Category: Recensioni

  • RECENSIONE TRE SORELLE DI ENRICO VANZINA – ROM-COM AL SAPORE DI MARE

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    TUTTE LE DONNE D(E)I VANZINA 

    Il fitto e variegato universo cinematografico di Carlo ed Enrico Vanzina è popolato da sempre dalle turbolente vicende esistenziali di figure femminili indipendenti, inquiete e anticonformiste, in bilico tra slanci identitari e il rifugio dentro tic e stereotipi borghesi: dalla galleria dei nuovi costumi della donna moderna radiografati sullo sfondo della tentacolare Milano da bere degli anni ’80 (Via Montenapoleone (1986), I miei primi 40 anni (1987), Le finte bionde (1989), le incursioni nel torbido giallo-noir di Mystère (1983) e del fashion film-thriller Sotto il vestito niente (1985), fino alla prima reunion pop di un cast all-female in Quello che le ragazze non dicono (2000). Orfano dall’estate 2018 del compianto fratello Carlo, dopo aver sceneggiato, per Netflix, Natale a 5 stelle (2018) e Sotto il sole di Riccione (2020), e dopo aver esordito alla regia dell’instant (Covid)movie Lockdown all’italiana (2020), Enrico Vanzina con Tre Sorelle (dal 27 gennaio su Prime Video) riprende le fila di un nuovo discorso amoroso contemporaneo, adottando il registro lieve e vagamente canzonatorio della commedia sentimentale di gruppo al femminile. Al centro della vicenda, le tre sorelle Vigorelli del titolo – stesso padre, madri diverse -, rimaste disgraziatamente sole alla vigilia della partenza agostana per le vacanze (siamo nell’estate del 2019, in clima spensieratamente pre-pandemico), dunque radunatesi in una villa al Circeo per farsi compagnia e ritrovare se stesse: sono la raffinata benestante Marina (Serena Autieri), abbandonata dal consorte chirurgo sorpreso in effusioni con un altro uomo; la scatenata Sabrina (Giulia Bevilacqua), impenitente divoratrice di uomini col vizio di bere pesante, lasciata dal marito avvocato stufo dei continui tradimenti; e la procace, nevrotica e altezzosa Caterina (Chiara Francini), che si dà grandi arie del suo lavoro nel cinema ma da troppi anni “non batte chiodo” con un partner. A cui si aggregano la giovane massaggiatrice venezuelana Lorena (Rocío Muñoz Morales) e l’aitante scrittore di frivoli romanzetti Antonio Russo (Fabio Troiano), vicino di casa che porterà ulteriore scompiglio nei rapporti tra le donne. 

    MARINA E LE SUE SORELLE 

    Come padre nobile e lontana parente della storia delle sorelle Vigorelli, figlie ed eredi – nella finzione – delle spensierate tresche interclassiste del periodo Dolce Vita (vedi il brizzolato genitore trigamo Luca Ward, concierge playboy che dissemina mogli-amanti per tutti gli hotel Excelsior d’Italia), Vanzina ha in mente una certa brillante e malinconica commedia esistenziale alleniana, aggiornata alle trame chick lit, a pruriti e innocue scaramucce da soap opera in vetrina extralusso e alla mondana liquidità amorosa di un Sex and the City in trasferta al Circeo. Filtrata tra il girotondo di incroci intorno allo stesso uomo di Hannah e le sue sorelle, 1986 (con Troiano che cita Oscar Wilde a caso per sedurre, al posto delle poesie di Cummings portate in palmo da Michael Caine), e il terapeutico ritiro nella villa al mare di un Interiors (1978) spurio e depurato di gravitas e cupezza bergmaniane, per offrirsi come luminoso e rivitalizzante posto al sole per il rehab dei piaceri e una ritrovata joie de vivre. Parole d’ordine: divertire, commuovere, emozionare, come detto dallo stesso Vanzina. Tra voce over e magnifica presenza del manzo alfa Ward, che apre il racconto scansando Čechov e citando Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo») e lo chiude con meta-orazione cerimoniale («Potrebbe quasi essere un happy end»), e personaggi che commentano guardando in macchina come un coro greco dialettale, le avventure procedono sui collaudati schemi dell’inversione scambistica e dell’equivoco sulla persona. Con la Marina-Cenerentola di Serena Autieri, fine e austera signora ultraborghese, «regina delle stronze» riconvertita in ciociara a servizio, che riaccende la passione dello scrittore per il mito del femminino mediterraneo della Loren e della Vitti. 

    VANZINA CINEMATIC UNIVERSE

    In filigrana c’è infatti, come sempre in Vanzina, l’affettuoso omaggio e l’orgogliosa rivendicazione del cinema italiano popolare, e dei suoi caratteristi storici (il Bombolo difeso da Sabrina), contro l’affettazione snobistica dell’autorialismo blasé che ha sempre schifato i V Bros. Il ricco corredo di cinefilia dispensata a piene mani, nel serbatoio di citazioni che da sempre nutre immaginari e repertorio vanziniano, non si fa qui vera materia d’azione e costruzione narrativa, limitandosi a un fuoco di fila – un filo isterico – di riferimenti a passato e presente dello showbiz, snocciolati a ripetizione come barzellette dalla costumista-chic, con pedigree aristocratico, interpretata da Chiara Francini, forse il personaggio sopra le righe più riuscito, che qua e là riesce a strappare qualche risata: come in ospedale a fianco dell’anziana spaesata che ignora Ivory, Wes Anderson e Milena Canonero, e che al cinema ci andava solo per i fastosi e rimpianti Natali di Boldi e De Sica. Per stare in tema, già da antologia dello scult Massimiliano Rosolino nel minuscolo ruolo del marinaio seduttore che si finge ricco signore sullo yacht, come in ogni mascherata vanziniana che si rispetti.

    SESSOMATTO E MATRIMONI (ALL’ITALIANA)

    Tra fughe escapiste e ritorni di fiamma, scappatelle in barca, cocktail dai nomi e colori improbabili, cene in terrazza e passeggiate sul corso, lo scrittore-socialite Enrico Vanzina è a suo agio nel tratteggio dei ritratti femminili sofisticati e disinvolti, appena incrinati da un velo di sofferenza e da un male di vivere inevitabilmente passeggero. Liti, equivoci, piccoli segreti e grandi confessioni in confezione da rassicurante fiction generalista, da salotto inclusivo e accogliente, soffuso in piena e piatta luce calda (come vuole la destinazione su piattaforma), con appena qualche barlume critico di coscienza sociale (il breve monologo della Muñoz Morales, un po’ maldestro, sulle condizioni dei lavoranti stranieri). Tuttavia, al netto del simpatico brio e della non disprezzabile alchimia tra le protagoniste, la volontà di attualizzare l’eterna battaglia dei sessi in senso più fluido e meno binario possibile, in (libera) uscita da stereotipi coniugali e affettivi dell’universo-donna, si fonda, semplicemente, sull’assunto di opporre alla serialità compulsiva e infantile del maschio fedifrago col radar sessuale sempre in funzione (un divertito Fabio Troiano che gioca al vacuo scrittore-narciso da salotto TV), uno speculare, parimenti ostinato e irrefrenabile female gaze che accumula, moltiplica e incrocia le occasioni di promiscuità. Pari e patta. Con finale rigurgito di uno stonato conservatorismo familista di ritorno, che rinsalda rapporti, sorellanze e legami generazionali in un assurdo matrimonio riparatore completamente intempestivo e avulso dalle storylines fin lì dipanate. A un certo punto, nel profluvio di note letterarie a piè di dialogo, si evoca addirittura Pirandello: «Un romanzo o lo si vive o lo si scrive», con annessa incertezza interpretativa («…che poi non ho mai capito che voglia dire», ammette Troiano). Un po’ lo stesso dubbio che coglie al termine della visione di Tre sorelle: se suoni tutto come un feel good movie troppo lezioso e imbellettato per risultare davvero empatico e credibile, o se talvolta sia proprio questa veracità popolare del cinema vanziniano, coi suoi cliché immarcescibili da pochade ammodernata e rom-com rosè, a vivificare spudoratamente una stucchevole realtà “da film”, per cui è meglio abbandonarsi al flusso imprevisto dei sentimenti e delle emozioni al calduccio dello schermo di casa. Così è, se vi piace… Tre Sorelle è disponibile gratuitamente in streaming su Amazon Prime Video dal 27 Gennaio 2022 

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  • AFTER LIFE – RICKY GERVAIS E LA DELICATEZZA DI UNA TRAGEDIA

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    La terza stagione di After Life, il capitolo conclusivo della serie creata, diretta, prodotta e interpretata da Ricky Gervais è disponibile su Netflix dal 14 gennaio. Così come per le altre due stagioni (e come tipico delle serie del comico britannico) anche stavolta vi è una divisione del racconto in sei episodi, ognuno dalla durata di circa mezz’ora.

