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  • RECENSIONE GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY – IL PEGGIO DEI BIOPIC

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    Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sembrava il film perfetto per un regista come Lee Daniels: il regista di Precious(2009) e The Butler (2013) ha fatto sua una storia di razzismo e scontro con le autorità come la travagliata esistenza di Billie Holiday.

    E senz’altro Lee Daniels ha fatto sua la causa civile che la figura di Billie Holiday porta inevitabilmente con sé: peccato che, nel farlo, si sia perso per strada il film.

    LA STORIA (CONFUSA E SUPERCIFIALE) DI LADY DAY

    Con il pretesto di un’intervista del 1957 (un superfluo espediente narrativo di cui la narrazione si dimentica ben presto), il lungometraggio percorre alcuni anni salienti della carriera e della vita di Lady Day, segnati dalla persecuzione da parte del governo degli Stati Uniti, preoccupato per la carica rivoluzionaria di Strange fruit canzone di protesta contro i linciaggi perpetrati nei confronti della popolazione afroamericana, cui segue un arresto e una vita tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’FBI.

    Qui si può già riscontrare uno dei problemi più grandi del film: la sua scansione temporale. La scelta di coprire un ampio arco di tempo è un azzardo nel genere biopic, perché il rischio di trattare in modo superficiale i singoli momenti a favore del quadro generale togliendo così spessore a entrambi è sempre dietro l’angolo. Il film purtroppo non sfugge a questa trattazione superficiale: nonostante il tentativo di collegare tra loro le varie e numerose sottotrame la dipendenza dalla droga e dai mariti violenti, la persecuzione da parte dell’FBI, il rapporto con il tormentato agente Jimmy Fletcher nessuna lascia veramente il segno, perché tutte sono trattate come se fossero la trama principale mentre nessuna lo è veramente. Soprattutto c’è poca consequenzialità nel comportamento dei personaggi secondari, che cambiano motivazioni e rapporti da una scena all’altra senza una reale ragione o meglio, le ragioni vengono spesso trascurate o espresse in forma di spiegoni.

    STRANGE FRUIT

    Ma non è tutta colpa della sceneggiatura di Suzan-Lori Parks; la regia di Lee Daniels appare con poche eccezioni sbilanciata tra intensa partecipazione emotiva e tentativo di restare distaccata: il risultato è la mancanza di una direzione precisa, di un punto di vista univoco. Questo è evidente anche nelle scene musicali, dirette e montate senza guizzi e per la maggior parte insignificanti ai fini del senso della storia. L’idea di una musica capace di smuovere le coscienze rimane questo: un’idea, spesso vagheggiata ma raramente messa in pratica in modo convinto all’interno della storia. Alla complessiva mediocrità della messa in scena la regia prova malamente a compensare con scelte artistiche bizzarre o fuori luogo improvvise accelerazioni della velocità, ingiustificate inquadrature in bianco e nero.

    Per tutto il film restano costantemente di buon livello la fotografia di Andrew Dunn e i costumi di Paolo Nieddu, ma soprattutto l’ottima prova di Andra Day (nonostante il monocorde doppiaggio italiano di Alessia Amendola), imprigionata in un ruolo con poco spessore ma meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista nel 2021 nonché autrice, insieme a Raphael Saadiq, della canzone originale Tigress & Tweed presente nella soundtrack del film. Tutto il resto del film, dalla regia alle interpretazioni secondarie compreso uno spaesato Trevante Rhodes e un monotono Garrett Hedlund è molto al di sotto delle capacità di tutte le persone coinvolte, non tanto per mancanza di passione nei confronti del soggetto quanto per una perenne indecisione e confusione nella trattazione dello stesso; non a caso, i momenti migliori del film sono quelli in cui si libera dalle trappole delle convenzioni dei biopic e punta tutto sulla rabbia nei confronti della situazione sociale descritta. Spicca in particolare la lunga sequenza onirica che ripercorre l’infanzia di Billie Holiday e prosegue con il ritrovamento casuale di una famiglia afroamericana distrutta dai suprematisti bianchi: la visione allucinata di un’America da incubo, dell’orrore del suprematismo bianco sempre dietro l’angolo e della disperazione di un’anima tormentata fin dall’infanzia. Una sequenza che lascia a bocca aperta, diretta e interpretata benissimo, di tale efficacia, rabbia e potenza espressiva da far notare ancora di più queste clamorose assenze per tutto il resto del film.

