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  • RECENSIONE MARCEL! – UN INTERESSANTE DEBUTTO

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    Marcel!, presentato in anteprima al Festival di Cannes e uscito nelle nostre sale il primo giugno 2022, rappresenta il debutto alla regia dell’attrice Jasmine Trinca. Per il suo primo progetto, Trinca ha deciso di affidarsi ad un soggetto personale: la storia del rapporto con la propria madre (interpretata nel film da Alba Rohrwacher). La bambina protagonista (Maayane Conti), vive una difficile relazione con questa figura genitoriale, un’artista di strada che sembra essere molto più affezionata a Marcel, il cagnolino con cui svolge il proprio numero. Quando il cane scompare, la bambina vede un’occasione per riallacciare i rapporti con la madre.

    RITRATTO DI UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

    In questa narrazione quasi totalmente priva di nomi, ogni personaggio è designato solo col proprio ruolo all’interno della gerarchia famigliare: oltre alla madre e alla figlia abbiamo i nonni (Giovanna Ralli e Umberto Orsini), la cugina (Valentina Cervi). Madre e nonni sono i poli tra i quali la protagonista vive e si muove, alla ricerca di un amore troppo spesso negatole. 

    La nonna è ancora attaccata, in maniera quasi spasmodica, al ricordo del figlio, il padre della protagonista il cui ritratto giganteggia nella stanza della bambina, oltre che l’unico personaggio della famiglia di cui conosciamo, almeno in parte, il nome: M. (come Marcel?) Trinca.

    La madre, interpretata alla perfezione da Rohrwacher che fa un uso molto esasperato della propria fisicità nelle sue esibizioni di performer (artista) di strada, è un personaggio svampito, alla ricerca di segni dal futuro, capace di amare solo attraverso dei tramiti. Per soddisfare il proprio desiderio di avvicinarsi a lei, dunque, la protagonista è costretta prima a “sostituirsi” al padre venuto a mancare, indossandone la camicia, e poi, in una scena umiliante, anche ad assumere le veci di Marcel.

    Entrambe le donne, madre e nonna, sono ancora legate al trauma della perdita di M. e involontariamente questo ricade sulla protagonista. Se la premessa del film sembra essere eccessivamente stravagante e quasi fiabesca, col suo procedere ci viene svelata una realtà molto più umana del previsto.

     “ALL’ARTE SI DEVE LA VITA”

    Un punto di comunione tra madre e figlia effettivamente c’è, ed è quello dell’arte. È attraverso di essa che il legame tra le due può essere risaldato, nel momento in cui la bambina decide di porsi sullo stesso livello della genitrice un po’ svampita e farsi parte del suo mondo.

    Essendo l’arte un elemento tanto fondamentale nella storia, non mancano scene dedicate alle esibizioni, specialmente quelle della o con protagonista la madre. Questo personaggio è quello più caratterizzato secondo canoni fortemente poetici, anche quando non è sul palco: in una scena guarda in camera ricalcando la mimica degli attori dell’epoca muta (per ammissione della regista stessa il cinema muto è stata un’influenza, il cui lascito più evidente è la divisione del film in capitoli), durante la ricerca di Marcel si strugge con un’attitudine e in posizioni altamente drammatiche che ricordano i personaggi di un melodramma… L’arte, lungi dall’essere semplicemente un mestiere, è la lente attraverso cui la madre vede e vive la propria esistenza.

    L’arte è, tuttavia, anche ciò che divide la famiglia dal resto del mondo: la protagonista non ha amici al di fuori di un coetaneo altrettanto derelitto, la cugina più ricca considera il duo di donne poco più che un’attrazione da baraccone. Così, il legame familiare resta l’unico possibile pur essendo già così compromesso, ponendo la protagonista in una posizione ancora più difficile.

    INFLUENZE E ISPIRAZIONE

    Per sua stessa ammissione, Trinca prende a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia, mantenendo anche elementi di grottesco o di improbabile che fanno parte della sua visione distorta di bambina. Si creano così situazioni al limite del surreale, con immagini evocative e personaggi caricaturali (lo spasimante interpretato da Dario Cantarelli, due “imitatori” di Al Bano e Romina, una venditrice in TV interpretata da Paola Cortellesi…). Probabilmente sono proprio il grottesco, il fiabesco, l’esasperato gli elementi più riusciti ed interessanti del film, oltre che quelli su cui forse, per il futuro, Trinca dovrebbe puntare di più. La pellicola funziona molto meglio quando le sue immagini non cercano di essere ancorate alla realtà e ai fatti, e offre anche alcuni guizzi registici e di fotografia non scontati per un’esordiente dietro la macchina da presa (un’inquadratura in cui da giorno si fa notte).

    La bravura di Rohrwacher e Ralli, deliziosa nella sua pur breve parte, non è sempre accompagnata da interpretazioni di uguale livello, specialmente da parte dei diversi attori bambini presenti. La scelta di far esprimere Maayane Conti più attraverso il proprio sguardo penetrante ed inquisitorio che attraverso le parole risulta azzeccata, e dimostra una capacità della regista di sfruttare i pregi dei propri attori. 

    Marcel! dimostra una certa padronanza del mezzo e una buona poetica di partenza che vorremmo vedere espansa nel futuro. Forse, Trinca dovrebbe osare di più e virare maggiormente nel fantastico, visto che è nell’onirismo che il suo primo film brilla. Speriamo, visti i buoni risultati già raggiunti, che la regista si dedicherà ad altre opere. 

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 (EP. 1-2-3) – UN INIZIO SCOPPIETTANTE

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    -allerta spoiler sulle prime due stagioni-

    Poco meno di due anni fa avevamo lasciato il mondo dei Sette in una posizione di stallo: tutti sono venuti a conoscenza del passato nazista dell’eroina Stormfront, lasciata in fin di vita dal raggio del giovane Ryan colpevole anche di aver causato la morte di sua madre, nonchè ex moglie di Btucher, Becca. La mega-corporazione Vought ha deciso quindi di sospendere la produzione del Compound V, Starlight è di nuovo nei Sette e Hughie lascia i violenti compagni per cercare di combattere i Supes con mezzi più legali e meno sanguinolenti, unendosi al Federal Bureau of Superhumans Affair. Tutto sembra andare per il meglio, se non fosse per la grande rivelazione finale: il Sup con il potere di “far saltare in aria la testa alle persone” e principale bersaglio del FBSA è nient’altro che la deputata Victoria Neumann, capo del Bureau stesso.

    Un segreto tutt’altro che piacevole ha quindi accompagnato i fan della serie, ormai icona della piattaforma streaming di casa Amazon, fino a venerdì 3 Giugno, in cui sono “andati in onda” i primi tre episodi della tanto attesa terza stagione. I trailer, come un bravo reparto marketing dovrebbe sempre fare, mostravano tutto e niente, lasciando sì con molti nuovi interrogativi ma mostrando i giusti elementi per tenere viva l’attesa che, qui è il caso di dirlo senza troppe remore, è stata pienamente superata.

    NUOVO GIORNO, STESSI SUPEREROI (O QUASI)

    Anche all’interno del racconto è passato più di un anno dalla fine della seconda stagione, in cui la vita è comunque andata avanti per tutti. Ad alcuni è andata meglio come a Hughie, ora agente del FBSA adorato da tutti e con una vita sentimentale assieme alla compagna Starlight da far invidia alle migliori commedie d’amore, altri invece affrontano quotidianamente sempre più problemi come Homelander, costretto a ripetere a pappagallo le stesse cinque righe scritte per lui dal reparto marketing Vought riguardo alla sua relazione con una “supereroina nazista” e facendogli ammettere che “anche il più grande supereroe d’America può innamorarsi della donna sbagliata”. Nel mezzo ci sono poi tutti gli altri: Butcher resta impegnato a dare la caccia ai Supes in maniera non letale ed è aiutato dal fedelissimo Frenchie e dalla silenziosa ma letale Kimiko, mentre MM si trova fuori dal gruppo ed è deciso a vivere una vita tranquilla per la figlia, speranza presto vanificata dato che verrà risucchiato nel giro quando nuovi segreti verranno svelati. Dall’altra parte della barricata troviamo Deep, ancora alla ricerca del suo arco di redenzione per riacquisire il suo posto nei Sette, ed A-Train alla ricerca del suo posto in un mondo che si muove ad una velocità a cui lui non riesce più a stare al passo. 

