Category: Approfondimenti

  • Cartoline Ritrovate – Giorno 7

    John & Irene, La Costola di Adamo, Uomini e Topi, Sholay

    Settimo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato

    John og Irene, di Asbjørn Andersen, Anker Sørensen (Danimarca, 1949) – Norden Noir

    Finalmente riusciamo a partecipare ad una proiezione della rassegna più chiacchierata di questo festival. Le tre parole più lapidarie in risposta alla domanda “cosa vai a guardare ora?”: “un noir scandinavo”.
    Una coppia di ballerini interpretati dai Glen Ford e Bette Davis di Danimarca si ritrova in serie difficoltà economiche, lei è incinta e sembra decisa ad abortire, lui vuole rimediare i soldi a tutti i costi. Il linguaggio è quello classico del Noir, si parla di colpa e della possibilità di sfuggire alla punizione, della continua ricerca di giustificare le proprie azioni e di incolpare gli altri. Nulla di originale, ma se non lo vedi qui dove lo vuoi vedere?

    La Costola di Adamo (Adam’s Rib), di George Cukor (USA, 1949) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Nello stesso anno di John & Irene Katherine Hepburn interpreta uno dei personaggi più politici della sua immensa carriera. 
    Amanda e Adam (Spencer Tracy) sono una coppia di avvocati in carriera che si ritrovano sui banchi opposti dello stesso caso. Lui rappresenta l'accusa nei confronti di una donna che ha tentato di uccidere marito e amante, lei la difende. Amanda vuole mettere a nudo la diversità di trattamento di una donna in un caso di “delitto d'onore”, Adam vuole in fin dei conti solo rappresentare la legge. Una delle commedie più raffinate di sempre, in cui Tracy retrocede rispetto all'uomo moderno sopra la scorza di ruvidezza di Woman of the Year, facendo emergere sentimenti retrogradi mescolati al suo (vero) senso di giustizia, mentre Amanda chiaramente sfrutta una colpevole per il suo (giusto) idealismo. Una coppia affiatata e meravigliosa, tra un litigio e un flirt davanti al giudice, che ci mostra anche un certo erotismo per due attori non più giovanissimi. Sensazionale.

    Uomini e Topi (Of Mice and Men), di Lewis Milestone (USA, 1939) – Lewis Milestone: Uomini e Guerre

    Nel 1939, considerato da molti l'anno d'oro del cinema hollywoodiano, escono due adattamenti dai due romanzi più celebri dell'autore americano per eccellenza, John Steinbeck (che abbiamo già incontrato il primo giorno con Lifeboat link alla prima cartolina). Contrariamente al Furore di John Ford, Milestone sceglie un cast privo di star per raccontare in tonalità seppia il primo grande sogno americano andato in frantumi. George viaggia come contadino vagabondo tra una fattoria ed un'altra in cerca di fortuna per lui e suo cugino Lennie, mente semplice e forza sovrumana. 
    Milestone e Steinbeck ci mostrano un'America in cui la generosità si mischia con l'opportunismo, la sopraffazione è perenne, spesso superflua, e se colpire il nemico danneggia te stesso poco importa. La speranza c'è, ma è la prima a morire, soprattutto per gli indifesi.

    Sholay Director’s Cut, di Ramesh Sippy (India, 1975) – Ritrovati e Restaurati 

    Avreste mai immaginato di trovarvi nel 2025 in Italia a guardare un film indiano di tre ore e mezza campione d'incassi negli anni ‘70 in una Piazza Maggiore urlante? Beh noi no, ma ci è successo ed è stata una bellissima sorpresa. E pure in versione integrale restaurata.
    Sholay è un vero e proprio fenomeno di costume in India, un film che tutti conoscono, guardano anticipando le battute e cantando le canzoni, applaudendo ad ogni apparizione delle loro star. Ieri per una sera Bologna ha vissuto questo. Sicuramente siamo stati aiutati dal sapore piuttosto occidentale del film (più simile ad un fagioli western che a Leone), ma il nostro unico rimpianto è stata la mancanza della versione karaoke. 

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 6

    Pink Narcissus, Strade Violente, La Febbre dell’Oro

    Sesto giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    Pink Narcissus, di Anonymous/James Bidgood (USA, 1971) – Ritrovati e Restaurati

    Un eccellente lavoro di restauro e ricostruzione ci presenta uno dei capisaldi della cultura queer americana e non, tra la pornografia e la video arte. Realizzato in quasi sette anni, con pellicole di diverso formato, dal fotografo di nudi maschili James Bidgood (che ha disconosciuto il film, firmato infatti come Anonymous), vediamo un turbine di immagini sempre più esplicite, satiriche, esplosive. I corpi efebici lasciano spazio ad atti sempre più estremi, ombre e colori indefiniti si trasformano in forme falliche. Insomma, una visione che non si dimentica.

    Strade Violente (Thief), di Michael Mann (USA, 1981) – Ritrovati e Restaurati

    Frank (James Caan) è un ladro di gioielli, buca i muri con la minuziosità di un artista e i soldi sembrano l'unica cosa che gli interessa. Ha le capacità comunicative tipiche dei protagonisti di Mann, ovvero zero senza la pistole in mano, non sa trattare né con le donne né con gli uomini, che siano criminali o poliziotti, quelli che dipinge come i suoi sogni, di una vita tranquilla e lontana dai problemi,  sono solo una delle tante bugie che si racconta. Michael Mann ci porta nei suoi anni ‘80 fatti di neon, musica dei Tangerine Dream e auto veloci, in cui l'individuo tenta di affermarsi per essere solo castrato e neutralizzato, e la violenza prevaricatrice sembra l'unico linguaggio possibile.

    La Febbre dell’Oro (The Gold Rush), di Charlie Chaplin (USA, 1925) – Ritrovati e Restaurati

    I film concerto sono tra i momenti più attesi del festival e forse anche dell'estate bolognese. Il primo di quest'anno è uno dei tanti capolavori realizzati dal miglior comico di sempre, a cui la Cineteca dedica da anni restauri, retrospettive e pregevolissime edizioni home video. L'ultimo restauro di The Gold Rush realizzato in occasione del centenario del film dalla Cineteca stessa insieme a Criterion ci presenta vari frammenti del film scomparsi da tempo (per volere dello stesso Chaplin) e Ritrovati grazie al contributo di numerosi archivi in giro per il mondo. Una piazza partecipa intera in maniera attiva, rumorosa ed entusiasta all'evento, musicato dal vivo dall'Orchestra del Teatro Comunale diretta dall'immancabile Timothy Brock. Assistere ad un momento del genere, a cento anni esatti dall'uscita del film, è incredibile.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 5

