Category: Recensioni

  • RECENSIONE SCREAM (2022) – UN RITORNO METACINEMATOGRAFICO

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    A dieci anni di distanza dal quarto capitolo della saga (ed ultima opera che vide Wes Craven dietro la macchina da presa prima della sua dipartita nel 2015) e dopo una parentesi seriale di tre stagioni, Ghostface torna sul grande schermo. Riportare in sala un personaggio ed una saga così cult nasconde sempre numerose insidie dettate dalle alte aspettative dei fan e dall’inevitabile confronto con i primi capitoli. La sfida più grande risultava, però, in ambito registico e di sceneggiatura, in quanto entrambi questi aspetti erano stati curati in precedenza da Craven stesso. Trovare, dunque, degni sostituti in grado di equiparare la sua genialità di scrittura e la sua bravura registica era tutt’altro che semplice. Partendo da un soggetto di Kevin Williamson e dello stesso Craven, questo nuovo capitolo della saga presenta una sceneggiatura curata da James Vanderbilt e Guy Busick, mentre la regia è, questa volta, nelle mani del duo Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, conosciuti ai più per la regia di Finché morte non ci separi del 2019. Saranno stati in grado di tenere il passo con il cineasta statunitense scomparso nel 2015?

    “E A NOI FAN CHI CI PENSA?”

    Una frase che spesso viene ripetuta, quasi come un mantra, da orde di fan delle saghe più disparate che, ritrovandosi davanti ad un nuovo capito che non ha rispettato le aspettative, si scagliano inferociti contro produttori e registi. Questo Scream parte proprio da questo concetto: i fan conosceranno Squartati (o Stab nella versione originale), ovvero il film che racconta Scream dentro Scream, con il quale già Craven gestiva, in maniera acuta, un interessantissimo messaggio metacinematografico nel secondo e poi anche nel terzo capitolo del franchise. Arrivati nel 2022, Squartati ha ormai perso il suo appeal e la major che ne detiene i diritti lancia una campagna reboot, affidando la regia a “quello di Cena con delitto” e adattando la saga ai canoni odierni di horror, togliendo l’anima cruenta e splatter del prodotto e sostituendola con paure più psicologiche e con basi filosofiche (nello stile di The VVitch come fa intendere il film stesso). A qualche fan accanito dell’originale, però, questa decisione non piace e decide di girare dal vivo il proprio sequel di Squartati, creando un “requel”, ovvero un mix di reboot e sequel, in linea con la maggior parte dei revival delle saghe -horror e non- degli ultimi anni, ma sempre rispettando la materia originale.

    Da una base, quindi, estremamente metacinematografica, gli sceneggiatori riescono a costruire uno dei migliori (se non il migliore) sequel possibile. Introducendo personaggi nuovi, il film introduce lo spettatore alla new wave, alla Generazione Z che apprezza un horror diverso, più sofisticato e che si pavoneggia con aria di superiorità di fronte ai cultori del genere, ma che si ritrova qui ad affrontare il fantasma del passato, finendo per mostrarci dei ragazzi uguali, se non addirittura più stupidi, dei personaggi originali. Come ogni requel che si rispetti, però, la sceneggiatura riesce a far tornare anche alcuni dei personaggi originali a cui i fan sono tanto affezionati, facendolo in maniera intelligente e oculata, senza scadere negli ormai classici cliché dei revival degli ultimi anni.

    PASSATO E PRESENTE

    L’elemento migliore di questa pellicola è sicuramente l’elevato citazionismo, sia verso altri film o franchise sia verso la saga stessa. Se già negli originali le citazioni agli altri slasher abbondavano (tra tutte basti pensare a Billy Loomis, cognome condiviso con l’iconico dottore e psichiatra di Michael Myers nella saga di Halloween), anche qui si trovano numerose citazioni sia nella scrittura, con le protagoniste Sam e Tara Carpenter (sempre tornando ad Halloween) o il giovane Wes Hicks (palese rimando al regista della saga), ma soprattutto nella regia che, seppur non arrivando alle vette di Craven, riesce ad intrattenere e a costruire correttamente la tensione giocando spesso con gli stereotipi ed i cliché sia della saga sia degli altri film del genere (con una delicatissima ma geniale reference alla scena della doccia del capolavoro di Alfred Hitchcock Psycho).

    Le prove attoriali sono complessivamente su un buon livello, su cui spiccano su tutte Courtney Cox e David Arquette, che imbandiscono la scena dell’incontro dopo anni in maniera estremamente emozionante, mentre tra le new entry spicca il Richie Kirsch di Jack Quaid, già ottimo nella serie Amazon The Boys e che qui mette in mostra tutta la sua bravura.

    Volendo guardare il pelo nell’uovo, qualche difetto nella pellicola si può riscontrare. Oltre alla già citata regia non a livello dei precedenti capitoli, che comunque si dimostra tutt’altro che pessima, tra i contro della pellicola si annovera una presentazione di alcuni nuovi personaggi forse un po’ abbozzato e poco approfondito, aspetto che non permette di empatizzare al massimo con loro. Si può anche citare una particolare scelta narrativa che riguarda in prima persona la protagonista Sam e che, se può da un lato piacere a molti, ad alcuni spettatori potrebbe far storcere il naso.

    CONCLUSIONI

    Il duo Gillet/Bertinelli-Olpin riesce ad imbastire una regia che, assieme ad una sceneggiatura basata su un soggetto dello stesso Craven, porta sullo schermo il sequel che tutti i fan speravano di ottenere. Pregno di metacinema, questo film riconosce gli elementi che hanno reso importante Scream e li riadatta in una nuova ed interessante chiave, senza però dimenticarsi dell’elemento più splatter e cruento fulcro di questi prodotti. Tra nuovi personaggi e vecchie conoscenze, Scream torna e lo fa nel modo giusto.

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  • RECENSIONE KING RICHARD – UNA FAMIGLIA VINCENTE

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    Fresco della vittoria del Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico, il 13 gennaio è arrivato sui grandi schermi italiani King Richard – Una famiglia vincente, biopic sportivo diretto da Reinaldo Marcus Green.

    Will Smith, premiato con il sopracitato premio, interpreta Richard Williams, padre di famiglia dalle origini umili che nella vita non ha che un unico obiettivo: fare delle sue due figlie le più grandi tenniste di sempre. 

    Il film, basato sulla vera storia di Venus e Serena Williams, le sorelle d’oro del tennis statunitense e mondiale, racconta gli inizi delle loro carriere, concentrandosi in particolare su quella di Venus. La decisione atipica è però quella di non scegliere come vere protagoniste le due sportive (che figurano tra i produttori esecutivi del film), ma di incentrare invece la narrazione sul punto di vista di Richard, padre, allenatore e primo sostenitore delle due, e sulla sua determinazione nel perseguimento del suo piano.

