Category: Archivio

Tutti gli articoli usciti su Framescinema in questi anni

  • Bafta 2023 – Tutti i vincitori

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    Trionfa Niente di nuovo sul fronte occidentale, Cate Blanchett e Austin Butler migliori attori

    Nel corso di una cerimonia svoltasi domenica 19 febbraio alla Royal Festival Hall di Londra con la conduzione dell’attore Richard E. Grant, sono stati annunciati i vincitori dell’edizione 2023 dei BAFTA, i più importanti premi del cinema britannico, consegnati dalla British Academy of Film and Television Arts.

    Con 7 vittorie su 14 nomination, trionfa il war movie di Netflix Niente di nuovo sul fronte occidentale, che si porta a casa il BAFTA principale al miglior film e altre sei statuette: regia, sceneggiatura non originale (dal romanzo di Erich Maria Remarque), film in lingua straniera, fotografia, colonna sonora e sonoro. Il miglior film britannico è invece Gli spiriti dell’isola di Martin McDonagh, già miglior film commedia o musicale ai Golden Globe, che conquista anche il premio alla miglior sceneggiatura originale.

    La scozzese Charlotte Wells, già riconosciuta ai Directors’ Guild Awards, bissa il premio come miglior regista esordiente ai BAFTA per il suo acclamato Aftersun, mentre il miglior film d’animazione è Pinocchio di Guillermo del Toro. Fumata nera per il favorito della stagione Everything Everywhere All at Once, fresco di vittoria proprio ai DGA per la miglior regia del 2023 ai Daniels, che però ai premi del cinema inglese viene insignito di un solo premio, quello al miglior montaggio, a fronte di 10 candidature.

    Fra le categorie attoriali sbanca nuovamente Gli spiriti dell’isola, con i premi ai non protagonisti per Barry Keoghan e Kerry Condon (4 statuette su 10 candidature per la pellicola di Martin McDonagh). Tra i protagonisti invece s’impongono Cate Blanchett per Tár di Todd Field e Austin Butler per Elvis di Baz Luhrmann, che conquista anche altri 3 premi: casting, costumi, make-up e hair style. C’è spazio pure per Avatar – La via dell’acqua, BAFTA ai migliori effetti speciali, e per Babylon con le migliori scenografie, ma sono a tasche vuote Steven Spielberg e Tom Cruise, rispettivamente con The Fabelmans e con Top Gun: Maverick, privi di vittorie nella serata.

    Globalmente trionfa nella cerimonia Niente di nuovo sul fronte occidentale con 7 premi, seguito da Gli spiriti dell’isola ed Elvis con 4 statuette ciascuno. Alla costumista britannica Sandy Powell è andato il prestigioso BAFTA Fellowship, il più alto riconoscimento dell’Accademia; la star di Sex Eduction Emma Mackey, comparsa in Assassinio sul Nilo di Kenneth Branagh, ha ricevuto il Rising Star Award al talento emergente.

    CONSIDERAZIONI

    La spariglia di Niente di nuovo sul fronte occidentale potrebbe sconvolgere i pronostici per gli Oscar, ma già l’ampio numero di candidature ai BAFTA rifletteva il bisogno della critica (europea) di riconoscere un film sulla guerra in questo momento storico: anche agli Academy Award la produzione tedesca di Netflix ha 9 nomination, di cui la vittoria al miglior film internazionale è quasi prevedibile senza smentite. 

    Fra gli attori sembra cambiata la bussola, non tanto fra i protagonisti, dove Cate Blanchett e Austin Butler ricevono soltanto una conferma in più rispetto ai rispettivi concorrenti principali, Michelle Yeoh per Everything Everywhere All at Once e Brendan Fraser per The Whale, ma le due vittorie per i ruoli di supporto di Gli spiriti dell’isola spezzano la catena di premi ottenuti da Angela Bassett in Black Panther: Wakanda Forever e Ke Huy Quan in Everything Everywhere All at Once.

    In questo momento The Fabelmans e Gli spiriti dell’isola sono i migliori film ai Golden Globe, Everything Everywhere All at Once ai Critics’ Choice Award, Niente di nuovo sul fronte occidentale per i BAFTA. Chi porterà a casa la statuetta al miglior film ai Producers’ Guild Award sabato 25 febbraio potrebbe avere una marcia in più agli Academy Awards 2023. La notte degli Oscar sarà domenica 12 marzo.

    VINCITORI

    Segue la lista completa di tutti i vincitori e candidati a BAFTA 2023.

    MIGLIOR FILM

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Gli spiriti dell’isola

    Elvis

    Everything Everywhere All at Once

    Tár

    MIGLIOR FILM BRITANNICO

    Gli spiriti dell’isola

    Aftersun

    Brian e Charles (Brian and Charles)

    Empire of Light

    Il piacere è tutto mio

    Living

    Matilda The Musical di Roald Dahl

    Omicidio nel West End

    Le nuotatrici

    Il prodigio

    MIGLIOR DEBUTTO DI UN REGISTA, SCENEGGIATORE O PRODUTTORE BRITANNICO

    Charlotte WellsAftersun

    Georgia Oakley ed Hélène Sifre – Blue Jean

    Marie Lidén – Electric Malady

    Katy Brand – Il piacere è tutto mio

    Elena Sánchez Bellot e Maia Kenworthy – Rebellion

    MIGLIOR FILM IN LINGUA STRANIERA

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Argentina, 1985

    Il corsetto dell’imperatrice

    Decision to Leave

    The Quiet Girl

    MIGLIOR DOCUMENTARIO

    Navalny

    All That Breathes

    All the Beauty and the Bloodshed

    Fire of Love

    Moonage Daydream

    MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

    Pinocchio di Guillermo del Toro

    Marcel the Shell

    Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio

    Red

    MIGLIOR REGISTA

    Edward BergerNiente di nuovo sul fronte occidentale

    Park Chan-wook – Decision to Leave

    Todd Field – Tár

    Daniel Kwan e Daniel Scheinert – Everything Everywhere All at Once

    Martin McDonagh – Gli spiriti dell’isola

    Gina Prince-Bythewood – The Woman King

    MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

    Gli spiriti dell’isola

    Everything Everywhere All at Once

    The Fabelmans

    Tár

    Triangle of Sadness

    MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Living

    The Quiet Girl

    Anche io

    The Whale

    MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

    Cate BlanchettTár

    Viola Davis – The Woman King

    Ana de Armas – Blonde

    Danielle Deadwyler – Till

    Emma Thompson – Il piacere è tutto mio

    Michelle Yeoh – Everything Everywhere All at Once

    MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

    Austin ButlerElvis

    Colin Farrell – Gli spiriti dell’isola

    Brendan Fraser – The Whale

    Daryl McCormack – Il piacere è tutto mio

    Paul Mescal – Aftersun

    Bill Nighy – Living

    MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

    Kerry CondonGli spiriti dell’isola

    Angela Bassett – Black Panther: Wakanda Forever

    Hong Chau – The Whale

    Jamie Lee Curtis – Everything Everywhere All at Once

    Dolly de Leon – Triangle of Sadness

    Carey Mulligan – Anche io

    MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

    Barry KeoghanGli spiriti dell’isola 

    Brendan Gleeson – Gli spiriti dell’isola

    Ke Huy Quan – Everything Everywhere All at Once

    Eddie Redmayne – The Good Nurse

    Albrecht Schuch – Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Micheal Ward – Empire of Light

    MIGLIOR COLONNA SONORA

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Babylon

    Gli spiriti dell’isola

    Everything Everywhere All at Once

    Pinocchio di Guillermo del Toro

    MIGLIOR CASTING

    Elvis

    Aftersun

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Everything Everywhere All at Once

