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  • IL CINEMA HORROR DI MICHELE SOAVI – L’EREDE DIMENTICATO

    Ho fatto il vigile del fuoco. Ho visto tante scene di orrore, macchine contorte con dentro persone alcune ancora vive. Le aprivamo con le motoseghe o delle tronchesi enormi. Questo forse mi ha dato un distacco, perché ormai per noi […] vedere a volte proprio la carne, con i vetri infilati nel corpo, con le lamiere, alcuni morti mozzati: dopo un po’ […] non mi colpiva più.

    Michele Soavi

    Classe 1957, Michele Soavi nasce in una famiglia di artisti e scrittori da cui fin da piccolo riceve quasi per osmosi la passione per l’arte e la pittura. Dopo un’adolescenza scolastica difficile, Soavi comincia subito a lavorare come vigile del fuoco maturando un’esperienza nel rapporto con il dolore e la morte che risulterà centrale per il suo processo di crescita come regista. Negli anni ’70 infatti comincia a lavorare sui set dei b-movie all’italiana collaborando con nomi quali Lucio Fulci (per cui interpreta Tommy Fisher in Paura nella città dei morti viventi), Lamberto Bava (è il Man in Black di Demoni), Dario Argento (per cui reciterà in Tenebre, Phenomena ed Opera) e Joe D’Amato, ma è durante il periodo di crisi che il genere affronta negli anni ’80 che Soavi riesce a compiere il salto da attore ad aiuto regista prima ed a regista poi.

    Proprio verso la fine degli anni ’80, con l’uscita nelle sale del suo primo lungometraggio Deliria, i fan e la critica trovano in Michele Soavi quello che sembra essere l’erede capace di prendere le redini del genere dai grandi nomi che gli avevano fatto scuola e di portare avanti la produzione di un certo tipo di cinema dell’orrore. 

    Così effettivamente fu, almeno fino al 1994. Con l’uscita nelle sale di DellaMorte DellAmore si sancisce infatti l’abbandono dell’horror da parte del cineasta in favore della regia di fiction per la televisione. Qualche sporadico bagliore si presentò successivamente nel 2006 e nel 2008 con l’uscita dei rispettivi Arrivederci amore, ciao e Il sangue dei vinti che marcano una breve parentesi di ritorno alla regia per il grande schermo, ma lasciando comunque da parte il cinema dell’orrore in favore del noir e thriller che aveva contraddistinto fin da subito i suoi lavori televisivi.

    Vogliamo però accompagnarvi oggi indietro nel tempo, per riscoprire le ragioni per cui Michele Soavi forse era effettivamente l’erede designato dell’horror di cui avevamo bisogno ma che forse non ci meritavamo.

    DELIRIA – LO SLASHER SECONDO SOAvi

    Fu quel grande genio di Aristide Massaccesi che […] mi disse: “Michele, ho pensato di farti debuttare, di farti fare a te un film da regista.”

    Michele Soavi

    Partendo dalla sceneggiatura di Luigi Montefiori (che curò anche il soggetto di partenza), Aristide Massaccesi assieme alla sua casa di produzione associata Filmirage presenta a Michele Soavi – già da diversi anni aiuto regia di Dario Argento – il progetto di un tipico slasher a basso costo: un gruppo di giovani adulti facenti parte di una compagnia teatrale si chiude all’interno di un teatro per potersi cimentare in un’intensa sessione di prove, ignari che all’interno della struttura si trova però un efferato serial killer fuggito da un ospedale psichiatrico nelle vicinanze.

    Da una sceneggiatura decisamente semplice ma al tempo stesso ricca di spunti, Soavi crea quello che per molti fu uno degli slasher migliori degli anni ’80. Centrale nel racconto è l’anima metacinematografica con cui Soavi riflette sul cinema attraverso il teatro: una produzione a basso budget, che deve essere realizzata in tempi molto ristretti, con attori sconosciuti che si trovano lì perché devono portare lo stipendio a casa ed un regista che farebbe di tutto pur di mostrare al mondo la sua arte e vendere i biglietti per i suoi spettacoli, tanto che quando viene ritrovata la prima vittima dell’assassino, pensa di utilizzare l’avvenimento a proprio vantaggio per attirare il pubblico. Estremizzazioni, senza dubbio, ma comunque congrue a quelle che erano le produzioni di b-movie horror in quegli anni.

    I personaggi vengono poi messi in scena da Soavi con una certa maestria, poiché da strutture di partenza definite e conosciute – il ragazzo belloccio, la poco di buono, la santarellina, lo strambo –  si dipana un susseguirsi di eventi che non segue sempre ciò che si è soliti aspettarsi dallo slashertipico, esempi ne sono l’attenzione quasi paritaria che l’assassino riserva agli uomini ed alle donne (dove spesso invece per gli uomini si hanno uccisioni più sbrigative, mentre alle donne è riservata la pena maggiore) o la sopravvivenza della insopportabile “poco di buono” fino alle battute finali.

    Dal punto di vista visivo ci si ritrova davanti ad un lavoro che mostra tutte le limitazioni di budget, soprattutto nelle location di alcuni momenti nella seconda metà della pellicola – tenendo comunque conto che questi ambienti così “reali e poco costruiti” potrebbero non essere dei malus, bensì dei punti di forza del prodotto – ma innegabile anche qui è l’ottimo connubio che si genera tra la fotografia della coppia Massaccesi-Tafuri e la regia di Soavi – il quale in primis aggiunse direttamente in fase di produzione alcuni elementi come la sedia rossa su cui siede l’assassino sulle battute finali o la maschera da barbagianni che copre il volto dello spietato serial killer – capace di creare una messa in scena inquietante e divertente anche a trentasei anni di distanza. Un cult senza tempo, troppo poco conosciuto e che meriterebbe invece molte più attenzioni.

    LA CHIESA – L’ULTIMO GOTICO ITALIANO

    Dopo aver curato nel 1989 la regia di seconda unità per Le avventure del barone di Münchausen diretto da Terry Gilliam – che lo stesso Soavi definì più di una volta “il miglior regista vivente” – unisce l’esperienza maturata sul set a quelle passate per dirigere lo stesso anno il suo secondo lungometraggio: La Chiesa.

    Le origini di questa pellicola risalgono però a quattro anni prima, in quel 1985 in cui arrivò nelle sale il primo Demoni diretto da Lamberto Bava – in cui Soavi curò la regia di seconda unità oltre ad interpretare un piccolo ruolo come attore – un grande successo di pubblico che portò alla nascita di un secondo capitolo – sempre diretto da Bava – ed alle basi per un ipotetico terzo capitolo. A causa degli impegni stipulati tra Bava e Fininvest per la realizzazione del film in due parti Fantaghirò il regista romano dovette però rinunciare alla realizzazione di Demoni 3 che finì perciò per essere riscritto da Argento (già produttore dei precedenti) e Franco Ferrini. Grazie al successo di Deliria ed all’esperienza sul set di Gilliam, fu quasi immediata la decisione di Argento di chiamare l’amico Michele per dirigere il film.

    L’intervento di Soavi si presenta fin da subito: con un ruolo attivo già nella stesura della sceneggiatura, l’intento del regista è stato quello di rendere il film più “sofisticato”. Fin dalla prima sequenza questo risulta alquanto evidente: in pieno Medioevo, un gruppo di guerrieri teutonici a caccia di streghe massacra tutti gli abitanti di un villaggio, bruciandolo e seppellendo i corpi in una fossa comune. Spaventati dal male che sembra permeare il luogo, decidono perciò di costruire su quel terreno una cattedrale capace di tenere a bada le oscure presenze.

    Da un incipit chiaramente ispirato al Conan Il Barbaro di John Milius – che Soavi mette in scena con grande maestria, riuscendo ad unire la massiccia violenza visiva all’utilizzo di espedienti registici unici, come la soggettiva dall’interno dell’elmo del cavaliere – la pellicola trasporta lo spettatore in una storia facilmente definibile in due sezioni: una prima più psicologica e misteriosa, in cui l’orrore si manifesta attraverso musiche inquietanti – curate da Keith Emerson e che comprende anche tracce dei Goblin – e sequenze che strizzano l’occhio all’onirico, portando i personaggi in una lenta discesa all’inferno (letteralmente) sotto la cattedrale e che sfocerà poi in una seconda parte della pellicola che torna alla natura originale di quel Demoni 3 mai realizzato, con un escalation di violenza, sangue, gore e body horror che non può non ricordare i fasti di quel cinema horror tipico dei maestri di Soavi ed in particolare Bava.

    Difficile risulta, come tipico di queste pellicole, identificare in un personaggio specifico il protagonista, in quanto tutti quelli che vediamo, uomini e donne, adulti, anziani o bambini sono meri involucri il cui unico scopo è alimentare la violenza e la voglia di sangue di quella che può essere identificata sotto certi aspetti come la vera protagonista: la chiesa stessa. Piccola parentesi per lodare l’ottima prova attoriale di una giovanissima Asia Argento, estremamente in parte nel ruolo della giovane Lotte, simbolo di una nuova generazione di giovani in cerca di libertà e divertimento in fuga dal bigottismo e dalla religiosità oppressiva dei genitori.

    Grande merito va inoltre riconosciuto a tutto il comparto tecnico, in particolar modo alla regia di Soavi, funzionale, fluida e semplice ma sempre capace di generare tensione e mostrare le vicende in maniera artisticamente ispirata, ed alla scelta delle location, divise principalmente tra le misteriose catacombe sotterranee ricostruite in studio e le navate della cattedrale riprese nella chiesa di Mattia a Budapest, capaci di donare al tempo stesso mistero e solennità.

    Vietato originariamente ai minori di 18 anni e poi abbassato ai 14 il film si rivelò uno degli incassi più alti dell’anno in Italia, consacrando ulteriormente Michele Soavi tra i grandi autori horror di quegli anni. Per alcuni questo fu un ulteriore passo di una brillante carriera, mentre per altri si trattava dell’ultimo barlume di speranza prima che calasse il buio.

    LA SETTA – IL ROSEMARY’S BABY ITALIANO

    Lo sceneggiatore è sempre un po’ deluso quando vede il film, perché si è fatto un suo film. Invece con La Setta è stato il primo film in cui ho detto “questo film è meglio di tutto quello che noi avevamo fatto”.

    Giovanni Romoli

    Risulta semplicistico, addirittura errato per alcuni versi ma comunque inevitabile assimilare il film del 1991 diretto da Soavi con il capolavoro datato 1968 di Roman Polanski. Partendo dalla sceneggiatura dal titolo Katacumba scritta da Luca Verdone – fratello di Carlo Verdone e regista di 7 chili in 7 giorni – in accordo con Cecchi Gori, Dario Argento – allora produttore esecutivo del progetto – decise di scartare l’idea e ricreare dalle fondamenta il progetto, riscrivendo assieme a Giovanni Romoli ed a Michele Soavi una nuova sceneggiatura: prende così vita La Setta.

