Category: Recensioni

  • Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Recensione: rosebush pruning – una satira poco riuscita

    Il nuovo film del regista Karim Aïnouz, presentato alla Berlinale e in anteprima al Mubi Fest, è liberamente ispirato aI pugni in tasca” di Bellocchio e vuole essere una satira delle famiglie americane di ceto elevato. Ma per quanto visivamente spettacolare, ha ben poco dello spessore psicologico del film del ’65. Tutta la sua forza si concentra in una grandiosità formale e coloristica che accompagna un avvicendarsi di situazioni familiari atipiche, fatte di eccessi e depravazione. Però, nonostante queste premesse, l’occasione di esplorare dinamiche familiari complesse non viene sfruttata, e ci si ferma ad un livello piuttosto superficiale

    Una ricca famiglia americana -i due genitori e quattro fratelli- si trasferisce in Spagna. Pochi anni dopo la madre (Pamela Anderson) scompare, apparentemente divorata dai lupi della zona. Il padre, non vedente, ha costante bisogno di aiuto da parte dei suoi figli. I fratelli sono tutti caratterizzati da perversioni e atteggiamenti morbosi gli uni nei confronti degli altri. Il maggiore, Jack (Jamie Bell), pur con le sue anomalie è il più sano tra i familiari. Jack ha una relazione con Martha (Elle Fanning), e dei suoi fratelli sembra il più avviato verso una vita “normale” al di fuori della casa. Ma le dinamiche interne al nucleo familiare sono così perverse e soffocanti che a Jack viene impedito di compiere qualsiasi passo serio all’interno del suo rapporto con Martha. È una situazione senza via d’uscita, o almeno una via d’uscita sana. Più che raccontare una storia, Rosebush Pruning dipinge un un ritratto di relazioni familiari soffocanti, sadiche, corrotte e malvage. Questa stasi può essere interrotta solo da una catena di violenza.

    De “I pugni in tasca” Aïnouz riprende solo alcuni dei ruoli svolti dai personaggi, pur reinterpretandoli molto liberamente. Ma la profondità dell’opera del regista italiano, che spesso si manifesta nei dialoghi e monologhi dei protagonisti in cui sentimenti, meccanismi sociali e moti interiori vengono scandagliati, viene completamente meno. Al suo posto, un susseguirsi di eccessi e aberrazioni che più che Bellocchio ricordano il Lanthimos di Dogtooth (e hanno forse qualcosa anche di Saltburn). Tutto il ritmo della narrazione si basa su un’alternanza di sospensione e attrito, oppressione e reazione. Le situazioni orribili che i protagonisti (volenti o nolenti) devono vivere portano all’innescarsi di ulteriori conseguenze ma non sono quasi mai lo spunto per una riflessione compiuta e consapevole su quanto stia avvenendo. Certo, la storia ci viene raccontata da Ed (Callum Turner), per cui da spettatori noi siamo al corrente dei suoi pensieri e delle sue impressioni, e lui è pienamente consapevole della problematicità della sua famiglia. Tuttavia questa consapevolezza rimane distaccata e a tratti ironica, probabilmente per volontà di veicolare un senso di distorsione della realtà, che tuttavia viene recepito come un tentativo non del tutto riuscito. 


    Gaia Fanelli

    Redattrice

  • recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    recensione: l’inconnue -L’assurdità dell’esistenza raccontata dal corpo fisico 

    L’Inconnue, terzo lungometraggio di Arthur Harari, è stato presentato in concorso al festival di Cannes e in anteprima al Mubi Fest a Napoli il 5 luglio. Si tratta della trasposizione cinematografica della graphic novel scritta da Harari stesso e da suo fratello Lucas, e l’uscita del film nelle sale francesi è prevista per il 26 agosto 2026. 

    L’inconnue è un film evanescente, una riflessione alienante sul concetto di identità, di anima e sul rapporto con il corpo; sul disagio di accettare caratteristiche fisiche che non si sentono proprie e sul significato di personalità. È interamente basato su due protagonisti principali (per quanto sia estremamente complesso individuare i personaggi coinvolti in un racconto simile): Eva (Léa Seydoux) e David Zimmerman (Niels Schneider, l’Alain di “Coupe de chance” di Woody Allen e protagonista di “Diamant Noir” dello stesso Harari).

    David Zimmerman è un fotografo introverso e dedito al suo lavoro, che una sera viene convinto da un’amica ad andare ad una festa. Qui incrocia lo sguardo di una donna sconosciuta (Léa Seydoux), con cui poco dopo ha un rapporto sessuale. A seguito di ciò,  l’anima, (l’identità? La mente?) di David passa nel corpo della donna, che si scoprirà in seguito chiamarsi Eva. Dopo l’atto, David (nel corpo di Eva) si addormenta, mentre Eva (nel corpo di David) si alza e va via. Seguono momenti di panico per David, completamente spaesato e ignaro di cosa stia succedendo e di come tornare “in sé”. Deve trovare Eva, solo così in qualche modo potranno scambiarsi di nuovo. Quando finalmente riesce a individuare il suo corpo David è felicissimo, ma sorge un altro problema: non è più Eva ad abitarlo. Chiunque fosse stato in lui aveva avuto un rapporto con un’altra giovane, Malia, che dunque ormai era in David. Una volta insieme David/Eva e Malia/David cercano di trovare una soluzione al loro problema raccogliendo informazioni su fenomeni simili e su altre persone che avessero avuto la stessa esperienza, ma a tratti sembrano arrendersi e cercare invece di stabilire familiarità con il loro nuovo aspetto fisico. 