    La Donna del Giorno, La Presa di Roma, La Regina d’Africa e Cinque Pezzi Facili

    Quinto giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    La Donna del Giorno (Woman of the Year), di George Stevens (USA, 1942) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Tess Harding è una giornalista politica internazionale, celebre, acclamata, estremamente colta e in un ruolo solitamente riservato agli uomini. Sam Craig (Spencer Tracy) è una giornalista sportivo, più rude e sanguigno ma per niente stupido. I due si piacciono e si sposano in fretta nonostante Tess sembra non sapere nemmeno cosa significhi essere moglie (soprattutto nell'epoca). La sceneggiatura premiata con l'Oscar è stata scritta da Ring Lardner Jr. insieme a Michael Kanin ispirandosi ai suoi genitori. Tess è innamorata ma il suo lavoro che è stata la sua vita fin da bambina permea ogni secondo della sua vita, Sam è un maschio incredibilmente capace di comunicare per gli standard dell'epoca. Passiamo da dei meravigliosi dialoghi di coppia disfunzionale a un finale muto e lunghissimo quasi da cartone di Donald Duck. La prima collaborazione tra i due divi è estremamente audace e cinica nonostante alcuni aspetti possano sembrare reazionari, con la Donna indipendente che alla fine si piega ad un marito sicuramente più di larghe vedute di quanto sembri. Sotto questa scorza di restaurazione, troviamo però un sapore moderno e singolare, grazie al genio di George Stevens.

    1905: Tra Luci e OmbreIl Secolo del Cinema: 1905

    In uno dei programmi più variegati di questo festival spaziamo tra Stati Uniti, Francia e Italia con accompagnamento al pianoforte di Stephen Home.
    In Interior New York Subway, 14th Street to 42nd Street, accompagnato da un testo di Mark Twain letto da Jay Weissberg, troviamo una primordiale sinfonia visiva sulle metropolitane della Grande Mela, mentre in The White Caps troviamo una durissima immagine di un'America razzista. Tema dominante della proiezione è tuttavia l'anticlericalismo, dalla farsa de Fâcheuse Méprises e What the Curate Really Did alla rappresentazione storica de Les Martyrs de l'Inquisition, passando per la satira di La Confession. Ciliegina sulla torta è la presenza in programma de La Presa di Roma, di Filoteo Alberini, primo cortometraggio narrativo della Storia d'Italia, con una minuziosa ricostruzione storica presentata da Giovanni Lasi.

    La Regina d’Africa (The African Queen), di John Huston (USA, 1951) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Presentato dalla segretaria di edizione del film Angela Allen, novantaseienne in pienissima forma a cui è dedicato un documentario in fase di realizzazione (ci è stata presentata una gradevole preview), La Regina d'Africa rappresenta una delle più grandi decostruzioni della figura divistica. Katharine Hepburn è Rose Sayer, una missionaria inglese in Africa durante la Prima Guerra Mondiale che perde il fratello a causa di un attacco dei tedeschi, con l'aiuto del marinaio Charlie Allnut (Humprey Bogart) risalire il fiume Ulanga per fare saltare in aria la nave tedesca. Se la veste rude, sporca e selvaggia poteva essere quasi calzabile per un non più giovanissimo Bogart, lontano dell'affascinante divo col Fedora che è sempre stato, è sempre sconvolgente vedere la Hepburn in veste di elegante terrorista vendicativa.

    Cinque Pezzi Facili (Five Easy Pieces), di Bob Rafelson (USA, 1970) – Ritrovati e Restaurati

    Robert Dupea (Jack Nicholson), è un operaio in una piattaforma petrolifera. Non il migliore dei mariti, non il migliore degli uomini. La notizia della malattia del padre lo fa tornare dalla sua famiglia di colti e raffinati musicisti. Nicholson interpreta un uomo che è impossibile stimare (chi lo avrebbe mai detto), che fugge da un contesto conformista per viverne uno non certo più libero, con altrettante bugie e meno bellezza. Non può imparare nulla dalle sue esperienze,  continuerà a mentire e scappare verso un futuro con meno dignità del suo passato. 

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 4

    La Ragazza di Bube, La Clessidra, Brazil e Terry Gilliam

    Quarto giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    La Ragazza di Bube, di Luigi Comencini (Italia, Francia, 1963) – Prima la Vita! Il Cinema di Luigi Comencini

    Tratto dal romanzo omonimo di Carlo Cassola, Premio Strega 1960 e di grande successo, il film parla di una Italia che nell'immediato dopoguerra non aveva ancora smesso di essere fascista o partigiana. Non che le cose poi siano cambiate.
    Mara (Claudia Cardinale) è una ragazza di famiglia umile e partigiana nella campagna Toscana, si innamora di Arturo, detto Bube, un compagno di battaglia di suo fratello morto. Bube è comunista, risoluto, taciturno e idealista, Mara se ne innamora, anche se lei sembra l'unica persona in Italia a non preoccuparsi di politica, resistenza e guerra. Lei vorrebbe solo ballare, stare con il suo bello e ricevere regali ma si è innamorata dell'uomo meno adatto a questa vita.
    Riusciamo a biasimare Mara per desiderare una vita senza pensare quotidianamente a morte e violenza? Riusciamo a biasimare Bube per essere invece totalmente incapace, date anche le circostanze, di godersi quei pochissimi momenti di pace?
    Il film, contrariamente al libro, è un lungo flashback dal punto di vista di Mara che ogni quindici giorni va a trovare Bube in carcere, la sua recitazione è distaccata, lontana dal popolarismo tipico di Comencini, e viviamo attraverso i suoi occhi una delle tante conseguenze di una guerra finita da tempo.

    La Clessidra (Sanatorium pod klepsydrą), di Wojciech Jerzy Has (Polonia, 1973) – Ritrovati e Restaurati

    Dopo aver visto la versione animata, realizzata dai Fratelli Quay e presentata nelle Giornate degli Autori all'81esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (ne avevamo parlato qui), non potevamo perderci la prima trasposizione Cinematografica dei racconti di Bruno Schulz. Vediamo un uomo, Józef interpretato da Jan Nowicki, fare visita al padre morto (più o meno) in un sanatorio semi abbandonato, per finire poi in un turbinio dove tempo, spazio, vita e morte sembrano contorcersi e perdere il proprio significato.
    Sarà la stanchezza da metà festival, ma non è che ci abbiamo capito molto, così come non avevamo capito molto del film dei Quay che, oltre alla narrazione rarefatta, giocava anche su delle immagini poco decifrabili, mentre qui i colori accessissimi anche nei toni più freddi del DoP Witold Sobociński (e del restauro) ci regala uno spettacolo per gli occhi.