    UN BIOPIC DELUDENTE

    Ed è quindi un vero peccato dover constatare che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sia probabilmente uno dei peggiori biopic di recente memoria: un guscio esteticamente interessante ma vuoto e noioso a causa del suo ritmo discontinuo; un film incapace di rendere giustizia non solo alla persona di cui, nel tentativo di offrirne un ritratto imparziale, vengono mostrati soprattutto i vizi e ben poco di ciò che la rendeva così speciale, ma anche e soprattutto all’indignazione civile che muove il film nei confronti del razzismo sistemico di ieri e di oggi.

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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA – CINEFUMETTO D’AUTORE (?)

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    A circa cinque mesi dalla sua apparizione in Spiderman – No Way Home (Jon Watts, 2021), Benedict Cumberbatch torna a vestire i panni dello stregone Steven Strange nel secondo film a lui interamente dedicato. 

    Secondo la schedule originale, questo secondo capitolo doveva in realtà arrivare nelle sale molto prima, in quanto era stato pensato come il film che avrebbe introdotto lo spettatore al concetto di multiverso, tema che sarebbe stato poi approfondito con la serie Disney+ Loki ed il terzo film dedicato al tessiragnatele Peter Parker. Come ben sappiamo, però, c’è stata un’inaspettata pandemia di mezzo che ha portato Disney a pianificare da zero tutta la Fase 4 dell’MCU (che comprende tutti i prodotti audiovisivi targati Marvel in uscita dopo Spiderman – Far From Home (Jon Watts, 2019)). L’uscita di questo film viene fatta slittare, dunque, fino ad oggi, Maggio 2022. Altro grande cambiamento riguarda il regista: la direzione della pellicola è passata dalle mani di Scott Derrickson, regista del primo capitolo che ha deciso di lasciare la produzione per “divergenze creative”, a quelle di Sam Raimi, tornato a dirigere un cinefumetto Marvel dopo la sua trilogia (antecedente al Marvel Cinematic Universe) dedicata al personaggio di Spiderman interpretato da Tobey Maguire.

    Sarà riuscito Sam Raimi nell’impresa di unire la sua poetica con gli stilemi classici dell’MCU? 

    UN CLASSICO CINEFUMETTO

    Le vicende si aprono in medias res all’interno di una dimensione “magica”, con una variante di Strange intenta a combattere un misterioso demone assieme ad una giovane ragazza, anch’essa dotata di poteri. Ritrovatosi in pericolo, Strange sceglie – come siamo ormai stati abituati in tutte le sue apparizioni – il male minore cercando di rubare i poteri alla ragazza per poterli controllare e “salvare il multiverso”. Nulla va, ovviamente, nel verso da lui auspicato e la ragazzina, scopertasi essere la potentissima America Chavez capace di aprire varchi nel Multiverso, riesce a scappare teletrasportandosi in un altro universo, quello da noi finora conosciuto, dove assieme al “nostro” Doctor Strange e al fidato Wong partirà per un viaggio interdimensionale alla ricerca di un magico libro che può salvarle la vita e fermare i demoni che le danno la caccia.

    Una storia all’apparenza complessa e contorta, ma che si rivela essere estremamente semplice ripresentando i vari elementi tipici delle sceneggiature Marvel dell’ultimo periodo, con lunghi momenti didascalici e tanti “spiegoni” (forse troppi). Tuttavia si è lontani anni luce dalla pochezza narrativa dell’ultimo film su Spiderman. Qualche increspatura si trova anche in questa pellicola, ma è lodevole il tentativo da parte del team di sceneggiatori di non soffermarsi su una banale sequela di citazioni e varianti di personaggi dei vari multiversi, cercando di approfondire una certa caratterizzazione dei personaggi, con Strange che vuole risolvere a tutti i costi la situazione utilizzando anche metodi estremi (e questo vale per tutte le sue versioni seppur con le dovute differenze) e Wanda che – interpretata da una Elizabeth Olsen estremamente in parte – si imbarca in una morbosa ricerca dell’unità familiare, alla riscoperta anche del suo ruolo come “madre”. 

    Trovano spazio approfondimenti anche su America Chavez,  interpretata da una convincente Xochitl Gomez e che ci viene introdotta con semplici ma fondamentali nozioni sul suo passato, e Mordo, a cui presta le sembianze sempre Chiwetel Ejiofor con una nuova capigliatura ma che, purtroppo, si dimostra essere il meno interessante ed approfondito tra i personaggi secondari. 