    Nelle prime due stagioni, il team dietro alla serie aveva già dimostrato di voler spesso “superare il limite”, mostrando scene pregne di sangue e violenza fisica estrema, ma anche toccando temi pesanti come il già citato nazismo. Già in questi primi tre nuovi episodi è palese come abbiano deciso di ripagare l’attesa con una narrazione che riesce ad elevare all’ennesima potenza tutto ciò che di buono era già stato fatto. I personaggi che già conosciamo si ritrovano davanti ad un’evoluzione continua, che li porta a mettere costantemente in discussione con sé stessi e gli altri, mentre le new entry che piano piano si fanno strada risultano sempre più interessanti scena dopo scena, su tutte il nuovo sup Soldier Boy, rifacimento dell’icona del super soldato americano che sembra unire i tratti principali del Soldato d’Inverno con quelli del Capitan America delle origini (o di un Guardian se si vuole guardare al lato DC Comics). Inoltre vengono approfonditi ulteriormente temi già inseriti come la paura del Medio Oriente, lo sfruttamento mediatico del movimento LGBTQ+ o le lobby delle armi, sempre con il tipico humor nero che ormai distingue la serie ed è capace di strappare più di una risata tra una riflessione e l’altra.

    SANGUE, BUDELLA ED ENORMI FALLI

    Se dal lato narrativo siamo senza dubbio su un livello eccellente, bisogna comunque tenere in conto che, come si suol dire, anche l’occhio vuole la sua parte e gli Amazon Studios sembrano averlo capito alla perfezione. Registicamente il lavoro di questi primi episodi è stato affidato a Philip Sgriccia e Julian Holmes e ci si ritrova di fronte ad un buon prodotto, senza picchi particolari, ma sempre capace come da tradizione di donare interessanti inquadrature da tenere come screensaver del PC. Tuttavia è sul lato della fotografia, del trucco e delle scenografie che la produzione svolge un lavoro impressionante, riuscendo a mostrare senza mai dare quella sensazione di finzione anche le scene più assurde (su tutte la “bizzarra” scena di sesso riguardante Swatto, parodia dell’Ant Man marveliano e dell’Atomo di casa DC e capace, proprio come le sue controparti, di modificare le proprie dimensioni ed infilarsi in diversi orifizi).

    Elemento a cui poi la serie ci aveva già abituato ma che anch’essa vive qui di un ulteriore innalzamento di qualità è la recitazione dei vari membri del cast, su cui spiccano su tutti il Butcher di Karl Urban e l’Homelander di Antony Starr, capaci di mettere in scena due personaggi simili, ma allo stesso tempo opposti e in grado di spaziare all’interno dello spettro di emozioni come veri maestri, mentre tra i personaggi secondari non si può non nominare il sempre fantastico Giancarlo Esposito che ritorna nei panni del direttore della Vought Stan Edgar e la vera sorpresa della serie Karen Fukuhara, capace di donare una continua caratterizzazione al suo personaggio attraverso l’utilizzo quasi esclusivo della sola mimica facciale e corporea.

    CONCLUSIONI

    Dopo quasi due anni, Butcher e compagni sono tornati a dominare l’home page di Amazon Prime Video e lo fanno con tre nuovi episodi che dimostrano ancora una volta la grande qualità di questa peculiare produzione. Ancora più cattiva, più irriverente, più scorretta, con personaggi sempre più interessanti in continua evoluzione, il tutto correlato da una messa in scena basilare che però permette di godere di elementi gore e splatter di alto livello, assieme ad una sana dose di assurdità tipiche della serie. In attesa dei futuri episodi in uscita con cadenza settimanale ogni venerdì, non possiamo far altro che gioire e goderci questo fantastico inizio, consapevoli che la grande serialità è ancora viva anche se sotto forma di raggi laser, ossa rotte e giganteschi falli di 3 metri.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EPISODIO 3 – SI PUÒ FARE DI PIÙ

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    – Allerta spoiler –

    Siamo ormai a metà della miniserie dedicata ad Obi-Wan Kenobi, uno di personaggi più amati dell’universo di Star Wars, ambientata a metà dei vent’anni che separano La Vendetta dei Sith e Una Nuova Speranza. Mercoledì 1 giugno è uscito su Disney+ il terzo episodio dei sei previsti, che ha chiaramente messo più carne al fuoco, ma allo stesso tempo ha fatto sorgere parecchi dubbi. Cerchiamo di esaminarli insieme.

    È QUESTO IL DUELLO CHE STAVAMO ASPETTANDO?

    La terza puntata di Obi-Wan Kenobi ha portato sullo schermo ciò che quasi tutti gli spettatori si aspettavano e desideravano, un duello tra il vecchio Maestro Jedi e il suo allievo di una volta, ormai completamente trasformato nel malvagio Darth Vader. E malvagio lo è davvero, dato che lo vediamo uccidere brutalmente dei civili con il solo obiettivo di far uscire allo scoperto il nostro protagonista. Il duello tra Vader e Obi-Wan che vediamo in questo episodio, tuttavia, non sembra essere l’epica scena di battaglia che tutti stavamo aspettando dopo quella su Mustafar alla fine di Episodio III; il nostro Jedi non è infatti al massimo delle sue capacità, rinnega ancora la Forza, fa fatica ad utilizzare la spada laser, rimasta “spenta” per tanti anni. È ovvio che avremo un altro scontro decisamente più epico ed emozionante, ma quello che vediamo in questa puntata, nonostante alcune scelte di regia un po’ basiche e poco coraggiose, ci ha regalato alcuni momenti emozionanti. L’entrata in scena di Vader è a dir poco magnifica e la sua malvagità si riversa completamente sul vecchio Jedi: lo vediamo infatti sollevare Obi-Wan e trascinarlo con violenza tra le fiamme, come era successo a parti inverse ne La Vendetta dei Sith. Una scelta interessante, ma che poteva essere messa in scena in modo più suggestivo se si fosse deciso di osare di più a livello di regia e montaggio; nonostante i difetti, questo primo duello fa prevedere una battaglia ancor più epica negli episodi finali e noi ci speriamo davvero tanto!

    RAPPORTI TRA I PERSONAGGI E GESTIONE DEI VILLAIN

    Questo terzo episodio ci ha regalato dei momenti genuinamente emozionanti per quanto riguarda l’evoluzione del rapporto tra Obi-Wan e la piccola Leia. All’interno di una scena in particolare, la ragazzina pone infatti delle domande al Maestro Jedi riguardo i suoi veri genitori, e ciò ci fa capire come, nonostante Leia sia felice con la famiglia Organa, continua ad avere questa naturale curiosità di conoscere sua madre e suo padre, senza immaginare che quest’ultimo è proprio Darth Vader. Fa sorridere come la piccola chieda a Obi-Wan se conosceva sua madre, e commuove come lui si renda conto di quanto Leia sia simile a Padmé. Un momento adorabile che fa sorgere ancora più domande su come il rapporto tra i due possa svilupparsi, tenendo conto del fatto che in Una Nuova Speranza le loro conversazioni sono sempre abbastanza formali, quasi come se non si conoscessero bene o ci fosse dietro qualcosa in più. Staremo a vedere.

    Per quanto riguarda i villain, la comparsa di Darth Vader è stata davvero apprezzata, come abbiamo già detto poche righe fa, tuttavia sono sorte non poche perplessità riguardo la scelta del doppiatore Luca Ward per dare la voce al personaggio, mentre nella versione originale è tornato lo storico James Earl Jones (che a più di novant’anni di età continua a far battere i cuori di tutti). Luca Ward è uno dei doppiatori migliori che abbiamo in Italia, tuttavia il modo in cui la sua splendida voce è stata adattata a Vader non è del tutto convincente, e molti hanno attribuito queste perplessità alla mancanza di un filtro audio che desse giustizia all’iconica maschera indossata il personaggio per respirare. Sia chiaro, non è insopportabile, ma qualche accorgimento in più nella versione italiana sarebbe stato ben accetto. L’Inquisitrice Reva continua ad essere un personaggio interessante, e speriamo di saperne di più sia su di lei che sul suo rapporto con Vader e gli altri Inquisitori, tra i quali per ora non sembra scorrere buon sangue.

