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  • 5 episodi horror: il terrore in buffy l’ammazzavampiri

    5 episodi horror: il terrore in buffy l’ammazzavampiri

    In vista della festa di Halloween mi sono interrogata a lungo sul concetto di paura e sulle accezioni legate a uno stato emotivo così ambiguo. A volte nascondiamo i luoghi più controversi del nostro io, ma esaminarli è necessario per superare le ansie che albergano dentro di noi. 

    Nell’audiovisivo questi temi sono stati sviscerati a lungo, ma quale prodotto mette in luce le difficoltà del quotidiano paragonandole ad antagonisti immaginari? Sicuramente uno degli esempi più calzanti risiede in Buffy l’ammazzavampiri.

    La metafora del male

    Nel 1997, dopo il flop del film omonimo, Joss Whedon scrive una serie che ha lo scopo di analizzare la condizione umana servendosi della metafora del sovrannaturale. Fino ad allora la classica ragazzina californiana dai capelli rigorosamente biondi correva impaurita e certa del crudele destino che la aspettava. L’arrivo della cacciatrice di vampiri sovverte il trope tipico dell’horror e la biondina minuta dal bell’aspetto si trasforma nell’eroina in grado di mettere in fuga le creature più spaventose salvando l’umanità.

    Il terrore acquisisce nello show un significato profondo, diventa personificato: gli ostacoli che si affrontano nella crescita sono le entità maligne da sconfiggere. Una commistione di generi rende la narrazione fruibile a un pubblico piuttosto ampio e sancisce il carattere innovativo dell’intera opera. 

    Oggi diversi lungometraggi hanno preso spunto da alcune delle storie descritte nel corso delle 7 stagioni, basti pensare al recente Obsession di Curry Barker che ci ricorda l’ossessione di tutte le donne di Sunnydale nei confronti di Xander in seguito a un incantesimo malriuscito. L’eccellente scrittura di Whedon e dei suoi collaboratori precorre i tempi e modifica per sempre i canoni di una categoria cinematografica talvolta stereotipata e ripetitiva.

    Buffy estrae da un cappello stregato i nostri turbamenti e ci indica la strada per estirparli. Non possiamo restare fermi a osservare, dobbiamo preservarci e guardare negli occhi il nemico dentro di noi.

    Le sfumature della paura

    Trattandosi di una serie in cui i malvagi sono presenti costantemente, gli sceneggiatori scelgono di deridere la ricorrenza del 31 ottobre, spiegando che quel giorno rappresenta un’occasione per riposarsi dalle attività crudeli e perverse svolte nel resto dell’anno. Per tale ragione qui non passeremo in rassegna gli unici 3 momenti dedicati ad Halloween, ma ci focalizzeremo sulle cinque puntate che esplorano l’orrore in tutte le sue sfaccettature.

    Incubi (Nightmares, 01×10)

    Spesso teniamo custoditi segretamente i nostri incubi perché temiamo possano avverarsi. È esattamente quello che succede qui. L’inconscio di un ragazzino in coma dà vita ai sogni più conturbanti degli abitanti della “bocca dell’inferno”. I sensi di colpa, i fallimenti e le umiliazioni sono messi a nudo, lasciando emergere la vulnerabilità di ognuno. Non si può scappare dai propri timori, bisogna accoglierli in qualità di segmenti della nostra identità. 

    Il mostro (Killed by death, 02×18)

    La protagonista, ricoverata in ospedale per una una febbre troppo alta, individua un mostro visibile solo ai bambini malati e definito da questi ultimi come “la morte”. L’unico modo per annientarlo sarà mettersi nei panni dei giovani malcapitati. 

    La vicenda si interroga sull’isolamento ospedaliero e sull’impotenza degli adulti, costretti ad affiancare i loro piccoli senza comprendere appieno le paure che avvertono.  

    L’urlo che uccide (Hush, 04×10)

    Candidato agli Emmy nel 2000, l’episodio si può annoverare tra i migliori realizzati. I Gentiluomini, dei demoni sorridenti e ben vestiti, giungono in città per rubare sette cuori, il loro potere? Sottrarre la voce alle persone.  Le corde vocali sono lo strumento principale che utilizziamo per manifestare lo sgomento, l’urlo è una reazione istintiva che ci protegge e ci mette nella condizione di chiedere aiuto. Se il corpo è libero di muoversi ma uno dei canali principali della comunicazione è completamente inibito si verifica una inevitabile alienazione. In circa 25 minuti di silenzio si lavora tantissimo sulla fisicità degli attori, trasmettendo la frustrazione dovuta ai limiti relazionali. 

    Di nuovo normale (Normal again, 06×17)

    La cacciatrice si ferisce con un pungiglione e comincia a dubitare della realtà. Vi sono due piani del racconto: uno ambientato nell’universo che conosciamo e un altro in un istituto psichiatrico in cui le vicissitudini alle quali abbiamo finora assistito sono frutto della fantasia di una adolescente con disturbi mentali. Anche lo spettatore si sente destabilizzato e non sa più distinguere il vero dal falso. La scelta degli showrunner riflette il periodo oscuro vissuto dalla nostra slayer e il desiderio di trascorrere un’esistenza tranquilla, lontana dalle responsabilità e dal dolore. Indugiare, cedere allo stato di trance corrisponderebbe a una sconfitta, ma al contempo a una liberazione. Il dubbio si insidierà e scaverà in profondità, lasciandoci senza una risposta e con un forte senso di inquietudine. 

