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  • RECENSIONE GOLD – ZACK EFRON CERCA IL RISCATTO

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    Nell’opera prima dietro alla macchina da presa dell’attore Anthony Hayes (War Machine, The Light Between Oceans, The Slap), Zack Efron ci prova. Tenta il riscatto. Non vuole più essere il divo dei teenager, vuole crescere. Vuole dimostrare una volta per tutte di essere un attore fatto e compiuto e cerca di divincolarsi dal suo ruolo stereotipico di macho hollywoodiano. Vuole mettere la pietra tombale sulla sua immagine di calamita per adolescenti in preda a esplosioni ormonali.

    Allora ecco Gold, che dovrebbe costituire quello che per Di Caprio è stato Django Unchained: l’attore cerca una mutazione dell’immagine divistica che Los Angeles gli ha affibbiato durante la sua carriera. Prima o poi, per ogni attore arriva sempre il momento di voltare pagina, di rompere quegli schemi prestabiliti che Hollywood sembra incollare loro addosso come fossero fatti tutti con lo stampino.

    C’è un problema: Gold è tutto ciò che i survival movie ci hanno già mostrato sin dalla loro nascita e l’interpretazione di Efron è una delle più caricaturali e forzate che ci siano capitate sott’occhio nell’ultimo decennio.

    UN SURVIVAL MOVIE COME TANTI

    Questa dovrebbe essere la parte di recensione in cui si dovrebbe dire “peccato, perché le basi per un buon film c’erano tutte”. No, purtroppo le basi non ci sono, perché l’idea di partenza è una delle metafore più scontate e già viste dalla notte dei tempi: in un futuro prossimo non ben identificato e dall’aura distopica, nel bel mezzo di un deserto troviamo Virgil, uomo giovane e taciturno proveniente da ovest e diretto al confine verso una meta anch’essa non ben definita, dove dovrebbe trovare un nuovo lavoro. Keith, uomo più anziano e dal carattere burbero, accetta di fornirgli un passaggio sul suo pick-up ma tutto si complica quando i due scoprono un enorme masso d’oro, che potrebbe dare una svolta alla loro vita. Keith si offre di tornare indietro per recuperare uno scavatore mentre Virgil resta a guardia del masso: non ha fatto i conti con gli animali selvatici, le allucinazioni causate dall’insopportabile arsura e un’insolita visita da parte di una donna misteriosa.

    Come anticipato nella premessa, c’è ben poco d’innovativo in Gold. Nel bel mezzo del deserto, dove il macigno d’oro dovrebbe rappresentare una (ideale) sagace critica al capitalismo e all’eccessiva importanza di cui investiamo il denaro, si esplorano i territori dei film di sopravvivenza già largamente conosciuti dal grande pubblico: quelli che inseriscono il protagonista in un mono-contesto all’interno del quale dovrà mettere in campo tutto il suo ingegno per non cadere nelle mefistofeliche braccia della morte.

    Un sottogenere il cui solco è stato tracciato partendo da Prigionieri dell’oceano di Hitchcock, passando per Cast Away di Zemeckis o Alive – Sopravvissuti di Frank Marshall, fino ad arrivare a 127 ore di Danny Boyle o Buried – Sepolto di Rodrigo Cortés, per citarne alcuni. Ancor più di recente abbiamo avuto il bellissimo Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott, ma anche il gradevole Crawl – Intrappolati di Alexander Aja: insomma, un panorama estremamente saturo dove –  a causa delle sue particolari modulazioni narrative – è difficile inserirsi e uscirne illesi; per non sfociare facilmente nella noia – mettendo in scena un unico e monotono immaginario visivo, che circoscrive a pochi metri lo spazio d’azione dei protagonisti – i survival movie necessitano di sceneggiature travolgenti, che riescano a mantenere alta l’attenzione dello spettatore e che tratteggino un protagonista dal carattere forte, il cui ingegno – tramite inaspettati escamotage risolutivi – sia capace di trasmettere al pubblico tutta la sofferenza della sua impresa. In questo, Gold commette un errore davvero ingenuo: il Virgil di Zack Efron è un personaggio unicamente passivo che subisce, che sopporta, che patisce, che non si ribella, che non si oppone, che non si sforza di cercare una via di fuga dalle spinose situazioni in cui s’imbatte. Lui vuole quell’oro e sarà disposto a rischiare la sua vita per ottenerlo. Peccato che in tutto ciò il film si dimentichi di intrattenere lo spettatore e di dipingere un personaggio in cui il pubblico si possa immedesimare, perché nessuno sa nulla di Virgil, ci viene concesso giusto qualche piccolissimo accenno a una sua vita passata, ma il racconto inizia già in medias res e finirà senza che nessuno sappia niente di più sul personaggio o sul movente che l’ha spinto fino a lì, privandolo di qualsivoglia caratterizzazione.

    La regia che predilige campi larghi per suggerire la desolazione del deserto e la fotografia che valorizza il giallo delle rocce sabbiose, non bastano per costituire delle idee solide che imprimano quel guizzo artistico atto a differenziare il film dal filone che lo precede.

    Fiacco, spento e tedioso: il deserto messo in scena da Gold è lo stesso in cui è destinato a perdersi il nome del film negli anni a venire, in una sterminata e desolata landa d’indifferenza spettatoriale.

    Il riscatto di Zack Efron è rinviato a data da destinarsi.

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  • RECENSIONE STRANGER THINGS STAGIONE 4 – PARTE 2

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    C’è voluto quasi un mese di attesa per scoprire come si sarebbe conclusa la quarta e penultima stagione di Stranger Things, rilasciata da Netflix in due tranche definite in campagna di marketing come due parti ben distinte, scelta a cui non corrisponde tuttavia una giustificazione narrativa dato che nel complesso le differenti puntate dimostrano di essere narrativamente estremamente compatte. Questi ultimi due episodi, il secondo della durata monstre di 150 minuti che contribuisce alla sensazione di brodo allungato già percepibile nelle puntate precedenti, si ricollegano all’inizio e alla fine della prima parte di stagione (di cui potete trovare la recensione qui).

    RUNNING UP THAT HILL

    Questi ultimi due capitoli confermano i pregi e i difetti che hanno caratterizzato tutta questa quarta avventura ad Hawkins: se da una parte i Fratelli Duffer sono stati capaci negli anni di creare dei personaggi funzionanti e genuinamente interessanti con cui lo spettatore è in grado di empatizzare, dall’altra parte le vicende raccontate seguono una trama speculare a quella già messa in scena nelle stagioni precedenti, con le stesse dinamiche e lo stesso tipo di risoluzione del conflitto. Se la fortuna di Stranger Things è stata anche costruita sul continuo citazionismo e omaggio, che torna in questo caso con riferimenti ad Halloween e Aliens, siamo ormai giunti al punto in cui la serie cita se stessa, creando un cortocircuito che risulta inevitabilmente nell’ennesima storia già vista e raccontata, semplicemente con un nemico diverso e con battaglie sempre più su larga scala. Il pesante didascalismo che aveva caratterizzato la prima parte ritorna in questa occasione anche se in maniera più diluita, mentre i celebri momenti emotivamente toccanti, marco di fabbrica della serie, in questo caso risultano essere meno incisivi, a causa nuovamente della ripetizione di dialoghi incentrati sull’amore e l’importanza dell’amicizia scritti in maniera poco originale e ormai decisamente stucchevole.

    Oltre a ciò la scrittura mostra il fianco a una certa pigrizia nello sviluppo narrativo, con troppe combinazioni casuali di avvenimenti che capitano esattamente nel momento giusto al posto giusto, oltre a dimenticarsi dei personaggi non presenti ad Hawkins ad eccezione di Eleven, che risultano essere la grande vittima sacrificale di questa stagione a livello di sviluppo psicologico. Fortunatamente non mancano momenti riusciti, come la schitarrata di Eddie sul proprio camper nel Sottosopra sulle note di Master of Puppets dei Metallica o il momento da gladiatore di Hopper, e in generale si apprezza il tentativo da parte dei Duffer di dare un background coerente ai diversi villain incontrati nel Sottosopra durante le diverse stagioni. Dall’altra parte è inevitabile non notare come la gestione dei poteri di Eleven sia uscita parzialmente dal loro controllo, essendo un personaggio che continua ad agire da deus ex machina in maniera sempre più marcata, riducendo anche la credibilità delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare e togliendo pathos al tutto.

    Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda parte della stagione, online si era scatenata una vera campagna in tutto il mondo per il totomorto, che ha coinvolto anche diversi youtuber nostrani, inspirata dal tono sempre più cupo della serie e dalle parole degli stessi Duffer che in un’intervista avevano rimarcato la possibilità della presenza di più morti nel finale di stagione. Anche in questo occasione i fratelli registi si dimostrano troppo affezionati ai  personaggi principali per riuscire a compiere delle scelte importanti e creare dei veri twist narrativi, confermando la generale mancanza di coraggio da parte di Stranger Things nel compiere scelte che vadano contro il favore del pubblico.

    IL SOLITO STRANGER THINGS, NEL BENE E NEL MALE

    Dal punto di vista tecnico è riscontrabile un notevole miglioramento degli effetti visivi, qua finalmente quasi sempre realistici pur con qualche sbavatura, che contribuiscono alla creazione del Sottosopra, rendendo gli scontri sempre più epici e creando immagini di indubbia potenza visiva su livelli mai visti nella serie, in attesa della guerra finale che arriverà nella quinta e ultima stagione. Dall’altro lato le musiche di pregevole fattura si fanno sempre più carpenteriane e allo stesso tempo risultano a tratti invadenti ed eccessivamente martellanti, non riuscendo a creare sequenze magnifiche come quella con protagonista Max e la canzone di Kate Bush Running Up That Hill vista nel quarto episodio, che resta il migliore di questa stagione. 

    In conclusione questi ultimi due capitoli confermano il giudizio dato alla prima parte di stagione, rimarcando come Stranger Things sia una serie di assoluto livello tecnico e di grande intrattenimento che tuttavia non riesce ancora ad avere il coraggio di compiere scelte importanti contro i propri protagonisti e cadendo di conseguenza nella prevedibilità.

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  • RECENSIONE CHA CHA REAL SMOOTH – IL TUO NUOVO COMFORT MOVIE PREFERITO

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    “I Grew Up Thinking Feelings Were Cool”

    Probabilmente alcuni potranno essere infastiditi dai film di Cooper Raiff che trasudano una inadeguatezza che assoceremmo alla Frances Ha di Greta Gerwig (“I’m so embarrassed. I’m not a real person yet”) e ad una prima -superficiale- impressione possono sembrare costruiti per rientrare nell’etichetta di film indie, volutamente sottotono, in concorso al Sundance. Ma a Cooper Raiff sento di volere bene; Non solo per la sincera empatia con cui osserva le persone -che inevitabilmente si rispecchia nei personaggi, donando alle sue storie un’onestà immediata- ma anche perché nell’assistere all’esordio di questo giovane regista         -Raiff aveva solo 22 anni all’uscita del suo primo film- gli accostamenti al suo regista di riferimento, Richard Linklater, non sono affatto sprecati. Cha Cha Real Smooth è il suo secondo lungometraggio, vincitore sì del Gran Premio della giuria South by Southwest al Sundance ma ben lontano dai banali sentimentalismi che abbiamo visto nell’ultima hit del Festival, CODA. Il film, prodotto in collaborazione con TeaTime Pictures -progetto del cuore di Dakota Johnson e dell’ex dirigente Netflix Ro Donnelly- segue Shithouse, un delicato e vulnerabile romantic drama micro budget sullo spaesamento e la difficoltà del distacco di una matricola che non riesce a capire come tutti i compagni sembrino divertirsi così tanto quando lui si sente a suo agio solo durante le lunghe telefonate alla famiglia. 

    Con questa seconda opera più stilisticamente rifinita, di cui Apple ha acquistato i diritti ed è ora in streaming su Apple TV+, amplia il suo universo narrativo mantenendo però intatta quell’intimità che riesce ad infondere, combattendo il facile stereotipo del ragazzo-bianco-privilegiato che realizza film egocentrici sulle proprie insicurezze. Cooper Raiff ha fatto la cosa migliore per un regista e sceneggiatore esordiente, ha iniziato parlando di cose che conosce- un po’ come suggeriva Nanni Moretti in Sogni D’oro. 

    Perché hai scelto Cha Cha Real Smooth come titolo del film?

    Penso perché si tratti di quella parte della canzone in cui puoi fare le tue mosse. 

    Una cosa però la sta rendendo chiara fin da subito, almeno con i titoli, non ha nessuna intenzione di rendere la vita più facile ai suoi spettatori, divertendosi a generare una lieve sensazione di imbarazzo nella persona che sta per pronunciarli. Cha-Cha Slide è quel tipo di canzone, o meglio, ballo di gruppo, che dalla sua uscita ha perseguitato ogni festa di compleanno, matrimonio, ballo di fine anno e bat mitzvah americano. Ed è proprio da qui che partiamo, da un bat mitzvah. 

    Un flashback determinante apre il film e vediamo un piccolo Andrew al suo bat mitzvah sviluppare una cotta per l’animatrice della festa. Ne resta affascinato quando, durante una pausa, la nota allontanarsi per rispondere ad una chiamata. Il suo umore cambia visibilmente, ma questa sensazione dura solo un attimo perché in pochi secondi torna a sfoggiare il più professionale dei sorrisi. Crescendo con una madre bipolare (interpretata da una irresistibile Leslie Mann), Andrew ha sviluppato un istinto naturale, o meglio savior complex, nel proteggere gli adulti, che spesso vede come indifesi nei confronti di un mondo che non esita ad abbandonarli alle prime difficoltà, proprio come scopriremo essere successo con suo padre. Quindi Andrew, convinto di trovarsi davanti alla sua anima gemella, si dichiara a Bella che, lusingata, gli spiega gentilmente di essere troppo grande per lui, stabilendo un pattern che ripeterà inconsapevolmente nel suo presente. 

    Dieci anni dopo arriva la fine dell’università che oltre a scombinare gli equilibri con la sua attuale fidanzata, decisa a partire per Barcellona, lo mette davanti al crocevia definitivo sulla direzione da intraprendere in questa nuova vita da adulto. Per una persona che ha investito così tanto sulla relazione con l’altro, scegliere di fare qualcosa solo per sé può risultare spaventoso. Nel frattempo si annoia servendo hot dog in un fast food, anche se occuparsi della famiglia sembra essere il suo vero lavoro a tempo pieno. Proprio la sera in cui deve accompagnare il fratellino David ad un noioso bat mitzvah, Andrew  scopre che la sua inclinazione da people pleaser è perfetta per animare la festa. 

    E se dall’altra parte della stanza entra una magnetica Dakota Johnson- che sembra perfettamente a suo agio nell’interpretare madri che cercano di tenere il mondo a debita distanza- sai di essere nella stanza giusta. Domino, che si potrebbe facilmente confondere con una ragazza francese alla pari, ha solo 29 anni ed oltre ad essere una costante minaccia agli occhi degli altri genitori, è la giovanissima madre della brillante quattordicenne Lola, affetta da autismo e spesso bullizzata dai compagni, interpretata da una convincente Vanessa Burghardt al suo esordio. 

    È però chiaro fin da subito quanto  Domino sia lontana dall’immagine della fanciulla in pericolo ed è altrettanto chiaro ad entrambi il bene che si potrebbero fare a vicenda. Questa intuizione basta perché Andrew inizi a frequentarle come babysitter di Lola, finendo così per condividere con Domino lunghe chiacchierate notturne. La tensione sessuale tra i due personaggi, il continuo domandarsi da parte dello spettatore “succederà o non succederà” è sicuramente un fulcro vitale per lo sviluppo della storia ma a questo ancestrale meccanismo subentra subito una riflessione più profonda che indaga le ragioni che muovono Domino e Andrew, i loro limiti ed i loro traumi. Cha Cha Real Smooth offre infatti una delicata rappresentazione della salute mentale -senza per questo portarla in primo piano in modo didascalico- che non si limita alla rappresentazione dell’autismo di Lola ma tocca anche la depressione di Domino, in una sequenza in cui la sceneggiatura riesce a riflettere e dare voce a sentimenti difficili da verbalizzare. 