    Triangle of Sadness

    MIGLIOR FOTOGRAFIA

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    The Batman

    Elvis

    Empire of Light

    Top Gun: Maverick

    MIGLIOR MONTAGGIO

    Everything Everywhere All at Once

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Gli spiriti dell’isola 

    Elvis

    Top Gun: Maverick

    MIGLIOR SCENOGRAFIA

    Babylon

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    The Batman

    Elvis

    Pinocchio di Guillermo del Toro

    MIGLIORI COSTUMI

    Elvis

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Amsterdam

    Babylon

    La signora Harris va a Parigi

    MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA

    Elvis

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    The Batman

    Matilda The Musical di Roald Dahl

    The Whale

    MIGLIOR SONORO

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    Avatar – La via dell’acqua

    Elvis

    Tár

    Top Gun: Maverick

    MIGLIOR EFFETTI SPECIALI

    Avatar – La via dell’acqua

    Niente di nuovo sul fronte occidentale

    The Batman

    Everything Everywhere All at Once

    Top Gun: Maverick

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ANIMATO

    The Boy, the Mole, the Fox and the Horse

    Middle Watch

    Your Mountain Is Waiting

    MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

    An Irish Goodbye

    The Ballad of Olive Morris

    Bazigaga

    Bus Girl

    A Drifting Up

    MIGLIOR STELLA EMERGENTE

    Emma Mackey

    Naomi Ackie

    Sheila Atim

    Daryl McCormack

    Aimee Lou Wood

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  • Recensione The Quiet Girl – Un dramma silenzioso e misurato

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    Presentato lo scorso anno alla Berlinale, dove ha vinto nella sezione Grand Prix on the Generation Kplus International Jury, The quiet girl (titolo originale An Cailín Ciúin) arriva nelle sale italiane fresco di candidatura ai Premi Oscar 2023 come Miglior film internazionale.

    Il film rappresenta l’esordio nel cinema di finzione del regista e sceneggiatore Colm Bairéad ed è l’adattamento del romanzo Foster di Claire Keegan. 

    Protagonista di questo delicato e drammatico coming-of-age è Cáit, taciturna bambina di nove anni che vive con la sua numerosa famiglia in una contea dell’Irlanda degli anni Ottanta. Inserita in un gretto e povero contesto familiare, con dei genitori assenti e anaffettivi e delle sorelle ostili, Cáit (interpretata dall’intensa esordiente Catherine Clinch) vive un’infanzia solitaria e priva di stimoli, fino a quando i genitori non la spediscono a passare l’estate da una cugina della madre, Eibhlín (Carrie Crowley), e dal marito Seán (Andrew Bennett). Qui, in un campagna che poco ricorda quella in cui è abituata a sopravvivere, Cáit sperimenta per la prima volta l’attenzione dei piccoli gesti di cura quotidiana e l’amore di una nuova famiglia, venendo tuttavia a conoscenza di un segreto che la farà entrare in contatto con i molti modi di vivere un dolore.

    The quiet girl è un’ode al silenzio e all’attenta scelta delle parole. I dialoghi, essenziali e quasi completamente in lingua gaelica, costellano una sceneggiatura semplice e che non ha la pretesa di colpire per originalità e complessità. La pellicola indugia sul linguaggio non verbale e sui piccoli avvenimenti quotidiani dell’estate in campagna (una passeggiata al pozzo per prendere l’acqua, cipolle e patate da sbucciare per la cena, la mungitura, la pulizia delle stalle) che si ripetono e si susseguono mentre Cáit, Eibhlín e Seán si conoscono e creano la loro speciale nuova famiglia, andando a colmare gli immensi vuoti degli uni e degli altri.

    Bairéad lavora per sottrazione in quasi tutti i comparti del film: nei molti momenti di silenzio solo in pochi attimi si fonde una delicata colonna sonora, mentre la camera si trattiene dal compiere movimenti bruschi che potrebbero spezzare la breve estate di idillio di Cáit. Nella costrizione del formato 4:3, lentissime carrellate si alternano a piani statici e corse a ralenti e i curatissimi ambienti domestici della scenografia sono spesso mostrati attraverso la cornice di una porta aperta o appena socchiusa, capace di contenere dapprima il deprimente e logoro disordine della vita della famiglia di origine di Cáit, poi l’apparente ordinata serenità della nuova famiglia ospite.

    Così come i suoi personaggi, il film fa tesoro delle parole e anche dei minuti. In poco più di un’ora e mezza, infatti, si giunge all’epilogo della vicenda e alla necessaria lacrimuccia conclusiva. I tempi contenuti del film fanno sì che il poco dinamismo sullo schermo non pesi allo spettatore ma allo stesso tempo non privano i protagonisti del tempo necessario per la maturazione ed evoluzione di sentimenti e legami affettivi.

    In definitiva The quiet girl è un film misurato ma non per questo meno toccante, che commuove per la delicatezza con cui esplora sentimenti e mancanze di adulti e bambini senza mai spingere nella direzione della lacrima a tutti i costi. Una bella occasione per il cinema Irlandese che, con questo film d’esordio, per la prima volta figura nella cinquina dei titoli stranieri candidati agli Academy Awards.

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  • Live #31: Tier List M. Night Shyamalan

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    In occasione dell’imminente uscita dell’ultimo film di M. Night Shyamalan, i nostri Luca e Alberto passano in rassegna (quasi) tutta la filmografia del regista statunitense, classificando i suoi film dal migliore al peggiore. 

    Buona visione!

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  • RECENSIONE HOLY SPIDER – NELLA TELA DEL POTERE IRANIANO

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    “Ogni uomo incontra ciò che vuole evitare” 

    (dall’incipit di Holy Spider)

    LA MORSA DEL RAGNO

    In concorso al 75° Festival di Cannes (dove la protagonista Zahra Amir Ebrahimi ha ottenuto il premio alla migliore attrice), raggiunge finalmente le sale italiane Holy Spider: il film di Ali Abbasi (regista iraniano naturalizzato danese, autore del suggestivo melodramma dagli echi folk-horror Border – Creature di confine, 2018) che rilegge la reale vicenda del serial killer Saeed Hanaei (denominato Spider) nelle forme fosche e angosciose del thriller urbano e politico, nel groviglio contorto e accidentato della detection story dell’eroina sola contro tutti, nelle psicotiche piaghe immedicabili di un dramma esistenziale di rovinosa ascesi spirituale verso il Male. Qui interpretato da un impressionante e ossessivo Mehdi Bajestani, Hanaei fu il feroce ma lucidissimo e misticheggiante carnefice che nell’Iran dei primi anni Duemila avviò una dissennata crociata personale contro le prostitute della sua città, arrivando a strangolare barbaramente sedici donne, per “ripulire” le strade da coloro che considerava corrotte e peccaminose tentatrici che, a suo inappellabile giudizio, traviavano i probi cittadini dalla sacra devozione a Dio e dal culto dell’inflessibile Legge dell’Islam. 

    Ci troviamo a Mashhad – il film è stato in realtà girato ad Amman, in Giordania, per evitare noie e ingerenze dai vertici iraniani -, capoluogo a circa novecento chilometri da Teheran, nonché importante sito di pellegrinaggio religioso in cui è ubicato il santuario dell’Imām Reżā (una delle guide spirituali dell’Islam sciita), nel quale vediamo lo stesso Saaed recarsi in visita, per ricevere quasi un’ufficiale investitura divina per la missione di san(t)ificazione morale di cui si è autoincaricato. In più, come scopriamo a poco a poco, l’illogico e folle fondamentalismo dell’uomo è ulteriormente esacerbato da una post-traumatica sindrome del reduce (è un ex militare che ha combattuto nell’esercito) in cerca di una Causa per cui vivere e combattere, assalito dalla spaventosa voragine di vuoto e assenza di scopi che lo ha cinto al rientro nell’insopportabile anonimato della vita civile e familiare, cui non è riuscito a riadattarsi. Mentre il numero delle vittime cresce vertiginosamente, nell’indifferenza sdegnosa dei poteri di Stato e nel lassismo incompetente delle unità investigative, la tenace reporter Rahimi (l’intensa e risoluta Zahra Amir Ebrahimi), prova tra mille ostacoli e resistenze a scovare l’assassino. 