    Con un incipit ambientato nel deserto del Sud della California degli anni ’70, il film mostra una setta intenta ad uccidere alcuni hippie invocando il demonio ed il cui leader sembra avere come obiettivo il generare in carne ed ossa il figlio del Diavolo. Nel 1991, Miriam Kreisl – a cui da volto e voce Kelly Curtis, figlia di Janet Leigh e sorella maggiore di Jamie Lee Curtis – una giovane maestra di scuola elementare di Francoforte investe inavvertitamente un misterioso anziano, che accompagna nella sua abitazione per scusarsi dell’accaduto ed aiutarlo a rimettersi in sesto. 

    Dove la pellicola di Polanski metteva in scena il concepimento dell’Anticristo già nelle prime scene seguito poi da un continuo senso di oppressione provato dalla protagonista a causa delle sempre più pressante presenza dei membri della setta, Soavi decide di mostrare solo sul finale l’atteso concepimento e l’arrivo del nascituro anticipando il momento con un susseguirsi di sequenze oniriche e sovrannaturali che contribuiscono alla personale discesa della protagonista nel suo inferno personale. Centrale risulta il ruolo che Soavi affida agli animali presenti nel film: il coniglio, di cui la protagonista possiede un esemplare albino in casa e che rappresenta fertilità e rinascita qui travisati nel dare al mondo il male; il pellicano, traviato qui dalla simbologia cristiana del sacrificio di Cristo a quello delle numerosi morte della pellicola per versare il sangue necessario per il rituale; ed infine lo scarafaggio, animale spesso associato alla paura, all’ansia ed alla presenza di oscure forze dentro il proprio corpo: non a caso nella pellicola viene posto sul volto dormiente della protagonista andandosi poi ad infilare in una narice, preparando all’interno della ragazza il seme per il demonio.

    Non senza problemi tutto questo viene messo in scena, soprattutto a causa di una sceneggiatura con un ottimo spunto di partenza che viene però snocciolato con l’avanzare della vicenda in maniera a tratti scontata e ad altri eccessiva, fino al finale eccessivamente sopra le righe e per cui risulta necessaria una grande sospensione dell’incredulità e che finisce per far crollare tutta la tensione fino a quel momento accumulata.

    Una lancia va però infine spezzata per le ottime prove attoriali dei due personaggi principali, messi in scena dalla sopracitata Kelly Curtis – scelta da Argento, rimasto estremamente soddisfatto dalla prova tanto da giudicarla addirittura più brava della sorella – e da Herbert Lom – l’ispettore Dreyfus de La Pantera Rosa – che sul fine della sua carriera riesce ancora a brillare donando un’ottima caratterizzazione al vecchio pazzo Moebius.

    Una pellicola di pregevole fattura soprattutto sul lato tecnico e che mostra tutta la maturazione raggiunta da Soavi che riesce a donare fascino e mistero ad una storia interessante anche se a tratti problematica, che presentò infatti al botteghino risultati altalenanti scremando il pubblico e preparandolo al film successivo, da molti definito il canto del cigno del cineasta.

    DELLAMORTE DELLAMORE – IL CANTO DEL CIGNO

    Era un film anomalo: non solo era un film di genere, poteva riuscire un fiasco micidiale per la sua stupidità; nel senso che, comunque, aveva come background un umorismo da fumetto […] puoi pure pensare di trasportarlo uguale nel cinema, quel tipo di umorismo, ma non è così: se lo rifai uguale fai una cazzata; […] la gente o vuole ridere o vuole avere paura, in mezzo non c’è niente: se ci vai esplori una terra di nessuno.

    Michele Soavi

    Bisogna attendere il 1994 per vedere Michele Soavi nuovamente in sala e ciò avviene grazie all’adattamento del romanzo di Tiziano Sclavi DellaMorte DellAmore di cui la pellicola prende in prestito anche il titolo. Per molti il nome di Sclavi significa solo e soltanto Dylan Dog, ma pochi sanno che proprio il libro – scritto nel 1983 ma pubblicato soltanto nel 1991 – funge da precursore spirituale del più famoso indagatore dell’incubo italiano.

    Protagonista della vicenda è Francesco DellaMorte, becchino del cimitero di Buffalora impegnato ad affrontare una misteriosa “epidemia” che sembra riportare in vita i morti entro sette giorni dal decesso. Assieme a lui si presentano poi sullo schermo altri personaggi bizzarri, dall’aiutante Gnaghi affetto da disabilità intellettiva alla misteriosa ma affascinante vedova con un debole per gli ossari – interpretata magistralmente da una giovanissima Anna Falchi. Chiunque abbia letto almeno un albo dei fumetti di Sclavi si sarà già reso conto di come questo racconto presenti uno stile molto simile a quello tipico dei racconti di Dylan Dog, il tutto enfatizzato ulteriormente dalla presenza di Rupert Everett nei panni del protagonista, attore a cui Sclavi si ispirò originariamente per le fattezze del Dog fumettistico.

    L’aspetto surreale ed onirico già presente nei precedenti lavori di Soavi viene qui portato all’estremo, creando una pellicola in cui ogni singolo fotogramma appare come uscito da un sogno o da un quadro surrealista – con tanto di appassionante bacio ispirato a Gli Amanti di Magritte – in cui violenza e sangue si mischiano ad un umorismo nero in una continua escalation di allucinanti sorprese che conduce ad un finale sopra le righe e che lascia lo spettatore emozionato ma confuso, proprio come alla fine di un misterioso sogno che si trasforma presto in un incubo tra zombi motociclisti, teste di sposa parlanti, stracci che si ricompongono a formare la Morte, spiritelli, inquietanti dopplegänger e strani omicidi.

    Un film per pochi, per un pubblico accuratamente specifico e di nicchia. Non sorprende perciò che, in maniera simile a quanto successo con la pellicola precedente, anche questo film non si rivelò il successo sperato portando così il cineasta ad abbandonare definitivamente il genere ed a rifugiarsi, come tristemente annunciato ad inizio articolo, nei lidi della produzione televisiva. Una piccola consolazione il fatto che con gli anni questi film sembrano aver raggiunto lo status di cult, con la speranza che un giorno Michele Soavi venga riscoperto e magari torni, chissà, ai lidi dell’orrore, lasciandosi così alle spalle l’epiteto di erede dimenticato.

    La morte, la morte,

    La morte cha arriva.

    La morte schifosa, la morte lasciva.

    La morte che vola, la morte normale

    Che cela del mondo pietosa ogni male.

    La morte che vive, la vita che muore,

    La morte, la morte.

    La morte e l’amore

    Che aspettano insieme l’eterno giudizio

    E non hanno mai fine, non hanno mai inizio.


  • RECENSIONE GLI OCCHI DEL DIAVOLO – IL SOLITO FILM SUGLI ESORCISMI, O QUASI

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    1973: una luce soffusa di un lampione si unisce ad un fascio di luce proveniente da una finestra per illuminare una figura armata di cappello e valigetta. Così veniva costruita la scena (forse) più iconica del film L’esorcista diretto da William Friedkin, che sarebbe velocemente entrata nell’immaginario collettivo di intere generazioni, complice anche l’incredibile locandina. 

    Errato sarebbe definire questo film il primo approccio del cinema al tema della possessione demoniaca, ma è innegabile il suo ruolo nella creazione di un immaginario fatto di sacerdoti con passati turbolenti, tentativi di contatto con gli spiriti, riti di esorcismo e indemoniati estremamente volgari, caratterizzati da facce pallide e da occhi in alcuni casi completamente bianchi ed in altri completamente neri. Sia nella terra del Sogno Americano che in gran parte dell’Europa dalla fine degli anni ’70 ad oggi sono stati prodotti un numero spropositato  di film appartenenti a questo filone. In particolare a partire dagli anni 2000, periodo in cui l’horror sembrava aver perso tutte le sue icone, alcuni titoli capaci di trovare un minimo di personalità nell’inserire elementi nuovi hanno dato nuova linfa al filone: esempi possono essere L’esorcismo di Emily Rose (Scott Derrickson, 2005), che inserisce l’elemento giuridico, Paranormal Activity (Oren Peli, 2007) o The Last Exorcism (Daniel Stamm, 2010), che sfruttavano il mockumentary, o la saga di The Conjuring creata da James Wann – ed una pletora di pellicole “copia e incolla” basata proprio sulle possessioni demoniache – Il settimo giorno (Justin P. Lange, 2021), L’esorcismo di Hannah Grace (Diederik Van Roojien, 2018), Crucifixion: Il male è stato evocato (Xavier Gens, 2017), Incarnate: Non potrai nasconderti (Brad Peyton, 2016), Il figlio del Diavolo (Perry Reginald Teo, 2019), The Vatican Tapes (Mark Neveldine, 2015), L’altra faccia del Diavolo (William Brent Bell, 2012), The Possession: Il male vive dentro di lei (Ole Borendal, 2012) e la lista sarebbe ancora lunga.

    Con Gli occhi del Diavolo – classico frivolo adattamento dall’originale e ben più interessante Prey for the Devil torna in sala quel Daniel Stamm sopra citato tra gli esempi positivi, ma che a questo giro sembra essere finito proprio nel marasma di pellicole tutte uguali. O quasi.

    RUOLI DI GENERE

    1835: Il Vaticano crea a Roma una scuola per formare i sacerdoti nel rituale dell’esorcismo.

    2018: Le segnalazioni di casi di possessione raggiungono cifre senza precedenti. Il Vaticano decide di aprire delle scuole d’esorcismo al di fuori di Roma. 

    Le suore hanno il ruolo di assistere i malati. Hanno il divieto di formarsi all’esorcismo, pratica esclusiva dei sacerdoti.

    Dopo un brevissimo prologo – in cui il film mette in scena la sequenza più inquietante della pellicola, grazie soprattutto ad un ottimo comparto tecnico che sembra quasi fare il verso a diverse ottime produzioni di origine spagnola dell’ultimo periodo – la storia getta subito in faccia quello che è il perno centrale dell’intera produzione: le suore non possono praticare esorcismi. Ma per questa volta si è disposti a fare un’eccezione, in vista della grande forza di volontà di Suor Ann (una convincente Jacqueline Byers) mista alle grandi doti naturali che sembra avere nel “combattere il diavolo”, visto anche i turbolenti eventi passati legati alla malattia della madre. Eccezione che comunque Ann si dovrà conquistare combattendo con le unghie e con i denti (e con un rosario ed una Bibbia).

    Dove il Cotton Marcus protagonista del precedente The Last Exorcism rappresentava l’uomo investito dalla Chiesa nel ruolo di esorcista, ma che svolge il proprio lavoro per mera facciata e non perché ci creda davvero, qui Suor Ann risulta l’altra faccia della medaglia di una società fortemente maschilista e retrograda nelle fondamenta della propria istituzione e specchio della stessa società civile in cui tutti viviamo, in cui però sembra esserci uno spiraglio di luce e di cambiamento che qui viene rappresentato dall’avanguardista Padre Quinn (un posato Colin Salmon) e dal giovane Padre Dante (Christian Navarro).