    Cooper Raiff, che in entrambi i film è sia dietro che davanti alla telecamera, ha creato un ponte tra le due interpretazioni -che fa quasi pensare a Cha Cha Real Smooth come a un seguito ideale di Shithouse- attraverso una rappresentazione analoga del protagonista maschile. I ragazzi che porta sullo schermo sono ancora incompleti ma in una certa misura consapevoli e proprio per questo totalmente aperti alla relazione con l’altro, caratterizzati da una gentilezza di fondo che li rende pazienti e comprensivi rispetto alle mancanze altrui. Viene quindi proposto un archetipo maschile di eterosessualità, che mette ancora una volta da parte il machismo a favore dell’accettazione di una vulnerabilità che non ha nulla a che fare con l’autocommiserazione ma con il semplice riconoscere che a volte le situazioni si complicano per gli esseri umani, in divenire per natura. Raiff però non corre il rischio di restituire una figura senza ombre perché come lui stesso ha dichiarato, i suoi personaggi sono ben lontani dal rappresentare un esempio positivo sotto ogni aspetto. Andrew si prende cura delle altre persone fino ad un punto in cui questo diventa un tratto caratterizzante della sua personalità; è così gentile, fin troppo gentile, come quando in un momento di riacquisita consapevolezza, prende a calci il prato di un vicino per poi affrettarsi subito a sistemare la zolla fuori posto. 

    Il più grande paradosso sta proprio in questo, dare inizio alle danze alle feste altrui quando in realtà i vent’anni sono l’età in cui dovresti pensare prima di tutto a dare inizio alla tua di festa. 

    Cha Cha Real Smooth, completando una parabola di crescita iniziata al primo anno di college e conclusasi al primo vero anno di vita adulta, rinunciando ad ogni tentazione di semplificazione narrativa restituisce un’impresa di irresistibile sincerità. 

    L’esordio di Cooper Raiff è esaltante ed è ancora più esaltante pensare che questo sia solo l’inizio del suo percorso.

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  • RECENSIONE ELVIS – THE KING IS BACK

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    The King is BACK

    Agli spettatori il compito di decidere se riferire questa asserzione al ritorno sul grande schermo del Re del Rock ‘n Roll, dopo essere stato interpretato già da attori del calibro di Kurt Russell e Michael Shannon, oppure al ritorno dietro la macchina da presa – dopo ben 9 anni – di uno dei registi più divisivi, sfrontati e sfacciatamente personali degli ultimi tre decenni, ovvero Baz Luhrmann

    Elvis segna, infatti il primo lungometraggio firmato dal cineasta australiano dai tempi de Il Grande 

    Gatbsy, datato 2013, che decide di tornare sulla scena in pompa magna con questo biopic totalmente atipico e fuori dagli schemi, che abbandona i canoni tradizionali della narrazione womb-to-tomb per trasportare lo spettatore in una cavalcata frenetica e vorticosa, che non si preoccupa di raccontare nel dettaglio la vita del Re, ma al contrario si concentra – in maniera estremamente coraggiosa – sull’Elvis Icona, sull’Elvis Dio, sull’Elvis Gallina-dalle-uova-d’oro, sull’Elvis Performer. 

    Luhrmann concepisce un’opera raffinata e cinematograficamente disinibita, che non ha alcun interesse di tipo biografico, nella quale l’uomo dietro al Simbolo non ha spazio, proprio perché – forse – nella vita dello stesso Presley la dimensione personale e individuale non aveva modo di esistere, soffocata dalla necessità viscerale di dover essere una figura quasi divina, un uomo capace di stravolgere le masse, l’oggetto del desiderio sessuale di milioni di persone e l’oggetto della bramosia – economica – delle persone a lui più vicine. Ecco dunque che tutte le questioni più personali, come la relazione con la moglie Priscilla o la caduta nella spirale delle droghe, restano sullo sfondo, elementi volutamente mai approfonditi, per lasciare spazio al vero centro tematico del film: il rapporto dell’Icona-Elvis con il Mondo e – dunque – con i fan, con i quali si crea un legame di interdipendenza tossica (nel film si dirà che ciò che ha ucciso il Re è stato l’amore del e per il suo pubblico, rispetto al quale nulla poteva competere, nemmeno la famiglia), oppure la complicata e discussa relazione con lo storico manager, il Colonnello Parker, vero e proprio “uomo dietro le quinte” del fenomeno Elvis. 

    Se appare chiaro, dunque, che questo film si accosti al soggetto in maniera tematicamente e narrativamente interessante e originale, è doveroso spendere qualche parola anche sulle scelte di messinscena del regista, che riesce a costruire un impianto visivo strabiliante, pregno dell’estetica e della tecnica luhmanniana: la regia è – come al solito – frenetica e vorticosa, fatta di audacissimi movimenti di macchina e inquadrature che sorprendono per composizione ed impatto; un montaggio frenetico (vera grande cifra stilistica del cineasta australiano) che valica largamente il confine tra mera tecnica ed espressione artistica e regala momenti di spessore cinematografico altissimo, oltre a conferire alla pellicola un ritmo irresistibile per una larghissima parte del minutaggio, concedendosi però sapientemente alcuni momenti di maggiore respiro e sospensione, per non sfiancare lo spettatore. 

    Una fotografia a tratti sberluccicante e sfarzosa e a tratti funebre contribuisce largamente alla costruzione dell’alone mitico e leggendario che circonda il protagonista (basti pensare alla scena di registrazione in studio di Heartbreak Hotel), coadiuvata in questo compito da un lavoro sui costumi e sulle scenografie che ha del meraviglioso e dell’incredibile, altro grande fil rouge della filmografia del regista

    Ciò che però, forse, ruba la scena dal punto di vista tecnico è l’utilizzo della musica: Luhrmann non cade – per fortuna – nella “trappola karaoke” e sceglie di usare le grandissime canzoni di Elvis in maniera narrativamente funzionale e mai ruffiana. Nonostante le scene di concerto siano numerose e rappresentino alcune delle sequenze più riuscite e spettacolari del film (su tutte il primo show a Las Vegas, o il ’68 Special, ma anche altre meriterebbero la citazione), molto spesso i successi del Re vengono riarrangiati per sottolineare diverse sfumature della composizione stessa. Molto riuscita in questo senso è la continua riproposizione di Suspicious Minds nel terzo atto, che si trasforma lentamente in una marcia funebre che accompagna Presley durante la sua progressiva caduta, nella quale “We’re caught in a trap, I can’t walk out” diventa l’urlo disperato di un uomo impotente e rinchiuso in una gabbia dorata, dalla quale non riesce in nessun modo a liberarsi. 

    Nonostante una messinscena pienamente in linea con l’estetica esuberante del regista, quest’opera potrà risultare godibile anche per coloro che non amano particolarmente lo stile di Luhrmann, il quale, dimostrando una maturità autoriale notevole, sa quando trattenere la propria mano e quando – invece – sciogliere le briglie e lasciarsi andare a momenti più barocchi, in cui il ritmo accelera e l’energia cinematografica, tipica delle opere del cineasta australiano, torna prepotente sulla scena con split screen che stordiscono creando fotogrammi debordanti, oppure con stacchi di montaggio rapidissimi, quasi da videoclip, o ancora con numeri musicali dal sapore fortemente teatrale, al limite del musical. 

    Menzione d’onore e “novantadue minuti di applausi”, inoltre, per il casting che si attesta al limite della perfezione: Austin Butler, qui alla prima vera grande interpretazione in carriera, dimostra un physique du role sensazionale, regalando un’interpretazione trascinante e folgorante che lo pone già da oggi nella lista dei favoriti per i prossimi Oscar. Un’immersione totale nel personaggio, una performance a 360 gradi, un lavoro sulle movenze del Re in concerto che ha del miracoloso per un giovane attore che, dopo questo film, si trova pronto al grande salto nell’industria (tra l’altro, piccola chicca, fonti ufficiali rivelano come Austin Butler abbia cantato tutte le canzoni del periodo giovanile di Elvis, affidandosi invece a mixaggi più incisivi nella seconda parte della pellicola, ambientata a Las Vegas). 