    IL REGIME DELL’INVISIBILITÀ

    Tra l’iconografia stilistica del genere e l’etica del cinema civile, la regia di Abbasi si tiene opportunamente alla larga da timidi equilibri documentaristici e dal ristagno nei (pur nobili) contenuti a tesi che spesso viziano molto cinema impegnato, spingendo forte sul pedale della tensione, del movimento cinematico e della sfida delle psicologie a distanza come nella miglior tradizione del cinema di caccia all’uomo (che in questo caso si estende alla cattura e alla messa alla sbarra di un oppressivo sistema di dominio e controllo patriarcale nella sua totalità). Senza arretrare davanti alle scene forti in cui la violenza erompe in primo piano o, in modo ancor più aggressivo e disturbante, viene evocata e ricreata a favor di telecamera in impensabili gesti emulativi: l’imitazione certosina della tecnica di omicidio, messa in atto dal figlio Alì come in un freddo gioco domestico con la sorellina, avvolta nel tappeto come un cadavere, è di un pessimismo nichilista e generazionale che gela il sangue, e supera di gran lunga l’inquietante precisione del re-enactement postumo sul luogo del delitto in Roubaix, une lumière (2019) di Arnaud Desplechin. 

    Non c’è però alcuna ricerca gratuita del morboso true crime di effetti sensazionalistici studiati a tavolino sulla pelle dello spettatore. Riflettere, come fa Abbasi, sui modi di esposizione e sul grado di rappresentabilità della violenza, e sulla questione del mostrabile (cosa si può far vedere e cosa no? Fino a che punto occorre far vedere? Come far saltare le rigide maglie censorie di cosa è lecito mostrare?) diventa semplicemente un gesto teorico e politico essenziale e rivoluzionario, l’unico possibile, dentro una società chiusa e tirannica che è innanzitutto un regime di rigido controllo sulla visibilità: l’occultamento spersonalizzante delle donne condannate a mascherarsi sotto il velo che ne annulla l’identità, il confinamento silenzioso e fuori campo, nelle zone d’ombra, lontano da occhi vigili e indiscreti, di una capillare e sistematica violenza di Stato cha cancella ogni dissenso.  

    LE NOTTI DEL GIUDIZIO

    Abbasi alterna ritmicamente e specularmente i punti di vista, tra la meticolosa, ostinata investigazione in solitaria di Rahimi, e la gravosa e tormentata vita privata del Ragno, sempre più affannosamente dipendente dall’allucinata catarsi dell’omicidio. Nervosamente scissa tra l’umile e precaria quotidianità di onesto muratore, marito e padre amorevole (ma vittima di incontrollabili scatti di rabbia come spie di un disagio insanabile), e le maniacali sortite in motociclo a caccia di prede come un sonnambulo in circolo dentro un incubo visionario, preludio alle rituali esecuzioni officiate con la glaciale impassibilità di un burocratico boia o un invasato giudice dei destini umani sottomessi alla pena capitale (in questo, simile al Tony Manero (2008) di Pablo Larraín, Saeed è una disumana e delirante personificazione di uno Stato serial killer come l’Iran, che ad oggi detiene il record mondiale di condanne a morte e prigionieri giustiziati).

    Abbasi pedina e immerge i vagabondaggi di Saaed in un nero notturno di marginalità derelitte e vite residuali allo sbando nella solitudine della periferia (quasi tutte le ragazze di strada sono smunte figure catatoniche, abbandonate a se stesse e schiave dell’oppio), squarciato da lampeggianti aloni verdi e rossi che avvolgono le inquadrature e inondano le disfatte strade cittadine, spettri cromatici che rimandano immediatamente alla dimensione di eruzione del male sotterraneo e di sporcizia infernale di un thriller settantesco alla Taxi Driver (1976) trasferito nelle penombre della realtà iraniana. La stessa lucida follia terroristica di Saeed, nel nome di un disegno di salvezza più grande, lo avvicina infatti sensibilmente al radicalismo sovversivo (e però intimamente reazionario) e alla scissione interiore di un profeta-giustiziere alla Travis Bickle. Con lo stesso anelito alla purificazione di una civiltà percepita come irrimediabilmente corrotta e dunque da ricondurre sui binari della rettitudine mediante un biblico spargimento di sangue, un atto di “giustizia” che Saeed abbraccia da subito in prima persona, senza attendere – anzi provocandola – la venuta di un “un altro diluvio universale” che disinfesti la degenerazione dei marciapiedi. 

    ALZARE IL VELO (SULLA RAPPRESENTAZIONE)

    Abbasi sa insomma cosa vuole dire e sa come dirlo. Dimostrando, pur dentro una storia un filo troppo lineare e programmatica, di aver fatto sua la lezione tematica, emotiva e stilistica del thriller di matrice classica, sapendola filtrare con perizia dentro le complesse dinamiche e il particolare scontro tra civiltà da sempre in atto nelle contrapposizioni divisive che insanguinano il suo Paese d’origine. Pur rivelando immediatamente l’identità del killer, manovra bene la suspense di un canovaccio cupo e crudo, che nella prima parte si appoggia con forza ed evidenza ben riconoscibili a figure tipiche e rotte canoniche del genere. Senza tuttavia compromettere – anzi, amplificandolo al massimo grado – l’impeto politico dispiegato nel descrivere senza fronzoli le peculiarità sociali e antropologiche del contesto iraniano sull’orlo del collasso, su cui si sposta prepotentemente il focus nella seconda parte: tra gli step processuali del dead man walking come ascetico martire, ugualmente mostro ed eroe nazionale, e l’imparziale e impietosa analisi dei suoi effetti collaterali sull’immaginario pubblico, nel cortocircuito impazzito di media, popolo e organi di Stato che ne cannibalizzano la vicenda. 

    Un mosaico ambientale nel quale le profonde storture ideologiche e mentali, gli squilibri di genere materiali e identitari, l’impiego chirurgico di una violenza irrazionale benedetta dall’alto di un potere millenario, astratto e pressoché invisibile, non sono fattori esogeni di devianza isolata ma appartengono al corpo interno della Nazione, al tessuto connettivo di una popolazione irreggimentata nei soffocanti comandamenti di una persecutoria e onnipresente polizia morale, introiettati nell’inconscio collettivo come un’aberrante preghiera per una buona e giusta condotta di vita. È per questa ragione che viene il sospetto che la condanna di Saeed, lungi dal valere come sentenza riparatrice, sia al contrario la conferma del naturale diritto di veto assoluto sulla vita e sulla morte – lo stesso che Saeed crede di amministrare impunemente in nome di Dio – di un potere che si autoassolve, facendo sparire per sempre dal dibattito pubblico – alla vigilia di importanti elezioni – uno scomodo corpo del reato, uno strumento di morte che rende pericolosamente troppo scoperta e manifesta l’anomalia normalizzata su cui si regge un intero Sistema di sopraffazione.  

    La congiuntura temporale e storico-politica che corre parallela agli eventi è non a caso quella che vedette il sostanziale fallimento delle politiche riformiste e modernizzatrici, dei tentativi di apertura al “dialogo fra le culture” dell’ex presidente Khātami, una spinta abortita al cambiamento dal basso che si ridesta oggi alla luce della recente ondata di proteste e indignazione seguita al caso della morte della giovane Mahsa Amiri (nonché agli arresti di illustri personalità artistiche come Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof). 

