è, come già detto, l’avvicinamento fisico di Roy al padre, l’annullamento della distanza spaziale che di fatto diventa una presa di coscienza progressiva e dolorosa di tutti i lati negativi, quasi mostruosi, di Clifford, rappresentando l’inevitabile abbattimento di quelle fragile illusioni che coprivano, come il proverbiale tappeto sopra la polvere, tutti i traumi del protagonista. Questa caduta della figura paterna eroica prende pienamente forma nel finale e già l’entrata in scena di Tommy Lee Jones è esplicativa in questo senso: egli viene inquadrato dal basso, in una posizione sopraelevata che guarda verso il figlio, il quale invece rivolge lo sguardo verso l’alto, quasi fosse al cospetto di una divinità (per riprendere il paragone Uomo-Dio) apparsa in quel momento come per miracolo. E’ proprio qui, però, che la maschera cade, che il castello di carte finalmente crolla e Roy, trovandosi alla conclusione del suo viaggio di fronte al padre, scopre che è solamente un vecchio, un egoista, un assassino, una persona che non si è fatta scrupoli ad abbandonare un figlio e che, anzi, non se ne è mai pentito. Di fronte a questa consapevolezza, il personaggio di Brad Pitt affronta e risolve finalmente il trauma all’origine e la morte  del padre – fisica, ma soprattutto simbolica – lo libera in modo definitivo dal suo fardello. Ora può finalmente tornare sulla Terra e trovare un posto in cui potersi sentire a casa, non più solo, non più estraneo. 

    LA GESTIONE DEL TRAUMA: TRA ALIENAZIONE E SOLITUDINE 

    Essendo Ad Astra una pellicola stratificata e che può essere analizzata da molti punti di vista, è sicuramente doveroso parlare della già accennata convivenza con il trauma del protagonista e della metafora del viaggio all’interno dell’opera. 

    In questo senso l’alienazione di Roy è totale, il suo volto è costantemente distacco, egli non prova assolutamente nulla (metaforicamente reso tramite il battito cardiaco lento e controllato anche in situazioni di profondo stress), perso nel conflitto interiore che non è in grado di decifrare. 

    Uno dei primi momenti in cui il Maggiore McBride inizia a comprendere in maniera più consapevole l’origine del suo trauma è durante uno dei numerosissimi test di valutazione psicologica a cui viene sottoposto, simbolico tentativo di razionalizzare ciò che è irrazionale, di rendere la sofferenza simile alla matematica, nel quale per la primissima volta egli ammette – in primis a sé stesso – di aver provato una rabbia infinita in seguito all’abbandono del padre e che una volta messa da parte questa rabbia è rimasto solo il dolore, un dolore che ha creato un muro tra lui e gli altri. Da questo momento in poi Roy capirà che il padre non è assolutamente un modello da imitare e che, anzi, ha paura di essere ormai già diventato come lui; la scintillante statua d’oro inizia così a creparsi, fino a sgretolarsi  nella consapevolezza di non aver mai conosciuto veramente nel profondo il proprio genitore e che tutto ciò che credeva vero era solo un’immagine riflessa, un’illusione. 

    Leggendo il film in questa chiave interpretativa, la metafora del viaggio diventa fondamentale e diventa simbolo del processo di superamento del trauma: la missione nello spazio di Roy si trasforma dunque dallo scappare da qualcosa che, in realtà, è dentro di lui e che resterà dentro di lui anche nello Spazio più lontano, ad un percorso attraverso cui affrontare uno ad uno tutti i propri demoni, la paura di cadere dove il padre è caduto, il riconoscere di aver commesso gli stessi errori del proprio genitore, l’aver allontano ogni persona che lo ha amato per rinchiudersi in una solitudine forzata che sa tanto di castigo autoimposto, fino alla necessità di affrontare finalmente l’origine di tutti questi traumi. 

    Non è un caso, dunque, che il film si chiuda con un monologo speculare a quello con cui si era aperto e che, se all’inizio rappresentava il simbolo dell’apatia e dell’alienazione di Roy, in chiusura dimostra finalmente un protagonista pronto a vivere la vita con una consapevolezza nuova, libero finalmente dal dolore, per ricordare che alle volte la risposta non si trova a miliardi di kilometri di distanza, ma in un luogo forse più lontano e difficile da raggiunge: dentro di noi

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  • MULHOLLAND DRIVE: UNA STORIA D’AMORE

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    Il capolavoro di David Lynch torna al cinema restaurato in 4K dal 15 al 17 novembre 2021. Qui trovate l’elenco di tutte le sale in cui verrà proiettato.

    Intervistatore“Ci ha parlato più volte dell’idea da cui nascono i suoi film. Qual è l’idea che sta alla base di Mulholland Drive?”

    David Lynch“Una delle cose più belle del genere umano è che possediamo l’intuito. È una facoltà in cui il cinema non crede più. Spendiamo molto tempo a spiegare le cose, ma non ce n’è bisogno: Mulholland Drive è lì sullo schermo e può essere compreso facilmente da te, anche se potrebbe essere diverso da quello che ho capito io. Faccio sempre un esempio per spiegare questa cosa: pensiamo ai registi o agli scrittori morti; non possiamo più resuscitarli e chiedere loro cosa volessero dire. Ci resta solo il loro lavoro. E il loro lavoro è perfetto così com’è perché gli autori lo hanno creato così. Non ha bisogno che vi si sottragga o aggiunga nient’altro.”