    Oltre alla prova di Butler, a cui non dedichiamo spazio ulteriore per non anticipare nulla ai lettori che ancora devono gustarsi la grande interpretazione dell’attore, da sottolineare è anche un grandissimo Tom Hanks, estremamente convincente nei panni del Colonnello Tom Parker, un uomo avido, viscido, manipolatore e subdolo: un ruolo abbastanza atipico rispetto a quelli che hanno portato il due volte Premio Oscar alla ribalta. 

    Il film vive del confronto tra questi due interpreti, che si dimostrano entrambi in forma smagliante e regalano più di qualche momento degno di nota, non sfigurando mai l’uno di fronte all’altro, nonostante l’ampia differenza di età tra i due, simboli del nuovo che avanza, rampante, e del vecchio che si fregia della propria pluridecennale esperienza. 

    In conclusione, questo Elvis segna il ritorno sulla scena di un Baz Luhrmann che, in maniera estremamente genuina ed efficace, riesce a trasmettere allo spettatore tutto il suo grandissimo – ed evidente – amore per il personaggio in questione, dipinto con la solita vitalità che contraddistingue lo stile del regista, il quale riesce a smussare, però, qualche spigolo che troppo spesso ha fatto storcere il naso ad alcuni spettatori e realizza un’opera potenzialmente molto pop, che potrebbe rappresentare la via del ritorno nell’industria cinematografica per un artista che, al netto dei gusti personali, propone sempre un cinema estremamente personale e riconoscibile. Forse in un mondo produttivo che spinge sempre di più verso la standardizzazione, c’è più che mai bisogno di un Baz Luhrmann sfavillante e dannatamente esuberante come quello visto in questo Elvis.

    Il Re è tornato, ed è più vivo che mai.  

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  • Recensione Black Phone – Un ritorno alle origini

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    Quando nel 2016 Scott Derrickson venne scelto per dirigere l’origin story dello stregone supremo di casa Marvel Doctor Strange, non tutti saltarono dalla gioia, vista anche la sua non riuscitissima prova precedente con Ultimatum alla terra nel 2008. Sorprendentemente (ma nemmeno così tanto, visti i successi raggiunti con pellicole come L’esorcismo di Emily Rose, Sinister e Liberaci dal male) Derrickson riuscì a “portare a casa” un più che ottimo risultato, con la pellicola all’undicesimo posto dei maggiori incassi dell’anno, e ritrovandosi quasi istantaneamente tra le mani già il progetto per il sequel. Varie divergenze creative portarono però alla rottura della collaborazione tra il regista originario di Denver e la macchina produttiva di Kevin Feige, così che il caro Scott si ritrovò sulla strada di casa, o più precisamente quella che portava agli studios dell’amico Jason Blum, fondatore della ormai famosa compagnia di produzione di horror a basso budget Blumhouse.

    Scavando nella memoria e tra i film pensati ma mai realizzati, i due tirarono fuori dal cilindro la vecchia idea sopita da tempo di adattare per il cinema The Black Phone, racconto breve facente parte della raccolta intitolata Ghosts nata dalla penna di Joe Hill, nientemeno che il figlio del famoso scrittore horror Stephen King. Diversi mesi per aggiustare la sceneggiatura in collaborazione con C. Robert Cargill e girato con un budget di 18,8 milioni di dollari con il titolo di lavorazione “Static”, il 23 Giugno 2022 dopo alcune vicissitudini di distribuzioni finalmente il lavoro di Derrickson riesce ad arrivare in sala e segna il ritorno del regista al genere d’esordio, dimostrando ancora una volta il suo grande talento orrorifico.

    CHIAMATA SENZA RISPOSTA

    Mentre John Wayne Gacy (soprannominato “Killer Clown” e che secondo numerose teorie sarebbe stato la fonte d’ispirazione principale per il “clown danzante” mangiabambini del racconto di King) veniva finalmente catturato, nel 1978 in una cittadina della periferia in Colorado un altro sadico rapitore di bambini (interpretato da Ethan Hawke) si aggira per le periferie del Colorado. Soprannominato “Il Rapace” (o The Grabber in originale), diviene presto l’incubo di molti ragazzini tra cui anche il protagonista Finney Shaw (Mason Thames), magrolino tredicenne tormentato dai bulli e che viene spesso tratto in salvo dalla sorella Gwen (Madeline McGraw), piccola ma tosta, e che condivide con il fratello uno strettissimo rapporto che permette loro di superare tra le tante cose anche gli abusi del padre alcolizzato (Jeremy Davies). Presto i due si ritroveranno a fronteggiare, anche se in maniera molto diversa, la vicenda dei rapimenti ad opera del Rapace.

    Ad un punto di partenza funzionale e ben contestualizzato, messo in scena da Derrickson con grande maestria inquadrando i piccoli e risicati set a disposizione ma sempre in maniera interessante e mai banale, poco dopo l’incipit si inserisce l’elemento del sovrannaturale attraverso inquietanti dialoghi con persone morte e misteriose visioni che si presentano come contraltare alla paura più tangibile raffigurata dalla massiccia e violenta presenza del rapitore. Su quest’ultimo, a differenza di quanto ci si potesse inizialmente aspettare, il film non pone la costante attenzione preferendo soffermarsi più sui ragazzini, ma non per questo il lavoro svolto sulla realizzazione del villain risulta fallimentare. Ci si ritrova infatti davanti ad un personaggio di cui raramente vediamo il volto scoperto, in quanto spesso indossa una maschera (il cui design ricorda per certi versi quella vista in Demoni di Lamberto Bava) composta da vari pezzi interscambiabili e che il personaggio cambia a seconda della situazione: in alcune sequenze si ritrova con gli occhi scoperti e la bocca coperta da un inquietante ghigno, altre volte si presenta il contrario con occhi e fronte coperte da una seconda pelle grigia e corna da diavolo ed altre volte ancora è invece tutto il volto ad essere coperto magari con un’espressione triste o addirittura senza bocca. Se dal lato narrativo il film non si lascia scappare nulla sul passato del personaggio, è la formidabile interpretazione di Ethan Hawke a portare lo spettatore a speculare sulle possibili motivazioni che spingono il suo personaggio, così sopra le righe e teatrale ma mai in maniera banale, dimostrando così ancora una volta l’eccezionale bravura dell’attore.

    LA CASA CON IL TELEFONO NERO

    Sul lato sovrannaturale, il racconto (e di conseguenza anche la pellicola) pesca a piene mani dalla letteratura di King, presentando poteri simili a quelli presenti in Carrie o in Doctor Sleep e che anche qui generano forti conseguenze sul piano delle relazioni tra i personaggi, o anche nella presenza di bambini come protagonisti similmente a Stand by me o It, per citarne un paio, e questi rimandi vengono anche rimarcati attraverso citazioni sul piano visivo (su tutti basti pensare alla corsa in bici sotto la pioggia con indossa l’impermeabile giallo presente nel trailer).

    Registicamente il film si assesta su un ottimo livello, con inquadrature pressoché fisse nei momenti più calmi e che lasciano poi spazio a movimenti di macchina precisi e calcolati nei momenti di maggior tensione, fino ad una scena di colluttazione in cui il regista dimostra tutta l’esperienza acquisita con Doctor Strange. Come ormai da abitudine del regista sono presenti jump scares, anche qui come per i precedenti lavori in numero ridotto e che risultano sempre ben inseriti e originali. Sul piano tecnico presenta un’ottima fotografia, in aggiunta ad una ricostruzione scenografica anni ’70 che viene esasperata in alcune sequenze messe in scena sotto forma di simil filmati d’epoca (richiamando quanto fatto con il precedente lavoro in collaborazione con Hawke Sinister del 2012). Altro elemento sempre presente e funzionale nelle pellicole dell’orrore di Derrickson è il piano sonoro, che accompagna costantemente lo spettatore con suoni rauchi e spaventosi e per l’occasione curato da Mark Korven, autore anche delle musiche di The VVitch e The Lighthouse

    Se dell’ottima recitazione di Hawke si è già parlato, non si può certo tralasciare l’estrema bravura di Mason Thames, che riesce nell’impresa di reggere il peso di quasi tutta la pellicola sulle sue spalle alla sua prima vera prova attoriale. Ottima è anche la prova di Madeline McGraw, che riesce a mettere in scena un personaggio femminile forte ma debole allo stesso tempo e che scopre con l’avanzare della pellicola sé stessa e quello che può realmente fare; assieme a loro troviamo poi tra i personaggi secondari Jeremy Davies nei panni di un padre distrutto e abusivo con un’interessante evoluzione nel corso della storia (e che fa sempre piacere rivedere al di fuori di Lost) e James Ransone, ancora una volta al lavoro con Derrickson dopo Sinister e che interpreta nuovamente qui il comic relief, utile a smorzare la tensione dello spettatore.