    “JUMPSCARE. JUMPSCARE OVUNQUE”

    Ben poco però riesce la pellicola a smuovere oltre a questa critica, con una narrazione decisamente semplice e a tratti banale sia nell’evoluzione dei personaggi – che si mantengono intorno alla minima caratterizzazione estremamente stereotipata di “anziano buono”, “anziano cattivo”, “giovane buono”, “giovane cattivo” – sia nel procedere delle vicende, facendo entrare in campo il proverbiale “visto uno, visti tutti”. Un minimo interessante risulta invece lo spunto sullo scontro malattia mentale o spirituale, che occupa una piccola parentesi nella prima parte iniziale e che sembra far presagire un proseguimento su binari che vengono invece abbandonati subito dopo in favore di un più semplice sapere “a priori” che quei pazienti sono veramente impossessati.

    Sul lato dello spavento, il film non compie certo salti mortali e si mantiene anzi su una costruzione di sequenze una dietro l’altra di jumpscare (i nostrani salti sulla sedia) costruiti con il classicissimo modello della figura sfocata sullo sfondo senza suoni seguito dalla comparsa improvvisa in primo piano di qualcosa o qualcuno con picco sonoro. Dispiace che ciò succeda, soprattutto perché si mette a dura prova uno spettatore infastidito che non riesce a godersi appieno alcuni momenti che sul piano visivo sarebbero interessanti e più che godibili. Proprio sul lato tecnico infatti la pellicola riesce ad alzare di qualche punto l’asticella, soprattutto grazie ad una buona fotografia di Denis Crossan ed una regia semplice ma efficace di Daniel Stamm.

    CONCLUSIONI

    In un panorama decisamente stantio, Gli occhi del Diavolo presenta un’interessante, anche se nel complesso poco approfondita, riflessione sui ruoli di genere all’interno della Chiesa che basta per differenziare quel poco questa pellicola dalle altre, con le quali però condivide tutto il resto: dai personaggi semplici e stereotipati ad un orrore fatto di jumpscare continui, fino al tema dell’esorcismo con occhi neri, lingue lunghe – figurativamente e letteralmente – e la capacità di arrampicarsi sui muri. Una pellicola che riesce a rialzarsi leggermente con un lato tecnico semplice ma pulito, capace di attirare in sala le schiere di adolescenti a cui il film si rivolge e di posizionarsi in Italia in un sesto posto al Box Office forse poco lusinghiero, ma che dimostra comunque come, dopo tutti questi anni ed il numero spropositato di pellicole simili uscite, il pubblico sembra comunque avere il desiderio di andare in sala a guardare il nuovo (fino a un certo punto) film di esorcismi.

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  • RECENSIONE ROMULUS II – TRA MITO E REALTÀ

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    “Eravi appresso un fivo selvatico, detto poi Ruminale, […]perché questi due pargoletti vi furono allattati: perché gli antichi, volendo significar mammella, dicavano Ruma. […] In questo luogo giacendo (come scrivono gli storici) venne per allatargli la lupa , e ‘l picchio ad aiutarli nutrire e guardare; animali sacri consacrati a Marte.”

    Plutarco, Vita di Romolo

    La storia di Romolo e Remo e di come dalla loro faida ne sia uscito vincitore il primo vero re di Roma è qualcosa che ogni italiano, senza distinzioni tra Nord e Sud o tra una generazione ed un’altra, sente propria. Un patrimonio enorme che, se gestito nella maniera giusta, ha tutte gli elementi necessari per creare un racconto epico senza pari. A differenza però dei “fratelloni” delle storie di Omero come Achille o Ulisse che contano numerosi adattamenti anche al di fuori della nostra penisola, i due fratelli allattati dalla Lupa hanno sapientemente atteso fino all’arrivo di una persona in particolare che potesse portare in risalto le loro gesta: Matteo Rovere. Nel 2019 infatti il regista romano classe ’82 porta la nascita di Roma sul grande schermo con Il Primo Re e lo fa affidando ad uno splendido Alessandro Borghi il ruolo di Remo.

    Non accontentandosi Rovere decise di raccontare un’altra volta la storia spostandosi però sui lidi della serialità televisiva. Fattosi forte della sua Groenlandia (la casa di produzione creata assieme all’amico e collega Sydney Sibilla) e collaborando con Sky nasce quindi Romulus, il cui obiettivo era quello di raccontare sostanzialmente la stessa storia ma in maniera più approfondita, più dettagliata, più avvincente, in una parola: migliore. Il 6 novembre 2020 approdano su Sky i primi due episodi arrivando con cadenza settimanale fino al 4 dicembre con l’attesissimo finale di stagione, in cui finalmente i “fratelli di latte” Wiros e Yemos consacravano alla loro dea sul colle Palatino la piccola ma potente città di Roma. Il grande successo che la serie ottiene in Italia sia di critica che di pubblico porta la serie ad essere rinnovata per una seconda attesissima stagione conclusasi lo scorso 11 novembre ed è proprio il caso di dirlo: Roma ha vinto ancora!

    ROMA CAPUT SKY

    Dove la prima stagione riadattava il mito dei due fratelli allattati dalla Lupa nella storia di un re designato, ingannato e caduto in disgrazia che trova un fratello in un misterioso e combattivo schiavo senza passato, qui il punto di partenza è la leggendaria vicenda del Ratto delle Sabine. Wiros e Yemos hanno reso in breve tempo Roma una delle città più forti del territorio, attirando le attenzioni di Titos, re della città sabina Cures, il quale li invita per fondare un’alleanza tra le due città che finisce però per costare la vita di Deftri e per causare un violento scontro tra i due popoli che si conclude con il rapimento delle sacerdotesse di Titos per garantirsi una ritirata sicura. Nonostante la differenza con il racconto originale – in cui i romani ne uscivano decisamente più “sporchi” – la conseguenza rimane la stessa: la guerra per Roma.

    Come una seconda stagione (o un secondo capitolo in generale) dovrebbe sempre fare, qui tutto viene portato all’ennesima potenza. Forte di personaggi il cui background è già conosciuto, la serie si muove su sentieri fatti di polvere e sangue per introdurre anche volti nuovi, come il sopracitato Titos, inneggiato come figlio del Dio Cures e re spietato i cui traumi di un’infanzia “predestinata” finiscono per farlo vacillare, o Ersilia, capo delle Sabine che sviluppa uno strano rapporto con Wiros arrivando a dubitare degli Dei stessi. Tutto questo avviene mantenendo sempre l’attenzione viva sui veri protagonisti, il cui procedere degli eventi finisce per farli scontrare e dubitare l’uno dell’altro senza però far dimenticare loro il voto di fratellanza, ed ai quali si aggiunge la sempre tormentata Ilia ancora persa nella sua strada tra dovere verso i vivi e verso i morti. 

    Nell’arco degli otto episodi di cui questa seconda stagione si compone, la narrazione costruisce un intreccio continuo tra la dura realtà in cui i personaggi cercano di sopravvivere e la ricerca di elementi legati alla religione ed alle divinità. In questo le sacerdotesse e le profezie giocano un ruolo centrale, portando lo spettatore a chiedersi se le profezie siano reali perché gli dei da loro venerati esistono realmente o se siano i personaggi stessi, talmente radicati nella loro fede cieca, a portare la profezia a divenire realtà. Una divisione messa in scena dalla sceneggiatura in maniera divina – scusate il gioco di parole – ed il cui ago della bilancia riesce a non pendere mai da nessun lato e a risultare sempre bilanciato nella maniera migliore.

    LA GUERRA PER ROMA

    Altro elemento che finisce per elevare questo prodotto sopra la media è la ricca ricerca del realismo sul lato delle ambientazioni che mettono in scena luoghi all’apparenza minimali, ma ricchi di piccoli dettagli, ed allo stesso modo fanno i costumi e la lingua parlata che, in maniera simile al dialetto di Secondigliano per Gomorra o l’inglese del periodo per Peaky Blinders, non è l’italiano comunemente parlato figlio di Dante e Manzoni – che può comunque essere selezionato con un tasto del telecomando – bensì un protolatino che mescola termini del latino nato proprio a Roma con termini di derivazione o pronuncia greca. Un lavoro per cui non ringrazieremo mai abbastanza Gianfranca Privitera e Daniela Zanarini e che mette in mostra ulteriormente il proprio livello di dettaglio con l’evoluzione a cui la lingua stessa va incontro con l’avanzare del tempo, come si può facilmente notare nel passaggio dal nome iniziale di Ruma all’attuale Roma.

    Sul lato tecnico la serie si attesta su un livello molto alto, con una fotografia che mette in scena luoghi polverosi e rocciosi con luci calde sia di giorno che di notte, passando poi a luci più fredde nel viaggio verso altre terre più rigogliose per risaltare le costruzioni in pietra. A questo si aggiunge poi la regia di cui si occupa in prima persona Rovere nel primo episodio per passare poi nelle sapienti mani della triade composta Enrico Maria Artale-Francesca Mazzoleni-Michele Alhaique, che riesce a mettere in scena questa storia senza mai scadere nel banale, mantenendo un senso dell’epicità che non sfora però mai nell’eccesso, con scene d’azione sanguinose e violentissime ma con coreografie chiare e movimenti di macchina capaci di accompagnare epicamente le gesta dei personaggi.

    Non si può in chiusura non spendere due parole anche per l’ottimo livello recitativo di cui questa serie può far vanto, con attori che non solo superano lo scoglio della recitazione in una lingua appositamente creata per la serie, ma che riescono addirittura a farla propria ed a veicolare uno spettro completo di emozioni. Un cast ottimo dal primo all’ultimo nome, ma tra cui non può che prevalere la prova di Emanuele Di Stefano nei panni del re Titus, capace di mettere in scena uno dei personaggi televisivi più interessanti degli ultimi anni.

    CONCLUSIONI

    Con Romulus II Matteo Rovere alza ulteriormente l’asticella della qualità e lo fa attraverso la cura per i dettagli, il realismo sempre presente ed una narrazione che riesce a bilanciare ottimamente gli elementi della vita vera dei personaggi con l’elemento divino e di fede. A questi si aggiunge un ottimo livello tecnico, con una fotografia funzionale e mai banale ed una regia che riesce a coinvolgere lo spettatore sia nei momenti più pacati sia in quelli più movimentati, questo anche grazie all’ottima prova di recitazione del cast.

    Una produzione quindi di altissimo livello, che finisce di diritto per guadagnarsi un posto nell’Olimpo delle produzioni Sky con la speranza che, seguendo le orme dell’impero nato grazie a Romolo, riesca a conquistarsi la sua importanza anche al di fuori della nostra penisola.

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  • RECENSIONE BLACK PANTHER: WAKANDA FOREVER – TANTO FUMO E POCO ARROSTO

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    E così si concluse la Fase 4. Cominciata nel gennaio del 2021, la ripartenza del Marvel Cinematic Universe post-Endgame ha aperto la strada alle serie tv ufficiali – delle quali infatti non fanno parte le produzioni Netflix come Daredevil, Defenders, The Punisher o quell’Agent of Shield prodotto dalla ABC – e al proseguimento dell’arrivo in sala di pellicole dedicate a vecchi e nuovi (super)eroi che popolano il vasto Multiverso Marvel. 

