Category: Recensioni

  • RECENSIONE BELFAST – LA BALLATA NOSTALGICA DI KENNETH BRANAGH

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    TROUBLES E GRANDI SOGNI 

    Dopo il giallo esotico Assassinio sul Nilo, con Belfast (Golden Globe alla miglior sceneggiatura, sette nomination agli Oscar 2022, e Premio del pubblico al Festival di Toronto e all’ultima Festa del Cinema di Roma) Kenneth Branagh ci trasporta nell’agosto del 1969, nei quartieri popolari della capitale dell’Irlanda del Nord al momento dello scoppio delle tensioni sociali note come i Troubles: gli scontri e la guerriglia urbana tra gli opposti estremismi di protestanti e cattolici. La storia, ricalcata sulla biografia di Branagh, segue la vita nel quartiere di Buddy (il simpatico esordiente Jude Hill), un vivace bambino di nove anni che sogna di diventare un giorno un grande giocatore di football, e di sposare Catherine (Olive Tennant), la scolaretta di cui si è invaghito. Pur sotto la pressione dei tumulti, con la premurosa famiglia che arranca tra incertezze lavorative e il peso dei debiti da saldare, le giornate di Buddy trascorrono gioiose tra giochi in strada, compiti in classe e scorribande malandrine, film alla Tv e gite all’amato cinematografo. 

    Fin dall’incipit, Branagh concede un sincero omaggio alla sua città nativa: sulle note di Down to Joy di Van Morrison, il montaggio descrive una galleria di vedute a colori della Belfast di oggi, suggestivo ibrido tra il solido retaggio del passato industriale (le gru e i giganteschi cantieri navali dismessi, dove venne forgiato il Titanic) e la riqualificazione moderna del paesaggio architettonico, fra palazzi svettanti, treni sopraelevati, musei e installazioni artistiche. Finché la m.d.p. si sofferma davanti a un tipico mural cittadino – raffigurante un gruppo di operai navali -, per compiere, con letterale “scavalcamento di campo”, un salto temporale dall’altra parte del block, dove si anima la Belfast in bianco e nero del 1969, dando il via alla narrazione vera e propria: un morbido pianosequenza ci immerge fra la calca e il brusio dei passanti, in strade accoglienti e calorose come un grande cortile domestico, prima del sopraggiungere dei rivoltosi. 

    ESSERE (O NON ESSERE) KENNETH BRANAGH 

    Con questo film Branagh si fa letteralmente “più piccolo”. Rinuncia agli onori di primattore e accantona momentaneamente le due anime caratteristiche che lo hanno imposto come una presenza rilevante del cinema contemporaneo: la veste del grande drammaturgo teatrale e cantore dell’èpos shakespeariano, e la solida autorship di alfiere del blockbuster di lusso, conseguita con le incursioni nel canone Marvel-Disney (Thor nel 2011 e Cenerentola nel 2015), e con gli eleganti adattamenti ad alto tasso spettacolare dell’Agatha Christie Universe di sua creazione. Più introspettivo, intimo e ristretto, anche nelle ambizioni, Belfast si inserisce nel filone del sentito amarcord-memoriale, oggetto di varie declinazioni nel cinema degli ultimi anni (pensiamo a Dolor Y Gloria di Almodóvar, o a Roma di Cuarón), incentrato sulla rievocazione nostalgica di ricordi e sentimenti che esplodono correndo accanto ai grandi sommovimenti sociali e politici sullo sfondo. 

    Ripercorrendo un periodo buio e cruciale della Storia della patria natìa, Branagh non si pone con impeto infiammato e militante sulla questione nordirlandese, come farebbe il cinema civile e politico di Ken Loach (L’agenda nascosta, 1990) o di Jim Sheridan (Nel nome del padre, 1993), né si concentra sul realismo documentario del Paul Greengrass di Bloody Sunday (2002) o sugli sfaccettati incroci di identità private e collettive di Neil Jordan (La moglie del soldato, 1992). Ciò non significa che il regista attenui distrattamente o minimizzi con disinvoltura un terremoto sociale ben radicato nella sua memoria, e anzi rappresentato con senso di latente minaccia nel quotidiano. Semplicemente, in Belfast, tutto viene scoperto e filtrato dallo sguardo vergine e perplesso, acerbo e altalenante dell’infanzia, che mette a fuoco il mondo attraverso gli occhi disorientati e stupefatti di un ragazzino attento e sensibile, che prova a capire – senza comprendere del tutto – la violenza discriminatoria a cui assiste da spaventato spettatore (emblematica la panoramica che ruota intorno a Buddy fermo al centro della strada, mentre osserva la comparsa dei teppisti in fondo al vicolo). Branagh coglie la caotica irruzione della brutalità del reale come repentina caduta dalle nuvole dell’immaginazione senza freni, una brusca e prematura perdita dell’innocenza: la madre di Buddy (la splendida Caitríona Balfe) si fa scudo dai sassi scagliati sulla folla con lo stesso coperchio usato dal bambino per scacciare i draghi di fantasia. 

    BUDDY GOES TO THE MOVIES

    È solo al cinema che l’evasione resta possibile, con Buddy e la sua famiglia che sobbalzano sulle poltrone, talmente rapiti dalle immagini che quasi si arrampicano dentro lo schermo, come la cameriera della Rosa purpurea del Cairo (1985) di Woody Allen. Branagh omaggia la magia luminosa della sala con un fitto apparato di schegge cinefile: Citty Citty Bang Bang (Ken Hughes, 1968), Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952), Un milione di anni fa (Don Chaffey, 1966) con la sensuale amazzone Raquel Welch, L’uomo che uccise Liberty Valance (John Ford, 1962), la sigla di Star Trek e l’immaginario spaziale del post-allunaggio in Tv. Ancorandosi al potere immaginifico del cinema come rifugio dalle difficoltà della vita, nello splendore dei colori squillanti che risaltano sul bianco e nero della realtà in chiaroscuro. La fotografia limpida e smagliante di Haris Zambarloukos, un digitale ricco di sfumature e mai artefatto, sembra seguire il continuo rivolgersi del cielo d’Irlanda tra scuri nuvoloni e soleggiati raggi di lucentezza, rifrangendosi tra le drammatiche zone d’ombra e gli accecanti bagliori di romanticismo e speranza che si accendono nella storia: Buddy raccoglie fiori di campo immersi in un mare di luce per la sua innamorata, eterea apparizione in chiarissimi capelli biondi, osservata timidamente a distanza e finalmente approcciata.

    In alcuni passaggi, il regista rimette in scena in modo personale le atmosfere e gli stilemi dei grandi generi classici, flirtando con la commedia-musical popolare (mamma e papà di Buddy che ballano in strada come Fred Astaire e Ginger Roberts, l’esibizione canora da dance hall su Everlasting love dei Love Affair) e attingendo dal western hollywoodiano, rivisitato nelle inquietudini del caos senza legge dei tafferugli urbani, con il climax nel duello nella main street tra il padre di Buddy (un protettivo Jamie Dornan, in una prova matura) e il capo dei ribelli: un serrato montaggio di primi piani fordiani e leoniani sui contendenti, con il tempo dei gesti rallentato e dilatato al tempo stesso, l’indugio sui dettagli (la pistola), l’inquadratura dall’alto sull’arena della sfida, conclusa in un amorevole afflato umanista nell’abbraccio di gruppo della famiglia (a cui si unisce l’amica di Buddy, rimasta sola in strada), che ricorda molto la scena finale in spiaggia in Roma di Cuarón. In sottofondo, il celebre motivo musicale (Do not forsake me di Tex Ritter) di Mezzogiorno di fuoco, lo stesso tema sonoro col quale Branagh raccorda Gary Cooper in solitaria nella via deserta all’anziano uomo con la torcia in mano che fa la guardia nella strada notturna. E sul retro della casetta di mattoni, come in una vecchia livery stable, il nonno (Ciarán Hinds) lucida la sella citando a Buddy i versi del dubliner William Butler Yeats (“a pity beyond all telling is hid in the heart of love”). 

    STORIA DI CHI PARTE E DI CHI RESTA

    Il cinema è ponte e legame tra le generazioni: la nonna (Judi Dench), in gioventù appassionata di film come Buddy, confessa una malinconia per un vortice di illusioni che per lei, sfortunatamente, non si è mai trasformato in una vera via di fuga dagli stenti patiti, verso l’ideale Shangri-La che realizzi concretamente i sogni (americani) inseguiti sullo schermo (il riferimento è a Orizzonte perduto di Frank Capra, 1937). Questo sarà invece il destino di Buddy, alias il giovane Branagh. “Per quelli che sono rimasti. Per quelli che sono partiti. E per tutti quelli che si sono persi”, recita la dedica. E, ci permettiamo di aggiungere, per tutti quelli che, come Branagh, hanno attraversato il portale del cinema senza più voltarsi indietro. 