    CONCLUSIONI

    Dopo aver lasciato a Sam Raimi il timone del secondo film dedicato a Doctor Strange, Scott Derrickson torna nei già solcati lidi dell’horror, ancora una volta aiutato dall’amico Jason Blum e questa volta alle prese con l’adattamento del racconto breve di Joe Hill The Black Phone. Un ritorno che non può che fare felici e che presenta una storia inquietante, con un interessante villain “terreno” ed elementi che pescano nel sovrannaturale e nelle storie di fantasmi. Tutti gli attori, dai principali come Ethan Hawke e Mason Thames ai secondari, svolgono un eccellente lavoro di caratterizzazione dei personaggi aiutati da una buona sceneggiatura. Forse la pellicola presenta una durata leggermente eccessiva e non è caratterizzata da numerosi momenti di paura, ma riesce comunque ad inquietare in numerose occasioni e a mantenere costante la tensione. Forse non siamo di fronte al miglior lavoro di Derrickson, ma se i film horror fossero tutti come Black Phone di certo saremmo tutti più contenti.

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  • RECENSIONE MEMORIA – L’ODISSEA SONORA DI APICHATPONG WEERASETHAKUL

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    Il cinema di Apichatpong Weerasethakul richiede l’accettazione del mistero, ossia l’accettazione della certezza che nella realtà ci sia un sottofondo spirituale al quale dobbiamo fare appello se vogliamo vivere profondamente, concretamente e in maniera identitaria – cioè appartenendo profondamente a noi stessi – questa stessa realtà.

    Massimo Causo

    Apichatpong Weerasethakul, regista thailandese classe 1970, è uno tra i più bizzarri e personali cineasti contemporanei. Salito alla ribalta internazionale nel 2010, grazie alla Palma d’Oro vinta per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha sviluppato uno stile complesso e unico nel suo genere, che gli ha fatto meritare la nomea di Autore. I suoi film – tra i più belli vale la pena ricordare almeno Tropical Malady (2004) e Cemetery of Splendour (2015), oltre al già citato Zio Boonmee – sono spesso poco parlati, rarefatti nelle atmosfere, animati da una dimensione spirituale potentissima, che sovente si esplicita nell’incontro con misteriose presenze fantasmatiche che dimorano nella giungla thailandese. Con Memoria, tuttavia, Weerasethakul ha abbandonato il proprio paese natio per realizzare una coproduzione internazionale girata in Colombia, con la presenza nel cast di una grande star come Tilda Swinton. Quella dell’Autore che abbandona il proprio paese per realizzare un ambizioso progetto all’estero è ormai una pratica diffusa tra i grandi registi del nostro tempo: si pensi, per fare solo qualche nome, a Paolo Sorrentino con This Must Be The Place, Bong Joon-ho con Snowpiercer, Park Chan-wook con Stoker, Asghar Farhadi con Tutti lo sanno e Kore-eda Hirokazu con Le verità. Cambiano gli addendi, ma lo schema resta simile. Nel caso di Memoria, poi, i paesi coinvolti sono ben undici – Colombia, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Messico, Cina, Taiwan, Stati Uniti, Qatar e Svizzera – e tra le decine di coproduttori e produttori associati che si possono leggere nei titoli di coda figurano grandi nomi dell’establishment cinematografico internazionale: il cinese Jia Zhangke, la colombiana Cristina Gallego, persino Danny Glover (!). Tutto questo permette di avere un’idea su come avvenga la produzione e il finanziamento di pellicole di questo tipo: attraverso un’autentica “chiamata alle armi” degli ammiratori di Weerasethakul, che sfruttano la propria influenza per raccogliere i finanziamenti necessari e sostengono il film nella sua circolazione globale.

    Memoria, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2021, inizia a Bogotà, dove la scozzese Jessica, donna d’affari in ambito floricolo, è svegliata una notte da un potente rumore sordo. Il giorno successivo, la donna si reca all’ospedale a fare visita alla sorella Karen e scopre che, nei pressi della struttura, stanno avendo luogo degli scavi archeologici che stanno portando alla luce diversi scheletri antichissimi. Faticando a dormire la notte e continuando periodicamente a udire il rumore, Jessica si rivolge a un giovane ingegnere del suono, Hernán, per provare a ricrearlo digitalmente. I due, a poco a poco, diventano amici, forse persino qualcosa di più, ma un giorno lui scompare nel nulla, come non fosse mai esistito. Jessica, allora, parte per un viaggio nella Colombia rurale, in cerca di risposte. Lì incontra un altro uomo di nome Hernán, ma notevolmente più in là con gli anni, con cui stabilisce una connessione particolare.

    Prendere o lasciare: Apichatpong Weerasethakul è un regista a cui bisogna affidarsi. Anche nei suoi film thailandesi è oggettivamente difficile (anche, ma non solo, per distanza culturale) comprendere appieno il complesso immaginario mistico-religioso-animalesco-mostruoso-fantasmatico che li anima. Eppure, se si è in grado di lasciarsi andare e di farsi coinvolgere dall’affascinante universo visivo e sonoro che il regista sa evocare, le sue pellicole, nella loro disarmante e sonnolenta lentezza, sanno coinvolgere ed è possibile scoprire in esse dimensioni emotive rare a viversi altrimenti. Se ci si accosta a esso con concentrazione e pazienza adeguate, il cinema di Weerasethakul lascia un senso di profonda spiritualità e permette di ripensare i concetti di vita, morte e relazione umana sotto una nuova luce. Bene: Memoria non sovverte queste premesse, ma per altri versi è assai diverso dal cinema precedente del regista. Il mondo in cui Weerasethakul immerge la protagonista Jessica, interpretata da una Tilda Swinton che sa trasmettere tutto il senso di spaesamento del personaggio, è un universo di assoluta normalità, in cui a poco a poco si manifestano elementi di discontinuità, quasi dei varchi su un’altra dimensione: il misterioso rumore; l’inspiegabile apparente evaporazione del personaggio del giovane Hernán (i suoi colleghi ingegneri, improvvisamente, sostengono di non averlo mai conosciuto); i bizzarri sogni della sorella di Jessica, che attribuisce la causa del proprio malessere e del proprio ricovero ospedaliero prima a un cane, poi agli incantesimi di una sorta di una tribù indigena che vive nella giungla; la progressiva riemersione, durante gli scavi archeologici, di resti umani risalenti a migliaia di anni prima, testimonianze di una dimensione ancestrale che pare travalicare i limiti temporali della realtà. 