    Con Black Panther: Wakanda Forever si arriva a sette pellicole in sala nell’arco di due anni. Sette storie che non sempre sono riuscite a incontrare il favore di critica e pubblico, creando numerosi dibattiti sulla loro qualità e sulla loro impronta all’interno di un franchise che vive – anche se negli ultimi anni sarebbe forse meglio dire “sopravvive” – da più di dieci anni. Dopo ben ventitré film qualcuno cominciava a chiedersi se non fosse il caso di cambiare la formula ed apportare degli effettivi cambiamenti alla base e, dando a Cesare quel che è di Cesare, bisogna ammettere che se c’è un elemento comune a questa Fase 4 è proprio quello di proporre film diversi, non sempre riuscendo però nel creare al tempo stesso pellicole così godibili come le precedenti.

    In questo Black Panther: Wakanda Forever non fa eccezione.

    ODE A CHADWICK BOSEMAN

    Appare innegabile come la dolorosa e improvvisa scomparsa nel 2020 di Chadwick Boseman, interprete di T’Challa aka Black Panther, abbia obbligato la gigantesca macchina di casa Marvel a studiare da zero un nuovo piano d’azione. Tornato dopo essere stato polverizzato dallo schiocco di dita di Thanos, si presentava proprio in Black Panther l’erede del ruolo di Avenger con annesso gravoso compito di ripartire creando un nuovo team – a fianco ovviamente dello Strange di Cumberbatch e dell’Ant Man di Rudd.

    Si presentava quindi una decisione tutt’altro che semplice per i piani alti: eseguire un semplice recast del personaggio, assegnando quindi ad un altro attore il personaggio di T’Challa e fare finta che nulla fosse successo, oppure presentare una morte interna al racconto e proseguire con un nuovo personaggio a raccoglierne le redini. Se con un personaggio secondario come il Generale Ross è stata scelta la sostituzione silenziosa del compianto William Hurt con un inedito Harrison Ford, mostrando un profondo rispetto nei confronti dell’attore – ed evitando così anche schiere di fan che, precedentemente alla conferma del non-recast, si mostrarono decisamente agguerrite su questo fronte – si scelse la seconda opzione, dovendone però affrontare così le conseguenze. Conseguenze che hanno portato a questo Wakanda Forever che proprio dell’encomio verso il personaggio/attore fa il suo punto focale, nel bene e nel male.

    “RYAN, NON SENTO LA PANTERA”

    Un po’ come per Stanis in quella fatidica scena del Fiume N’gube nella seconda stagione di Boris, per lo spettatore l’effetto di vuoto dovuto alla mancanza di Black Panther – che viene brevemente contestualizzata nei primi minuti di film, nei quali si afferma di una malattia tenuta nascosta che ha lentamente consumato il re e che nessuno sembra essere in grado di curare – può sortire un effetto negativo sulla visione complessiva di un film il cui titolo è Black Panther ma in cui il personaggio stesso compare soltanto nei minuti finali della pellicola, con un passaggio di testimone alla sorella Shuri messo in primo piano già dai trailer, dove forse una maggiore segretezza avrebbe potuto giovare ad un effetto sorpresa che la pellicola cerca di costruire – per problemi di marketing – quasi inutilmente.

    Sul lutto per la scomparsa di T’Challa, sull’affrontarlo ed il cercare di superarlo a proprio modo ruotano attorno le linee narrative dei vari personaggi del Wakanda, fino a questo momento poco più che personaggi secondari e che qui vengono posti (chi più chi meno) in un ruolo più centrale ma con il costante macigno di un approfondimento che risulta assente e che porta lo spettatore ad empatizzare con i personaggi soltanto a tratti. In questo la scrittura del quadro generale non aiuta di certo, portandosi ulteriormente a chiedersi come un film con un sottotitolo come Wakanda Forever del Wakanda stesso parli ben poco. Molto più presente era infatti nella prima pellicola, dove lo spettatore veniva accompagnato alla scoperta di un luogo con una cultura, delle leggi ed uno stile di vita diverso dal mondo comune con quell’interessante mix di elementi preistorici con una tecnologia da fantascienza; qui vengono mostrati i rapporti internazionali della nazione africana, impegnata ad affrontare le conseguenza dell’essere usciti allo scoperto con il precedente governo, ma questi finiscono per occupare solo la primissima parte di un racconto che si sposta presto su un altro fronte. Se Stanis infatti quando guardava il fiume N’gube vedeva Pomezia, qui il film sembra volerci mostrare il Wakanda ma ponendoci poi davanti agli occhi per la quasi totalità del tempo la sottomarina Tlālōcān ed il suo popolo umanoide sottomarino dalla pelle blu.

    QUALCOSA DI NUOVO SUL FRONTE WAKANDIANO

    Proprio nel sovrano di Tlālōcān è situato uno dei punti di forza del film: il Namor interpretato da Tenoch Huerta viene qui introdotto come villain riuscendo però a caratterizzarlo in maniera acuta, dotandolo di un interessante background – che, allontanandosi dalla pedissequa copiatura del fumetto, introduce un passato legato alla cultura Maya che si riverbera nel suo abbigliamento e nella lingua da lui parlata – e di una sua morale, che lo spinge a difendere a tutti i costi il suo popolo sottomarino affrontando senza troppe remore proprio i discendenti dei suoi antenati. L’esempio perfetto di un’ottima riscrittura di un personaggio che rimane al tempo stesso fedele al materiale di partenza (le iconiche alette ai piedi e le orecchie a punta sono infatti presenti e sono bellissime), anche se definibile come esempio forse troppo perfetto visto che quello che si presenta come un villain a tutti gli effetti risulta sia più approfondito sia più interessante di quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti, su tutti la Shuri di Letitia Wright che, per quanto a livello attoriale porti a casa un ottimo lavoro soprattutto a livello emotivo, presenta una caratterizzazione troppo ancorata al ruolo di spalla che ricopriva nelle pellicole precedenti. Poco altro da dire sul fronte attoriale, con nomi del calibro di Lupita Nyong’o, Wiston Duke, Martin Freeman o Angela Bassett relegati in personaggi che – come accennato sopra – faticano, proprio come Shuri, a scrollarsi di dosso il ruolo secondario con cui sono stati originariamente concepiti, come anche l’appena introdotta Riri Williams interpretata da Dominique Thorne si presenta qui come un personaggio puramente di contorno, complice il suo futuro approfondimento nella serie a lei personalmente dedicata.

    Ci si ritrova così davanti ad una pellicola popolata da personaggi non sempre abbastanza interessanti ed una narrazione generale che si presenta con un ritmo decisamente altalenante e con un minutaggio di due ore e quaranta che rischia così di straniare ed annoiare lo spettatore.

    Distaccandosi dal lato narrativo verso quello tecnico si incontra invece l’altro punto di forza della pellicola, con una regia affidata nuovamente a Ryan Coogler di ottima fattura e in cui il cineasta statunitense si mostra a suo agio sia nelle sequenze più tranquille e statiche che in quelle più movimentate, accompagnato poi da un’ottima fotografia a cura di Autumn Durald Arkapaw e da un uso della CGI affiancato ad effetti più pratici che permettono allo spettatore in un ambiente visivamente spettacolare. Urge spezzare una lancia poi per le scene d’azione, in cui tutti questi elementi appena citati riescono a creare alcuni tra gli scontri più belli dell’intero universo Marvel il cui punto più alto si presenta nell’assalto al Wakanda, capace di superare per impatto anche le enormi battaglie campali di film come Infinity War o Endgame, mostrando un minimo il fianco soltanto con l’arrivo della nuova Pantera e, con essa, del forte uso di computer grafica.

    CONCLUSIONI

    Con Wakanda Forever si conclude quindi l’infame fase 4 dell’MCU, composta da serie tv dall’esito altalenante e da pellicole per il cinema (di cui trovate per ognuna le recensioni sul sito) che, con l’obiettivo di cambiare le carte in tavola, non sempre hanno trovato il favore del pubblico e della critica. Anche questo secondo capitolo non fa eccezione, ponendo al centro della narrazione il lutto per T’Challa (e con esso per Chadwick Boseman) e la guerra tra il Wakanda ed il nuovo villain Namor che finisce ben presto, grazie alla sua ottima caratterizzazione, a rubare la scena a quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti, ancora troppo ancorati allo status di personaggi secondari. Non bastano quindi l’ottima regia di Ryan Coogler e il ben gestito binomio CGI-effetti pratici a salvare il film dalle criticità narrative e dalla mancanza di un vero e proprio Black Panther.

    Un film che non è brutto ma che poteva essere di certo migliore, che verrà apprezzato da alcuni e detestato da altri, ma che con molte probabilità verrà da tutti dimenticato nel giro di un paio di settimane. Un film che conclude in maniera atipica una fase altrettanto peculiare, lasciandoci in attesa di quella successiva con la speranza che le acque si siano finalmente calmate e che la stabilità tra quantità e qualità sia stata ritrovata.

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  • RECENSIONE BLACK ADAM – COME THE ROCK (QUASI) SALVO’ IL DCEU

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    18 Marzo 2021: arriva su HBO Max il tanto atteso Zack Snyder’s Justice League, la versione “originale” della pellicola uscita rimaneggiata da Joss Whedon nelle sale nel 2017 e qui tronfia delle sue quasi quattro ore di durate e del formato in 4:3 (di cui trovate la nostra recensione qui). Se in Italia, per assenza della piattaforma, l’uscita di questa versione ha dovuto subire delle deviazioni fino alle rive di Sky/Now, indubbio rimane il fatto che all’interno dell’universo cinematografico condiviso di casa DC si possa definire un prima ed un dopo. I fan avevano vinto, surclassando addirittura le decisioni dei capoccia della Warner stessa, dimostrando un potere decisionale senza precedenti.

    La gerarchia dell’universo DC sta per cambiare.”

    Con questa frase Dwayne “The Rock” Johnson ha martellato la campagna marketing del suo Black Adam in cui veste i panni dell’antieroe e stregone, un’espressione che sembra però avere in realtà una doppia valenza: la prima interna al racconto, dato che il suo Black Adam – come vedremo più nel dettaglio in seguito – risulta essere senza ombra di dubbio uno dei personaggi più forti, capace di affrontare senza problemi anche gli eroi più forti; la seconda invece è interna all’azienda stessa, data la forte presenza che The Rock sembra aver avuto sugli studios stessi capace di ottenere un film da solista per il suo personaggio (pensato originariamente come “semplice” villain per l’eroe Shazam) e di avanzare pressioni per sei anni – a detta dell’attore – per reinserire Henry Cavill nei panni di Superman, traguardo ora ottenuto in concomitanza – forse non a caso – con l’addio del dirigente Walter Hamada a capo dell’universo DC dal 2018.

    Rimanendo però saldi al presente, Black Adam ha appena raggiunto le sale, ma sarà davvero riuscito a ribaltare la gerarchia e a cambiare il destino di un universo condiviso che sembrava destinato a crollare su se stesso?