    PASSIONE O PIANO PRESTABILITO?

    “If you fail to plan, you plan to fail”

    “Se non hai un piano, pianifichi il tuo fallimento”

    Questa è la massima con cui le cinque figlie della famiglia Williams vengono cresciute. E non è solo un motto, quanto più una vera e propria scelta di vita: è infatti Richard stesso a raccontare con orgoglio che – ancor prima che Venus e Serena nascessero – aveva già pronto un vero e proprio piano di azione per la vita delle figlie: un programma scritto nero su bianco di oltre 70 pagine, realizzato al fine di pianificare la scalata delle sorelle ai vertici del tennis mondiale. Tutta la vita della famiglia Williams ruota attorno a questo piano: gli allenamenti giornalieri, la determinata ricerca del coach perfetto (qui interpretato da Tony Goldwyn), gli spostamenti, i traslochi. Tutti sono determinati a vedere il successo delle due sorelle, quasi come se fosse il successo dell’intera famiglia, o meglio dell’intera squadra.

    E in effetti, quella che per Venus e Serena è l’unica passione conosciuta in tutta la vita, per Richard può essere vista come una forma di riscatto. Un riscatto dalle sue origini umili, da una vita di fatiche e sacrifici a cui non vuole che le figlie debbano andare incontro, un modo per allontanarle dalla strada e dalla sua violenza.

    La retorica del riscatto e della realizzazione dei genitori tramite i figli è però almeno in parte smorzata dall’atteggiamento genuino di Richard e della moglie Brandy (Aunjanue Ellis), la cui prima preoccupazione resta quella di tenere le loro ragazze lontane dai rischi a cui può portare una fama raggiunta troppo precocemente. Ciò che vediamo sullo schermo non è quindi una famiglia disfunzionale alla I, Tonya, nè tanto meno un rapporto di ossessione con la perfezione de Il cigno nero.

    Determinazione e costante ma affettuosa protezione parentale sono in questo caso in equilibrio precario e quasi si scontrano nel momento in cui Richard si rende conto che, se il piano è il suo, la vita è comunque quella di Venus e Serena, e che a un certo punto, nonostante i suoi timori, saranno loro a prendere le redini

    UN DOPPIO RISCATTO E IL RISCHIO DELLA RETORICA

    “This next step you’re about to take, you’re are not gonna be just representing you, you’re gonna be representing every little black girl on earth”

    “Il prossimo passo che stai per fare, non rappresenterà solo te, rappresenterà ogni ragazzina nera sulla faccia della terra” 

    Componente forte ma mai troppo invadente è quella del razzismo e dell’integrazione nell’America degli anni ‘90, mostrata sullo sfondo della vicenda con scene da telegiornale più attuali che mai. Proprio in questo contesto, Venus e Serena sono le prime donne afroamericane a farsi strada in uno sport elitario e costoso come quello del tennis. Questo, insieme alle origini modeste della famiglia Williams, non passa inosservato, e genera spesso occhiate, finto buonismo e tensione, sovente a doppio senso. Non si tratta quindi solo di un riscatto familiare, ma di un riscatto dal respiro decisamente più ampio. Questa tematica, cara al regista e già trattata nel suo precedente film Monsters and Men (2018), riesce qui a scampare il trattamento retorico che troppo spesso le viene riservato, ma al contrario risulta forse inserita in maniera fin troppo superficiale, con brevi scene che a volte stonano nel complesso della sceneggiatura. 

    Viceversa, a risultare stancante è invece il classico leitmotiv delle pellicole a tema sport/competizione: la retorica del “Se vuoi puoi”, usata e abusata negli Stati Uniti (e non solo nel cinema) ancora prima del noto “Yes, we can”, accompagna la visione del film dall’inizio alla fine e rende una storia (anche se vera) forse un po’ scontata

    In conclusione, al di là della trama e della messa in scena (comunque molto buona ed efficace), King Richard è un film che ci lascia sicuramente con una curiosità, visto soprattutto l’avvicinarsi delle tanto attese nomination agli Oscar: riuscirà il nostro “Fresh Prince” Will Smith – con questa interpretazione senz’altro ottima ma non memorabile – ad essere finalmente incoronato King con quella statuetta che gli è già sfuggita due volte?

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  • RECENSIONE THE TRAGEDY OF MACBETH – IL SEGNO DI SHAKESPEARE

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    Macbeth non è solo una delle tragedie più note di William Shakespeare, ma anche una di quelle che meglio sopravvivono al passaggio su schermo: Orson Welles e Roman Polanski hanno diretto i due adattamenti più noti e celebrati, e in epoca recente anche Justin Kurtzel ha saputo rendere giustizia al sanguinoso dramma. Con degli adattamenti così rinomati (di cui uno particolarmente recente), ci voleva la mano di un regista/sceneggiatore unico come Joel Coen per dare uno sguardo innovativo all’opera del Bardo. Il primo film da “solista” di Joel Coen, per la prima volta senza il fratello Ethan: un adattamento shakespeariano con una mano di vernice della A24, casa di produzione e distribuzione che ha fatto dei film dalla raffinatissima ricerca stilistica il proprio marchio di fabbrica. Una combinazione esplosiva ed eccentrica, una scommessa cinematografica che, visto l’eccezionale risultato, si può considerare vinta.

    IL BARDO SECONDO JOEL COEN (E SECONDO A24)

    Qui siamo dalle parti opposte rispetto all’adattamento omerico libero di Fratello, dove sei?: la storia subisce dei cambiamenti appena percepibili e i dialoghi ripescano quelli di Shakespeare in maniera filologica. L’aderenza di Joel Coen al testo non è tuttavia esclusivamente formale, perché il regista è stato comunque in grado di far suo un testo intriso di riflessioni sul caso, sul Male insito nell’uomo e nella società, sull’insensatezza della vita. D’altronde parliamo sempre del regista di Fargo e di Non è un paese per vecchi: e infatti, anche in questo caso, il maggiore dei fratelli Coen riesce a insinuare nella pellicola i suoi consueti sprazzi di humour nerissimo. Oltre all’intelligenza con cui riflette sul testo shakespeariano, l’adattamento di Joel Coen è notevole anche e soprattutto per la scelta di filtrarne immaginario e ambientazioni con una lente marcatamente teatrale. Le scenografie di Stefan Dechant mescolano ambienti vistosamente artificiali (l’accampamento di Macbeth così come le rovine su un crocicchio sembrano uscite dal precedente ’adattamento di Orson Welles) ad altri ridotti all’osso, essenziali nell’incastro di arredamento spoglio in un’architettura geometrica assolutamente non realistica, che suggerisce l’ambiente e non si preoccupa minimamente della verosimiglianza storica. L’idea non è quella di ricostruire un basso medioevo realistico, ma di restare il più possibile fedele allo spirito della tragedia Shakespeariana e a darle un abito nuovo e al tempo stesso antico.