    È facile pensare ad una correlazione non solo con l’esperienza trans del non riconoscere il corpo ma anche con il macrotema del corpo che cambia e la difficoltà dell’accettare le proprie evoluzioni, soprattutto da parte di ragazze molti giovani (come Malia nel corpo di David, che da che era una sedicenne si ritrova ad essere un uomo di quarant’anni). Tuttavia, nonostante si tratti di temi molto complessi, gli aspetti del racconto che li toccano sono raramente approfonditi. C’è una chiara scelta registica da parte di Harari di mantenere (soprattutto nella prima metà del film) un senso di vaghezza e quasi di incomunicabilità che a tratti ricorda il Lynch di Mulholland Drive e a tratti lo stile di Antonioni, ma, forse per paura o semplice incapacità, sono pochi i momenti in cui i protagonisti si confrontano per davvero con i loro nuovi corpi e con la prospettiva di -potenzialmente- viverci per sempre. 

    [Attenzione! Da qui in poi la recensione contiene spoiler] 

    Questi toni sospesi e surreali permangono per tutta la narrazione, fino ad una conclusione che propone un esito irrazionale fortemente radicato nella filosofia dell’assurdismo: non serve cercare una spiegazione a quanto avvenuto, la vita va semplicemente così, tanto vale accettare questa mancanza di senso. La conclusione de l’Inconnue è una riflessione sul concetto di personalità, e su cosa porti a formare un’identità. Un corpo svuotato può davvero esistere o c’è comunque qualcosa al suo interno? È questo che si intende con anima? Se un corpo senza anima è in grado di piangere è davvero vuoto? Un finale apparentemente sospeso nel nulla e senza un significato reale ma che lasciando lo spettatore così spiazzato a fronte di un epilogo “assurdo” porta a riflettere su questioni su cui non abbiamo una risposta e forse mai l’avremo. Allora forse, così come sembrano pensare anche i personaggi in diversi momenti, l’unica soluzione è accettare che le cose stiano così e andare avanti.


    gaia fanelli

    Redattrice

  • Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    È uscito in questi giorni La cronologia dell’acqua, il primo lungometraggio diretto da Kristen Stewart. È basato sull’omonima autobiografia della scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, qui interpretata magistralmente da Imogen Poots. Purtroppo questa performance e poco altro sono gli unici aspetti veramente riusciti del film. 

    Il materiale di partenza non era semplice da trasporre, poiché la giovinezza di Yuknavitch è stata segnata da esperienze profondamente traumatiche che hanno reso il suo percorso tutt’altro che lineare.

    Figlia di un padre violento e di una madre con problemi di dipendenza, da adolescente si rifugia nella passione per il nuoto, riuscendo a ottenere una borsa di studio che le permette di studiare e allenarsi in Texas, lontano da casa. Il film racconta il percorso che l’ha portata da giovanissima atleta a stravolgere la propria vita, e poi a ritrovare una strada nella scrittura. Lidia porta con sé le conseguenze della violenza subita nelle numerose relazioni che intraprende e convive con numerose abitudini autodistruttive; respinge e poi cerca sia le persone che ha intorno sia le opportunità di costruirsi una carriera, con la diffidenza di chi è abituata a doversi proteggere da sola. 

    Il titolo fa riferimento al fatto che l’ordine cronologico è l’unica struttura di riferimento che si può avere quando si cerca di raccontare il passato, soprattutto se traumatico: si tende a ricordare per episodi sconnessi, frammenti di conversazioni o sensazioni. Da questo punto di vista risulta quindi comprensibile l’utilizzo del montaggio che riproduce con estrema precisione questo meccanismo, e soprattutto nella prima ora il film riesce a tenere alta l’attenzione. Tuttavia l’autobiografia originale tocca tantissimi temi complessi e Kristen Stewart, che oltre a dirigere ha adattato la sceneggiatura, ha cercato di non escluderne nessuno: in un film che dura più di due ore, interamente costruito come un susseguirsi di episodi e immagini, questo ha finito per produrre un film che diventa progressivamente più sconclusionato nella narrazione e superficiale nel modo di trattare gli argomenti. Nella seconda metà del film infatti si ha l’impressione che non ci sia una visione di insieme del racconto e, non essendoci nemmeno spazio per approfondire nulla, si fa fatica a immedesimarsi e quindi a empatizzare con la protagonista. La ripetitività della voce fuori campo che legge dal diario di Lidia i commenti a quello che accade, purtroppo, peggiora il senso di noia crescente. 

    L’altro aspetto che colpisce da subito, questa volta in positivo, è sicuramente l’attenzione ai colori e a tutta la fotografia in generale: La cronologia dell’acqua può essere piacevole da guardare per questo, soprattutto per chi è fan di quell’estetica anni dieci del Duemila fatta di colori iper saturati, dettagli dei corpi in primo piano e set fotografici sui binari del treno. Nulla di tutto questo è eseguito in maniera particolarmente originale, ma non si possono negare la cura e la precisione tecnica. 

    Il corpo è il vero centro di tutto per Lidia,  l’unico filo rosso di tutta la sua storia. Questo viene ribadito sia dalla protagonista a parole, perché scrivere per lei è necessario a elaborare ciò che accade e ciò inevitabilmente ha significato scrivere del proprio corpo; sia dal modo in cui i corpi sono ripresi spesso in primo piano con estremo realismo. Non si sfocia mai nello splatter solamente perché Stewart è estremamente coerente con l’estetica che abbiamo descritto, ma nemmeno ci vengono risparmiati troppi dettagli. Se non avesse perso enfasi a causa della ripetitività, questo uso costante dell’immagine del corpo sempre in movimento, che sanguina spesso, sarebbe potuto essere molto efficace. 

    In generale ci sentiamo di dire che La cronologia dell’acqua è più vicino a un esercizio di stile che ad un racconto: è un film disordinato, pieno di immagini belle da guardare, ma che fatica ad avere effettivamente qualcosa da dire che possa catturare l’attenzione. Questo non nonostante lo spessore del libro da cui è tratto, ma proprio a causa del fatto che argomenti del genere risultano inaccessibili senza un lavoro consistente sulla scrittura, più che sull’immagine.