    Con una sensibilità fuori dall’ordinario, Gervais prosegue la storia di Tony nel suo percorso di ripresa dopo la perdita precoce di sua moglie Lisa. Un tema malinconico, difficile da rendere senza scadere da un lato nella rappresentazione straziante di un dolore insormontabile e dall’altro nella banalità del riuscire a risollevarsi troppo facilmente. In After Life ciò non accade mai. Vi è un equilibrio perfetto tra l’empatia che si prova per Tony e per la sua perdita e la leggerezza della narrazione nel delineare la sua angoscia in modo sempre delicato, ma allo stesso tempo schietto e a tratti brutale. Specchio in un certo senso del carattere del protagonista, che pur mostrando a chiunque lo frequenti una facciata esterna di cinismo e sarcasmo nasconde in sé gentilezza e una grande bontà. 

    LA RAPPRESENTAZIONE DEL DOLORE: ARMONIA TRA IL DRAMMA E LA COMMEDIA

    All’inizio della prima stagione Tony viene mostrato al suo punto più basso: privo di una ragione di vita, senza fiducia nel prossimo e nel futuro, arriva a credere che ogni giorno trascorso senza porre fine alla sua esistenza sia solo “del tempo in più” che può interrompere, suicidandosi, quando vuole e che la sua indifferenza verso il mondo sia una sorta di superpotere. Le sue giornate sono tranquille e ripetitive (ma senza mai risultare noiose allo spettatore) nella pittoresca città britannica di Tambury e si compongono del suo lavoro al giornale gratuito locale, di visite al cimitero e all’ospizio per far compagnia a suo padre. Ciò che lo salverà, convincendolo dell’errore che avrebbe commesso togliendosi la vita, sarà l’interazione con diversi personaggi che incontrerà in questi contesti. Essi gli proporranno occasioni di riflessione sul valore della vita, sul senso che avrebbe potuto attribuirle e sulla miglior maniera di impiegarla.

    Inizia così un percorso che si snoda attraverso vicende quotidiane e confronti con amici e parenti, i quali come lui hanno a che fare con i propri problemi e a modo loro sono insoddisfatti della propria vita. Due personaggi in particolare saranno fondamentali per lui: Emma, l’infermiera che si occupa di suo padre all’ospizio, e Anne, un’anziana signora anche lei vedova, conosciuta al cimitero. Quest’ultima in particolare sarà per Tony una figura di grande conforto e sostegno, nonché ispirazione. Mantenendo sempre un’eleganza e un contegno tipicamente inglesi, lei gli parlerà di come lui possa ritrovare quella speranza persa, del modo in cui odio e noncuranza non siano un superpotere e gli spiegherà che trovare qualcuno con cui non essere più soli non significhi sostituire la sua Lisa. Per questo ultimo aspetto si rivelerà importante la presenza di Emma, che prima di essere un suo potenziale nuovo amore sarà in primis una grande amica.

    L’ONESTÀ COMMOVENTE DELLA TERZA STAGIONE

    La fine della seconda stagione aveva lasciato presupporre uno sviluppo in senso sentimentale con l’infermiera, grazie alla quale Tony avrebbe superato questo grande dolore e sarebbe finalmente andato avanti. Nella vita vera, però, non sempre va in questo modo, soprattutto non in così poco tempo. E After Life è estremamente aderente alla realtà, tanto da rinunciare alla scelta più scontata per mettere in risalto un messaggio ancor più profondo: anche di fronte alle sofferenze più grandi, la forza di tornare a vivere viene da noi stessi e non dalle altre persone, per quanto il loro affetto possa essere importante. In questo caso Tony ha le idee chiare, dopo un primo momento di confusione. È ancora innamorato di Lisa e lo sarà sempre. Ciononostante, la vita deve continuare e nella confortevole realtà della sua cittadina può ancora trovare delle ragioni per stare bene. Nel mettere in scesa questi concetti Ricky Gervais non è mai didascalico o melanconico, ma autentico e contemporaneamente fine e morbido.

    Questa onestà è da apprezzare soprattutto nel mostrare come il percorso di guarigione del protagonista non sia lineare, ma caratterizzato da momenti di crisi, insicurezza, ricadute. Non smette di sentire la mancanza di sua moglie, e a volte questo vuoto è preponderante. Gli può risultare ancora difficile uscire a bere qualcosa con Emma, magari preferisce ancora invitarla da lui per sentirsi protetto dall’accoglienza di casa. Ma ormai Tony ha superato il momento peggiore, e si rende apertamente conto di essere stato malato in passato. Ora pur non sentendosi mai davvero felice ha momenti di sincera contentezza e non contempla più il suicidio.

    Il finale sarà estremamente commovente, ma senza risultare stucchevole. La conclusione perfetta per il messaggio che si vuole mettere in risalto: la vita è degna di essere vissuta, sempre. A volte le persone che amiamo potranno abbandonarci prima del previsto, ma si possono trovare altre motivazioni per continuare a percorrere la strada che abbiamo intrapreso fino a quando poi, un giorno, non sarà il nostro turno.

    AFTER LIFE È BASATA SU UNA STORIA VERA?

    Vi sono una tale discrezione e armonia nel rappresentare eventi così drammatici che ci si chiede se la vicenda non sia stata vissuta in prima persona da Ricky Gervais. Non è così, come il comico ha dichiarato durante un’intervista al podcast Series Linked, ma parte della serie è ispirata a storie reali. Nel primo episodio della prima stagione, ad esempio, Tony e Lenny fanno visita ad un anziano che per il suo ottantesimo compleanno aveva ricevuto cinque biglietti d’auguri uguali. Situazione realmente accaduta nel 2013 ad un uomo chiamato Brian, nella città di Exeter.

    Inoltre Gervais ha spiegato come il personaggio di Tony sia semi-autobiografico, come tutti i ruoli da lui interpretati, e sembra essere anche quello che più si avvicina alla sua vera personalità.

    LA COLONNA SONORA

    Una colonna sonora d’eccezione accompagna alcuni dei momenti più belli della stagione. Il primo episodio si apre con The things we do for love dei 10cc, e nelle puntate successive possiamo ascoltare Let down dei Radiohead, The Wind di Cat Stevens, per finire con Both Sides Now di Joni Mitchell. I brani anche sono contestualizzati, citati per raccontare episodi della vita di Lisa sottolineando come siano stati importanti per lei.

    Non sono una novità in After Life delle scelte musicali in grado di colpire gli spettatori e incorniciare perfettamente le vicende narrate. Ricordiamo Lovely Day di Bill Withers, Kids Will Be skeletons dei Mogwai, Rocket Man di Elthon John e Lady Marmalade di Patti Labelle nella prima stagione, Can you hear me di David Bowie e And so it goes di Billy Joel nella seconda.

    La serie è tra le più belle degli ultimi tempi e tra i prodotti firmati Netflix più raffinati e toccanti, After Life si chiude riconfermandosi uno dei lavori migliori di Gervais, mettendo in risalto una grande profondità e sensibilità del comico, filtrate da un umorismo nero e spiazzante che sempre lo accompagna.