    Belfast non è un capolavoro come reclamizzano gli strilloni del trailer, ma un’opera onesta e sentita che cerca di arrivare in modo trasparente al cuore e alla commozione del grande pubblico (e alla statuetta dorata?) senza cedere a troppi ricatti. Ciò che un po’ disperde in tenuta complessiva e respiro unitario del racconto, guadagna nell’accogliente polifonia frammentata di scorci di vita e quadretti domestici di personaggi ben accordati e intonati al mood della storia, che sprizzano empatia, comprensione e vitalità come i versi di una ballata dolceamara: gli allegri e malinconici pezzi di Van Morrison, vero controcanto poetico del film – che ne amplifica l’autoctono spirito irish -, compongono le tracce di un malinconico jukebox affettivo. Di fronte al bivio esistenziale che angoscia Buddy, tra la retta via e il tortuoso sentiero della perdizione, la musica prova a illuminare la “bright sight of the road” in mezzo alle strade dell’inferno.

    Caldamente consigliata, laddove possibile, la visione in versione originale sottotitolata, per apprezzare al meglio le sfumature linguistiche dell’accento irlandese. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Daniele Badella" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/05/frames-cinema.com_-1.png" image_id="2208|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-daniele-badella" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE THE CUPHEAD SHOW! – UN’OCCASIONE SPRECATA

    In molti abbiamo sgranato gli occhi nel 2017 all’uscita su PC del meraviglioso Cuphead, videogioco run’n’gun autoprodotto dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer, che con una trama volutamente leggera e un gameplay classico -ben definito ma difficilissimo nella pratica- è diventato in brevissimo tempo un cult game su cui in molti hanno perso ore a suon di tentativi fallimentari e imprecazioni. Nel gioco i due protagonisti, i fratelli Cuphead e Mugman, due omini con la testa a forma di tazza, dopo aver avuto un piccolo incidente con il diavolo Satanasso, sono costretti a raccattare anime di vari bizzarri personaggi in giro per le Isole Calamaio, al fine di donarle al demonio evitando così la propria dannazione. Un’avventura immersa in un mondo dotato di un comparto scenografico maestoso che rivela le vere intenzioni dei creatori: creare un monumento allo stile dell’animazione americana degli anni ’30: una commistione così forte tra videogioco e animazione non si vedeva dai tempi di Dragon’s Lair (Don Bluth, 1983).

    Le citazioni e i richiami a quel mondo sono innumerevoli, a partire dei protagonisti, Cuphead con i pantaloncini rossi (ovvio richiamo a Topolino) e Mugman con le braghe blu (meno ovvio riferimento a Oswald il Coniglio Fortunato). Tra i tanti nemici che i due eroi affrontano, Re Dado richiama proprio Walt Disney in persona, artista a cui i fratelli Moldenhauer si sono chiaramente ispirati, arrivando persino ad ipotecare le proprie case per finanziare il loro progetto così come aveva fatto “lo zio Walt” con i suoi primi lavori. Da allora l’universo di Cuphead si è espanso, anche se in maniera più contenuta rispetto ad altri prodotti di successo: giocattoli, merchandising vario, albi a fumetti editi in Italia da Editoriale Cosmo, un prossimo DLC in sviluppo da anni e, ora, una serie animata per Netflix, The Cuphead Show!. Se questa relativa penuria di prodotti a tema non ha placato la fame di molti fan, la prima stagione della serie non ha saziato le -alte- aspettative di molti spettatori.

    La serie vede come protagonisti sempre i due fratelli “tazza”. Cuphead e Mugman Vivono in un cottage a forma di teiera sotto la custodia di Nonno Bricco, sfuggendo spesso ai compiti loro assegnati e desiderando avventure, giocando ad infastidire il negoziante Porkrind, finendo sempre per mettersi nei guai. Anche in questa serie, così come nel videogioco, li vediamo alle prese con molti personaggi come Il malvagio Satanasso, il mellifluo Re Dado e la misteriosa Lady Chalice.

    È evidente che il problema principale sta nell’individuazione del target. La trama del videogioco consisteva letteralmente in un patto col diavolo; qui, purtroppo, il patto di sangue è un debole pretesto narrativo che inevitabilmente fa seguire idee comiche piuttosto stantie. Certo, questa serie tutto voleva essere tranne che originale. Di base, infatti, ci troviamo davanti ad un tipico show animato sulla scia dello scontro Nickelodeon vs. Cartoon Network: episodi tendenzialmente autoconclusivi, con un accenno di trama orizzontale che diventa progressivamente più importante, gag slapstick e surreali e una coppia di protagonisti sciocchi, in un solco di tradizione che parte da Topolino-Paperino e Bugs Bunny-Daffy Duck fino ad arrivare a Spongebob-Patrick e Gumball-Darwin (ed è soprattutto a quest’ultima coppia che i protagonisti della serie devono molto). Tuttavia, si poteva certamente osare di più considerando il vasto parco di personaggi creati e presenti nel gioco. I vari nemici (tutti stupendi) sono i grandi assenti, eccetto per un paio di casi (il duo di rane pugili Ribbs & Croaks e il trio di verdure furfanti) e qualche cameo, nonostante la natura episodica della serie non contrastasse affatto con una narrazione a livelli tipica dei videogame. La serie qui risulta decisamente carente, soprattutto se paragonata al materiale originale, che riusciva a dare spazio ad ogni piccolo e -apparentemente- insignificante elemento sullo schermo.

    Il connubio grafico tra animazione classica e sfondi in CGI è ben riuscito. In particolare la resa grafica in stile anni ‘30, derivante dalla prima era Disney, ma che richiama anche cartoni quali Looney Tunes o Popeye tra i tanti, fino anche alle serie animate più popolari degli ultimi anni (Flapjack, Adventure Time, Steven Universe), è davvero eccellente. Anche la durata di ogni singolo episodio -15 minuti- è perfetta, e fa sì che lo spettatore non si annoi mai, invogliandolo a proseguire nella visione. Ma tutto ciò non basta. Pochi mesi prima, sulla stessa piattaforma, abbiamo potuto godere di serie animate come Strappare lungo i Bordie Arcane, certo profondamente diverse ma che come Cuphead godevano, ancor prima dell’uscita, di una fanbase già fervida. Entrambe avevano segnato una cesura con il passato: con Zerocalcare nella produzione animate in Italia (e nella trasposizione su schermo dei propri fenomeni pop), mentre con Arcaneabbiamo visto un respiro narrativo quasi inaudito, di cui vi avevamo già parlato in passato. Nei suoi primi 12 episodi, lo show tratto dal videogioco più colorato del decennio manca di coraggio nell’innovare. In un’epoca di rivoluzioni,il mondo animato portato in scena questa volta, fatto di gentili omaggi e poco altro, diventa quasi una restaurazione.

    Nicolò Cretaro
  • RECENSIONE NON APRITE QUELLA PORTA – UN SEQUEL STANCO

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Con un budget di soli 140 000 $ ed un cast risicato, si presentava nelle poche sale che ancora non l’avevano bandito per la troppa violenza un film che sarebbe poi entrato nella storia del cinema: era l’anno 1974 e la pellicola era The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper. Fu immediatamente un successo commerciale, guadagnando 200 volte il budget di produzione e dando origine al sottogenere horror dello slasher, che avrebbe poi avuto il suo periodo d’oro nei successivi anni ’80 e ’90. Una pellicola che vista oggi fa effettivamente riflettere in merito alle accuse dell’epoca per l’eccessiva violenza, soprattutto paragonata a film più recenti come gli Hellraiser o la saga di Saw e che, forse, disturba maggiormente per le tematiche trattate e per come vengono messe in scena, piuttosto che per la limitata quantità di sangue, se paragonata ai film a cui siamo abituati oggi.

    Un successo che, come per tutti gli slasher del periodo, portò alla nascita di tre sequel diretti, di cui il primo diretto dallo stesso Hooper nel 1986 – ma con una chiave più dark comedy rispetto all’horror puro del primo capitolo – successivamente uno nel 1990 e l’ultimo nel 1994, per la regia rispettivamente di Jeff Burr e Kim Henkel. Si tratta in tutti e tre i casi comunque di sequel poco apprezzati e che non riuscirono ad avere lo stesso successo del capostipite. La produzione arrivò quindi a creare due reboot: uno nel 2003 diretto da Marcus Nispel, che ottenne un discreto successo, tanto da portare alla creazione di un prequel che invece non andò altrettanto bene, portando alla cessione dei diritti alla Twisted Pictures che realizzò un secondo reboot dal nome Texas Chainsaw 3D che si pose contemporaneamente anche come sequel del primo capitolo. Anche in questo caso non si può comunque parlare di grossi successi commerciali, a cui si aggiunge lo sfortunato Leatherface (Bustillo e Maury, 2017) che tentava raccontare il passato dell’iconico villain ma falliva su numerosi fronti, ottenendo pareri contrastanti dalla critica.