    Nella cronaca del contemporaneo riflessa nel passato recente, per mezzo di una più che mai attuale storia (vera) di corpi brutalizzati da un Potere assoluto che resiste ad ogni tentativo di sua neutralizzazione, Holy Spider tende un ponte traballante che fa da duro bilancio e termometro sociale di un Paese che sembra impantanato in un arcaico immobilismo senza uscita, eppure continua strenuamente a lottare per veder riconosciuta la sua libertà.  

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  • RECENSIONE ANT-MAN AND THE WASP: QUANTUMANIA – UNA PELLICOLA USA E GETTA

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    Che cos’è un cinecomic? Se lo si chiedesse a qualcuno tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80 risponderebbe sicuramente i film con protagonista il Superman di Christopher Reeve; se invece si avanzasse agli anni ’90 il protagonista assoluto sarebbe senz’altro il Batman interpretato da Michael Keaton e diretto da Tim Burton (o il Blade di Wesley Snipes a voler andare a ridosso con il nuovo millennio). 

    Oggi vedere sul grande schermo un supereroe nato tra le pagine di un fumetto non è certo una grossa novità, in particolare dopo il grande successo del progetto di creare un universo condiviso nato in casa Marvel. Il sogno di vedere due supereroi in costume incontrarsi facendo breccia l’uno nella pellicola dell’altro oggi è pratica ormai comune. Importante risulta comunque sottolineare come il successo o meno di un particolare eroe o delle storie a lui dedicato gioca un ruolo centrale nei grandi piani pluridecennali ora in mano al colosso Disney, portando un eroe in apparenza centrale a riscontrare poco successo e ad essere perciò presto accantonato, mentre altri personaggi su cui si puntava originariamente poco diventano dei veri e propri emblemi del brand.

    Nessuno prima del 2008 avrebbe pensato che un personaggio come Iron Man, arrogante, saccente, spregiudicato, sarebbe stato per anni l’emblema dei supereroi sul grande schermo ancora più di Spider-Man (tenendo qui conto della grande fama portata dalla trilogia di Raimi, ma anche del fallimento delle due pellicole dirette da Webb). In maniera simile in pochi si sarebbero aspettati un successo tale nel 2015 per Ant-Man, diretto da Peyton Reed ed incentrato su un personaggio capace di rimpicciolirsi e parlare con le formiche. Ben consci di ciò, il team di sceneggiatori (di cui fece parte anche un grande nome come Edgar Wright) decise di puntare su tonalità meno serie e più ironiche, rimarcate ulteriormente dalla scelta di Paul Rudd come protagonista, fino a quel momento considerato attore prettamente comico. Scelta che si rivelò vincente, soprattutto contestualizzata nella miscela di pellicole molto più dark e seriose ma al tempo stesso di minor successo (basti pensare al sottovalutato Iron Man 3 di Shane Black o al fallimentare Thor: The Dark World di Alan Taylor).

    Diciotto film dopo – all’interno della cui lista vediamo il nostro eroe comparire prima nel terzo capitolo dedicato a Captain America, in seguito in un secondo film interamente dedicato a lui e al personaggio di Wasp dalla dubbia qualità, e successivamente nei due “big event” Infinity War ed Endgame – l’eroe formica si aggiudica un terzo capitolo, primo film della nuova Fase 5 e con il dichiarato compito di gettare le basi per la nuova grande minaccia del momento.

    Una lunghissima introduzione necessaria per portarci ad una grande domanda: cosa significa fare un film di supereroi nel 2023?

    Michelle Pfeiffer nei panni di Janet Van Dyne.

    IN UNA GALASSIA LONTANA LONTANA

    Ant-Man ha salvato il mondo, l’universo intero a dire il vero, assieme agli Avengers e tutti lo riconosco (o quasi) e scrive romanzi sulla sua vita da eroe. Ma è comunque prima di tutto un padre che, a causa del blip di Thanos, ha perso tutta l’infanzia della figlia Cassie ora adolescente ed impegnata nella scoperta di se stessa e nella ricerca del suo ruolo nel mondo. Nulla di troppo complicato o innovativo, ma una base comunque interessante su cui sviluppare un racconto di crescita e responsabilità. Tuttavia, dopo queste premesse, il film catapulta con un’eccessiva fretta i protagonisti all’interno del regno subatomico definito Regno Quantico, già introdotto nelle pellicole precedenti ma qui approfondito con l’intento di renderlo uno dei protagonisti del film. Operazione che non si può definire riuscita appieno.

    Arrivati in questa terra indigena, i pericoli si materializzano nella figura di Kang il Conquistatore, misterioso tiranno proveniente dal futuro che sembra aver soggiogato tutto e tutti, nonché vecchia conoscenza di Janet Van Dyne. Sul villain il film vorrebbe mantenere nella prima parte del racconto un’aura di mistero, senza però contare sul fatto che l’intera campagna marketing fosse basata più sul villain che sull’eroe protagonista, creando così situazioni in cui i personaggi parlano inutilmente in maniera criptica sia a livello diegetico che extradiegetico.

    La narrazione sostanzialmente si ferma qui, ad una terra soggiogata, popolata da malvagi aguzzini e da coraggiosi ribelli pronti a combattere e a sacrificarsi per la libertà. Non è stata qui scritta per errore la trama di Star Wars, semplicemente questo Quantumania sembra pescare per tutto il film a piene mani dalla galassia lontana lontana – curiosamente sempre di casa Disney– il che non si rivela essere necessariamente un male, essendo ormai le pellicole di George Lucas storia del cinema, ma facendo trasparire una mancanza di fantasia ed impegno alla base del progetto stesso.

    Dal punto visivo la somiglianza viene ulteriormente rimarcata con fondali spaziali dalle colorazioni ultraterrene e scenografie che sembrano strizzare l’occhio a città come Coruscant o alla Morte Nera. Tutto ciò senza andare a scomodare l’uso di simil navicelle spaziali e di una fauna specifica delle varie zone. In questo la CGI utilizzata non aiuta, generando una dicotomia forzata tra attori in costume ed elementi di sfondo generati al computer, che manifesta nel personaggio di M.O.D.O.K. uno dei risultati più brutti mai visti con l’utilizzo di questa tecnica.

    Jonathan Majors nella sua futuristica navicella

    “UNO, NESSUNO, CENTOMILA” MA NEL MODO SBAGLIATO

    Nulla di più lontano dal romanzo che per molti rappresenta il punto più alto della carriera letteraria di Pirandello è in realtà il Kang di Jonathan Majors. L’accostamento viene in realtà piuttosto naturale, esistendo il personaggio già nei fumetti come un villain la cui minaccia non deriva soltanto dalla sua forza e dai gadget futuristici quanto piuttosto dalla sua capacità di sfruttare il Multiverso e le sue varianti per combattere gli eroi dei fumetti e tornare quindi albo dopo albo senza preoccuparsi della sua dipartita in uno dei numeri precedenti – facilitando inoltre così di non poco il lavoro degli stessi sceneggiatori. Per molti versi si potrebbe affermare come ai vertici della Marvel questo film sia nato con lo scopo di raccontare Kang piuttosto che Ant-Man, tanto da vendere il film prima dell’uscita come l’inizio del suo malvagio arco narrativo.

    Scott Lang da protagonista diventa quindi uno dei tanti personaggi positivi assieme alla figlia Cassie, alla moglie Hope ed ai suoceri Hank e Janet costretti a condividere lo schermo in maniera equa, non portando però nessuno di loro ad avere un vero arco narrativo o di evoluzione. Tutt, alla fine del film, sono esattamente gli stessi dell’inizio possedendo semplicemente qualche informazione in più sul Regno Quantico e su Kang.