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    Nel 1976 Manuel Puig scrisse il romanzo Il bacio della donna ragno, che fu censurato o addirittura bandito in molte nazioni. Il destino del libro fu però ben diverso dai presupposti iniziali e nel 1985 dalle vicende descritte dall’autore fu tratto un film diretto da Hèctor Babenco, in cui William Hurt diede una grande prova di recitazione che gli costò un Oscar come migliore attore. Sette anni dopo a Londra debuttò anche un musical ideato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally

    Puig ha avuto il coraggio di trattare tematiche complesse in una situazione repressiva e lo ha fatto utilizzando dialoghi efficaci e ricorrendo al potere dell’immaginazione.

    Il successo dell’opera si è mantenuto nel tempo e oggi Bill Condon torna in sala con un lungometraggio omonimo, che prende spunto principalmente dalla produzione teatrale.

    Nell’Argentina del 1983 la dittatura militare imperversa e migliaia di persone vengono arrestate, torturate e uccise. Valentin Arregui (Diego Luna) è un prigioniero politico marxista che si ritrova in cella con Luis Molina (Tonatiuh), vetrinista accusato di aver compiuto atti osceni in luogo pubblico con un uomo. Quest’ultimo, per trascorre le giornate e fuggire con la mente dall’oppressione e dal pregiudizio, narra al compagno di sventure la trama del suo musical preferito e così la brutalità della quotidianità si attenua attraverso la fantasia. Tra i due nascerà un’amicizia che si trasformerà in un sentimento molto più intenso.

    Due film paralleli

    Come si può sfuggire alle barbarie di un posto cupo che sopprime la libertà degli esseri umani? In tale contesto esiste una sola arma salvifica: il cinema. Le sue facoltà taumaturgiche riescono a trasportare chi lo desidera in un mondo ideale in technicolor nel quale le tonalità vivide, le canzoni e i balletti rendono leggeri gli affanni del presente.

    Condon porta sullo schermo due storie parallele, quella dei dissimili ma al contempo affini detenuti e quella di Aurora (una Jennifer Lopez che rende egregiamente in tutte le performance), la protagonista della pellicola musicale.

    Le narrazioni procedono però incastrandosi alla perfezione e, seppure con premesse differenti, divengono una la metafora dell’altra. Non a caso i personaggi principali interpretano un ruolo sia nella realtà che nella finzione.

    Le differenze tra le due ambientazioni si avvertono nella regia, che utilizza ampi movimenti di macchina nella storia interpretata dalla Lopez e inquadrature piuttosto statiche nei luoghi angusti della prigione, e nella fotografia (curata da Tobias A. Schliesser), dai colori sgargianti da una parte e dai toni cupi e grigi dall’altra.

    I cambi di registro corrispondono anche alle personalità dei due reclusi: il sognatore che spera di ritrovarsi in un universo patinato in cui nessuno lo giudicherà e il razionale che analizza ogni dettaglio e fa fatica ad allontanarsi dal pensiero oggettivo.

    La vera rivoluzione

    Probabilmente questo racconto è stato rielaborato in tutte le salse proprio perché affronta dei temi attuali, quali l’identità di genere e la difficoltà ad accettarsi e a essere accettati da una società purtroppo ancora legata a costrutti desueti e retrivi. Molina vorrebbe solo chiudere gli occhi e diventare la star di cui ammira i vestiti, il trucco e, soprattutto, il privilegio di amare senza impedimenti.

    “Non ti piace sognare?” chiede appena arrivato davanti al suo letto a castello, il sogno infatti diviene qui un atto sovversivo che permette agli individui di evadere nel senso letterale del termine e di sentirsi finalmente se stessi.

    Anche se Valentin viene presentato come un ribelle che è insorto contro il sistema è Luis a realizzare una vera e propria rivoluzione, dimostrando audacia e rivelando una forte determinazione fino alla fine. D’altronde nei film da lui tanto apprezzati è l’amore a muovere gli animi e a condurre perfino i più insospettabili verso gesti inaspettati.


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    recensione how to make a killing – un vendicatore di classe

    Glen Powell e il suo multiverso

    In quest’epoca di crossover e spin-off, in cui basta distrarsi un attimo per trovarsi davanti a Paperino che fa a cazzotti con Batman, Glen Powell sta pian piano creandosi un piccolo multiverso personale.

    Fortunatamente non parliamo di poteri incredibili e mutazioni genetiche, anzi. Quando l’attore texano riesce ad accaparrarsi un ruolo da protagonista, il suo personaggio è quasi sempre quello dell’underdog, un uomo sfortunato che vive ai margini della società, ma che, per un motivo o per l’altro, si ritrova ad affrontare una situazione (apparentemente) al di sopra delle sue possibilità.

    Prendiamo Hit Man (2023): Powell interpreta Gary, un timido professore di filosofia con un divorzio alle spalle, che in poche scene finisce per diventare un finto killer in operazioni sotto copertura per la polizia. Non male come carriera.

    Due anni dopo è il turno di The Running Man, in cui troviamo Ben, un fiero (e stereotipato) lavoratore della classe operaia, costretto a partecipare ad un gioco mortale per salvare la figlia malata. In questo caso dobbiamo perdonare Wright per il cliché e fare il tifo per il nostro eroe che lotta per la famiglia e per il popolo.

    Considerando anche questo suo ultimo lavoro, sembra che Powell abbia tutte le possibilità di diventare la nuova icona di un tipo di cinema che, un tempo, qualcuno avrebbe definito “da cassetta”. Il termine può sembrare denigratorio, ma in realtà descrive perfettamente il genere di film che si colloca tra il banale blockbuster e il film più “impegnato”, magari riuscendo ad accontentare il pubblico di entrambi i generi. Cosa non da poco.