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  • RECENSIONE LA FIERA DELLE ILLUSIONI DI GUILLERMO DEL TORO – UN FILM TOTALE

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    Sarebbe sufficiente l’incipit di Nightmare Alley, l’ultimo film di Guillermo del Toro, per accorgersi di come il regista messicano abbia ormai raggiunto la consapevolezza e la sicurezza artistica che appartengono solamente ai grandi maestri del cinema. Un attacco muto, fatto di immagini e di musica, che si distacca dall’abituale racconto in voice over dallo stampo fiabesco tipico del cineasta di Guadalajara e che, in un modo abbastanza palese, segna fin da subito la svolta narrativa intrapresa da quest’opera all’interno della carriera cinematografica dell’autore. 

    Laddove, infatti, l’intera filmografia di del Toro fino a questo momento era composta interamente da pellicole che ruotavano fortemente intorno a una concezione fantasy, il regista decide di girare una pellicola che – per la primissima volta – abbandona il sovrannaturale, per esplorare contesti realistici a tinte marcatamente noir.

    La storia, in pochissime parole, è appunto quella di Stan Carlisle, uomo solitario e dal passato misterioso, che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale si ritrova, in maniera quasi casuale, alla corte di una compagnia circense itinerante. Qui apprenderà i segreti del mentalismo, grazie ai quali troverà un enorme successo, basato, però, su inganni e illusioni sempre più grandi e sempre più pericolosi. 

    Del Toro con questo film firma uno dei progetti più ambiziosi e allo stesso tempo più riusciti della sua carriera, che stupisce in primis per la maturità e la raffinatezza della messa in scena nella sua totalità: la regia, infatti, è composta e classica, fluida e impeccabile, caratterizzata in numerosissime occasioni dal piano sequenza che, però, non scade mai nel mero sfoggio virtuosistico, ma al contrario resta sempre funzionale all’accompagnamento del racconto. Il cineasta messicano dimostra per l’ennesima volta – e forse mette a tacere definitivamente chi lo accusa di aver “rubato” l’Oscar del 2018 – di essere uno degli artisti del panorama mainstream più importanti della sua generazione, in grado di raggiungere una consapevolezza stilistica e comunicativa totale, sia per quanto riguarda la forma (e questa non è certamente una sorpresa), sia per quanto riguarda la sostanza narrativa, a detta di molti vero e proprio tallone d’Achille delle ultime opere di del Toro. 

    Parlando appunto di linguaggio formale, Nightmare Alley si inserisce coerentemente nel discorso cromatico iniziato già con Crimson Peak, ampliandolo e regalando una palette eccezionale, esaltata da un utilizzo della luce in ogni sua sfumatura più che eccellente: tagli di luce che vanno dal soffuso al marcatissimo, chiaroscuri che giocano sapientemente con l’espressività degli attori, penombre fortemente evocative, ma anche luci diurne sorprendentemente poetiche. L’arsenale a disposizione di del Toro, insomma, è vastissimo e magistralmente impiegato in ogni contesto. 

    Menzione d’onore anche per le scenografie che, in particolar modo nella prima parte circense, riprendono il gusto gotico così caro al regista, creando sequenze dall’impatto visivo sconcertante, come l’emblematica ricerca della Bestia nella casa degli orrori. Non vi è solamente il look dark però: da segnalare, infatti, è anche la location dell’ufficio di Cate Blanchett, un vero e proprio gioiello scenografico, così come il salone dove il protagonista si esibisce nei suoi incredibili show nella seconda parte della pellicola.  

    In sintesi, il regista riesce a gestire in maniera perfetta tutti gli elementi della sua messa in scena per confezionare un film dalla potenza visiva disarmante, che vive dell’armonia tra movimenti di macchina dolcissimi e calibratissimi, un comparto fotografico da antologia, musiche azzeccatissime e un reparto scenografie sugli scudi.  

    Altro grandissimo punto di forza di Nightmare Alley è, senza dubbio, il cast, formato da un gruppo di attori che è quello delle grandi occasioni: partendo dai personaggi secondari, Toni Colette, Ron Perlman (fidato attore-feticcio di del Toro ormai dagli anni ’90), Willem Dafoe e David Strathairn rubano indiscutibilmente la scena nei panni della compagnia circense per tutta la prima metà di film; Richard Jenkins offre un’interpretazione molto intensa e convincente, nonostante sia chiaramente un carattere di contorno; Rooney Mara ha il volto e la fisicità perfetti per il ruolo della classica donna angelica simbolo di innocenza, elemento che arriva direttamente dalla tradizione noir. 

    Chi si staglia, però, al di sopra di queste prove già eccellenti è la coppia Bradley Cooper – Cate Blanchett, con la seconda che veste gli abiti di una femme fatale totale, estremamente sensuale e ambigua, tentatrice e sfuggente, dimostrando ancora una volta di essere un’attrice di una caratura unica ed eccezionale. 

    Allo stesso modo Bradley Cooper, nel ruolo del protagonista, sfoggia un physique du role d’altri tempi, regalando forse una delle sue migliori interpretazioni degli ultimi anni, in un ruolo sicuramente non semplice: il riferimento a Bogart e all’iconico look degli investigatori noir, infatti, è palese e il rischio di farsi schiacciare da questo peso è sempre dietro l’angolo. Fortunatamente, però, Cooper non cade in questa pericolosa trappola e riesce a tratteggiare ottimamente e con sicurezza un personaggio estremamente sfaccettato e complesso, firmando più di qualche momento attoriale veramente di livello.  

    Un ulteriore elemento convincente di questa pellicola si trova nella sceneggiatura che, nonostante la corposa durata complessiva di 150 minuti netti, risulta efficacissima nel mantenere un ritmo narrativo costante e adeguato, piazzando i giusti colpi di scena nei giusti momenti, creando sapientemente la tensione per le scene più concitate e non perdendo mai per strada elementi tirati in causa nel racconto, fino al meraviglioso – e amarissimo –  finale, scritto e messo in scena in maniera perfetta. 

    Se si volesse comunque trovare il proverbiale pelo nell’uovo si potrebbe parlare, forse, di un lieve squilibrio narrativo in questa sceneggiatura chiaramente bipartita, con il film che ingrana in maniera consistente solo dopo la metà, regalando in ogni caso una prima parte estremamente suggestiva e funzionale al racconto, ma che può spaesare alcuni spettatori non pienamente avvezzi al mezzo, in quanto inizialmente non è chiarissimo dove il film voglia andare a parare.  

    Per spendere qualche brevissima parola sul contenuto tematico dell’opera, del Toro prosegue nell’analisi dei suoi topoi abituali: il ribaltamento di ruoli tra l’uomo e il mostro (vero e proprio leitmotiv dell’opera del regista) e la ricerca di una dimensione ultra-corporea e sovrannaturale. Va però riconosciuto come la riflessione principale ruoti intorno al dualismo verità – illusione che, in questo film, diventano quasi elementi interscambiabili tra loro, in quanto la realtà percepita dai personaggi si basa segretamente sempre su inganni e trucchi, al punto che l’illusione stessa prende il posto della verità, sovvertendo completamente l’ordine convenzionale delle cose, lasciando i protagonisti persi in un mondo dedalico e indecifrabile, come vuole la tradizione dei migliori noir. 

    Questo ragionamento sicuramente complesso viene messo in scena da del Toro con la geniale quanto semplice metafora degli specchi, inquadrando contemporaneamente i soggetti (ovvero la realtà) e i loro molteplici riflessi (l’illusione), creando molto spesso un’immagine nella quale non è così immediato il riconoscimento dell’origine del riflesso. 

    In conclusione questo Nightmare Alley, sponsorizzato di recente anche da sua maestà Martin Scorsese, è un film totale, ricco e compiuto, che rappresenta forse uno dei momenti più alti della filmografia del regista messicano, che si conferma tra i più grandi maestri del cinema di genere grazie a uno stile inconfondibile costruito tramite un percorso artistico battuto ormai da trent’anni e che continuerà con il Pinocchio targato Netflix a fine 2022, aspettando – o sarebbe meglio dire sperando disperatamente con tutto il cuore – che il tanto atteso e travagliato adattamento del romanzo lovecraftiano At the Mountains of Madness possa, finalmente, uscire dal mito e diventare realtà.

