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  • Black Mirror: Loch Henry – Parliamo di True Crime

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    Il 15 giugno 2023 la sesta stagione di Black Mirror è apparsa su Netflix e sono stati necessari solo pochi giorni per far nascere numerosi dibattiti. La serie tv dai toni distopici e fantascientifici, inserita di diritto tra i migliori prodotti Netflix, non ha messo d’accordo tutto il suo pubblico come erano state in grado di fare le stagioni precedenti: ne abbiamo avuti di episodi che sono diventati iconici e che al solo nominarli fanno correre un brivido lungo la schiena (come dimenticare il trauma di Zitto e balla?). Questa sesta stagione, tuttavia, ha sollevato non poche perplessità, principalmente legate al fatto che la presenza della tecnologia è meno forte rispetto a ciò che era stato fatto negli anni passati; la pericolosità del progresso tecnologico e le sue conseguenze sui rapporti umani sono tematiche centrali all’interno di molte puntate della serie come Arkangel, lo struggente Torna da me o ancora Orso Bianco.

    Naturalmente la tecnologia riveste ancora un ruolo importante in questa sesta stagione, ma non si può non notare come questa venga messa maggiormente in secondo piano, in particolare in un paio di episodi. Loch Henry, seconda puntata della stagione, è uno di questi. Qui l’elemento “fantascientifico” è praticamente assente, ma la riflessione che ne scaturisce è quanto mai necessaria per l’epoca che stiamo vivendo.

    Un segreto nascosto in una videocassetta

    Davis e Pia, due giovani studenti di cinema, si recano nella cittadina di campagna scozzese di Loch Henry per visitare la madre vedova di Davis mentre sono di passaggio verso un altro luogo in cui devono girare un cortometraggio. La madre del ragazzo, Janet, accoglie subito il figlio e la ragazza nella propria casa mostrandosi gentile, disponibile e premurosa, tuttavia è da subito chiara l’atmosfera di disagio che si sta pian piano creando tra i tre. I piani della coppia vengono stravolti dal racconto di Stuart, amico d’infanzia di Davis, il quale informa Pia di una tragedia avvenuta nella cittadina molto tempo prima, causa dello scarsissimo turismo e del generale abbandono della zona. La storia è quella di Iain Adair, assassino responsabile della sparizione e della morte di una giovane coppia nel 1997; nel caso del killer era rimasto coinvolto anche il padre di Davis, uno dei poliziotti mandato ad arrestare Iain, suicidatosi appena prima di essere catturato dalle forze dell’ordine. La storia del serial killer è a dir poco terrificante, se aggiungiamo anche il fatto che aveva allestito nel proprio seminterrato una sorta di stanza delle torture dove rinchiudeva le vittime.

    Pia rimane subito colpita dalla vicenda e propone a Davis e Stuart di realizzare un film a riguardo, proposta accettata con entusiasmo dai due ragazzi che sperano di riportare un po’ di turismo a Loch Henry. Attratti dalla possibilità di realizzare un documentario true crime di successo, i tre ragazzi si mettono subito a lavoro recandosi immediatamente nella casa di Iain, rimasta ovviamente abbandonata ma in cui riescono a entrare senza molte difficoltà. Per filmare scelgono di usare la vecchia videocamera a nastro dei genitori di Davis sovrascrivendo delle videocassette su cui Janet aveva registrato una serie tv poliziesca. Proprio grazie a questa scelta, è Pia a scoprire un segreto inconfessabile: alla fine di una delle videocassette si trovano infatti dei filmati che mostrano Iain nella sua sala delle torture insieme a entrambi i genitori di Davis, complici dei suoi crimini e responsabili anche loro della morte di otto persone. Ed è qui che la realtà colpisce i protagonisti, entusiasti di rivangare una storia del passato che nasconde ancora dettagli molto pericolosi.

    Critica al “mercato” del True Crime?

    Non trovate che sia divertente rilasciare un prodotto che muove una critica sprezzante al “mercato” del true crime proprio su una delle piattaforme che più vi marcia sopra? Netflix ha forse una delle raccolte di documentari true crime più vaste che si siano mai viste su una piattaforma streaming, e continua a crescere ogni anno (se non ogni mese). Loch Henry è una storia che prima di tutto mette in guardia sui rischi nel cercare di scoprire un passato scomodo per quanto affascinante. Tutto ciò che accade all’interno della nostra storia è causato dall’incapacità dei protagonisti di fermarsi davanti a un limite: non dimentichiamo che in una scena parlano addirittura di trasformare la vecchia casa di Iain in un’attrazione per turisti sul modello di una “casa degli orrori”. Un luogo dove delle persone hanno subito violenze orribili e sono state brutalmente assassinate trasformato in una specie di parco giochi? Forse una delle idee più macabre che possano mai venire in mente. Davis, Pia e Stuart scelgono di rivangare il passato a qualunque costo, cercando ogni minimo particolare che possa dare quel tocco in più alla loro storia, dimenticandosi alla fine che stanno parlando di persone reali. C’è sempre un enorme rischio nel “riportare in vita i morti”, soprattutto se si finisce con lo scoprire qualcosa di tanto terribile come il coinvolgimento dei proprio genitori in crimini tanto brutali quanto perversi. E forse l’incidente d’auto che i giovani hanno a un certo punto dell’episodio vuole proprio essere un avvertimento; è lo stesso padre di Stuart, l’unico a sapere la verità ma troppo spaventato per parlare, a tentare di distogliere l’attenzione dei ragazzi da questa storia. Ma la loro curiosità ha il sopravvento e avrà un costo troppo grande.

    Esattamente come i tre ragazzi, il mercato del true crime non si ferma davanti a nulla: recentemente abbiamo avuto la controversa Serial Killer Exhibition a Milano, una mostra dedicata interamente agli assassini seriali più famosi della storia, in cui come souvenir era possibile acquistare oggetti con volti o riferimenti ai killer. Quanto può essere inquietante recarsi a casa di un amico e vedere sul tavolo della cucina una tazza con il “candido” volto di Ted Bundy stampato sopra?

    O ancora, la miniserie su Jeffrey Dahmer prodotta proprio da Netflix che ha ricevuto non poche critiche per via di come sono state trattate alcune vicende o come è stato posto davanti al pubblico il personaggio del protagonista. Non è una novità sapere che esistono persone che idolatrano i serial killer più famosi, perché carismatici e allo stesso tempo inquietantemente affascinanti. Ed ecco che tutte le persone le cui vite sono state segnate per sempre o sono state brutalmente interrotte passano piano piano dietro le quinte, vengono seppellite sotto la fama dei loro carnefici e quasi nessuno ricorda i loro nomi. Alla fine di Loch Henry, Davis riceve un BAFTA per il documentario da lui prodotto su Iain Adair, eppure non sembra felice nonostante sia palese che il cinema è letteralmente la sua intera vita. Ma un premio potrà mai riportargli indietro tutto ciò che ha perso? 

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    Renata Capanna,
    Redattrice.
  • La cucina come metafora moderna

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    La cucina non è sempre stata oggetto di rappresentazione cinematografica. Anzi, è sempre stata ritenuta poco interessante, non degna di diventare protagonista della settima arte. Gli chef erano rappresentati solamente in maniera caricaturale, protagonisti di goffe gag. Questa tendenza è però cambiata con l’esplosione dell’alta cucina francese, che ha rivoluzionato la visione che si ha di quel mondo e ha contribuito a vedere gli chef come veri e propri artisti.