    Conversazioni con l’aldilà (Conversation with dead people, 07×07)

    La psiche di alcuni membri del gruppo rischia di vacillare a causa del Primo. Lo spietato villain assume le sembianze dei defunti e riesce a insinuarsi nelle menti plagiandole. L’azione viene messa da parte per lasciare spazio ai dialoghi. Giocare con il lutto implica un ricatto morale che compromette la verità. La minaccia è quindi individuale e fa breccia sulle coscienze tormentate dei singoli. I toni si fanno molto più cupi grazie alle sole conversazioni e l’angoscia regna in ogni sequenza.

    Rivedere Buffy l’ammazzavampiri ci conferma che i prodotti di genere possono affrontare tematiche complesse se sono supportati da una sceneggiatura brillante. Con il passare degli anni le trame crescono insieme ai personaggi e le atmosfere migrano verso orizzonti sempre più lugubri e tetri. Noi nel frattempo continuiamo a guardarlo, certi che al minimo segnale di pericolo verremo salvati da una liceale armata di paletto. 


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Recensione Klara e il sole, una fantascienza troppo pettinata

    Recensione Klara e il sole, una fantascienza troppo pettinata

    Taika Waititi torna in sala con una fiaba moderna forse eccessivamente stereotipata.

    Klara e il sole, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro.

    Il regista neozelandese scrive il film a quattro mani con Dahvi Waller, affrontando approssimativamente i temi del libro.

    In un futuro distopico in cui i giovani abbienti si sottopongono a un intervento di potenziamento del cervello, Klara (Jenna Ortega) è una Amica Artificiale, un modello di robot ormai obsoleto che tiene compagnia agli adolescenti seguendoli nella crescita. Stanca di vivere in un negozio tra i suoi simili e una bizzarra direttrice (Natasha Lyonne), viene finalmente acquistata da Josie (Mia Tharia), una ragazzina “potenziata” che abita in campagna con sua madre (Amy Adams). Questo incontro comporterà nuove scoperte e consapevolezze.

    Un androide “umano”

    La storia narrata è in teoria interessante, ma le questioni rilevanti che la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire sono solo abbozzate saltuariamente, e sostituite dalla costante presenza di un’ironia non sempre necessaria.

    Il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale è al centro del dibattito contemporaneo , e l’idea di un tempo prossimo in cui le persone potranno acquistare una AI antropomorfa e farne quello che desiderano apre la possibilità a riflessioni filosofiche stimolanti e fondamentali nella nostra epoca. Purtroppo, tutti i possibili riferimenti al post-umanesimo e alle conseguenze dello sviluppo tecnologico vengono quasi totalmente tralasciati.

    La focalizzazione sulla forte empatia della protagonista va a oscurare gli altri personaggi, che appaiono svuotati e scarichi in confronto all’androide, perennemente sognante e di buon umore.

    Dopo una prima parte che sembra costruire le fondamenta per premesse solide, la forza del racconto perde le sue basi, adagiandosi su concetti ingenui e talvolta ripetitivi.

    Le relazioni già esistenti e quelle che si sviluppano sono esplorate solo in superficie, attraverso gli “spiegoni” ridondanti tanto cari agli sceneggiatori di Boris. La fotografia (curata da Mike Berlucchi) lascia prevalere i colori pastello, contribuendo a un mondo in cui i sentimenti semplificati rendono favolistica una vicenda che necessitava di una maggiore complessità.

    Una favola poco amara

    Lo spettatore scopre un universo che non dista troppo dal suo quotidiano, ed è solo la conseguenza di un processo in atto da decenni. Entrando in questa ottica subentra un’inevitabile inquietudine, di cui però il lungometraggio è sprovvisto.

    Negli occhioni spalancati della Ortega (a quanto pare massima esperta in interpretazioni di weirdo) c’è solo l’amore incondizionato per la nuova compagna di avventure e la venerazione per il sole. Nonostante il suo credo si fondi sulla grande stella luminosa, fonte inesauribile per la scienza e per il nutrimento del corpo, risultano assenti anche tutti i risvolti legati all’ambiente e all’ecosistema. Quando il suo dio scintillante non ascolta le preghiere arriviamo a sperare in una crisi mistica, che sfortunatamente tarda ad arrivare. Non ci sarebbe nulla di male in questa tenera innocenza, se solo fosse stata abbinata a un pizzico di amarezza indispensabile in un contesto del genere.

    Nel trattare diverse tematiche delicate si finisce per creare confusione e provocare una perdita del focus.  L’utilizzo profuso di didascalie rende inoltre impossibile l’esercizio dell’immaginazione: il finale sarà infatti quello che ci eravamo figurati sin dall’inizio.