    Al tempo stesso, quasi in controsenso, anche lo stesso villain rimane però appena accennato, rilevando pochissime nuove informazioni allo spettatore che già aveva conosciuto una sua variante ben più loquace nell’episodio finale di Loki. L’interpretazione di Majors è inoltre eccessivamente caratterizzata da smorfie e battute recitate con un’enfasi che risulta macchiettistica, rendendo il personaggio molto meno spaventoso di quanto vorrebbe originariamente far trasparire. Kang è quindi in effetti come il titolo del racconto di Pirandello: uno, perché da solo combatte e soccombe contro gli eroi seguendo la narrazione tipica di questi prodotti; nessuno, perché le sue sorti sul finale hanno un impatto quasi nullo sull’economia diretta dei personaggi, senza generare alcun fascino sullo spettatore; e centomila, in quanto l’unico pericolo che genera è la certezza che tornerà sicuramente nelle pellicole successive con le sue numerose varianti, sperando in una caratterizzazione almeno un minimo più approfondita e curata e meno in overacting.

    Ant-Man (Paul Rudd) e Cassie Lang (Kathryn Newton) appena arrivati nel Regno Quantico

    CONCLUSIONI

    Dopo una Fase 4 di sperimentazione accolta non nel migliore dei modi dagli spettatori, Ant-Man and the Wasp: Quantumania apre la Fase 5 in una maniera bizzarra: se da un lato il film risulta a grandi linee godibile, al tempo stesso si dimostra mediocre sotto tutti i punti di vista, sia in ambito narrativo che tecnico. Viene quindi da chiedersi se questo è l’unico futuro per i film dedicati ai supereroi: storie piatte, poco curate, in cui i personaggi non vanno incontro ad una vera e propria evoluzione ed in cui si punta semplicemente a mettere in scena una sequenza di combattimenti ed elementi generati in maniera mediocre al computer, creando un prodotto capace di far passare in spensieratezza un paio d’ore per poi uscire dalla sala – o alzarsi dal divano se si è visto il film su Disney+ –  dimenticandosi subito ciò che si è appena visto. E questo sarebbe senz’altro un peccato.

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  • 3 motivi per vedere Thirst di Park Chan-wook

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    In occasione dell’uscita al cinema di Decision To Leave, il nuovo film del regista sudcoreano Park Chan-wook, scopriamo assieme i 3 motivi per recuperare (o rivedere) Thirst, film del 2009 e che tutt’ora rimane fra i suoi titoli più sconosciuti e sottovalutati, nonostante la vittoria del Premio della giuria alla 62ª edizione del Festival di Cannes.

    1 – Perché è la prima incursione del regista nell’horror

    Thirst è uno dei film più atipici e spiazzanti di Chan-wook, è il film che non ti aspetti e che appare come un UFO nella sua filmografia, un vero e proprio Frankenstein audiovisivo di generi e di influenze da cui lo spettatore potrebbe uscire affascinato o (comprensibilmente) disorientato.

    Chi si sarebbe mai aspettato che dopo il thriller politico J.S.A.: Joint Security Area (2000), l’ormai celebre “trilogia della vendetta” che lo ha tenuto impegnato dal 2002 al 2005 (Mr. Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta) e la commedia romantica surreale Sono un cyborg, ma va bene (2006), il regista decidesse di immergersi a piene mani nella tradizione vampiresca?

    Il film parla infatti di Sang-hyun, prete cattolico di un paesino coreano che si sottopone a una sperimentazione medica finalizzata a curare una malattia rara e mortale. Non tutto fila liscio e il pastore benvoluto da tutti i cittadini comincia a cambiare di aspetto e di mente, trasformandosi a poco a poco in un vampiro. Il suo cammino incrocerà quello della moglie di un amico d’infanzia, la giovane e bella Tae-ju, con la quale inizierà una relazione clandestina inesorabilmente destinata a degenerare sempre più in perversioni e fiumi di sangue.

    Non c’è alcun castello dai pinnacoli aguzzi ma solo palazzi e scenari che non rinnegano assolutamente i tratti sudcoreani dell’ambientazione. Non arriverà nessun professore universitario a risolvere la situazione ma la battaglia è tutta interna ai protagonisti, in un continuo scontro fra Eros e Thanatos. Non c’è alcun gusto del gotico ma, anzi, la fotografia arriva persino ad abbagliare lo spettatore per mettere in risalto il rosso acceso del sangue, all’interno di stanze e di edifici che riflettono addirittura il gusto estetico prettamente “viscontiano” che da sempre Chan-wook dichiara come sua ispirazione; tutte queste peculiarità contribuiscono a donare al film un aspetto ancor più spiazzante delle stramberie di Sono un cyborg, ma va bene, perché se in quest’ultimo erano già preannunciati i toni surreali da commedia fantastica, ciò che sconvolge di Thirst è proprio il suo essere una mosca bianca all’interno del panorama horror.

    Grazie alla rielaborazione dei diversi modelli di riferimento che emergono come pulsioni e sintomi, ma ciascuno col suo posto nel puzzle senza sovrastare l’altro, Park si appropria del genere e – pur cosciente di non poter accontentare tutti – lo plasma attraverso le chiavi del melò e della black comedy: la fede è sete, la spiritualità è carnalità.

    2 – Perché il protagonista è interpretato da Song Kang-ho

    Attore feticcio sia di Park Chan-wook – con cui aveva già collaborato in J.S.A. e Mr. Vendetta – sia di Bong Joon-ho, che con il successo mondiale di Parasite lo ha definitivamente consacrato al pubblico occidentale (pur avendo già dato prova di sé in Memories of Murder, The Host e Snowpiercer), l’attore sudcoreano Song Kang-ho sembra davvero essere sinonimo di qualità. L’accuratezza con cui sceglie i suoi lavori sconvolge ogni anno di più: è rintracciabile praticamente in ogni film sudcoreano di successo se aggiungiamo anche le collaborazioni con altri grandi maestri come Kim Ji-woon (The Quiet Family, Il buono, il matto, il cattivo, L’impero delle ombre) e Lee Chang-dong (Secret Sunshine), senza dimenticare il suo ruolo da protagonista nel bellissimo A Taxi Driver del meno conosciuto Jang Hoon.

    Se Song Kang-ho ha pensato che Thirst fosse un bel progetto… chi siamo noi per dissentire?

    3 – Perché aggiorna la figura del vampiro

    Questo terzo punto è intrinsecamente legato al primo: la nascita iconografica su grande schermo con Nosferatu il vampiro (1922), ma anche grazie a Dracula (1931), oppure con Vampyr (1932), la prima satira con Per favore, non mordermi sul collo! (1967) poi le riletture politiche e sociali de Il buio si avvicina (1987) o The Addiction – Vampiri a New York (1995), per arrivare persino al suo innesto in generi e sottogeneri come nella commedia horror in found footage Vita da vampiro – What We Do In The Shadows (2014), la figura del vampiro è apparsa in ogni genere e in ogni salsa, mutando ruolo, tratti e simbologia nel corso di un intero secolo.

    Ma in Thirst dimenticate le bare aperte, l’aglio, i crocifissi, l’acqua santa, qualsiasi elemento che vi riporti alla mente la figura vampiresca tradizionale: quelli di Thirst sono vampiri costretti a dover fare i conti con i loro dissidi interiori in continua tensione fra ricreazione e dissoluzione, fra eroticità e disfacimento, la cui fede religiosa si tramuta negli istinti carnali repressi e la cui ricerca di una cura è pura perversione.

    Nel 2009, dopo quasi 90 anni dal primo storico vampiro visto su grande schermo, Thirst conferma che i mostri possono ancora essere oggetto di aggiornamenti e di riletture iconografiche senza risultare pedanti e già visti. Certo: se ti chiami Park Chan-wook!