    Il secondo film è sempre il più difficile

    Così arriviamo al film di John Patton Ford, che dopo un convincente esordio nel 2022 con Emily the Criminal action-crime al femminile con protagonista un’ottima Aubrey Plaza – scrive e dirige un film che, pur non prendendosi troppo sul serio, funziona.

    Diciamo la verità, il merito per la sceneggiatura di How to Make a Killing non può essere attribuito al regista statunitense, dato che è quasi la copia esatta di Kind Hearts and Coronets (Sangue blu in Italia), film del 1949 di Robert Hamer, a sua volta tratto da un romanzo.

    Piccola curiosità: il romanzo di Roy Horniman da cui il film inglese ha preso ispirazione, si intitola Israel Rank: The Autobiography of a Criminal. La storia è quella di un giovane per metà ebreo, che si ritrova emarginato dalla ricca famiglia per questioni razziali e che per questo motivo decide di vendicarsi. A causa della sensibilità all’argomento che si respirava nel secondo dopoguerra, la casa di produzione britannica scelse di modificare la discendenza del protagonista, il quale da metà ebreo divenne per metà italiano. Sembra che nessuno si sia lamentato.

    Nel film di Ford qualsiasi riferimento razziale viene lasciato da parte e il movente del protagonista è basato unicamente sulla differenza sociale e la vendetta.

    Becket (Glen Powell) viene cresciuto da sua madre, Mary, ripudiata dalla famiglia a causa della gravidanza precoce da cui poi sarebbe nato lui. Il ragazzo cresce sentendo parlare delle immense ricchezze dei Redfellow, di cui lui è l’ultimo dei discendenti. Durante l’infanzia conosce anche Julia, con cui, da adulto, intreccerà una relazione pericolosa.

    Quando Mary si ammala gravemente, chiede come ultimo desiderio di essere seppellita nella cappella di famiglia, desiderio che gli viene negato. Così Becket, spinto dal sentimento di vendetta, decide di impossessarsi del patrimonio dei Redfellow a tutti i costi.

    La femme fatale e il boss finale

    È difficile parlare di How to Make a Killing senza considerare il primo adattamento. Chi li ha visti entrambi sa quanto questo film sia debitore dell’originale.

    Ci sono però delle differenze che non passano inosservate, tra tutte la più evidente è sicuramente quella legata all’utilizzo degli attori non protagonisti.

    Nel film del 1949, oltre a Joan Greenwood nei panni di Sibella (Julia), c’è la straordinaria performance di Alec Guinness (Obi-Wan Kenobi nella trilogia originale di Star Wars), capace di interpretare tutti gli otto membri della famiglia aristocratica, ruolo femminile incluso.

    Nel suo remake invece, Ford si trova a dirigere due co-protagonisti di generazioni differenti, anche se entrambi con un curriculum di tutto rispetto.

    Julia è Margaret Qualley, in rampa di lancio dopo The Substance e gli ultimi film (in Blue Moon brilla), in cui ha dimostrato di sapersi adattare a contesti e ruoli anche molto diversi tra loro.

    Qua è chiamata a rappresentare la quota noir del film, interpretando una femme fatale senza scrupoli e con un piano ben preciso in mente: sposare un marito facoltoso.

    Qualley è bravissima a prendersi la scena nelle poche sequenze in cui è presente, sia fisicamente (Ford insiste sui polpacci come Tarantino insiste sui piedi) che psicologicamente, dando vita ad un personaggio affascinante e detestabile allo stesso tempo.

    Lo schema del film sembra quasi ripercorrere quello del più classico dei videogiochi, dove i primi livelli sono facili, mentre man mano che ti avvicini alla fine gli avversari si fanno più forti e temibili. Ecco, se dovessimo paragonare questo film ad un videogioco, Ed Harris nel ruolo del capofamiglia sarebbe il perfetto boss finale.

    Il regista americano capisce la responsabilità che comporta avere nel cast un attore di questa importanza e adatta la sceneggiatura originale per dargli il giusto spazio e il giusto peso, in una delle poche sequenze davvero inedite del film.

    L’altra grande differenza rispetto a Kind Hearts and Coronets, è l’assenza di quel black humor tipicamente inglese che domina nel film di Robert Hamer e che in questo remake si perde quasi completamente a causa della differente ambientazione e del pubblico a cui è destinato.

    How to Make a Killing non è esente da difetti, ad esempio l’attualizzazione del contesto è tirata per i capelli, con telecamere e smartphone presenti solo quando funzionali all’avanzamento della trama. Ma non stiamo parlando di un film a cui ha senso fare le pulci, i dettagli sono trattati dal regista con consapevole superficialità.

    Forse Ford ha avuto solo paura di uscire leggermente dai binari di una trama quasi perfetta, cosa che avrebbe reso la trasposizione ai giorni nostri più convincente. Allo stesso tempo gli va dato il merito di aver mantenuto un finale amaro (o agrodolce se vogliamo essere esatti), cosa per nulla scontata per un prodotto di questo tipo.

    D’altronde, come avverte Becket all’inizio del film, questa è una tragedia e le tragedie non hanno finali felici.