    Questa una doverosa introduzione, per capire al meglio come si sia arrivati al 2022, con i diritti della saga in mano a Netflix ed all’uscita del nono capitolo della saga, affidato alla regia di David Blue Garcia con un soggetto di Fede Álvarez e Rodo Sayagues. Saranno riusciti a riportare adeguatamente in vita il mito dello spaventoso Faccia di cuoio?

    LA FAVOLA DEL REQUEL

    Con ben poca fantasia, questo film si pone come sequel diretto del primo capitolo uscito nel ’74 e non prendendo quindi in considerazione nessuno dei successivi sequel, in maniera molto simile a quanto fatto da Halloween uscito nel 2018. Sulla stessa scia (quasi ai limiti del plagio) il film presenta, infatti, un gruppo di nuovi giovani imprenditori che cercano fortuna nel selvaggio Texas, finendo per risvegliare dopo 50 anni la furia di Leatherface ed attirando l’attenzione della originale final girl Sally Hardesty (a cui purtroppo non ha potuto riprendere il ruolo l’originale Marilyn Burns, recentemente scomparsa).

    Con un rapidissimo riassunto dei fatti dell’originale ad inizio film, presentato in maniera citazionistica, questa nuova pellicola sembra voler abbozzare diverse critiche alla società odierna americana (episodi di violenza e stragi nelle scuole, inno all’arcaico suprematismo bianco) ma il tutto risulta praticamente abbozzato e relegato a pochi minuti di pellicola, lasciando spazio alla violenza, qui portata agli estremi dello splatter puro e che, sicuramente, dividerà nettamente gli spettatori tra chi detesterà la violenza gratuita e chi invece apprezzerà l’innegabile divertimento di alcune sequenze (in maniera molto simile a quanto visto con Halloween Kills uscito lo scorso Ottobre).

    Il problema principale è che questa scelta splatter risulta, in realtà, totalmente fine a sé stessa: la sceneggiatura sembra scritta con svogliatezza e mancanza di ingegno, con personaggi piatti e banali, portando lo spettatore a sperare che la loro morte sia il più vicina possibile.

    LA FIERA DEL GIÀ VISTO

    Altro punto dolente, quindi, è la scrittura dei personaggi e i più importanti non fanno eccezione: Per Sally Hardesty, infatti, risulta forse eccessivo parlare di scrittura, visto lo screentime ridottissimo e il comportamento incomprensibilmente stupido che va a distruggere completamente la sua figura. Per Leatherface invece il problema sta nell’averlo qui reso una vera e propria macchina da guerra: oltre infatti ad uccidere quasi per il gusto di farlo, utilizza tattiche e trucchetti degni dei più grandi strateghi militari e condendo il tutto con un’agilità che distrugge completamente quel goffo e problematico omone sfruttato dalla pazza famiglia nel capostipite (famiglia che nemmeno viene nominata, alla faccia del sequel diretto).

    Unico punto in cui il film si rialza è la regia. Lontani anni luce da quelli di Hooper, Garcia riesce comunque a mettere in scena scorci per lo meno interessanti ed in alcuni casi anche ispirati (su tutti la scena del campo di girasoli e lo scontro finale), affiancato da una fotografia che “svolge il compitino”, ma che si ritrova i proverbiali bastoni tra le ruote a causa della già citata pessima sceneggiatura, rendendo anche le sequenze visivamente migliori la fiera delle banalità. Dispiace comunque un po’ che il film sia approdato direttamente su Netflix, in quanto una visione in sala lo avrebbe, perlomeno, reso più interessante (anche se di poco).

    CONCLUSIONI

    Questo Texas Chainsaw Massacre è come il Faccia di cuoio del film originale, goffo e stupido, a cui però manca l’elemento fondamentale: il creare spavento. Con una sceneggiatura banale e prevedibile, la pellicola mette in scena forse il sequel peggiore di tutta la saga, che nemmeno la buona regia di David Blue Garcia riesce a sollevare. Un film che si consiglia quindi solo ai più accaniti fan della saga oppure a chi vuole soltanto farsi due risate in compagnia. In breve, una grande occasione sprecata.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_.png" image_id="1648|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-mattia-bianconi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • Recensione Leonora Addio – Il Requiem Pirandelliano

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Dopo esattamente dieci anni dallo shakespeariano Cesare deve morire, Paolo Taviani torna al Festival Internazionale di Berlino ma, questa volta, senza il caro fratello Vittorio.

    “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. […] Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.”

    Queste le ultime parole testamentarie di Luigi Pirandello.

    Pirandello: trentotto anni dopo Kaos (1984), il regista – qui, purtroppo, in veste solitaria – torna sull’autore siciliano non più limitandosi a prendere in prestito le sue novelle, ma con un trattato grottesco e riflessivo sulla (sua) morte. Dopo un filmato d’archivio della consegna del Nobel per la letteratura nel 1934, permane il bianco e nero per trovare lo scrittore a letto poco prima della sua scomparsa, in una camera dai contorni tanto stilizzati quanto (quasi) metafisici; si avvicinano pian piano i suoi tre figli, dapprima infanti ma sempre più maturi ad ogni passo. Pirandello morirà dopo che anch’essi saranno invecchiati, prima che riescano a dargli il sentito addio. Bisogna rispettare il volere del poeta: la sua urna cineraria deve essere trasportata da Roma ad Agrigento, ma qui sorgono gli imprevisti di percorso: l’aereo non può partire per la scaramanzia dei passeggeri e del pilota che non vogliono viaggiare con un morto a bordo. Spostata su un treno, la cassa contenente l’urna viene rubata e usata come campo da gioco per una partita di tresette. Recuperate le ceneri, il prete non vuole benedirle perché l’urna è greca (pagana), potrà farlo solo se inserita all’interno di una bara per bambini, derisa poi dai cittadini perché simile a quella contenente un nano. Giunte le ceneri in Sicilia, passeranno quindici anni prima che possano finalmente essere sepolte nella rozza pietra, e nemmeno tutte: l’urna finale è troppo piccola, bisogna lasciarne fuori un po’. A questo punto, lo schermo si colorisce a piccoli passi e veniamo catapultati a Brooklyn, dove nella trasposizione de la novella Il chiodo viene tolta la vita a una ragazzina, per mano del chiodo arrugginito del giovane immigrato siciliano Bastianeddu.

    Il protagonista, interpretato da Fabrizio Ferracane, con le ceneri di Pirandello

    Amare e meste, le parole testamentarie di Pirandello, ma in fin dei conti anche umili e sincere. Parole del Premio Nobel per la letteratura che, in letto di morte, rigetterà la celebrazione delle sue esequie preferendo una dipartita solitaria, appartata e silenziosa.

    Perché? Dove sta il senso? Proprio queste sono le domande alla base del film che Paolo Taviani, raggiunta la veneranda età di novant’anni, firma con estrema lucidità in onore del fratello Vittorio, venuto a mancare nell’aprile 2018.

    Perché? Se lo sente ripetere molte volte Bastianeddu. Perché la morte? E la vita vissuta? Perché uno dei più illustri letterati d’Italia avrebbe scelto delle onoranze funebri così scarne e insignificanti? Perché il giovane immigrato ha ucciso la ragazzina senza alcuna motivazione? La risposta di Taviani, per voce di Pirandello, è grottesca – così come l’intero film: “nella vita, il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata“.

    La novella “Il chiodo”

    Ecco allora che Leonora addio – titolo che riprende l’omonima novella del drammaturgo siciliano a cui i Taviani si erano già avvicinati con il già citato Kaos – assume le forme di un requiem pirandelliano: una tragicomica riflessione sulla morte, sul cinema italiano – sprazzi de Il sole sorge ancora (1946), Paisà (1946), Estate violenta (1959), L’avventura (1960) – e sull’insensatezza del vivere.

    Il canto del cigno stanco di esistere, ma cosciente di quanto in realtà valga la vita, quella che per Taviani è completa simbiosi con l’arte cinematografica del passato, cui di diritto compongono un (non piccolo) tassello anche le opere sue e del fratello. Un canto che, tuttavia, a novant’anni non accenna ad esaurirsi, visto l’acume con cui è stato scritto Leonora addio, opera che chissà, forse assurge a – metaforico e poetico – volere testamentario dello stesso regista.

    Le ceneri in partenza da Roma

    Taviani ci immerge in un requiem grottesco che è simulacro dell’unico atteggiamento con cui affrontare la morte: ripiegati su sé stessi, certo, ma con la consapevolezza che qualcosa di buono c’è stato. Il film si apre e si chiude con un teatro e gli applausi del pubblico: abbiamo assaporato il dolce di una gloria il cui prezzo non potrà mai essere ricompensato.