    La colonna sonora di Carter Burwell è a sua volta ridotta all’osso come tutto il resto: proprio come in Non è un paese per vecchi è quasi assente, ed è costituita da rade pennellate che sottolineano i violenti stati d’animo dei personaggi. Ciò su cui invece non si lesina sono le interpretazioni dei protagonisti. Denzel Washington e Frances McDormand (anche produttrice) sono semplicemente mostruosi nel catturare le più sottili emozioni dei personaggi e nel calcare la scena.

    TUTTO IL MONDO È UN PALCOSCENICO (IN BIANCO E NERO)

    Così, spogliato dalla fitta rete dei rimandi di Shakespeare alla sua situazione storica (gli spettatori suoi contemporanei riconoscevano nella discendenza di Banquo la legittimità del proprio re Giacomo I), la tragedia di Macbeth è qui astorica, immersa nel bianco lattiginoso della nebbia scozzese o persa nella geometria affilata del palazzo di Macbeth, e i personaggi sono isolati, lasciati a sé stessi ad affrontare la propria psiche afflitta dalle conseguenze dei propri gesti. Se in Amleto la tragedia è in divenire, scandita dall indecisione paralizzante del suo protagonista, in Macbeth è tutto già avvenuto, e ai protagonisti, intrappolati nelle incomprensibili reti del destino, non resta che raccogliere i frutti del Male da loro stessi seminati. Una contraddizione esistenziale su cui l’adattamento di Joel Coen costruisce un’intera rete di simbologie, richiami simbolici e analogie cinefile, dal più ovvio Bergman (la strega che indossa il mantello sul campo di battaglia non può non ricordare la Morte de Il Settimo Sigillo) al Dreyer de La Passione di Giovanna d’Arco, tutti ripresi nello splendido bianco e nero di Bruno Delbonnel.

    UNA STORIA PIENA DI STREPITO E FURIA

    Macbeth di Joel Coen è quindi un adattamento nel senso migliore del termine, nonché uno dei migliori adattamenti cinematografici Shakespeariani a oggi. Un adattamento allo stesso tempo personale e universale, che non snatura il testo pur adattandolo alla sensibilità estetica e cinefila contemporanea.

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  • RECENSIONE AMERICA LATINA – UN CINEMA PERSONALE

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    Dopo il grande successo di Favolacce c’era indubbiamente grande interesse attorno alla nuova opera dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, intitolata America Latina e presentata alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questo thriller, ambientato a Latina e retto sulle spalle da un bravo Elio Germano, narra la storia di Massimo Sisti, un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e alla propria serietà professionale. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato, in cui incontra l’assurdo.

    Il titolo del film, “come un bellissimo Frankenstein, unisce l’America – che da quando siamo fanciulli rappresenta il sogno, quello che immaginiamo – e Latina, quella terra bonificata che è il nostro contatto reale. America Latina è lo sposalizio tra reale e sogno”, spiegano i registi. 

    L’ALIENAZIONE DELL’UOMO DI PROVINCIA

    La pellicola si apre con una sequenza di immagini della provincia di Latina, alla cui desolazione viene contrapposta la silenziosa e raffinata villa di Massimo, che sin dall’inizio viene dipinto come un padre di famiglia perfetto, capace di piangere per la bellezza delle note suonate da sua figlia al pianoforte, amico generoso e il datore di lavoro che tutti vorrebbero avere. Ed è dopo i primi 5 minuti di film che avviene il colpo di scena su cui viene costruito l’intero film. Da qui in avanti la vita di Massimo viene pian piano stravolta in una discesa verso l’inferno, un viaggio sia fisico che mentale, pervaso da una tensione costante e messo in scena dai registi con una spirale di eventi caratterizzati da un’impronta grottesca sempre più marcata fino alla risoluzione finale. 

    La trasformazione di Massimo, scaturita dalla sua psiche completamente distrutta, viene messa in scena sul piano mentale grazie a un uso sapiente delle luci e dell’ambientazione, partendo dalla luminosità  delle location iniziali e virando verso luci al neon rosse e verdi e scene in notturna, a sottolineare il buio della ragione, con scelte estetiche indubbiamente derivative dal cinema di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Il colpo di scena iniziale è realizzato in maniera impattante e ricorda a tratti la prima comparsa del mostro di Martyrs, il piccolo gioiello del cinema horror contemporaneo diretto da Pascal Laugier. Il tono grottesco viene pienamente giustificato dal filtro che Massimo applica alla realtà provinciale che lo circonda, dove paranoia, insicurezze ed egoismo vengono amplificati dall’assunzione di alcol e farmaci. A livello fisico i registi sono bravi a lavorare sul corpo di Elio Germano, ridotto col passare dei minuti a uno stato larvale, con movimenti e pose fisiche tipici di un infante in un corpo da adulto.

    IL DUALISMO TRA SOGNO E REALTA’

    L’intera pellicola è costruita sul concetto di dualismo, di confronto con se stessi e con gli altri, il tutto sottolineato da numerose inquadrature costruite sulle immagini riflesse da vetri, specchi o dall’acqua di una piscina. Durante il film ci sono continui parallelismi tra vita perfetta e mostruosità, ricchezza e povertà, lo scontro tra padre e figlio e i personaggi interagiscono quasi sempre a coppie e mai in maniera collettiva, anche quando più persone condividono la stessa inquadratura. Alla bellezza della silenziosa villa di Massimo vengono contrapposte le immagini della provincia di Latina, spoglia e arida come i personaggi di questa pellicola, personaggi profondamente soli e alienati, il tutto accompagnato dalle musiche dei Verdena che a tratti ricordano alcuni temi composti da Angelo Badalamenti per David Lynch.

    Sulla scia di quanto realizzato in Favolacce, anche in quest’opera i registi, insieme al direttore della fotografia Paolo Carnera, danno sfoggio di tutte le loro capacità registiche, con inquadrature ardite, piani sequenza caratterizzati da movimenti di macchina elaborati e transizioni tra campi lunghi e primi piani. Questa regia estremamente invadente e potente, tuttavia, non è supportata dalla storia raccontata: la narrazione, infatti, è scarnificata fino all’eccesso e non risulta essere altrettanto efficace. La risoluzione finale, inoltre, manca di coraggio, andando a fornire tutte le risposte, come se i registi non si fidassero delle capacità deduttive dello spettatore ed eliminando quell’ambiguità di fondo che era stata la forza del film fino a quel momento e che, in precedenza, aveva contribuito alla riuscita  di Favolacce.