    (da David Lynch in conversazione con Mario Sesti)

    Mulholland Drive (2001) di David Lynch, possiamo affermarlo senza alcun indugio, è una delle opere cinematografiche più importanti degli anni Duemila: nel 2016 un sondaggio della BBC, compiuto consultando centosettantasette critici cinematografici da trentasei paesi, lo ha addirittura posto in cima alla classifica dei migliori film del 21° secolo. Infiniti articoli, recensioni e saggi sono stati scritti a proposito di questa leggendaria pellicola, nel tentativo di analizzarla e dissezionarla, di individuarne il cuore pulsante. Eppure il suo autore rifiuta (non vuole? non sa?) di esprimersi a questo proposito: è consapevole che se la “verità” venisse rivelata il sogno che  Mulholland Drive rappresenta verrebbe meno. Si è limitato a rilasciare le celebri “dieci domande” (è possibile leggerle su Wikipedia), le cui risposte consentirebbero di comprendere la pellicola, e un’enigmatica sinossi del film: “Parte prima: lei si ritrova dentro un mistero perfetto. Parte seconda: una triste illusione. Parte terza: amore.” La trama, spiegata in maniera meno ermetica, è pressoché questa: a Los Angeles, sulla Mulholland Drive, si verifica un violento incidente d’auto, in cui sopravvive solo la bruna Rita (Laura Harring), che si rifugia nella casa della bionda Betty (Naomi Watts), una giovane aspirante attrice appena giunta nella metropoli californiana. La prima non ricorda nulla, la seconda tenta di aiutarla a ritrovare la propria identità. Le due donne diventano amiche, poi amanti, infine nemiche. Intorno a loro il regista Adam Kesher (Justin Theroux) è alle prese con la realizzazione di un film, per il quale i produttori vogliono imporre come protagonista la sconosciuta Camilla Rhodes. Intanto un killer imbranato effettua un omicidio, e una scatoletta blu e un assurdo club notturno chiamato Silencio divengono la chiave di volta dell’intero universo narrativo. 

    Ma dunque, partiamo dal principio. Mulholland Drive non nacque come un film. Doveva essere l’episodio pilota di una serie televisiva per la ABC, mai realizzata. L’emittente infatti abbandonò il progetto, intimorita da una trama davvero troppo fumosa e complessa. Circa un anno dopo, il produttore francese Pierre Edelman di StudioCanal visionò il girato e si dichiarò disposto a produrre un lungometraggio. Lynch, a quel punto, si trovò obbligato a trasformare il copione del pilota in quello di un film vero e proprio. Opera già di per sé molto ardua, resa ancor più complessa dal fatto che, come afferma Lynch, “mi stavo rendendo conto che non avevo proprio nessuna idea su come concludere il film”. Infatti “un episodio pilota è una creatura particolare. Non è un lungometraggio. Anzi, va contro le regole del lungometraggio, perché fa iniziare delle cose ma non le porta a termine.” Lynch si rese conto che per Mulholland Drive egli aveva diversi filoni narrativi aperti e non autosufficienti. Serviva un’idea che potesse legarli, un trucco. Anche se a questo proposito le dichiarazioni del regista si interrompono qui, è possibile rintracciare quest’ultimo nel famoso Nastro di Möbius

    Esso è, in matematica, una superficie non orientabile, e potrebbe costituire una sorta di formulazione visiva della struttura narrativa di Mulholland Drive. Il film, infatti, per i primi due terzi appare tutto sommato lineare, mentre nell’ultima parte, con il passaggio all’interno della “scatola blu”, tutto quanto viene invertito; esattamente come, ipotizzando di poter percorrere a piedi il Nastro, si finirebbe per tornare al punto di partenza, ma girati al contrario. Così facendo, non solo Lynch riesce a trovare la tanto sospirata chiusa per il suo film, ma porta a compimento la sperimentazione narrativa già iniziata con Strade perdute, dando vita ad uno dei più mirabolanti e irrisolti enigmi cinematografici

    Ma Mulholland Drive non è solo questo: è un caleidoscopio in cui l’ambientazione iperrealista, la satira grottesca (una Hollywood così bizzarra, ridicola e deforme non si era mai vista) e l’inquietudine diffusa in ogni singolo fotogramma si fondono alla perfezione. Raramente, forse mai, il mondo è apparso così terrificante nella sua quotidianità. La telecamera di Lynch e del direttore della fotografia Peter Deming fluttua, in un perenne ondeggiamento, percorrendo corridoi, vialetti, o addirittura grandi boulevard losangelini, in un’estremizzazione dei moduli stilistici ed espressivi del cinema, portati alle massime conseguenze. Ogni movimento di macchina riesce a trasmettere un terrore indecifrabile. È cinema nella sua essenza, che comunica utilizzando solo ciò che gli è proprio: l’immagine e il sonoro (la colonna sonora di Angelo Badalamenti, ancora una volta, è da annali). Los Angeles è dipinta come la città del mistero, dell’opportunità e del fallimento, è guardata con profonda fascinazione e paura, osservata con il timore e l’affetto di chi ci vive. 