    Il regista toscano porta a termine una pellicola con la consapevolezza che, probabilmente, oggigiorno non ha un vero e proprio pubblico di riferimento; poco importa: guarderemo sempre con un sorriso nostalgico e malinconico al sentito omaggio al fratello Vittorio, come coronazione e atto d’amore verso una carriera lunga più di cinquant’anni. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alberto Faggiotto" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/11/Frames.png" image_id="4324|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alberto-faggiotto" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE UNCHARTED – UNA SVOLTA PARZIALE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Vengono generalmente ricordati con ben poca nostalgia quegli anni Novanta e primi del Duemila in cui, di tanto in tanto, fiorivano nel panorama cinematografico alcuni progetti con l’obiettivo di adattare popolari videogiochi alla pellicola, spesso fallendo miseramente. Erano i tempi di Super Mario Bros (Morton & Jankel, 1993), di Mortal Kombat (Paul W. S. Anderson, 1995) e Street Fighter (Steven E. de Souza, 1994), per proseguire poi con pellicole come Doom (Andrzej Bartkow, 2006) e i vari Resident Evil di Anderson. 

    Se tra quel mare di pellicole mediocri, se non proprio scadenti (divenute poi per molti fan delle saghe videoludiche dei guilty pleasure e andando ad inserirsi nella categoria dei “so bad is so good”), si staglia qualcosa di complessivamente apprezzabile, come il Silent Hill di Christophe Gans diretto nel 2006 (questo non vale per il suo terrificante sequel, Silent Hill Revelation 3D di M. J. Bassett uscito nel 2012), rimane indubbio come prendere un videogioco e portarlo al cinema sia sempre molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare. Ciò si traduce spesso in prodotti finali “brutti”, basti pensare all’adattamento di Monster Hunter, diretto, guarda caso, proprio da Paul. W. S. Anderson. 

    Ma qualcosa forse sta cambiando. Abbiamo avuto pellicole come Sonic – Il film (Jeff Fowler, 2020) di cui arriverà presto un sequel, o Pokèmon: Detective Pikachu (Rob Letterman, 2019) che puntano a un pubblico di giovanissimi creando storie semplici ma divertenti e complessivamente ben strutturate; per un pubblico più maturo si sono visti invece (ri)nascere Mortal Kombat e Resident Evil, affidati questa volta rispettivamente a Simon McQuoid e Johannes Roberts, pellicole di certo non perfette ma che risultano comunque godibili soprattutto per un fan.

    Si arriva così al 17 Febbraio, data di uscita italiana dell’atteso (e agognato) Uncharted, film tratto dall’omonima saga di videogiochi i cui protagonisti Nate e Sully sono qui interpretati dal giovane Tom Holland e dall’uomo d’azione Mark Wahlberg. Forse siamo di fronte ad un punto di svolta.

    SIC PARVIS MAGNA

    “L’errore sta nel voler replicare nel film, fedelmente e pedissequamente, quello che si è già visto e raccontato nel videogioco”

    Queste le parole del regista Ruben Fleischer (conosciuto ai più per aver diretto il primo Venom e quelle piccole perle dei due Zombieland) sul perché, secondo il suo punto di vista, i film tratti dai videogiochi hanno, fino a quel momento, fallito. Un ragionamento di certo sensato, ma che finisce con il caricare la pellicola di numerosi sforzi, che non sempre riescono a pagare.

    Il protagonista di Uncharted è sempre Nathan Drake, che qui vediamo ancora ragazzo (a differenza del gioco in cui è già un cacciatore di tesori adulto ed esperto) e alle prese con piccoli furti. È infatti l’incontro con Victor Sullivan a portare il giovane bartender e ladro direttamente nel mondo dei grandi cacciatori di tesori, spingendolo a imbarcarsi nella ricerca del grande tesoro perduto di Magellano. Un punto di partenza classico che forse sa di già visto ma che è tipico di queste produzioni. Se nel gioco, però, l’esile premessa narrativa basta e avanza per gettare il giocatore in un tripudio di esplosioni e scontri a fuoco, qui si presenta una prima parte della pellicola estremamente statica, con una struttura che alterna momenti da espionage movie con tanto di enigmi da risolvere a scazzottate e inseguimenti piuttosto piatti che non riescono a coinvolgere appieno lo spettatore.

    Si presenta poi una seconda parte dove le sezioni più calme e ragionate lasciano lo spazio alla spettacolarità dell’azione, che però ancora una volta risulta troppo pregna di “già visto” e che fallisce nel caricare del tutto lo spettatore di quell’adrenalina che ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo.

    ACTION DA MANUALE

    Purtroppo anche sul lato della sceneggiatura il film non brilla di genialità e sviluppa le premesse sopra citate in maniera abbastanza banale e scontata, portando anche lo spettatore meno esperto a intuire dove la pellicola voglia andare a parare. Se, come già detto, la caratterizzazione di Nate e Sully, per quanto abbastanza classica, risulta apprezzabile soprattutto grazie agli interpreti, in egual maniera non si può dire dei personaggi secondari: la Chloe di Sophia Taylor Ali non riesce a scrollarsi di dosso la parte della “bella e dannata” che cerca di avvicinarsi a Nate ma finisce per non fidarsi mai di nessuno; la Braddock di Tati Gabriel cerca di imitare il carisma della Nadine vista in Uncharted 4 ma senza riuscirci; infine ingiustamente sprecato risulta anche il Santiago Moncada di Antonio Banderas, che finisce per essere il classico villain stereotipato e nulla di più.

    Dopo il lungo elenco di difetti, risulta doveroso sottolineare in primis i lati positivi della pellicola, presenti soprattutto sul lato tecnico, con una regia classica ma comunque funzionale e che riesce almeno a non rendere caotiche le scene d’azione – anche grazie a una buona fotografia e a un buon montaggio – e in secundis come, nonostante tutto, la visione del film risulti comunque divertente. Sono inoltre presenti numerosi Easter Egg, alcuni più palesi e altri meno, dall’intera saga videoludica che faranno sicuramente sorridere ed emozionare i fan.

    CONCLUSIONI

    In conclusione siamo di fronte a un film tutt’altro che perfetto, eccessivamente stereotipato e che non riesce a coinvolgere pienamente lo spettatore a causa di una scrittura piuttosto scialba sia dei momenti più calmi sia di quelli più movimentati. Preme sottolineare come, però, non si tratti di un brutto film, ma semplicemente ad un film mediocre che poteva mostrare molto di più. 

    Resta quindi la speranza che si tratti semplicemente di un punto di partenza, di una rampa di lancio per futuri progetti (vista anche la partecipazione di una divisione Playstation creata appositamente per gli adattamenti dei vari brand videoludici), magari anche con alcuni miglioramenti.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_.png" image_id="1648|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-mattia-bianconi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE ASSASSINIO SUL NILO – TRA LUCI E OMBRE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Nel panorama artistico contemporaneo sono pochissimi i registi in grado di fondere perfettamente il Cinema con la narrazione teatrale. Uno di questi è senza dubbio Kenneth Branagh, il quale ha fatto del riarrangiamento della grande tragedia – soprattutto shakespeariana – una cifra stilistica unica e riconoscibile. 

    Oltre ai famosissimi adattamenti diretti, come ad esempio Enrico V (1989) o Hamlet (1996), l’importanza dell’approccio teatrale all’interno dell’opera dell’attore-regista nord-irlandese è innegabile e centrale anche in film non tratti da pièces: basti pensare al complesso rapporto Padre-Figlio presente in Thor (2011), oppure ai personaggi da lui stesso interpretati, come il detective Hercule Poirot in Assassinio sull’Orient Express (2017). 

    Tornato nei panni dell’investigatore nato dal genio di Agatha Christie, Kenneth Branagh presenta qui una nuova trasposizione cinematografica di Poirot sul Nilo (1937), portando tutta la sua impronta stilistica marcatamente teatrale, sia nella forma, che nella sostanza

    La storia, infatti, racconta di una compagnia che si ritrova riunita su un battello per festeggiare le nozze di Mr. e Mrs. Doyle, due giovani innamorati sposatisi dopo una brevissima conoscenza. Il loro viaggio di nozze, però, sarà stravolto da un caso di omicidio avvenuto a bordo, un mistero su cui il detective più acuto del mondo, il grande Hercule Poirot, dovrà indagare.