    Se il risultato complessivo non può che risultare parzialmente derivativo, bisogna tuttavia riconoscere che i fratelli D’Innocenzo siano gli unici in Italia a portare avanti un certo tipo di cinema, coerente a livello sia visivo sia narrativo: sono dunque davvero definibili come due autori. A conti fatti America Latina risulta essere una buona pellicola: un ulteriore tassello nella crescita artistica dei gemelli, di cui aspettiamo con interesse il prossimo film, in cui ci auguriamo siano in grado di affiancare alla sontuosa messa in scena una sceneggiatura di pari livello.

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  • RECENSIONE THE TENDER BAR – AUTOBIOGRAFIA MADE IN USA

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    Basato sul romanzo autobiografico Il bar delle grandi speranze, del giornalista premio pulitzer John Joseph Moeringer, The Tender Bar è l’ultimo film da regista di George Clooney. Dopo il fantascientifico The Midnight Sky, l’attore e regista torna a esplorare un terreno a lui familiare: l’affresco di un lato non così conosciuto dell’american way of life.

    Affresco che si sviluppa come un classico racconto di formazione, quella di J.R. (Daniel Ranieri da bambino, Tye Sheridan da ragazzo), abbandonato dal padre disc jockey che sente solo alla radio e cresciuto dalla madre (Lily Rabe) nella casa del burbero nonno, tra una miriade di cugini. Tra le figure che si avvicendano nella sua crescita spicca lo zio Charlie (Ben Affleck), proprietario di un bar frequentato da varia umanità: colto lettore, voce di una saggezza popolare da strada, semplice e acuta allo stesso tempo, che mastica verità sulla vita e le insegna al nipote e a tutti i personaggi che frequentano il suo bar. Grazie allo zio, J.R. scopre l’amore per la lettura e l’aspirazione a diventare uno scrittore, cerca di venire a capo del suo primo amore ma soprattutto impara come si diventa un uomo.

     

    ELEGIA AMERICANA

    George Clooney ha già dimostrato di saper essere un regista di grande intelligenza: film come Confessioni di una mente pericolosa, Good night, and good luck e Idi di Marzo (ma anche il poco riuscito Suburbicon) sono film rappresentativi di una precisa poetica (e una precisa visione politica) che mette al centro la vita e la cultura USA. Nei suoi quadri di vita statunitense, George Clooney predilige o le figure eroiche, che rappresentano un ideale umano, oppure, al contrario, figure meschine che ne descrivono il rovesciamento. La storia di J.R. vorrebbe essere il racconto dell’avverarsi di un sogno americano, attraverso vicissitudini personali e abbagli di realizzazioni impossibili e fasulle.

    Racconto sostenuto principalmente dalle interpretazioni di Tye Sheridan e, soprattutto, di un Ben Affleckraramente così spontaneo e credibile nel ruolo, cuore del film e principale pregio di una pellicola altrimenti piuttosto superficiale e blanda.

    UN RACCONTO DI FORMAZIONE AL SACCAROSIO

    Il ritratto che esce della provincia statunitense è, infatti, di ben scarso interesse rispetto alle intenzioni dei suoi autori. Le figure sullo sfondo del bar delle grandi speranze sono solo questo: figure, troppo generiche per essere veri personaggi a tutto tondo. Nonostante questo il problema non sta tanto nella regia di George Clooney -capace ma altalenante: alcuni interessanti campi lunghi e dei movimenti di macchina che vorrebbero ricordare Scorsese compensano solo in parte una regia perlopiù piatta-, o nell’atmosfera suffusa di nostalgia, o nella sceneggiatura di William Monahan (The Departed, Le Crociate); il problema sembra stare proprio alla base, a una storia priva di reale mordente, e senza un autentico aggancio emotivo a parte accenni sentimentali ed efficaci momenti di analisi psicologica e sociale. Chi scrive non ha letto il romanzo di John Joseph Moeringer, per cui non si vuole ascrivere demeriti del film alla sua origine letteraria: è vero che spesso non conta cosa si racconta ma il come; tuttavia, la storia così com’è non appare meritevole di essere raccontata. In conclusione, The Tender Bar non è un brutto film, ma sotto la sua estetica sentimentale e le interpretazioni principali c’è poco.

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  • RECENSIONE UN EROE DI ASGHAR FARHADI – LA VERITÀ SMARRITA

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    Con Un eroe, vincitore presso il Festival di Cannes 2021 del Grand Prix ex aequo con Scompartimento n. 6 di Juho Kuosmanen, Asghar Farhadi torna a girare un film in Iran, dopo la trasferta spagnola di Tutti lo sanno (2018). Tra i cinque registi nella storia ad aver vinto più di un Oscar al miglior film straniero – gli altri, per dare un’idea, sono Federico Fellini, Vittorio De Sica, Ingmar Bergman e Akira Kurosawa –, Farhadi è uno dei maggiori cineasti contemporanei e ha riportato alla ribalta internazionale il cinema iraniano, affermandosi come il suo autore di punta a fianco dei dissidenti Jafar Panahi e Mohsen Makhmalbaf e dell’ormai defunto maestro Abbas Kiarostami

    Un eroe racconta la storia di Rahim, un giovane uomo che si trova in carcere a causa di un debito mai saldato. Durante alcuni giorni di permesso, la sua compagna Farkhondeh rinviene una borsa piena di monete d’oro e gli propone di utilizzarle per ripagare il suo creditore e uscire dal carcere. Dopo qualche esitazione, tuttavia, Rahim decide di riconsegnare il denaro al legittimo proprietario e il suo gesto lo rende un eroe agli occhi della comunità locale che, tuttavia, comincia presto a nutrire dei sospetti su di lui. 