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  • RECENSIONE ATLANTIDE DI YURI ANCARANI – LA VENEZIA SOMMERSA

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    L’AUTORE

    Un ragazzo steso sull’attracco dei vaporetti veneziani, con lo sguardo perso ma sempre fisso sul cellulare e la musica trap che lo accompagna. Una giornata estiva dove puoi sentire il calore dei raggi solari che si imprime sulle tegole di legno sopra cui corrono scalzi dei giovani divertiti, intenti a tuffarsi nell’acqua fresca della laguna. In sottofondo una strumentale elettronica, prima dal suono ovattato e poi dalle vibrazioni sempre più alte, fino al comparire del nome di Sick Luke. Si possono riassumere nella sequenza d’apertura le sensazioni che entrano sottopelle durante tutto Atlantide, di Yuri Ancarani, presentato alla passata 78a edizione della Mostra cinematografica di Venezia.

    Regista poco conosciuto al grande pubblico ma molto apprezzato dalla critica. Ravennate classe 1972 che da sempre ammette di aver subito il fascino della telecamera, seppur – inizialmente perlomeno – senza aver mai pensato  al grande schermo. Gli studi in arti visive lo introducono alla video-arte, raggiungendo importanti traguardi come la la 55a Biennale di Venezia o il Guggenheim Museum di New York. Quando Ancarani si accorge che la cinepresa e la telecamera da monitor sono diventate pressappoco uguali, si avvicina al cinema frequentando vari festival coi suoi primi cortometraggi, attratto non dall’idea di trovare finanziamenti per progetti di maggior durata, ma ammaliato dall’idea di un forte contenuto racchiuso in un breve spazio di tempo. I 69 minuti di The Challenge (2016 – sulle gare di falchi in Qatar) e i 60 di Ricordi per moderni (2009 – insieme di 13 video registrati nel corso dei precedenti nove anni lungo tutta la riviera romagnola), sono i minutaggi che più si avvicinano all’ipnotizzante ora e tre quarti di Atlantide.

    Tutti i suoi lavori hanno un fil rouge: il racconto di realtà non ancora emerse, o affiorate da talmente tanto tempo che stanno ormai affondando di nuovo, ai lati di una realtà che cerca di tenerle nascoste con un sottile sipario d’indifferenza. Nelle sue opere assistiamo al dietro le quinte del mondo come lo conosciamo, nonché alla definizione più pura di regista: colui che indaga, che si pone domande, che spinto dalla forza motrice della curiosità si imbarca – letteralmente, nel caso di Atlantide – alla scoperta del non detto e del non visto, sia per capirne di più del mondo che abitiamo, sia per marcare un sunto del modo in cui abbiamo vissuto fino ad oggi, e di quali siano stati i frutti del nostro vivere.

    Il ritratto di una generazione.

    INDAGARE PER ARRICCHIRSI

    Era il 2008 quando a Venezia l’attenzione di Yuri Ancarani fu attirata da un ragazzino in piedi su una barca, incuriosito da una flebile musica che rimbombava da un mangianastri a bordo. Non la gondola a cui ogni occhio turistico è ormai abituato, ma una barchetta a motore più piccola e neanche troppo ben messa. Avvicinatosi e scambiando due battute, finì per pagare un pieno alla barchetta del ragazzo come gesto d’affetto per la confidenza concessagli. Quel breve incontro fece sorgere nel regista un dubbio: chissà quanti altri ragazzi come questo ci saranno in laguna? Chissà come vivono i pochi adolescenti autoctoni che non vogliono confondersi nel fiume di turisti di cui è gremita La Serenissima?

    Per dare una risposta dobbiamo fare un salto temporale di dieci anni, nel 2018: è dopo la vittoria del Locarno International Film Festival e del DocAviv Film Festival per The Challenge (2016), che Ancarani si butta in questo nuovo ambizioso progetto che prenderà il nome di Atlantide. Inizia un periodo di ricerca nella laguna di Venezia, frequentando le isole e tutti luoghi di ritrovo dei giovani veneziani. Si trasferisce sull’isola di Sant’Erasmo e inizia a vivere la realtà quotidiana di San Francesco del Deserto, permettendo ai ragazzi di prendere confidenza e aprirsi pian piano in ogni singolo aspetto della loro vita. Ancarani capisce presto che la realtà dei giovani si compone di due soli elementi: musica e barchette. Non c’è punto d’incontro senza musica. Non c’è punto d’incontro senza barche. Se non va a fondo in queste loro grandi passioni non potrà mai avere un dialogo; non sono solo passioni: sono l’unica cosa che hanno.

    L’unico spazio di libertà: la lagune e la barche.

    IL FILM

    Il regista aveva chiaro sin da subito che un lungometraggio sarebbe stato il mezzo che avrebbe dato maggior dignità e immediatezza di immedesimazione alla vita lagunare, e che i protagonisti – seguendo il suo personale mix di arte visuale e documentaristica – sarebbero stati gli stessi ragazzi non attori. Tuttavia, come strutturarlo? L’idea iniziale era un film sulla psichedelia che trasmettesse un senso di vertigine allo spettatore; un’avventura psichedelica narrata tramite immagini e sonoro. Nel progetto finale è rimasto questo imprinting ma culminando in un film a metà fra cinéma vérité e d’avanguardia: in 104 minuti  si “narra” tramite immagini e strumentali techno e trap, la realtà quotidiana della vita lagunare dei pochi ragazzi autoctoni rimasti a Venezia. Invisibili ai più, se non a coloro che hanno sguardo accorto e oculato per notare una realtà che senza quest’opera sarebbe rimasta celata e nascosta al grande pubblico.

    Il risultato è un film allucinante e allucinogeno, che grazie alle musiche di Jacopo Torcellan (in arte Sick Luke) e il già collaudato Lorenzo Senni (da sempre collaboratore di Ancarani) proietta lo spettatore in un vortice senza uscita tanto affascinante quanto infernale, alla pari della vita dei ragazzi in scena. Non è difficile notare negli occhi persi e rassegnati di Daniele Barison, il ritratto di una generazione che il film proietta nel microcosmo veneziano: la generazione Z (o, comunque, quella a cavallo fra gli ultimi Millennial e i nativi digitali) cresciuta da un’educazione scolastica disinteressata e distante, affiancata da quella genitoriale distaccata e incapace di accorgersi e di affrontare l’alienazione che colpisce i loro figli.

    A questo punto, non vale più la pena nemmeno domandarsi se sia giusto o sbagliato scaraventare il monitor di un pc in testa all’insegnante o sfrecciare ai 90 km/h in zone di laguna dove il limite si attesta sui 7 km/h. I ragazzi di Atlantide sono destinati ad andare a fondo – proprio come  la mitologica città richiamata dal titolo – in un mondo che si muove attorno a loro e li trapassa indifferente, mentre le loro barche – uniche ancore a cui aggrapparsi – vanno in fiamme. Barche e musica: forse il genere a cui più assomiglia l’esperimento di Ancarani è proprio il musical; Sick Luke (chi altri sennò) e Lorenzo Senni, assieme ai loro 60 mesmerizzanti minuti di musica, si fanno portavoce di questo stato giovanile portando sotto gli occhi di tutti la forza coesiva delle note, unica vera passione che possa far breccia nelle loro emozioni.

    Atlantide: disagio e povertà umana nella città italiana per antonomasia fastosa e ricca di cultura.

    Ancarani realizza un progetto coraggioso e raro – come testimonia il finale, che dà finalmente spazio d’interpretazione allo spettatore –, un prezioso unicum che il nostro cinema deve custodire gelosamente e valorizzare in ogni modo possibile. Un lavoro che lascia stregati, sbalorditi e attoniti.

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  • RECENSIONE PIG – IL GUSTO DELLA SEMPLICITÀ

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    Quando a metà del 2021 uscì il primo trailer di Pig, film diretto dall’esordiente Michael Sarnoski e con protagonista Nicolas Cage, la reazione che molti ebbero fu un misto tra la curiosità e la paura di essere di fronte all’ennesimo film mediocre con protagonista il nipote di Francis Ford Coppola. Siamo infatti abituati alle interpretazioni sopra le righe, in overacting o, peggio, chiaramente non ispirate di Nicolas Cage, che pure nei circa 40 anni della sua carriera ci ha regalato anche ottime interpretazioni, alcune persino eccellenti: si pensi a Cuore selvaggio di David Lynch o Il ladro di orchidee di Spike Jonze.