    Ciò che colpisce in positivo è, sicuramente, la messa in scena di Branagh, il quale riesce a sfruttare in maniera efficace la location principale della storia – ovvero il Karnak, la grande nave che solca le acque placide del Nilo – per creare un ambiente claustrofobico e minaccioso: la macchina da presa del regista spinge lo spettatore in ogni angolo, in ogni fessura, in ogni corridoio dell’imbarcazione, la quale diventa a tutti gli effetti un personaggio centrale del racconto, capace di nascondere nell’ombra pericolosi segreti, in un dedalo di stanze, cabine e ponti. 

    La cura scenografica degli interni, in questo senso, è ineccepibile e, grazie ad una spiccata raffinatezza geometrica degli ambienti, rende tutte le sequenze a bordo del Karnak la porzione sicuramente più riuscita del film, al contrario dei numerosi paesaggi esterni ricreati in digitale che, purtroppo, peccano di verosimiglianza, risultando poco credibili e soprattutto fastidiosamente innaturali e plastici. 

    Per quanto riguarda la regia di Branagh, essa è nel complesso buona e ispirata, mai ingombrante e capace di regalare più di qualche guizzo interessante, su tutti il meraviglioso prologo bellico in bianco e nero – chicca totalmente inaspettata – oltre a diverse scene di interrogatori sempre diverse e sempre gestite in maniera intelligente. Su un buon livello, soprattutto per le scene in notturna, anche la fotografia di Haris Zambarloukos, la quale si fa progressivamente più cupa man mano che il racconto procede e aumenta la tensione, con elementi che spiccano come le torce rosse o le buie stanze in cui Poirot cerca le risposte per risolvere il delitto. 

    Se da un lato, quindi, lo spettatore si trova di fronte a un comparto tecnico sicuramente interessante e convincente – fatta eccezione per la terrbile CGI di cui sopra – va riconosciuto necessariamente al film qualche problema in fase di scrittura e di casting, i quali presentano alcuni ottimi spunti, ma altrettanti elementi più deboli. 

    Per quanto riguarda la sceneggiatura – chiaramente bipartita tra prima e dopo – la pellicola dedica, come da tradizione del genere giallo, molto tempo alla caratterizzazione dei personaggi, alla presentazione dei rapporti tra di essi e alla scoperta delle ambiguità di ognuno per alimentare il dubbio sull’identità dell’assassino. Nonostante questa prima metà debba essere necessariamente corposa, la sensazione è che sia comunque troppo diluita e poco incisiva, con dialoghi a volte fuori luogo o semplicistici, al contrario della seconda che si rivela essere ben gestita nei tempi, con i colpi di scena giusti nei momenti giusti e con un sapiente utilizzo della tensione cinematografica, oltre che ad un’ottima costruzione dell’intrigo e dell’enigma

    Altro elemento bipolare del film è il cast, il quale ha un impianto necessariamente corale – si torna qui nuovamente al teatro – e che quindi, per definizione, non favorisce la prova del singolo, quanto più il corpo attoriale nella sua totalità. Nonostante ciò, le interpretazioni di un Armi Hammer in grande spolvero, di una giovane Emma McKay in rampa di lancio dopo il successo di Sex Education e di un Tom Bateman ormai rodato nella collaborazione con il regista, risultano di gran lunga le più convincenti tra i comprimari, tra i quali sfigura in modo particolare Gal Gadot, che delude in un ruolo chiave del film con una prova abbastanza piatta e anonima.

    Discorso a parte, ovviamente, per il protagonista, il grande mattatore della pellicola, ovvero Branagh stesso nei panni di un personaggio che ormai ha fatto suo e in cui si sente a proprio agio, riuscendo in questo Assassinio sul Nilo a mostrare anche il lato più umano dell’inflessibile detective con un’interpretazione fatta di intensità emotiva, ma anche di humor e savoir faire

    Pregi e difetti, dunque, di un film che intende mettere in scena una storia d’amore tragica nel senso letterale del termine, ovvero da tragedia: il sentimento amoroso in questa pellicola è totalizzante e distruttivo, è un istinto che uccide e che fa uccidere, è il fine ultimo per il quale tutti i personaggi si muovono e compiono le peggiori azioni, dall’uccidere al rubare, dal tradire fino all’ingannare. 

    In questo senso i protagonisti del racconto sono a tutti gli effetti scritti come fossero caratteri classici del teatro shakespeariano (con le dovute proporzioni, ovviamente), colpiti da un destino avverso o forse veri fautori della propria rovina, caduti un momento prima della grandezza. 

    In conclusione questo Assassinio sul Nilo si rivela un film d’intrattenimento interessante in primis per un impianto tecnico-registico capace di colpire lo spettatore anche meno abituato al mezzo, oltre che per una trama sapientemente intricata che affascina e appassiona. Un prodotto, dunque, godibilissimo nonostante manchi di profondità concettuale, ma che ricorda ancora una volta a tutti l’obiettivo principe del cinema  (e della letteratura): intrattenere un pubblico narrando una storia. 

    Lo sapeva bene Agatha Christie, eccome se lo sapeva….

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Catana" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com7_.png" image_id="1649|full" image_border_radius="" company="Caporedattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alessandro-catana" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE THE BOOK OF BOBA FETT – UN PASTICHE DI STAR WARS

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Il progetto di uno spin-off sul cacciatore di taglie Boba Fett, personaggio di Star Wars apparso al cinema per la prima volta in L’Impero colpisce Ancora, era in cantiere da parecchio tempo: ci è voluto il successo quasi inaspettato di The Mandalorian, e le successive serie live-action di Star Wars programmate a seguire, per aprire le porte alla realizzazione di The Book of Boba Fett.

    Creato come sketch animato nello speciale televisivo The Star Wars Holiday Special consigliatissimo agli amanti del trash e ai fan di Star Wars più masochisti , assurto a uno status di culto dopo il suo esordio cinematografico, Boba Fett non è in realtà mai stato un personaggio approfondito a dovere nei film. Per questo, The Book of Boba Fett si propone di assolvere a questa mancanza dopo il ritorno del personaggio nella seconda stagione di The Mandalorian.

    LA BALLATA DI BOBA FETT

    La serie inizia in modo promettente, nonostante la narrazione estremamente lenta possa renderne difficile il pieno godimento ai non fan della saga. Almeno all’inizio, la serie è meno orientata all’avventura e più al character study di questo personaggio leggendario ma  – finora –  senza una vera personalità. L’ex cacciatore di taglie diventato boss del crimine, interpretato qui da Temuera Morrison, è costretto ad affrontare il proprio passato, dall’infanzia segnata dalla morte del padre Jango fino al suo percorso di rinascita e redenzione dopo essere sfuggito dalle fauci del Sarlacc che stava per divorarlo. Per i primi episodi, la serie è volta ad esplorare il lato più vulnerabile di uno dei personaggi più iconici del franchise. Questa è l’idea sicuramente più originale, e in linea con quanto fatto finora con personaggi come Luke Skywalker, Han Solo e Darth Vader, ripresi anni dopo la loro prima apparizione per mostrare che c’è di più dietro i personaggi fondamentali nell’immaginario collettivo dei fan della saga. E, almeno all’inizio, il percorso di morte e resurrezione di questo cacciatore di taglie convince e coinvolge. Al contrario di The Mandalorian, però, che perlomeno godeva fin dall’inizio di una regia solida, qui i problemi cominciano a mostrarsi fin da subito in sede di regia.

    La maggior parte degli episodi soffre infatti in primis della guida poco ispirata di un Robert Rodriguez che dirige gli episodi col pilota automatico, senza alcun guizzo (la qualità della regia si risolleva solo in parte negli episodi diretti da Bryce Dallas Howard e Dave Filoni). Le scene d’azione sono dirette e montate perlopiù in modo caotico e senza un reale senso dello spazio e del racconto, riducendosi a ralenti con un montaggio serrato che confonde senza coinvolgere. Non aiuta che, dopo un inizio lento ma efficace, la serie cominci a perdere mordente proprio quando è costretta a portare avanti la trama orizzontale di questa stagione, ovvero il mantenimento del potere da parte di Boba Fett e la guerra contro un clan rivale. 

    THE MANDALORIAN PARTE III

    Non è un caso che la trama e l’indagine psicologica di Boba Fett subiscano un severo contraccolpo quando la storyline del passato si unisce agli eventi di The Mandalorian e ritorna in scena il Mandaloriano interpretato da Pedro Pascal nel quinto episodio. Da quando ritorna in scena è proprio lui ad essere il vero centro d’interesse della serie, tanto che l’eponimo Boba Fett risulta un personaggio molto meno interessante a confronto. Di per sé non ci sarebbe nulla di male nel costruire una narrazione in cui il personaggio titolare costituisce solo uno dei personaggi di un cast corale, tuttavia questo diventa un problema quando l’indagine psicologica del protagonista viene abbandonata in favore di fanservice e richiami a prodotti di Star Wars passati e presenti (e futuri).