    Come spesso accade nel cinema di Farhadi, ciò che dà il via alla vicenda è un evento apparentemente insignificante. Il regista-sceneggiatore, tuttavia, ha la straordinaria capacità di costruire attorno a questo avvenimento (in questo caso la scelta di Rahim di restituire le monete d’oro) una trama di estrema complessità, fatta di sfaccettate relazioni umane e conflitti irrisolti e misteriosi che, a poco a poco, fanno crescere a dismisura le implicazioni di qualsiasi decisione presa o azione compiuta dai personaggi. In Un eroe, infatti, quella che si presenta come una lineare sequenza di eventi viene complicata da una serie infinita di fraintendimenti, mezze verità e vere e proprie bugie. Nessun personaggio, in realtà, pare davvero intenzionato a mentire e a confondere le acque, ma in qualche modo finisce per essere costretto a farlo a causa delle pressioni sociali che riceve. È come se i protagonisti del film fossero una serie di birilli posti in fila: Farhadi, tramite il MacGuffin delle monete d’oro, si limita a dare l’impulso per minare la stabilità del primo e, a poco a poco, tutti quanti finiscono per cadere invischiati in un reticolo inestricabile in cui la verità dei fatti pare smarrita e impossibile da ricostruire. Non ci sono buoni e cattivi nel cinema di Farhadi – ognuno nel film agisce in buona fede e ha le proprie ragioni –, ma solo personaggi di disarmante umanità che, influenzandosi a vicenda, finiscono per essere al contempo vittime e responsabili delle azioni che compromettono le proprie esistenze e per questo, temendo di perdere il controllo sul proprio mondo, si rifugiano nell’egoismo

    Tutto questo dà vita a un magistrale thriller di parola che incolla alla poltrona raccontando una vicenda che parte semplice e finisce intricatissima, senza che né lo spettatore né i personaggi riescano a spiegare come si sia giunti fino a quel punto. È merito di una sceneggiatura che, mai schematica o didascalica, racconta con impressionante finezza tutta la complessità dei rapporti umani in una società – quella iraniana – in cui gli uomini vivono ancora a stretto contatto gli uni con gli altri (in questo senso si spiega la scelta di Farhadi di ambientare il film non nella moderna Teheran, bensì nella più provinciale Shiraz) e tentano di aiutarsi a vicenda, pur finendo inevitabilmente per dover combattere ciascuno la propria personale battaglia per la sopravvivenza e la reputazione, anche a scapito degli altri e sempre tenendo in considerazione le rigide norme che regolano la vita nel regime degli ayatollah. Il regista-sceneggiatore, inoltre, rende ancor più complesso e affascinante il quadro arricchendolo con un interessante discorso sulla pervasività dei social media che, ormai diffusissimi anche nel paese mediorientale, finiscono per inquinare ulteriormente la trasparenza delle relazioni. 

    Un eroe è un film di sconfitti, in cui ogni personaggio si batte, a modo proprio, per la giustizia e la verità, ma a prevalere è il caos derivato dalla collisione di interessi divergenti. A fare le spese di tutto ciò, come spesso accade nel cinema di Farhadi, sono i bambini che, testimoni e vittime impotenti, assistono alla rovina delle proprie famiglie, mosse da buone intenzioni ma fatalmente devastate dal rovinoso concatenarsi degli eventi e dalle proprie responsabilità. E il vero eroismo di Rahim sta proprio nella dignità con cui, in definitiva, risparmia al piccolo figlio balbuziente Siavash l’umiliazione indicibile di essere anch’egli coinvolto nelle contese degli adulti e accetta il proprio destino con il sorriso sulle labbra. 

    Interpretato da uno splendido cast guidato da un grande Amir Jadidi, bravissimo nell’esprimere con il proprio volto tutta la speranza dell’inizio e la disillusione della fine, Un eroe è un grande film sulla contemporaneità che, se forse non raggiunge gli strazianti picchi emotivi di About Elly e Una separazione, conferma l’eccezionale talento di Farhadi che, con il suo cinema complesso e stratificato e la sua macchina da presa implacabile nell’indagare i chiaroscuri dei suoi personaggi e delle sue storie, racconta l’impossibilità di vivere e agire da giusti in una società in cui la verità non esiste più.

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  • RECENSIONE THE KING’S MAN – LE ORIGINI – UN PREQUEL COERENTE E INTELLIGENTE

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    Nel 2014, il cinetico mix d’azione e commedia – tratto dalla miniserie a fumetti The Secret Service (2012-2013) -, dallo humour british e con personaggi volutamente cartooneschi e caricaturali, aveva fatto ottenere a Matthew Vaughn e il suo Kingsman – the secret service un sorprendente exploit d’incassi (412,4 milioni di dollari a fronte di un budget di “soli” 94).

    La critica aveva apprezzato molto il progetto, premiando soprattutto la rielaborazione quasi fumettistica dei film di spionaggio (James Bond su tutti), la sua forma e la sua ironia fortemente e orgogliosamente di stampo britannico, oltre che alla regia dinamica, capace di dar vita a un action-comedy dal ritmo forsennato e dai toni dissacranti

    Senza l’effetto novità, seppur godibile, il seguito Kingsman – Il cerchio d’oro (2017) appariva più come una copia carbone del primo capitolo, portando il lato comico all’estremo, addirittura con un ruolo di non poca importanza assegnato a Elton John. La critica non aveva reagito unanimemente entusiasta come per il film del 2014.

    Ad ogni modo, Vaughn non è di certo uno sprovveduto: come rinnovare e dare nuova linfa vitale alla saga, senza un terzo capitolo che apparisse pedissequamente e pedantemente simile ai primi due? La risposta potete comodamente trovarla nel prequel The King’s Man – Le origini!

    Orlando Oxford (Ralph Fiennes) assiste all’attentato di Sarajevo, nella stessa carrozza dell’arciduca austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia.

    Non ci troviamo più nell’elegante e raffinata Inghilterra di ventunesimo secolo, ma siamo ora catapultati durante la Prima Guerra Mondiale per conoscere il vero fondatore (e primo “Arthur”) del progetto Kingsman – Orlando Oxford (Ralph Fiennes) – ex agente convinto sostenitore degli ideali pacifisti e rimasto vedovo dopo l’ultima guerra boera. Oxford, ora nobile gentiluomo, cresce il figlio Conrad (Harris Dickinson) con i medesimi principi, tanto da convincerlo ad arruolarsi con la Croce Rossa al fronte contro l’esercito tedesco. Tuttavia, dopo aver assistito in prima persona all’attentato di Sarajevo, Orlando scopre il coinvolgimento di Gavrilo Princip in un complotto internazionale atto a far scontrare i tre imperi: russo, tedesco e britannico. Un certo “Pastore” guida il gruppo, aiutato da vari agenti tra cui il mistico consigliere dello zar Nicola di Russia, Grigórij Raspútin (Rhys Ifans). Oxford, grazie ai suoi due fidati collaboratori, Shola e Polly, mette in piedi una fitta rete di spionaggio col fine di aiutare Re Giorgio V nel conflitto, trovandosi costretto a infrangere i suoi ideali di non belligeranza.