    Ancora: Lynch dimostra la sua tipica abilità nel creare tensione attraverso il dialogo incongruente ed ermetico. Come nel Teatro dell’Assurdo, le domande che vengono poste non corrispondono, a livello logico, alle risposte che vengono fornite. Esemplare in questo senso è l’indimenticabile scena dell’incontro notturno con il Cowboy, in cui il regista-sceneggiatore riesce, annullando la colonna sonora e raffreddando le immagini, a comunicare angoscia solo attraverso un dialogo formalmente innocuo. 

    Anche la musica e il canto, come in tanti film di Lynch, sono protagonisti in Mulholland Drive, e ancora una volta suscitano nei personaggi una reazione fortissima: le lacrime. Nella sequenza ambientata nel Club Silencio, che non a caso rimescola le carte della narrazione, le due protagoniste del film – all’udire la canzone Llorando, versione spagnola del brano Crying di Roy Orbison – scoppiano a piangere, come Jeffrey e Frank in Velluto blu e come Laura Palmer in Fuoco cammina con me, e forse intuiscono qualcosa, sentono che sta succedendo qualcosa, che tutto sta per cambiare. Il canto nel cinema di Lynch pare essere il segno dell’ingresso in un universo altro (non a caso i cantanti nei film del regista sono sempre posti di fronte a tende rosse, che in Twin Peaks conducono alla Loggia Nera e che in genere paiono aprire a dimensioni soprannaturali) e le lacrime rappresentano il crollo delle certezze, la definitiva assunzione di consapevolezza che il proprio mondo non è ciò che sembra.

    Il canto suscita il pianto in Velluto blu (1986), Fuoco cammina con me (1992) e Mulholland Drive (2001)

    Al di là di tutto ciò, però, Mulholland Drive è il racconto di una bellissima storia d’amore tra due donne opposte: una mora, l’altra bionda, una imponente, l’altra mingherlina. Per questo motivo non pare insensato affermare che il punto focale della pellicola sia una scena d’amore saffico, tra le più belle mai viste al cinema, in cui le due protagoniste si innamorano o forse semplicemente ricordano (o sognano?) quanto sia stato bello innamorarsi. Non sapremo mai infatti se questa storia d’amore sia al suo inizio o alla sua fine, ma d’altra parte, come dice Lynch: “Penso che [gli spettatori, ndr] sappiano già da soli di cosa si parla. Penso che l’intuizione – il detective che è dentro ogni essere umano – ricomponga gli elementi in modo che abbiano senso per noi. Dicono che l’intuizione renda possibile la conoscenza interiore, ma una particolarità della conoscenza interiore è che è davvero difficile da comunicare verbalmente agli altri. Non appena ci provi, ti rendi conto che ti mancano le parole, che non saresti in grado di spiegarla ad un amico. Eppure è dentro di te. […] Penso che gli spettatori sappiano che cosa significa Mulholland Drive per loro, ma non si fidano del proprio giudizio. Vogliono che glielo dica qualcun altro. A me fa piacere che lo analizzino, ma non hanno bisogno del mio aiuto. È questo il bello: trovare un senso come farebbe un investigatore. Dirglielo significherebbe privarli del piacere di pensare e di «sentire», e di giungere a una conclusione.”

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  • MAESTRANZE: I COSTUMISTI

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    Per leggere gli altri articoli della rubrica Maestranze – Mestieri del cinema clicca qui.

    Il mestiere del costumista è uno dei più antichi del mondo dello spettacolo. Già nel teatro greco alcuni tragediografi si interessarono ai costumi come una “seconda pelle” degli attori, un tessuto che richiama l’ambientazione temporale e il contesto in cui si collocano gli eventi, inserendo lo spettatore nello spazio e nel tempo dell’opera rappresentata.

    Questa professione assume sempre più importanza con il cinema classico hollywoodiano: i costumisti non solo creavano i vestiti di scena, ma spesso riuscivano a cambiare l’immagine di alcuni tra i più famosi attori e attrici del momento, concorrendo a un cambio radicale anche nel mondo della moda.

    Così si affermarono le prime immagini divistiche, i primi volti osannati dal pubblico degli anni trenta, quaranta e cinquanta, intenzionato ad imitare le star, a seguire queste prime tendenze della moda borghese, fino all’affermazione di una propria identità.

    Il costume, in primo luogo, è determinato dalla sceneggiatura, dunque deriva dall’idea di qualcun altro. Bisogna però saper cogliere le sfumature e i dettagli presenti nel testo e renderli reali, mediante l’immagine che si visualizza. Solitamente, i colori o alcuni degli altri elementi fondamentali del costume non sono presenti in sceneggiatura, sarà dunque il costumista a definirne lo stile finale, accordandosi con il regista rispetto al carattere psicologico dei personaggi. Un determinato outfit o look del personaggio definisce, infatti, anche la sua personalità, rendendolo iconico e facendone un’immagine mitica, in grado di poter entrare nell’immaginario collettivo.