    Se vi abbiamo convinto e se avete perso Thirst al cinema durante la Park Chan-WEEK… non preoccupatevi! E’ disponibile sulla piattaforma MioCinema a questo link.

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    Alberto Faggiotto,
    Caporedattore.
  • Storia della Dreamworks Parte 2: L’effimero neoclassicismo del disegno animato

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    Per leggere la prima parte, clicca qui.

    All’alba del nuovo millennio, la Dreamworks appare ben decisa ad intraprendere varie strade in cerca di un’identità più definita. Nonostante le prestazioni non esaltanti al botteghino dei suoi primi due lungometraggi, lo studio era riuscito a far parlare di sé e in casa Disney in molti avevano già intuito che il loro nuovo rivale non sarebbe stato un fuoco di paglia.

    La voglia di esplorare dello studio lascia partire varie direttrici: lo svecchiamento della tecnica tradizionale in chiave neoclassica seguendo Il Principe d’Egitto, la sperimentazione con la claymation grazie alla collaborazione con lo studio britannico Aardman e l’espansione di un’ancora pionieristica CGI, che nel 2000 verrà momentaneamente messa da parte in attesa di calare l’asso l’anno successivo con Shrek. In questo anno quindi trovano spazio due opere decisamente pregevoli, improntate alla commedia pura ma sostanzialmente diversissime tra loro a partire dalla tecnica utilizzata: La Strada per El Dorado (The Road to El Dorado, Eric “Bibo” Bergeron e Don Paul con Will Finn e David silverman, 2000) è una commedia avventurosa, Galline in Fuga (Chicken Run, Peter Lord e Nick Park, 2000) un farsesco escape movie. Di Galline in Fuga parleremo nella prossima tappa del nostro viaggio, poiché stavolta ci soffermeremo  sulla (brevissima) esperienza “neoclassica” della Dreamworks.

    Come ricordato nel primo episodio del nostro viaggio, El Dorado mostra notevoli somiglianze con il coevo Disney Le Follie dell’Imperatore (The Emperor’s New Groove, Mark Dindal) con lievi differenze: l’ambientazione americana (meridionale e precolombiana in Disney, centrale e seicentesca in Dreamworks), la forte componente umoristica (slapstick e debitrice dei Looney Tunes da una parte, sorniona e in alcuni momenti davvero poco innocente dall’altra), protagonisti antieroici (Kuzco è un egoista viziato, Miguel e Tullio sono due adorabili farabutti), un’intrusione del fantasy. Volendo confrontare i due film, El Dorado perde la sfida perché nonostante l’irriverenza e le situazioni che aggirano il parental control risulta quasi meno coraggioso del suo rivale, anche a causa (come ne Il Principe d’Egitto) dell’invadente colonna sonora. Le Follie, nonostante fosse stato concepito come un film estremamente drammatico (con colonna sonora di Sting di cui rimangono alcune tracce più o meno riuscite) non è un musical, l’unica canzone prima dei titoli di coda è all’inizio cantata da un avatar di Tom Jones, sembra più una intro di uno show di Las Vegas che uno spettacolo di Broadway. Al netto di questa grossa debolezza troviamo una pellicola sicuramente godibile, che trae forza dalle scenografie, da un character design riuscitissimo, dalla semplicità della sua storia e da un trio di protagonisti veramente interessanti (Miguel e Tullio con la provocante ladruncola Chel) nonostante il villain, lo stregone Tzekel-Kan non regga il confronto con gli irresistibili Yzma e Kronk. Lo scontro diretto con quello che è diventato un cult generazionale, non ha aiutato El Dorado che tuttavia è riuscito a prendersi il suo piccolo posto nella storia del genere.

    Restiamo in America anche nel successivo film in cel animation dello studio di Glendale, Spirit-Cavallo Selvaggio (Spirit: Stallion of the Cimarron, Kelly Asbury e Lorna Cook, 2002) L’inquadratura iniziale con un’aquila dalla testa bianca americana in volo sulle praterie mostra subito allo spettatore il vero protagonista: la terra americana. In pieno clima post 11 settembre, la Dreamworks si mostra al mondo con un film libertario, ma anticapitalista, antimilitarista, per certi versi anti WASP. Oltretutto il personaggio principale del film è un purosangue mustang che in nome del realismo non parla, ma i suoi pensieri ci vengono narrati dalla voce narrante fuoricampo prestata da Matt Damon. Altrettanto reale è l’antagonista, emblema della sete di potere e di espansione americana, severo senza risultare estremamente crudele o macchiettistico, e in nome dell’assoluzione di tutto il popolo statunitense alla fine ammette con dignità e rispetto la sconfitta. Il tono del film risulta intenso e drammatico, l’umorismo è leggero e a tratti amaro, quasi a far riprendere fiato tra una catastrofe e un’altra, almeno fino al finale prevedibilmente lieto. La colonna sonora, di Bryan Adams in originale e di Zucchero nella versione italiana, resta fuori campo eliminando la componente musical che aveva danneggiato tanto Il Principe quanto El Dorado, risultando coinvolgente, poetica e capace di restare nella memoria del pubblico. Il film fa breccia nel cuore del pubblico in un anno affollatissimo di prodotti animati riuscitissimi, nonostante la matrice drammatica e politica, ed è davvero un peccato vedere questi personaggi riciclati in decine di prodotti televisivi scadenti.

    L’ultimo tentativo di animazione tradizionale della Dreamworks è forse una delle più grandi occasioni sprecate della storia del genere, Sinbad-La Leggenda dei Sette Mari (Sinbad: Legend of the Seven Seas, Patrick Gilmore e Tim Johnson, 2003) casualmente (o magari no) uscito nello stesso anno in cui iniziavano le avventure dell’amatissimo capitano Jack Sparrow, tratto da un racconto de Le Mille e una Notte sembra a tratti figlio dell’ignoranza e della superficialità. La vicenda, originaria del mondo arabo e persiano, viene ambientata in un’indefinita Europa Mediterranea, Siracusa, più che una città magno greca, sembra una Londra del 1500, costumi, scenografie e macchinari richiamano dozzine di epoche diverse, e di certo i pirati dell’epoca non sognavano di svernare alle Fiji. Il character design è riuscitissimo ma non sufficientemente sfruttato a livello mediatico e commerciale, la storia ha spunti interessanti ma confusi, un miscuglio di mitologie diverse, e il racconto di avventura è rallentato dal triangolo amoroso che vede coinvolto il protagonista, doppiato da Brad Pitt. Altro notevole problema sono gli ingombranti inserti in CGI: i mostri incontrati dai nostri eroi (il glaciale Roc, l’isola pesce, le sirene) tradiscono tecnologie troppo acerbe. Non sorprende quindi il risultato estremamente deludente al botteghino, che convincerà la Dreamworks ad abbandonare la sua opera di rivalutazione dei classici disegni animati in favore del computer.

    Per leggere la terza parte, clicca qui.

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  • EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE – TRA MADRE E FIGLIA

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    Può il complesso concetto di multiverso e tutto ciò che ne deriva diventare una gigantesca metafora del burrascoso rapporto tra una madre e la propria figlia? I Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ci hanno risposto con uno dei film più sorprendenti, emozionanti e premiati dell’anno, il “cinecomic atipico” Everything Everywhere All At Once. Uscito in Italia ormai a ottobre dello scorso anno, il film è tornato in alcune sale negli scorsi giorni proprio per via dei numerosi riconoscimenti avuti ai Golden Globe 2023 e grazie alle numerosissime nominations agli Oscar. Ammirarne la bellezza in sala è sicuramente la scelta migliore viste le spettacolari scene d’azione di cui il film è pieno, arricchite da ambientazioni fantastiche e costumi affascinanti già premiati in diverse occasioni. Si è parlato di come il film possa essere una valida “alternativa” ai cinecomic made in Marvel, e va detto che molti fan della casa supereroistica hanno apprezzato l’opera dei Daniels, soprattutto perché hanno potuto ridere a delle battute effettivamente divertenti (scusami tanto, Thor!). In questa sede non è necessario dilungarsi a parlare di come Everything Everywhere All At Once riesca a divertire, intrattenere con delle storie incredibili e toccare profondamente il cuore del suo pubblico; per questo esiste già la nostra recensione.