    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Recensione The invite: una cena può cambiarti la vita

    Recensione The invite: una cena può cambiarti la vita

    Olivia Wilde torna dietro la macchina da presa con The invite, una commedia brillante che scava nelle vicissitudini della vita coniugale. Il film si rifà allo spagnolo Sentimental, diretto nel 2020 da Cesc Gay, da cui aveva già preso ispirazione Paolo Costella nel 2022 con il nostrano Vicini di casa.

    Angela (interpretata dalla regista), stanca della quotidianità abitudinaria che vive con suo marito Joe (Seth Rogen), decide di invitare a cena i nuovi vicini Piña (Penelope Cruz) e Hawk (Edward Norton), una coppia affascinante e lontana dalle consuetudini nelle quali lei e il suo partner sono ingabbiati. Il precario equilibrio di un matrimonio andrà a vacillare attraverso il solo confronto con gli altri.

    Il luogo come protagonista

    L’intera vicenda si svolge in un appartamento, pertanto la dimensione abitativa si fa protagonista insieme agli attori. In particolare, le finestre diventano il simbolo della fuga, dell’evasione. Attraverso gli infissi di vetro i personaggi si lasciano spiare dai loro dirimpettai e dallo stesso spettatore, il cui punto di vista si sposta spesso dagli interni agli esterni della dimora, per osservare prima da vicino e poi prendere le distanze.

    Il luogo è parte integrante della narrazione e per tale ragione viene curato nel minimo dettaglio. La scenografia (di Jade Healy) mostra con minuzia i particolari di una abitazione che comprendiamo essere il fulcro della routine di Angela, l’unico motivo di svago in un’esistenza fallimentare. Lei e Joe sono intrappolati in quello spazio, apparentemente grande, ma troppo piccolo per contenere le ansie e i conflitti della loro relazione. È come se i due avessero dimenticato cosa c’è all’esterno, tralasciando il mondo e impegnandosi a trascurare i loro sentimenti.

    Come in un qualsiasi kammerspiel l’elemento claustrofobico risulta preponderante, specialmente quando le discussioni si fanno più accese. La necessità di evadere è fondamentale per tutti, ma non si può fuggire dalle evidenze, così anche la regia fa ampio uso di primi e primissimi piani, che scavano nei volti esasperati degli abitanti di quel posto.

    Musica e parole

    Le differenze tra le due coppie emergono sin dall’inizio: i padroni di casa, sciatti e disorganizzati, si esprimono solo attraverso le loro nevrosi e non accennano alcun gesto di affetto; gli ospiti invece cercano il contatto fisico, parlano a voce bassa e mostrano un progressismo e un’apertura mentale lontanissimi soprattutto da Joe. 

    Rogen riesce a stare perfettamente nel suo ruolo, con un’ironia che si distribuisce perfino nelle sequenze più drammatiche: la sua comicità dissacrante e lo spirito di improvvisazione si dimostrano molto efficaci. 

    La sceneggiatura (scritta da Will McCormack e Rashida Jones) è serratissima, le battute vengono date una dopo l’altra in una perenne danza di dialoghi che si susseguono. Ognuno parla sopra gli altri, sentenzia, vuole farsi sentire, ma non vuole ascoltare le soluzioni. 

    A scandire questo ritmo vorticoso di frasi sussurrate, sputate e trattenute c’è una colonna sonora (di Devonté Hynes) che accompagna ogni conversazione. In alcuni momenti tensivi le corde di un violino sono solamente pizzicate, dando ancora più enfasi alle parole. 

    The invite è proprio come un concerto, durante il quale passiamo dalle note alte a quelle basse, dagli allegri agli adagi senza soluzione di continuità.

    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    Nel 1976 Manuel Puig scrisse il romanzo Il bacio della donna ragno, che fu censurato o addirittura bandito in molte nazioni. Il destino del libro fu però ben diverso dai presupposti iniziali e nel 1985 dalle vicende descritte dall’autore fu tratto un film diretto da Hèctor Babenco, in cui William Hurt diede una grande prova di recitazione che gli costò un Oscar come migliore attore. Sette anni dopo a Londra debuttò anche un musical ideato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally. 

    Puig ha avuto il coraggio di trattare tematiche complesse in una situazione repressiva e lo ha fatto utilizzando dialoghi efficaci e ricorrendo al potere dell’immaginazione.

    Il successo dell’opera si è mantenuto nel tempo e oggi Bill Condon torna in sala con un lungometraggio omonimo, che prende spunto principalmente dalla produzione teatrale.

    Nell’Argentina del 1983 la dittatura militare imperversa e migliaia di persone vengono arrestate, torturate e uccise. Valentin Arregui (Diego Luna) è un prigioniero politico marxista che si ritrova in cella con Luis Molina (Tonatiuh), vetrinista accusato di aver compiuto atti osceni in luogo pubblico con un uomo. Quest’ultimo, per trascorre le giornate e fuggire con la mente dall’oppressione e dal pregiudizio, narra al compagno di sventure la trama del suo musical preferito e così la brutalità della quotidianità si attenua attraverso la fantasia. Tra i due nascerà un’amicizia che si trasformerà in un sentimento molto più intenso.