    Il tutto, va comunque ricordato, viene esposto in fase di scrittura in un modo decisamente semplicistico. Viene naturale chiedersi se non fosse stato possibile investire maggiore attenzione e tempo in una caratterizzazione più approfondita di questi supereroi.

    IL RITORNO DI RAIMI

    Portata a termine la visione, l’istinto ci porta a gridare “Raimi is back!”, ma risulta doveroso fare una precisazione: qui non si è di fronte al nuovo film di Sam Raimi, bensì ad un nuovo film del MCU diretto da Sam Raimi. Come detto sopra, gli stilemi Marvel sono tutti presenti, soprattutto sul piano narrativo, imbrigliando il regista in uno schema già prefissato. Ciò non toglie, però, che la mano del regista è ben presente, soprattutto lì dove che ha avuto maggiore libertà creative: i fan delle sue opere passate troveranno moltissimo autocitazionismo, da zoom veloci ed improvvisi su porte che si chiudono improvvisamente, a morti che escono dal terreno fino alle tipiche inquadrature in piano olandese o all’utilizzo della “soggettiva del male”.

    Marcata è soprattutto la componente horror in cui, specialmente nella seconda metà del film, Raimi sembra aver spinto sull’acceleratore. Rimanendo nei canoni di un prodotto pensato per un pubblico prettamente giovanile (in America la pellicola è stata classificata PG-13), ci si ritrova davanti a numerosi momenti di tensione, anche grazie ad un sapiente uso delle luci e dei colori – ottima risulta infatti la fotografia curata da John Mathieson che passa da ambientazioni più calde e accese ad altre più fredde senza però risultare mai banale – e usufruendo di stilemi classici del cinema dell’orrore, come i jumpscare o la fuga dal mostro. Piccola parentesi va anche dedicata alla gestione dei vari camei, proposti come attrazione che farà felice più di un fan ma che Raimi decide di gestire in una maniera decisamente “bizzarra”, e all’utilizzo geniale della colonna sonora curata da Danny Elfman, storico collaboratore del regista.

    CONCLUSIONI

    Con Doctor Strage nel Multiverso della follia ci si ritrova davanti ad uno dei prodotti più interessanti della nuova fase dell’universo Marvel, che però è al contempo uno tra i capitoli più divisivi. La classica struttura narrativa Marvel, con tutte le varie problematiche che si trascina dietro, affiancata ad un regista che mette tutto sé stesso (letteralmente) all’interno della pellicola, porta alla nascita di un prodotto che molti ameranno ma che altrettanti disprezzeranno. Uno spartiacque che, una volta conclusa la visione, vi porterà a due opzioni: accettare che la Marvel sia questa e che, se accompagnata e guidata da personalità autoriali, può donare prodotti sicuramente non perfetti ma comunque estremamente godibili, oppure dirle definitivamente addio e chiudere i rapporti con essa. 

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  • RECENSIONE SETTEMBRE – IL MESE DEI NUOVI INIZI

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    Risaliva a ben sei anni fa l’ultima interpretazione attoriale di Giulia Steigerwalt, più precisamente al 2016 dove compariva ne Il giorno più bello di Vito Palmieri, mentre solo lo scorso anno figurava come sceneggiatrice in Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano (anche se in molti la ricorderanno per la sceneggiatura de Il Campione, di Leonardo D’Agostini). Quello che mancava alla prolificità e versatilità di Steigerwalt era l’esperienza dietro alla macchina da presa: ecco che arriva Settembre, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution. No, non stiamo parlando dell’omonimo film del 1987 di Woody Allen – uno dei suoi più bergmaniani e dimenticati – anche se sentiamo gli echi del suo impianto corale e della messa in scena perlopiù teatrale; infatti è curioso mettere a confronto le due opere, per il diverso approccio dei due autori a quel clima settembrino che, probabilmente ciascuno di noi – e con le sue declinazioni personali –, respira e vive ogni anno.

