recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

Nel 1976 Manuel Puig scrisse il romanzo Il bacio della donna ragno, che fu censurato o addirittura bandito in molte nazioni. Il destino del libro fu però ben diverso dai presupposti iniziali e nel 1985 dalle vicende descritte dall’autore fu tratto un film diretto da Hèctor Babenco, in cui William Hurt diede una grande prova di recitazione che gli costò un Oscar come migliore attore. Sette anni dopo a Londra debuttò anche un musical ideato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally

Puig ha avuto il coraggio di trattare tematiche complesse in una situazione repressiva e lo ha fatto utilizzando dialoghi efficaci e ricorrendo al potere dell’immaginazione.

Il successo dell’opera si è mantenuto nel tempo e oggi Bill Condon torna in sala con un lungometraggio omonimo, che prende spunto principalmente dalla produzione teatrale.

Nell’Argentina del 1983 la dittatura militare imperversa e migliaia di persone vengono arrestate, torturate e uccise. Valentin Arregui (Diego Luna) è un prigioniero politico marxista che si ritrova in cella con Luis Molina (Tonatiuh), vetrinista accusato di aver compiuto atti osceni in luogo pubblico con un uomo. Quest’ultimo, per trascorre le giornate e fuggire con la mente dall’oppressione e dal pregiudizio, narra al compagno di sventure la trama del suo musical preferito e così la brutalità della quotidianità si attenua attraverso la fantasia. Tra i due nascerà un’amicizia che si trasformerà in un sentimento molto più intenso.

Due film paralleli

Come si può sfuggire alle barbarie di un posto cupo che sopprime la libertà degli esseri umani? In tale contesto esiste una sola arma salvifica: il cinema. Le sue facoltà taumaturgiche riescono a trasportare chi lo desidera in un mondo ideale in technicolor nel quale le tonalità vivide, le canzoni e i balletti rendono leggeri gli affanni del presente.

Condon porta sullo schermo due storie parallele, quella dei dissimili ma al contempo affini detenuti e quella di Aurora (una Jennifer Lopez che rende egregiamente in tutte le performance), la protagonista della pellicola musicale.

Le narrazioni procedono però incastrandosi alla perfezione e, seppure con premesse differenti, divengono una la metafora dell’altra. Non a caso i personaggi principali interpretano un ruolo sia nella realtà che nella finzione.

Le differenze tra le due ambientazioni si avvertono nella regia, che utilizza ampi movimenti di macchina nella storia interpretata dalla Lopez e inquadrature piuttosto statiche nei luoghi angusti della prigione, e nella fotografia (curata da Tobias A. Schliesser), dai colori sgargianti da una parte e dai toni cupi e grigi dall’altra.

I cambi di registro corrispondono anche alle personalità dei due reclusi: il sognatore che spera di ritrovarsi in un universo patinato in cui nessuno lo giudicherà e il razionale che analizza ogni dettaglio e fa fatica ad allontanarsi dal pensiero oggettivo.

La vera rivoluzione

Probabilmente questo racconto è stato rielaborato in tutte le salse proprio perché affronta dei temi attuali, quali l’identità di genere e la difficoltà ad accettarsi e a essere accettati da una società purtroppo ancora legata a costrutti desueti e retrivi. Molina vorrebbe solo chiudere gli occhi e diventare la star di cui ammira i vestiti, il trucco e, soprattutto, il privilegio di amare senza impedimenti.

“Non ti piace sognare?” chiede appena arrivato davanti al suo letto a castello, il sogno infatti diviene qui un atto sovversivo che permette agli individui di evadere nel senso letterale del termine e di sentirsi finalmente se stessi.

Anche se Valentin viene presentato come un ribelle che è insorto contro il sistema è Luis a realizzare una vera e propria rivoluzione, dimostrando audacia e rivelando una forte determinazione fino alla fine. D’altronde nei film da lui tanto apprezzati è l’amore a muovere gli animi e a condurre perfino i più insospettabili verso gesti inaspettati.


Maria Cagnazzo

Redattrice

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