    Generalmente la puntata è buona, purtroppo però non possiamo non segnalare alcuni passaggi che hanno fatto storcere il naso, come la strana “fuga” di Obi-Wan dal duello con Vader, l’inseguimento di Leia da parte di Reva, o alcune scelte di trama che paiono un po’ forzate. Ci si è anche interrogati sulla presunta morte del Grande Inquisitore, dato che, se ciò venisse confermato senza spiegazioni, si finirebbe per de-canonizzare gran parte della serie Star Wars Rebels, ambientata in un periodo di tempo successivo a quello in cui si svolgono le vicende di Obi-Wan Kenobi.

    Il dubbio più grande rimane quello sul dove la serie voglia andare a parare; sarà tutto incentrato su Kenobi e sul suo viaggio per salvare la giovane principessa o ci sarà qualcosa di più sotto? Speriamo sinceramente che le nostre domande possano avere una risposta nelle prossime puntate, e soprattutto che torni al più presto in scena il nostro amato Darth Vader!

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  • RECENSIONE JURASSIC WORLD IL DOMINIO – L’ULTIMA ERA DEI DINOSAURI AL CINEMA?

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    “Siamo in una nuova era. Benvenuti a Jurassic World!”. La solenne delibera del professor Ian Malcolm (Jeff Goldblum) al termine di Jurassic World – Il regno distrutto (2018), col T-rex a piede libero tra i leoni allo zoo e il Mosasauro a inghiottire i surfisti sotto le onde, già preparava il terreno alla dimensione open world e alla diffusione in free roaming di questo nuovo Jurassic World – Il dominio (Jurassic World Dominion) di Colin Trevorrow, regista del requel Jurassic World (2015) che dopo l’intermezzo di Juan Antonio Bayona ritorna al timone registico della saga dei dinosauri per ampliarne gli scenari e traghettarla, forse, alla degna conclusione. 

    FUORI DAL RECINTO

    Quattro anni dopo l’eruzione lavica che ha spazzato via Isla Nublar e dalla fuga in campo aperto da celle e cantine di Lockwood Estate, i dinosauri vivono senza più barriere, liberamente sparpagliati al pascolo selvaggio in ogni latitudine del globo. La multinazionale della genetica Biosyn, capeggiata dalla vecchia volpe Lewis Dodgson (Campbell Scott) – al quale, nel primo Jurassic Park (1993), il programmatore Nedry prometteva il furto degli embrioni nascosti in una bomboletta di schiuma da barba -, grazie a ricche concessioni governative si occupa del recupero delle creature, gestite in una riserva sulle Dolomiti per essere studiate – almeno ufficialmente – come sorgenti di cure farmacologiche. Non tutto è ovviamente come sembra, e mentre una falcidiante invasione di locuste giganti riporta in azione la tenace dottoressa Ellie Sattler (Laura Dern) e lo schivo paleontologo Alan Grant (Sam Neill), ritroviamo la coppia formata da Owen Grady (Chris Pratt) e Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) isolata tra i boschi innevati del Nevada, per preservare l’habitat dei dinosauri (l’intelligentissima raptor Blue e sua “figlia” Beta) e proteggere da loschi affaristi l’ormai adolescente Maisie Lockwood (Isabella Sermon), il clone della figlia dell’ex-socio defunto di John Hammond. I due gruppi incroceranno forze e destini per sventare una minaccia nascosta e l’attacco di mastodontici carnivori mai visti prima… 

    Giungendo come pannello finale in coda alla nuova trilogia, Jurassic World – Il dominio si presta a un bilancio riassuntivo e a un giudizio finale sul franchise ripartito nel 2015. La sensazione è che – al di là dell’estasiata meraviglia fanciullesca, mantenuta (quasi) sempre viva e sgargiante, a cui “non ci si abitua mai” (lo dice Ellie Sattler davanti al dolce muso di un baby Protoceratops), garantita dall’aura insieme magica e (ultra)fotorealistica dei dinosauri, oggi come ieri padroni e tiranni incontrastati nell’imponenza suggestiva del grande schermo – non si sia davvero trovato un forte endoscheletro narrativo originale, unitario e coerente sulle cui spalle far reggere impianto, sviluppi, sostanza e ragion d’essere della nuova saga (del resto, anche il primo trittico, sotto l’egida più diretta di Spielberg, andò in calando fino a sfilacciarsi nell’inerzia puerile del Jurassic Park III). Da un episodio all’altro si è andati per tentativi abbozzati e progressive correzioni in corsa, nuovi assortimenti, variazioni e progetti ripresi o abortiti, seguendo la logica crossover di innesti plurimi e ibridazione compulsiva dei tecnici della InGen, nel realizzare in laboratorio il prodotto col magnetismo epidermico e il potenziale più attrattivo e spaventoso per il pubblico di giovanissimi e meno giovani. 

    JURASSIC FIGHT CLUB

    Tuttavia, pur zoppicando tra compromessi e passaggi obbligati (lo spettro completo di rappresentanze di genere, orientamenti sessuali ed etnie compilato con facili automatismi) dell’odierno blockbuster all inclusive addomesticato per le famiglie (la surrogata e caramellosa (ri)composizione familista, dal sapore quasi disneyano, di Owen, Claire e Maisie, seduti davanti al fuoco ad arrostire marshmallow in camicioni di flanella), Dominion spicca come il capitolo più solido e maturo – il migliore, se dobbiamo azzardare – della nuova trilogia, che si libera sia dell’aria turistica incassata nelle rigide maglie del parco a tema del primo episodio (Jurassic World), sia delle striature dark da fiaba gotica intimista rintracciate nel trauma infantile di Fallen Kingdom (con l’Indoraptor come babau notturno degli incubi di Maisie), che restringevano eccessivamente il recinto dell’azione, sacrificando in parte il peso specifico delle creature. Il nuovo film acquista, invece, una dimensione di spettacolo multisetting ed extra-large che attraversa trasversalmente i generi e si sposta senza tregua da una location esotica all’altra. Con il respiro da globetrotter internazionale di un avventuroso Bond movie (la corsa in moto di Owen Grady inseguito dagli Atrociraptor nelle strade di Malta ricorda molto Daniel Craig in motocicletta tra le rocce di Matera, con annessa fuga dal piumato Pyroraptor sui lastroni di ghiaccio incrinato come nell’incipit di No Time To Die, 2021), e le sottotrame action – thriller incentrate su mercenari e trafficanti. E con un illecito black market e un fight club dei dinosauri segreto che – lo ha dichiarato Trevorrow stesso – vorrebbero richiamare le atmosfere dell’affollato melting pot della cantina di Mos Eisley di Star Wars.

    LE ORME DEL CAPOSTIPITE 

    Dopo una roboante corsa con cui, sbalzando qua e là sulla mappa geografica raramente ci si annoia, inevitabilmente il plot (firmato a quattro mani da Trevorrow ed Emily Carmicheal) finisce per rintanarsi nel tipico schema del circuito impenetrabile e protetto (l’ecosistema della riserva BioSyn) scombussolato dall’irruzione emergenziale del caos di malcolmiana memoria (How the world will end è l’apocalittico titolo del nuovo libro dell’amato professore in giacca di pelle e occhiale fumè). Puntando sul lento incedere della pura suspense a pelle d’anfibio (Claire Dearing pedinata a pelo d’acqua da becco e zampe unghiute del therizinosauro), nella seconda parte del film la regia di Trevorrow si esalta come forse mai prima d’ora. Tra spessa luce naturalista e accesi cromatismi fluo, jump-scare al buio delle caverne e nella luce ambrata delle torce e repentini soprassalti sonori degli stinger assault nascosti nello score ansiogeno di Michael Giacchino. Nei movimenti di macchina tra busti e profili degli splendidi animatronics di John Nolan, che tengono a freno la pur eccellente CGI, sorvegliando i personaggi in tagli di inquadratura che – tra pupille che scrutano e dentacci sporgenti dietro i finestrini delle jeep – sono cloni fedelmente derivati dalle immagini mitopoietiche di Jurassic Park. Solo rigonfiate su modelli in scala “più grossi, più rumorosi e con più denti” (secondo le nuove direttive del bestiario della paura). 