    Vero è che la cucina in Italia ha sempre avuto un valore che va al di là della materialità e si intreccia strettamente con la tradizione, la cultura, la memoria. Infatti, sebbene per lungo tempo il cibo non sia stato protagonista del cinema italiano, era comunque un elemento iconico dell’italianità. Non è possibile non pensare ad Alberto Sordi e il suo piatto di maccheroni in Un americano a Roma (S. Vanzina, 1954).

    Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io mo te magno…!”

    Nel corso degli anni sono quindi aumentate le produzioni che ruotano attorno al mondo dell’alta cucina, ma non solo: la dolce commedia Chocolat (L. Hallström, 2000); Sapori e dissapori (S. Hicks, 2007) che ha reso mainstream la figura di uno chef stacanovista; Ratatouille (B. Bird, 2007) in cui la cucina si intreccia con la memoria. 

    La cucina, però, non è solo cibo e ricette, tutt’altro. È un microcosmo, in cui sono ben visibili le gerarchie e i rapporti di potere, la frenesia dettata dalle richieste dei clienti, la difficoltà di far regnare l’armonia tra persone spesso molto diverse tra loro. Vediamo insieme 3 film in cui l’arte culinaria è stata elevata a metafora di complesse dinamiche sociali.

    Julie & Julia (N. Ephron, 2009)

    Julie & Julia ripercorre la storia vera di Julie Powell, autrice del libro da cui il film è stato tratto Julie & Julia. 365 giorni, 524 ricette, una piccola cucina. L’altro personaggio principale è l’iconica Julia Child, autrice con Alex Prud’homme di My life in France e fonte di ispirazione di Julie.

    Julie è un’aspirante scrittrice che lavora in un call centre, un mestiere per lei soffocante e che sente non appartenerle. La protagonista si pone quindi una sfida per rompere la monotonia delle sue giornate: realizzare 524 ricette in 365 giorni e la fonte di ispirazione è il ricettario di Julia Child Mastering the Art of French Cooking. Inizia così una piccola avventura, una sfida personale che permetterà a Julie di sentirsi finalmente realizzata. Racconta tutto in un blog, che attirerà sempre più utenti fino alla pubblicazione cartacea con il titolo The Julie/Julia Project – Nobody here but we servantless American cooks.

    Anche la vita da cuoca di Julia Child si lega ad una storia di redenzione personale. Julia è una giovane americana che segue il marito nei suoi periodici trasferimenti per motivi di lavoro. Approdata in Francia, resta affascinata dalla tradizione culinaria del Paese e ne vuole scoprire tutti i segreti. Inizia a frequentare corsi di cucina per apprendere al meglio i segreti della cucina francese, ma viene classificata dagli chef come incapace. Il risultato della sua residenza in Francia è il libro usato dalla protagonista Julie ed è tutt’oggi considerato una pubblicazione rivoluzionaria perché ha permesso al pubblico statunitense di conoscere la cucina francese e di rendere semplici ricette complesse e apparentemente lontane dal gusto (e dalla tradizione) statunitense.

    The menu (M. Mylod, 2022)

    The Menu è un thriller dai tratti horror che ruota attorno ad un celebre, e altrettanto misterioso, ristorante stellato situato su un’isola. Forse fin troppo misterioso, dato che gli ospiti sono arrivati al luogo bendati e non era permesso fuorviare dal percorso precisamente delineato per loro. Questo è il preludio per una serata da ben 1.250 dollari, che i protagonisti non dimenticheranno facilmente. 

    L’obiettivo ultimo della pellicola è quello di criticare brutalmente il lavoro estremamente faticoso che si cela dietro ristoranti di altissimo livello, fino a criticare il concetto stesso di nouvelle cuisine e in particolare della cucina concettuale, in cui si propongono pasti estremamente scarni e i sapori sono solo suggeriti. Il menu però supererà le aspettative dei commensali: non con gustosi piatti, ma con colpi di scena che poco hanno a che vedere con il mondo culinario.   

    Oggetto di satira sono anche i cosiddetti “sì chef”, vittime delle élite. Gli aiutanti dello Chef Slowik infatti, sono talmente assorbiti dal loro lavoro da aver accettato di vivere su quest’isola lontana da tutto e tutti, sottostando ad una vita estremamente rigida.

    A ciò si aggiungono gli ospiti, un gruppo ristretto di critici, coppie altolocate e il protagonista Tyler, convinto di sapere tutto di alta cucina e fanatico dello Chef Slowik. Questi non sono davvero interessati all’esperienza culinaria, ma sono più affascinati dall’esclusività dell’evento. La prova ne è l’anziana coppia, Richard e Anne, che nonostante avesse visitato molte volte il ristorante, non ricorda il nome neanche di un piatto.

    Lo Chef diventa simbolo del professionista apparentemente arrivato, ma che non è affatto soddisfatto nel suo intimo più profondo: eccessivamente rigido e incapace di intessere relazioni, con problemi irrisolti del passato e rapporti complicati con la famiglia, talmente preso dal suo lavoro da non avere più scrupoli nei confronti altrui.

    Hunger (S. Mongkolsiri, 2023)

    Hunger è la più recente pellicola del regista thailandese Mongkolsiri, disponibile su Netflix dall’aprile 2023. Racconta la storia di Aoy, una ventenne che lavora nel ristorante di noodles di famiglia e ha una grande passione per la cucina, tanto da non volersi limitare allo street food. Il suo destino cambia quando un cliente, particolarmente soddisfatto del piatto da lei cucinato, le propone di entrare a far parte del team “Hunger” guidato dal celebre Chef Paul, lo chef numero uno della cucina tailandese. 

    “Perché vuoi lavorare all’Huner?” 

    – “Perché voglio essere speciale.”

    Aoy affronta quindi un duro periodo di formazione volto al raggiungimento dell’eccellenza e segnato da fatica e punizioni. 

    Tuttavia anche qui, è ben evidente il risvolto della medaglia: di cui allontanarsi dai propri cari per inseguire il proprio sogno e incapacità di costruire relazioni sincere, infatti, gli stessi collaboratori di Chef Paul tentano di sabotarlo; senza scrupoli nei confronti di qualsiasi sfida gli si ponga davanti .. insomma, rivela tristemente ad Aoy che “per essere speciale” come lei desiderava, il prezzo è davvero molto alto. Chef Paul era inoltre ben consapevole del potere che deriva dalla sua straordinaria bravura, infatti, le persone avrebbero apprezzato le sue preparazioni indipendentemente dalla complessità del piatto perché i suoi commensali altolocati erano “affamati di lui”.

    Conclusione

    Nel corso degli anni il ruolo affidato alla cucina si è evoluto: dalle gag con chef caricaturali, alla messa in scena di chef che hanno l’instancabile desiderio di migliorarsi e le loro creazioni come vere e proprie forme d’arte. Più di recente, la cucina ha assunto un valore che va aldilà del piacere e delle sensazioni che ne derivano ed è stata usata dai registi come una metafora per raccontare la lotta di classe.

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    Alessia Agosta,
    Redattrice.
  • Recensione Questo mondo non mi renderà cattivo – Zerocalcare fa di nuovo centro

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    Dopo il successo di Strappare lungo i bordi, il fumettista Zerocalcare torna su Netflix con un nuovo prodotto, Questo mondo non mi renderà cattivo. La serie riprende l’universo narrativo del fumettista, una Rebibbia imbruttita in cui, oltre allo stesso Zerocalcare, si aggirano figure umanoidi (come i suoi amici Secco e Sara) o antropomorfe, tutte impegnate a districarsi nelle loro vite. 