    Non più un sequel, non uno spin-off, ma un prequel: il regista inventa le origini dell’organizzazione di spionaggio – nata dalle sapienti mani di Dave Gibbons e Mark Millar – affidandosi a un’ucronia: a chiunque torna in mente il capolavoro Bastardi senza gloria (dotato di molti più guizzi e originalità immaginifica, che Vaughn neanche pretende di raggiungere), perché proprio come operato da Tarantino ormai tredici anni fa, The King’s Man riscrive la Storia, o meglio, pensa come si sarebbe potuta sviluppare se determinati avvenimenti avessero preso pieghe differenti.

    Il Raspútin di un irriconoscibile Rhys Ifans, rielabora i suoi miti della taumaturgia e della sua sorprendente resistenza alla morte.

    DULCE ET DECORUM EST PRO PATRIA MORI

    La rielaborazione storica non perde un briciolo della vena comica e della forma prettamente british dei primi capitoli; fattore evidenziato anche dalla scelta del cast, nuovamente composto da attori prevalentemente britannici (o europei: Ralph Fiennes, Harris Dickinson, Aaron Taylor-Johnson, Daniel Brühl).

    Coerenza e intelligenza sono alla base del progetto di Matthew Vaughn: il film ci proietta non solo alle radici della Kingsman, ma anche a quelle dei gentleman che la caratterizzano. Indirettamente, la pellicola ragiona anche sulla figura societaria emblema del Regno Unito e della sua filmografia (sono passati solo due anni da The Gentlemen di Guy Ritchie): cosa significava essere gentiluomini nell’Inghilterra di inizio ‘900? E’ il personaggio di Fiennes a dirci che “Gentleman” era sinonimo di “morte certa” , una morte per la patria dolce e onorevole, seguendo il detto oraziano persino citato esplicitamente. Interessante notare come la tipica ironia inglese stia già nella citazione appena evidenziata, l’opposto del messaggio guerrafondaio che potrebbe suggerire, essendo ridiventata celebre nel 1920 quando ripresa e declinata in senso opposto – come dichiarazione anti bellica – dal poeta inglese Wilfred Owen. Il regista è affezionato ai suoi personaggi, ma in un rapporto di odi et amo al contempo li deride e ironizza sulla loro condizione: la guerra – che non teme di mostrare in tutta la sua brutalità – porta soltanto ad altra guerra ed è sinonimo di morte, ovvero di gentleman.

    Il giovane Conrad (Harris Dickinson) affronta le conseguenze dell’arruolamento nella Grande Guerra.

    Il messaggio pacifista è suggerito da Matthew Vaughn, anche co-sceneggiatore assieme a Karl Gajdusek, da una sceneggiatura che affida un ruolo enormemente importante ai dialoghi (cambio di rotta necessario, visto il subentro di intrighi internazionali), dando meno spazio all’azione che, quando presente, non dimentica mai il montaggio serrato e la violenza esagerata (anch’essa cartoonesca e quasi tarantiniana) dei primi due capitoli.

    Resta salda ed evidente la sensazione di trovarsi di fronte a una graphic novel trasposta su pellicola: fra i personaggi spicca il Raspútin carismatico e istrionico di Rhys Ifans, i colpi di scena sono totalmente inaspettati (addirittura si potrebbe considerare un macguffin il personaggio di Conrad) e il filone-Kingsman mantiene il carattere di James Bond in salsa di cinefumetto, tornando a decostruire e portare alle estreme conseguenze il genere dello spionaggio. Non scappate dalla sala: vi attende una scena post-credit che suggerisce la possibilità di nuovi sequel (o prequel, per meglio dire) che, viste le ottime premesse di questo Kingsman in costume, attendiamo trepidamente!

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  • RECENSIONE MATRIX RESURRECTION – IL SEQUEL (IM)PERFETTO

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    “Che cos’è Matrix? È controllo?”

    Così il Morpheus di Laurence Fishburne cominciava la semplice ma complessa spiegazione a Neo (e a noi spettatori) su quello che era il mondo reale e cos’era invece finto, o meglio digitale, presentando le basi per uno dei film che avrebbe poi cambiato radicalmente l’industria cinematografica e che sarebbe divenuto un cult idolatrato da milioni di persone, cinefili e non.

    Molti potrebbero subito obiettare con una precisazione: “questo vale però soltanto per il primo, perché i due sequel non sono capolavori. Sono bellini. Sono bruttini. Sono orribili. Sono da dimenticare.” Questo il parere di alcuni, non certo di tutti, riguardo ai due sequel Reloaded e Revolutions che, nonostante la onnipresenza del duo Wachowski, furono sì campioni di incassi, ma ricevettero pesanti critiche, sia dalla critica che dai fan. Come biasimarli, dopotutto non solo il secondo capitolo si concludeva con un finale dichiaratamente aperto che rimandava al capitolo successivo, ma soprattutto, laddove il capostipite trovava un utopico bilanciamento tra filosofia, fantascienza, azione e narrativa, il seguito si ritrovava estremamente sbilanciato sulla componente più esplosiva e d’intrattenimento, con un’esplosione filosofica finale da far venire il mal di testa anche ai migliori esperti del genere, mentre l’ultimo capitolo proponeva una narrazione quasi completamente incentrata sull’argomento fantascientifico della battaglia tra uomo e macchina, dimenticandosi quasi che il mondo virtuale di Matrix era al centro di tutto.

    Molti rimasero quindi amareggiati, ma per molti altri nel 2003 si concludeva una storia in tre atti che era perfetta così com’era, nonostante i difetti. Ma si sa, quando le major cercano soldi e si mettono un’idea in testa nulla le può fermare. Lo sa bene anche Lana Wachowski che, preso il solitario timone del franchise creato assieme alla sorella, ha riesumato la saga dopo quasi vent’anni creando Matrix Resurrection, il “sequel che nessuno voleva” e che ci obbliga a tornare, volenti o nolenti, in quel mondo binario fatto di codici, di 1 e di 0, facendoci chiedere ancora una volta: “Che cos’è reale?”

    UNA NUOVA MATRICE

    Loop: […] In informatica, successione di operazioni che vengono eseguite ripetutamente dal calcolatore nello stesso ordine, ogni volta con modifiche degli operandi, finché non sia soddisfatta qualche condizione prefissata.