    Ci si incunea nelle strettoie di gallerie e cunicoli sotterranei, dissotterrando la claustrofilia senza scampo (magnifiche le scene con i letali Dilofosauri, finalmente villain a pieno titolo dopo la comparsa come semplici ologrammi nel primo Jurassic World) e i salti di tensione del film spielberghiano: le interruzioni di corrente, i sistemi elettrici da ripristinare e la fuga in elicottero verso la salvezza, per poi lasciare il proscenio allo scontro tra titani dei predatori dominanti, notturno, fangoso e fragoroso nei ruggiti del potente sound design: un climax predicibile ma tremendamente efficace, con gli sfracelli assicurati dalla devastante mole oversize del Giganotosauro, special guest che riaccende brividi e scintille del vecchio T-Rex a caccia sotto la pioggia (se ne vorrebbe di più: sogniamo un tripudio di pure forze cine(ma)tiche in lotta tra loro come in un Godzilla vs Kong versione giurassica). Non più un mostruoso guazzabuglio fantasy come L’Indominus Rex o L’Indoraptor, ma un temibile e redivivo predatore preistorico, che segna il ritorno alla selvaggia dimensione primordiale e al richiamo ancestrale del thriller (fanta)scientifico delle origini, con le consuete implicazioni bioetiche sulla catastrofe ecologica e la “metafisica delle identità” di Maisie Lockwood legate in sceneggiatura a doppio filamento di DNA.

    ANTICHI FOSSILI E NUOVA CARNE

    C’era grande attesa per il rientro dei personaggi storici della saga originale, e qui le aspettative non sono andate (troppo) deluse. Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum in un attimo ricreano sullo schermo l’alchimia affiatata, l’istintiva empatia e lo smalto dei giorni migliori, restituendo allo spettatore tutto il rispetto e l’affetto malinconico che con ogni evidenza provano per i loro personaggi, e per i ruoli che più di ogni altri li hanno resi delle icone. Il team-up attoriale e narrativo tra vecchie glorie e nuovi innesti, pur con qualche forzatura stridente (il naturale humour di Malcolm si fa isterico e meccanico, con l’innato sexual charisma di Goldblum pure costretto a nascondere il petto nella camicia abbottonata), funziona a dovere, scopre coppie speculari (Grady – Grant e Dearing – Sattler) e porta a termine gli archi narrativi di entrambi i fronti. Con le new entry che si inchinano, immancabilmente sbalordite, davanti alla santa trinità Grant – Sattler – Malcolm, con la devozione riservata alle leggende viventi

    IL MONDO PERDUTO (E RITROVATO)

    Lascia invece più perplessi il fatto che il grande tema fondante di quest’ultimo capitolo, la libera e complicata convivenza di uomini e dinosauri su scala mondiale (qualcuno potrebbe obiettare, con ironia spielberghiana, che la donna erediterà la Terra…), resta a conti fatti in sospeso e irrisolto, eventualmente rimandato a ulteriori futuri sviluppi (?). Con tutte le riflessioni sul destino di umanità e colossi preistorici che restano dunque al di qua del guado, sostanzialmente invariate rispetto alla situazione di partenza: le immagini del notiziario dell’incipit, con gli stegosauri che tagliano la strada alle automobili e l’allosauro che assedia i campeggiatori in roulotte, in fondo sono le stesse del finale, coi triceratopi che marciano tra gli elefanti sullo sfondo di un’alba in stile Re Leone e i parasaurolofi che si confondono tra i cavalli in corsa nel deserto. L’evoluzione delle diverse specie elette nello stesso branco che viaggiano verso un futuro incerto e ignoto, con il passo di creature maestose che sembrano però lontane dal lasciare sul terreno del cinema la gigantesca impronta iconica dell’inarrivabile modello spielberghiano, speriamo non definitivamente estinto. 

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI, EP. 1 – 2 – UN INIZIO PROMETTENTE

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    – Allerta spoiler –

    Venerdì 27 maggio sono usciti su Disney+ i primi due episodi di una delle serie tv più attese appartenenti al franchise di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. Lo spin-off dedicato a uno dei personaggi più amati del cinema di fantascienza era stato annunciato con un trailer affascinante in cui un Ewan McGregor decisamente più maturo torna a vestire i panni dell’eroe Jedi come se non li avesse mai abbandonati davvero. Le prime due puntate della serie sono a dir poco intriganti, e in questa sede abbiamo deciso di fare una breve analisi includendo anche qualche previsione riguardo l’evoluzione della storia narrata.

    LO SPLENDIDO RECAP INIZIALE

    La prima puntata di Obi-Wan Kenobi si apre con una sequenza che riesce perfettamente a farci tornare nell’universo fantascientifico creato da George Lucas. Infatti, le vicende narrate nella serie si svolgono a metà tra La Vendetta dei Sith (episodio 3) e Una Nuova Speranza (episodio 4), perciò sembrava necessario dover fare un “riassunto” delle vicende precedenti che si svolgono nella trilogia prequel, e che hanno condotto Obi-Wan dove si trova adesso. La sequenza è a dir poco meravigliosa, e siamo sicuri farà scendere più di una lacrima a tutti i fan della saga. Ci viene presentato l’Obi-Wan della trilogia prequel, che addestra il giovane Anakin Skywalker fino a che, quando quest’ultimo cede al lato oscuro, si ritrova a doverlo affrontare in duello, arrivando a ferire mortalmente il giovane allievo. Grazie a questo recap si ribadisce il forte legame con i film della saga, tanto che la serie stessa si inserisce in una dimensione più “cinematografica” rispetto agli altri prodotti seriali ambientati nell’universo di Star Wars.

    La vicenda raccontata nella serie si colloca quindi prima del momento in cui Leia chiede aiuto al vecchio Kenobi in Una Nuova Speranza, con l’intenzione di esplorare vicende mai mostrate prima ma che suscitano subito curiosità, soprattutto per quanto riguarda i legami tra i personaggi.

    I PERSONAGGI DELLA SERIE

    Nei primi due episodi, sono tre i personaggi più interessanti: Obi-Wan, la piccola Leia e l’inquisitrice Reva; la loro scrittura sembra piuttosto buona, così come i loro movimenti lungo le vicende che muovono la trama. Obi-Wan ci viene mostrato stanco, disilluso, come se avesse smesso di credere nei valori che rappresenta, pieno di conflitti interiori ed estremamente solitario. Un punto decisamente a favore di questo show risiede nella scelta di portare sullo schermo un personaggio molto amato, cercando di esplorare le crisi che vive dentro di sé: Obi-Wan è, infatti, combattuto tra il profondo affetto che prova per i fratelli Skywalker e il senso di colpa per aver fallito nell’addestramento del giovane Anakin. Menzione d’onore per Ewan McGregor, che torna perfettamente nei panni del nostro Jedi preferito, riconfermando, ancora una volta, come questo ruolo gli calzi a pennello.

    L’evento principale che muove la trama, per ora davvero intrigante, è il rapimento della piccola Leia dalla sua famiglia adottiva, e la ricerca di aiuto avanzata da Bail Organa proprio nei confronti di Obi-Wan. Il personaggio di Leia è forse il migliore della serie, sia per la sua caratterizzazione ben definita sia per la bravura della giovanissima attrice. Già da ragazzina, la principessa dimostra il coraggio e l’astuzia che la caratterizzeranno da adulta e che hanno conquistato il cuore di tutti i fan del franchise. Ancora più interessante è poi il rapporto che si inizia a costruire tra Leia e Obi-Wan, inizialmente conflittuale, e che incuriosisce lo spettatore portandolo a chiedersi come evolverà.

    Infine, il personaggio dell’Inquisitrice Reva, quella che sembra un po’ il villain della serie, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: è perfida, dà la caccia ai Jedi quasi come fosse una questione personale, ma rischierà di trasformarsi in una macchietta se la sua gestione non sarà accurata e attenta. Speriamo sinceramente che ciò non accada, dato che un buon villain è fondamentale per un prodotto di questo tipo, e tra gli Inquisitori che ci vengono mostrati lei sembra il più promettente.