    In questo caso, la miccia che fa scattare la narrazione è l’arrivo di un gruppo di rifugiati in un centro d’accoglienza. Questo fatto riaccende le mai sopite tensioni tra fazioni nel quartiere, tra i nazisti (termine utilizzato dallo stesso Zerocalcare per tutta la serie) che vorrebbero la chiusura del centro e chi come Zero e i suoi amici lotta per l’integrazione.

    “E ora qualcosa di completamente diverso”

    Questo mondo non mi renderà cattivo (nome preso da una canzone del cantautore Path), come ha più volte ripetuto lo stesso autore, non vuole essere una seconda stagione della sua prima, fulminante hit, ma qualcosa di totalmente autonomo. Certo, alcuni elementi di contatto ci sono. Tornano i personaggi dell’universo del fumettista ed il contributo alla colonna sonora di Giancane, oltre allo stile visivo e lo humour nerd. Sono inoltre presenti alcuni riferimenti ed easter egg che i fan di Strappare lungo i bordi certamente apprezzeranno. 

    All’inizio sembra esserci anche la narrazione interamente affidata a Zerocalcare stesso, con interventi sporadici di Valerio Mastandrea nei panni dell’Armadillo, coscienza del protagonista. Nella prima serie ciò era conseguenza del totale “ripiegamento” interiore del protagonista e del suo egocentrismo, superato simbolicamente nel finale con l’intervento di altri doppiatori a dare voce ai personaggi. Perciò, in questa nuova serie, è necessario un espediente diverso che giustifichi il ritorno della voce narrante: un’apparente deposizione alla polizia. Tornano pertanto Paolo Vivio e Chiara Gioncardi a doppiare Secco e Sara, e arrivano alcune new entry, tra cui spicca certamente l’attore Silvio Orlando.

    Zero al commissariato di polizia

    Strappare lungo i bordi, soprattutto, torna indirettamente nelle riflessioni del protagonista attorno alla propria fama e responsabilità in quanto creatore di contenuti mediatici. Nella prima serie il protagonista non era ancora lo Zerocalcare fumettista. Al contrario, in Questo mondo non mi renderà cattivo, abbiamo uno Zero non solo post-fumetti ma anche post-Strappare lungo i bordi, i cui contenuti sono stati resi disponibili ad un pubblico ancora più ampio e indistinto. Durante tutto il corso delle sei puntate il protagonista dà quindi vita a siparietti meta in cui commenta la serie e in cui riflette su come la sua vita sia cambiata rispetto a quella dei suoi amici, come (non) riesca a bilanciare il lavoro col privato e se, e quanto, debba verbalizzare le sue opinioni attorno a situazioni scottanti, perché, come afferma lui stesso, “anche i nazisti leggono i fumetti”.

    Zero e l’Armadillo rispondono alle critiche sul suo accento

    La responsabilità del singolo

    Il focus di Strappare lungo i bordi era l’elemento personale ed introspettivo. In Questo mondo non mi renderà cattivo, pur essendo ancora presente, l’interesse è rivolto soprattutto al tema politico, attorno al quale si trovano a ruotare anche i dilemmi interiori dei personaggi.

    La vicenda del centro d’accoglienza, infatti, diventa l’occasione per esplorare senza giudizi le ambiguità di tutti i personaggi, anche quelli che crediamo di conoscere già. Così a Sara, il “faro morale” di Zero, è permesso di essere fallibile, e Secco, relegato da molti alla sua catchphrase (“Annamo a pijà er gelato?”), è autore di uno dei discorsi più illuminanti della serie.

    Rappresentazione perfetta di questa operazione di analisi umana, che idealmente prosegue il percorso di apertura agli altri cominciato in Strappare lungo i bordi, è il nuovo personaggio di Cesare, amico d’adolescenza di Zero, che torna a Rebibbia dopo vent’anni e si schiera dalla parte dei nazisti. Nonostante la sua scelta, Cesare è forse il personaggio più interessante e ricco della narrazione, tratteggiato come umano ed esplorato nelle sue contraddizioni e nelle motivazioni che l’hanno spinto tra le braccia dell’estrema destra. 

    Col personaggio di Cesare, Zerocalcare analizza l’umanità di tutti gli “sbandati” vittime di una mentalità di periferia, e di come la loro fragilità possa essere sfruttata e strumentalizzata. Tuttavia, la sua narrazione ha anche il pregio di non trasformare la comprensione in giustificazione, come dimostra il già citato discorso di Secco. 

    Zero e Cesare

    Il circo mediatico

    Il “problema” del centro d’accoglienza diventa anche ideale per affrontare la superficialità con cui certi argomenti vengono trattati in Italia. La critica sociale di Zerocalcare è feroce e non risparmia nessuno: la polizia che interviene appositamente in ritardo, la politica che strumentalizza l’affare per raccogliere voti, i media che esacerbano e semplificano temi così delicati. Le scene dedicate sono tra le più caricaturali della serie, e non per niente anche quelle con più rappresentazioni antropomorfe, riprendendo la secolare tradizione dell’uso di personaggi animali per fare satira sull’attualità.

    In un mondo attraversato da simili forze esterne e incontrollabili, i tanti Cesare, Zero, Secco o Sara di periferia sono uniti da uno stesso e perfettamente comprensibile senso di instabilità che può portarli a sbagliare. Tuttavia, la serie è chiara nel suo messaggio già dal titolo, un invito alla resistenza: nonostante tutte le possibili sfide presentate, “questo mondo non ci renderà cattivi”.

    Conclusioni

    Per ammissione dello stesso Zerocalcare Questo mondo non mi renderà cattivo è una storia nata prima di Strappare lungo i bordi. Risulta evidente, dopo averla vista, che la prima serie sia stato un banco di prova: anche se forse meno istantaneamente iconica e adatta al formato social, questa seconda serie è un passo avanti rispetto alla precedente, sia in termini di qualità sia di temi. Comune ad entrambe è, ovviamente, lo stile tipicamente Zerocalcare, ma quest’ultima ha una struttura più coerente, una storia e dei personaggi più approfonditi, oltre a dei temi scottanti che non mancheranno di far discutere.

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    Silvia Strambi,
    Redattrice.
  • Recensione Cunk on earth – La storia dell’uomo raccontata con spiazzante assurdità

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    Cunk on earth è probabilmente una delle migliori serie presenti su Netflix dell’ultimo periodo, che non sembra però aver ancora avuto il riconoscimento adeguato. Rilasciata nel settembre del 2022 sul BBC two, è apparsa su Netflix solo nel gennaio 2023. Cunk on earth è un mockumentary che ha come protagonista Philomena Cunk (Diane Morgan), una giornalista impegnata in un progetto di divulgazione della storia della civiltà, dal suo principio fino al presente. Il personaggio era già apparso in Charlie Brooker’s Weekly Wipe (un programma creato da Charlie Brooker, produttore anche di Cunk on earth) e in altri quattro film e serie con la medesima impostazione (Cunk on Shakespear, Cunk & other humans, Cunk on Christmas, Cunk on Britain)

    Nei cinque episodi in cui racconta la storia dell’umanità, Philomena Cunk rivolge ad alcuni tra i più importanti studiosi a livello mondiale delle domande completamente inadeguate al contesto, che si caricano di maggiore ironia se poste con l’atteggiamento di seria compostezza che la giornalista assume.