    Perché di questo si parla. Matrix non è nient’altro che un loop, un’operazione che si ripete, giorno dopo giorno, creando un mondo fittizio ma reale, per incatenare e ingabbiare esseri umani per usarli come pile dalle macchine. Ma ogni tanto qualcosa cambia e vengono apportate delle modifiche, ce lo spiegava Smith nell’iconico dialogo/interrogatorio con Morpheus nel primo capitolo parlando della prima versione di Matrix, e ce lo raccontava (con termini tutt’altro che semplici) l’Architetto sul finale del secondo film, spiegando la figura dell’Eletto e il suo compito. E, inevitabilmente, dopo l’epico scontro finale e dopo il sacrificio di Neo, tutto il mondo cambia di nuovo, e il Matrix assieme ad esso. Oggi il mondo virtuale che conoscevamo è cambiato, sia dentro la storia sia al di fuori di essa.

    Thomas Anderson (sempre con il volto di Keanu Reeves, ma ormai ancorato al look con barba folta e lunghi capelli) è tornato, o forse non se n’era mai andato ed è sempre stato uno sviluppatore di videogiochi che tra le sue creazioni ha niente di meno che il videogioco Matrix, composto da tre capitoli con protagonisti Neo, Trinity, Morpheus e con avversari gli iconici agenti e le malvagie macchine. Tutta finzione, che finisce per portare il suo creatore a confondere la sua creazione con ciò che invece è reale. Ma il gioco non regge e lo sa anche Lana Wachowski. Proporre questa soluzione narrativa può ingannare i personaggi interni al racconto, ma di sicuro non lo spettatore, abituato da anni a risvolti narrativi di questo tipo e cosciente (dopo la visione dei precedenti capitoli) che le macchine farebbero di tutto pur di tenere gli umani dentro Matrix. Ci si ritrova davanti a quello che potrebbe essere definito “Lana’s New Nightmare”, non tanto per l’incubo che dev’essere stato creare un prodotto che si sapeva avrebbe fatto storcere il naso a molti spettatori, ma più che altro per le similitudini con il New Nightmare targato Wes Craven del 1994, con cui il regista decostruiva il mito di Freddy Krueger con una trovata metacinematografica tra le più memorabili della storia del cinema. E così fa anche la regista di Matrix. Il primo atto di Resurrection mostra, infatti, gli sviluppatori dell’azienda di Anderson mentre si imbarcano nell’impresa di realizzare loro stessi Matrix 4, il sequel di cui non c’è bisogno ma che bisogna comunque realizzare. Si presenta quindi un ridicolo (nel modo giusto) brainstorming di questi personaggi, attraverso cui la regista decostruisce il mito della sua creazione, perché Matrix è “porno mentale”, è “filosofia che ti fa scoppiare il cervello e ti manda in tilt”, ma soprattutto è “rallenty e bullet time”. E risulta inutile tentare di fare i superiori o i critici studiati, perché non c’è nient’altro che verità in queste parole, verità che vengono sbattute in faccia allo spettatore e alle major e ciò viene fatto nel miglior modo possibile.

    SYSTEM REBOOTING

    Presentata la filosofia di fondo della pellicola, è la nuova squadra di intrepidi e ribelli guerrieri umani a prendere il controllo della narrazione, con Bugs (interpretata da una convincente Jessica Henwick) nei panni di una novella Trinity e un Morpheus che non è Morpheus (affidato non più al leggendario Fishburne ma con un eccentrico Yahya Abdul-Mateen II alle redini) che porta sullo schermo una versione che cerca di imitare l’originale senza riuscirci, risultando macchiettistico e caricaturale seppur in maniera intelligente. I due cercano di riportare Thomas al suo vero io, convincendolo di ciò che è veramente reale e scontrandosi con l’Analista di Thomas (interpretato magistralmente da Neil Patrick Harris), che cerca di mantenerlo ancorato a quel mondo, e con un Agente Smith rinnovato, il cui volto non è più quello di Hugo Weaving ma di un Jonathan Groff dagli “occhi eccessivamente azzurri”. Torna quindi quel Matrix fatto di kung fu, proiettili, corse sui muri e rallenty, una componente action che si dimostra qui come quella forse meno interessante del prodotto, sicuramente non terribile ma che non riesce comunque a raggiungere i fasti dei precedenti capitoli, come invece pareva lecito aspettarsi, con una regia interessante ma a tratti traballante e non chiarissima e coreografie abbastanza anonime.

    Tornano anche alcuni personaggi già visti nelle pellicole precedenti, adattati alla nuova situazione e agli anni passati, con il nuovo leader della città libera degli umani che permette di inserire nella narrazione un interessante discorso sulla libertà, la guerra e il prezzo che si è disposti a pagare. Accattivante risulta anche la soluzione narrativa scelta per il personaggio di Niobe, interpretata da Jade Pinkett Smith e introdotto proprio in questo capitolo della saga, mentre lo stesso non si può dire purtroppo per l’iconico personaggio di Merovingio (Lambert Wilson), che viene qui riscritto con movenze e battute forse un po’ troppo caricaturali che finiscono per imbrattare l’ottima caratterizzazione del personaggio originale. Rimane infine poco spazio per gli altri membri della Mnemosyne (nave che fa qui le veci della Nabucodonosor): nonostante il minutaggio corposo, non si riesce infatti a trovare spazio per l’approfondimento di personaggi come Lexy e Berg (interpretati rispettivamente da Eréndira Ibarra e Brian J. Smith), molto simili agli Switch ed Epoc dell’originale ma che mancano dello stesso carisma delle controparti originali. Lo stesso si può dire anche per colui che controlla il codice ed estrae da Matrix, qui nella figura di un abbastanza anonimo Sequoia (Toby Onwemure).

    CONCLUSIONI

    In tutto questo rimane comunque nell’aria una domanda: c’era veramente bisogno di questo sequel? Una risposta certa non può darla nessuno, ma Lana Wachowski ha risposto spremendo ancora una volta la sua creazione per riproporla in maniera inaspettata. I volti che ritornano sono diversi e quelli che cambiano non sono semplici re-skin ma veri e propri cambi di registro. Matrix stessa ha delle nuove regole, così come il mondo degli umani e il mondo moderno, quello dello spettatore a cui il film si riferisce in più occasioni con un loop di rotture della quarta parete, auto-citazionismo e metacinematografia. In conclusione è tutto nelle mani dello spettatore: prendere la pillola blu e dimenticare questo quarto anarchico capitolo oppure prendere la pillola rossa, seguire il bianconiglio e assistere al ritorno, anzi alla risurrezione, del franchise con un volto rinnovato, seppur uscendo dalla sala con numerose domande su cos’è effettivamente Matrix e su cosa rappresenti. Ma in fin dei conti, forse, “la scelta è soltanto un’illusione”.