    PUNTI DEBOLI E TEORIE

    Va detto che nella serie non manca qualche difetto, come una gestione dei tempi e una regia non sempre perfette e alcuni effetti visivi non proprio al top. In particolare le scene d’azione e gli inseguimenti, a volte, appaiono confusionari e con un montaggio un po’ zoppicante. Il prodotto è comunque decisamente valido, e speriamo che possa migliorare anche in questi piccoli difetti, poiché le aspettative sono tante e le teorie – tra cui una riguardante un duello tra Obi-Wan e Anakin (già divenuto Darth Vader) – non fanno che accrescere la curiosità nei confronti della serie.

    Per ora non possiamo far altro che aspettare i prossimi sviluppi, sperando che gli autori possano aggiustare leggermente il tiro regalandoci una delle migliori storie dell’universo di Star Wars.

    Vi ricordiamo che Obi-Wan Kenobi uscirà ogni mercoledì, un episodio a settimana.

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  • RECENSIONE TOP GUN MAVERICK – IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI ANNI ’80

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    SULLE ALI DELLA NOSTALGIA 

    L’alba rosso fuoco posata sulle increspature luccicanti dell’oceano. I tecnici al lavoro e i piloti ai blocchi di partenza, stagliati in nero dal controluce sul ponte della portaerei della Marina. Il vento e il fumo, ruote in pista e carrelli in ritirata. Le possenti fiammate dei propulsori e il rombo supersonico dei reattori dei caccia che si alzano in volo, spiegando le ali sulle vibrazioni synth pop dello score di Harold Faltermeyer, virate nella battagliera percussione rock della Danger Zone di Kenny Loggins scolpita dal nostro Giorgio Moroder. Quando appare perfino la didascalia esplicativa sul corpo speciale d’élite dei “Top Gun” (“up there with the best of the best”, recitava con yuppismo infervorato la tagline della vecchia locandina), si completa l’esatta replica anastatica, in formato cartolina fotografica appesa al muro dei ricordi, di un panorama della nostalgia rimembrato con nitore visivo e mood emozionale riattivati a pieni giri: fin dal prologo, Top Gun: Maverick  di Joseph Kosinski – presentato in pompa magna al 75° Festival di Cannes, con tanto di spiegamento di frecce tricolori e Palma d’Oro speciale a un applauditissimo Tom Cruise – viaggia in direzione temporale nell’estetica di una dorata golden hour dello spirito anni ’80, facendo ritorno alla patinatura espressiva delle atmosfere dell’originale Top Gun (1986) di Tony Scott. Per tastare ciò che resta della consistenza del mito, delle figure incastonate nell’immaginario della gonfia retorica patriottica del decennio reaganiano, a trentasei anni di distanza (il nuovo film era pronto dal 2020, l’uscita in sala è stata posticipata per l’emergenza pandemica). Ritroviamo quindi il carisma sfacciato e il sorrisone smagliante – appena venato di malinconia – del più abile pilota di caccia dell’aviazione navale, “l’uomo più veloce del mondo”, il capitano di vascello Pete “Maverick” Mitchell (l’immarcescibile Tom Cruise). 

    In seguito allo scontro aereo con i MiG sovietici, concluso nel salvataggio del vecchio compagno di accademia Tom “Iceman” Kazansky (Val Kilmer), Maverick, fedele alla sua indole ribelle (fin dal nome: Maverick = dissidente, cane sciolto) e allergico alla disciplina, per tutti questi anni ha rifiutato ogni avanzamento di carriera, preferendo restare in pista come collaudatore, al solo comando dei caccia che ancora guida come nessun’altro, ma che stanno per essere soppiantati da sofisticatissimi droni da guerra di ultima generazione. Tra amare memorie e una scorrazzata in moto verso i tramonti del deserto californiano, il nostro è richiamato all’ordine per addestrare un gruppo di giovani piloti Top Gun a una missione temeraria: distruggere una pericolosa riserva di plutonio nascosta in un inaccessibile canyon di uno Stato canaglia. Tra le nuove reclute, si troverà di fronte il tenente Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio del compianto “Goose” Bradshaw, morto proprio in un tragico incidente tra le braccia di Maverick, a cui il giovane Bradshaw porta un rancore inestinguibile per l’accaduto. Tra i sensi di colpa che riaffiorano dal passato e un futuro incerto che prepara la sostituzione dei piloti, Maverick sarà costretto ad un ultimo, decisivo volo… 

    TECNOLOGIE DELL’ACTION MUSCOLARE 

    Come in uno scintillante riflesso che abbaglia nel tramonto arrossato, riverberato dalle lenti a goccia degli irrinunciabili Ray Ban Aviator, Top Gun: Maverick si rispecchia come tenace residuato bellico in quel prototipo di cinema war-action anni ’80, oggi in disuso – fuori scala e fuori produzione -, che fu il suo fiammeggiante predecessore: il quale, nello stretto abitacolo degli F-14 Tomcat, saldava la suprema sintesi del blockbuster tecnologico USA nella perfetta collisione del corpo muscolare come superpotenza dominante, e della macchina (cinema) militare, calibrata al millimetro, come prima leva di supremazia economica, mediale e industriale. Da allora, le cose sono radicalmente mutate, incrinando questo binomio che al culmine dei gloriosi ’80 appariva perfetto e inscalfibile. 

    Con i progressi dell’arsenale militare occorsi in parallelo all’upgrade dei nuovi mezzi tecnici e grafici impiegati per implementare il cinema hollywoodiano: passaggi che il film sembra perlustrare con consapevolezza teorica e autoriflessiva. Con le incrinature e le ammaccature inferte dalle nuove dotazioni tecnologiche (i droni da battaglia come il cinema digitale) al culto e al primato di un corpo attoriale addestrato alla massima prestanza ed efficienza, che improvvisamente è messo da parte e scopre la debolezza intrinseca dei suoi limiti fisiologici, sempre più inaffidabili per i nuovi padroni (produttori (e) generali), che mal tollerano la defettibilità e le intemperanze della variabile umana: “un pilota che deve dormire, mangiare, pisciare” e agire istintivamente di testa propria è meno manovrabile di un drone iper-programmato che esegue meccanicamente gli ordini (lo spiega il duro Cain di Ed Harris). 

    GLI ULTIMI AVVENTURIERI DELL’ARIA

    Le ferite aperte in questo corpo svalutato e ridimensionato, a rischio smantellamento e sulla via del congedo, senza più (troppi) gradi di machismo appuntabili sui pettorali, sono il cuore del conflitto drammatico e anagrafico incarnato nel bilancio introspettivo – e retrospettivo – della figura del reduce Maverick, che perde incoscienza impudente e acquista intenso spessore rimontando “in sella” come in un western crepuscolare, per l’ultima cavalcata da audace e disilluso avventuriero dell’aria. Non disdegnando la distensione nel romance con la vecchia fiamma Penny (Jennifer Connelly), che lo attende al balcone del bar e lo riporta a casa in un abbraccio di amorose dissolvenze incrociate. Con in più la matura assunzione di Maverick a padre putativo (di Rooster), che porta con sé il peso della responsabilità e delle scelte individuali quasi come un eroe eastwoodiano in disarmo. Che riprende a volare abbattendo il muro del suono e il countdown del cronometro per ribadire l’incidenza performativa del fattore umano, in allarme estinzione sotto il controllo degli algoritmi. 

    “Il tempo è il vero avversario” da battere, viene detto. La sfida di questo Maverick è quella di gettarsi nella contesa dei moderni mastodonti action da grande schermo testardamente ancorato a un cinema che per tirare avanti si volge indietro, che decolla verso il nuovo che avanza atterrando nel piacere nostalgico di una preziosa retroguardia stilistica, iconografica e narrativa. I volteggi degli stormi di caccia sfreccianti in formazione, e le scie dei duelli ingaggiati sul ring aereo sospeso sul vuoto (il cosiddetto dogfighting), seguono le traiettorie di un realismo fluido e una “logistica della percezione” sballottata ma sempre intelligibile, che contiene il respiro avvincente e godibile di un cinema dell’esperienza-limite e dell’adrenalina di classica solidità, fedele allo spirito dell’originale. Con le ben collaudate e vertiginose soggettive e contro-soggettive dall’abitacolo, sottosopra e in volo a rovescio, che agganciano i bersagli e pilotano l’ottima coreografia della tensione nei movimenti a razzo nello spazio esterno, ristretto a bassa quota in un fatale cul-de-sac (la voragine del canyon), che complica la ricerca del punto di fuga per sorvolare le minacce dei missili puntati e schizzare fuori verso una salvezza a tempo record. “Non è l’aereo, è il pilota” a contare, è il mantra operativo. Eppure, anche il nuovo Top Gun, come altre recenti e celebri saghe che riaccendono il capitale nostalgico sepolto in soffitta, non può esimersi dal canonico step del ritrovamento del vecchio relitto perduto, rispolverato a sorpresa e riportato a nuovo splendore (come già accaduto alle jeep di Jurassic World e alla macchina dei Ghostbusters): qui è il caso del mitico F-14 Tomcat, che rifornito di nuovo combustibile simbolico decolla come obsoleto pezzo da museo per giocare la sua partita in mezzo agli ultimi avveniristici ritrovati della tecnologia aeronautica. 