    Star Wars non è solo la storia, ma anche il worldbuilding suggerito più che ostentato, la sintesi di elementi stilistici, costumi e personaggi di sfondo che sottendono un universo narrativo potenziale lo stesso Boba Fett nei film è solo un personaggio terziario con una bella armatura. 

    Oltre alla sintesi di ispirazioni e immaginari che ci si aspetta da qualsiasi prodotto targato Star Wars (dal western al fantasy al cinema gangster), in questa serie è chiara l’intenzione di unire diversi elementi dell’universo multimediale (e transmediale) costruito dal franchise negli ultimi anni. E così, oltre a film e serie televisive, la serie richiama anche i fumetti, le serie animate e i libri, contribuendo all’idea di un universo condiviso com’era stato con The Mandalorian. Eppure, The Book of Boba Fett pecca anche da questo punto di vista: il fatto che la quasi totalità della serie sia ambientata in un unico luogo con gli stessi personaggi limita di molto il potenziale immaginativo e creativo di questa particolare storia, e contribuisce a rendere molto più piccola questa galassia lontana lontana.

    UNO STAR WARS MINORE

    I numerosi paragoni con The Mandalorian nel corso di questa recensione non sono stati casuali: The Book of Boba Fett è, nel bene e nel male, emanazione diretta della serie madre in stile, tono, narrazione e personaggi. Tuttavia, se la serie di partenza aveva quantomeno delle fondamenta solide su cui costruire le sue avventure episodiche, questo spin-off è un prodotto dai piedi d’argilla, che non sembra avere di partenza molte idee, e quelle che ha vengono sviluppate in maniera altalenante.

    La natura estremamente derivativa di questo prodotto ne rende inoltre ostica la comprensione a chi non abbia già visto le due stagioni di The Mandalorian. Per chi l’ha già fatto e per i fan assidui di Star Wars, le avventure di questo Mandaloriano potrebbero essere di qualche interesse; tutti gli altri possono tranquillamente farne a meno.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Valentino Feltrin" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post.png" image_id="924|full" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-valentino-feltrin" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • L’AMICA GENIALE – LA SERIE ITALIANA CHE DOVRESTE VEDERE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Superata la settimana di Sanremo, la programmazione RAI riprende col botto: infatti, oggi saranno trasmesse, dopo essere state rilasciate su Rai Play due giorni fa, le prime due puntate della nuova stagione de L’amica geniale, serie tratta dal ciclo di romanzi della misteriosa autrice Elena Ferrante

    I romanzi, ambientati in un ampio lasso di tempo che copre sei decenni (dai primi anni ‘50 al 2010) raccontano le vite di due amiche, Lenù (Elena) e Lila (Raffaella), napoletane di nascita. Le loro traiettorie di vita divergono totalmente già a partire dalla prima adolescenza, nel momento in cui a Lenù viene concesso di continuare a studiare e Lila deve, invece, iniziare a rendersi utile nell’attività di famiglia, sprecando una straordinaria intelligenza. Lenù ripercorre la storia del suo rapporto conflittuale con la figura quasi mitica di Lila, e le loro vite parallele, in un afflato epico degno dei migliori drammi generazionali

    I romanzi hanno avuto un successo immenso, non solo in Italia ma a livello globale, con 10 milioni di copie vendute in 40 paesi. Ad oggi i quattro romanzi delle Neapolitan Novels (così sono chiamati all’estero) sono i lavori più famosi di Ferrante, e hanno contribuito a dare più visibilità anche ai precedenti libri dell’autrice, la quale pubblica sotto pseudonimo dal 1992, anno di uscita del suo romanzo d’esordio L’amore molesto. Esistono, soprattutto nelle università anglofone, interi corsi dedicati allo studio dei suoi scritti. 

    Parte di questo amore all’estero viene probabilmente da diversi elementi che rendono la lettura de L’amica geniale particolarmente utile per conoscere e capire l’Italia: la serie intreccia sapientemente le vicende delle sue protagoniste a quelle del nostro paese, raccontandoci attraverso gli occhi di entrambe eventi fondamentali come i moti comunisti e femministi e gli anni di piombo. Oltre a ciò, è uno spaccato vivido, allo stesso tempo splendente e crudele, di Napoli e del rione in cui si svolge buona parte della serie, dipinto come immobile nel trascorrere degli anni, sottoposto alle leggi violente di una società ancora fortemente patriarcale e attraversato da una piaga che, col procedere dei romanzi, diventa sempre più pervasiva: la mafia. Altre città italiane vengono inoltre descritte nel trascorrere dei decenni, diversi ambienti culturali come quello della Normale di Pisa degli anni ‘60, o della Firenze colta degli anni ‘70, luoghi in cui Lenù si rifugia per scappare dal primitivismo della sua infanzia. Tuttavia, il richiamo del rione rimane sempre più forte, e Lenù si trova sempre a tornare ad esso… e a Lila.

    Ai macro temi del tempo e dello spazio, Ferrante aggiunge altri micro temi: la letteratura e l’istruzione, visti come unici mezzi per scappare dal rione; i diversi tipi di intelligenza, rappresentati da Lenù, pratica di letteratura, e Lila, iper critica di una realtà corrotta. Ma soprattutto, ciò che interessa all’autrice è la donna, in tutte le sue diverse condizioni: la donna nell’ambiente accademico e le sue difficoltà nell’affermarsi a fianco dei colleghi maschi; la donna vittima di violenza; la donna incapace di provare piacere nella vita domestica; la donna impegnata nella lotta per i propri diritti; la donna stuprata, la donna vittima di calunnie, la donna rovinata da uno scandalo. Nel rione, l’affermazione del sé è difficile, e quasi tutti i personaggi maschili si fanno più o meno consciamente prosecutori di un sistema che vuole la donna moglie perfetta, madre perfetta e vittima perfetta. 

    I libri della Ferrante hanno attirato l’attenzione di diversi registi, anche stranieri. È il caso di Maggie Gyllenhaal, che ha adattato per il suo debutto alla regia La figlia oscura. Ad oggi sembra che Netflix abbia in programma una serie basata su La vita bugiarda degli adulti, e prima dell’allontanamento dal progetto da parte della protagonista, Natalie Portman, era in programma un adattamento de I giorni dell’abbandono.

    Curiosamente, visto il team prevalentemente italiano che lavora alle sue spalle (attori, registi e sceneggiatori tutti italiani), anche L’amica geniale è un progetto che nasce dall’estero. Infatti la serie è stata creata non solo per la RAI e il servizio di streaming TIMvision (il quale si è ritirato dopo la prima stagione dall’accordo), ma anche per il network HBO. Sì, proprio quello di Game of Thrones.

    Alla regia delle prime due stagioni, che adattavano la prima metà della quadrilogia di romanzi, c’è stato Saverio Costanzo, regista de La solitudine dei numeri primi e della serie In treatment, con una piccola “intromissione” di Alice Rohrwacher per due episodi della seconda stagione (a mio umile giudizio, due dei migliori). 

    Il cast è composto principalmente da attori alle prime armi o non particolarmente conosciuti, con tantissimi giovani interpreti napoletani al primo ruolo per dare vita al variegato gruppo di amici che circonda Lila e Lenù (solo alcuni nomi degni di nota: Giovanni Amura, Francesco Serpico, Eduardo Scarpetta, Giovanni Buselli e Rosaria Langellotto). Nella parte delle due protagoniste, due giovani che sono diventate note: Margherita Mazzucco (Lenù) e Gaia Girace (Lila), da molti considerata la vera rivelazione dello show. Per le prime due puntate della serie, le due sono state interpretate dalle attrici bambine Elisa Del Genio e Ludovica Nasti rispettivamente. Il lavoro di casting si è dimostrato egregio, in quanto le somiglianze con le loro controparti adolescenti è davvero impressionante. Lo stesso discorso, ad ogni modo, vale per ogni membro dell’immenso cast, ricco di personaggi che sembrano balzare direttamente fuori dalle pagine della Ferrante.

    La fedeltà ai romanzi è uno degli innumerevoli elementi che rende questa serie un prodotto decisamente valido, se non eccellente: se gli eventi raccontati dall’autrice funzionano su carta, funzionano ugualmente riproposti sul piccolo schermo. 

    La penna della Ferrante non fa sconti a nessuno e non si spaventa nel parlare di temi controversi come il mancato rapporto affettivo tra madre e figlia, la forza schiacciante della famiglia e della sua eredità, l’assenza di piacere nel sesso, l’abuso. Soprattutto, la Ferrante non ha paura nel rovesciare le nostre aspettative e nel descriverci i lati più oscuri di personaggi, su cui potremmo cambiare radicalmente idea nel passaggio da un volume all’altro. La stessa Lenù, la voce narrante che seguiamo per tutti e quattro i libri, è un personaggio moralmente ambiguo, che fa spesso scelte con cui i lettori potrebbero trovarsi in totale disaccordo.