    “DIGLI CHE TI MANDA L’UOMO IN NERO”

    5000 anni prima di Cristo, mentre i vari popoli si scontrano per il potere, il popolo della città di Kahndaq vive in pace e prospera grazie all’Eternium, minerale dalle proprietà magiche che finisce per attirare le mire del tiranno Ahn-Kot che soggioga gli abitanti della città e li sfrutta per estrarre il minerale con l’obiettivo di creare una corona dai poteri demoniaci. Piano che verrà però fermato da un giovane ragazzo che aizza una rivolta di schiavi contro il tiranno e che finisce per attirare le attenzioni del Consiglio degli Stregoni che gli concede i poteri di Shazam per liberare il suo popolo e fermare Ahn-Kot, divenendo così il campione Teth-Adam (Dwayne Johnson).

    Nel presente, Kahndaq è nuovamente soggiogata ora da un’organizzazione criminale di nome Intergang da ormai diversi decenni. Nel tentativo di recuperare la Corona di Sabbac creata da Ahn-Kot cinque millenni prima, la professoressa universitaria Adrianna (Sarah Shahi) finisce per risvegliare il campione a lungo imprigionato ed attirando così su Kahndaq le attenzioni della Justice Society of America, gruppo di supereroi con l’obiettivo di fermare il pericoloso Adam.

    Tante informazioni alle quali verranno poi aggiunti ulteriori elementi e passaggi narrativi, con tanto di sorprese e veri e propri plot-twist, che la pellicola riesce però a veicolare in maniera chiara e leggera, senza incorrere in un’eccessiva pesantezza e senza richiedere alcuna conoscenza pregressa derivante da altri film – cosa ormai rara e quasi impensabile, abituati come siamo all’interconnessione a tratti eccessiva dell’MCU – ma che riesce comunque a riservare alcuni collegamenti che faranno ben felici i fan dei fumetti. Elemento che aiuta la scorrevolezza della pellicola – che supera di poco le due ore – è l’azione, predominante nella pellicola e che viene messa da parte per brevi sequenze di dialogo che di certo non spiccano per qualità drammaturgica ma che riescono comunque a strappare qualche risata e a coinvolgere emotivamente in alcuni rari momenti ottimamente costruiti.

    Tra i personaggi che popolano la vicenda la Justice Society riesce a catturare presto l’attenzione, grazie a quattro  “nuovi” supereroi, qui introdotti per la prima volta e che se con Atom Smasher (Noah Centineo) e Cyclone (Quintessa Swyndell) si ha un approfondimento minimo – lasciandoli probabilmente aperti ad una futura caratterizzazione più profonda – è con Hawkman (Aldis Hodge) e Doctor Fate (Pierce Brosnan) che ci si ritrova davanti ad eroi veri e propri con un loro ideologia di fondo che nel primo eroe si presenta con il desiderio di essere un vero leader e di voler “proteggere e servire” (su cui il film intavola tra l’altro un appena abbozzato ma comunque apprezzabile parallelismo con il comportamento degli Stati Uniti in materia di relazioni internazionali), mentre nel secondo con un atteggiamento più rodato e saggio vista l’età e l’esperienza rendendolo capace di sapere quando intervenire e quando no.

    EROE O VILLAIN, QUESTO È IL PROBLEMA

    Con giusta asserzione il vero punto forte della pellicola è però il suo protagonista, dotato di poteri inimmaginabili e quasi inarrestabili e su cui la sceneggiatura imbastisce una continua discussione interiore sull’essere buono o cattivo, sull’uccidere senza remore i propri nemici o risparmiarli ed assicurarli alla giustizia “degli uomini”, con un Dwayne Johnson capace di distaccarsi dal classico ruolo di “uomo alto e forte ma buono e simpatico” (alla Jumanji per intenderci) dedicandosi anima e corpo ed ottenendo un ottimo risultato.

    Ovvia la presenza – date le premesse di antieroe del protagonista – di un villain “duro e puro”, che però complice anche il risicato minutaggio a lui dedicato finisce per essere un mero contentino per confermare le intenzioni di Adam verso il finale e per inserire il classico scontro finale tipico di queste pellicole.

    Sul lato tecnico, la regia di Jaume Collet-Serra e la fotografia curata da Lawrence Sher imbastiscono un film che visivamente non può che non riportare alla memoria i precedenti lavori del sopracitato Snyder, con una fotografia estremamente pacchiana che passa dalle tonalità pastello delle ambientazioni al neon che caratterizza i vari poteri degli eroi, come i fulmini di Adam o la magia di Fate, assieme ad una carrellata di sequenze al rallenty forse un po’ troppo predominanti. Doveroso comunque sottolineare come le numerose scene d’azione risultino, per la maggior parte, ben dirette, permettendo allo spettatore di capire ciò che avviene a schermo.

    Sul lato attoriale, oltre all’ottima prova di Johnson, sono – com’era facile aspettarsi – Aldis Hodge e Pierce Brosnan i due nomi che meglio riescono a creare empatia con i loro personaggi, lasciando più all’oscuro i loro compagni minori e soprattutto i vari personaggi “umani” (senza poteri), decisamente dimenticabili.

    Piccola parentesi per dedicare un plauso al reparto costumi, uno degli elementi decisamente più riusciti della pellicola e che sono riusciti, attraverso una mediazione tra ripresa del design classico e modernizzazione a creare alcune tra le migliori hero suit mai visti in un film di supereroi.

    CONCLUSIONI

    Con alti e bassi, la pellicola diretta da Jaume Collet-Serra riesce a portare sullo schermo un mix di azione e di avventura supereroistica decisamente divertente, a patto di tollerare una sceneggiatura decisamente semplice, con personaggi a volte ottimi come il protagonista o alcuni degli eroi ed altri invece tranquillamente dimenticabili ed un comparto tecnico pacchiano, che riporta alla mente lo Snyder di Justice League. Allo spettatore la decisione di accettare il compromesso, sedersi sulla poltrona del cinema e spegnere il cervello per due ore, oppure rifiutare.

    Fatto sta che The Rock non ha decisamente rivoluzionato il DCEU, ma è stato per lo meno capace di aggiustarne il tiro, nella speranza di un futuro un po’ più roseo.

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  • RECENSIONE HALLOWEEN ENDS – IL FINALE CHE NON TI ASPETTI

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    Impresa all’apparenza semplice ma in realtà particolarmente insidiosa quella in cui si è imbarcato nel 2018 David Gordon Green prendendo la saga di Halloween, creata da John Carpenter nel 1978, dalle mani del regista “a basso costo” Rob Zombie – che ne aveva realizzato un remake dell’originale nel 2007 che ebbe anche un seguito nel 2009 – con l’intenzione di creare una nuova trilogia che si ponesse come sequel diretto di quel primo capitolo uscito quasi quarant’anni prima.

    L’uscita del primo nuovo capitolo fu, nonostante il mix di critiche sia dei professionisti che del pubblico, complessivamente un grande successo, tanto da assicurare la realizzazione effettiva degli altri due capitoli intitolati rispettivamente Kills ed Ends. 

    Halloween Kills raggiunse le sale nell’ottobre del 2021 proponendo un bagno di sangue lungo 105 minuti in cui Michael Myers sembrava quasi immortale, potenziato dalla cattiveria e dal male insito nelle persone che egli stesso aveva contribuito a creare (se volete approfondire il nostro parere, trovate qui la nostra recensione). Ad un anno esatto di distanza arriva sul grande schermo il tanto atteso capitolo finale –  tanto conclusivo da voler inserire la parola end direttamente nel titolo –, ma sarà davvero la fine del franchise? E in questo caso, siamo di fronte a un buon finale o a un’occasione sprecata? Scopritelo in questa recensione.

    FOLIE À DEUX

    2019, Haddonfield. A un anno dal massacro avvenuto durante la notte di Halloween, Michael Myers è scomparso e la città vive un periodo di apparente tranquillità. L’ombra dell’assassino è ancora presente e molte persone temono per la loro incolumità e per quella della loro famiglia. Si torna a chiamare quindi un babysitter per i propri figli, come Corey (Rohan Campbell), giovane ragazzo di ventun’anni che trova in questo lavoretto soldi facili per pagarsi il college. Ma – come da tradizione per un buon film horror che si rispetti – la morte è dietro l’angolo, facendo precipitare il giovane ragazzo in un vortice di dolore e sofferenza. Dopo un prologo che serve per mettere sulla scacchiera i primi pezzi, il film ci porta avanti di altri tre anni fino al 2022, mostrandoci una Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) – che vive con la nipote Allyson (Andi Matichak), ora infermiera – alle prese con la scrittura delle proprie memorie. Michael Myers è ancora scomparso.

    Già dall’inizio si può intendere quale fosse l’obiettivo di Green per questo terzo (ed ultimo, lo sottolineiamo) capitolo della saga: mostrare un prodotto in continuità con il passato che sia in grado di mantenere la propria anima ma che allo stesso tempo riesca ad allontanarsi dagli stilemi classici della saga per proporre qualcosa di diverso. Se dovessimo pescare un altro capitolo del franchise che per certi versi assomiglia a questo Ends sarebbe proprio quel tanto amato/odiato Halloween III – Il signore della notte (o Season of the Witch con il bellissimo sottotitolo originale), film datato 1982 che propone un racconto senza Michael, un po’ come fa Green relegando la presenza del boogeyman a poche scene per quasi tutta la durata della pellicola fino al finale dove invece torna nella sua maestosità per l’ultimo grandioso scontro conclusivo.

    Nonostante questo crei un enorme sbilanciamento tra una prima metà in cui si assiste quasi più a un film drammatico piuttosto che a un horror e una seconda metà dove l’anima slasher torna invece preponderante, il tema fondamentale a cui ruota attorno questa pellicola (e che per proprietà commutativa finisce poi per diventare il fulcro attorno a cui ruota tutta la nuova trilogia nel complesso) è il male in tutte le sue forme. Dove nel capitolo del 2018 si metteva in mostra l’ossessiva ricerca di Myers, del comprendere il suo “punto di vista” da un lato e del cercare di fermarlo una volta per tutte dall’altro e in Kills si mostrava l’isteria di massa e le sue conseguenze, in Ends viene mostrato come l’odio, più o meno motivato, di una cittadina intera possa portare alla nascita di veri e propri mostri anche tra le persone più comuni, mostri che nemmeno Michael Myers in persone riesce a fermare e che si ritrova quasi spaventato, inerme davanti alla loro presenza.

    CARA, ODIATA HADDONFIELD

    Dal punto di vista tecnico, è innegabile l’ulteriore salto in avanti compiuto da Green in questa pellicola. Se già nel capitolo precedente riusciva a mettere in scena qualche sequenza interessante ma accerchiata da tante altre più semplici e classiche, qui il regista texano dimostra piena padronanza del mix regia e sceneggiatura, riuscendo a mostrare con le immagini il perfetto corredo di ciò che la storia vuole raccontare e mettendo così in scena il suo miglior approccio registico. Non siamo comunque di fronte alla rivoluzione, questo risulta innegabile, e di certo non si ha nemmeno la pretesa di accostare la regia di Green a quella del buon Carpenter ma, aiutata da una buona fotografia e dai vari reparti visivi, la pellicola risulta decisamente bella da vedere. La sequenza che decreta la bravura di Green si rivela poi essere lo scontro finale, capace di creare la giusta tensione, senza togliere spazio agli attori con movimenti di macchina che potevano risultare soverchianti ma al tempo stesso nemmeno troppo statici, portando sullo schermo uno scontro decisamente epico e simbolico per la saga intera.