    In questo film, Nicolas Cage – protagonista assoluto della pellicola – interpreta Robin “Rob” Feld, un ex chef che, per motivi che ci verranno chiariti durante la visione, vive in un capanno nelle montagne dell’Oregon, isolato dal resto del mondo. Il vecchio cuoco divide la casa con una scrofa da tartufi, ovvero un suino capace di scovare facilmente il prelibato fungo. Il suo unico contatto col mondo esterno è rappresentato da Amir (Alex Wolff), il quale va a trovarlo settimanalmente proprio per acquistare – o, meglio, barattare – i tartufi raccolti da Feld. L’andamento tranquillo, piatto e monotono della vita condotta da Robin viene bruscamente alterato dal rapimento di Brandy, la sua maialina. Quello che l’animale rappresenta per Rob, infatti, non è solo una fonte di “guadagno”, anzi, è proprio tutt’altro: Brandy è la sua unica amica, l’unico essere vivente a cui si sente ancora legato e per cui nutre un sincero affetto. Ritrovarla, dunque, diventa da quel momento la sua unica ragione di vita.

    Dopo le tante pessime interpretazioni di Nicolas Cage era lecito aspettarsi qualcosa del genere anche da un film che, possiamo dirlo, non si presentava nel migliore dei modi. Dati i precedenti dell’attore, la paura che il rapimento dell’animale potesse mettere le basi per un bizzarro film action in cui un ex chef uccide decine di persone per ritrovare il suo maiale da tartufi era più che giustificata. Mai sensazione fu più sbagliata. Pig è tutto tranne che mediocre o scontato; è un’opera malinconica, che sa prendersi i suoi tempi e alternare momenti di riflessione a brevi ma ben calibrati momenti di adrenalina.

    Nicolas Cage ci regala una delle sue migliori interpretazioni, dimostrando ancora una volta come, spesso, la performance di un attore dipenda moltissimo dalla direzione che il regista dà al suo personaggio. Robin Feld è un omone di poche parole, apparentemente rude ma caratterizzato da una delicatezza tanto celata quanto profonda. Lo spettatore viene immerso fin da subito nel suo stile di vita lento, minuzioso, ma anche pieno di solitudine. La mitezza e la bontà di quest’uomo si notano dai piccoli gesti – il rapporto con Amir che si evolve man mano ne è la prova – e soprattutto dal suo rapporto con il cibo: cucinare rappresenta, per l’ex chef, quasi un cerimoniale religioso, un rito che compie lentamente ma stando attento ai minimi dettagli, creando piatti tanto semplici quanto deliziosi. L’interpretazione di Cage potrebbe apparire sottotono ma, invece, dona al suo personaggio un alone di mistero e umanità che ne fa uno dei meglio riusciti della scorsa annata cinematografica.

    Anche da un punto di vista tecnico il film sorprende, con una regia elegante e funzionale al racconto, che alterna macchina fissa a macchina a mano. In particolare, il regista ci mostra dei veri tocchi di classe in alcune scene in cui la macchina da presa segue i movimenti bruschi e barcollanti del protagonista, con un effetto a metà tra la confusione (voluta) e una massima immedesimazione dello spettatore nel personaggio. La fotografia di Patrick Scola ci mostra una contrapposizione evidente tra gli ambienti naturali, rappresentati con una vasta gamma di luci, ombre e colori, e le ambientazioni cittadine, che, anche nella loro apparente eleganza, risultano sporchi, bui, corrotti.

    Pig è una storia fatta di amore, sofferenza, amicizia e contraddizioni. La storia di un uomo in fuga dal proprio passato ma che, per amore, è costretto a rimettersi in gioco, a tornare al mondo. Uscendo dal guscio dove si era rinchiuso Robin Feld rinasce, e, nonostante l’immenso dolore, può finalmente affrontare i fantasmi del passato. Michael Sarnoski, che firma anche la sceneggiatura, ci vuole mostrare come la vita sia in continuo mutamento, come non si possa fuggire dal proprio passato: un misto di pessimismo e fatalismo che descrivono la condizione umana.

    Quest’opera non è di certo esente da difetti: il secondo atto risente probabilmente dell’inerzia di quei momenti volutamente lenti e calmi che accompagnano tutta la pellicola, rimanendo a volte impantanato in dialoghi che possono apparire troppo estesi (nonostante la durata relativamente breve del film, un’ora e mezza). Al di là di tutto ciò, Pig è un film che va visto perché – come i piatti di Robin Feld che, nonostante la loro apparente elementarità, venivano trasformati dall’esperienza e dall’amore dello chef in autentiche opere d’arte – anche le storie più semplici possono diventare grandi film grazie alla maestria di un cineasta ispirato come Michael Sarnoski.

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  • RECENSIONE MONACO: SULL’ORLO DELLA GUERRA – UN PRODOTTO CONVINCENTE

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    Uno dei dibattiti più accesi degli ultimi anni, all’interno del panorama cinefilo, è sicuramente quello riguardante le piattaforme streaming e i nuovi metodi di fruizione dei contenuti audio-visivi. 

    Molto spesso, infatti, Netflix e similari vengono accusati da alcuni di uccidere il “vero cinema” e di aver condannato l’esperienza della visione in sala a un lento e inevitabile declino, mentre dall’altro lato c’è chi sostiene che le due cose possano tranquillamente coesistere e che questo tipo di piattaforme siano una risorsa importante e innovativa per il futuro della settima arte. 

    Bersagli di numerosissime critiche da ambo le parti, però, sono i prodotti originali delle piattaforme stesse, tacciati di essere –  il più delle volte – contenuti di scarsa qualità per un pubblico generalista e svogliato. Se è vero che buona parte di queste pellicole sono progetti non sempre riuscitissimi, è altrettanto vero, però, che esistono eccezioni che non vanno dimenticate, come ad esempio The Irishman, Hell or High Water, Don’t Look Up e Sound of Metal, che si iscrivono senza dubbio nella lista di produzioni originali più che convincenti, riconosciute positivamente anche dalla critica. 

    Proprio per via di questa tendenza altalenante, attorno all’ultima uscita targata Netflix, ovvero Monaco: Sull’Orlo della Guerra, si è creato un certo interesse, sia da parte di chi è malignamente pronto a gioire in caso dell’ennesima debacle del colosso dello streaming, sia da parte di chi è genuinamente curioso di valutare la qualità di questo prodotto. 

    Diretto da Christian Schwochow, regista tedesco della corte Netflix già dietro la macchina da presa per alcuni episodi di The Crown, questo film adattamento dell’omonimo romanzo del 2017 è un thriller storico ambientato principalmente nel 1938 durante la conferenza di Monaco e racconta, in brevissimo, la storia di Hugh Legat, un giovane diplomatico inglese che grazie all’aiuto del vecchio amico tedesco Paul von Hartman cerca di sventare l’imminente guerra, muovendosi tra i grandi volti della politica dell’epoca, ovvero i grandi volti della Storia del ‘900.

    Il primissimo elemento notevole che salta all’occhio, ancora prima della visione, è il cast formato da grandissimi nomi e giovani promesse in rampa di lancio: George MacKay veste i panni del protagonista e dimostra, dopo la già ottima prova in 1917 di Sam Mendes, di essere uno degli attori più promettenti della nuova generazione, riuscendo a trasmettere in maniera molto efficace la confusione del personaggio, perso in giochi di potere più grandi di lui, oltre a una perfetta compostezza di stampo british che gli permette di rimanere credibile e naturale anche nei momenti più drammatici. 

    Ad accompagnare l’ottima prova del giovane MacKay, un Jeremy Irons nelle vesti di un Primo Ministro Chamberlain travagliato dalla responsabilità e lacerato dal ricordo della Grande Guerra appena trascorsa regala un’interpretazione di grande esperienza e intensità. Nonostante non sia il personaggio principale del racconto, infatti, la sua presenza ruba molto spesso la scena grazie a una gravitas attoriale che pochi altri possono vantare nell’industria cinematografica contemporanea (per conferma vedere il suo meraviglioso Rodolfo Gucci nell’ultima fatica di Ridley Scott). 