    CRUISING IN THE AIR: LA RESISTENZA DELL’ICONA 

    Top Gun, duepunti, Maverick. Il titolo non potrebbe fare più chiarezza sulla piena coincidenza del film con il suo eroe/interprete, nemmeno esplicitando il segno della piena equivalenza (Top Gun = Maverick). Tutto (ri)nasce, si svolge e si risolve nella presenza granitica del totem Cruise, primo artefice e vero demiurgo dell’operazione (ben assistito da Kosinski e dal fido Christopher McQuarrie alla sceneggiatura). Monumento in corso d’opera alla persistenza della sua coriacea icona divistica, testata in un’ulteriore batteria di prove fisiche ed esercitazioni sul campo, atte inoltre a verificare, dentro e fuori la narrazione, l’opportunità del ricambio generazionale: se ci siano reclute adatte a ereditarne il ruolo e prenderne il posto, a cui insegnare il mestiere di un cinema depotenziato, che sembra virare in tutt’altre direzioni (su piattaforma), rispetto a chi, come l’attore-producer, ha resistito alle sirene dello streaming pur di consegnare il film alle sale (con tanto di caloroso welcome on board a margine, con cui Tom stesso ci invita, seduto in poltrona, alla rinnovata magia del rito della visione in sala: “Siamo entusiasti che siate venuti qui!”). 

    Il suo Maverick resta comunque un unicum, ed è un preciso scambio di battute a rimarcare la singolare eccezionalità del personaggio: “Non mi piace quella faccia, Mav”. “È l’unica che ho”. Diversamente dall’altro alter ego del comparto action cruisiano: l’agente dell’impossibile Ethan Hunt, che nelle sue ormai decennali sortite in missione altro non ha fatto che cambiare facce di lattice fino al parossismo, in quelle maschere indossate a ripetizione per confondere il nemico. 

    LA GUERRA DEI MONDI (CINEMATICI)

    Lontano da trucchi eccessivi e dall’abuso scriteriato di effetti speciali, Top Gun: Maverick decanta un cinema della resistenza dei corpi vintage che si rattoppano e non ci stanno ad essere accantonati e sorpassati, restando allacciati alla ferma azione dell’individuo fatto solo di carne, lacrime, nervi, sudore e reattività (“Non pensare, agisci!”, la regola fondamentale, americana a ventiquattro carati, che fa piazza pulita delle riflessioni non richieste). Proprio mentre quest’ultimo, come lo spettatore, è sempre più sospinto nel vortice dispersivo delle immagini a insostenibile velocità, nella tonitruante confusione del cinema contemporaneo. Una trasvolata, quella di Cruise, che si mette di traverso allo stile e alla filosofia dominanti, per difendere un cinema che rischiamo di vedere disperso, risucchiato nei fantasmagorici quanto insipidi ingorghi fumettistici del multiverso dei blockbuster fotocopia, che dimenticano la resa del brivido a pelle d’oca di uno spettacolo ingenuamente avventuroso, tamarro il giusto (il team-building con il football sulla spiaggia e i pettorali dorati al sole), difettosamente umano e smaccatamente popolare. Per questo riprende servizio il mascellone smargiasso di Maverick/Cruise. Ma per quanto ancora?

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  • RECENSIONE NOSTALGIA – IL PASSATO DISTRUGGE IL PRESENTE

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    Dopo il successo di Qui rido io, Mario Martone torna al cinema tra squilli di tromba: il suo Nostalgia, adattamento del libro omonimo di Ermanno Rea con protagonista Pierfrancesco Favino, è l’unico film italiano ad essere stato selezionato per concorrere al Festival di Cannes.

    Favino interpreta Felice Lasco (da adolescente nella parte c’è Emanuele Palumbo), uomo di mezza età originario di Napoli, più nello specifico del Rione Sanità, andatosene giovanissimo su incitamento dello zio. Felice ormai vive da quarant’anni fuori dal proprio paese, tra Medio Oriente e Africa. Tornato per occuparsi della vecchia madre (una commovente Aurora Quattrocchi), Felice inizia ad essere preso dalla nostalgia per la propria terra e per il proprio passato, in particolar modo per il suo compagno d’adolescenza, Oreste (Tommaso Ragno da adulto, l’attore di origini ucraine Artem da adolescente). Ma il suo amico non è più quello che ricordava: ora Oreste è ‘o Malommo, il boss che terrorizza il Rione, e nemico di Don Luigi Rega (Francesco Di Leva), che ha accolto con affetto Felice e lo propone come modello ai giovani napoletani. 

    NAPULE È

    Come nel precedente Qui rido io e come in altri suoi film, Martone gira nella sua terra di origine, Napoli. Se nella sua ultima pellicola, però, si era dedicato a una ricostruzione storica attenta e sontuosa del capoluogo campano dei primi del Novecento, qui si dedica al Rione Sanità, affascinante pur nella sua miseria: i citofoni non funzionano, le famiglie sono costrette a spacciare per sopravvivere e vivono in appartamenti gestiti dalla mafia… persino la pizza, simbolo per eccellenza di Napoli, non è altro che un piatto da offrire ai turisti, che lo mangeranno poi con forchetta e coltello. Tuttavia, sotto la miseria si nascondono magnifiche catacombe e nella corruzione si erge la comunità di Don Luigi, che cerca di portare molti giovani fuori da difficili situazioni familiari, offrendogli un futuro. 

    Felice diventa fondamentale per gli scopi del prete, il quale, lungi dall’essere integro quanto vuol far credere, lo usa come dimostrazione del fatto che la vita sia possibile fuori da Napoli. Curiosamente, mentre Don Luigi insiste sulla necessità di allontanarsi dal Rione per riuscire ad avere successo, parallelamente il protagonista comincia a provare fascinazione nei confronti della propria città di origine. La “conversione” di Felice, che arriva al Rione quasi come estraneo e lentamente si reintegra, è accompagnata dal ritorno al dialetto napoletano: se inizialmente il protagonista si esprime con un forte accento riconducibile alla sua lunga permanenza all’estero (accento che, nonostante l’interpretazione di Favino, sempre ottimo, risulta a tratti distraente), col passare del tempo tornerà a usare la lingua della sua infanzia. Non è forse casuale il fatto che uno dei primi momenti di ritorno all’uso del dialetto sia quando Felice rievoca un evento traumatico del suo passato, quello che ha causato l’allontanamento dalla propria terra: la lingua è forse una barriera posta inconsciamente per separarsi dal ricordo e dall’uomo che era precedentemente? 

    “LA CONOSCENZA È NELLA NOSTALGIA…”

    Uno dei temi più importanti della pellicola è quello del passato e della sua influenza sul presente. Come la Giancaldo di Nuovo Cinema Paradiso era per il protagonista Salvatore luogo della memoria, uguale a distanza di anni, e al contempo prigione, così la Napoli di Nostalgia dopo quattro decenni è la stessa nella mente del protagonista. La sua immagine riporta a galla ricordi rigettati, positivi e negativi, che lo convinceranno a prolungare la sua permanenza più del necessario.

    Il passato viene rievocato con un semplice ma efficace espediente registico: immagini in 4:3 con colori molto vividi che rimandano sia alla tecnica di ripresa del tempo sia alla “luminosità” di questi ricordi nella mente del protagonista. Non per nulla, quando le vicende rammentate si fanno più cupe anche la gradazione dei colori diventa più oscura e al momento traumatico di cui sopra corrisponde un ritorno al formato 16:9.