    “Cosa ebbe il maggior impatto culturale: il Rinascimento, o Single Ladies di Beyoncé?”

    Cunk viaggia così lungo il globo terrestre, affrontando temi come la diffusione del cristianesimo, le scoperte di Copernico, l’invenzione degli aerei e la guerra fredda. Argomenti anche spesso delicati non vengono risparmiati dallo humor inglese dello stesso stampo di quello di Ricky Gervais, con cui l’attrice aveva già lavorato diverse volte (la troviamo anche in Afterlife) e che è alla base del mockumentary. Più pungente in alcune scene che in altre, specialmente quando Philomena spiega come “gli smartphone oggi siano alla portata di tutti e siano così semplici da usare e persino da costruire che persino i bambini ci riescono”. 

    Diane Morgan mette in atto questa parodia delle forme di divulgazione della storia con costanti riferimenti alla cultura pop, relazionando situazioni manifestatesi diversi secoli fa come la nascita dell’impero cinese con i migliori brani della techno belga come Pump up the jam. Il legame tra i due eventi? Assolutamente nessuno. Così come quello tra la figura di Gesù Cristo e il politically correct, ma questo non le impedirà di domandare alla professoressa Kate Cooper, docente di storia all’università di Londra, se possa definire Cristo la prima vittima della cancel culture. Letteralmente.

    “Gesù fu ucciso perché alla gente non piaceva quello che diceva. Dunque, potresti definirlo come la prima celebrità vittima della cancel culture?”

    “Penso che la cancel culture presupponga in qualche modo l’idea che le persone abbiano visto Gesù come il rappresentante di qualcosa che loro conoscevano bene…”

    “Oh no, scusa, non era una domanda. Ti sto proprio chiedendo di dire che fu la prima celebrità vittima della cancel culture ai fini del nostro show. Sai, è giusto per avere dei titoli con frasi ad effetto”

    Diane Morgan lascia il pubblico spiazzato e confuso, incapace di reagire in un modo diverso dal ridere davanti all’assurdità delle sue interviste. Di sottile comicità si caricano anche le personali reazioni degli esperti, che, come da programma assecondano le modalità del dialogo, ma si evince perfettamente chi si diverta di più e chi sembra quasi innervosirsi. Sembra infatti quasi che alcuni siano stati colti alla sprovvista e siano infastiditi dal nosense dei discorsi di Philomena. In realtà erano tutti consapevoli e coinvolti nell’idea del falso documentario, ma la bravura di Diane Morgan provoca comunque diverse risposte divertenti.

    Ci sono molti aspetti su cui Cunk on earth fa riflettere. Si tratta di un semplice stravolgimento comico dei documentari di storia? O è possibile leggervi anche il riflesso dell’approccio delle nuove generazioni alla cultura? 

    Qualsiasi fosse l’intento dei creatori, il prodotto finale risulta perfettamente riuscito, in grado di cogliere di sorpresa e disorientare, ma restando fino all’ultimo episodio creativo e divertente.

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  • LA NUOVA SERIE DI ZEROCALCARE – IL TRAILER DI QUESTO MONDO NON MI RENDERÀ CATTIVO

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    Zerocalcare sta per tornare e quale migliore platea per annunciarla se non quella della kermesse più seguita della televisione italiana? Come si vede nella nuova clip di anticipazione della sua prossima serie animata, Questo mondo non mi renderà cattivo, il fumettista e ora animatore è stato “costretto” dai potenti boss di Netflix a far debuttare le prime immagini della sua nuova opera nientemeno che durante le pause pubblicitarie della terza serata del festival di Sanremo

    In questo teaser lo stesso Zerocalcare (animato) appare come un patinatissimo conduttore della gara canora che, però, come al solito, si fa prendere dall’ansia e preferisce far parlare le immagini.

    TRAILER

    Questo mondo non mi renderà cattivo non sarà una continuazione diretta di Strappare lungo i bordi, la prima serie che Zerocalcare aveva realizzato per Netflix, accolta con calore da pubblico e critica. Il nuovo progetto è completamente originale, scritto e diretto da Zerocalcare, e sarà composto da 6 episodi, di circa mezz’ora ciascuno, che entreranno ancora più a fondo nelle tematiche care all’autore.

    In particolare il titolo dello show rappresenta una sorta di mantra, una frase che lo stesso Zerocalcare si ripete, quasi per auto-convincersi, in quei momenti della vita in cui ci si sente accerchiati, senza via di fuga, in cui sarebbe più facile fare scelte sbagliate, rinnegare ideali e princìpi pur di togliersi dai guai.

    In Questo mondo non mi renderà cattivo torneranno il mondo narrativo, il linguaggio unico e i personaggi storici e inconfondibili dell’universo di Zerocalcare: Zero, Sarah, Secco (doppiati dallo stesso autore) e l’Armadillo, l’immancabile coscienza di Zero, doppiato anche questa volta dalla voce inconfondibile di Valerio Mastandrea. Saranno loro i protagonisti di una narrazione fatta di digressioni, aneddoti, emotività e colpi di scena.

    La serie è prodotta da Movimenti Production, società del gruppo Banijay, in collaborazione con BAO Publishing, casa editrice che da sempre pubblica le opere di Zerocalcare. Pur non avendo ancora una data di uscita ufficiale (“prossimamente” recita il teaser), sappiamo con certezza che uscirà su Netflix nel corso del 2023, oltre un anno dopo la precedente Strappare lungo i bordi.

    Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei più acclamati fumettisti e illustratori del panorama italiano, è in attività da oltre 20 anni e durante la sua carriera ha venduto più di un milione di libri. Il suo primo albo a fumetti, La profezia dell’armadillo (ottobre 2011), ha riscosso grandissimo successo e ha lanciato la carriera del suo autore e ache il personaggio dell’Armadillo, divenuto ricorrente nell’opera di Zerocalcare, del quale rappresenta una proiezione soggettiva.

    Dal medesimo albo è stato tratto l’omonimo adattamento cinematografico del 2018 con Simone Liberati, Pietro Castellitto e Valerio Aprea nei panni dell’Armadillo. Zerocalcare è poi approdato su Netflix nel novembre 2021 come autore e interprete (affiancato da Valerio Mastandrea che doppia l’Armadillo) con la serie animata Strappare lungo i bordi, successo di pubblico e critica, tradotta in varie lingue e trasmessa in oltre 150 paesi.

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  • SAVE THE DATE – NETFLIX SVELA I SUOI TITOLI DI PUNTA PER IL 2023

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    Ormai è una tradizione: da qualche anno a questa parte, a metà gennaio Netflix rilascia un trailer in cui anticipa tutti i titoli più importanti che verranno distribuiti sulla piattaforma durante il corso del nuovo anno. Il 2023 non fa eccezione, con il nuovo filmato di due minuti e mezzo che rivela titoli, date di uscita e immagini inedite dei prodotti Netflix che verranno resi disponibili a partire da gennaio fino a dicembre.

    Sul proprio sito di news Netflix anticipa un anno ricco di “kolossal d’azione, drammi intimi, commedie romantiche, thriller di fantascienza, avventure internazionali, storie per la famiglia o documentari illuminanti” promettendo film per qualsiasi stato d’animo, e il primo impatto in effetti sembra essere davvero vario. Oltre al trailer, la piattaforma ha messo a disposizione anche un documento online contenente il proprio catalogo dei film del 2023.