    Da segnalare la buona  prova del co-protagonista Jannis Niewoehner, giovane attore tedesco che interpreta Paul Von Hartman, il quale, nonostante qualche momento forse eccessivamente sopra le righe, riesce a dipingere con il suo personaggio la speranza e la successiva disillusione di parte della gioventù tedesca dell’epoca nei confronti di Hitler e del Partito Nazista. 

    Brevissima menzione per il grandissimo August Diehl (Bastardi senza Gloria e La Vita Nascosta) che, anche con uno screentime veramente ridotto, lascia sempre il segno nei panni del fervente ufficiale nazista, creando una figura minacciosa che riesce a trasmettere una tensione altissima ogniqualvolta entra in scena. 

    Per quanto riguarda la regia di Schwochow, da notare in particolare l’utilizzo preponderante della macchina a mano sia in esterni che in interni, espediente grazie al quale soprattutto nella prima ora di film – il regista riesce a veicolare in modo particolarmente efficace la confusione, lo spaesamento e l’angoscia dei protagonisti di fronte agli eventi storici decisivi che si trovano a dover fronteggiare.

    Molto curata e interessante anche la fotografia di Frank Lamm, il quale mette in campo un lavoro sulle luci quasi narrativo, scegliendo toni grigi desaturati nelle scene “istituzionali” e illuminando le numerose riunioni di gabinetto con una fredda illuminazione naturale tipicamente inglese, per virare poi verso arancioni più caldi e chiaroscuri più marcati per le sequenze private, fatte di incontri segreti in camere buie dove le facciate politiche vengono meno e la verità trova la sua manifestazione reale. 

    Nonostante, dunque, alcuni elementi decisamente positivi appena citati, la pellicola non è sicuramente esente da difetti: laddove nella prima parte di film la narrazione appare solida e convincente, anche grazie a un continuo montaggio alternato efficacissimo e sapientemente gestito, nella seconda purtroppo la sceneggiatura perde un po’ di mordente e di ritmo, complice forse una gestione dei tempi del racconto non eccellente. 

    In tal senso una durata complessiva inferiore avrebbe probabilmente giovato al prodotto, il quale trova nei suoi 123 minuti totali uno screentime eccessivo che dilata troppo il passo narrativo, quantomeno nella seconda metà dell’opera. 

    Un altro aspetto negativo di questo Monaco: Sull’Orlo della Guerra è una gestione a tratti esageratamente semplicistica della materia trattata, che se nella prima parte convince grazie a una presentazione interessante e mai accusatoria delle speranze dei giovani tedeschi alla nascita del Reich, nella seconda invece cade in un manicheismo fastidioso ed evidente e in un finale – letteralmente – didascalico che tradisce le premesse iniziali del film. 

    In conclusione la pellicola di Schwochow non si impone sicuramente come original di punta di casa Netflix, ma allo stesso modo non va a perdersi nell’infinito mare magnum di prodotti scadenti che ogni mese vengono pubblicati sulla piattaforma. Un film dunque riuscito, ma non riuscitissimo, che al netto dei difetti fisiologici che può avere, resta una pellicola interessante e da non perdere, un cinema che si prende sul serio e che affronta coraggiosamente, almeno nelle intenzioni, tematiche importanti. 

    Non un capolavoro quindi, ma un buon film e – forse – c’è disperatamente bisogno anche di loro. 

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  • RECENSIONE SCREAM (2022) – UN RITORNO METACINEMATOGRAFICO

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    A dieci anni di distanza dal quarto capitolo della saga (ed ultima opera che vide Wes Craven dietro la macchina da presa prima della sua dipartita nel 2015) e dopo una parentesi seriale di tre stagioni, Ghostface torna sul grande schermo. Riportare in sala un personaggio ed una saga così cult nasconde sempre numerose insidie dettate dalle alte aspettative dei fan e dall’inevitabile confronto con i primi capitoli. La sfida più grande risultava, però, in ambito registico e di sceneggiatura, in quanto entrambi questi aspetti erano stati curati in precedenza da Craven stesso. Trovare, dunque, degni sostituti in grado di equiparare la sua genialità di scrittura e la sua bravura registica era tutt’altro che semplice. Partendo da un soggetto di Kevin Williamson e dello stesso Craven, questo nuovo capitolo della saga presenta una sceneggiatura curata da James Vanderbilt e Guy Busick, mentre la regia è, questa volta, nelle mani del duo Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, conosciuti ai più per la regia di Finché morte non ci separi del 2019. Saranno stati in grado di tenere il passo con il cineasta statunitense scomparso nel 2015?

    “E A NOI FAN CHI CI PENSA?”

    Una frase che spesso viene ripetuta, quasi come un mantra, da orde di fan delle saghe più disparate che, ritrovandosi davanti ad un nuovo capito che non ha rispettato le aspettative, si scagliano inferociti contro produttori e registi. Questo Scream parte proprio da questo concetto: i fan conosceranno Squartati (o Stab nella versione originale), ovvero il film che racconta Scream dentro Scream, con il quale già Craven gestiva, in maniera acuta, un interessantissimo messaggio metacinematografico nel secondo e poi anche nel terzo capitolo del franchise. Arrivati nel 2022, Squartati ha ormai perso il suo appeal e la major che ne detiene i diritti lancia una campagna reboot, affidando la regia a “quello di Cena con delitto” e adattando la saga ai canoni odierni di horror, togliendo l’anima cruenta e splatter del prodotto e sostituendola con paure più psicologiche e con basi filosofiche (nello stile di The VVitch come fa intendere il film stesso). A qualche fan accanito dell’originale, però, questa decisione non piace e decide di girare dal vivo il proprio sequel di Squartati, creando un “requel”, ovvero un mix di reboot e sequel, in linea con la maggior parte dei revival delle saghe -horror e non- degli ultimi anni, ma sempre rispettando la materia originale.

    Da una base, quindi, estremamente metacinematografica, gli sceneggiatori riescono a costruire uno dei migliori (se non il migliore) sequel possibile. Introducendo personaggi nuovi, il film introduce lo spettatore alla new wave, alla Generazione Z che apprezza un horror diverso, più sofisticato e che si pavoneggia con aria di superiorità di fronte ai cultori del genere, ma che si ritrova qui ad affrontare il fantasma del passato, finendo per mostrarci dei ragazzi uguali, se non addirittura più stupidi, dei personaggi originali. Come ogni requel che si rispetti, però, la sceneggiatura riesce a far tornare anche alcuni dei personaggi originali a cui i fan sono tanto affezionati, facendolo in maniera intelligente e oculata, senza scadere negli ormai classici cliché dei revival degli ultimi anni.

    PASSATO E PRESENTE

    L’elemento migliore di questa pellicola è sicuramente l’elevato citazionismo, sia verso altri film o franchise sia verso la saga stessa. Se già negli originali le citazioni agli altri slasher abbondavano (tra tutte basti pensare a Billy Loomis, cognome condiviso con l’iconico dottore e psichiatra di Michael Myers nella saga di Halloween), anche qui si trovano numerose citazioni sia nella scrittura, con le protagoniste Sam e Tara Carpenter (sempre tornando ad Halloween) o il giovane Wes Hicks (palese rimando al regista della saga), ma soprattutto nella regia che, seppur non arrivando alle vette di Craven, riesce ad intrattenere e a costruire correttamente la tensione giocando spesso con gli stereotipi ed i cliché sia della saga sia degli altri film del genere (con una delicatissima ma geniale reference alla scena della doccia del capolavoro di Alfred Hitchcock Psycho).

    Le prove attoriali sono complessivamente su un buon livello, su cui spiccano su tutte Courtney Cox e David Arquette, che imbandiscono la scena dell’incontro dopo anni in maniera estremamente emozionante, mentre tra le new entry spicca il Richie Kirsch di Jack Quaid, già ottimo nella serie Amazon The Boys e che qui mette in mostra tutta la sua bravura.