    Ciò su cui è interessante concentrarsi è il difficile rapporto madre-figlia che i Daniels ci mettono davanti agli occhi, le sue implicazioni psicologiche e i rimandi a quel frammento di vita che molte figlie hanno vissuto in relazione alle proprie madri.

    EVELYN E JOY TRA MULTIVERSI E PSICOLOGIA

    Protagonista di Everything Everywhere All At Once è Evelyn (Michelle Yeoh), immigrata cinese che gestisce una lavanderia negli Stati Uniti insieme al marito Waymond (Ke Huy Quan). La vita di Evelyn e la sua situazione familiare non stanno procedendo bene: la lavanderia è sotto un severissimo controllo da parte del fisco, Waymond vorrebbe un divorzio, sua figlia Joy (Stephanie Hsu) le ha appena presentato la propria ragazza e vorrebbe che la madre accettasse il suo essere lesbica. Durante un colloquio presso l’ufficio tributi statunitense, Evelyn entra in contatto con una versione alternativa del marito che le spiega come l’intero multiverso sia sotto la minaccia di Jobu Tupaki, una versione alternativa di Joy divenuta malvagia e potente, in grado di manipolare la materia e distruggere qualsiasi cosa. Jobu Tupaki altro non è che la personificazione del rapporto conflittuale che c’è tra Evelyn e Joy, soprattutto durante un periodo così complesso come l’adolescenza. L’atteggiamento “ribelle” della figlia viene reso palese da come la madre reagisce in sua presenza, da come cerca costantemente di ricordarle che il nonno è un tradizionalista, che non accetterebbe mai una nipote così diversa dal “normale”. Ogni discorso è un modo per camuffare il fatto che la prima a non comprendere la figlia è proprio la madre stessa, colei che l’ha messa al mondo e le ha donato la tenacia, la curiosità, il coraggio, ma anche la testardaggine.

    In psicologia, il conflitto generazionale madre-figlia viene spiegato e analizzato grazie alla psicoanalisi freudiana, per la quale tutto si riconduce alla primordiale castrazione (o paura di essa) di cui soffre ogni essere umano. La bambina scopre la propria castrazione e indica come assoluta colpevole la madre, responsabile di averle portato via qualcosa, di averla “castrata”; dal lato opposto, la madre vede nella figlia uno sbocciare di femminilità fresca, innocente, talmente meravigliosa da generare un’invidia inconscia. Nella maggior parte dei casi, questo comportamento finisce per riflettere ciò che la madre ha subito durante la propria crescita dalla propria genitrice, creando un circolo vizioso, un costante ricambio che può andare avanti all’infinito (non a caso per indicare lo spezzare di un comportamento tossico generazionale si utilizza l’espressione “rompere il cerchio”).

    Ed ecco che la lotta tra Evelyn e Jobu Tupaki assume tutto un significato nascosto che va al di là della salvezza del multiverso: quello che deve essere salvato è il loro rapporto, l’amore che le due provano l’una per l’altro che tuttavia fatica mostrarsi. È compito di Joy rompere quel cerchio, ma non è in grado di farlo senza che Evelyn capisca e accolga un cambiamento importante come questo.

    DUE SASSI ROTOLANO GIÙ DA UNO STRAPIOMBO

    Dopo incredibili avventure attraverso i più svariati mondi in cui Evelyn è sia una campionessa di kung fu sia una cuoca provetta sia un sasso sul bordo di un precipizio, madre e figlia si incontrano e discutono animatamente di multiversi, dell’esistenza umana e di come tutto non abbia un vero senso di fronte all’infinità di mondi esistenti. Evelyn finisce quasi per seguire Jobu nel suo piano di distruzione (e autodistruzione), ma le basta poco per comprendere che quella giovane donna altri non è che una povera figlia privata della propria madre, alla disperata ricerca di qualcuno che possa comprenderla e starle accanto. Evelyn convince Jobu a non farla finita e nello stesso tempo riesce a riconciliarsi con Joy e Waymond, incollando a poco a poco i pezzetti della sua vita che si stavano lentamente staccando. Madre e figlia riescono a superare insieme la conflittualità, il cerchio oscuro (o forse il bagel?) che aveva condizionato le loro vite fino a poco fa si è spezzato e le due possono abbracciarsi senza quell’enorme muro che fino a poco prima le divideva. Evelyn ha accettato Joy, la sua testardaggine, il suo atteggiamento un po’ ribelle, e Joy ha accettato che Evelyn non è una madre perfetta, ma farebbe di tutto per non lasciarla mai sola.

    Il sasso più piccolo si è gettato dallo strapiombo e sta rotolando, forse non si fermerà mai; ma non è solo, perché è seguito da vicino da un sasso un poco più grande, con qualche ammaccatura qui e là, deciso a non perdere mai il fianco dell’altro. 

    E poi c’è il pubblico, seduto nella poltroncina del cinema, che finisce per commuoversi davanti ai due sassi che rotolano nelle polvere.

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  • RECENSIONE ALL THE BEAUTY AND THE BLOODSHED – L’ODISSEA DI NAN GOLDIN

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    All the beauty and the bloodshed arriva nelle sale dopo aver conquistato il Leone D’Oro alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, diventando il secondo documentario a ricevere questo riconoscimento. Laura Poitras (Citizenfour, Risk) ritrae questa volta Nan Goldin, fotografa e attivista tra le più influenti in circolazione, dando voce a un racconto che intreccia la dimensione privata dell’artista e il suo ruolo da attivista politica e militante, nella sua più recente battaglia contro la famiglia Sackler, principale responsabile della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti. 

    Nonostante al centro del documentario ci voglia essere lo spargimento di sangue causato dalla dipendenza da ossicodone, l’esistenza vorticosa di Nan Goldin, segnata da avvenimenti drammatici che poco si differenziano dalle tragedie epiche, si impone subito come l’aspetto più coinvolgente. L’arte diventa quindi lo strumento fondamentale attraverso il quale emanciparsi dal baratro e la fotografia di conseguenza l’unico strumento per interpretare e attraversare la paura.

    In un continuo slideshow che alterna le fotografie provenienti da alcune delle sue raccolte più conosciute e rivoluzionarie – come The Ballad of Sexual Dependency, The Other Side e Soeurs, Saintes et Sibylles-  lo spettatore entra in contatto con il potente legame che unisce la fotografia al ricordo, materia inafferrabile e mutevole in grado di risalire in superficie generando ogni volta reazioni inaspettate. Il risultato è un flusso continuo, interrotto dalle incursioni nel presente,  che grazie all’intimità dei dialoghi assume a tratti le caratteristiche di una confessione.

    In sei capitoli si attraversa quindi la genesi artistica e personale di Nan Goldin, le cui radici risiedono nella volontà di cogliere l’eredità profondamente ribelle della sorella maggiore, il cui suicidio rappresenta la prima vera grande tragedia della sua vita. A partire da questo momento ricordiamo con lei l’amicizia salvifica con il fotografo David Armstrong, il rapporto con le pionieristiche comunità drag degli anni settanta, l’incontro con John Waters e con l’it-girl underground Cookie Mueller, l’esplorazione della sessualità e delle droghe tra i muri della Bowery, lo stigma della prostituzione, la dipendenza affettiva e la violenza domestica ed infine la prima grande battaglia politica e artistica intrapresa allo scoppio dell’AIDS.