    Brazil, di Terry Gilliam (Regno Unito, USA, 1985) – Ritrovati e Restaurati

    Torniamo in una Piazza Maggiore più affollata e accesa del solito per un appuntamento con uno dei più grandi geni viventi. Terry Gilliam, presentato dal condirettore del Cinema Ritrovato Gian Luca Farinelli entusiasta come un bambino a Natale, e da un montaggio sensazionale della sua filmografia, ci introduce all'edizione 2025 della Director's Cut suo capolavoro Brazil. E a costo di apparire retorici, come può non sembrare attuale un film di quarant'anni fa che parla di un mondo in cui non c'è spazio per sognare? Un mondo distorto e fumettoso, a tratti anche buffo e ridicolo, in cui contano soltanto ordine e precisione, potere e arrivismo, vanità e bellezza nella sua concezione più banale e conformista. Un mondo in cui l’arte in ogni sua forma ha ceduto il passo alla burocrazia come forma di espressione dell'ingegno umano. Un mondo dove canticchiare un motivetto allegro brasiliano sembra più alienante che mai. E soprattutto, un mondo in cui di tutte queste cose possiamo solo ridere.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 3

    Summertime, Le Voyage Imaginaire, L’Uomo con la Macchina da Presa e Arrapaho

    Secondo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    Tempo d’Estate (Summertime), di David Lean (USA, 1955) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante 

    Katharine Hepburn in questo film non ha né lo sfrontato ardore di Cynthia Darrington né l'inadeguatezza arrivismo di Alice Adams, e interpretato un personaggio davvero inusuale per la sua carriera e per la sua figura divistica. 
    Jane Hudson è infatti una zitella americana in vacanza in Italia, che quasi sceglie di essere ingenua, respingente e con la tendenza a piangersi addosso. A Venezia invidia le coppiette romantiche ma quasi non sa come cedere alle lusinghe del commerciante Renato (Rossano Brazzi).
    Una Hepburn infinitamente più fragile e assai meno dirompente del solito, un personaggio che per la prima volta sembra più adatto ad essere trascinato che a trascinare, a disagio con un mondo più smaliziato di lei, con la cornice di una Venezia inquadrata con un Technicolor d'annata.

    Le Voyage Imaginaire, di René Clair (Francia, 1925) – Cento Anni Fa: 1925

    Un modesto e timido impiegato si innamora della ragazza più carina dell'ufficio ma è preso di mira dai colleghi. Un pisolino sulla scrivania lo condurrà in una magica avventura tra fate, incantesimi e statue di cera che si animano. Se The Office incontrasse Rip van Winkle otterremmo questo meraviglioso (sì è una parola abusata in queste Cartoline, ma che ci possiamo fare) fantasy d'annata, in una linea immaginifica che parte da Méliès e arriva fino a Michel Gondry. 
    Arricchiscono il programma due giganti dell'animazione astratta tedesca degli anni ‘20: Walter Ruthman con le sue Opus II-III-IV e Viking Eggeling con Symphonia Diagonale. Il tutto con accompagnamento di pianoforte ed elettronica di Laura Markkanen e Matti Bye.

    L’Uomo con la Macchina da Presa (Ljudyna z Kinoaparatom), di Dziga Vertov (URSS, 1929) – Isaak Babel’ – I Racconti di Odessa

    Il cinema nella sua forma più pura. La volontà di superare ogni legame con teatro e letteratura, rafforzando quelli con musica e arte. Via la parola e la narrazione, restino solo spazi, linee, movimento e soprattutto immagini. L'occhio del cineasta si apre e si chiude per sei volte. I suoni eseguiti dal vivo da Maud Nelissen al piano e Silvia Mandolini al violino ci ricordano ancora una volta dove questo cinema trova la sua collocazione. In sala.

    Arrapaho, di Ciro Ippolito (Italia, 1984) – Ritrovati e Restaurati

    Le tribù degli Arrapaho, dei Froceyenne e dei Cefaloni sono in guerra tra loro, piu o meno. E c'è una storia d'amore tra l'Aristoteles de L'Allenatore nel Pallone e la Tinì Cansino di Drive In (i nomi dei personaggi nel film li cercate da soli). Poi ci sono dei finti caroselli, sottopancia televisivi, apparizioni di Cesare Ragazzi. Ci sono attori scelti solo in base a quanto fossero cani, che ridono mentre dicono le battute e quei ciak restano nel film. E soprattutto ci sono gli Squallor
    Il film piu brutto della storia del cinema italiano è bellissimo, e Ciro Ippolito è un genio.
    Abbiamo saltato il nostro appuntamento quotidiano in Piazza Maggiore con la proiezione di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo. E ne è valsa la pena

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Cartoline Ritrovate – Giorno 2

    The Scarlet Drop, Alice Adams, Georges Méliès e Coline Serrau

    Secondo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    The Scarlet Drop, di John Ford (USA, 1918) – Ritrovati e Restaurati

    Questo festival esiste per regalarci momenti come questo. La possibilità di vedere per primi al mondo un film ritrovato nel 2023, più di un secolo dopo la sua realizzazione, trovato per caso da Jaime Córdova in un magazzino destinato alla distruzione. Si sperava di trovare qualche pellicola rara di Ford, non si osava certo pensare di trovarne di perdute. 
    Una pellicola che mostra, fisicamente, tutti i segni del suo tempo e che ci mostra però tutti gli ingredienti del cinema del più grande regista di Western americani. Il tutto enfatizzato dal vivo da un'improvvisazione al pianoforte di Antonio Coppola che non aveva mai visto il film prima di sedersi. Un ottimo antipasto per ciò che ci regalerà la giornata.

    Primo Amore (Alice Adams), di George Stevens (USA, 1935) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Alice è una ragazza attraente e ambiziosa ma povera e schernita dall'alta società cittadina a cui vorrebbe appartenere. Un padre ingenuo e malridotto, una madre bisbetica, un fratello idiota e nessun buon partito in vista, fino all'arrivo di Arthur (Fred MacMurray). 
    Possiamo, a distanza di cento anni, apprezzare un film in cui la protagonista prova per tutto il tempo ad atteggiarsi da piccolo borghese, in cui il padrone è buono ed è il dipendente ad essere sleale, in cui il lavoro per una ragazza è solo oggetto di umiliazione e se i ricchi si comportano da snob, beh, c'hanno pure ragione? La risposta è sì, se quella ragazza ha il volto di Katharine Hepburn e riesce a trasformare anche questa blanda civetteria in un'affermazione di sé. 

    Méliès, il Mondo a Portata di Mano, di Georges Méliès (Francia, 1905) – Il Secolo del Cinema: 1905

    Chissà quante occasioni ha uno spettatore del ventunesimo nell'arco della sua vita di assistere ad una proiezione del genere. Cosa può significare il tentativo di riavvicinarsi il più possibile a quella che era l'esperienza di visione di uno spettatore di 100 anni fa. Beh, in questa settimana possiamo farlo quanto vogliamo, in questa occasione abbiamo un programma di film sperimentali di Georges Méliès accompagnati al pianoforte da John Sweeney con il contribuito, nel meraviglioso compito di imbonitrice, di Julie Linquette. Nel programma spiccano sicuramente i due titoli di maggior respiro: Le Raid Paris - Monte Carlo en Automobile,con protagonista il Re del Belgio Leopoldo II in una bizzarra impresa dannunziana, e La Légende de Rip van Winkle, incompleta pellicola sul personaggio creato da Washington Irving. Menzione d'onore ai meravigliosi due minuti di Les Trois Phases de la Lune.