    L’amica geniale si è dimostrata, sin dalla primissima puntata, non impaurita all’idea di mostrare ciò che c’è di più violento e “sconveniente” nel testo dell’autrice, con una scena che mostra la defenestrazione della piccola Lila ad opera di suo padre, durante una lite. La crudezza di elementi presenti nei romanzi risulta ancora più intensa in forma visiva che non scritta, tanto che in RAI una scena particolarmente forte è stata prontamente censurata (è stata invece trasmessa in chiaro sulla HBO: evidentemente dopo Game of Thrones nessuno si sorprende più di nulla).

    Rispetto ai romanzi di Ferrante, scritti in una prosa principalmente italiana, riflettendo l’educazione di Lenù, la serie vira invece maggiormente sull’uso del dialetto napoletano (con sottotitoli). Questa scelta permette non solo di entrare di più nella storia e nell’atmosfera generale, ma anche di sviluppare uno dei temi principali della serie: la disparità nell’istruzione. Solitamente, i personaggi che fanno maggior uso del dialetto sono anche i meno istruiti. Il napoletano si usa in contesti informali, familiari, e ha una forza corrosiva adatta alle realtà più scomode della vita; l’italiano è riservato a situazioni istituzionali, alla scuola, alle conversazioni dotte (ma sterili). Con questo piccolo accorgimento L’amica geniale fotografa la situazione di un’Italia all’alba di una rivoluzione culturale, ma in cui la maggioranza della popolazione è ancora troppo incolta per comprenderla.

    Altrettanto degna di nota la ricostruzione della Napoli degli anni ‘60, dove sono ambientate le prime due stagioni. Il rione è stato ricreato a Caserta, in un set di sette ettari (compresi teatri di posa). Molti degli oggetti di scena sono inoltre d’epoca. Ulteriore dettaglio che rivela la cura della messa in scena: la sigla della seconda e della terza stagione è stata realizzata con una cinepresa Super 8, prodotto della Kodak datato 1965 usato principalmente da operatori dilettanti. 

    Manca l’idealizzazione che spesso si mette in atto in queste storie d’epoca: le case delle protagoniste sono sporche e malandate, il rione grigio. Le uniche puntate che sfruttano la bellezza di Napoli sono quelle ambientate lontano dal quartiere principale, come ad esempio gli episodi di Ischia. 

    Degna di nota anche la colonna sonora, composta da un nome decisamente poco italiano: Max Richter, autore delle musiche di La chiave di Sara e Ad Astra. La colonna sonora di Richter contiene sia brani originali sia suoi pezzi precedentemente composti (uno dei più famosi è il remix di Primavera di Vivaldi). Si aggiungono inoltre canzoni italiane dell’epoca, che contribuiscono a ricreare l’atmosfera dell’Italia che fu. Piccola avvertenza: probabilmente avrete Vivere ancora di Gino Paoli in testa per diverso tempo.

    La seconda stagione della serie, Storia del nuovo cognome, è andata in onda all’incirca due anni fa, e la produzione è entrata in un lungo hiatus a causa della pandemia tuttora in corso. 

    Questo lungo tempo d’attesa si è accompagnato ad alcuni cambiamenti che certamente alzeranno l’asticella delle aspettative per molti fan. In primis, da questa terza stagione, Storia di chi fugge e di chi resta, avremo un cambio alla regia: Saverio Costanzo, pur rimanendo alla sceneggiatura, ha passato lo scettro a Daniele Luchetti, regista di Mio fratello è figlio unico e Lacci, alla sua prima regia televisiva. Sono rimasti, invece, gli interpreti delle prime due stagioni, nonostante inizialmente si fosse pensato a un recasting, dal momento che nel terzo libro i personaggi dovrebbero arrivare più o meno ai 30 anni. Vedremo col trascorrere delle puntate se la scelta di vedere crescere gli interpreti su schermo si rivelerà vincente, o se non sarà possibile nascondere la loro giovinezza (il cast è molto variegato in termini di età, ma solo per fare un esempio emblematico: al momento Margherita Mazzucco ha 19 anni, Gaia Girace 18). 

    Vedremo se queste scelte pagheranno. Per ora, i commenti online a seguito dell’anteprima su Rai Play sono molto positivi. Si spera che anche il resto della stagione non deluda, riconfermando questa serie come la più… Geniale presente sul palinsesto RAI. 

    Lascia un po’ l’amaro in bocca, comunque, pensare che quello che è probabilmente il prodotto italiano migliore del momento non sia totalmente italiano. Forse ci conviene semplicemente goderci lo show, alzare le spalle e ringraziare L’amica geniale alla Stanis La Rochelle: “Thank you for being so not Italian”.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Silvia Strambi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post.png" image_id="924|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-silvia-strambi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE GLI OCCHI DI TAMMY FAYE – UN DRAMMA SOPRA LE RIGHE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”no” border_position=”all”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Adattamento dell’omonimo documentario di Fenton Bailey e Randy Barbato datato 2000, Gli occhi di Tammy Faye racconta la vita e la carriera di due dei telepredicatori più famosi degli Stati Uniti. Diretti da Michael Showalter, Jessica Chastain e Andrew Garfield interpretano Tammy Faye e Jim Bakker, i Barbie e Ken del tele-evangelismo americano, la coppia che tra gli anni ‘70 e ‘80 riuscì a costruire un vero e proprio impero televisivo e commerciale di matrice -quanto meno di facciata- cristiana.

    La pellicola, presentata nel 2021 al Toronto International Film Festival e in seguito alla Festa del Cinema di Roma come film di apertura, narra in maniera piuttosto lineare la vita di Tammy Faye: dalle origini umili all’incontro con il marito Jim, dall’ascesa della coppia – il cui programma The PTL (Praise The Lord) Club arrivò a contare venti mila telespettatori – fino alla rovinosa caduta a seguito di frodi, scandali e accuse di vario tipo.

    ECCESSI E CARICATURE DEL MONDO TELEVISIVO

    Forza vera di questo biopic è il cast. Jessica Chastain è a tratti irriconoscibile sotto quintali di trucco e parrucche sempre più cotonate, e funziona a meraviglia nell’interpretare un personaggio che è una caricatura vivente, eccessiva e strabordante fin da ragazza e ancora di più con l’avanzare dell’età e della fama.

    L’intenzione, ha dichiarato l’attrice, era quella di mettere proprio lei al centro del racconto, di mostrare la donna al di là del suo rapporto di coppia e televisivo con il marito, di inquadrare la determinazione e la voglia di autoaffermazione della predicatrice proprio attraverso il sipario delle sue stratosferiche ciglia finte.

    Ad attribuire maggiore spessore all’interpretazione della protagonista, contribuisce la prima prova canora di Jessica Chastain sul grande schermo, che dimostra avere anche uno spiccato -e finora inedito- talento per il canto.

    Accanto a lei, nei panni del marito Jim Bakker, un Andrew Garfield in forma che, dopo l’ottima interpretazione nel musical Tick, Tick… Boom!, conferma di essere uno dei volti del cinema contemporaneo da seguire con maggiore attenzione, con un’interpretazione volutamente plastica e sopra le righe.

    Menzione d’onore anche per il personaggio della burbera madre di Tammy, qui interpretato da Cherry Jones, che indossa una maschera di severità per tutto il film ed è quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo esuberante e kitsch della figlia.

    Proprio la ricostruzione di questo sfarzoso mondo dell’intrattenimento televisivo è uno degli aspetti migliori della pellicola. Trucco, costumi, scenografie e fotografia: tutti gli elementi dell’impianto visivo concorrono a ricreare l’opulenza e il lusso quasi pacchiano della coppia mediatica più discussa dell’epoca, regalando ambienti straripanti di colori e dettagli esagerati proprio come il personaggio mediatico della protagonista, riuscendo a costruire dei bei contrasti visivi anche nei momenti più drammatici.

    I BINARI DEL BIOPIC CLASSICO

    Tutta questa ricchezza visiva è accompagnata da una regia che, forse anche per scelta, non brilla per estro e originalità, ma si muove su binari piuttosto classici, così come del resto tutta la struttura narrativa. Questa linearità, stilistica ed espositiva, a tratti fa perdere di ritmo al racconto, oltre ad andare a discapito di alcune tematiche che restano, purtroppo, solo accennate: è il caso del tema della compenetrazione e influenza reciproca di media e politica, così come di quello degli interessi sociali di Tammy. La scelta netta è invece quella di concentrarsi sul meccanismo autodistruttivo dell’impero Bakker-Faye e sulla ricerca incessante di conferme e riscatto da parte della protagonista, tagliando sugli aspetti meno personali della vicenda. I due sono a tutti gli effetti dei personaggi, e per buona parte del film l’effetto è quello di essere veramente degli spettatori di un Jim and Tammy Show, tant’è che al pari dei veri spettatori dell’epoca anche noi assistiamo al disfacimento del grande baraccone mediatico tramite i notiziari e le interviste che ricorrono per tutto il film e che gli attribuiscono una valenza quasi metacinematografica.