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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • RECENSIONE WRATH OF MAN – UNA CADUTA DI STILE

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    Nel panorama cinematografico contemporaneo, che si potrebbe definire in maniera quasi storiografica d.T. – ovvero “dopo Tarantino” –,  il citazionismo è diventato ormai una pratica largamente apprezzata e diffusa. Accade spesso, infatti, che anche i registi più affermati inseriscano all’interno delle proprie opere omaggi ad artisti del passato come attestati di stima e ammirazione verso illustri colleghi, oppure per dichiarare orgogliosamente le influenze culturali del proprio cinema. 

    Nonostante questa dinamica in molti casi si riveli essere un’arma a doppio taglio se non gestita correttamente, per certi cineasti – come il già nominato Tarantino, ma anche Guillermo del Toro o Yorgos Lanthimos – è diventata ormai un vero e proprio marchio di fabbrica

    Tra tutti, però, un regista che ha saputo andare oltre il citazionismo più sterile riuscendo ad amalgamare al meglio ispirazioni esterne e proprio stile personale è sicuramente Guy Ritchie, il quale è riuscito negli anni, nonostante una carriera fatta di alti e bassi, a costruire un proprio vocabolario cinematografico e narrativo unico, fatto di una marcatissima verve britannica agitata – e non mescolata – con una vena pulp di matrice tarantiniana. 

    Vocabolario cinematografico al quale appartiene, chiaramente, anche questo Wrath of Man (in italiano La Furia di un Uomo) che, rifacendosi palesemente al cinema di Michael Mann con evidenti citazioni a Heat – La Sfida, propone un solido action-thriller che si distanzia fortemente, però, dal tono grottesco e quasi gangster-comedy che caratterizza i lavori più riusciti del regista, come Lock & Stock (1998), Snatch (2000) o il più recente The Gentlemen (2019).

    La storia è, brevemente, quella di Patrick “H.” Hill che, dopo un misterioso passato come vigilante paramilitare in Europa, inizia a lavorare come guardia e autista di furgoni portavalori a Los Angeles. 

    Molto presto, però, il susseguirsi di tentate rapine alla compagnia per la quale lavora porterà alla luce profondi traumi e oscuri segreti del vissuto di Patrick, che si rivelerà essere una persona molto diversa da quella che sembra.

    Nonostante questa inversione di rotta, Guy Ritchie si dimostra ormai in grande spolvero e confeziona una pellicola che forse non raggiunge i livelli del film precedente, ma che sicuramente risulta convincente sotto molti punti di vista, al netto comunque di qualche debolezza sulla quale si ritornerà più avanti. 

    Uno dei principali punti di forza di questo Wrath of Man risiede nell’impianto tecnico messo in gioco da Ritchie, il quale sceglie giustamente di abbandonare il montaggio serrato e sopra le righe stile Lock & Stock per affidarsi a numerosi piani sequenza – tra cui alcuni veramente notevoli e complessi – che contribuiscono in maniera importante alla costruzione e al mantenimento della tensione in più di una sequenza. A fare da contrappunto a questa apparente sospensione del ritmo, sprazzi di azione dinamica e improvvisa bilanciano in modo equilibrato il passo della narrazione, che nonostante non sia mai particolarmente veloce, riesce a mantenersi su binari corretti grazie a un montaggio eccellente e puntuale

    Altra nota di merito va sicuramente alla regia, la quale si dimostra matura, ispirata e costantemente funzionale al racconto, piena di guizzi decisamente interessanti e priva di frivolezze inutili. Lo stile di Ritchie è presente, ma si rivela essere più morbido e meno prepotente rispetto al passato, più al servizio della narrazione che dell’estetica. Laddove, quindi, regia e montaggio si attestano su un livello sicuramente notevole, lo stesso non si può dire della sceneggiatura, la quale regala un primo atto sorprendente che brilla per originalità e costruzione dell’intreccio, ma che ricade poi purtroppo in clichè da action revenge movie che, nonostante mettano in scena dei momenti di spessore come la sequenza di tortura con Folsom Prison Blues di Johnny Cash in sottofondo, vanno a rovinare delle premesse narrative decisamente sopra la media messe in campo nella parte iniziale del film. 

    Per quanto riguarda il cast, invece, Jason Statham (qui alla quarta collaborazione con Guy Ritchie, a riprova della sintonia tra l’attore e il regista britannico) è assoluto protagonista e si rivela perfettamente convincente e a suo agio nel ruolo dell’anti-eroe glaciale e misterioso, dimostrando ancora una volta, se davvero qualcuno ancora lo mettesse in discussione, un physique du role che non ha eguali al momento nel cinema d’azione americano. Buone anche le prove dei comprimari, su tutte quelle di Holt McCallany (noto al grande pubblico principalmente per la serie Netflix Mindhunter) e di Scott Eastwood nei panni del principale antagonista. 

    Venendo alle note dolenti, purtroppo l’intreccio perde di originalità e incisività man mano che la trama procede, cadendo appunto in dinamiche standard ormai largamente note allo spettatore, che si dimostrano prevedibili e poco interessanti, tenute a galla nella seconda parte in maniera fragile e precaria dalla buona messa in scena di Ritchie, che salva la proverbiale baracca a un passo dalla mediocrità più anonima. 

    Da rivedere anche la gestione dei flashback e dei flashforward, sulla quale è costruita l’intera narrazione, che appare un po’ traballante e confusionaria e che risulta dannosa in maniera non indifferente per la fluidità del racconto, inevitabilmente appesantito da certe scelte ridondanti e mal gestite.  

    Allo stesso modo i dialoghi mancano di quella brillantezza e di quella verve che rappresentano la vera e propria linfa vitale delle pellicole del regista inglese e nonostante qualche doverosa eccezione (come ad esempio la scena del primo dialogo tra i membri della banda di ladri-militari), si perdono in una livello standard, senza infamia e senza lode, che sicuramente non è e non deve essere l’habitat naturale di Ritchie. 

    Per concludere, questo Wrath of Man è un prodotto che vale sicuramente la visione, un ottimo thriller d’azione che ha dalla sua un’efficace commistione di generi – come l’heist movie e il revenge movie – che dà spessore a un’opera che, tra una prima parte veramente eccellente e una seconda parte meno riuscita ma comunque solida, si posiziona tranquillamente sopra la media del mare magnum di produzioni action degli ultimi anni. 

    Che sia questa la nuova strada scelta da Guy Ritchie, o che sia solamente una “caduta di stile” e un’esplorazione momentanea, è bello vedere il regista inglese tornare finalmente a pellicole di qualità, come questo dittico The Gentlemen – Wrath of Man, dopo qualche passaggio a vuoto di troppo nel decennio precedente, sperando che almeno questa volta riesca a tenere separato il lavoro dall’amore, chiedete a Madonna per conferma. 

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