    Volendo guardare il pelo nell’uovo, qualche difetto nella pellicola si può riscontrare. Oltre alla già citata regia non a livello dei precedenti capitoli, che comunque si dimostra tutt’altro che pessima, tra i contro della pellicola si annovera una presentazione di alcuni nuovi personaggi forse un po’ abbozzato e poco approfondito, aspetto che non permette di empatizzare al massimo con loro. Si può anche citare una particolare scelta narrativa che riguarda in prima persona la protagonista Sam e che, se può da un lato piacere a molti, ad alcuni spettatori potrebbe far storcere il naso.

    CONCLUSIONI

    Il duo Gillet/Bertinelli-Olpin riesce ad imbastire una regia che, assieme ad una sceneggiatura basata su un soggetto dello stesso Craven, porta sullo schermo il sequel che tutti i fan speravano di ottenere. Pregno di metacinema, questo film riconosce gli elementi che hanno reso importante Scream e li riadatta in una nuova ed interessante chiave, senza però dimenticarsi dell’elemento più splatter e cruento fulcro di questi prodotti. Tra nuovi personaggi e vecchie conoscenze, Scream torna e lo fa nel modo giusto.

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  • RECENSIONE KING RICHARD – UNA FAMIGLIA VINCENTE

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    Fresco della vittoria del Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico, il 13 gennaio è arrivato sui grandi schermi italiani King Richard – Una famiglia vincente, biopic sportivo diretto da Reinaldo Marcus Green.

    Will Smith, premiato con il sopracitato premio, interpreta Richard Williams, padre di famiglia dalle origini umili che nella vita non ha che un unico obiettivo: fare delle sue due figlie le più grandi tenniste di sempre. 

    Il film, basato sulla vera storia di Venus e Serena Williams, le sorelle d’oro del tennis statunitense e mondiale, racconta gli inizi delle loro carriere, concentrandosi in particolare su quella di Venus. La decisione atipica è però quella di non scegliere come vere protagoniste le due sportive (che figurano tra i produttori esecutivi del film), ma di incentrare invece la narrazione sul punto di vista di Richard, padre, allenatore e primo sostenitore delle due, e sulla sua determinazione nel perseguimento del suo piano.

    PASSIONE O PIANO PRESTABILITO?

    “If you fail to plan, you plan to fail”

    “Se non hai un piano, pianifichi il tuo fallimento”

    Questa è la massima con cui le cinque figlie della famiglia Williams vengono cresciute. E non è solo un motto, quanto più una vera e propria scelta di vita: è infatti Richard stesso a raccontare con orgoglio che – ancor prima che Venus e Serena nascessero – aveva già pronto un vero e proprio piano di azione per la vita delle figlie: un programma scritto nero su bianco di oltre 70 pagine, realizzato al fine di pianificare la scalata delle sorelle ai vertici del tennis mondiale. Tutta la vita della famiglia Williams ruota attorno a questo piano: gli allenamenti giornalieri, la determinata ricerca del coach perfetto (qui interpretato da Tony Goldwyn), gli spostamenti, i traslochi. Tutti sono determinati a vedere il successo delle due sorelle, quasi come se fosse il successo dell’intera famiglia, o meglio dell’intera squadra.

    E in effetti, quella che per Venus e Serena è l’unica passione conosciuta in tutta la vita, per Richard può essere vista come una forma di riscatto. Un riscatto dalle sue origini umili, da una vita di fatiche e sacrifici a cui non vuole che le figlie debbano andare incontro, un modo per allontanarle dalla strada e dalla sua violenza.

    La retorica del riscatto e della realizzazione dei genitori tramite i figli è però almeno in parte smorzata dall’atteggiamento genuino di Richard e della moglie Brandy (Aunjanue Ellis), la cui prima preoccupazione resta quella di tenere le loro ragazze lontane dai rischi a cui può portare una fama raggiunta troppo precocemente. Ciò che vediamo sullo schermo non è quindi una famiglia disfunzionale alla I, Tonya, nè tanto meno un rapporto di ossessione con la perfezione de Il cigno nero.

    Determinazione e costante ma affettuosa protezione parentale sono in questo caso in equilibrio precario e quasi si scontrano nel momento in cui Richard si rende conto che, se il piano è il suo, la vita è comunque quella di Venus e Serena, e che a un certo punto, nonostante i suoi timori, saranno loro a prendere le redini

    UN DOPPIO RISCATTO E IL RISCHIO DELLA RETORICA

    “This next step you’re about to take, you’re are not gonna be just representing you, you’re gonna be representing every little black girl on earth”

    “Il prossimo passo che stai per fare, non rappresenterà solo te, rappresenterà ogni ragazzina nera sulla faccia della terra” 

    Componente forte ma mai troppo invadente è quella del razzismo e dell’integrazione nell’America degli anni ‘90, mostrata sullo sfondo della vicenda con scene da telegiornale più attuali che mai. Proprio in questo contesto, Venus e Serena sono le prime donne afroamericane a farsi strada in uno sport elitario e costoso come quello del tennis. Questo, insieme alle origini modeste della famiglia Williams, non passa inosservato, e genera spesso occhiate, finto buonismo e tensione, sovente a doppio senso. Non si tratta quindi solo di un riscatto familiare, ma di un riscatto dal respiro decisamente più ampio. Questa tematica, cara al regista e già trattata nel suo precedente film Monsters and Men (2018), riesce qui a scampare il trattamento retorico che troppo spesso le viene riservato, ma al contrario risulta forse inserita in maniera fin troppo superficiale, con brevi scene che a volte stonano nel complesso della sceneggiatura. 

    Viceversa, a risultare stancante è invece il classico leitmotiv delle pellicole a tema sport/competizione: la retorica del “Se vuoi puoi”, usata e abusata negli Stati Uniti (e non solo nel cinema) ancora prima del noto “Yes, we can”, accompagna la visione del film dall’inizio alla fine e rende una storia (anche se vera) forse un po’ scontata

    In conclusione, al di là della trama e della messa in scena (comunque molto buona ed efficace), King Richard è un film che ci lascia sicuramente con una curiosità, visto soprattutto l’avvicinarsi delle tanto attese nomination agli Oscar: riuscirà il nostro “Fresh Prince” Will Smith – con questa interpretazione senz’altro ottima ma non memorabile – ad essere finalmente incoronato King con quella statuetta che gli è già sfuggita due volte?

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  • RECENSIONE THE TRAGEDY OF MACBETH – IL SEGNO DI SHAKESPEARE

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    Macbeth non è solo una delle tragedie più note di William Shakespeare, ma anche una di quelle che meglio sopravvivono al passaggio su schermo: Orson Welles e Roman Polanski hanno diretto i due adattamenti più noti e celebrati, e in epoca recente anche Justin Kurtzel ha saputo rendere giustizia al sanguinoso dramma. Con degli adattamenti così rinomati (di cui uno particolarmente recente), ci voleva la mano di un regista/sceneggiatore unico come Joel Coen per dare uno sguardo innovativo all’opera del Bardo. Il primo film da “solista” di Joel Coen, per la prima volta senza il fratello Ethan: un adattamento shakespeariano con una mano di vernice della A24, casa di produzione e distribuzione che ha fatto dei film dalla raffinatissima ricerca stilistica il proprio marchio di fabbrica. Una combinazione esplosiva ed eccentrica, una scommessa cinematografica che, visto l’eccezionale risultato, si può considerare vinta.

    IL BARDO SECONDO JOEL COEN (E SECONDO A24)

    Qui siamo dalle parti opposte rispetto all’adattamento omerico libero di Fratello, dove sei?: la storia subisce dei cambiamenti appena percepibili e i dialoghi ripescano quelli di Shakespeare in maniera filologica. L’aderenza di Joel Coen al testo non è tuttavia esclusivamente formale, perché il regista è stato comunque in grado di far suo un testo intriso di riflessioni sul caso, sul Male insito nell’uomo e nella società, sull’insensatezza della vita. D’altronde parliamo sempre del regista di Fargo e di Non è un paese per vecchi: e infatti, anche in questo caso, il maggiore dei fratelli Coen riesce a insinuare nella pellicola i suoi consueti sprazzi di humour nerissimo. Oltre all’intelligenza con cui riflette sul testo shakespeariano, l’adattamento di Joel Coen è notevole anche e soprattutto per la scelta di filtrarne immaginario e ambientazioni con una lente marcatamente teatrale. Le scenografie di Stefan Dechant mescolano ambienti vistosamente artificiali (l’accampamento di Macbeth così come le rovine su un crocicchio sembrano uscite dal precedente ’adattamento di Orson Welles) ad altri ridotti all’osso, essenziali nell’incastro di arredamento spoglio in un’architettura geometrica assolutamente non realistica, che suggerisce l’ambiente e non si preoccupa minimamente della verosimiglianza storica. L’idea non è quella di ricostruire un basso medioevo realistico, ma di restare il più possibile fedele allo spirito della tragedia Shakespeariana e a darle un abito nuovo e al tempo stesso antico.