    Dunque immergersi in un mondo diverso dal proprio così come nella psiche altrui, una duplice funzione per niente facile da cogliere.

    Edith Head e Audrey Hepburn

    La fase preliminare è dunque la lettura del copione, a cui segue il disegno. Non sempre i costumisti sono ottimi disegnatori, ma sicuramente questo può rivelarsi un grande vantaggio in modo tale da avere maggiore libertà di manovra. Alcuni costumisti, invece, preferiscono affiancarsi a bravi disegnatori. Ciò può portare ad ottime collaborazioni ma anche a molte incomprensioni

    Altrettanto importanti sono le documentazioni da raccogliere: dopo un primo  confronto con regista e produttore, si realizzano i cosiddetti “Moodboard”, una raccolta di immagini su uno stesso foglio, una sorta di collage, per avere un’idea dei materiali e tagli da utilizzare.

    Una grandissima fonte di ispirazione per i costumisti sono le arti figurative, dunque pittura, scultura, fotografia, dalla più antica alla più distopica, così da avere un’idea della resa, o anche semplicemente un appiglio per poter poi sviluppare ciò che ne conseguirà.

    Lo spettatore è portato a pensare che i costumi contemporanei siano più semplici di quelli d’epoca ma, al contrario, un costume moderno è spesso più complicato da cogliere. Un costumista deve avere una grande capacità di osservazione, poiché i “costumi” e le tendenze cambiano ogni 3 anni circa, alle volte anche di anno in anno, quindi bisogna capire quale sarà il taglio più adeguato da dare al personaggio. Nel caso di un costume storico, invece, basterà attenersi a delle fonti e realizzare dei costumi correlati allo status sociale e al gender di riferimento, ciò ovviamente non vuol dire che il lavoro sia da meno, ma che sicuramente ci sono più linee guida da seguire e meno rischi di cadere in un errore.

    Esistono tantissime scuole di moda e costume in Italia. Già durante l’età adolescenziale ragazze e ragazzi intenzionati a rendere questa loro passione un lavoro vero e proprio, possono frequentare un liceo artistico orientato al costume, proseguendo poi gli studi presso accademie, tra cui il centro sperimentale di cinematografia, che tra i suoi insegnante si avvale moltissimi professionisti del settore, collaboratori di premi oscar del passato e del presente. Non mancano, dunque, le possibilità per chi vuole addentrarsi nel settore.

    In conclusione, lo spettatore dovrebbe elogiare tale professione che, già dalla fine degli anni quaranta, prevede un riconoscimento con la famosa statuetta d’oro assegnata dall’Academy. È, dunque, più corretto vedere i costumi non come oggetti di scena secondari ma primari, spesso fondamentali, che, insieme all’interpretazione dell’attore, creano delle vere icone in grado di lasciare il segno nella storia della cinema ma anche della moda.

    Se siete interessati a questa tematica, abbiamo tutta una categoria dedicata ai costumi e alle/ai costumiste/i. Per leggere, clicca qui.

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  • LE GRANDI SAGHE HORROR: NIGHTMARE

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    Wes Craven: un nome che al giorno d’oggi rappresenta una pietra miliare della produzione di film horror e che – assieme a nomi come Carpenter, Hooper e Baker – ha portato alla nascita dello slasher, sottogenere che avrebbe poi decostruito con il suo Scream nel 1996. Arrivato in sala per la prima volta con L’ultima casa a sinistra nel 1972 e raggiunta poi la fama nel 1977 con Le colline hanno gli occhi, per molti raggiunge il suo primo apice di carriera nel 1984 con A nightmare on Elm Street. Proprio sulla saga che quest’ultimo ha generato si concentra questo articolo, presentando una visione generale fino al settimo capitolo, Wes Craven’s New Nightmare del 1994

    Gettiamoci quindi nella (ri)scoperta di questa saga, colpevole di aver generato incubi ad un’intera generazione di spettatori e di aver creato Freddy Krueger, vero e proprio Uomo Nero ed icona degli anni ’80.

    “One, Two: Freddy’s coming for you;
    Three, Four: Better lock your door;
    Five, Six: Grab your crucifix;
    Seven, Eight: Gonna stay up late;
    Nine, Ten: Never sleep again!”

    IL CAPOSTIPITE

    Primo capitolo della saga è, per l’appunto, l’ormai iconico Nightmare – Dal profondo della notte, arrivato nelle sale nel novembre 1984. Tra i protagonisti conta Heather Langenkamp nei panni della final girl Nancy Thompson e Robert Englund per la prima (delle poi numerose) volta nei panni di Freddy Krueger; accanto a loro troviamo Tina Grey (Amanda Wyss), il fidanzato Rod (Nick Corri) e, al suo esordio, un giovanissimo Johnny Depp, nei panni di Glen Lantz.