    Jessica si aggira in questo mondo così normale ed eppure così legato all’oltre come in uno stato di trance (più o meno la condizione in cui Weerasethakul vorrebbe indurre gli spettatori), interrogandosi sulle origini di tutto ciò e imbattendosi, grazie alla sua professione, in un ipertecnologico armadio per la conservazione dei fiori in cui “il tempo si ferma”. Ecco, il mondo di Memoria pare essere un po’ come quell’armadio: è un luogo in cui alcuni elementi paiono vivere in una dimensione propria, separata rispetto al normale flusso del tempo e della realtà. E – come si scopre durante la lunga scena del colloquio con il secondo Hernán, quello più vecchio (sorge chiaramente il dubbio che si tratti di una versione invecchiata del giovane uomo scomparso) – l’elemento che pare più resistente al tempo in questa “dimensione altra” sono i ricordi, la memoria del titolo. Jessica e Hernán, infatti, discutono di diversi temi (sogni, memoria, reincarnazione, vite passate) e, a poco a poco, paiono sempre più legati dalla condivisione della predisposizione a captare i segni della dimensione dei ricordi, della collisione tra diverse temporalità. Tra questi due personaggi, che odono il misterioso rumore, nasce la comunicazione: i due riescono a sintonizzarsi (letteralmente!) su una comune frequenza e fondono le proprie esperienze passate, presenti e future, dando vita a un’intima dimensione di compartecipazione degli (infiniti?) tempi delle proprie (infinite?) vite. Jessica e Hernán riescono così a sentirsi, ad ascoltarsi, a capirsi, forse. Ed emerge un rapporto umano fecondo, come nessun altro lo era stato nel corso di un film in cui spesso i personaggi comunicano con dialoghi bizzarri, sterili, ai limiti del grottesco. Il più grande difetto e limite di Memoria, paradossalmente, è che Weerasethakul – differentemente da quanto fatto in altri suoi film misteriosissimi ma, proprio per questo, affascinanti – senta, nel finale, l’esigenza di rivelare la fonte del rumore, con una trovata fantascientifica che non appare molto coerente con il resto della narrazione.

    Il desiderio di spiegare, poi, va in controtendenza proprio rispetto alla natura dell’opera nel suo complesso. Enigmatico per natura, Memoria avrebbe beneficiato di una narrazione pienamente aperta, anche nei suoi esiti finali. A prescindere da ciò, comunque, l’ultimo film del regista thailandese non è certo per tutti: lo apprezzerà chi riuscirà, con pazienza, a farsi ipnotizzare dall’elaborata composizione delle inquadrature (Weerasethakul realizza molti piani sequenza a camera fissa) e dalla bellezza delle immagini (l’eccellente fotografia è del solito Sayombhu Mukdeeprom, divenuto frequente collaboratore anche di Luca Guadagnino), a farsi cullare dal raffinato tappeto sonoro e a farsi emozionare dal brivido della sintonizzazione di soggettività a opera di forze inspiegabili. L’autore di questa recensione, questa volta, ci è riuscito solo in parte. 

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EP. 5 – TRA PRESENTE E PASSATO

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    – Allerta spoiler –

    La quarta puntata di Obi-Wan Kenobi (di cui potete leggere la recensione qui) non aveva soddisfatto le nostre aspettative: la narrazione infatti sembrava girare un po’ in tondo, riproponendo scene ripetitive che non parevano condurre da nessuna parte. La scorsa settimana avevamo paura che le ottime premesse per la serie sarebbero state completamente sfumate verso il finale, ma oggi possiamo dire che il quinto capitolo si è ripreso alla grande rispetto ai precedenti. Certo, alcuni difetti non mancano, ma ciò che abbiamo visto in quest’ultima puntata fa rinascere la curiosità di scoprire cosa succederà nell’episodio finale, la cui uscita è prevista mercoledì 22 giugno.

    FLASHBACK E CONFRONTO CON IL PROPRIO PASSATO

    Già dall’inizio della puntata appare chiara l’intenzione degli autori di voler rivolgere l’attenzione sul passato di Obi-Wan, Vader e Reva, mentre la piccola Leia per la prima volta viene lasciata in disparte per buona parte dell’episodio. Le scene iniziali ci mostrano un duello tra il giovane Obi-Wan e il suo allievo Anakin, che sfida il Maestro a combattere per provare la sua bravura; questa scena verrà riproposta più volte come flashback, sia dal punto di vista di Anakin -ormai divenuto Darth Vader- sia dal punto di vista di Obi-Wan. Il montaggio, che accosta immagini del passato e del presente, è particolarmente evocativo e ben riuscito. Bisogna poi fare i complimenti ad Hayden Christensen che torna ad interpretare un giovane Anakin Skywalker in modo convincente: si vede che l’attore si è divertito a vestire di nuovo i panni di quel ruolo, e sicuramente tornare insieme ad Ewan McGregor è stata una grande emozione. Il duello tra i due riflette chiaramente ciò che accade durante la puntata: l’Impero ha scoperto dove si nascondono Kenobi e la principessa Leia, insieme a un nutrito gruppo di rifugiati ribelli, per cui le truppe guidate da Vader e Reva sono pronte ad attaccare il nascondiglio. Mentre Anakin attacca ferocemente la base, Obi-Wan sceglie di difendersi e resistere fino a che i portelloni del covo vengano aperti per permettere all’astronave ribelle di spiccare il volo e fuggire; Kenobi ci dimostra di essere in grado di sconfiggere Anakin anche senza usare le armi, semplicemente grazie alla sua astuzia e al fatto che conosca molto bene l’uomo che un tempo era stato suo allievo. Le due strategie agli opposti vengono chiaramente messe in risalto sia nel corso della puntata sia durante il duello del passato tra Maestro e Padawan, e questa scelta si rivela decisamente azzeccata.

    Non solo Obi-Wan e Anakin devono fare i conti con il passato, ma anche l’inquisitrice Reva. Il suo personaggio infatti vede in questo episodio un approfondimento maggiore, in quanto rivela ad Obi-Wan di fare parte dei bambini uccisi da Anakin (ormai divenuto malvagio) ne La Vendetta dei Sith.

    Ci viene svelato che Reva è sopravvissuta nascondendosi tra i corpi senza vita dei suoi amici, definiti da lei “l’unica famiglia che abbia mai avuto”, e il suo essere al servizio di Vader è in realtà un modo per avvicinarsi a lui e aspettare il momento giusto per vendicarsi. Va detto che già dal primo episodio alcuni fan avevano iniziato a formulare ipotesi e teorie su Reva e una delle più accreditate aveva effettivamente previsto questo sviluppo del personaggio. Il parallelismo passato-presente si ritrova anche qui: infatti, alla fine della puntata, i ribelli riescono a fuggire e Reva decide di mettere in atto la sua vendetta. Il duello tra Reva e Vader è un passo avanti rispetto ai precedenti della serie, sia per quanto riguarda le coreografie del combattimento sia per quanto riguarda la regia (leggermente migliorata), nonostante il montaggio risulti comunque un po’ caotico. Mentre Vader e Reva si scontrano, lei rivive la tragica scena in cui Anakin ha ucciso i suoi amici e nel momento di tensione più alto finisce per essere trafitta dalla spada di Vader. Non è chiaro tuttavia se l’inquisitrice sia morta oppure sia solo rimasta gravemente ferita, poiché l’episodio si chiude senza darci una risposta. 

    LA LOTTA DEI RIBELLI

    Un punto a favore della puntata è il combattimento dei ribelli contro le truppe imperiali. Le scene sono godibili, girate abbastanza bene, e presentano diversi momenti emozionanti. Primo fra tutti la morte di Tala, che aveva aiutato Obi-Wan e Leia a trovare un rifugio e che qui, ferita mortalmente, sceglie di sacrificarsi per rallentare l’esercito imperiale. La morte di Tala ha un’ottima messa in scena, in particolare per la parte in cui il suo droide cade sotto i colpi delle armi nemiche e si spegne tra le sue braccia mentre la donna innesca la bomba. Nonostante alcuni piccoli difetti tecnici (in particolare per quanto riguarda il montaggio) in questa puntata non sono mancate le emozioni. Da evidenziare anche il ruolo della colonna sonora che, rispetto agli episodi precedenti, qui è più presente e molto più potente. La messa in scena pare migliorata e speriamo che continui a migliorare anche nell’episodio finale.

    In conclusione, la quinta puntata ha decisamente risollevato le aspettative. Appare chiaro ormai come il progetto Obi-Wan Kenobi fosse nato come un film spin-off poi riadattato a serie televisiva, quindi c’era da aspettarsi che la parte centrale sarebbe stata allungata un po’ per rientrare nei sei episodi previsti; ciò ha portato i capitoli 3 e 4 ad essere i più deboli della serie, in quanto proprio parte centrale della trama. Un ultimo appunto da fare riguarda l’adattamento italiano, dato che c’è stata una battuta che ha fatto tremare ogni fan di Star Wars: nel momento in cui Reva svela di essere sopravvissuta al massacro dei bambini ne La Vendetta dei Sith pronuncia la frase “eri il suo Padawan” riferita a Obi-Wan, quando in realtà sappiamo che Anakin era il Padawan e Kenobi il Maestro. Ma non vi preoccupate, l’errore è stato corretto e il doppiaggio aggiornato!