    L’opera di Laura Poitras ha il grande pregio di raccontare un soggetto enormemente ricco, la cui vita si è a sua volta intrecciata con sottoculture altrettanto prolifiche dal punto di vista artistico, però risiede proprio in questo la debolezza del documentario. Si fatica infatti ad individuare una chiara direzione narrativa e, nel tentativo di far convivere due racconti, un filone finisce per avere la meglio sull’altro. All the beauty and the bloodshed rimane comunque un viaggio da compiere, certamente non per acquisire una visione esaustiva sulla più grande epidemia dilagata negli ultimi anni negli Stati Uniti ma per conoscere più da vicino l’incredibile retroscena della sua attivista più combattiva.

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  • Super Bowl 2023 – Tutti i trailer presentati

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    Il Super Bowl è uno degli eventi più attesi dagli appassionati di cinema e serie tv, e l’edizione 2023, la cinquantasettesima, non è da meno quanto a trailer e spot trasmessi prima, durante e dopo la partita. Come sempre gli studios, i canali televisivi e gli streamer hanno amplificato il maxi-evento pubblicando teaser, spot e trailer anche online. 

    Il trailer più clamoroso della serata è strato quello di The Flash, l’atteso cinecomic che aprirà il DC Universe, pur essendo un prodotto pretendente alla rivoluzione nei DC Studios. Grande successo anche per gli spot di Indiana Jones 5 e di Fast X, quest’ultimo anticipato da un trailer pochi giorni fa. 

    Ogni major ne ha poi approfittato per lanciare filmati promozionali per i principali blockbuster attesi per il 2023: Marvel ha pubblicato il secondo trailer e un nuovo poster di Guardiani della Galassia Vol. 3; Paramount ha mostrato alcune immagini da Scream VI, dall’adattamento di Dungeon & Dragons e dal settimo film del franchise di Transformers; Warner Bros. ha rivelato gli attesi sequel di Creed e John Wick, e infine Universal ha avviato una campagna marketing in grande stile per il film su Super Mario.

    Come di consuetudine, assieme ai trailer sono stati pubblicati anche alcuni divertenti spot tv che approfittano del pubblico e del contesto del Super Bowl per reclamizzare prodotti con famosi testimonial, come il commercial di Heineken che sfrutta l’imminente uscita di Ant-Man 3 e quello di General Motors che mostra Will Ferrell inserirsi nelle produzioni di Netflix. Una menzione d’onore la merita anche lo spot che celebra i 100 anni della Disney.

    SUPER BOWL 2023: TRAILER E SPOT CINEMATOGRAFICI

    THE FLASH (trailer + spot) – dal 16 giugno (USA)

    L’uomo più veloce della terra in una delle produzioni più tormentate di sempre è il protagonista del primo film della nuova direzione di James Gunn (e Peter Safran) ai DC Studios, con Ezra Miller che interpreta un doppio Flash e Ben Affleck e Michael Keaton nei panni di due Batman diversi. Lo spot mostrato durante il Super Bowl riprende parte delle scene viste nel primo trailer ufficiale dell’atteso cinecomic di Andrés Muschietti pubblicato sui social prima dell’inizio della partita.  

    TRAILER ORIGINALE

    TRAILER ITALIANO

    SPOT

    INDIANA JONES E LA RUOTA DEL DESTINO (spot) – dal 30 giugno

    L’ultimo saluto di Indiana Jones, trascinato fuori dalla pensione dalla sua figlioccia alla ricerca di un nuovo misterioso tesoro dell’umanità. Diretto da James Mangold, con Harrison Ford, Phoebe-Waller-Bridge e Mads Mikkelsen, tutti e tre protagonisti del nuovo spot di 30 secondi mostrato al Super Bowl.

    SPOT

    FAST X (trailer + spot) – dal 18 maggio 

    Il decimo capitolo della saga automobilistica con più testosterone di Hollywood lancia Dom Toretto  (Vin Diesel) e i suoi in una vorticosa avventura intorno al mondo contro il villain Jason Momoa,  diretti da Louis Leterrier e affiancati da un cast all-star, che include Jason Statham, Brie Larson e John Cena. Il nuovo trailer è stato lanciato qualche giorno prima, mentre al Super Bowl è stato mostrato uno spot con scene inediti.

    TRAILER ORIGINALE

    TRAILER ITALIANO

    SPOT

    GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 3 (trailer) – dal 3 maggio

    L’attesissimo capitolo conclusivo della trilogia di James Gunn alla Marvel racconterà l’ultima grande avventura di questa sgangherata gang galattica con la consueta dose di azione e divertimento, con Chris Pratt, Zoe Saldana, Will Poulter e molti altri. Durante l’evento sono stati mostrati al pubblico social un nuovo trailer e poster.

    TRAILER

    SCREAM VI (spot) – dal 9 marzo

    La nuova generazione delle vittime di Ghostface guidate da Jenna Ortega festeggia Halloween a New York City, che cosa può andare storto? Come si vede nello spot pubblicato, di circa un minuto, per superare i continui attacchi dell’assassino si dovrà passare alle armi da fuoco.

    SPOT

    DUNGEONS & DRAGONS: L’ONORE DEI LADRI (spot) – dal 30 marzo

    L’adattamento cinematografico del popolare gioco di ruolo fantasy finalmente arriva sul grande schermo in un blockbuster con Chris Pine, Michelle Rodriguez e Regé-Jean Page. Uno spot di 30 secondi anticipa molta azione.

    SPOT 

    TRANSFORMERS: IL RISVEGLIO (spot) – dal 9 giugno (USA)

    Il settimo capitolo di Transformers cerca di rilanciare il franchise con un reboot ambientato negli anni ’90. Nello spot fa il suo debutto Mirage nei “panni” della leggendaria Porsche 911 Carrera RS 3.8.

    SPOT

    CREED III (spot) – dal 2 marzo

    Michael B. Jordan debutta alla regia per il terzo film dedicato al pugile Adonis Creed, allievo del leggendario Rocky Balboa, nonostante l’assenza di Sylvester Stallone dal cast. Nel nuovo spot il personaggio interpretato da Jonathan Majors giura vendetta nei confronti del protagonista.

    SPOT

    JOHN WICK 4 (spot) – dal 23 marzo

    L’indistruttibile John Wick cerca di sgominare la Gran Tavola che lo persegue per aver violato il codice nei capitoli precedenti. Regia di Chad Stahelski, con Keanu Reeves, Laurence Fishbourne, Ian McShane e la new entry, il villain Bill Skarsgård. Lo spot pubblicato su Twitter lancia la Wick Week.

    SPOT

    SUPER MARIO BROS. – IL FILM (spot) – dal 6 aprile

    L’amato personaggio nato dai giochi Nintendo riceve il suo primo adattamento animato con la voce di Chris Pratt. Durante l’evento sportivo la Universal ha lanciato un nuovo spot in stile vintage dell’attività idraulica famigliare di Mario e Luigi abbinato con il loro sito internet a tema.

    SITO INTERNET 

    SPOT

    SUPER BOWL 2023: GLI SPOT TV MIGLIORI DELLA SERATA

    PEPSI con Ben Stiller e Steve Martin

    DISNEY: lo spot che celebra i 100 anni

    HEINEKEN con Paul Rudd da Ant-Man 3

    GENERAL MOTORS: Will Ferrell invade le più famose produzioni Netflix

    T-MOBILE con Zach Braff e Donald Faison insieme a John Travolta

    BREAKING BAD: Walter White e Jesse tornano in azione nello spot del Super Bowl

    AVIATION GIN: Ryan Reynolds “improvvisa” uno spot per il suo gin

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