    Nonostante la sua piena appartenenza al sottogenere splatter, questa pellicola è riuscita a dare vita a un Boogeyman completamente diverso dalle sue altre incarnazioni: Jason, Leatherface, Michael Myers sono tutti villain estremamente silenziosi (se non completamente muti) e che raggiungono di soppiatto la propria vittima per trucidarla senza pietà; in maniera opposta, Craven crea con Freddy Krueger un serial killer con caratteristiche sovrannaturali ed una personalità eccentrica, che lo porta a giocare e deridere le sue vittime nel parco giochi che sono i sogni, i quali permettono di creare situazioni sempre diverse ed interessanti, sia in questa pellicola che nei vari sequel. Diventa quindi subito iconica la sua faccia sfregiata e piena di bruciature, così come il suo guanto con delle lame alle estremità delle dita.

    I protagonisti della pellicola sono, come da base slasher, un gruppo di ragazzi, che parlano apertamente di sesso e che hanno i loro momenti stupidi, ma la pellicola li presenta fin da subito in maniera più attiva rispetto a quanto visto in passato (per esempio con The Texas Chainsaw Massacre o Venerdì 13  in cui i protagonisti prediligono la fuga) e inserisce un interessante sguardo alla società dell’epoca, sul rapporto tra adolescenti e genitori, che per tutti i personaggi rappresenta un argomento pieno di problematiche. Personaggi che risultano già pieni di problemi, ancora prima di sfidare il loro nuovo incubo. Nonostante tutto, non bisogna però pensare che la pellicola si dimentichi degli elementi alla base del genere, ma anzi presenta numerose scene con morti estremamente drammatiche e piene di sangue. Il tutto viene sapientemente coronato dalla regia di Craven, che riesce a creare tensione e paura tutte le volte che Freddy compare sullo schermo, inserendo elementi più umoristici da parte del “mostro” ma senza mai rovinare l’atmosfera.

    Una delle pellicole che forse meglio racconta gli anni ’80, di cui è poi divenuto un’icona, ma che vale la pena recuperare ancora oggi sia per viaggiare fino a quegli anni oggi tanto amati e fonte di ispirazione, sia per vedere l’origine di uno dei migliori boogeyman della storia del cinema horror.

    IL SEQUEL APOCRIFO

    Visto il successo della pellicola, New Line Cinema non fece passare molto tempo per poterne produrre un seguito, che arrivò infatti soltanto un anno dopo, nel 1985, con il titolo di Nightmare 2 – La rivincita. Visto il distacco di Craven sia dalla regia sia dalla sceneggiatura, la produzione affida a Jack Sholder la regia ed a David Chaskin la sceneggiatura, vengono messi in scena personaggi completamente nuovi, mentre torna Robert Englund nei panni del killer. La pellicola presenta una storia che si svolge 5 anni dopo il precedente e segue la vita di Jesse Walsh (Mark Patton), trasferitosi nella casa di Nancy Thompson e che diventa vittima dei giochi di Krueger.

    Il film riesce a anche a costruire alcune scene in maniera interessante (tra tutte la sequenza della festa in piscina per esempio) e inserisce alcune tematiche che riescono ad arricchire il racconto, ma incontra il problema principale in fase di scrittura: la pellicola si presenta infatti quasi come un seguito spirituale, che prende qualcosa come ispirazione ma crea una storia completamente diversa. Questo perché tutto ciò che formava le fondamenta del precedente viene qui completamente rivisto e modificato: Freddy infatti non uccide nei sogni, bensì infesta il sonno di Jesse che si ritrova a compiere omicidi durante uno stato di dormiveglia, quasi come in uno stato di allucinazione. Se alla base risulta un’idea estremamente interessante, questa risulta però talmente diversa che molti fan della saga ritengono questo capitolo il meno riuscito o che, addirittura, non vada preso in considerazione quando si parla della saga.

    LA RINASCITA DELLA SAGA

    Non bisogna in realtà aspettare molto per assistere al ritorno in auge della saga. Nel 1987, infatti, esce Nightmare 3 – I guerrieri del sogno diretto da Chuck Russell e che segna il ritorno, oltre ad Englund come Freddy (che diventa quindi una certezza come interprete del personaggio), di Craven che, oltre a dare vita al soggetto, aiutò anche in fase di sceneggiatura. Questo riportò inevitabilmente la saga sui binari stabiliti con il primo capitolo, anche se preme sottolineare come il soggetto originale (ritenuto troppo dark e che prendeva interpellava anche i viaggi nel tempo) è stato poi modificato dagli altri sceneggiatori, che resero il prodotto ciò che arrivò poi in sala. Basta però l’idea di base per costruire un ottimo film, in cui troviamo personaggi che già conosciamo, come Nancy ed il padre, che interagiscono con i ragazzi dell’ospedale psichiatrico “Westin Hills”, ovvero la protagonista Kristen (Patricia Arquette), il difficile Kinkaid (Ken Sagoes), il costruttore di marionette Phillip (Bradley Gregg), l’aspirante modella Jennifer (Penelope Sudrow), l’ex tossicodipendente Taryn (Jennifer Rubin), il muto Joey (Rodney Easteman) e Will (Ira Heiden), costretto sulla sedia a rotelle.