    Vi ricordiamo che l’ultimo capitolo di Obi-Wan Kenobi uscirà mercoledì 22 giugno e noi non vediamo l’ora di vedere come si concluderà la serie. Speriamo sinceramente possa essere all’altezza delle aspettative nonostante gli alti e bassi delle puntate precedenti.

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  • RECENSIONE PLEASURE – IL PATRIARCATO PORNOGRAFICO

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    Scorrono i titoli di testa su uno sfondo completamente nero, gli unici suoni che avvertiamo sono i gemiti di piacere di una donna assieme a quelli maschili, sensibilmente più numerosi. É interessante da un punto di vista analitico la prima sequenza di Pleasure, perché è come se si andasse non tanto ad annullare la gaze theory del cinema (secondo cui nella grammatica degli sguardi sono incluse e rappresentate le sovrastrutture sociali, oltre alle dinamiche diegetiche), ma piuttosto si intendesse suggerirla attraverso le nostre suggestioni inconsce: il piano visuale è eliminato, non si può parlare di sguardo, ma da quello uditivo capiamo che il rapporto uomo-donna è impari, c’è uno squilibrio. Forse sta parlando proprio a noi spettatori.

    L’ALTRA ALTRA HOLLYWOOD

    Un incipit tutto fuorché casuale: se Boogie Nights – L’altra Hollywood di Anderson ci aveva “scorsesianamente” narrato la decadenza dell’industria pornografica d’inizio anni ‘80 tramite lo sguardo maschile di Dirk Diggler, il film di Ninja Thyberg cambia totalmente approccio.“Non volevo giudicare né psicoanalizzare nessuno, solamente comprendere i metodi” afferma Thyeberg dopo aver frequentato in prima persona i set pornografici di Los Angeles per cinque anni (dove ci sono giornate lavorative standard dalle 9 alle 17): non siamo più di fronte all’epica ascesa e caduta di un giovane talento del porno, ma vediamo riportate su grande schermo le logiche dell’industria filtrate da un approccio naturalistico, vicino al documentarismo.

    Con Pleasure stiamo parlando del lungometraggio d’esordio di Ninja Thyberg, adattamento dell’omonimo cortometraggio del 2013 sempre della regista, selezionato per l’edizione di Cannes 2020 e dal 17 giugno 2022 disponibile su MUBI, dopo una brevissima anteprima in Italia al Biografilm Festival (che si tiene a Bologna dal 10 al 20 giugno). 

    La storia parla della svedese Bella Cherry (Sofia Kappel, anche lei al suo esordio) e del suo approdo a Los Angeles guidato dal desiderio di diventare una giovane star del porno. La scalata nel “porno star system” non sarà facile come previsto.

    SGUARDO FEMMINILE

    Fetish, BDSM ed extreme sono i tre generi utilizzati da Thyberg per scandagliare le modalità di produzione e lavorazione del porno mediante un approccio lucido e privo di pregiudizi, tanto da chiamare davanti alla macchina da presa persino gli stessi attori conosciuti sui set lungo i cinque anni. É curiosa infatti la storia della regista oggi appena trentasettenne, inizialmente attivista anti-pornografia entrata poi in contatto con l’ambiente prettamente femminista studioso del female gaze (lo sguardo del cinema sul femminile: il cinema hollywoodiano ha da sempre codificato in espressioni formali ben definite la differenza sessuale nei film, dove la donna è quasi sempre in uno stato di subordinazione), che l’ha spinta a indagare – nel business più commerciale – le modalità con cui si riscontrano ancora oggi le principali problematicità sulla gestione del lavoro, soprattutto per quanto concerne il labile confine del consenso da parte delle attrici. Il lato malato del porno è esattamente lo stesso del pubblico che ne fruisce, essendo quest’ultimo il pilota del consumo e il porno specchio della mentalità imperversante nelle strutture sociali. Una società in cui uno strap-on può assurgere a simbolo di un’industria patriarcale, mascolina e tossica in cui violenza chiama violenza, e dove basta un fallo di gomma per divenire consapevoli della misoginia imperversante.

    Pleasure, tuttavia, ha due problemi principali: il primo è quello di essere stato ghermito dalla maledizione del Sundance Film Festival (dove è stato presentato nel 2021): senza generalizzazioni qualunquiste ma per motivazioni ben precise, come il trampolino di lancio che costituisce per molti esordienti, c’è spesso  nell’atteggiamento dei film presentati una certa incauta sfrontatezza che, anche a causa dei budget esigui, si traduce in schematicità narrativa, mancanza di originalità registica e assenza di una concezione di cinema davvero personale (uno dei casi più eclatanti dello scorso decennio era Excision di Richard Bates Jr). Il secondo è l’amaro in bocca che lascia per via dei suoi piedi in due staffe: chiamando sul set gli stessi attori conosciuti lungo i cinque anni (addirittura il produttore Spiegler – incredibilmente simile al Roger Alies di Bombshell –  interpreta sé stesso) risulta evidente un piede sull’acceleratore mai premuto, per via di una mediazione costretta e forzata che –  limitandosi a un (quasi) documentarismo osservativo –  potrebbe non chiudere tutte le implicazioni aperte (forse nemmeno pretendeva di farlo).

    LE REGOLE DEL PORNO

    La tesi di Pleasure, messa in scena da un’idea di cinema scolastica, resta interessante per come problematizza il problema del consenso (per esempio nella riuscita sequenza del rough sex: direttamente connesso alla diffusa eccitazione che il porno genera attraverso situazioni di abuso e di costrizione) e i problemi strutturali delle industrie pornografiche governate patriarcalmente dai “predatori sessuali”.

    Thyberg dichiara di aver intervistato tante ragazze aspiranti star nei set di Los Angeles, chiedendo con quanta frequenza si siano prestate a scene di rough sex o BDSM non consenzienti. Hanno risposto che dire di “no “è sempre possibile, ma nessuna di loro l’ha mai detto: se sei donna e vuoi fare strada nel mondo del porno cerca di creare meno problemi possibili. Cos’altro è questo precetto, se non lo specchio dell’educazione secolare impartita alle donne del dover essere brave ragazze e assecondare i desideri degli altri? Le regole sui set esistono, ma non sono sufficienti.

    In questo contesto, nonostante le problematiche di narrazione e di messa in scena, Pleasure potrebbe essere uno spunto di partenza e di riflessione.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EP. 4 – GIRIAMO IN TONDO?

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    – Allerta spoiler –

    Mercoledì 8 giugno, insieme al primo episodio di Ms Marvel, Disney ha reso disponibile il quarto capitolo di Obi-Wan Kenobi, e le critiche non si sono risparmiate. Mettiamo le mani avanti: non siamo qui per dire che la puntata sia completamente da buttare, eppure ci sono fin troppe cose che non funzionano, impossibili da nascondere dietro le emozioni che si provano in poche scene. Andiamo insieme a vedere cosa c’è che non va.

    DOVE VUOLE ANDARE LA TRAMA?

    Il dubbio più grande sorto dopo questo quarto episodio riguarda la trama; se all’inizio della serie ci sembrava interessante e ricca di spunti, arrivati al quarto episodio sembra quasi che voglia proseguire in un circolo senza mai andare avanti per raggiungere un punto preciso. Nelle prime puntate vediamo Obi-Wan, ormai stanco e distaccato dal suo ruolo di Jedi, che viene incaricato di salvare la giovanissima principessa Leia dalle grinfie degli Inquisitori, e nel farlo dovrà riformare il suo legame con la Forza; Obi-Wan trova la principessa, cerca di portarla in salvo grazie all’aiuto di alleati, ma ancora una volta la piccola viene rapita dall’Impero nel finale della terza puntata. Ora, in questo nuovo episodio cosa succede? Obi-Wan si intrufola nella fortezza imperiale, riesce a salvare Leia, si sta riconnettendo alla Forza, sembra che tutto abbia raggiunto un equilibrio.