    Tre Uomini e una Culla (Trois Hommes et une Coiffin), di Coline Serrau (Francia, 1985) – Ritrovati e Restaurati

    Il nostro momento preferito del festival finora però è senza dubbio la serata in Piazza con protagonista l'artista più folle d'Europa, che sul palco presenta il suo delizioso film oggi quarantenne, con una energia invidiabile. Quella che può passare all'occhio meno attento come una commediola su tre uomini che si trovano a badare ad una neonata nasconde forse il miglior film di sempre sulla decostruzione dei ruoli del maschile. 
    E una piazza intera che ride, si commuove, e fa cerchio intorno all'autrice del film per tributare il giusto riconoscimento, resta un meraviglioso antidoto contro la cappa di violenza e guerra che inevitabilmente ci ha accompagnato in questi primi giorni di Cinema Ritrovato.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Vittorio Storaro – Il compositore della luce

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    Nel vasto firmamento del cinema, pochi direttori della fotografia sono riusciti a scolpire la luce con la grazia e la consapevolezza di un poeta. Tra questi, Vittorio Storaro occupa un posto unico. Non è solo un maestro della composizione visiva: è un pensatore, un teorico, un alchimista dell’immagine. Definito da Bernardo Bertolucci “il poeta della luce”, Storaro è riuscito a trasformare l’immagine in una forma di scrittura visiva, dove ogni inquadratura è una parola e ogni luce una metafora.

    In questo articolo vogliamo esplorare la sua visione della fotografia cinematografica, cercando di comprenderne l’essenza attraverso i suoi film e le sue scelte artistiche. 

    Ma prima di immergerci nella sua idea di immagine, è necessario conoscerne il percorso, perciò vediamo brevemente chi è Vittorio Storaro e come è diventato uno dei nomi più importanti nella storia della cinematografia mondiale.

    Vittorio Storaro nasce a Roma il 24 giugno 1940 e fin da piccolo sviluppa una profonda fascinazione per la luce e il cinema grazie ad un ambiente legato all’immagine, infatti il padre era un proiezionista. A soli undici anni si iscrive all’Istituto Tecnico di Fotografia e Cinematografia e successivamente frequenta il prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia, dove studia come operatore.

    Durante questi anni si forma una sensibilità unica, nutrita anche dallo studio della pittura, della filosofia e della musica, discipline che influenzeranno profondamente la sua concezione della luce come linguaggio espressivo. Prima del debutto cinematografico, lavora come assistente operatore e direttore della fotografia in progetti minori, soprattutto documentari e cortometraggi, dove affina il controllo dell’illuminazione naturale.

    Il suo vero esordio arriva nel 1969 con Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi, ma è con Il Conformista di Bernardo Bertolucci (1970) che si afferma come uno dei più innovativi direttori della fotografia a livello mondiale.

    Luce – Il pensiero visivo

    Per Vittorio Storaro, la luce non è semplicemente uno strumento per rendere visibile l’inquadratura: è il primo vero linguaggio dell’essere umano, un alfabeto visivo con cui si può scrivere un pensiero, un’emozione, un’intera filosofia. 

    Fin dagli inizi della sua formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Storaro intuisce che illuminare un volto o una stanza non è solo un’azione tecnica, è un atto poetico. Da qui nascerà il primo volume della sua trilogia: Scrivere con la luce – La luce, dove raccoglie decenni di esperienza e pensiero filosofico.

    Nei suoi film, la luce diventa il mezzo per raccontare l’animo umano. Non illumina mai tutto: il buio è parte integrante del linguaggio visivo, così come lo è il silenzio nella musica. La sua idea si fonda sul dualismo archetipico tra luce e ombra; Luce come consapevolezza, conoscenza, spirito; Ombra come mistero, inconscio, materia. Questo binomio non è solo filosofico, ma profondamente visivo: ogni scena diventa una battaglia interiore tra ciò che si mostra e ciò che si cela. È una lezione che raccoglie dalla pittura di Caravaggio, dalla filosofia orientale e dalla fisica della luce.

    Nel suo lavoro con Bernardo Bertolucci, in particolare in Il conformista (1970), questo approccio diventa manifesto. La luce non descrive semplicemente gli ambienti, ma li scolpisce. I fasci luminosi attraversano persiane, spaccano gli interni in geometrie emotive, trasformano lo spazio in un palcoscenico psicologico. La luce in quel film è ideologica, racconta la repressione, la manipolazione, la fuga. Il protagonista non è mai completamente illuminato: vive in uno spazio visivo interrotto, pieno di fratture e angoli ciechi, come la sua coscienza.

    Negli anni successivi, questa riflessione si evolve. Per Storaro, la luce diventa anche una forma di introspezione: illumina ciò che non può essere detto, ciò che vive sotto la superficie. È il caso di Apocalypse Now (1979), il capolavoro di Francis Ford Coppola in cui Storaro sublima la sua poetica luministica. Qui, la luce diventa esperienza spirituale: da quella densa e rossa del Vietnam all’interno dell’elicottero, fino al buio sacro e impenetrabile che avvolge il colonnello Kurtz. 

    «Non si trattava di rendere le scene visibili. Si trattava di raccontare la discesa nell’anima»

    Non c’è mai luce neutra. Ogni illuminazione è una scelta narrativa, filosofica, esistenziale. In Apocalypse Now la luce non solo guida l’occhio, ma guida la coscienza dello spettatore lungo un viaggio nella follia e nel cuore della tenebra. È un’opera in cui l’illuminazione racconta ciò che la sceneggiatura non può esprimere.

    E così, per Storaro, la luce non è solo uno strumento. È una materia invisibile che scolpisce il visibile, un pensiero visivo verso l’umanità e verso il cinema.

    «Scrivere con la luce è come scrivere un pensiero. Non illumino per far vedere, ma per far percepire»

    Colori – L’armonia del racconto

    Se la luce è il linguaggio primordiale con cui Vittorio Storaro ha iniziato a scrivere il suo cinema, i colori rappresentano la grammatica emotiva che ne amplia la voce. Con il tempo, la sua fotografia evolve da una danza di luci e ombre verso un uso consapevole, filosofico e psicologico del colore.

    Nel suo secondo libro, Scrivere con la luce – I colori, Storaro si interroga: “Perché un colore suscita una determinata emozione? Che significato archetipico, culturale o spirituale porta con sé?”. Per lui ogni colore è un simbolo, una frequenza vibrazionale che parla direttamente all’inconscio.

    Storaro si ispira alla teoria di Goethe, secondo cui i colori sono manifestazioni della luce che incontrano l’ombra ed è questa visione gli permette di costruire una fotografia non più descrittiva ma psicologica. I colori non servono a rappresentare un ambiente, ma lo stato interiore di un personaggio, l’anima di una scena.