    Protagonista assieme a Felice di queste scene ambientate nel passato è Oreste. L’amicizia tra i due è uno dei pilastri della storia e una delle maggiori influenze per le scelte del protagonista. Il film crea paralleli tra questi personaggi con delle eleganti contrapposizioni di inquadrature che li vedono in situazioni simili ma con effetti diversi, sottolineando la loro vicinanza e, al contempo, come le loro vite abbiano preso traiettorie diverse a seguito di uno stesso momento decisivo. Tuttavia, Oreste non è mai abbastanza approfondito per lasciare un segno: nei ricordi è una nebulosa personificazione della bellezza dell’adolescenza, nel presente un boss dai tratti stereotipati, in entrambi i casi un fantasma più che un personaggio tridimensionale. Con Favino non c’è né il tempo né la chimica per rendere il rapporto tra i due personaggi credibile, pur trattandosi, almeno in teoria, di uno dei pilastri del film.

    Altri rapporti interpersonali, in Nostalgia, risultano ugualmente poco sviluppati, in particolar modo quello tra il protagonista e la moglie, un personaggio che esiste solo in funzione del marito. Ma d’altronde, il film riguarda, come da titolo, la nostalgia e non l’attualità, nostalgia attraverso cui Felice legge il proprio presente in una pratica pericolosa e ingenua che ne influenzerà inevitabilmente il futuro. Forse la scelta di non far mai intervenire direttamente la moglie di Felice né, più in generale, persone non legate a Napoli e alla sua adolescenza, sta a significare che non c’è spazio per il presente, in un mondo dominato dal passato? 

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  • RECENSIONE HALO – LA SERIE CHE NON CI MERITIAMO MA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

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    Il 2001 fu un anno d’oro per i videogiocatori, tra grandi ritorni come GTA 3 o Metal Gear Solid 2 e nuove IP che avrebbero poi contribuito a creare la storia videoludica, come Max Payne, Ico e Devil May Cry. Tra quest’ultime si fece strada anche il primo capitolo di quella che sarebbe poi diventata un’esclusiva ammiraglia della console di casa Microsoft: Halo Combat Evolved. Sparatutto in prima persona, settato nello spazio con ambientazioni sci-fi libere di essere esplorate grazie a mappe molto grandi ed aperte, senza contare l’elemento per molti fondamentale: il protagonista, Master Chief, guerriero corazzato dotato di una forza e velocità sovrumana, il cui compito era quello di spazzare via intere armate di alieni. In parole povere, la sensazione era di andare in guerra a bordo di un carro armato contro degli uomini primitivi. 

    Capostipite di una saga che, come accennato poco fa, sarebbe poi diventata il gioiello di punta delle XBOX, tanto da contare oggi all’attivo 12 videogiochi più numerosi libri di narrativa ed approfondimenti sull’universo narrato. Era quindi solo questione di tempo prima che un videogame così spettacolare e celebre decidesse di approdare al cinema, ma il tutto si rivelò un’impresa tutt’altro che semplice. Se già dal secondo capitolo si può vedere l’intento di rendere ancora più cinematografica l’esperienza, anche grazie ad una campagna marketing composta da video in live action con attori veri e propri, l’idea di girare un vero lungometraggio arrivò in concomitanza del terzo capitolo nel 2007, per il quale venne preso in considerazione come regista Neil Blomkamp (District 9, Elysium), che si “mise subito alla prova” girando Halo Landfall, cortometraggio che doveva fungere come punto di partenza per un film che però sfortunatamente non vide mai la luce (ricordando da vicino quanto successe poi anni dopo con il suo Alien 5, che probabilmente non vedremo mai).

    Vennero poi realizzate una serie animata dal sottotitolo Legends ed una webserie chiamata Forward Unto Dawn che doveva fungere da apripista per il quarto capitolo del franchise e come punto di partenza per un eventuale film, che però ancora una volta non arrivò mai oltre le fasi preliminari. La luce in fondo al tunnel venne finalmente raggiunta, con l’ideazione di un progetto non più da visionare sul grande schermo delle sale cinematografiche, ma sul piccolo schermo (se ancora può così definirsi) delle nostre case. Pubblicata con cadenza settimanale sulla piattaforma streaming Paramount+ (arrivata da noi in Italia su Sky Atlantic e Now TV), Halo La serie si è conclusa giovedì 19 Maggio. Sarà valsa la pena aspettare tutto questo tempo oppure, come per buona parte delle produzioni così tanto travagliate, ci siamo ritrovati davanti ad un prodotto pieno di problemi?

    EPOPEA SPAZIALE DA MANUALE

    In un lontano futuro, l’umanità vive nello spazio e viaggia utilizzando navicelle spaziali, creando stazioni orbitali e colonizzando pianeti. Non possono poi mancare le rivolte dei ceti più poveri dei pianeti minerari o considerati “di secondo piano” e l’inevitabile guerra contro le altre specie che popolano l’universo. Una base estremamente semplice, forse abusata, ma che ancora oggi funziona alla perfezione. Il protagonista delle vicende è John 117, conosciuto con il nome di battaglia di Master Chief e capo del Silver Team, manipolo di guerrieri geneticamente e biologicamente avanzati ed estremamente abili nel combattimento che prendono il nome di Spartans e che indossano tostissime armature super tecnologiche. Dove però il videogioco si fermava, fornendoti queste poche informazioni e lanciandoti subito al centro dell’azione, la serie sembra voler percorre binari leggermente diversi. Bisogna infatti aspettare quasi la metà del primo episodio per poter vedere per la prima volta Chief (tra l’altro con un’entrata in scena spettacolare e dall’alto tasso adrenalinico), poiché la serie preferisce subito mettere le cose in chiaro: per quanto possano in alcuni casi assottigliarsi di parecchio, la serialità televisiva (come il cinema) e il mondo dei videogiochi seguono regole diverse e il team creativo dietro la serie ha deciso di fare una scelta per molti ovvia ma allo stesso tempo coraggiosa, ovvero di non seguire pedissequamente il materiale d’origine e di creare invece una propria storia, con i propri tempi e le proprie storie e narrazioni. 

    Con le sue nove puntate (ancora lontane dalla massiccia durata delle serie inizio anni 2000 con più di venti episodi a stagione, ma comunque sopra la media rispetto alla norma), la serie si prende tutto il suo tempo per raccontare una storia innanzitutto sull’uomo, sulle emozioni che prova, sui legami che può formare, su ciò che gli è di più caro, ma anche sui suoi numerosi difetti. In questo la serie pone i Covenant, l’unione di specie aliene che dichiara guerra all’umanità, ed i loro obiettivi quasi in secondo piano, ponendo l’accento sui personaggi umani e sui loro drammi. Si focalizza in primis su un John sempre meno macchina di morte e tuttavia più conscio di sé stesso mano a mano che la serie avanza, passando poi per la ribelle Kwan Ha, simbolo di una rivoluzione “proletaria” destinata a fallire, la dottoressa Elizabeth Halsey, disposta a sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi scientifici e di superare i limiti umani, fino a Mekee, umana “adottata” dai Covenant e che giura vendetta contro la sua stessa razza, il tutto senza dimenticare gli altri Spartans, tra cui spicca senza dubbio Kai, con i suoi drammi morali e di riscoperta di sé stessa, e l’intelligenza artificiale Cortona.

    VIVERE LO SPAZIO

    Dal punto di vista narrativo, preme sottolineare come non ci si ritrovi comunque davanti a nulla di innovativo, il tutto procede su binari molto classici portando anche all’inserimento di qualche elemento che sembra di troppo (un esempio è la gestione di Vinsher, classico villain macchiettistico e stereotipato che, se adeguatamente approfondito, avrebbe potuto donare molto di più), ma senza mai generare veramente quella sensazione di esagerazione, accompagnando lo spettatore e permettendogli di adattarsi alle “regole del gioco” e mantenendosi complessivamente su ottimi standard. Il tutto viene sicuramente aiutato da un ottimo cast, capitanato dal canadese Pablo Schreiber (che diversi ricorderanno come Mad Sweeney in American Gods) che presenta qui un’ottima prova attoriale apparentemente statica e capace tuttavia di toccare alte vette emotive. Assieme a lui anche Charlie Murphy, Kate Kennedy, Natascha McElhone ed il resto del cast riesce a donare la giusta impronta ai vari personaggi, principali o secondari che siano.