    TRAILER in lingua originale con sottotitoli italiani

    CATALOGO FILM 2023

    L’anno inizia con le commedie romantiche: si parte il 27 gennaio con Jonah Hill e Eddie Murphy protagonisti di You People che li vede nei ruoli di genero e suocero, e si procede poi a febbraio con Da me o da te con Reese Witherspoon e Ashton Kutcher. A marzo è poi la volta dei grandi ritorni: Idris Elba è di nuovo l’ispettore John Luther in Luther: verso l’inferno e i coniugi Adam Sandler e Jennifer Aniston rivestono insieme i panni di detective a tempo pieno in Murder Mystery 2 affiancati da Mark Strong.

    Una grande estate action inizia già a maggio con The Mother che vede Jennifer Lopez in versione assassina, per poi procedere con Extraction 2, sequel del film con Chris Hemsworth nel ruolo del mercenario Tyler Rake. A luglio John Boyega e Jamie Foxx saranno protagonisti del giallo pulp d’azione They Cloned Tyrone e ad agosto tocca alle rocambolesche avventure di Heart of Stone con Gal Gadot e Jamie Dornan e alla rapina internazionale di Kevin Hart in Lift (girato anche a Venezia).

    Seguiranno in autunno film per famiglie come l’avventura fantasy Damsel con Millie Bobby Brown e Angela Bassett, il film animato Leo con Adam Sandler nel ruolo di un animaletto di classe e la commedia romantica A Family Affair con l’inedita coppia formata da Nicole Kidman e Zac Efron. Affiancano questi titoli anche storie più drammatiche, come il dramma cospirazionista The Pain Hustlers con Emily Blunt e Chris Evans diretti da David Yates dopo la trilogia di Animali Fantastici, l’atteso ritorno al thriller di David Fincher in The Killer con Michael Fassbender e infine il thriller psicologico Leave the World Behind con Julia Roberts e Mahershala Ali.

    Chiude l’anno, anche qui secondo una tradizione ormai consolidata da tempo dal colosso streaming, il film di maggior peso produttivo per quanto riguarda il catalogo del 2023: Rebel Moon di Zack Snyder con Sofia Boutella, Charlie Hunnam e Djimon Hounsou promette un grande tasso di spettacolarità, dato anche dal fatto di nascere come episodio di Star Wars ideato da Snyder ma scartato da Lucasfilm.

    Ecco l’elenco completo di film annunciati nel video anteprima del 2023 di Netflix:

    • You People in uscita il 27 gennaio
    • Da me o da te in uscita il 10 febbraio 
    • Luther: verso l’inferno in uscita il 10 marzo
    • Murder Mystery 2 in uscita il 31 marzo
    • The Mother in uscita il 12 maggio 
    • Extraction 2 in uscita il 16 giugno
    • They Cloned Tyrone in uscita il 21 luglio
    • Heart of Stone in uscita l’11 agosto
    • Lift in uscita il 25 agosto
    • Damsel in uscita il 13 ottobre
    • Pain Hustlers in uscita il 27 ottobre
    • The Killer in uscita il 10 novembre
    • A Family Affair in uscita il 17 novembre 
    • Leo in uscita il 22 novembre 
    • Leave The World Behind in uscita l’8 dicembre
    • Rebel Moon in uscita il 22 dicembre

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  • RECENSIONE COPENHAGEN COWBOY – STATUTO DELL’IMMAGINE

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    Copenhagen Cowboy, la nuova serie tv di Nicolas Winding Refn presentata fuori concorso alla 79a edizione della Mostra del cinema di Venezia e disponibile dal 5 gennaio su Netflix, mescola arti marziali, maiali, gangster movie, horror e noir ed è la naturale evoluzione della visionaria concezione artistica del regista, l’approdo definitivo (termine non casuale: in danese “Copenaghen” significa “porto dei mercanti”) di un percorso artistico che già con Too Old to Die Young aveva paventato di non poter fare altro che abbracciare l’arte contemporanea. Una deriva per alcuni, un traguardo unico e prezioso per altri, un’esperienza polarizzante e di difficile fruizione ma affascinante per chi è disposto a lasciarsi trasportare dai flussi onirici e contemplativi del regista danese.

    La moglie di Refn, Liv Corfixen, è tornata ad affiancare il marito dopo le brevi comparse in Pusher e Bleeder ma questa volta in veste di produttrice, mentre le due figlie Lola e Lizzielou hanno trovato spazio come attrici.

    NUOVI ORIZZONTI SERIALI

    La serie narra le vicende della misteriosa giovane eroina Miu (Angela Bundalovic), che dopo essere riuscita a fuggire da una vita di schiavitù deve attraversare lo spietato mondo criminale di Copenhagen. Assetata di vendetta e in cerca della sua nemesi Rakel (Lola Corfixen), il cammino di Miu attraverso la malavita danese si accosterà a quello del cupo Nicklas (Andreas Lykke Jørgensen) e dovrà affrontare ostacoli tra il naturale e il paranormale.

    Refn si sposta da Amazon a Netflix e abbrevia anche la durata: Too Old to Die Young contava 10 episodi per un totale di 758 minuti, mentre Copenhagen Cowboy conta appena 6 puntate dipanate in 336 minuti. La riduzione di minutaggio è significativa perché si allontana da quella di una vera e propria serie televisiva avvicinandosi di più alla durata di un film-fiume e sottolineando come nella contemporaneità, anche grazie alle nuove modulazioni narrative messe in atto da Refn e colleghi, si stia sgretolando sempre di più quel labile confine fra serialità e cinema (processo i cui prodromi sono ovviamente rintracciabili in Twin Peaks, che infatti condivide più di un punto in comune con il lavoro di Refn). Se l’aggettivo “cinematografico” ha sempre avuto determinati tratti riconducibili alla visione su grande schermo (ed è fondamentale rimarcare la sua indubbia importanza ancora oggi), forse però il cinema sta prendendo pieghe e vie inaspettate divenendo talvolta un audiovisivo che per forma e sostanza sincretizza l’estetica d’autore (tipicamente relegata alla sala cinematografica) con la durata e la fruizione proprie del piccolo schermo. Esigenze artistiche o produttive?

    A meno che non si rigetti in toto la complessità di pensiero, vedendo opere come Copenhagen Cowboy (ma anche We Are Who We Are di Guadagnino oppure, per guardare più indietro, The Kingdom di Von Trier) è difficile dare una risposta certa e univoca. Sicuramente resta il rammarico di non poter fruire di certi prodotti al cinema.

    Nel caso di Refn, dal punto di vista commerciale gli sarebbe convenuto proseguire la via del grande schermo? Perché non replicare la formula-Drive (film che ha incassato 81 milioni di dollari a fronte di 15 milioni di budget)? Però il suo ultimo film uscito in sala, The Neon Demon, è stato un vero flop (appena 3,4 milioni di incasso su un budget che ammontava al doppio), che si sia “venduto” alle piattaforme streaming (come direbbero i puristi del Cinema con la “C” maiuscola)? Anche qui, è difficile rispondere.

    Ciò che possiamo fare è guardare le sue opere e trarre parziali conclusioni.