    Due film paralleli

    Come si può sfuggire alle barbarie di un posto cupo che sopprime la libertà degli esseri umani? In tale contesto esiste una sola arma salvifica: il cinema. Le sue facoltà taumaturgiche riescono a trasportare chi lo desidera in un mondo ideale in technicolor nel quale le tonalità vivide, le canzoni e i balletti rendono leggeri gli affanni del presente.

    Condon porta sullo schermo due storie parallele, quella dei dissimili ma al contempo affini detenuti e quella di Aurora (una Jennifer Lopez che rende egregiamente in tutte le performance), la protagonista della pellicola musicale.

    Le narrazioni procedono però incastrandosi alla perfezione e, seppure con premesse differenti, divengono una la metafora dell’altra. Non a caso i personaggi principali interpretano un ruolo sia nella realtà che nella finzione.

    Le differenze tra le due ambientazioni si avvertono nella regia, che utilizza ampi movimenti di macchina nella storia interpretata dalla Lopez e inquadrature piuttosto statiche nei luoghi angusti della prigione, e nella fotografia (curata da Tobias A. Schliesser), dai colori sgargianti da una parte e dai toni cupi e grigi dall’altra.

    I cambi di registro corrispondono anche alle personalità dei due reclusi: il sognatore che spera di ritrovarsi in un universo patinato in cui nessuno lo giudicherà e il razionale che analizza ogni dettaglio e fa fatica ad allontanarsi dal pensiero oggettivo.

    La vera rivoluzione

    Probabilmente questo racconto è stato rielaborato in tutte le salse proprio perché affronta dei temi attuali, quali l’identità di genere e la difficoltà ad accettarsi e a essere accettati da una società purtroppo ancora legata a costrutti desueti e retrivi. Molina vorrebbe solo chiudere gli occhi e diventare la star di cui ammira i vestiti, il trucco e, soprattutto, il privilegio di amare senza impedimenti.

    “Non ti piace sognare?” chiede appena arrivato davanti al suo letto a castello, il sogno infatti diviene qui un atto sovversivo che permette agli individui di evadere nel senso letterale del termine e di sentirsi finalmente se stessi.

    Anche se Valentin viene presentato come un ribelle che è insorto contro il sistema è Luis a realizzare una vera e propria rivoluzione, dimostrando audacia e rivelando una forte determinazione fino alla fine. D’altronde nei film da lui tanto apprezzati è l’amore a muovere gli animi e a condurre perfino i più insospettabili verso gesti inaspettati.


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    Recensione Disclosure Day – gli alieni siamo noi

    La meraviglia è un sentimento che percepiamo nel momento in cui osserviamo un fenomeno fuori dall’ordinario. Per quanto la fantascienza sia apprezzata solo dagli amanti del genere è evidente che le opere di questa categoria siano inclini a suscitare quella incredulità data da eventi non comuni, da situazioni che nella quotidianità sarebbero impossibili. 

    È innegabile che Steven Spielberg sia un maestro nel plasmare l’immagine cinematografica, trasformandola in stupore. La sua passione per gli alieni ci ha trasportati in realtà fantastiche in diverse occasioni, da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T., fino a La guerra dei mondi. Oggi ci riporta in sala con Disclosure Day, che, nonostante alcune evidenti criticità, affronta il tema provando a interrogarsi sul concetto di umanità.

    L’attesa della rivelazione

    Se scoprissimo che esistono altre forme di vita nell’universo vorremmo farlo sapere o preferiremmo privare tutti della verità per scongiurare le inevitabili conseguenze?

    Su questo quesito si sviluppa la trama del film, marcando un confine molto (forse troppo) netto tra buoni e cattivi. 

    In uno scenario in cui la terza guerra mondiale è alle porte, un’organizzazione segreta, presieduta dallo spietato Noah (Colin Firth), possiede dei file contenenti le prove dell’esistenza degli extraterrestri. L’ex membro Hugo (Colman Domingo) assolda il genio dell’informatica Daniel (Josh O’Connor) per rubare e divulgare le informazioni dell’archivio. Intanto Margaret (Emily Blunt), una meteorologa del Kansas, si trova coinvolta nella missione dopo aver involontariamente parlato una lingua ignota durante una diretta televisiva. 

    L’atmosfera tensiva, favorita dalle musiche del fedelissimo John Williams, si avverte sin dalle prime sequenze e ci induce a tifare per la fazione positiva e a sperare che il compito venga portato a termine. Un alone di azione e di mistero avvolge l’intera vicenda, anche se lo scopo da raggiungere è la rivelazione. Lo spettatore è infatti onnisciente, deve solo attendere che anche il resto del pianeta acquisisca le sue conoscenze. Sebbene la sceneggiatura (scritta da David Koepp e basata su un soggetto dello stesso Spielberg) risulti piuttosto stratificata, il racconto scorre abbastanza fluidamente. Qualche espediente appare semplicistico, ma l’intrattenimento è assicurato e lo sguardo resta incollato allo schermo per due ore e mezza. 

    La riscoperta dell’empatia

    “Non avere paura di ciò che non conosci” è il mantra sul quale si fonda la storia. Un invito ad abbracciare le diversità, ad abbattere le barriere linguistiche, a entrare nelle menti altrui per comprendere e sanare le paure e le preoccupazioni che le attanagliano.