    Settembre narra le storie intrecciate di personaggi in cerca di felicità a partire da quella di Maria (Margherita Reggiani) che, di ritorno dalle vacanze estive, scopre con sorpresa di essere stata finalmente notata dal ragazzo per cui ha da sempre un debole. Eppure con altrettanto stupore scoprirà che sarà con Sergio (Luca Nozzoli), il ragazzo col compito di metterli in comunicazione, che si avventurerà per la prima volta dentro alle effusioni della prima adolescenza. Nel frattempo la madre di Sergio, Francesca (Barbara Ronchi), a seguito del delicato referto di una visita medica che ha profondamente scosso e cambiato la visione della sua vita, entra sempre più in intimità con l’amica Debora (Thony). Sarà proprio il suo medico Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio, che svetta su tutti) il primo a cui Francesca confesserà questo nuovo autentico e inaspettato legame omosessuale. I due si incontrano casualmente nel bar che lui è solito frequentare per lasciarsi alle spalle la separazione con la moglie, frattura che lo ha lasciato a un vita dove l’unico vero contatto pare essere quello con Ana (Tesa Litvan), prostituta diciannovenne dal carattere cinico e dal passato difficoltoso, con cui ha una frequentazione stabile; a chiudere questo bizzarro cerchio di nuove scoperte interiori è quest’ultima, Ana, che attraverso l’innamoramento con Matteo (Enrico Borello), un ragazzo del quartiere, risveglierà in Guglielmo quella spinta emotiva in grado di dare nuove direzioni alla sua vita.

    Non è mai troppo tardi per realizzare i nostri sogni: settembre è il mese migliore per dare inizio al nostro riscatto, perché l’autunno è la stagione dei nuovi inizi. Come un fulmine a ciel sereno tutti i protagonisti di Settembre si accorgono che fino a quel momento hanno condotto una vita infelice, che non sentivano propria. Non avevano vissuto, ma si erano guardati vivere.

    Tutto questo, nell’esordio alla regia di Steigerwalt è trasposto attraverso dei caratteri sinceri e scritti in punta di penna: un’opera corale dove i personaggi insoddisfatti sono alla ricerca di rapporti nuovi, puri e autentici, che non troveranno nel futuro programmato ma nell’inaspettato e soprattutto nella forza delle relazioni umane più spontanee. È vero che ci si lascia a qualche didascalismo di troppo (soprattutto nel finale e nell’utilizzo delle musiche), ma l’ironia frizzante arriva sempre al punto giusto e le recitazioni sono tutte credibili e convincenti. Da anni non apparivano sugli schermi italiani delle interpretazioni giovanili così genuine, come il cuore dei loro personaggi; non è scontato che si tocchino con così giusto e sorprendente tatto l’educazione sessuale e i primi approcci adolescenziali.

    La ricerca della spontaneità forse cozza con l’impianto registico quasi teatrale e ampiamente impostato, ma la forza sta nella sceneggiatura, che regala note acri miste a sane risate che non rasentano mai il ridicolo o il banale.

    In anni in cui continuano ad essere prodotte e commercializzate commedie come Il sesso degli Angeli di Leonardo Pieraccioni, Settembre è una bella ventata d’aria fresca per gli spettatori. O perché no, come uno spritz del tardo venerdì pomeriggio.

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  • RECENSIONE COMPETENCIA OFICIAL – FINALE A SORPRESA: UNA COMMEDIA SATIRICA SUL NARCISISMO DELL’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA

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    Competencia Oficial, terzo lungometraggio risultato del sodalizio tra Mariano Cohn e Gastón Duprat, è una commedia satirica metacinematografica che, esplorando il rapporto tra personaggio e attore, riflette sull’egocentrismo che abita il mondo dello spettacolo. Il film è stato presentato alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia e non poteva del resto mancare questa occasione, in primo luogo per l’inevitabile parallelismo con il titolo e in secondo luogo per la platea ideale di spettatori a disposizione, i frequentatori di festival o meglio ancora gli addetti ai lavori. Chi meglio di loro infatti può ridere (si potrebbe aggiungere: ma anche riflettere) sulle debolezze messe in scena?

    Il duo di registi argentini non era nuovo alla manifestazione, dove aveva già partecipato nel 2016 con Il cittadino illustre, valso la Coppa Volpi a Oscar Martínez, co-protagonista a sua volta anche di questa pellicola insieme a due degli attori spagnoli più acclamati, Penelope Cruz e Antonio Banderas. Tornano quindi con un film che conferma la volontà di riflettere sul senso stesso dell’arte come cifra stilistica. Se ne Il cittadino illustre era la letteratura a interpretare il ruolo di protagonista, questa volta è proprio la settima arte

    Un anziano magnate dell’industria farmaceutica riflette su come lasciare una traccia significativa della sua esistenza e nell’indecisione tra realizzare un ponte affidato ad un grande nome dell’architettura e un film opta per quest’ultimo. Il miliardario non bada a spese e, una volta acquistati i diritti del romanzo Rivalidad, vincitore del premio Nobel, chiama a dirigere l’opera Lola Cuevas, regista indipendente acclamata dalla critica. 