    Un esempio emblematico è il film Il tè nel deserto (1990) di Bernardo Bertolucci. In questo viaggio visivo attraverso il Nord Africa, i colori assumono un ruolo drammatico: il giallo sabbia diventa alienazione, il blu profondo della notte evoca introspezione, il rosso dell’orizzonte al tramonto parla di passione e perdita. Ogni tono ha un significato preciso, ogni scelta cromatica è pensata. Non c’è naturalismo, c’è simbolismo.

    Nel corso degli anni, Storaro crea un vero e proprio alfabeto cromatico, associando ai colori valori morali e stati dell’essere. Il rosso diventa la vita, il giallo la ragione, il blu la spiritualità. Non esiste più il colore “bello”, esiste solo il colore necessario. È un approccio che fonde la fotografia alla musica, i colori sono come note musicali.

    Nei film con Woody Allen, come La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel (2017), questa poetica cromatica raggiunge un’intensità quasi pittorica. Ambientato negli anni ’50 a Coney Island, il film si muove tra nostalgie da melodramma e tensioni da tragedia greca, e i colori seguono fedelmente questo spartito drammatico. Il blu e il rosso, in particolare, si alternano in modo strategico: il blu tinge i momenti di solitudine e introspezione, il rosso quelli di passione e conflitto.

    Storaro utilizza luci direzionali forti, quasi teatrali, per creare campi emozionali, come se ogni personaggio fosse messo in scena da un riflettore interiore. La fotografia diventa così uno strumento di chiarificazione emotiva e la realtà viene filtrata o amplificata.

    Allen stesso ha dichiarato:

    «Quando Vittorio illumina una stanza, sembra che stia raccontando la storia ancora prima che si apra bocca».

    Il suo uso del colore non è mai decorativo ma essenziale alla struttura del film, come un accordo nella sinfonia del cinema. È la pittura che respira, si muove, diventa emozione pura.

    Con l’introduzione dell’uso consapevole del colore, la fotografia di Storaro raggiunge un nuovo livello: il direttore della fotografia non è più solo un tecnico dell’illuminazione, ma un autore che scrive con le frequenze dell’anima, che pone armonia al racconto.

    «Ogni colore è come una nota musicale: può essere armonico o dissonante, ma deve sempre contribuire all’armonia del racconto».

    Elementi – La voce della natura

    Dopo aver esplorato la luce e il colore, Vittorio Storaro arriva al suo terzo e più astratto stadio: gli elementi. Acqua, fuoco, terra, aria, sono concetti antichi, archetipici, ma nelle mani del direttore della fotografia italiano diventano strumenti espressivi di un cinema che vuole tornare alla sua radice.

    Nel suo pensiero, gli elementi non sono mai fini a sé stessi: diventano veicoli drammatici, trasposizioni psicologiche, materia narrativa. L’acqua può significare instabilità o rinascita, il fuoco può accendere il desiderio o distruggere, la terra radicare oppure intrappolare. Il direttore della fotografia non si limita a rappresentarli ma li interpreta e li carica di senso.

    Questa visione prende forma soprattutto nei suoi lavori più recenti, come il già citato Wonder Wheel, dove il fuoco del tramonto si riversa sulle pareti di legno, incendiando i conflitti interiori dei personaggi, o Colpo di Fortuna (2023), l’ultimo film di Woody Allen, dove il vento tra gli alberi e la pioggia leggera sembrano commentare in silenzio le casualità del destino. In entrambi i casi, l’elemento naturale diventa una voce invisibile del racconto, una specie di voce fuori campo affidata alla fotografia.

    In Un giorno di pioggia a New York (2019), invece, l’elemento acqua è centrale: la pioggia non è solo un contesto atmosferico, ma una lente emotiva. Il riflesso delle luci sulle strade bagnate, le trasparenze, le ombre che si dissolvono e si ricompongono… tutto contribuisce a creare una visione fragile, sospesa, dove il tempo sembra galleggiare in un eterno pomeriggio autunnale.

    Storaro, in questa fase, cerca un cinema ancora più armonico, dove ogni immagine dà voce alla natura dei personaggi e delle ambientazioni. L’obiettivo non è più solo descrivere, ma sintetizzare, comporre e unificare, cercando una coerenza visiva al mondo, un respiro comune tra la natura e lo spirito umano, scrivendo sinfonie fotografiche come fosse un compositore della luce.

    “Non filmo ciò che vedo. Filmo ciò che sento nella natura delle cose.”

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    Michael Pierdomenico,
    Redattore news.
  • Frances McDormand – Un’attrice, non una diva

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    Frances McDormand è una grandissima attrice che ha spaziato tra generi e stili, tra ruoli primari e secondari dando sempre vita a personaggi memorabili. La sua carriera è stata coronata dai premi più importanti e, a differenza di quanto ci si possa aspettare da chi lavora in questo mondo, non ha mai amato stare sotto i riflettori, anzi, vi si è volontariamente sottratta costruendosi un alone di mistero intorno. 

    La sua vita

    Frances McDormand è nata il 23 giugno 1957 nell’Illinois come Cynthia Ann Smith. A solo un anno viene adottata da Noreen Nickelson e Vernon McDormand, che la ribattezzano Frances Louise McDormand. Il padre era un pastore e per questo durante la sua infanzia è stata costretta a numerosi trasferimenti negli Stati Uniti, finché la famiglia non si è stabilita in Pennsylvania, dove si è diplomata nel 1975 presso la Monessenn High School. È qui che si è avvicinata alla recitazione, grazie a un laboratorio scolastico in cui le era stato chiesto di interpretare il ruolo di Lady Macbeth. Così ha scoperto la sua passione, la possibilità di sfidare le convenzioni e ha cominciato ad allontanarsi dal rigore morale che le era stato imposto in quanto figlia del pastore locale. 

    Ha in seguito continuato i suoi studi sempre relativi al mondo dell’arte al Bethany College in West Virginia e presso la Yale School of Drama, dove ha stretto un forte legame di amicizia con la sua compagna di corso Holly Hunter, anch’essa futura attrice premio Oscar: è grazie a lei se ha fatto il provino per Blood Simple (Joel ed Ethan Coen, 1984). Holly era l’attrice pensata per interpretare Abby, però non era disponibile perché già impegnata a teatro, così ha convinto Frances a fare l’audizione per il ruolo che si è rivelato la chiave di volta della sua vita. È proprio in questa occasione che Frances ha conosciuto Joel Coen, che nel 1985 sarebbe poi diventato suo marito. Sono andati a vivere insieme in una casa nel Brox insieme a Ethan Coen, Sam Raimi, Holly Hunter e il compagno Kathy Bates. Come ha raccontato Joel: “l’obiettivo non era creare una comunione artistica ma dividevamo l’appartamento per risparmiare sulle spese visto che non avevamo molti soldi”. Sicuramente, nessuno di loro avrebbe potuto immaginare la brillante carriera che li aspettava