    Ottimo lavoro è stato anche svolto dagli attori che vanno a comporre il cast. Jamie Lee Curtis risulta come sempre magnetica, capace di mettere in scena una Laurie Strode che continua a portarsi dietro gli strascichi di quella fatidica notte del ’78 con in aggiunta la ancora fresca mattanza del 2018 ma che è decisa a mettere la parola “fine” su tutto questo, accompagnata da un James Jude Courtney che, per quanto disponga di un minutaggio a schermo decisamente ridotto, riesce a mettere in scena un Michael debole e quasi stanco come non si era mai visto ma comunque capace di ritornare alla furia di un tempo giusto per lo scontro finale. Dove Andi Matichak svolge un buon lavoro “senza infamia e senza lode”, è senza dubbio il venticinquenne Rohan Campbell a mostrarsi come vera scoperta del film, forse grazie anche all’ampio minutaggio dedicato al suo Corey, capace di mettere in scena un personaggio sfaccettato e complesso ma senza scadere nell’eccessivo stereotipo o nell’overacting.

    CONCLUSIONI

    Con Halloween Ends David Gordon Green porta a termine non solo la sua trilogia ma l’intera saga di Halloween, e lo fa con un finale che si allontana dalle atmosfere più slasher e piene di sangue del capitolo precedente e che preferisce guardarsi dentro, presentando una rilettura del genere stesso, e fuori, parlando prima di Haddonfield e poi di Michael Myers. Non lo fa sempre al meglio: il ritmo decisamente pacato della prima metà che si trasforma in una vera e propria maratona nella seconda può scoraggiare molti, così come anche la quasi totale assenza di Michael che esce dalla sua tana solo per decretare la fine di tutto con un bellissimo scontro finale.

    Un finale che a molti farà storcere il naso, che molti potranno addirittura odiare e detestare, ma che dimostra come David Gordon Green – oltre a essere maturato come regista di capitolo in capitolo – sia riuscito a mettere in scena la sua storia e, seppur sia caduto in diversi momenti facendosi del male da solo, non possiamo che apprezzare il suo coraggio e la sua tenacia.

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  • RECENSIONE THE MIDNIGHT CLUB – DECAMERON DELL’ORRORE

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    Si può dire che tutto questo ebbe inizio nel 2017, quando in una Netflix affermata ma ancora in rodaggio approdò Il gioco di Gerald, diretto e sceneggiato da Mike Flanagan e con cui partì quello che la stessa piattaforma ora ama chiamare Flanaverse, ma che in parole più semplici è espressione di un sodalizio nato tra il regista e la casa stessa che, a partire da quella prima pellicola ispirata da un racconto del maestro del brivido Stephen King, sarebbe proseguita con l’adattamento di altre opere letterarie dell’orrore che portarono alla nascita della serie The Haunting, caratterizzata da due stagioni autoconclusive e con la propria storia ed i propri personaggi. La prima stagione ebbe un enorme successo sia di critica che di pubblico, tanto da portare alla produzione con cadenza quasi annuale di un nuovo prodotto per la piattaforma. Ad esclusione del 2019 in cui il regista si dedicò all’adattamento di Doctor Sleep, arriva nel 2020 la seconda stagione di The Haunting e nel 2021 l’originale Midnight Mass, presentando dunque un “ritorno alle origini” in questo 2022 con la realizzazione di un nuovo adattamento letterario, questa volta prendendo il romanzo per ragazzi The Midnight Club scritto da Christopher Pike. 

    GIOVANI AUTORI DELL’ORRORE

    “A chi c’era prima e a chi ci sarà dopo. A noi adesso e a chi è oltre. Visibile o invisibile, qui ma non qui.”

    La protagonista della storia è Ilonka (Iman Benson), giovane ragazza a cui pochi giorni prima dell’inizio dell’università viene diagnosticato un cancro alla tiroide. Dopo essersi sottoposta a un ciclo di cure senza successo, decide di recarsi a Brightcliffe, ospizio per ragazzi allo stadio terminale in cui possono passare gli ultimi momenti in serenità che sembra però nascondere un qualche segreto legato alla miracolosa guarigione di una ragazza e alla presenza passata di uno strano culto.

    Dopo l’introduzione della protagonista ed il suo arrivo nella struttura, la narrazione procede seguendo una base facilmente assimilabile all’italianissimo Decameron ad opera di Boccaccio: se nell’opera del XIV Secolo i protagonisti erano un gruppo di dieci ragazzi fuggiti dalla peste e che si raccontano storie per passare il tempo, nella serie i sette ospiti della struttura si riuniscono allo scoccare della mezzanotte in biblioteca dove, dopo aver recitato il loro motto, a turno si raccontano storie di fantasmi proseguendo quella che sembra una ricorrenza del luogo risalente a molti anni prima del loro arrivo. Assieme alle storie, che si presentano come autoconclusive o al massimo divise in due parti, la serie presenta anche una sua trama orizzontale tra gli episodi andando a rivelare pian piano i vari misteri della struttura sopra citati.

    Per quanto interessante, la trama orizzontale finisce per essere in più punti forse troppo semplice e scontata presentando un susseguirsi di vicende che tende verso una struttura più tipica del teen drama piuttosto che del racconto dell’orrore, tanto che in questi momenti sono veramente pochi se non quasi nulli i momenti di tensione lasciando molto più spazio ai rapporti che si sviluppano tra i pazienti dell’ospizio.

    Elemento invece decisamente funzionante e che rende il prodotto decisamente degno di essere visto sono proprio le storie. Di base semplici, vanno a pescare da diversi generi passando dall’horror più vario alla fantascienza, ma presentando sempre un elemento caratteristico della persona che prende in mano le redini della narrazione. Oltre all’espediente visivo dei personaggi della storia con gli stessi volti dei pazienti, si presenta in fase di scrittura delle varie ghost stories l’autoaccetazione della propria malattia – che varia di paziente in paziente – ed il far fronte con il proprio passato, i propri traumi ed i propri demoni, che finiscono nel racconto per prendere le sembianze di fantasmi, serial killer, robot assassini dal futuro, ognuno contestualizzato rispetto al soggetto di riferimento.

    RACCOLTA DI (NON TANTO) PICCOLI BRIVIDI

    Ambientando le vicende nel 1994, la serie porta con sé lo spettatore alla riscoperta degli anni ’90, a quando i videogiocatori aspettavano con ansia l’uscita della prima Playstation di Sony, si ascoltava la musica rap di Tupac, Nas e The Notorious B.I.G. e ci si vestiva con le felpe oversize e si indossava sempre il cappello con la visiera all’indietro. Oltre agli elementi puramente narrativi, un plauso va all’accurato studio e alla conseguente resa visiva di quegli anni, attraverso soprattutto i costumi e le ambientazioni e questo vale sia per il “presente narrativo” che per le varie storie, ognuna costruita visivamente in maniera unica. In questo aiuta certamente la buona fotografia e la regia, le cui redini sono nelle mani di Flanagan stesso ma co-gestito da un team composto da Axelle Carolyn (regista anche di alcuni episodi di Bly Manor e American Horror Story), Michael Fimognari, Viet Nguyen (conosciuto ai più per la regia di Lucifer), Morgan Beggs e Emmanuel Osei-Kuffor, capaci di mettere in scena in maniera ottimale le vicende ma generando un imprescindibile scarto con le prime due puntate in cui la capace (e più rodata) mano di Flanagan riesce a creare momenti di tensione ed orrore decisamente più riusciti.

    Altro elemento di certo importante per la riuscita della serie sta nel cast, composto per la stragrande maggioranza da giovani attori tutti decisamente in parte e capaci di gestire al meglio la scena, ma comprendendo anche alcuni volti ricorrenti nelle storie di Flanagan, come Rahul Kohli, Larsen Thompson o Henry Thomas ed altri conosciuti da altre storie tipiche del panorama horror, come Heather Langenkamp (la Nancy Thompson di Nightmare) o William B. Davis (il misterioso Cigarette Smoking Man di X-Files).

    CONCLUSIONI

    Con un “ritorno alle origini”, Mike Flanagan conferma il suo sodalizio con Netflix e presenta la sua annuale addizione al Flanaverse con The Midnight Club. Tratta dall’omonimo romanzo, la serie combina assieme una trama orizzontale interessante ma poco approfondita ed una “raccolta” di storie dell’orrore che i protagonisti si raccontano a turno attorno al fuoco. Reparto costumi e scenografie riescono a mettere in scena ottimamente le giuste atmosfere, aiutati dalla buona fotografia e da alcuni picchi registici che si raggiungono grazie alla sapiente mano di Flanagan.

    Un ottimo prodotto insomma che, nonostante risulti sbilanciato sulla componente più teen drama piuttosto che su quella horror, si manifesta come ottimo apripista per questa nuova stagione degli orrori.

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  • RECENSIONE OMICIDIO NEL WEST END – SOGNO O SON MORTO?

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    Capace di vivere un’epoca d’oro sia nella letteratura prima che nel cinema e nella televisione dopo, il giallo è un genere che senz’altro è stato estremamente abile nell’adattare le proprie caratteristiche di base e a mutare in  base  alla necessità del momento. Autori di fama internazionale come Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Agatha Christie sono stati capaci di regalarci romanzi e racconti in grado di attirare ancora oggi l’attenzione di numerosi cineasti e di pubblico: pensiamo al successo dei recenti remake Assassinio sull’Orient Express (2017) e Assassinio sul Nilo (2022) ad opera di Kenneth Branagh con protagonista il famoso ispettore di origini francesi Hercule Poirot o la serie prodotta dalla BBC Sherlock sul famoso detective residente al 221B di Baker Street interpretato per l’occasione da Benedict Cumberbatch.

    Non sorprende quindi l’arrivo in sala in questo momento di Omicidio nel West End (o See How They Run in originale), basato  sulla sceneggiatura a Mark Chappell e la regia del vincitore del premio BAFTA Tom George.

    ANCHE I MORTI FANNO METACINEMA

    “È un giallo. Visto uno, li hai visti tutti.”

    Nella Londra del 1953, dopo i festeggiamenti per la centesima messa in scena dello spettacolo Trappola per topi tratto da un racconto di Agatha Christie, il regista di Hollywood Leo Köpernick, a cui era stato affidato il compito di adattare lo spettacolo in un film, viene ritrovato morto sopra il palco, generando quindi il panico e l’intervento della polizia, nello specifico dell’ispettore Stoppard e della novellina Stalker.

    Un inizio semplice e convenzionale che mette di fronte allo spettatore il classico film giallo, se non fosse per l’elemento quasi parodistico del genere stesso sottolineato proprio nei primi minuti dal voice over di Leo Köpernick che, descrivendo allo spettatore lo spettacolo teatrale che deve riadattare per il cinema, finisce per definire tutti i cliché e le caratteristiche fondamentali di un whodunit. Sfondando quindi nel metacinema e nel raccontarsi in prima persona allo spettatore, il film riesce in diversi punti a generare momenti di riuscita ilarità: pensiamo a personaggi avvezzi al mondo della scrittura che descrivono i flashback come “distruttori dell’immersione” e che il film utilizza noncurante nell’attimo subito successivo, o altri che si comportano nella vita reale come se fossero sempre all’interno di una recita di un’indagine d’omicidio.