    In conclusione, Gli occhi di Tammy Faye è un biopic classico e ben confezionato, un dramma che si veste con i lustrini della commedia e che, complici anche le prove attoriali dei due protagonisti,  merita sicuramente una visione.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Anna Negri" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com10.png" image_id="1656|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-anna-negri" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE ENNIO – NELLA MENTE DI UN MAESTRO

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Un metronomo che segna il tempo, in sottofondo. Un uomo anziano che entra in una stanza e comincia a fare esercizi. Voci e immagini di persone note, alcune delle quali se ne sono già andate, che ci raccontano questo Maestro. L’uomo seduto al tavolo, intento a buttare giù alcune note su un pentagramma. E poi, la musica che esplode. Il Maestro Ennio Morricone che dirige, nel proprio studio, un’orchestra invisibile mentre le sue note riempiono il cinema.

    Così si apre Ennio, ultimo film di Giuseppe Tornatore, documentario dedicato al compositore Ennio Morricone con cui il regista ha collaborato dal 1988, con Nuovo Cinema Paradiso, fino al 2016, per il film La corrispondenza. I due, oltre ad avere uno stabile rapporto professionale, avevano in precedenza partecipato ad un altro progetto comune, ovvero la stesura del romanzo Ennio, un maestro, uscito nel 2018. Anche in questo caso, oggetto del lavoro erano la vita e l’opera del Maestro Morricone, che ci ha lasciato durante la pandemia, il 6 luglio 2020. È quindi evidente come sia proprio Tornatore l’unico in grado di raccontare, nella maniera il più completa possibile, questo grande artista: lo stesso Morricone accettò di parlare di sé solo a condizione che a fare un documentario su di lui fosse il collaboratore di lunga data.

    Il film è stato presentato in anteprima il 29 e il 30 gennaio e sarà distribuito su ampia scala il 17 febbraio, dopo essere stato presentato al Festival del Cinema di Venezia lo scorso settembre. La versione presentata alla Biennale, per ammissione dello stesso regista, era ancora grezza. La pellicola, infatti, verrà rilasciata con 12 minuti in meno rispetto a ciò che è stato mostrato a Venezia, pur mantenendo il corposo minutaggio di  due ore e mezza. Tagli richiesti dai produttori e dai distributori, a detta di Tornatore, che d’altronde ha sempre avuto, sin dal già citato Nuovo Cinema Paradiso, problemi di distribuzione con i suoi film dalle durate “mostruose”.

    Tuttavia, in questo caso la difficoltà dell’impresa di riduzione del materiale di base (a detta di Tornatore il montaggio del film è durato due anni) risulta ben comprensibile. Infatti, alle spalle di Ennio c’è una quantità immane di materiale scartato, di ore di girato che sono state raccolte dal regista nel corso degli ultimi anni. L’intervista a Morricone, che è il fil rouge di tutto il racconto, è avvenuta infatti ben sette anni e mezzo fa, ed è durata undici giorni. A questa già spropositata quantità di materiale si sono aggiunte poi diverse interviste, fatte nel corso degli anni, a persone che hanno collaborato con il Maestro o a estimatori della sua musica particolarmente illustri. Alcune di queste persone, come i registi Bernardo Bertolucci e Lina Wertmuller, sono addirittura morte nel tempo intercorso tra la loro intervista e l’uscita del film. Si conti poi la selezione che è stato necessario effettuare sull’immenso catalogo di film musicati da Morricone (ha lavorato a ben 500 colonne sonore), oltre che sulle sue composizioni estranee al mondo del cinema e alle canzoni arrangiate. Per non parlare poi dei progetti mai andati in porto, come la collaborazione con Kubrick per Arancia meccanica (silurata da Sergio Leone) o la colonna sonora per La Bibbia di Huston.

    Altro punto di difficoltà, nel maneggiare questa gran quantità di materiale, è stato il fatto che l’intenzione di Tornatore era quella di seguire l’ordine cronologico del racconto, in una costruzione che ci permette di seguire anche la parabola del nostro cinema e dei grandi registi che ne hanno fatto la storia. Il documentario diventa dunque, oltre che celebrazione del compositore, anche celebrazione dell’arte del cinema italiano, dei suoi giganti di ieri e di oggi, alcuni immortalati per sempre nelle immagini di questo film come, d’altronde, lo stesso Maestro Morricone. 

    Il tempo di lavorazione è stato tanto lungo che questo tributo si è trasformato, inaspettatamente, in un monumento post mortem che, tuttavia, non ci ricorda mai la scomparsa dell’artista a cui è dedicato: il decesso di Morricone resta forse il più grande non detto che aleggia su tutto il film. Piuttosto, Tornatore sembra voler eternare l’opera del Maestro: egli stesso ha ammesso di essere apparso molto poco nel documentario, nonostante abbia lavorato con Morricone per quasi trent’anni, proprio perché non voleva che diventasse un racconto del loro rapporto professionale. Che anche questa scelta di non chiudere il film con un epitaffio, com’è uso comune per i documentari biografici, sia dettata dalla stessa volontà di non allontanare il focus dalla sua storia? O che si tratti invece di un residuo della natura di questo progetto, cominciato quando il Maestro era ancora in vita? Difficile a dirsi. Resta il fatto che il pubblico, molto probabilmente, già sa, e che Tornatore ne è ben conscio: pur nella sua forma necessariamente ridotta, Ennio resta un’enorme bibbia sulla sua musica.

    Infatti, come affermato da Tornatore, ciò che gli interessava di più era “raccontare” la musica di Morricone. Ogni film che ha costituito una tappa fondamentale nella sua carriera diventa occasione per il compositore e per chi ha lavorato con lui di spiegare le sottigliezze e le vicende di un dato brano. Scopriamo così divertenti aneddoti, come l’odio di Morricone per l’arrangiamento di In ginocchio da te, o interessanti soluzioni, come l’inserimento nelle sue colonne sonore di estratti di musica classica, l’improvvisazione sulle immagini del film e l’uso di oggetti per l’arrangiamento di canzoni popolari come Il barattolo, o ancora la sua ispirazione a elementi del reale, ad esempio i cori del Sessantotto che hanno dato il La al tema di Sostiene Pereira

    Questo documentario è dunque l’ennesima (e definitiva) occasione per Morricone di rovesciare la vergogna, raccontataci nel film, provata nel “nascere” come compositore di musica classica sporcatosi nel comporre colonne sonore: raccontandoci la perizia tecnica del proprio mestiere e spiegandoci cosa si nasconde dietro le proprie composizioni il Maestro può riscattare la “vergogna” dell’essersi allontanato dalla musica “pura” e dimostrare come sia riuscito a elevare quella che fino ad allora era considerata musica di serie B. 

    Nonostante la durata, il film mantiene comunque un buon ritmo, soprattutto grazie alla quantità di storie raccontate – che riescono a ravvivare l’attenzione dell’appassionato – e al perfetto connubio della musica con le immagini mostrate su schermo. Poter sentire i più famosi brani di Morricone che riempiono la sala cinematografica è un’esperienza che certamente vale il prezzo del biglietto. Gli unici momenti in cui il film sembra dilungarsi troppo sono quelli in cui si susseguono le lodi per il Maestro che, seppur meritate, risultano come l’ennesima ripetizione. 

    Alcune trovate di montaggio appaiono poi ingenue, soprattutto l’uso esasperato e visibile della slow motion in alcune sequenze. Ma la solennità della messa in scena e del contesto è tale e tanta che la commozione sorge spontanea, e a un film di due ore e mezza così attentamente costruito si può senz’altro perdonare qualche secondo di slow motion di troppo o qualche sottotitolo non proprio aderente alla controparte inglese. 

    Ennio è un tributo sentito e intenso all’arte della musica per il cinema e al mestiere di un Maestro e, in definitiva, risulta come il suo più grande riscatto su se stesso e su un sistema che per troppo tempo ha sminuito i suoi lavori.

    Resta la curiosità per quelle ore e ore di girato che sono state scartate, per quel film che non è nel film, per quei personaggi che non abbiamo avuto modo di vedere e quelle storie che non abbiamo avuto modo di sentirci raccontare. Chissà che, in un futuro, Tornatore non rimetta mano ai suoi reperti, ora così potenzialmente preziosi, e ne tragga una qualche testimonianza scritta o una director’s cut

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Silvia Strambi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post.png" image_id="924|full" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-silvia-strambi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]