    Registicamente la serie si attesta su un ottimo livello, alternando dietro la macchina da presa Otto Bathurst (regista di Robin Hood – L’origine della leggenda, ma anche di alcuni episodi di serie come Black Mirror, Peaky Blinders e His Dark Materials), Roel Reiné, Jonathan Liebesman e Jessica Lowrey, che mettono in scena scenari mozzafiato e con un altro grado di iconicità assieme ad alcune scene d’azione, poche ma ben inserite, di ottima fattura. Al tutto si aggiunge un’ottima CGI, capace di arricchire le scenografie e di dare volto alle varie razze aliene con un dettaglio ai limiti dell’incredibile, mostrando invece il fianco nel mettere in scena alcune movenze super-umane degli Spartans (sempre però rimanendo nella sfera del godibile).

    CONCLUSIONI

    Con un prodotto per la televisione, Halo ottiene finalmente il suo tanto agognato adattamento in live action, anche se forse non è quello che molti fan si aspettavano. Lasciando alla sua controparte videoludica l’azione e le esplosioni senza fine, questo prodotto si presenta come un’epopea spaziale al cui centro ruota la scoperta dell’umanità e dei suoi pregi e difetti, il tutto con una buona regia ed una CGI di ottima fattura pur con qualche sbavatura, che, assieme ad un ottimo cast capace di far empatizzare con i vari personaggi, creano un universo semplice, ma mai banale e di cui vorremmo vedere sempre di più.

    Pur non trattandosi di qualcosa di innovativo questa produzione si mostra come un faro luminoso nel marasma di prodotti seriali privi di mordente e ricchi soltanto di fan service, capace di far rimanere accesa la speranza che, al giorno d’oggi, possiamo ancora sperare in serie tv scritte in maniera intelligente e consona.

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  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • RECENSIONE GENERAZIONE LOW COST– FREGARSENE DI NON ARRIVARE IN TEMPO

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    Julie Lecoustre e Emmanuel Marre per il loro esordio cinematografico scelgono di ritrarre un’istantanea, dai tratti documentaristici, delle difficoltà di lavorare nell’indifferenza impersonale di una grande compagnia. 

    Tutte le emozioni che hai, devi lasciarle dietro di te. Non pensare alla tua vita personale, non pensare a nulla che ti possa turbare. Concentrati, non c’è passato né futuro.

    Rien à foutre o Zero fucks given, comunque lo si preferisca chiamare per evitare di utilizzare il titolo scelto per la distribuzione italiana che rischia di declassarlo ingiustamente ad una commedia dai toni paternalistici, segna l’esordio alla regia di Emmanuel Marre & Julie Lecoustre. Il film, presentato al Festival di Cannes 2021 e alla 39esima edizione del Torino Film Festival e distribuito in anteprima da MUBI, si inserisce perfettamente in un filone cinematografico francese che sembra essersi arricchito proprio in questi mesi, quello sul mondo del lavoro e della precarietà. 

    A metà strada tra l’approccio documentaristico con riprese da telecamera in spalla ai limiti del pedinamento – stile sviluppato dai fratelli Dardenne, famosi registi belgi – ed una costruzione più intimista del racconto che ricorda Sofia Coppola, Zero Fucks Given si presenta come un film incerto sulla direzione che vuole intraprendere, proprio come la sua protagonista. Cassandre ha 26 anni, lavora per una compagnia aerea low cost con base a Lanzarote e se il lavoro dell’assistente di volo può sembrare affascinante, le condizioni di lavoro in una low cost non lo sono affatto. I voli non raggiungono mete affascinanti, l’andata e il ritorno sono quasi sempre in giornata e i dipendenti sono spinti a vendere insistentemente prodotti extra sul volo dato che il guadagno per la compagnia è scarso dato il costo dei biglietti. Cassandre sta affrontando quella che si potrebbe definire una quarter life crisis, ma non ha il tempo e la voglia di pensarci e preferisce portare avanti le sue mansioni in una quotidianità che diventa robotica e ripetitiva tra scali, incontri occasionali su app di dating, nottate passate in discoteca e momenti di profonda solitudine. 

    Emmanuel Marre è partito proprio da una sensazione simile ispirata in lui da uno spaccato di vita reale. Il regista si trovava su un volo Ryan Air direzione Maiorca, seduto di fronte alla fila riservata alle assistenti di volo quando nota che una di queste sembra essere particolarmente turbata, assorta nei suoi pensieri. L’hostess richiamata dal suono del campanello che annunciava l’inizio del servizio, si è poi slacciata la cintura e resettando ogni emozione sul volto ha sfoggiato davanti ai clienti un sorriso perfetto

    Da queste premesse sarebbe facile pensare che il film possa cadere nella trappola della retorica, ma i due registi riescono a mantenere un elegante equilibrio all’interno della storia.

      «Non volevamo ricorrere al cliché di denunciare la vita moderna come una “non vita”. Dicono che il mondo digitale ci taglia fuori dalla vita reale, ma nel mondo digitale, attraverso le app di appuntamenti, puoi anche trovare scintille di vita, e non sono meno preziose delle altre. Non volevamo filmare l’assenza di incontri, ma l’impossibilità di avere un incontro davvero significativo. Cassandra vede le persone tutto il tempo e con ognuna potrebbe succedere qualcosa»

    Cassandre infatti non si sottrae, vive le esperienze che le si presentano davanti, ma tutto passa senza lasciare traccia e lo sradicamento diventa così uno stile di vita. Questo non esclude però la ricerca di una condizione migliore, una volontà che al contrario è presente e che notiamo, per esempio, quando Cassandra osserva ammirata le elegantissime hostess di Emirates. Questo slancio non si trasforma mai in un’esigenza gridata, mantenendo una chiave low che diventa cifra del film stesso

    Se infatti durante prima parte pensiamo di assistere ad un film di denuncia sulle tracce di Ken Loach e degli stessi fratelli Dardenne, in cui la protagonista si batte contro un sistema lavorativo alienante e ingiusto, ci accorgiamo che non è così quando Cassandre e alcune colleghe si imbattono in un corteo di protesta e alle sollecitazioni di un sindacalista una di loro risponde: “Non ho tempo per la rivoluzione”, parole manifesto di una generazione. Nella seconda metà invece il sentimento del film cambia, avviene un ripiegamento nella dimensione privata di Cassandra che si dimostra essere altrettanto complicata rispetto a quella lavorativa. 

    Il licenziamento da parte di Wing, che non le perdona un atto di empatia nei confronti di una passeggera in difficoltà, la costringe a ritornare nell’ambiente familiare dal quale stava cercando di fuggire per mettere una distanza, almeno fisica, al dolore causato dalla morte della madre. Questo sconvolgimento emerge ancora una volta da una scena breve, apparentemente poco rilevante, quando un call centre contatta Cassandre per modificare il suo piano telefonico ma non riesce ad attuare la modifica perché il telefono è intestato ancora alla madre. 

    Questo slittamento tra film di denuncia e dramma intimo produce singoli momenti, singole scene, pregne di significato che nell’insieme non contribuiscono però a fornirci una chiave unica di lettura. Infatti, non è questo l’intento neanche nei confronti della protagonista, con la quale siamo spinti ad empatizzare senza per forza dover comprendere la natura delle sue scelte o cosa pensi realmente della sua situazione. 

    Certo è che a mantenerci incollati agli sviluppi di questo film, dal ritmo a tratti altalenante, è proprio Adèle Exarchopoulos che, circondata da un cast composto da vero personale di una compagnia aerea, dona al suo personaggio una sincerità che si rispecchia su un volto in cui convivono tratti infantili ed enigmatici

    Se l’avevamo conosciuta con Blue is the warmest colour, qui il blue rimane assumendo un’altra sfumatura, quella della tristezza, che è tuttavia capace a suo modo di essere calorosa proprio perché abitata da un personaggio in divenire, le cui frequenti oscillazioni lasciano spazio alla possibilità di vedere paesaggi migliori. 

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