    Gli alieni vogliono capirci, poiché il fulcro dell’evoluzione è per loro l’empatia, sconosciuta ormai alla nostra società. 

    Gli abitanti della Terra non sono più umani nell’accezione spirituale della parola e per poter andare avanti hanno bisogno di essere visti e accettati malgrado le loro fragilità.

    Margaret sostiene di riuscire a “scivolare” dentro le persone e la sua abilità assume tratti divini agli occhi di chi la incontra, proprio perché nessuno è più interessato a scavare in profondità. Il rapporto con Dio è preponderante nella narrazione e in un’ottica disfattista è più facile credere in un creatore che riporre la propria fiducia negli uomini.  Interessante è il simbolismo legato al crocifisso, visto come elemento di resistenza alle torture degli antagonisti. Ed è proprio Noah in un dialogo con la ex suora Jane (Eve Hewson) a paragonarsi a Santa Chiara, evidenziando una presunzione insita negli individui.  

    In un certo senso il regista americano chiede anche a noi di compiere (ancora una volta) un atto di fede: dobbiamo ritenere vera ogni situazione che si paleserà. Così la cameretta di una bambina con la carta da parati piena di farfalle sarà il punto di partenza verso l’incanto e noi insieme a lei torneremo a casa ammaliati da un cinema in cui l’impossibile diviene sempre possibile.


    Maria Cagnazzo, Redattrice

  • Recensione: amarga navidad – nella mente di un autore

    Recensione: amarga navidad – nella mente di un autore

    L’arte, per quanto nasca dalla fantasia e dall’estro, resta sempre figlia di un evento reale, plasmato dal suo creatore, che lo modella per realizzare un prodotto inventato. Ma quanto si può attingere dalla vita vera senza ripercussioni? Proprio su questo tema si interroga Amarga Navidad di Pedro Almódovar, presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes.

    Il racconto nel racconto

    I titoli di testa fanno la loro comparsa sullo sfondo di Studio Window, il quadro di Asher Liftin che raffigura una finestra. La dichiarazione di intenti è tangibile: sbirceremo attraverso uno o più vetri, da osservatori semi-onniscienti, ma comunque distanti.

    Due vicende si svilupperanno parallelamente, delineando il confine sottile tra la verità e la messa in scena. Raúl (Leonardo Sbaraglia) è un autore acclamato dalla critica che sta ultimando una nuova sceneggiatura prendendo spunto dal mondo che lo circonda. Il suo film racconterà di Elsa (Bárbara Lennie), regista in crisi che nel Natale del 2004 sta elaborando un lutto dedicandosi alla scrittura. Realtà e finzione si inseguono in un gioco di alternanze nel quale lo spettatore potrà assistere sia al processo creativo che al frutto della creazione. 

    Se in Dolor y gloria il cineasta spagnolo parlava di se stesso da un punto di vista intimo, qui ci accompagna direttamente nell’universo delle sue idee, lasciandoci curiosare tra i file del suo computer mentre le parole scorrono, vengono cancellate, ridigitate e corrette.

    Proprio come in 8½ di Fellini, la sensazione di smarrimento dello sceneggiatore costituisce l’idea stessa di narrazione. I diversi piani si intersecano con armonia, muovendosi tra il melodramma e la commedia.

    La riflessione sul cinema si palesa di continuo: emblematica è la sequenza in cui le pellicole di culto sono ironicamente indicate come opere ignorate dal grande pubblico e lodate da pochi invasati. 

    I personaggi tra ribellione e nostalgia

    Attraverso una fotografia dai colori accesi ed eleganti (curata da Pau Esteve Birba) si tracciano i contorni delle donne e degli uomini vicini a Elsa e Raúl. 

    Il rischio dell’autofiction purtroppo è che i personaggi prendano il sopravvento e rifiutino le decisioni degli scrittori. Così gli amici dei protagonisti mettono in atto una ribellione pirandelliana, non accettando i loro ruoli e temendo un epilogo troppo amaro. Il finale però si impone da solo e può rivelarsi una sorpresa anche per chi lo costruisce.

    Affinché una storia possa funzionare è necessario ispirarsi all’esperienza e così i tipi umani descritti divengono materiale da utilizzare proprio grazie a quelle fragilità che vorrebbero nascondere.

    Almódovar medita sulle sue scelte, esplora esistenze tormentate e indugia sulla nostalgia.

    In un momento particolarmente toccante Amaia Romero canta “Las cosas simples las debora el tiempo”, le cose semplici le divora il tempo e dunque bisogna trattenerle su un foglio prima che scompaiano.

    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Recensione L’agente segreto – Il cinema come specchio della memoria

    Recensione L’agente segreto – Il cinema come specchio della memoria

    La storia spesso non riesce ad assumere una funzione pedagogica, talvolta infatti la memoria collettiva sembra atrofizzarsi. Si sceglie di non ricordare per deresponsabilizzarsi e si opta per la strada più semplice: l’oblio. Sarebbe necessario, oggi più che mai, classificare e conservare, tentando di conferire il giusto valore a ogni singola esistenza. Su questo tema si focalizza L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar e vincitore di due Golden Globe. 