  • recensione hangar rojo – il fuori fuoco dell’orrore

    recensione hangar rojo – il fuori fuoco dell’orrore

    L’11 settembre 1973 a Santiago Cile, il Palacio de La Moneda viene bombardato dall’esercito Cileno comandato da Augusto Pinochet (1915-2006), sostenuto dagli Stati Uniti di Richard Nixon e di Henry Kissinger. Cade il governo democraticamente eletto di Salvador Allende (1908-1973), che si suiciderà durante il colpo di stato militare. Nel mentre, il capitano ed ex-paracadutista, Jorge Silva (Nicolás Zárate), riceve un ordine: deve trasformare l’hangar dell’Accademia Aeronautica in un centro di detenzione e tortura dei sostenitori di Allende e di tutti i socialisti legati al Movimento d’Azione Popolare Unitario (MAPU). Questo luogo verrà soprannominato dal generale Jahn (Marcial Tagle) “Hangar Rojo”. 

    Un thriller politico latinoamericano che racconta la dittatura che governò il Cile per quasi vent’anni.  Ispirato a fatti realmente accaduti e tratto dal libro Disparen a la bandada dello scrittore cileno Fernando Villagrán, il film del regista cileno Juan Pablo Sallato racconta con immagini in bianco e nero le prime ventiquattr’ore dalla caduta del governo di Allende. Il cinema cileno ha già sentito l’urgenza di portare sullo schermo gli avvenimenti di questo periodo: Missing (1982) di Costa-Gavras; l’adattamento cinematografico del romanzo di Isabel Allende, The House of the Spirits (1993) di Bille August; il documentario di Nanni Moretti, Santiago, Italia (2018); gran parte della filmografia di Pablo Larrain con Tony Manero (2008), Post Mortem (2010), No (2012), El Conde (2023). Ora è il turno di Hangar Rojo (2026), presentato quest’anno nella sezione Perspectives della 76ª Berlinale e ora in anteprima italiana al 22° Biografilm. Sallato decide di immortalare questa storia vera, raccontandola come se fosse un film di genere nel quale la tensione è costantemente palpabile. Il bianco e nero, che conferisce all’opera una dimensione documentaria e la lega al passato, esalta anche la qualità perturbante e quasi orrorifica della storia, risaltandone i toni cupi e macabri, come se fosse un film dell’orrore.

    La macchina da presa impone un insistente regime di osservazione e controllo, ottenuto tramite movimenti di macchina a mano e piani ravvicinati su ogni singolo personaggio, in particolar modo sul protagonista, Jorge Silva. Il suo corpo spigoloso e magro, oppresso dai dubbi su cosa sia giusto fare, in bilico tra moralità ed educazione militare, viene assediato dalla camera, provocando un senso di claustrofobia e costante soffocamento. I suoi incubi sono una sua soggettiva di se stesso che precipita nel vuoto, ricordando i tempi da paracadutista. Questo precipitare riflette la sua situazione corroborata da scelte drastiche e rischiose che hanno portato ad un vuoto interiore dal quale non può scappare. 

    La macchina da presa si aggira per l’Hangar rojo senza mostrare direttamente le torture o le violenze perpetrate alle persone imprigionate. L’orrore non si vede ma si sente o è accennato da elementi come stanze sporche, strumenti di tortura, comportamenti degli stessi soldati aguzzini e artefici di tali violenze. Questo fuori campo evidenzia la contrapposizione ciò che viene documentato ed è noto e ciò che è oscuro nella storia. Il regista rappresenta il non visibile non solo escludendo lo sguardo ma rendendo l’immagine sfocata, fuori fuoco. Si tratta di una scelta stilistica che dimostra la potenza delle immagini e degli indizi interni ad esse, quelli che Roland Barthes nel suo libro sulla fotografia, La Camera Chiara (1980), definisce come Punctum: “Il punctum di una fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce)”. Lo sfocato è un’imperfezione che accentua l’idea di una ripresa fatta di nascosto, movimentata. La macchina a mano enfatizza la dimensione soggettiva dello sguardo di chi osserva la violenza. È come se lo spettatore seguisse Jorge Silva e fosse lì con lui, condividendo un forte senso di resistenza e opposizione all’incubo che era la realtà di quel luogo e di quel periodo storico.


    Matteo Masi

  • recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    recensione Soap Fever – Un oscuro oggetto del desiderio chiamato Beautiful

    Può un prodotto audiovisivo salvare e sostenere una comunità o per lo meno avere un impatto sociale rilevante sulla popolazione di un’intera nazione?
    La regista finlandese Inka Achté, con il suo documentario Soap Fever (2026), risponde a questo interrogativo. Il lungometraggio, presentato in anteprima mondiale al 28°Thessaloniki International Documentary Festival e ora in anteprima italiana e in concorso internazionale al 22°Biografilm, segue Boys Who Like Girls (2018) e Golden Land (Kultainen maa, 2026), opere che si concentravano su individui alla ricerca di una loro identità all’interno di una comunità. In questo suo ultimo film, Achté racconta il suo paese natio, la Finlandia, attraversato da un vero e proprio fenomeno collettivo capace di unire le persone e di offrire loro una via di fuga dalla realtà: la soap opera americana The Bold and the Beautiful (1987-2012), creata da William J. Bell e Lee Phillip Bell, meglio conosciuta in italia con il semplice nome di Beautiful.


    cultura e desiderio

    Dopo la caduta dell’URSS, la Finlandia attraversa una profonda recessione che segna gran parte degli anni Novanta. La crisi provoca un forte aumento della disoccupazione, coinvolgendo quasi un milione di persone. Beautiful, un po’ come il manifesto pubblicitario della Coca-Cola che si palesa dalla finestra della stanza di ospedale di una Berlino post-crollo del muro in Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003) approda nelle case dei finlandesi.

    È proprio l’immaginario televisivo spesso osservato con sufficienza o ironia da registi del calibro di David Lynch, che in Twin Peaks (1990-1991) parodia la serialità melodrammatica con la fittizia Invitation to Love, a fornire una risposta alternativa alla crisi.