    Una carriera da Oscar

    Con Blood Simple la carriera dell’attrice è ufficialmente decollata. Questo film è l’esordio sia per l’attrice sia per i fratelli Coen e ha dato inizio a un sodalizio artistico destinato a durare nel tempo. Negli anni successivi ha interpretato ruoli molto variegati sia da protagonista sia in ruoli minori che è comunque riuscita a rendere memorabili. Non si è mai curata della rilevanza del personaggio, ciò che le interessa maggiormente è capire che cosa questo un personaggio le può dare e cosa lei può dare al personaggio

    I riconoscimenti non tardano ad arrivare. Già nel 1989 riceve la prima nomination agli Oscar come Miglior attrice non protagonista in Mississippi Burning – Le radici dell’odio. Un thriller ambientato negli anni Sessanta che racconta del mistero che ruota attorno alla scomparsa di tre attivisti per i diritti degli afroamericani. L’indagine degli agenti FBI è però ostacolata dall’omertà della popolazione e della autorità locali. 

    Ad oggi, l’attrice ha vinto tre premi Oscar, unendosi così alla ristretta rosa dei grandi del cinema che sono stati premiati altrettante volte: Ingrid Bergman, Walter Brennan, Daniel Day-Lewis e Meryl Streep. Davanti resterebbe solo Katherine Hepburn con quattro Oscar. 

    Il primo Oscar come Migliore attrice protagonista lo ha vinto nel 1997, per la sua interpretazione della coraggiosa e determinata poliziotta Marge Gunderson in Fargo, il capolavoro dei fratelli Coen. Il film ha ricevuto numerosi e meritati riconoscimenti: a Cannes per la miglior regia e agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Ma anche il personaggio è entrato nella storia del cinema: l’interpretazione dell’attrice è stata riconosciuta come una delle più memorabili della sua carriera ma più in generale come una delle più iconiche della storia del cinema al punto da essere inserita al 33° posto dall’American Film Institute nella lista The 100 Greatest Heros & Villains. Mentre il film è stato inserito al 84° posto nella lista The 100 Greatest American Movies of All Time

    Il film che le è valso il secondo Oscar è Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh, 2017) in cui veste i panni di Mildred Hayes, una madre che soffre profondamente per la perdita della figlia, vittima di una terribile violenza per la quale non è stato individuato un responsabile. È determinata e disposta a tutto affinché il caso venga risolto, così decide di fare affiggere tre grandi manifesti per riaccendere i riflettori sulla vicenda. Una donna dallo sguardo fiero e duro che non si placa nessuno davanti a minacce e complicazioni che si presenteranno.

    Il più recente lo ha vinto nel 2021 per la sua interpretazione di Fern in Nomadland, vedova nomade che abbandona la vita sedentaria e si mette in viaggio. A differenza degli altri nomadi, Fern non si mette in viaggio per ragioni economiche o per la carenza di impieghi stabili ma per ritrovare se stessa. È invece alla ricerca di un modo per non rimanere soffocata dal ricordo della sua vita passata. L’attrice era accreditata anche come produttrice, quindi, ha concorso nello stesso anno e con lo stesso film ai due Oscar più importanti: Miglior film e Migliore attrice protagonista. 

    Un’artista che non ama i riflettori

    Nonostante la grande e rapida evoluzione che ha avuto la carriera dell’attrice, Frances non ha mai abbandonato la sua semplicità e autenticità. Anzi, è sempre stata refrattaria a ogni cerimonia che la costringesse a mettersi in tiro, scegliendo talvolta look minimalisti. Basti pensare al look che ha scelto in occasione degli Oscar 2021: capelli arruffati, ricrescita evidente e giusto un filo di trucco. Indossava un abito di Valentino, la maison alla quale si è affidata negli ultimi anni: lunga tunica nera, con solo delle piume sulle maniche. 

    La sua estrema spontaneità emerge anche nei discorsi fatti in queste grandi occasioni. Pensiamo agli Oscar 2018, quando è salita sul palco visibilmente emozionata ed euforica, ha ringraziato il marito Joel Coen, il figlio adottivo Pedro e il cognato Ethan, per poi rivolgersi a tutte le donne in sala con una nomination in qualsiasi categoria, esortandole ad alzarsi in piedi. Profondamente femminista, inoltre ha concluso il discorso citando l’Inclusion Rider, cioè “la clausola che gli attori possono scegliere di inserire nei loro contratti per avere garanzia che la troupe e il cast del film in cui recitano rispetti un certo livello di incisività verso le minoranze. Quindi donne, gruppi etnici poco rappresentati, persone con disabilità, rappresentanti della comunità LGBT”. 

    L’attrice ha sempre fatto parlare poco di sé e raramente si concede a interviste. Anzi, ha volontariamente creato un alone di mistero attorno al quale ha creato la sua carriera. Dopo aver recitato in Fargo, i riflettori erano inevitabilmente puntati su di lei. L’attrice stessa ha dichiarato: «In quello che tutti considererebbero un momento delicato nella carriera di un’attrice, ho compiuto uno sforzo, in piena coscienza: non apparire sulla stampa o fare pubblicità per dieci anni. E ne è valsa la pena proprio per le ragioni che desideravo», ha detto. «Mi ha permesso di mantenere il mistero su chi fossi e poi, nei ruoli che ho interpretato, ho potuto portare il pubblico in posti dove un’attrice che faceva vendere orologi, profumi e giornali non sarebbe mai riuscita». In questa prospettiva, Nomadland rappresenta il suo sforzo per restare incontaminata. 

    Nomadland: Ferin incontra Frances

    Se ha ottenuto la parte di Fern in Nomadland è anche grazie alla sua autenticità e per il suo sforzo di restare fedele a se stessa, oltre che per il suo incredibile talento. A 60 anni non aveva cercato di nascondere i segni dell’età sul viso e anzi, continua ancora oggi a portarli con orgoglio, un aspetto al quale la regista Chloé Zhao ha sempre tenuto molto. 

    Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Jessica Bruder, una giornalista che ha deciso di raccontare la vita di nomadi che hanno abbandonato la vita sedentaria alla ricerca di lavori stagionali perché, anche se in età di pensionamento, non si possono permettere di smettere di lavorare. Il romanzo ci presenta un lato scomodo del Paese, una realtà spesso trascurata e oscurata dall’immagine patinata dell’America brillante e vincente. Jessica Bruden ha così intrapreso un viaggio on the road, ha parlato, lavorato e passato del tempo con queste persone. Ha imparato molto sulla loro realtà, ma più in generale sull’economia americana, l’uguaglianza e soprattutto sulla resilienza e solidarietà di cui è capace l’uomo. 