    Un’inquieta dolcezza

    Il regista brasiliano ci conduce nella Recife degli anni Settanta, presentandoci la dittatura militare attraverso Marcelo (Wagner Moura), un uomo qualunque, costretto a nascondersi e privato della sua libertà. 

    La prima sequenza è una promessa che viene mantenuta. La musica diegetica dall’autoradio, un lento parcheggio presso una pompa di benzina, un cadavere in decomposizione del quale vengono inquadrati i piedi: ogni dettaglio è sostanziale e la tensione è percepibile in tutti i gesti. I minuti iniziali diventano garanzia di quello che sarà un film scorrevole, appassionante ed emotivo.

    Nonostante i presagi di morte siano disseminati in tutta la sceneggiatura, il lungometraggio si sposta costantemente tra l’inquieto e il nostalgico, tra la tenerezza e il terrore. Proprio la paura costituisce un elemento essenziale rappresentato attraverso la figura di uno tra i più temibili degli animali, lo squalo. 

    Sia il pesce vero (rinvenuto all’istituto oceanografico con una gamba umana tra i denti), sia quello fittizio di Steven Spielberg (dal quale il figlio del protagonista è fortemente spaventato) si palesano continuamente come allegorie orrorifiche. Eppure l’orrore cammina a pari passo con un’imprevedibile ironia, che si manifesta in diversi punti dell’arco narrativo. 

    La stessa fotografia (curata da Evangenija Aleksandrova) privilegia i colori chiari, in particolare il giallo, mostrando un Brasile sempre soleggiato, sebbene i coni d’ombra siano determinanti nei fatti descritti.

    L’influenza del ricordo

    Marcelo diviene lo strumento per comprendere l’importanza del passato. Mendonça Filho ci rammenta che le testimonianze di un tempo lontano sono indispensabili per agire nel futuro. 

    In più di un’occasione lo spettatore si ritrova in un presente in cui due studentesse catalogano le registrazioni di alcuni personaggi, con lo scopo di ricostruire gli avvenimenti del 1977. Conosceremo l’epilogo di questo racconto solo grazie alla coppia di ricercatrici. 

    I frammenti dei giorni dimenticati si rivelano sullo schermo come un puzzle da ricomporre per donare dignità alle persone, per sottolineare la traccia che hanno depositato nel mondo. 

    In questo contesto si inserisce la malinconia, evidenziata anche dalla presenza ricorrente del cinema di quel decennio: locandine, proiezioni e citazioni sono dichiaratamente parte integrante dell’intera vicenda. 

    Il male nella sua forma più brutale non è in grado di cancellare il bene nella sua accezione più genuina. Ai poliziotti corrotti e ai sicari spietati si oppongono il signor Alexandre (Carlos Francisco) dall’animo buono e dal temperamento pacato e la signora Sebastiana (Tânia Maria) che augura ai bambini un Brasile migliore e conclude il suo brindisi affermando con fierezza che “la vita ha le sue brutture, ma anche le sue cose belle”.

    L’agente segreto si fa carico di questo dualismo e ci lascia stupiti e soprattutto commossi.


  • Recensione L’isola di Andrea – Il ritorno di Capuano tra realismo e fantasia

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    Antonio Capuano torna al cinema con L’isola di Andrea, presentato fuori concorso alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.  L’accento è di nuovo sull’infanzia: questa volta, il regista si addentra nell’universo di una famiglia divisa, in cui il figlio diventa il cardine al quale aggrapparsi per assolvere i propri peccati.

    Anatomia di una separazione

    Marta (Teresa Saponangelo) e Guido (Vinicio Marchioni), dopo la fine del loro matrimonio, hanno deciso di ricorrere alla separazione giudiziale per definire le dinamiche legate all’affido del giovanissimo Andrea (Andrea Migliucci). Attraverso undici colloqui presso il tribunale dei minori lo spettatore deve ricostruire le evoluzioni relazionali che hanno portato all’epilogo di questa unione.

    Capuano ci dà un quadro frammentato di una storia quotidiana e ci invita a raccogliere tutti i pezzi per comprendere l’insieme. Mediante un gioco di sottrazione la scena viene “ripulita” da qualunque artificio: le luci sono naturali e una camera a spalla segue gli attori, li schiaccia, li circonda, ne rivela le anime celate. Spinge nell’interiorità dei personaggi, per analizzare le assenze e le presenze che li hanno resi chi sono.

    I dialoghi si susseguono, le parole sono parte integrante delle immagini. L’intera vicenda potrebbe essere trasposta su un palco di un teatro, se non fosse per il valore dei dettagli dei volti. 

    Bisogna guardare negli occhi i protagonisti, leggere dietro le maschere dei sorrisi irrequieti, scrutare le frasi non dette e nascoste dietro quelle pronunciate.

    La ricerca della realtà si traduce anche nella quasi totale assenza di musica, talvolta compensata dai brani che capitano inaspettatamente nelle stanze o per le strade, cantati o ballati senza pensarci.  Nulla è lasciato al caso, nemmeno questi fortuiti momenti musicali: Guido, ad esempio, intona guardandosi allo specchio ‘A canzuncella degli Alunni del sole, il cui testo aderisce perfettamente alla situazione che sta vivendo. 