    Si presenta inoltre una genuina sorpresa di fronte allo svolgersi delle vicende che, nonostante un leggero rallentamento nella fase centrale attraverso cui ci viene approfondita – sempre in maniera comunque ridotta – la vita privata dei due agenti di polizia ed il loro passato, rimane sempre interessante grazie soprattutto all’ottima caratterizzazione dei personaggi, iconici già dal primo momento in cui appaiono e capaci di mettere in scena scambi di battute decisamente divertenti e riuscite, presentando nel complesso un ottimo bilanciamento quindi dell’indagine con la commedia.

    Sono presenti inoltre numerosi riferimenti al mondo di Hollywood, con scambi di battute su attori ed attrici del momento o sulle regole di realizzazione di un particolare genere di cui il film stesso finisce poi per prendersi gioco, inserendo sul finale un cameo d’eccezione per i fan che non riveleremo per evitare di rovinare l’ottima sorpresa.

    OMICIDIO A COLORI

    Nell’ambito più puramente tecnico, il film cerca in tutti i modi di creare un’atmosfera riconducibile proprio agli anni ’50 in cui la storia è ambientata. La ricostruzione scenica attraverso abiti, veicoli e scenografie è azzeccatissima e funziona perfettamente, aiutata da una fotografia accesa e quasi pastello – che non può che ricordare i lavori di Wes Anderson – e da una regia curata e consapevole, proponendo movimenti di macchina ed inquadrature fisse studiate al minimo dettaglio, senza però dimenticarsi di un montaggio che mette in scena in alcuni frangenti un “doppio sguardo” con due inquadrature una affianco all’altra capaci di donare alla pellicola un aspetto quasi cartoonish che contribuisce alla creazione di un’atmosfera quasi sognante.

    Ultimo elemento, ma decisamente non per importanza, è il cast. A farla da padrone sullo schermo sono senz’altro Sam Rockwell e Saoirse Ronan, entrambi perfettamente in parte riescono a creare il perfetto binomio “investigatore esperto ma disilluso-novellino pieno di speranze” che funziona grazie anche ad un’ottima alchimia tra i due attori. Ma di certo non meno bravi sono i vari membri che compongono il cast corale attorno alla rappresentazione teatrale, dai giovanissimi Harris Dickinson, Pearl Chanda e Charlie Cooper, ai più rodati Reece Shearsmith, Ruth Wilson, David Oyelowo, senza dimenticare l’ottimo Adrien Brody nei panni della vittima, tutti capaci nonostante un minutaggio a schermo decisamente minore di quello dei protagonisti di mettere in scena personaggi divertenti ed interessanti, senza mai scadere nella messa in scena della semplice “macchietta”. Ottime anche le musiche, affidate a Daniel Pemberton e capaci di  contribuire ulteriormente alla costruzione della giusta atmosfera.

    CONCLUSIONI

    Inserendosi all’interno di un genere decisamente rodato, Omicidio nel West End si presenta come una boccata d’aria fresca, capace di costruire un’atmosfera quasi sognante, decisamente divertente, e di mantenere la curiosità e la tensione delle indagini che fanno da motore delle vicende. Con un così ottimo comparto tecnico ed un cast di grandi nomi in grado di presentare dei personaggi così riusciti, sarebbe di certo un peccato lasciarsi sfuggire questo film, capace di godere appieno di tutti i crismi di cui una sala cinematografica dispone.

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  • MR ROBOT – 4 MOTIVI PER RECUPERARE UNA DELLE MIGLIORI SERIE DEGLI ULTIMI ANNI

    Risale all’8 Aprile 1991 la messa in onda della prima puntata di Twin Peaks, pietra miliare delle serie tv che portò il già famoso David Lynch dal grande schermo direttamente dentro ai televisori a tubo catodico presenti in ogni abitazione. Il cadavere di Laura Palmer ed il mistero del suo omicidio, l’indagine dell’agente dell’FBI Dale Cooper e la scoperta, episodio dopo episodio, di personaggi sfaccettati e dei segreti che ognuno di loro cercava di nascondere, ebbe l’effetto di un fulmine a ciel sereno: era nato un nuovo modo di fare televisione. Non avremmo avuto X Files, Lost, Fargo, True Detective, I Soprano, Breaking Bad, Gravity Falls – e la lista potrebbe andare avanti ancora a lungo – se questa serie non avesse avuto il coraggio di mescolare assieme le atmosfere tipiche del cinema dell’orrore con una pletora di personaggi bizzarri e quasi grotteschi inserendoli in una struttura narrativa non più autoconclusiva, bensì dilatata di episodio in episodio – quella che sarebbe poi stata denominata in futuro come trama orizzontale– ed inserendo inoltre numerosi plot twist e colpi di scena.

    Tre anni dopo – il 19 Settembre 1994 – avvenne invece la messa in onda di E.R. – Medici in prima linea, che rappresentò un altro fondamentale tassello della storia delle produzioni televisive. È infatti con la serie nata dall’idea dello scrittore Michael Crichton che si sdogana un genere caratterizzato da una precisa terminologia medica, casi clinici particolarmente articolati e un team di medici e dottori a cui lo spettatore non può non affezionarsi, genere che sarebbe poi rimasto costantemente in vita anche dopo la fine della serie grazie a produzioni come Dr. House – Medical Division, Scrubs, Grey’s Anatomy, The Good Doctor – ed anche qui la lista sarebbe ancora molto lunga – con alcuni di queste produzioni che ancora oggi vanno in onda sulle varie reti televisive.

    Sono passati 31 anni da Twin Peaks e 28 da E.R. e si può decisamente affermare senza alcun dubbio di come narrare una storia dilatandola attraverso diversi episodi sia stata decisamente una mossa apprezzata e di successo, tanto da ritrovarci, ai giorni nostri, quasi quotidianamente con un nuovo prodotto originale da guardare o con l’episodio settimanale di una serie già iniziata da recuperare. Possiamo inoltre affermare che tra il miasma di prodotti televisivi si trovano diversi nomi (oltre i due già citati) che “hanno fatto la storia delle serie tv”: prodotti di ottima fattura, usciti nel momento perfetto e che furono capaci di mostrare al pubblico proprio ciò di cui esso aveva bisogno. Tra questi nomi dovrebbe senza dubbio spiccare Mr. Robot, la serie creata da Sam Esmail e incettatrice di premi tra cui Emmy, Golden Globe, Satellite Award, Screen Actors Guild Award e Critics’ Choice Television Award. Se girovagando sul web o parlando con amici vi dovesse capitare di parlare di Breaking Bad o di Game of Thrones c’è una probabilità molto alta che (quasi) tutti l’abbiano vista, diversamente invece da quando si nomina Mr. Robot finendo per ritrovarsi davanti ad una risposta generalmente assimilabile con “la conosco, ce l’ho in lista ma non so quando la guarderò”. Ecco quindi lo scopo di questo articolo: cercare, argomentando il discorso in quattro punti, di convincervi a scorrere nella vostra lista fino alla copertina di questa serie per poterla finalmente cominciare.

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    Campi lunghi, lunghissimi a volte, susseguiti da primi piani estremamente ravvicinati ai volti di attori che non si trovano però mai al centro dell’inquadratura ma che occupano soltanto la parte destra lasciando un enorme spazio a sinistra o viceversa. Il tutto ripreso da una macchina da presa immobile, fissa, quasi statuaria e che sarà solo con il lento avanzare delle vicende che troverà la forza per muoversi prima a piccoli passi e poi correndo senza più fermarsi, arrivando addirittura allo strabiliante episodio 5 della terza stagione girato in un unico piano sequenza al cardiopalma. Una scelta artistica ed un processo creativo e di crescita continua che dimostra la bravura del regista Sam Esmail nel raccontare una storia – di cui è anche sceneggiatore – prima di tutto per immagini, con uno stile decisamente unico ed atipico che non può non essere amato dallo spettatore, che si ritroverà senz’altro a riconoscere ovunque qualunque frame di qualsiasi episodio della serie proprio grazie all’unicità che li contraddistingue. 

    Nella prima stagione Esmail è stato affiancato anche da diversi altri registi, tra cui Niels Arden Oplev – già regista di Uomini che odiano le donne (2009) – che si è occupato della realizzazione del pilot e Deborah Chow, famosa nell’ultimo periodo per aver lavorato a diverse produzioni Disney+ in ambito Star Wars, che però finiscono per lasciare quasi subito il progetto già dalla seconda stagione. Assieme alla regia, non si può poi non nominare la fotografia che, ad esclusione del primo episodio in cui è a cura di Tim Ives il quale mette in scena una struttura più classica, vede in Tod Campbell il principale fautore di un complesso stravolgimento delle regole, con una gestione di linea dello sguardo, aria sopra i personaggi e regola dei terzi al di fuori dell’ordinario.

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    Se “inusuale” è il termine che si potrebbe usare per descrivere il “come” ci viene mostrato il tutto, decisamente più complicato risulterebbe racchiudere in una sola parola il “cosa” di cui la serie vuole parlarci. Il protagonista delle vicende è Elliot Alderson (Rami Malek), giovane affetto da problemi psicologici e dipendente dalla morfina, lavoratore di giorno come tecnico informatico presso l’azienda di sicurezza informatica Allsafe Securityed hacker vigilante di notte. Elliot si ritroverà però ben presto invischiato in una pericolosa missione, collaborando con il misterioso gruppo di hacker denominato fsocietycapitanato dal losco Mr. Robot(Christian Slater), il cui scopo è quello di portare a termine una vera rivoluzioneche permetterà di distruggere la multinazionale E Corp, liberando il popolo dai debiti contratti

    Oltre alla palese somiglianza di cognome tra il protagonista della serie e il Thomas Anderson di Keanu Reeves protagonista del cult Matrix (1999, Sorelle Wachowski) risulta fin da subito chiaro come nessun nome sia lasciato al caso, con la malvagia corporazione da subito rinominata da Elliot come “Evil Corp(“azienda malvagia”) mentre la fsociety può essere facilmente traducibile con un “Fu*k the society” (“fan*ulo la società”), concetti alla base semplici che verranno poi sviscerati con il procedere delle vicende permettendo così a numerosi personaggi di entrare nel vivo del racconto, come l’ambizioso e presuntuoso dirigente della E Corp Tyrell Wellick (Martin Wallström), la giovane hacker Darlene (Carly Chaikin), l’amica d’infanzia di Elliot Angela Moss (Portia Doubleday) fino ai ben più criptici ed inquietanti Whiterose (BD Wong), Fernando Vera (Elliot Villar) o Irving (Bobby Cannavale)..