    In Nomadland la regista ha dato la possibilità ai nomadi protagonisti del libro di recitare al fianco di attori professionisti come David Strathairn. Anche nei suoi film precedenti la regista aveva già scritturato attori professionisti e non, costruendo un arco di trasformazione che riflettesse le loro esperienze reali. Così come i nomadi potevano portare sullo schermo una versione di sé, anche Frances ha avuto la stessa possibilità. L’attrice ha raccontato che in un periodo particolare della sua vita, aveva coltivato questo sogno: una volta compiuti i 60 anni, cambiare nome e partire con un camper. Qualora avesse deciso di intraprendere una vita itinerante, avrebbe scelto proprio Fern come nome. In qualche modo interpretare questo ruolo ha permesso all’attrice di realizzare quel sogno. Durante le riprese molte delle persone con cui si relazionava erano realmente nomadi e, non conoscendola, si rivolgevano a lei in un modo del tutto spontaneo, una cosa che lei ha sempre apprezzato moltissimo. Inoltre, la regista le ha chiesto di lavorare realmente come se fosse una di loro, per cui è stata magazziniera in California e ha raccolto barbabietole in Alaska. Alla luce di ciò, il lavoro fatto da Frances in Nomadland è da apprezzare doppiamente per la sua capacità di amalgamarsi alla perfezione con un cast di non professionisti. 

    Possiamo quindi affermare che l’attrice e Fern si sono animate a vicenda. Come ha dichiarato Chloe Zhao: “Mi piace pensare di aver ripreso una grande recitazione, ma anche l’essenza di Fran”.  

    Inoltre, alcuni elementi presenti nel film si sono ispirati alla vita di McDormand: quando Fern mostra un servizio di piatti che le è stato regalato, lo aveva ricevuto realmente dal padre in occasione della laurea. Però Frances non ha accettato la proposta della regista di dare un ruolo nel film al figlio Pedro o al marito Joel Coen perché, ha affermato l’attrice: “devo credere che non si tratti soltanto di un documentario su di me. Io ho creato un personaggio, esattamente come ho creato me stessa in 63 anni”. 

    Conclusioni

    Frances McDormand rientra sicuramente tra i grandi del cinema, anche se rispetto ai colleghi ha sempre mantenuto un profilo più basso. Ciò che si apprezza maggiormente è la sua spontaneità e il suo desiderio di restare incontaminata, non lasciare che il mondo patinato in cui si è trovata la cambiasse. Nel corso della sua carriera ha dato vita a numerosi personaggi, alcuni dei quali hanno segnato la storia del cinema, molti dei quali accomunati da un carattere forte e determinato. D’altronde proprio come il suo.

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    Cristiana Agosta,
    Redattrice.
  • Cartoline ritrovate – Giorno 1

    La Falena d’Argento, Prigionieri dell'Oceano, I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo al primo giorno del Cinema Ritrovato
    Primo giorno di film in 16mm, perle Ritrovate in giro per il mondo, film concerto, ospiti da tutto il mondo, caldo asfissiante e posti a sedere in Piazza Maggiore due ore prima dell'inizio della proiezione. Bentornati al Cinema Ritrovato

    La Falena d’Argento (Christopher Strong), di Dorothy Arzner (USA, 1933) – Katharine Hepburn: Femminista, Acrobata e Amante

    Il film con cui inizia il nostro viaggio di quest'anno inaugura la rassegna dedicata alla più grande attrice di tutti i tempi. Il personaggio che dà titolo al film però è interpretato da Colin Clive, che nello stesso anno diventa Dr. Frankenstein per la Universal. I titoli alternativi per il mercato internazionale, The Great Desire e soprattutto The White Moth rendono giustizia al meraviglioso personaggio interpretato dalla Hepburn: Lady Cynthia Darrington, intrepida pilota d'aerei ispirata ad Amelia Earhart.
    Lui è un uomo sposato fedelissimo a sua moglie, lei un'amica di sua figlia più interessata a volare che agli uomini. Ovviamente tra di loro scoppierà una burrascosa storia d'amore in un contesto, la Hollywood precedente al Codice Hays, in cui le figlie possono parlare ai genitori dei propri amanti clandestini, i baci e le allusioni sessuali non si nascondono e aleggia perfino l'ombra di possibilità di abortire. Il tutto diretto da una regista dichiaratamente lesbica. Certo, c'è del melodramma colpevolizzante invecchiato maluccio, ma il fascino di questi sguardi e di queste parole è eterno.

    Prigionieri dell’Oceano (Lifeboat), di Alfred Hitchcock (USA, 1944) – Ritrovati e Restaurati 

    In mezzo all'Oceano Atlantico nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, su una scialuppa di salvataggio si radunano i resti, umani e materiali, di una nave americana affondata dai tedeschi: uomini e donne di diversa provenienza, etnia ed estrazione sociale. Tutti americani, tranne uno, un tedesco che magari ha fatto partire di persona il siluro diretto alla nave.
    Un Hitchcock poco conosciuto, tratto da Steinbeck, in cui la suspense emerge nelle maniere forse meno prevedibili. I nostri compagni sono finiti in mare per disgrazia, per scelta o per dolo? Di chi ci si può fidare davvero? L'umanità può sopravvivere nei momenti in cui è messa a dura prova? La sopraffazione può davvero giovare a qualcuno? Le risposte, nel 1944, sono decisamente ciniche. 

    I Favolosi Cartoni dei Fleischer Restaurati, di Max e Dave Fleischer (USA, 1922-1942) – Ritrovati e Restaurati 

    Arriviamo ad uno degli appuntamenti più attesi, almeno da noi: la presentazione del restauro promosso da Jane Fleischer Reid di 8 tra i più importanti corti creati da Max e Dave Fleischer. I due gemelli terribili dell'animazione anni ‘30, creatori di Betty Boop, Bimbo e Koko the Clown e realizzatori delle serie di Popeye e Superman, con più di 700 titoli all'attivo sono stati tra i più influenti di sempre sia sul piano tecnico, con più di 30 brevetti, che sul piano stilistico e iconografico (basti chiedere a Ghostemane o ai creatori di Cuphead).
    Se in Jumping Beans, primo titolo della serie Out of the Inkwell vediamo uno degli espedienti più imitati della storia dell'animazione (il disegnatore che crea il personaggio, Koko the Clown per poi interagire con lui), in Koko's Earth Control troviamo una narrazione veramente ambiziosa per l'epoca. Se in Small Fry abbiamo una versione più cattiva e feroce delle Silly Symphonies Disney, in Snow White vediamo addirittura anticipare il film di Walt. Troviamo poi titoli sempre più folli, macabri e dissacranti con S.O.S., Bimbo's Initiation e soprattutto Swing You Sinners. E infine abbiamo il vero e proprio kolossal con il primo episodio di Superman ovvero The Bulleteers. Non vediamo l'ora di averne sempre di più. 