    La storia di questo capitolo ruota attorno a questi personaggi ed alla capacità di Kristen di attrarre altre persone nei propri sogni, portando così i ragazzi dell’ospedale ad affrontare Freddy per cercare di fermarlo. Con questo terzo capitolo vediamo già l’intenzione di lasciare da parte la tensione in favore di un horror sempre più visivo, presentando sequenze oniriche sempre più grandi e complesse, trovando interessanti escamotage per riproporre la stessa struttura ma senza stancare (qui gioca un ruolo fondamentale l’ottima differenziazione tra i personaggi che, ben caratterizzati, permettono anche al fattore incubi di essere più ricco che mai).

    Un terzo capitolo che riporta quindi ottimamente in auge la saga e che da molti viene ritenuto il punto più alto della saga, dopo il capostipite ovviamente, e che presenta alcuni tra gli incubi più memorabili della saga, assieme a un Freddy Krueger che, seppur meno inquietante, risulta sempre più memorabile. Ricordiamo tra tutte la famosa citazione dell’incubo di Jennifer: “Welcome to Prime Time, bitch!” (divenuta da noi: “Benvenuta in prima serata, puttana!”).

    I SEGUITI ACCHIAPPASOLDI

    Il successo ottenuto dal terzo capitolo convince New Line Cinema che la saga è tutt’altro che ad un punto morto e la casa di produzione si getta quindi a capofitto nella realizzazione di nuove pellicole, tanto che per la successiva bisogna aspettare soltanto un anno. E’ nel 1988 infatti che arriva in sala Nightmare 4 – Il non risveglio (sottotitolo terrificante, estremamente inferiore all’originale The Dream Master), diretto da Renny Harlin e sceneggiato da Brian Helgeland e Jim & Ken Wheat.

    La pellicola riprende poco dopo il finale del capitolo precedente, con Kristen (interpretata qui da Tuesday Knight, vista l’impossibilità di Patricia Arquette di riprendere il ruolo in quanto incinta) che finisce per riportare in vita Freddy, portando gli ultimi sopravvissuti del capitolo precedente e alcuni nuovi ragazzi ad affrontare l’assassino dei sogni. La componente più interessante di questa pellicola è la capacità, prima di Kristen e poi dell’amica Alice (Lisa Wilcox), di assorbire le caratteristiche delle vittime degli incubi di Freddy, culminando in uno degli scontri finali più belli della saga. Nonostante ciò, con questo film si vede già come le idee cominciassero a scarseggiare e la saga venisse portata avanti con il solo scopo del profitto (tutte le varie tematiche trattate soprattutto nel primo capitolo spariscono infatti una ad una, lasciando spazio al solo intrattenimento).

    Due piccole curiosità su questo quarto capitolo riguardano però la sua produzione: inizialmente il film doveva rappresentare il punto d’incontro tra la saga di Nightmare e quella di Venerdì 13, portando sullo schermo lo scontro tra i due villain; ma per problemi legati ai diritti ciò non fu possibile, rimandando l’operazione fino al 1993, dove nel finale di Jason va all’inferno si può notare il primo incontro tra i due personaggi, che culminerà poi nel seguito del 2003 Freddy vs. Jason (di cui parleremo più avanti). La seconda curiosità riguarda invece il coinvolgimento di Craven, che inizialmente voleva creare come quarto film una storia con alla base dei viaggi nel tempo, idea che venne però scartata portando ad una stesura sbrigativa di una nuova sceneggiatura, che venne addirittura completata dal regista in corso d’opera.

    Discorso estremamente simile vale per il quinto capitolo, Nightmare 5 – Il mito (anche qui sottotitolo completamente sbagliato, in confronto alla centralità dell’originale The Dream Child) uscito nel 1989, per la regia di Stephen Hopkins (che avrebbe poi diretto l’anno successivo Predator 2 e successivamente la prima stagione di 24) e con Leslie Bohem alla sceneggiatura. Come suggerito dal sottotitolo originale, la storia di questo quinto capitolo ruota attorno al figlio di Alice, attraverso cui Freddy riesce a tornare e tormentare nuovamente i protagonisti, con l’intento inoltre di utilizzare il corpo del bambino una volta nato come guscio per permettergli di agire anche al di fuori dei sogni.

    La sceneggiatura risulta abbastanza debole rispetto ai precedenti, presentando dei protagonisti meno caratterizzati rispetto ai precedenti e che tenta di portare interesse approfondendo le origini di Freddy, anche se presentando il tutto in maniera abbastanza scontato e banale, senza contare che Freddy stesso verte qui quasi completamente verso una caratterizzazione comica, lasciando sempre più da parte l’inquietudine. Nota di merito risulta invece la realizzazione degli incubi che, seppur non memorabili come alcuni dei precedenti, presentano qui una creatività ad altissimi livelli (per alcuni si tratta dei migliori della saga), su tutti il sogno di Dan con cui la pellicola presenta l’inserimento del genere body horror con l’elemento meccanico, palese rimando a quel Tetsuo – The Iron Man di Tsukamoto uscito nello stesso anno.