    OMNIA VINCIT IMAGO (l’immagine trionfa su tutto)

    Quello che è indubbio è che Copenhagen Cowboy necessitava assolutamente di tale durata. Già nel 2013 con Only God Forgives era iniziato l’atto di dilatazione dei tempi nel cinema del regista danese (o meglio: delle inquadrature), e anche con i successivi The Neon Demon e Too Old To Die Young si è avvicinato a una narrazione rarefatta e che procede per simil-tableaux vivants piuttosto che seguire uno storytelling classico. Dialoghi ridotti all’osso, inquadrature lunghe ed estatiche, paranormale e naturale sempre in giustapposizione: riti, streghe, mostri e fantasmi non sono mai palesati ma sempre inseriti in contesti urbani e quotidiani che nulla hanno a che vedere con gli ambienti gotici e dell’orrore tradizionali. Sono stati l’uso espressivo della luce (ricordiamo la splendida sequenza di The Neon Demon dove i neon segnavano il passaggio al lato oscuro della protagonista), le musiche e gli avvolgenti tappeti sonori di Cliff Martinez assieme alla ricercatezza estetica di ogni singola inquadratura a decretare l’inno al pragmatismo di Refn: un vero e proprio statuto dell’immagine dove “omnia vincit imago” (per scimmiottare il famoso verso virgiliano), perché Copenhagen Cowboy è di difficile incasellamento in qualsiasi griglia artistica tuttora predeterminata (figuriamoci nei generi cinematografici). Se l’aspetto preponderante dell’arte contemporanea è la sua difficile definizione critica, Refn gli si avvicina creando una sua concezione di temporalità filmica e di narrazione che si aggrappa con unghie e artigli alle singole inquadrature e ne protrae il tempo a dismisura (o con camera fissa, o con lunghissime carrellate orizzontali) per parlare allo spettatore attraverso le immagini piuttosto che con i dialoghi.

    UNA PARABOLA FEMMINISTA

    Copenhagen Cowboy – opera di un regista da sempre attento alla contemporaneità – è una revenge story femminista in cui i maschi sono esplicitamente assimilati ai maiali (simbolica la sequenza d’apertura nel porcile, per arrivare addirittura a sentir grugnire uno scagnozzo malmenato) e ostinatamente ossessionati dalla fallocrazia; si intrecciano numerosissime influenze: anche qui come in The Neon Demon c’è l’ossessione quasi metacinematografica di certi personaggi per il corpo e l’estetica (che sia un modo per Refn di esorcizzare la sua ricercatezza nell’immagine?) filtrata attraverso un horror velato e mai esplicito, per esempio viene domandato a Miu se lei non sia un “Gui” (denominazione dei fantasmi secondo la tradizione cinese), e la natura di certi vampiri è suggerita dal fatto che chiamino “castello” la loro dimora; la serie appare così come un sequel concettuale e spirituale di Too Old to Die Young che non a caso intitolava ogni puntata con il nome di alcuni arcani maggiori dei tarocchi (fra l’altro si apriva con Il Diavolo e chiudeva con Il Mondo, quasi a segnare una nuova “cosmogonia refniana”).

    Si passa di nuovo attraverso intricati rapporti materni che ci riportano con la mente a Only God Forgives, lavoro da cui nasce anche la tensione di Refn verso il western (“cowboy” compare anche nel titolo), perché se già Valhalla Rising e Drive presentavano personaggi taciturni e silenziosi è dal film del 2013 che cominciano ad assumere un’importanza cardine gli sguardi fra i personaggi (enfatizzati dalla durata delle inquadrature: qui addirittura basta uno sguardo di Miu per far pentire un personaggio del suo passato), trasformando i protagonisti in cavalieri metropolitani solitari.

    A rimarcare il ruolo di Only God Forgives come opera spartiacque nella filmografia del regista tornano anche le arti marziali mescolate al gangsterismo (“Come si smette di essere un gangster?”), insolitamente permeati della logica dell’attesa e della sospensione che costituisce un filo tesissimo destinato a spezzarsi da un momento all’altro, lasciando esplodere impeti di estrema violenza enfatizzati dai suoni appositamente esagerati e innaturali dei colpi (un uso espressivo del soundscape che spedisce la nostra mente alle invenzioni più prettamente lynchiane).

    Refn con Copenhagen Cowboy aggiusta il tiro rispetto a Too Old to Die Young sperimentando di nuovo col mezzo seriale e ridimostrando come i critici debbano necessariamente confrontarsi e indagare le linee di separazione e di connessione fra cinema e serie, perché la distinzione comincia a sfumare sempre di più e in futuro chissà che non si arrivi a nuove teorie del cinema e della serialità; ora è ancora troppo presto ma ad ogni modo il regista danese ha abbandonato definitivamente la narrazione classica e con essa – forse – una bella fetta di pubblico (coloro che si aspettavano un’evoluzione del suo cinema che seguisse le scie del successo di Drive), sancendo il suo personale statuto dell’immagine e la sua vocazione al pragmatismo, attraverso un’opera femminista che rifugge qualsiasi schematismo e fonde visionariamente il western, l’horror, il neo(n)-noir, il gangster movie e i film di arti marziali.

    La sua importanza nel contesto mediale e audiovisivo contemporaneo sarà sancita soltanto dal passare degli anni: resterà nell’immaginario collettivo o si perderà nel tempo “come lacrime nella pioggia”?

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  • Bo Burnham: Inside – Il superamento della solitudine

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    A quasi due anni dalla sua uscita, Bo Burnham: Inside risulta essere la miglior opera possibile per raccontare il periodo pandemico, ma forse nasconde molto di più.

    Definire un’opera come Inside di Bo Burnham cercando di incasellarla in un preciso genere audiovisivo non è semplice, e forse nemmeno utile. Inside è stato concepito, distribuito e venduto al pubblico come un comedy special pre-registrato, genere comunissimo negli Stati Uniti che noi in Italia abbiamo imparato ad apprezzare grazie soprattutto alle piattaforme (nonostante sulle reti nazionali abbiamo visto spesso dei one man show dei nostri cabarettisti, forma di spettacolo simile ma più affine ai gusti dello spettatore nostrano), in cui una particolare serata, spesso all’interno del tour di uno stand-comedian, viene registrata e pubblicata successivamente. La regia è praticamente di servizio, la location è una sola ma a volte molti artisti aggiungono al montaggio dei piccoli cortometraggi (nel caso di Kevin Hart), un piccolo dietro le quinte (Jerry before Seinfeld) o delle scene in altre location. Lo stesso Bo Burnham infatti aveva concluso il suo precedente special di Netflix Make Happy proprio nella stessa stanza in cui ha successivamente girato Inside nella sua interezza. 