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Close Encounters of the Third Kind), di Steven Spielberg (USA, 1977) – Director’s Cut

    Il grande appuntamento di Piazza Maggiore ci porta il restauro del terzo film di Spielberg, sicuramente uno dei più personali e sentiti, in cui troviamo tutti gli ingredienti del suo cinema, nel restauro 4K della Director's Cut partendo da negativi e positivi di pellicola. L'ignoto non sembra mai una vera minaccia, e lo testimonia l'immensa fiducia quasi ingenua che il piccolo Barry esprime urlando “giocattoli” quando vede l'astronave. E ancora una volta, a distanza di quasi 50 anni, quel finale incanta una piazza intera.

    Nicolò Cretaro,
    Redattore.
  • Paul Dano e Brian Wilson: individui fragili allo specchio

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    Paul Dano, 41 anni, attore. Brian Wilson, ci ha lasciati da poco all’età di 82 anni, cantante.
    Il pretesto di questo articolo, in origine, doveva essere quello di raccontare Paul Dano in occasione del suo compleanno, e classicamente lo si poteva fare analizzandone la carriera, ripercorrere i momenti salienti della sua filmografia, i ruoli più incisivi e le collaborazioni più significative. Lo avremmo fatto, però, non tanto attraverso la semplice lista dei film che ha interpretato, quanto piuttosto indagando la natura dei personaggi che ha scelto di incarnare nel tempo: emarginati, psicopatici, i cosiddetti “weirdos”.

    Nel frattempo, però, l’11 giugno, ci ha lasciati Brian Wilson, membro e co-fondatore dei leggendari Beach Boys, e così, inevitabilmente, la mia mente è tornata a un film che ne racconta la vita personale, soffermandosi in particolare sui suoi drammi interiori: Love & Mercy, pellicola in cui proprio Paul Dano interpreta un giovane Brian Wilson. In questo film, tra successi leggendari e crolli psicologici profondissimi, viene svelato il lato più intimo dell’artista, un’anima spezzata, divisa tra un passato brillante (interpretato da Paul Dano) e un presente fragile e instabile (interpretato da John Cusack). Grazie all’aiuto dell’unica persona che crederà davvero in lui, interpretata da Elizabeth Banks, Brian si troverà a lottare con tutte le forze per riconquistare la propria identità.

    Si tratta, a tutti gli effetti, di un biopic piuttosto classico nella sua struttura narrativa. Tuttavia, è proprio il protagonista a colpire per singolarità e complessità: un individuo estremamente fragile che incontra il successo entrando in uno studio di registrazione e proponendo, senza mezzi termini, di registrare i versi di alcuni animali. Da quella stramberia, da quell’intuizione apparentemente assurda, nasce Pet Sounds, uno degli album che ha segnato in modo indelebile la storia della musica, non tanto per un immediato successo di vendite (anzi, all’epoca fu quasi un flop), ma per l’influenza critica e culturale che assunse nel tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri.

    Ed esattamente come l’album, anche Brian Wilson fu un genio incompreso, uno di quelli che se li avessi incontrati agli esordi non gli avresti dato una lira. John Cusack, nel film, ci regala un’interpretazione magistrale nel rappresentare Brian nel momento del post apice, quando la gloria è già svanita e resta solo la fragilità. Ma ciò che rende Love & Mercy davvero prezioso è che si tratta di uno dei primi, e ancora oggi rarissimi, film ad affrontare il tema delle malattie mentali non con l’obiettivo di suscitare pietà o compassione, ma con la volontà di denunciare un’industria culturale che rifiuta ogni forma di fragilità quando questa rallenta la produttività.

    In una narrazione parallela, Paul Dano interpreta una versione più giovane di Brian Wilson, quella in cui le malattie mentali sono ancora dormienti. Dormienti, sì, ma solo perché, per il momento, le sue stranezze psicologiche sono accolte e perfino esaltate, in quanto fonte di meraviglie che fruttano denaro. Sembra un Brian Wilson più sereno e spensierato, ma è solo apparenza. Ed è proprio per questo che il ruolo di Paul Dano risulta molto più difficile da interpretare: come si trasmette, infatti, la fragilità all’apice del successo? Come si comunica l’insicurezza di una persona che, da fuori, sembra avere tutto?

    È una questione di sfumature, di microespressioni, di gesti impercettibili, e forse è proprio qui che entra in gioco il carisma di Paul Dano nella vita reale, una qualità rara, che si manifesta non in modo urlato o teatrale, ma in maniera misurata. Non un grido che cerca di attirare l’attenzione del pubblico, bensì un’aura silenziosa, così la definisce il regista Bong Joon Ho, che ha diretto Dano in Okja, che spinge lo spettatore ad avvicinarsi, ad ascoltare, a cogliere ciò che sta dicendo, anche quando parla sottovoce.

    Del resto, Paul Dano è uno di quegli attori che la gente conosce, ma non sa di conoscere. Invisibile sui social media, estremamente riservato nella vita pubblica, è possibile che molti spettatori non riconoscano il suo nome nei titoli di coda o nei trailer, ma questo non significa che siano meno entusiasti di vederlo sullo schermo. Anzi, quando appare il suo volto, il pubblico sa, anche inconsciamente, che sta per assistere a una performance indimenticabile, spesso inquietante, disturbante, intensamente umana. Paul Dano è un attore che incarna sempre personaggi tormentati o tormentanti, basti pensare ai ruoli conturbanti in Swiss Army Man dei Daniels (imperdibile), o all’indimenticabile pastore squilibrato di There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, senza dimenticare gli iconici villain in Prisoners e The Batman, o il più ingenuo e fragile ragazzo di Little Miss Sunshine, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

    Ma cosa c’entra Paul Dano con Brian Wilson? La risposta, in fondo, è semplice, tutto. Brian è stato un cantante di incredibile talento che non ha mai avuto vita facile, soprattutto fuori dal palco. Come si vede chiaramente nel film, è sempre stato l’emarginato in cui, però, abbiamo saputo riconoscere una bellezza autentica, imperfetta, struggente. Oggi, Wouldn’t It Be Nice? dei Beach Boys, che tra l’altro chiude il film in maniera indimenticabile, è ancora bella come lo era cinquant’anni fa. Paul Dano, spostandoci in un’arte parallela come quella del cinema, rappresenta proprio questo tipo di individuo. È l’emblema di un’umanità complessa, spesso incomprensibile, e proprio per questo profondamente reale. Il pubblico brama questa presenza sullo schermo perché ha bisogno di specchiarsi in fragilità reali, di rivedersi in persone che non sono perfette, ma vere.

    Paul Dano può dunque considerarsi, in un certo senso, la continuazione di personaggi reali come Brian Wilson, attraverso personaggi fittizi, come quello dello stesso Brian Wilson nel film. È un gioco di specchi, un teatro dove non ci sono né vincitori né vinti, ma solo un riflesso, talvolta nitido, talvolta sfocato, di noi spettatori, un riflesso che sceglie di ammirare e riconoscere le fragilità più umane che ci siano.

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    Lara Ioriatti,
    Redattrice.