    Con questi due capitoli si presenta quindi “l’inizio della fine”, con due capitoli che cercano di inserire novità, ma riuscendoci con molte limitazioni e portando la saga in un punto morto, che sarebbe poi stato superato soltanto nel 1991.

    LA FINE DI FREDDY

    Nel 1991 infatti New Line Cinema porta in sala Nightmare 6 – La fine (in originale Freddy’s Dead – The final Nightmare), titolo che rende palese l’intenzione della produzione fin da subito: uccidere una volta per tutte il personaggio di Freddy. La saga infatti non vende più come all’inizio e si decide finalmente (dopo una serie di capitoli che eliminavano Krueger nel finale, per poi trovare un escamotage per farlo tornare) di porre fine al tutto. Si affida la regia e la sceneggiatura della pellicola a Rachel Talalay, produttrice dei primi quattro capitoli della serie, la quale però finisce con il creare il punto più basso raggiunto dalla saga.

    La trama prende il via nel 1999, in un futuro prossimo in cui Freddy ha ucciso tutti i ragazzi di Springwood e lasciato la città popolata soltanto da pochi anziani, ad eccezione di un ultimo ragazzo (chiamato nel film John Doe, a causa della sua amnesia, ed interpretato da Shon Greenblatt) che fugge dalla cittadina e finisce in un riformatorio, sotto le cure della dottoressa e psicologa Maggie (Lisa Zane), la quale custodisce nel suo passato un oscuro segreto di cui non è a conoscenza. Non mi addentro ulteriormente nella banale trama per non togliere ai lettori il minimo brivido di curiosità, unico elemento brillante nel mezzo di sequenze oniriche decisamente sotto tono ed un Freddy Krueger degno di uno stand up comedian (probabilmente la peggior caratterizzazione del personaggio di tutta la saga). Va inoltre citata la sequenza in 3D presente nello scontro finale, punto massimo d’arrivo della scelta di passare per questo film dagli effetti artigianali (che seppur limitati, risultano gradevolissimi tutt’ora oggi) alla computer grafica, inevitabilmente invecchiata male e che rende questo capitolo il peggiore anche a livello visivo.

    Una piccola curiosità riguarda un’idea iniziale per questa sesta parte, inizialmente affidata a Peter Jackson (sì, quel Peter Jackson, che prima di cimentarsi nella trilogia del Signore degli anelli era conosciuto per la realizzazione di commedie horror estremamente splatter), il quale aveva realizzato un suo soggetto: Freddy, ormai anziano, non riesce più a spaventare i giovani, che invece si addormentano apposta per incontrarlo e deriderlo, fino a quando il villain riesce ad uccidere uno dei ragazzi, facendo rinascere la paura. Un’idea estremamente interessante (che contiene al suo interno anche un Freddy che rispecchia il franchise, che non faceva più paura ma era soltanto origine di divertimento), che però venne scartata, portando alla nascita della pellicola che tutti abbiamo poi visto.

    Un’operazione disastrosa in tutte le sue componenti, il cui unico pregio è quello di porre fine al personaggio di Freddy Krueger, arrivato alla fine dei suoi giorni completamente trasformato ma riuscendo comunque a mantenere il suo fascino e la sua iconicità. Finalmente poteva trovare riposo. O forse no?

    IL GRANDE RITORNO

    Proprio quando tutto sembrava concluso e la saga terminata (e nemmeno nel migliore dei modi), qualcosa si smuove negli studi di New Line Cinema: il ritorno di Wes Craven ed il successivo arrivo in sala nel 1994 di un nuovo capitolo della saga, intitolato Nightmare – Nuovo incubo (in originale Wes Craven’s New Nightmare). Una pellicola che fa dell’auto citazionismo e della metanarrativa le sue fondamenta e che Craven gestisce in maniera impeccabile, sia nella regia che nella sceneggiatura.

    Partendo dalla seconda, Craven mette in scena nuovamente Heather Langenkamp e Robert Englund, ma qui nella parte di se stessi, ossia  degli attori che hanno interpretato gli iconici personaggi, e attorno ai quali il regista costruisce inizialmente l’ambiente di Hollywood e si concentra sul modo in cui un brand come Nightmare viene trattato, per poi mischiare sempre di più realtà e finzione, inserendo nuove informazioni sulla figura di Krueger, che riescono ad arricchire il personaggio senza snaturarlo. Sul versante registico registico, Craven riesce a presentare tutto questo con una maestria unica, senza sbavature e creando nuove sequenze oniriche che diventano subito estremamente iconiche.

    Si tratta del grande ritorno, ciò che New Line aveva sperato di fare con la saga in tutti quegli anni, ma che soltanto uno come Wes Craven sarebbe riuscito a fare, mostrando ancora di più il suo talento di lì a poco con il suo Scream.

    SPIN OFF E REMAKE

    Prima di concludere l’articolo, risulta doveroso inserire nella carrellata altre due pellicole che, seppur non ufficialmente, fanno parte della saga di Nightmare.