    La stanza in cui è rimasto per 14 mesi, dal marzo del 2020 al maggio 2021, e in cui ha scritto, diretto e montato quest’opera che nemmeno lui riesce a definire (“Welcome to…whatever this is” sono le parole con cui inizia) curandone anche musica ed effetti visivi. Dando vita all’operazione creativa degli ultimi anni che ha più colpito chi scrive. Novanta minuti in cui emerge la voglia di creare dopo e durante un periodo di inerzia totale, di alienazione da se stessi e dal mondo, forse cercato, forse imposto. Niente palco, niente troupe, niente pubblico, solo un uomo, a cavallo dei suoi trent’anni, che cerca di sopravvivere a se stesso

    Bo Burnham è un artista nato sul web. Nel 2006, a soli 16 anni raggiunge la fama su un giovanissimo YouTube grazie alle sue canzoni comiche registrate nella sua cameretta. Certo, così inizia la storia di quasi ogni performer del 21esimo secolo. Per dieci anni Bo si esibisce in tour come stand-up comedian, pubblica album musicali, libri di poesia, fa qualche comparsata in film e programmi televisivi, arriva su Netflix con lo special Make Happy. Ma allo stesso tempo comincia a soffrire di attacchi di panico, sempre più frequentemente sul palco (“non il luogo migliore”), al punto da decidere nel 2016 di ritirarsi definitivamente dalle esibizioni live, dedicandosi alla scrittura, al lavoro su se stesso, alla sua vita privata. Dirige un film (Eighth Grade), ottiene qualche ruolo cinematografico (Promising Young Woman), vive con la compagna Lorene Scafaria, non rilascia interviste e cerca di trovare un nuovo equilibrio. A gennaio 2020 decide che è giunto il momento di tornare sul palco, ma un piccolo microorganismo rovinerà i suoi piani. Bo decide di chiudersi nella sua guest house e di iniziare a scrivere per tutto il tempo necessario.

    Passano 14 mesi, arriva anche il suo trentesimo compleanno (tempo limite autoimposto e ovviamente disatteso, per terminare il progetto) tra le continue revisioni di un lavoro in cui non c’è assoluta barriera tra produzione vera e propria, pre e post. Un vortice creativo in cui tutto è confuso e assimilabile, ma allo stesso tempo lineare e sincero. Flusso di coscienza fatto videomaking ed esplosione di creatività. Novanta minuti in cui vengono esplorate tutte le tendenze del momento, in cui la forma video viene totalmente ribaltata e in cui si inneggia a Jeff Bezos in ogni sua forma. Lo sketch vero e proprio si alterna al suo stesso making of, il brano musicale con una moltitudine di effetti si alterna al nostro seduto davanti alla telecamera in un momento di disperazione. I suoi capelli crescono, la barba e le occhiaie anche. Il suo aspetto sembra sempre più deteriorato e di certo i suoi nervi crollano ripetutamente. Sia nello special che negli Inside Outakes, un’ora di contenuti speciali e scene tagliate caricata su YouTube a giugno 2022, un anno dopo l’uscita dello special, vediamo alcuni momenti quasi di video-diario in cui Burnham si dice intenzionato ad interrompere il suo lavoro, al non vedere una conclusione, a parlare ad uno spettatore che secondo lui non ci sarà mai, perfino ad alludere al suicidio. 

    E forse è la stessa performance di Burnham a spingere Inside oltre la sua concezione originaria di comedy special versione quarantena e che lo rende degno di essere visto anche in una condizione in cui l’isolamento (dello spettatore) non è coatto.

    Inside è un grido di dolore esternato attraverso le sue canzoni. Dalla critica sociale (This is How the World Works o Welcome to the Internet) a quella del proprio ego (Problematic), dal tempo che passa inesorabilmente e inutilmente (Turning 30) alla svalutazione (o sopravvalutazione) del proprio lavoro e del proprio pensiero (Comedy), dalla volontà di brillare morta sul nascere (Content) ad una rassicurante e speriamo momentanea disperazione (Look Who’s Inside Again) fino ad arrivare all’estasi finale (All Eyes on Me), un viaggio in cui i testi tragicomici ondeggiano su note trascinanti (e disgraziatamente adatte ai balletti TikTok sulle note di Bezos o White Woman’s Instagram) per fare sprofondare lo spettatore in uno stato d’animo di angosciosa solitudine che in tanti negli ultimi due anni sono stati costretti a provare, ma che in realtà fa parte della natura intrinseca dell’essere umano. Inside è un’opera che vuole solo mostrare come tutte queste sensazione possono non essere solo fonti di vergogna, odio verso se stessi e autodistruzione, ma da condizione invalidante possono trasformarsi in forza ed energia creativa, in ironia e accettazione di sé stessi, in arte. Un’operazione artistica completa e autoprodotta, che merita di essere diffusa il più possibile.

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  • RECENSIONE RUMORE BIANCO – L’INTELLETTUALISMO A TINTE NETFLIX

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    Il nuovo film di Noah Baumbach rilegge in chiave Netflix un caposaldo della letteratura postmoderna USA

    Noah Baumbach firma il suo dodicesimo lungometraggio, il terzo in collaborazione con Netflix dopo The Meyerowitz Stories: New and Selected del 2017 e Storia di Un Matrimonio (Marriage Story, 2019, candidato a 6 premi Oscar, con la sola Laura Dern premiata come Miglior Attrice Non Protagonista). E proprio come in quest’ultimo film, Baumbach sceglie nuovamente come protagonista Adam Driver, affiancato stavolta da Greta Gerwig (compagna di Baumbach nella vita reale, i due hanno collaborato al nuovo Barbie in uscita nel 2023). Dal titolo White Noise (in Italia Rumore Bianco), tratto dal romanzo omonimo del 1985 (vincitore di un National Book Award) di Don DeLillo, icona della letteratura postmoderna statunitense, il film è stato selezionato in Concorso per la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, presentato come film di apertura il 31 agosto e distribuito limitatamente tra fine novembre e inizio dicembre nelle sale cinematografiche per poi arrivare sulla piattaforma il 30 Dicembre 2022. Il film è un crogiolo di vari generi narrativi, toccando il thriller e l’horror catastrofico, ma mantenendo sempre un sostrato di commedia nera.

    Siamo nel 1984 e Jack Gladney (Adam Driver) è un professore ebreo di un corso da lui fondato presso il College-on-the-Hill: Studi Hitleriani. La sua famiglia è composta dalla moglie Babette (Greta Gerwig) – entrambi sono al quarto matrimonio – e quattro figli. La vita di Jack scorre tra l’attività accademica, le lezioni private di tedesco, i confronti con i colleghi e una serena vita in famiglia nell’area compresa tra la casa, il college e il supermercato. L’unico neo presente è la costante paura della morte che attanaglia sia Jack che Babette. Un’esplosione di un gas velenoso in seguito ad un incidente automobilistico sconvolgerà la loro vita.

    Chiunque abbia mai visto un film di Baumbach (o abbia letto qualcosa di DeLillo) sa già cosa aspettarsi: un turbine inarrestabile di parole, dibattiti filosofico-scientifici, metafore, una macabra ironia, una catastrofe in arrivo di natura sconosciuta, famiglie alto borghesi (e come Baumbach, colte e di estrazione ebraica) che amano parlare di versi degli animali, di composizioni chimiche e, da bravi americani, di pillole e cereali. 

    Effettivamente essere travolti dalla sceneggiatura del film non è difficile per lo spettatore, e la parola “pretenzioso” balzerà facilmente alla mente di chi mal digerisce un certo tipo di narrazione e costruzione dei protagonisti, i quali tradiscono facilmente la loro origine di personaggi di un romanzo americano scritto negli ultimi trent’anni. D’altronde nessuno, se non un americano intellettuale, potrebbe concepire il supermercato come locus amenus, il consumo e l’acquisto come pace dei sensi ed esplosione di sincera gioia sulle note degli LCD Soundsystem, la vista dei prodotti ordinatamente disposti come modo per esorcizzare addirittura il lutto. Quale europeo proverebbe gioia nel vedere un bancone del pane o una macelleria paragonandoli ad un bazar persiano? Per un europeo il supermercato è il non luogo per eccellenza, l’alienazione totale della mente in funzione delle necessità corporali; probabilmente l’ultima scena significativa girata tra le corsie in Italia si è conclusa con “Fuori dal letto, nessuna pietà” pronunciata da una simpatica vecchietta.