    Non è così perché l’Inquisitrice Reva è riuscita a mettere un tracciatore sulla bambina e l’Impero sembra già essere all’inseguimento. E qui sorge spontanea la domanda: quest’ultima azione, che sarebbe la più importante dell’intero episodio, non poteva essere fatta prima? La sensazione qui è di vedere la trama regredire, mentre la puntata assume molte delle caratteristiche di un filler, un riempitivo messo lì per “prendere tempo” in attesa di qualcos’altro. Ma ha davvero senso inserire un filler in una miniserie da sei episodi? Sia chiaro ancora una volta, la puntata non è completamente da buttare, ma ciò che abbiamo visto non può che farci pensare al peggio, a una trama che non sa più cosa raccontare.

    PROBLEMI DI MESSA IN SCENA

    Un altro punto dolente in Obi-Wan Kenobi risulta essere la messa in scena. Non mancano infatti momenti in cui le azioni dei personaggi vengono poste sullo schermo in maniera abbastanza confusa e incoerente: ad esempio, abbiamo scene in cui l’infiltrata imperiale Tala comunica segretamente con Obi-Wan tramite un auricolare, ma è circondata da altri ufficiali imperiali che sembrano non accorgersi di nulla, anche se la situazione è davvero palese. Scene come questa erano già apparse nei precedenti episodi, ma qui sono decisamente più gravi. Dispiace perché le permesse dietro la serie erano ottime, ma il problema qui è troppo grande per essere ignorato, considerando anche il fatto che nelle prime puntate la messa in scena sembrava piuttosto credibile e chiaramente influenzata dai film della trilogia prequel.

    Nonostante alcuni momenti abbastanza buoni (come il montaggio iniziale che accosta Obi-Wan e Anakin nelle rispettive vasche di Bacta per curare le bruciature), non possiamo stupirci del fatto che le critiche siano state anche abbastanza severe fino a giudicare questo episodio il peggiore della serie, per ora. Il rischio più grande in questo momento è quello di trasformare la narrazione in un circolo di scene tutte uguali e ripetitive, con espedienti di trama e colpi di scena ridondanti, che quindi non fanno progredire la trama e non la portano da nessuna parte. Va detto che questo sviluppo non è così nuovo negli ultimi prodotti Disney, ma qui c’è ancora chi spera che il tutto possa risollevarsi nelle ultime due puntate.

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  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE PARTE 2 – UNA SERIE CHE RESTERÀ NEGLI ANNALI

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    L’abbiamo aspettata, e dopo l’uscita nelle sale delle prime tre puntate è arrivata finalmente al cinema la seconda parte della serie-evento Esterno Notte del cineasta Marco Bellocchio. 

    Presentata in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, la serie è stata suddivisa in due parti: la prima, accolta in maniera oltremodo positiva da critica e pubblico, è stata distribuita nelle sale italiane a partire dal 18 maggio, mentre le restanti tre puntate hanno fatto il loro debutto nei cinema nazionali il 9 giugno, sancendo l’indiscutibile coronazione di una serie capolavoro che resterà negli annali. 

    Se la visione della prima parte era stata ampiamente entusiasmante ma conscia di una incompletezza dovuta alla divisione, all’uscita nelle sale del prodotto finale non è possibile non osannare un prodotto tecnicamente perfetto e strutturalmente audace. Con l’approdo alla serialità contemporanea (o, se vogliamo, alla forma di un film lungo), Marco Bellocchio ribadisce anche entro i canoni di un diverso storytelling la sua vigorosa forza autoriale.

    LA STRUTTURA NARRATIVA

    Con la visione del prodotto completo, si ben comprende l’intento narrativo che soggiace a Esterno Notte. Sfruttando la narrazione estesa della serialità, Bellocchio percorre ricorsivamente gli eventi del Caso Moro, dal rapimento del Presidente democristiano al suo assassino e ritrovamento. La visione completa di tale sconvolgente evento viene fornita attraverso quattro punti di vista, ad ognuno dei quali viene dedicata una puntata: il potere politico, il potere clericale, la prospettiva dei brigatisti e infine della famiglia Moro, con particolare attenzione alla figura di Eleonora Moro, la moglie del Presidente democristiano. La prima e l’ultima puntata, in questo senso, fungono da cornice nella quale si aprono e si chiudono le vicende, come il sipario teatrale che si alza e infine cala sulla scena. Ciò che stupisce di questa scelta è la presenza minima del personaggio di Aldo Moro: nonostante egli sia il fulcro della narrazione intorno al quale gravitano le azioni dei comprimari, Bellocchio sceglie volutamente di esimersi dall’entrare nella mente del politico; i suoi pensieri e la sua presenza in scena si evincono solo in presenza di altri personaggi o testimoni

    GLI EPISODI FINALI

    La seconda parte di Esterno Notte conferma la necessità, da parte di Bellocchio, di restituire le vicende storiche entro un’interpretazione quanto più oggettiva, pur dovendo attraversare territori impervi. 

    La quarta puntata, ad esempio, si focalizza entro la prospettiva dei brigatisti e, in particolare, della terrorista Adriana Farada (una bravissima Daniela Marra), scissa fra i presunti ideali della rivoluzione e la vita privata. Entrando nell’intimità dei “cattivi”, Bellocchio indaga certezze, timori e false credenze di un gruppo di giovani disillusi dalla realtà di un paese in cui le gioie del boom economico parevano lontanissime. In questo senso, il regista non condanna né assolve le Brigate Rosse: alla violenza ed esaltazione del gruppo di terroristi si contrappongono una serie di momenti in cui si palesa la realtà di uno stato dilaniato dall’insicurezza delle vie cittadine, dalla povertà e dalla piaga della droga (sconvolgente è la scena in cui un giovane va in overdose a bordo di un tram e l’autista decide di non fermarsi, nonostante il dramma che si sta consumando a bordo del suo mezzo).

    Tale degradazione si consuma in seno a un sentimento di delusione che attraversa interamente la seconda parte di Esterno Notte. La disillusione si legge negli occhi di Eleonora Moro, interpretata da un’eccezionale Margherita Buy, la quale non solo è disillusa dall’immobilità della politica italiana nel rispondere alle richieste dei terroristi, ma anche dal marito Aldo. La quinta puntata inizia proprio con la confessione di Eleonora a un prete, asserendo quanto la vita con Moro sia divenuta insostenibile a causa della sua assenza, sia fisica che sentimentale. Anche nei momenti in cui la donna riceve le due lettere del marito, pare che ella sia alla ricerca di quell’emotività che nel presidente democristiano è stata soppressa, forse a causa dei segreti di stato ch’egli conserva nella sua interiorità.

    Il personaggio di Aldo Moro è sulla bocca di tutti, su tutte le prime pagine dei quotidiani, ma è allo stesso tempo uno sconosciuto: solo nell’ultima folgorante puntata è possibile scalfire la sua personalità nel momento del più forte atto d’accusa di Bellocchio verso il potere politico del tempo. Le parole di un capo di partito sono imbevute di amarezza, rancore e odio verso l’inadeguatezza di una classe politica troppo occupata a scavare nei fondali del lago della Duchessa, piuttosto che aprire un dialogo con le Brigate Rosse. 

    Con Esterno Notte, Marco Bellocchio schernisce la politica italiana fatta di ridicoli convenevoli, espressioni linguistiche tanto ermetiche quanto empie, tormenti e nervosismi, in un quadro strutturale che non lascia nessuno indenne. L’inettitudine di una classe politica si consuma entro le mura di un alto Palazzo e giace immobile come la montagna di banconote raccolte dal Vaticano per la liberazione di Moro e mai impiegate per il salvataggio del Presidente democristiano. In un vortice grottesco imbevuto sia di satira (verso il potere) che di pietà (rivolta a chi si ritrova in basso), il cineasta impegnato realizza una serie capace di coinvolgere lo spettatore e risvegliare le coscienze rispetto a un periodo storico così tanto travagliato.

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