    La prima in questione arrivò in sala nel 2003, per la regia di Ronny Yu ed è il tanto atteso Freddy vs. Jason. Atteso dai fan dagli albori delle rispettive saghe e in programma (come accennato sopra) già dagli anni ’80, l’incontro tra i due ha dovuto aspettare ben sette capitoli di Nightmare e dieci di Venerdì 13, ma almeno ne è valsa la pena? Beh, in realtà no. La pellicola si apre con Freddy che, dimenticato dalla cittadina di Springwood, si ritrova impotente all’Inferno e decide di riportare in vita Jason, convincendolo ad uccidere gli abitanti della cittadina, facendo così ritornare la paura nelle persone ed aprendogli così la strada per riprendere il massacro. Jason però comincia, come suo solito, ad uccidere indiscriminatamente tutte le persone che incontra, rubando vittime a Freddy e facendo così scoppiare una guerra tra i due. Le vicende sono in realtà un mero pretesto per far scontrare i due personaggi (un po’ come succederà l’anno dopo con la pellicola di Paul W. S. Anderson Alien vs. Predator), puntando quindi tutto sulla spettacolarità dell’azione e degli scontri, che però risultano deboli ed invecchiati male (complice soprattutto l’uso di CGI abbastanza scadente). Sicuramente un prodotto che può divertire i fan delle due saghe, ma tranquillamente evitabile per chiunque altro.

    Con gli anni 2000 e l’operazione di riproposizione delle varie saghe con l’operazione dei remake, dopo The Texas Chainsaw Massacre nel 2003 e Venerdì 13 nel 2009, era inevitabile che anche Nightmare subisse lo stesso destino e così accadde nel 2010, quando New Line Cinema affidò a Samuel Bayer (conosciuto prevalentemente per la produzione di videoclip musicali) la regia di Nightmare – Dal profondo della notte: remake/reboot che puntava a riportare in auge la saga, ma che fallì esattamente come gli altri remake sopra citati. 

    Le vicende sono prevalentemente le stesse, con i giovani della cittadina di Springwood che si ritrovano ad affrontare questo mostro nei loro incubi, con la differenza che, oltre a non essere ambientato negli anni ’80 ma ai giorni nostri, presenta un nuovo interprete per Freddy Krueger, unica iterazione del personaggio che vede nei suoi panni Jackie Earle Haley al posto di Robert Englund. Una scelta dettata (forse) anche dal cambiamento alla base del personaggio stesso, che passa dall’assassinare bambini all’essere un maniaco sessuale ed eliminando quasi tutti gli elementi comici che avevano contraddistinto il personaggio fino a quel momento. Inutile dire come tutto ciò renda il personaggio estremamente meno interessante ed appetibile per gli spettatori, senza contare l’appiattimento di tutti i ragazzi protagonisti che non reggono minimamente il confronto con il cast originale.

    In poche parole, il classico remake anni 2000, che dell’originale mantiene poco o nulla e che riesce addirittura nella non così semplice impresa di rendere noiosa una pellicola con protagonista Freddy Krueger.

    I CAPITOLI MAI REALIZZATI

    Come conclusione dell’articolo vorrei proporre una breve lista di capitoli della saga che non hanno mai visto la luce, oltre agli accenni presenti sopra (come l’originale versione di Craven per il terzo e quarto capitolo o la versione di Peter Jackson del sesto).

    Da un’idea dello stesso Robert Englund, esiste un soggetto per un capitolo di Nightmare dal nome Freddy’s Funhouse, la cui protagonista sarebbe stata la sorella di Tina Grey (una delle protagoniste del primo film) ed avrebbe indagato sulla scomparsa della sorella, dando alla pellicola tinte più noir ed investigative che d’orrore. Sempre da un’idea di Englund nasce anche il soggetto per un ipotetico capitolo finale della saga, in cui i figli dei sopravvissuti dei capitoli precedenti manifestano ognuno incubi differenti, creando varie versioni di Freddy diverse per ognuno di loro. Idee senza dubbio interessanti, che sarebbe stato sicuramente bello vedere realizzate.

    Esistono però anche alcuni prequel, di cui conosciamo due soggetti: il primo mostrava un Freddy Krueger ancora umano venire incastrato per gli omicidi in realtà commessi da nientepopodimeno che Charles Manson e la sua “family”; mentre il secondo soggetto avrebbe riguardato ancora il passato di Freddy, puntando sulla creazione di uno slasher con particolare enfasi sul lato emotivo e personale del killer.

    CONCLUSIONI

    Si conclude così la nostra carrellata alla riscoperta della saga di Nightmare. Una saga che senza dubbio presenta alti e bassi, elementi interessanti e altri ben più discutibili, capitoli estremamente avvincenti e altri evitabilissimi, ma che nonostante tutto ha portato in sala migliaia di persone per decenni e che ha creato un villain iconico, che non solo rappresenta appieno gli anni in cui è stato creato, mostrandone i lati positivi e negativi, ma che tutt’ora oggi riesce a spaventare e divertire allo stesso tempo. Una saga senza dubbio da recuperare, anche solo per divertirsi con gli amici, correndo però il rischio dopo la visione di incappare in qualche orribile incubo.

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