    Sicuramente saranno in molti a criticare la netta prevalenza della parola sull’immagine, del dialogo sul movimento di macchina, evitando anche di lodare quei momenti in cui l’occhio dello spettatore viene completamente appagato, come vediamo in due luoghi cardine del film. Il college, dalle tinte pastello e quasi un luna park della cultura (“il giorno dei van” attende con ansia Babette ad ogni inizio di anno accademico) un po’ come la Rushmore di Wes Anderson, e il sopracitato supermercato, in cui i marchi colorati di caramelle, detersivi e cereali spezzano le immense scaffalature di scatole bianche e anonime. Esempio significativo è la doppia lezione parallela su Hitler ed Elvis, duetto eccelso tra Adam Driver e Don Cheadle, forse uno dei migliori attori spalla in circolazione, con presenze mortifere (le toghe dei docenti) anche in un ambiente ameno come le aule gremite da giovani (chiunque avrebbe voluto una scuola così). 

    Una fotografia risulta essere  luminosa e a tratti fumettistica, con grande esposizione dei “colori Netflix” nei costumi e negli arredi alternati a toni oscuri, dal grigio della nube al blu notte delle scene in cui ci immergiamo nella depressione dei protagonisti o nella presenza del “villain”. Lodevole la rappresentazione fisica dei protagonisti, Adam Driver imbolsito e pasciuto, Greta Gerwig con una capigliatura anni ’80 di Meg Ryan ai tempi d’oro, i due figli più grandi definiti da un curioso oggetto ciascuno (binocolo e passamontagna). 

    White Noise è una perfetta rappresentazione postmoderna di una categoria sociale, di un’insicurezza di fondo apparentemente ingiustificata, di una famiglia composita che pretende di tenersi in piedi grazie alle parole, ma che non sempre può far fronte alle avversità. Tuttavia è un film fondamentalmente ottimista, che rifiuta di condannare chiunque, e forse per questo il film meno amaro di Baumbach, adatto a chiunque sia in grado di digerire la sua verbosità.

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  • PER TUTTI I RICK E PER TUTTI I MORTY – UNA SERIA SAGA MULTIVERSALE

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    Costernati dai recenti allarmi sui cali delle maggiori piattaforme di streaming; intimoriti dai futuri provvedimenti sugli account condivisi; perplessi dalla qualità generale che accompagna le serie d’incasso; finalmente ristorati, seguendo la fortuita congiuntura festiva, dalle numerose e valevoli novità in catalogo. Ecco, quindi, quasi in sordina passare, tra un Bardo, un Pinocchio e un DeLillo, la sesta parte di una seria saga multiversale: tra i molti Rick, gli innumerevoli Mort(i)y, e gli svariati, ma sempre dilettevoli, Jerry.

    Passano gli anni, si rinnovano i contratti. La serie di Justin Roiland e Dan Harmon ha proliferato contaminando immaginari, assorbendo universi paralleli, rigettando le rigidità, stilistiche e formali, delle prime stagioni. Niente più wabba lubba dab dab (non siam mica puttane, si ricorda Rick), personalità familiari dueddì, ritmi involontariamente sincopati o esasperate gag sui Mr Miguardi. Resta l’estro creativo e la capacità di sviluppare trame sempre nuove, rimettendo sul tavolo vecchie conoscenze e notissimi gadgets, ampliando e rendendo così sempre più familiare un universo narrativo che nulla ha da invidiare alle grandi saghe cinematografiche recenti.

     Dalle felicissime esperienze pubblicitarie sulle porte! viste alla tv interdimensionale ai furettosi GoTron; dalle navicelle senzienti alle parodie, congiunte e inconsapevoli, della Mia cena con André e del Namor di Wakanda Forever; dalle apocalissi planetarie vissute come una Woodstock ai draghi porcelloni; dagli ignoti usurpatori di water ai treni della narratività, passando per i classici: dai cetrioli bellicosi alle parodie dei Vendicatori, fino a qualche civiltà dominata da menti a sciame (con menzione d’onore ai sette della Greendale), qualcosa è pur cambiato. E che il cambiamento, graduale e motivato, delle dinamiche tra personaggi di una sitcom animata sia reso e cesellato in maniera tanto certosina è cosa rara e sempre gradita. In questa primo pezzo della sesta stagione, infatti, vengono al pettine nodi familiari che covavano sotto le ceneri delle precedenti stagioni: il rapporto tra nonno e nipote che continua a essere messo in crisi da situazioni sempre più assurde – ce la faranno i miliardi di NFT di Morty a fidarsi del messaggio messianico di Rick, mentre fuori Die Hard infuria? – ma soprattutto il matrimonio di Beth e Jerry stravolto, stavolta, dalla presenza del clone di Beth. Ed è forse proprio il personaggio di Jerry, malinconico e tontolone, a spiccare maggiormente. Sarò un uomo, ma sono anche un bambino, e i bambini non sono responsabili della sofferenza altrui. Un goccio di vittimismo, dell’amara consapevolezza, infine il nuovo e fecondo compromesso con le Beth; una figura tragicomica che gioca tutto sulla miseria percepita dall’individuo al disvelarsi dell’assurdo nella propria quotidianità. Un’irruzione che viene costantemente ritardata, nascosta, – i puzzle sono meglio dalle simulazioni spaziali iperrealistiche – offuscata, ripudiata – perché è preferibile farsi innescare un dispositivo che consenta di chiudersi letteralmente a riccio piuttosto che affrontare le imprevedibili conseguenze della realtà –; infine accettata, masticata e rimodellata alla luce di un compromesso tanto traumatico per le orecchie dei figli, quanto divertito e giocoso per le tre parti in causa. Un personaggio sviluppato con cura e per questo mai definitivamente “arrivato” – come dimostra quel vecchio file Never trying never fails Final_final_final che con tanta difficoltà viene riesumato nella sesta puntata di questa stagione – ma costantemente alla ricerca.

    Se di tanti comportamenti è facile rintracciare la linea di trasformazione, lo stesso non si può dire per quelli di Rick: solito egomane intabarrato in cinismo e facili autogratificazioni, tanto che, alla fine di La famiglia della notte, non fosse stato per i quotidiani e gravosi impegni del giorno, avrebbe capitolato definitivamente contro i nottambuli e tutto per non cedere al puerile compromesso di lavare dei piatti. Questo, probabilmente, il miglior episodio della stagione, definito dalle rapide ellissi temporali – naturale conseguenza della mancanza della sparaporte – che separano desti da nottambuli. Intessuto quindi di un ritmo pacato che si adegua agli stilemi dell’orrore, ricordando ora Us di Jordan Peele, ora il più recente Severance per le tematiche in gioco, la puntata si chiude con l’apparente vittoria della famiglia della notte, che tuttavia soccomberà alla futilità del giorno e deciderà di farla finita in pieno stile Hitchcock (I’ve just come into possession of a cure for insomnia…).

    Tra serietà e facezie, tra una partitina a Roy: a life well lived e una cenetta teleologicamente orientata da Panda Express, passando per la rediviva sigla di Taxi, Rick & Morty continua la sua missione di sbertuccio agli idoli della cultura pop contemporanea, di derisione alla normalità, di abbraccio all’assurdo, guadagnando, di anno in anno, l’attenzione di chi ha ancora interesse a farsi stupire e al tempo stesso inquietare.

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