    Soap Fever rifiuta una prospettiva autoriale elitaria e sceglie di prendere sul serio l’impatto culturale di un prodotto generalmente considerato minore. Riflette su un concetto espresso da Slavoj Žižek nel saggio Trash Sublime (2013): la “cultura trash” o la cultura popolare incarnano l’oggetto del desiderio nascosto e irraggiungibile.

    Fotogramma di Invitation to Love (Twin Peaks, David Lynch, 1990-91)


    mitologia plurale

    Beautiful promuove un’immagine idealizzata di prosperità, benessere e stabilità che contrasta con la realtà finlandese del periodo. Vedere questo tipo di prodotto permette di sognare e di identificarsi in figure percepite come modelli di successo: tutti vogliono essere Ridge Forrester (Ronn Moss) e Brooke Logan (Katherine Kelly Lang). Proprio per questo, sono i fan di Beautiful, rintracciati tramite forum, ad essere i veri protagonisti del documentario. La regista permette loro di accedere ai set ricostruiti della serie, per immergersi ancora una volta in quel mondo trasognato degli anni Novanta, e mette al centro la loro quotidianità e la loro esperienza di visione, narrata tramite filmati di repertorio riproposti nella cornice di uno schermo televisivo. Achté crea un diario metatestuale della collettività, utilizzando foto, video, ritagli di giornale e cartoline che compongono un vero e proprio collage visivo

    Il diario solitamente è qualcosa di strettamente personale, legato al singolo, ma questo tipo di serialità televisiva ha unito la maggior parte dei finlandesi nel momento del bisogno e Soap Fever non può che essere un’opera plurale.

    Per quanto possa apparire come una forma di evasione alienante, figlia del consumismo promosso da una televisione commerciale e patinata, la soap offriva una prospettiva di speranza in un contesto in cui lo Stato sembrava incapace di gestire la recessione. In un’epoca in cui i media e le piattaforme favoriscono il binge watching e il consumo compulsivo dei contenuti senza affezione, Soap Fever restituisce valore ad una serie che era riuscita a migliorare le vite di alcuni, con un calore quasi familiare.

    Matteo Masi

  • Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    La meraviglia è un sentimento che percepiamo nel momento in cui osserviamo un fenomeno fuori dall’ordinario. Per quanto la fantascienza sia apprezzata solo dagli amanti del genere è evidente che le opere di questa categoria siano inclini a suscitare quella incredulità data da eventi non comuni, da situazioni che nella quotidianità sarebbero impossibili. 

    È innegabile che Steven Spielberg sia un maestro nel plasmare l’immagine cinematografica, trasformandola in stupore. La sua passione per gli alieni ci ha trasportati in realtà fantastiche in diverse occasioni, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., fino a La guerra dei mondi. Oggi ci riporta in sala con Disclosure Day, che, nonostante alcune evidenti criticità, affronta il tema provando a interrogarsi sul concetto di umanità.

    L’attesa della rivelazione

    Se scoprissimo che esistono altre forme di vita nell’universo vorremmo farlo sapere o preferiremmo privare tutti della verità per scongiurare le inevitabili conseguenze?

    Su questo quesito si sviluppa la trama del film, marcando un confine molto (forse troppo) netto tra buoni e cattivi. 

    In uno scenario in cui la terza guerra mondiale è alle porte, un’organizzazione segreta, presieduta dallo spietato Noah (Colin Firth), possiede dei file contenenti le prove dell’esistenza degli extraterrestri. L’ex membro Hugo (Colman Domingo) assolda il genio dell’informatica Daniel (Josh O’Connor) per rubare e divulgare le informazioni dell’archivio. Intanto Margaret (Emily Blunt), una meteorologa del Kansas, si trova coinvolta nella missione dopo aver involontariamente parlato una lingua ignota durante una diretta televisiva. 

    L’atmosfera tensiva, favorita dalle musiche del fedelissimo John Williams, si avverte sin dalle prime sequenze e ci induce a tifare per la fazione positiva e a sperare che il compito venga portato a termine. Un alone di azione e di mistero avvolge l’intera vicenda, anche se lo scopo da raggiungere è la rivelazione. Lo spettatore è infatti onnisciente, deve solo attendere che anche il resto del pianeta acquisisca le sue conoscenze. Sebbene la sceneggiatura (scritta da David Koepp e basata su un soggetto dello stesso Spielberg) risulti piuttosto stratificata, il racconto scorre abbastanza fluidamente. Qualche espediente appare semplicistico, ma l’intrattenimento è assicurato e lo sguardo resta incollato allo schermo per due ore e mezza. 

    La riscoperta dell’empatia

    “Non avere paura di ciò che non conosci” è il mantra sul quale si fonda la storia. Un invito ad abbracciare le diversità, ad abbattere le barriere linguistiche, a entrare nelle menti altrui per comprendere e sanare le paure e le preoccupazioni che le attanagliano.

    Gli alieni vogliono capirci, poiché il fulcro dell’evoluzione è per loro l’empatia, sconosciuta ormai alla nostra società. 

    Gli abitanti della Terra non sono più umani nell’accezione spirituale della parola e per poter andare avanti hanno bisogno di essere visti e accettati malgrado le loro fragilità.

    Margaret sostiene di riuscire a “scivolare” dentro le persone e la sua abilità assume tratti divini agli occhi di chi la incontra, proprio perché nessuno è più interessato a scavare in profondità. Il rapporto con Dio è preponderante nella narrazione e in un’ottica disfattista è più facile credere in un creatore che riporre la propria fiducia negli uomini.  Interessante è il simbolismo legato al crocifisso, visto come elemento di resistenza alle torture degli antagonisti. Ed è proprio Noah in un dialogo con la ex suora Jane (Eve Hewson) a paragonarsi a Santa Chiara, evidenziando una presunzione insita negli individui.  