    Ottenere la custodia del bambino rappresenta per gli adulti un modo per giustificare le proprie inadempienze, ma in questo flusso di chiacchiere e di scuse il punto di vista più interessante è proprio quello di Andrea. 

    Un gioco da bambini

    Il bimbo appare distratto e poco collaborativo, ma le sue battute lo rendono probabilmente l’unico giudizioso del gruppo.

    “Sono un animale triste, sempre con le scarpe ai piedi” dice al pappagallo dello zoo, manifestando un desiderio di libertà puro e naturale nella condizione di costrizione in cui riversa.

    Grazie a lui la dimensione del reale, tanto dominante, si lascia scalfire dall’immaginazione, dai disegni animati e dai ricordi colorati.

    Uno scenario semplice si carica di significati che stabiliscono dei contorni molto più complessi. Rintanarsi in un’isola di fantasia serve a fuggire dalle paure della vita ordinaria. Trovare quel luogo è facile, basta crederci e “poi la strada la trovi da te”.

    Il cineasta napoletano ha ancora qualcosa da raccontare e ci dimostra che non è tanto importante l’oggetto del racconto, ma quanto riusciamo a sentirlo.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.
  • Recensione Reflection in a dead diamond – Un’allucinazione tra le immagini

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    Dopo Amer e Lacrime di sangue, Hélène Cattet e Bruno Forzani tornano a esplorare il cinema di genere italiano con Reflection in a dead diamond, uno spy movie psichedelico che si insinua nella percezione dello spettatore.

    Presentato all’ultima Berlinale, il lungometraggio si allontana totalmente dalle canoniche regole della narrazione.

    Non esiste un racconto ordinato, la trama non è rilevante, quel che conta sono le immagini, che vengono riprodotte una dietro l’altra, senza sosta, senza permettere al cervello di classificare le informazioni.

    L’ambientazione dalla quale partiamo è un albergo della Costa Azzurra, in cui l’ormai pensionata spia John Diman (Fabio Testi) soggiorna da tempo sorseggiando drink e osservando il mare. L’interesse per una vicina di stanza scatena in lui le reminiscenze di un passato turbolento, tra diamanti rubati, fughe e combattimenti.

    Questo è però solo un punto di inizio, un’idea che si sviluppa in tanti frammenti attraverso i quali si entra e si esce da una memoria disordinata e talvolta ambigua.

    Tutto ci riporta ai film italiani di spionaggio degli anni’60, a partire dai titoli di testa con un font in grassetto rosso fuoco su uno sfondo nero. I colori della fotografia sono saturi, vividi, quasi appaiono fuori dallo schermo.

    Attraverso degli zoom improvvisi scopriamo i dettagli degli occhi dell’agente segreto, pronti a rivivere altri momenti e a intrecciarsi con il suo stesso sguardo da giovane (Yannick Renier). Spesso la camera si inclina, ricorrendo all’angolo olandese, come a sottolineare lo stato di alterazione psicologica di Diman.

    Tra dissolvenze e split screen avviene una manifestazione concreta del visibile. Non dobbiamo capire, dobbiamo guardare, addentrarci nell’illusione, privilegiare la vista e l’udito, lasciarci trascinare da una sorta di allucinazione che continua a esistere per 87 minuti.

    Non riusciremo mai a delineare dei contorni tangibili, ad agguantare una consapevolezza.

    In questo delirio dei sensi ragionato non mancano gli omaggi a Diabolik di Mario Bava, qui rivisitato in versione femminile con la temutissima e sfuggente Serpentik, e all’universo del terrore di Dario Argento. Si passa dall’erotismo, alla violenza fino al body horror, tutto condito da effetti e canzoni retrò (una fra tante 24.000 baci di Celentano).

    Testi risulta una presenza esteticamente giusta in questa cornice. Ricorda (o gli piacerebbe ricordare) lo Sean Connery di Goldfinger e con un completo bianco si muove tra pochissime parole per i corridoi dell’hotel tenendo tra le mani una coppetta da cocktail.

    Protagonista a parte, i personaggi sono sfuggenti, non è importante approfondirli, basti pensare alla misteriosa signora interpretata da Maria de Medeiros, il cui volto si presta perfettamente a questo gioco elusivo.

    I registi mettono in scena un turbinio di sequenze disturbanti, trasportandoci in un quadro di Caravaggio, in un fumetto, in un fotoromanzo e addirittura su un set cinematografico, ma mai aiutandoci a distinguere il vero dal falso, la realtà dalla finzione.

    Reflection in a dead diamond è sicuramente un viaggio mentale, in cui le suggestioni si impongono un fotogramma dopo l’altro.

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  • Ritorno al futuro compie 40 anni – La nostalgia di un futuro che è passato

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    La prima volta in cui sono incappata in Ritorno al futuro ero una bambina, ho acceso la tv nell’esatto istante in cui Doc (Christopher Lloyd) è sospeso all’enorme orologio della piazza e tenta disperatamente di riagganciare dei cavi attraverso i quali passerà la corrente del fulmine in arrivo. Si tratta praticamente della fine, del punto di spannung che precede la risoluzione dei fatti.