    Nel complesso questo prodotto segue un modello riconducibile proprio al capostipite della serialità televisiva Twin Peaks, con una narrazione che permette di avvicinare sempre più lo spettatore ai personaggi – grazie ad una scrittura di ottima fattura – ed immergendolo a pieno in vicende ricche di segreti ed intrecci che vengono lentamente svelati minuto per minuto. Risulta difficile proseguire con ulteriori approfondimenti senza rischiare di incappare in qualche spoiler, anche minore, che finirebbe inevitabilmente per minare l’esperienza dello spettatore nei confronti di una serie che fa dei twist e dei colpi di scena un elemento fondamentale del racconto, fattori che Sam Esmail ed il suo team di sceneggiatori sono riusciti ad inserire in maniera sempre intelligente, mai scontata ma soprattutto senza mai inciampare nella creazione di errori di continuità o forzature di trama, come spesso invece si è visto poi accadere in altre grandi produzioni.

    TEMATICHE.XML

    Come per il punto sopra, trattare questo argomento senza andare troppo a fondo risulta complicato ma al tempo stesso doveroso in quanto le tematiche sociali trattate dalla serie sono proprio ciò che eleva questo prodotto dall’essere semplice intrattenimento, riuscendo a trasmettere episodio dopo episodio forti emozioni e portando così lo spettatore a riflessioni a dir poco profonde. Nell’ambito della società più in generale la discussione politica si prende senz’altro un posto centrale del racconto, con riflessioni sullo sfruttamento personale e lavorativo, sulle classi sociali e sulle rivoluzioni, per poi allargarsi su tematiche legate ovviamente alla tecnologia, all’iperconnessione tra gli individui e alla volontà di digitalizzare quante più cose possibili (con una riflessione sulle criptovalute presentata in anticipo di qualche anno rispetto alla loro effettiva esplosione nel mondo reale) ma senza comunque dimenticare ciò che invece riguarda l’uomo in quanto tale ed il suo relazionarsi con gli altri, con episodi interi che ruotano attorno a temi come razzismo, stress post traumatico, depressione, tossicodipendenza, disturbo d’ansia sociale passando poi ad un interessante modo di mostrare i rapporti omosessuali e gli orientamenti sessuali di alcuni personaggi fino alla riflessione sulle conseguenze di comportamenti violenti sulle persone ed in particolare sui minori. Tutti elementi che, come detto sopra, rendono senz’altro la serie doverosa di essere visionata, soprattutto contestualizzandola in un periodo d’uscita che va dal 2015 al 2019, di certo non così lontano da noi ma che la pone comunque come uno dei prodotti più visionari della nostra epoca.

    CAST.JPG

    L’ultimo punto di questa rassegna -non certo per importanza- riguarda la scelta di casting della serie che, senza troppi giri di parole, risulta una delle migliori viste in un prodotto seriale negli ultimi anni. Rami Malek, nei panni del protagonista, porta sul piccolo schermo una delle interpretazioni migliori nella sua -ancora breve- carriera – che infatti gli vale nel 2016 la vittoria di ben due statuette ed altrettante candidature come miglior attore protagonista – riuscendo nel tutt’altro che semplice ruolo di portare in scena un personaggio distrutto, spezzato, pieno di problemi – e che poteva perciò facilmente scadere nella banalità – in maniera invece sempre brillante ed azzeccata, equilibrata e mai eccessiva, accompagnato nel difficile compito dal compagno di avventure Christian Slater, perfetto per il ruolo di comprimario/mentore Mr. Robot e che si dimostra capace di dare vita ad un personaggio ricco di sfumature, abile a spiccare ma senza mai rubare la scena al vero fulcro del racconto. Passando poi ai personaggi femminili, Carly Chaikin, Portia Doubleday, Grace Gummer e Stephanie Corneliussen mettono in scena un quartetto di donne decisamente diverse tra loro, con caratteri, stili di vita, comportamenti e obiettivi anche molto diversi ma che nel complesso riescono a creare un quadro completo della figura femminile in tutte le sue sfumature, con un plauso particolare alla Chaikin che con la sua Darlene – ignobilmente snobbata da qualsiasi candidatura – riesce a tenere testa alla bravura di Malek, giocandosi il ruolo di miglior personaggio principale della serie.

    Si potrebbe poi andare avanti ancora a lungo poiché ogni nome nella lunga lista del cast presenta un’interpretazione di altissimo livello ma, onde evitare di ammorbare eccessivamente la lettura con un’infinita sequela di nomi ed elogi, ci limitiamo a nominarne soltanto un altro: BD Wong, interprete del misterioso Whiterose. Il suo personaggio passa dall’essere una comparsa agli inizi della serie per poi diventare sempre più centrale, permettendo così all’attore di origini cinesi di mettersi in gioco in un ruolo tutt’altro che convenzionale, dimostrando la sua immensa bravura valsagli anche una candidatura come migliore guest star in una serie drammatica ai Critic’s Choice Television Award. In conclusione, risulta poi doveroso spendere qualche parola lodando l’operato di Beth Bowling, Kim Miscia, Michael Rios e Susie Farris ovvero gli addetti al casting e senza i quali non avremmo mai avuto il piacere di godere di queste spettacolari interpretazioni.

    CONCLUSIONI.DAT

    Molto altro si potrebbe aggiungere, con una quantità di materiale presente nella serie tale da scrivere una serie di corposi saggi, ma speriamo che quanto detto in questo articolo – per quanto superficiale e limitato – sia stato abbastanza per convincervi ad iniziare una serie che merita decisamente più attenzione di quanta ne conti al momento, trattandosi a tutti gli effetti di uno dei prodotti seriali migliori degli ultimi anni e che finirà senz’altro per lasciarvi molto, togliendovi solo il peso di qualche lacrima di commozione.


  • RECENSIONE BULLET TRAIN – COMMEDIA AL TESTOSTERONE

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    L’estate è sempre un periodo particolare per la sala: si passa da produzioni di alto livello, come Old si Shyamalan nel Luglio del 2021 o Midsommar nel 2019, ad altre più commerciali come l’ultimo capitolo della saga di Fast and Furious e diversi film di casa Marvel usciti tra i mesi di Giugno e Agosto. Il 2022 in questo non fa eccezione, da film più commerciali come Thor: Love and Thunder (Taika Waititi) o Minions 2: Come Gru divenne cattivissimo (Kyle Balda) si passa a una scia più autoriale, come con il Nope di Jordan Peele o l’ultimo lavoro di Cronenberg Crimes of the future. In mezzo al miasma di film per tutti e film per pochi, si è fatto strada in sala l’ultima fatica di David Leitch, già regista degli ottimi Atomica bionda e Deadpool 2 oltre che dello spinoff di Fast and Furious Hobbs and Shaw. Come da portfolio, anche in questo caso ci si ritrova davanti a un film che punta tutto sull’azione mescolata però a una comicità molto presente e a un cast di star hollywoodiane e non. Ma sarà riuscito Leitch a superarsi con questa pellicola?

    YIN E YANG, MANDARINO E LIMONE

    Il cinema di Leitch sembra caratterizzato dalla contemporanea presenza di più personaggi ognuno memorabile a modo suo e questo Bullet Train non fa eccezione, presentandosi con una narrazione dalla suddivisione corale in cui per volere o per forza finiscono per spiccare alcuni personaggi piuttosto che altri. Su tutti il protagonista Ladybug (Brad Pitt), mercenario appena tornato sul campo che accetta il “facile lavoro” di rubare una valigetta a bordo di un treno che collega Tokyo a Kyoto. A complicargli il compito saranno una serie di altri assassini e mercenari a bordo del treno tutti con obiettivi diversi che finiranno però per intrecciarsi tra loro. 

    Assieme al protagonista a spiccare maggiormente sono i gemelli (diversi) Lemon (Brian Tyree Henry) e Tangerine (Aaron Taylor-Johnson), in costante disaccordo tra loro ma caratterizzati da un reciproco rispetto e amore, e Prince (Joey King), la giovane assassina dalle mille risorse. Di certo anche gli altri personaggi non sono meno interessanti o riusciti, grazie anche a un cast di grandi nomi come Hiroyuki Sanada e Andrew Koji, rispettivamente nei panni di The Elder e The Father, o Michael Shannon nei panni di White Death. A questi vanno aggiunti poi i numerosi camei e richiami, dai più immediati come il The Hornet di Zazie Beetz o il personaggio di Logan Lerman ad altri più brevi e simpatici, che lasciamo scoprire allo spettatore.

    Elemento centrale che arricchisce una narrazione altrimenti piuttosto semplice è quello della dualità tra fortuna e sfortuna, con una leggera ma interessante lettura che i vari personaggi danno al procedere delle vicende tirando in ballo anche concetti come fede e destino che poi ritornano alla base della sceneggiatura per portare i personaggi in un modo o nell’altro tutti sullo stesso treno.

    GIAPPONE AL NEON

    Uno degli elementi che più sorprende del film lo si incontra ancora prima di entrare in sala, infatti la pellicola è stata classificata con un rating di 16+ in America e un divieto ai minori di 14 anni nella penisola. Una scelta rischiosa che priva il film di una fetta di pubblico abbastanza sostanziosa visto il genere di appartenenza ma che riesce in questo modo a schiacciare l’acceleratore su una violenza estremamente esplicita sia in ambito linguistico, con una spiccata volgarità verbale, sia sul piano più fisico, con litri e litri di sangue che vengono sparsi lungo la tratta del treno. A questo si aggiunge un elemento comico quasi demenziale, che spazia da siparietti comici sulla sfera sessuale a battute ricorrenti che diventano vere e proprie gag come quella sul Trenino Thomas.

    Sull’aspetto tecnico il film funziona soprattutto grazie a un’ottima fotografia e all’uso di scenografie decisamente d’impatto, mentre è sulla regia che si rimane parzialmente delusi: Leitch porta a casa infatti un film che è sicuramente riuscito e senza grosse sbavature, ma senza mai provare a toccare le vette raggiunte in precedenza (basti pensare allo scontro mozzafiato in piano sequenza presente in Atomica Bionda).

    Sul lato attoriale, come accennato sopra, ci si ritrova davanti a un ottimo cast che riesce a far spiccare anche i personaggi più semplici. Intelligente è per esempio l’uso del rapper Bad Bunny come The Wolf, criminale del cartello messicano che preferisce picchiare piuttosto che parlare (mascherando così le lacune recitative), mentre al contrario sono stati usati Michael Shannon e Hiroyuki Sanada che, anche se secondari, riescono a portare in vita personaggi decisamente iconici. Ultimo ma non per importanza non si può poi non nominare Brad Pitt, che riesce ad interpretare questo assassino in costante contraddizione e dall’aria quasi sorniona che cerca di bilanciare il proprio lavoro e la violenza con la ricerca di una stabilità e pace interiore.

    CONCLUSIONI

    Con questo film, David Leitch riesce a confezionare un ottimo mix di azione e comicità, aiutato da un cast di star più o meno conosciute e da una sceneggiatura semplice ma farcita di interessanti spunti di riflessioni sulla visione della propria vita. Al tutto si aggiunge una spiccata violenza sia verbale che fisica, che riesce a donare alla pellicola un plus decisamente ben accetto, mentre sul lato tecnico ci si assesta su un ottimo livello, anche se sembra mancare quella particolare scintilla che da un regista come Leitch ci si poteva aspettare. Un ottimo film d’azione, perfetto per rinfrescare queste ultime afose giornate estive.

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