    In un certo senso il regista americano chiede anche a noi di compiere (ancora una volta) un atto di fede: dobbiamo ritenere vera ogni situazione che si paleserà. Così la cameretta di una bambina con la carta da parati piena di farfalle sarà il punto di partenza verso l’incanto e noi insieme a lei torneremo a casa ammaliati da un cinema in cui l’impossibile diviene sempre possibile.


    Maria Cagnazzo, Redattrice

  • RECENSIONE BACKROOMS – IL TERRORE NEGLI SPAZI

    RECENSIONE BACKROOMS – IL TERRORE NEGLI SPAZI

    Immaginate di trovarvi davanti un uomo vissuto nel sedicesimo secolo, curioso di sapere quali cosa nuove ha inventato l’umanità dopo la sua morte. Supponiamo che scegliate di descrivergli un computer, uno degli oggetti che vediamo di più nel ventunesimo secolo, e che l’uomo misterioso, matita alla mano, decida di provare a disegnarlo, tanto per farsi un’idea. Molto probabilmente ciò che vedrete sarà un’immagine bizzarra, magari distorta, forse vagamente somigliante al pc che vi portate a lavoro ogni giorno, ma mai perfettamente accurata. Un po’ come i primi video generati dall’intelligenza artificiale in cui il volto del povero Will Smith sembrava fondersi con la forchetta e gli spaghetti che cercava di mangiare.

    È questo il pilastro alla base di Backrooms, la fortunata web serie creata da Kane Parsons (Kane Pixels su YouTube) in cui il terrore più puro sta in quegli spazi a metà, spazi di confine che sembrano familiari ma che non lo sono mai davvero; c’è sempre qualcosa fuori posto, un elemento che non dovrebbe trovarsi lì, che genera una sensazione di disagio. A distanza di quattro anni dall’uscita del primo video della serie, Kane Pixels si è spostato dal canale YouTube alla macchina da presa, dirigendo con A24 il suo primo lungometraggio, che già si prevede essere uno degli horror più di successo di quest’anno.

    La psicologa e l’architetto

    Dal Capitano Clark un buon affare è sempre dietro l’angolo: divani, comodini, armadi, cucine, camere da letto, tutto quello che puoi desiderare per la tua casa a prezzi stracciati. Eppure è raro che qualcuno varchi la porta a vetri per dare un’occhiata a quei vecchi mobili. Clark (Chiwetel Ejiofor) non sembra neanche più il simpatico pirata delle pubblicità: è sommerso dai debiti, la sua ex moglie l’ha cacciato di casa e come se ciò non bastasse i continui sbalzi di elettricità nel suo negozio hanno alzato vertiginosamente le bollette. Persino la sua terapista Mary (Renate Reinsve) ha serie difficoltà ad aiutarlo, e Clark è abbastanza stufo di sentirla parlare di “nuovi percorsi” o di “aprire la finestra interiore”, qualsiasi cosa voglia dire. Ma ecco che, durante una notte particolarmente lunga su uno dei letti che cerca di vendere, Clark vede aprirsi quella nuova finestra, sebbene non come ci aspetteremmo.

    Basta un riflesso di luce e oltre il muro del seminterrato Clark scopre un intero mondo mai visto prima: continue serie di stanze dalle pareti gialle nauseanti, sembrano cubicoli di un ufficio ma sono pieni di oggetti strani, mobili e sedie dalle forme assurde, segnali di STOP con le lettere al contrario, porte che danno su corridoi infiniti e botole nel pavimento che conducono a scalinata sospese nel vuoto. In confronto, Relatività di Escher sembra quasi lavoretti di disegno alle scuole elementari. Alla vista di una cosa del genere forse avremmo tutti fatto dietro front per tornare alla vita di sempre, ma Clark, che avrebbe tanto voluto continuare a lavorare come architetto, è troppo curioso: vuole sapere quanto è vasto quel labirinto, vuole provare a mapparlo, ma soprattutto vuole scoprire da dove vengono quegli strani suoni alle sue spalle.

    L’horror di atmosfera

    Backrooms non ha una trama intricata, ma non ne ha neanche bisogno: l’aspetto più potente su cui può fare affidamento è l’atmosfera che riesce a costruire, affiancando scenografia e musiche in modo da generare nello spettatore una progressiva inquietudine man mano che il buon Clark si spinge a fondo in quel labirinto dai muri giallognoli e dalla moquette sporca. Il terrore sta nel dubbio, nel non sapere dove condurrà o che forma assurda avrà la prossima stanza, cosa o chi ci sarà dentro: quale prospettiva sarebbe più terrificante, scoprire che c’è davvero qualcuno (o qualcosa) nascosto dietro l’angolo oppure rendersi conto che non c’è mai stato e mai ci sarà assolutamente niente se non uno spazio vuoto?

    È proprio questo il punto di forza del film: Kane Parsons dirige un horror psicologico in cui dominano le immagini, le scenografie diventano sempre più angoscianti e gli spazi si trovano al limite tra luoghi familiari (come l’ufficio di un impiegato, il corridoio del multisala di paese o un salotto qualunque) e luoghi surreali, dove le sedie possono avere tre gambe, gli armadi sembrano sprofondare nel pavimento, e dove strane figure umanoidi cercano di sfuggire allo sguardo. L’orrore è nell’atmosfera, i jumpscare sono molto pochi e un lavoro importante è fatto dalle musiche, anche queste distorte e angoscianti, forse un po’ familiari ma mai del tutto. I legami con la web serie ci sono, facilmente individuabili dai fan, ma ciò non significa che non sia possibile godersi Backrooms anche senza aver spulciato il canale Kane Pixels: si perdono, magari, i riferimenti al panorama dell’analog horror contemporaneo, ma si riesce comunque a comprendere il film e a divertirsi.