    Pur non conoscendo gli avvenimenti accaduti fino a lì, mi sono incollata per i restanti venti minuti davanti a quello schermo distorto con dietro il tubo catodico, ho alzato il volume e ho tifato con passione per quello strano tipo con i capelli arruffati e i piedi penzolanti per aria. Non sapevo quale fosse la causa che stavo sostenendo, ero solo ammaliata, caduta in un incantesimo che dura ancora e di cui ancora non distinguo chiaramente le motivazioni.

    Sono trascorsi 40 anni dalla prima proiezione del film negli Stati Uniti, ne sono passati parecchi anche dal mio ricordo, eppure Ritorno al futuro continua a mantenere il suo status di cult transgenerazionale.

    Cosa può accadere a uno sceneggiatore che trova nella soffitta della casa dei genitori l’annuario del liceo di suo padre? Bob Gale si immaginò come sarebbe stato incontrarlo a scuola da coetaneo, raccontò la sua idea a Robert Zemeckis e ne venne fuori una sceneggiatura che avrebbe rinnovato per sempre il cinema di fantascienza.

    Il soggetto piacque a Steven Spielberg che si propose come produttore esecutivo, purtroppo però fu rifiutato dai vari studios, in quanto non ritenuto in linea con le commedie di quel momento, molto più volgari ed esplicite. Dopo una lunga trafila la Universal accettò il progetto e iniziarono le riprese, che si conclusero a pochi mesi dall’approdo nelle sale.

    I guadagni furono esorbitanti e nacque un franchise che oltre ai tre lungometraggi comprende una serie animata, un fumetto, dei videogiochi, un musical, un corto, un documentario e delle giostre per parchi divertimento.

    Zemeckis e Gale misero in scena un 1985 fatto di aerobica, di lavori ben retribuiti, di strade sporche, di film a luci rosse e di marchi sui vestiti. Un’America del benessere obbligatorio e del fallimento inevitabile, che relega il povero George (Crispin Glover) in un angolo e vede il malefico Biff (Thomas F. Wilson) come oppressore vincente.  Perfino quando Marty (Michael J. Fox) corregge il corso della storia i ruoli si capovolgono, ma il classismo resta.

    Tornare indietro comporta invece ritrovarsi in un’ambientazione completamente diversa, in cui regna l’ordine, le pettinature sono cotonate, i televisori sono elettrodomestici rari e Ronald Reagan è un semplice attore. Certo, combinare Johnny B. Goode di Chuck Berry con un assolo heavy metal non è ancora una buona mossa, ma non si può avere tutto dalla vita!

    Avviene una focalizzazione sul concetto di mutamento in ogni sua declinazione, i dettagli sono fondamentali e fungono da anello di congiunzione tra i due mondi: ad esempio viene scelta la Pepsi poiché a differenza della Coca Cola aveva variato il suo logo. Ma il vero filo rosso che unisce i decenni è sicuramente la DeLorean, che con le sue iconiche portiere ad ali di gabbiano ha un aspetto avveniristico a prescindere e riesce senza alcuno sforzo ad aumentare la nostra sospensione dell’incredulità (addirittura nel ’55 la confondono con una navicella spaziale).

    Siamo testimoni della metamorfosi di una piccola cittadina, immagine riflessa di un Paese che cambia e si lascia cambiare. Il tempo in Ritorno al futuro è mutevole ed è conseguenza delle azioni di chi lo vive. Le vicende di un paesino diventano gesta eroiche, in quanto gli errori producono delle ripercussioni da sistemare urgentemente. Ad arricchire questo sfondo di quotidianità è sicuramente anche la colonna sonora di Alan Silvestri, che dona tensione ed epicità alle peripezie di un ragazzino.

    La nostalgia degli anni ‘50 è un tema ricorrente in quel periodo, basti pensare a Grease o a Happy days. D’altronde il desiderio di vivere un passato che non ci appartiene alberga da sempre in tutti noi, un passato in cui possiamo immaginare di sentirci più protagonisti. E così il giovane McFly desta subito interesse nel 1955, è al centro dell’attenzione e proprio per questa ragione modifica inavvertitamente il susseguirsi degli eventi.

    Fox rappresenta l’emblema del teenager della prima vera epoca consumista: giubbotto smanicato, sneakers e skate. Il suo personaggio genera un processo identificativo nello spettatore coevo che è da annoverare tra i motivi del grande successo della trilogia.

    I personaggi divengono paradigmatici, un simbolo da emulare immutato, nonostante le continue trasformazioni della società. Gli oggetti restano gli ultimi appigli di una generazione ancorata al passato e così Nike propone nel 2016 le scarpe auto-allaccianti del secondo capitolo e Eastpak nel 2023 rimette in commercio l’indimenticabile zainetto bordeaux.

    La malinconia è rimasta, ma si è evoluta. Negli anni ‘80 volgeva lo sguardo ai ‘50, oggi invece abbiamo superato il futuristico 2015 e guardiamo al presente di Marty con pensieri nostalgici, rimpiangiamo il nostro walkman, le videocassette, le cabine telefoniche e forse speriamo che una DeLorean si palesi e ci riporti alla nostra infanzia.

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    Maria Cagnazzo,
    Redattrice.