Recensione: amarga navidad – nella mente di un autore

L’arte, per quanto nasca dalla fantasia e dall’estro, resta sempre figlia di un evento reale, plasmato dal suo creatore, che lo modella per realizzare un prodotto inventato. Ma quanto si può attingere dalla vita vera senza ripercussioni? Proprio su questo tema si interroga Amarga Navidad di Pedro Almódovar, presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes.

Il racconto nel racconto

I titoli di testa fanno la loro comparsa sullo sfondo di Studio Window, il quadro di Asher Liftin che raffigura una finestra. La dichiarazione di intenti è tangibile: sbirceremo attraverso uno o più vetri, da osservatori semi-onniscienti, ma comunque distanti.

Due vicende si svilupperanno parallelamente, delineando il confine sottile tra la verità e la messa in scena. Raúl (Leonardo Sbaraglia) è un autore acclamato dalla critica che sta ultimando una nuova sceneggiatura prendendo spunto dal mondo che lo circonda. Il suo film racconterà di Elsa (Bárbara Lennie), regista in crisi che nel Natale del 2004 sta elaborando un lutto dedicandosi alla scrittura. Realtà e finzione si inseguono in un gioco di alternanze nel quale lo spettatore potrà assistere sia al processo creativo che al frutto della creazione. 

Se in Dolor y gloria il cineasta spagnolo parlava di se stesso da un punto di vista intimo, qui ci accompagna direttamente nell’universo delle sue idee, lasciandoci curiosare tra i file del suo computer mentre le parole scorrono, vengono cancellate, ridigitate e corrette.

Proprio come in di Fellini, la sensazione di smarrimento dello sceneggiatore costituisce l’idea stessa di narrazione. I diversi piani si intersecano con armonia, muovendosi tra il melodramma e la commedia.

La riflessione sul cinema si palesa di continuo: emblematica è la sequenza in cui le pellicole di culto sono ironicamente indicate come opere ignorate dal grande pubblico e lodate da pochi invasati. 

I personaggi tra ribellione e nostalgia

Attraverso una fotografia dai colori accesi ed eleganti (curata da Pau Esteve Birba) si tracciano i contorni delle donne e degli uomini vicini a Elsa e Raúl. 

Il rischio dell’autofiction purtroppo è che i personaggi prendano il sopravvento e rifiutino le decisioni degli scrittori. Così gli amici dei protagonisti mettono in atto una ribellione pirandelliana, non accettando i loro ruoli e temendo un epilogo troppo amaro. Il finale però si impone da solo e può rivelarsi una sorpresa anche per chi lo costruisce.

Affinché una storia possa funzionare è necessario ispirarsi all’esperienza e così i tipi umani descritti divengono materiale da utilizzare proprio grazie a quelle fragilità che vorrebbero nascondere.

Almódovar medita sulle sue scelte, esplora esistenze tormentate e indugia sulla nostalgia.

In un momento particolarmente toccante Amaia Romero canta “Las cosas simples las debora el tiempo”, le cose semplici le divora il tempo e dunque bisogna trattenerle su un foglio prima che scompaiano.

Maria Cagnazzo

Redattrice

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