    Un giovanissimo regista

    Kane Parsons ha appena vent’anni e ha iniziato nel 2022 a pubblicare i primi video sulle “stanze sul retro”, un misto di live action e animazione in 3D, che oggi sono divenuti icone del filone analog horror su internet. Quello delle backrooms è un vero e proprio fenomeno culturale, nato da una leggenda urbana e divenuto una serie da milioni di visualizzazioni, che ha investito anche l’estetica dei videogiochi indipendenti. La fiducia di A24 nel progetto ha permesso a Parsons di avere a disposizione un set da quasi tremila metri quadri, un vero labirinto in cui, come dichiarato da alcuni membri del cast durante le riprese, non era affatto difficile perdere l’orientamento. Con accanto attori di tutto rispetto, in grado di portare a casa performance ottime, non era facile lavorare come regista al primo lungometraggio per la sala; infatti, si può dire che la regia non è sempre sicurissima, a volte si percepisce che dietro la macchina da presa c’è una mano con poca esperienza, ma ciò non vuol dire che Parsons non sia in grado di migliorare. Il potenziale c’è, le scelte interessanti anche, tanto che negli ultimi anni ci si chiede se sia questo il futuro dell’horror contemporaneo, giovani filmaker pieni di idee a cui bisogna solo dare quel po’ di fiducia in più.

    Sia chiaro, Backrooms non è un film privo di difetti: la criticità più grande sta nella gestione dei tempi e del ritmo di narrazione. Se abbiamo una prima parte che fa da introduzione ai protagonisti Clark e Mary, entrambi dal passato nebuloso e sulla carta piuttosto complessi, dal momento in cui parte l’esplorazione delle “stanze sul retro”, l’azione si fa un po’ troppo frettolosa, togliendo tempo e spazio a un approfondimento dei personaggi che forse era doveroso. Al di là di questo problema, però, abbiamo davanti un horror psicologico ben fatto, che mantiene una buona tensione ed è in grado di incuriosire lo spettatore, anche quello che conosce già i lavori di Kane Pixels.

    Si prevede che Backrooms possa superare i quaranta milioni di dollari al box office nei primi giorni d’uscita nelle sale: se così fosse, Kane Parsons diventerebbe il più giovane regista nella storia con un film al primo posto al botteghino durante il weekend d’apertura. La conferma di questa previsione potrà darcela solo il tempo, ma noi per ora vi consigliamo assolutamente di vedere Backrooms in sala, per godere al meglio della scenografia, del suono e delle performance attoriali. E occhio a non perdervi nei corridoi del cinema mentre andate alla ricerca del bagno.

    Renata Capanna

  • Recensione: amarga navidad – nella mente di un autore

    Recensione: amarga navidad – nella mente di un autore

    L’arte, per quanto nasca dalla fantasia e dall’estro, resta sempre figlia di un evento reale, plasmato dal suo creatore, che lo modella per realizzare un prodotto inventato. Ma quanto si può attingere dalla vita vera senza ripercussioni? Proprio su questo tema si interroga Amarga Navidad di Pedro Almódovar, presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes.

    Il racconto nel racconto

    I titoli di testa fanno la loro comparsa sullo sfondo di Studio Window, il quadro di Asher Liftin che raffigura una finestra. La dichiarazione di intenti è tangibile: sbirceremo attraverso uno o più vetri, da osservatori semi-onniscienti, ma comunque distanti.

    Due vicende si svilupperanno parallelamente, delineando il confine sottile tra la verità e la messa in scena. Raúl (Leonardo Sbaraglia) è un autore acclamato dalla critica che sta ultimando una nuova sceneggiatura prendendo spunto dal mondo che lo circonda. Il suo film racconterà di Elsa (Bárbara Lennie), regista in crisi che nel Natale del 2004 sta elaborando un lutto dedicandosi alla scrittura. Realtà e finzione si inseguono in un gioco di alternanze nel quale lo spettatore potrà assistere sia al processo creativo che al frutto della creazione. 

    Se in Dolor y gloria il cineasta spagnolo parlava di se stesso da un punto di vista intimo, qui ci accompagna direttamente nell’universo delle sue idee, lasciandoci curiosare tra i file del suo computer mentre le parole scorrono, vengono cancellate, ridigitate e corrette.

    Proprio come in di Fellini, la sensazione di smarrimento dello sceneggiatore costituisce l’idea stessa di narrazione. I diversi piani si intersecano con armonia, muovendosi tra il melodramma e la commedia.

    La riflessione sul cinema si palesa di continuo: emblematica è la sequenza in cui le pellicole di culto sono ironicamente indicate come opere ignorate dal grande pubblico e lodate da pochi invasati. 

    I personaggi tra ribellione e nostalgia

    Attraverso una fotografia dai colori accesi ed eleganti (curata da Pau Esteve Birba) si tracciano i contorni delle donne e degli uomini vicini a Elsa e Raúl. 

    Il rischio dell’autofiction purtroppo è che i personaggi prendano il sopravvento e rifiutino le decisioni degli scrittori. Così gli amici dei protagonisti mettono in atto una ribellione pirandelliana, non accettando i loro ruoli e temendo un epilogo troppo amaro. Il finale però si impone da solo e può rivelarsi una sorpresa anche per chi lo costruisce.

    Affinché una storia possa funzionare è necessario ispirarsi all’esperienza e così i tipi umani descritti divengono materiale da utilizzare proprio grazie a quelle fragilità che vorrebbero nascondere.

    Almódovar medita sulle sue scelte, esplora esistenze tormentate e indugia sulla nostalgia.

    In un momento particolarmente toccante Amaia Romero canta “Las cosas simples las debora el tiempo”, le cose semplici le divora il tempo e dunque bisogna trattenerle su un foglio prima che scompaiano.

    Maria Cagnazzo

    Redattrice