    La colonna sonora di Carter Burwell è a sua volta ridotta all’osso come tutto il resto: proprio come in Non è un paese per vecchi è quasi assente, ed è costituita da rade pennellate che sottolineano i violenti stati d’animo dei personaggi. Ciò su cui invece non si lesina sono le interpretazioni dei protagonisti. Denzel Washington e Frances McDormand (anche produttrice) sono semplicemente mostruosi nel catturare le più sottili emozioni dei personaggi e nel calcare la scena.

    TUTTO IL MONDO È UN PALCOSCENICO (IN BIANCO E NERO)

    Così, spogliato dalla fitta rete dei rimandi di Shakespeare alla sua situazione storica (gli spettatori suoi contemporanei riconoscevano nella discendenza di Banquo la legittimità del proprio re Giacomo I), la tragedia di Macbeth è qui astorica, immersa nel bianco lattiginoso della nebbia scozzese o persa nella geometria affilata del palazzo di Macbeth, e i personaggi sono isolati, lasciati a sé stessi ad affrontare la propria psiche afflitta dalle conseguenze dei propri gesti. Se in Amleto la tragedia è in divenire, scandita dall indecisione paralizzante del suo protagonista, in Macbeth è tutto già avvenuto, e ai protagonisti, intrappolati nelle incomprensibili reti del destino, non resta che raccogliere i frutti del Male da loro stessi seminati. Una contraddizione esistenziale su cui l’adattamento di Joel Coen costruisce un’intera rete di simbologie, richiami simbolici e analogie cinefile, dal più ovvio Bergman (la strega che indossa il mantello sul campo di battaglia non può non ricordare la Morte de Il Settimo Sigillo) al Dreyer de La Passione di Giovanna d’Arco, tutti ripresi nello splendido bianco e nero di Bruno Delbonnel.

    UNA STORIA PIENA DI STREPITO E FURIA

    Macbeth di Joel Coen è quindi un adattamento nel senso migliore del termine, nonché uno dei migliori adattamenti cinematografici Shakespeariani a oggi. Un adattamento allo stesso tempo personale e universale, che non snatura il testo pur adattandolo alla sensibilità estetica e cinefila contemporanea.

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  • RECENSIONE AMERICA LATINA – UN CINEMA PERSONALE

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    Dopo il grande successo di Favolacce c’era indubbiamente grande interesse attorno alla nuova opera dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, intitolata America Latina e presentata alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Questo thriller, ambientato a Latina e retto sulle spalle da un bravo Elio Germano, narra la storia di Massimo Sisti, un dentista molto professionale sia con i pazienti che con le sue collaboratrici. Ha una bella famiglia (moglie e due figlie che sono al centro della sua vita), una villa molto ampia e immersa nel silenzio. In definitiva è un uomo socialmente arrivato grazie al proprio senso del lavoro e alla propria serietà professionale. In questo contesto, in un giorno qualsiasi, Massimo scende nel suo grande scantinato, in cui incontra l’assurdo.

    Il titolo del film, “come un bellissimo Frankenstein, unisce l’America – che da quando siamo fanciulli rappresenta il sogno, quello che immaginiamo – e Latina, quella terra bonificata che è il nostro contatto reale. America Latina è lo sposalizio tra reale e sogno”, spiegano i registi. 

    L’ALIENAZIONE DELL’UOMO DI PROVINCIA

    La pellicola si apre con una sequenza di immagini della provincia di Latina, alla cui desolazione viene contrapposta la silenziosa e raffinata villa di Massimo, che sin dall’inizio viene dipinto come un padre di famiglia perfetto, capace di piangere per la bellezza delle note suonate da sua figlia al pianoforte, amico generoso e il datore di lavoro che tutti vorrebbero avere. Ed è dopo i primi 5 minuti di film che avviene il colpo di scena su cui viene costruito l’intero film. Da qui in avanti la vita di Massimo viene pian piano stravolta in una discesa verso l’inferno, un viaggio sia fisico che mentale, pervaso da una tensione costante e messo in scena dai registi con una spirale di eventi caratterizzati da un’impronta grottesca sempre più marcata fino alla risoluzione finale. 

    La trasformazione di Massimo, scaturita dalla sua psiche completamente distrutta, viene messa in scena sul piano mentale grazie a un uso sapiente delle luci e dell’ambientazione, partendo dalla luminosità  delle location iniziali e virando verso luci al neon rosse e verdi e scene in notturna, a sottolineare il buio della ragione, con scelte estetiche indubbiamente derivative dal cinema di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Il colpo di scena iniziale è realizzato in maniera impattante e ricorda a tratti la prima comparsa del mostro di Martyrs, il piccolo gioiello del cinema horror contemporaneo diretto da Pascal Laugier. Il tono grottesco viene pienamente giustificato dal filtro che Massimo applica alla realtà provinciale che lo circonda, dove paranoia, insicurezze ed egoismo vengono amplificati dall’assunzione di alcol e farmaci. A livello fisico i registi sono bravi a lavorare sul corpo di Elio Germano, ridotto col passare dei minuti a uno stato larvale, con movimenti e pose fisiche tipici di un infante in un corpo da adulto.

    IL DUALISMO TRA SOGNO E REALTA’

    L’intera pellicola è costruita sul concetto di dualismo, di confronto con se stessi e con gli altri, il tutto sottolineato da numerose inquadrature costruite sulle immagini riflesse da vetri, specchi o dall’acqua di una piscina. Durante il film ci sono continui parallelismi tra vita perfetta e mostruosità, ricchezza e povertà, lo scontro tra padre e figlio e i personaggi interagiscono quasi sempre a coppie e mai in maniera collettiva, anche quando più persone condividono la stessa inquadratura. Alla bellezza della silenziosa villa di Massimo vengono contrapposte le immagini della provincia di Latina, spoglia e arida come i personaggi di questa pellicola, personaggi profondamente soli e alienati, il tutto accompagnato dalle musiche dei Verdena che a tratti ricordano alcuni temi composti da Angelo Badalamenti per David Lynch.

    Sulla scia di quanto realizzato in Favolacce, anche in quest’opera i registi, insieme al direttore della fotografia Paolo Carnera, danno sfoggio di tutte le loro capacità registiche, con inquadrature ardite, piani sequenza caratterizzati da movimenti di macchina elaborati e transizioni tra campi lunghi e primi piani. Questa regia estremamente invadente e potente, tuttavia, non è supportata dalla storia raccontata: la narrazione, infatti, è scarnificata fino all’eccesso e non risulta essere altrettanto efficace. La risoluzione finale, inoltre, manca di coraggio, andando a fornire tutte le risposte, come se i registi non si fidassero delle capacità deduttive dello spettatore ed eliminando quell’ambiguità di fondo che era stata la forza del film fino a quel momento e che, in precedenza, aveva contribuito alla riuscita  di Favolacce.

    Se il risultato complessivo non può che risultare parzialmente derivativo, bisogna tuttavia riconoscere che i fratelli D’Innocenzo siano gli unici in Italia a portare avanti un certo tipo di cinema, coerente a livello sia visivo sia narrativo: sono dunque davvero definibili come due autori. A conti fatti America Latina risulta essere una buona pellicola: un ulteriore tassello nella crescita artistica dei gemelli, di cui aspettiamo con interesse il prossimo film, in cui ci auguriamo siano in grado di affiancare alla sontuosa messa in scena una sceneggiatura di pari livello.

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