    Il romanzo racconta il rapporto tra due fratelli, Pedro e Manuel, caratterizzato da una spietata rivalità che sfocia in tragedia. Lola, giocando proprio sugli opposti, sceglie di ingaggiare due attori tanto famosi quanto diversi. Se Félix Rivero (Antonio Banderas) ha ottenuto successo in tutto il mondo e si è trasformato in un divo hollywoodiano, Iván Torres (Oscar Martinez) ha intrapreso un percorso più impegnato e preferisce la dimensione teatrale alla quale alterna l’insegnamento. La rivalità inizialmente simulata diventa ben presto reale dopo le lunghe sessioni di prove, ospitate nei giganteschi ambienti della Fondazione Suarez. L’ego smisurato dei due attori (anche di Iván per quanto cerchi di nasconderlo) viene smascherato e messo costantemente alla prova dai metodi sperimentali utilizzati da Lola, come accade nella memorabile sequenza della distruzione dei premi. Il fulcro del film risiede proprio nel processo creativo che il regista affronta durante la realizzazione di un film e nel metodo utilizzato per permettere agli attori di entrare in sintonia con i personaggi

    Se ci si approccia al film aspettandosi grasse risate si potrebbe rimanere delusi,  infatti la comicità si mantiene più sottile che fragorosa e raggiunge il suo massimo nelle interazioni tra il cast. Infatti l’impressione è che le sequenze funzionino meglio come sketch, merito delle caratterizzazioni studiate e riflesse anche nei costumi e nelle brevi intrusioni nella vita privata. 

    L’aspetto più memorabile della pellicola è dato proprio dalle performance attoriali dei tre protagonisti, capeggiati da una carismatica Penelope Cruz, che all’interno di una sola edizione è stata capace di sorreggere gli equilibri di un altro dei film in concorso, Madres Paralelas di Pedro Almodóvar.

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  • RECENSIONE THE NORTHMAN – IL BLOCKBUSTER DI ROBERT EGGERS

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    “Ti vendicherò, Padre! Ti salverò, Madre! Ti ucciderò, Fjölnir!“

    Il calpestio fradicio del fango, le urla incessanti e roboanti dei guerrieri, il subbuglio del magma vulcanico, lo spezzarsi fragoroso delle ossa craniche… “cinema sensoriale”, direbbero in molti. E come dissentire? E’ proprio questo – assieme a tanto altro – il cinema di Robert Eggers. Regista che, a distanza di tre anni dal lovecraftiano The Lighthouse e senza l’A24 alle spalle (ma con realtà molto più da kolossal come l’Universal o la Focus Features), torna in pompa magna con un film dal budget decisamente più ingente di circa novanta milioni di dollari; accompagnato da un cast da capogiro (Nicole Kidman, Alexander Skarsgård, Ethan Hawke, Björk …), The Northman si presenta come un vero e proprio blockbuster, non smentendo le premesse. Chi si sarebbe mai aspettato una produzione di questo tipo dal regista (per rispettare l’articolo determinativo assertivo dei suoi film, la strega, il faro, l’uomo del nord) che si era fatto conoscere al grande pubblico per la sua impronta indie iper-estetizzata, dalle suggestioni poetiche e tematiche partorite grazie al magnetismo delle immagini, vero e proprio guscio ammaliante e perverso della visione radicalmente esoterica del mondo turpe di Robert Eggers?

    Prima la rilettura del New England Folk Horror che aveva lanciato il talento di Anya Taylor-Joy, poi il tentativo (riuscito) di mescolare in chiave orrorifica La ballata del vecchio marinaio di Coleridge al mito di Prometeo. Ora, con The Northman, gli ingredienti rimestati da Eggers sono addirittura più numerosi, limitando in parte la piena riuscita dell’opera a partire dall’intreccio, decisamente più tradizionale: nell’Islanda del X secolo, il giovanissimo Amleto (che ricorda Shakespeare nel nome, ma il Conan di Schwarzenegger nell’estetica) assiste all’assassinio del padre re Aurvandil, per mano del fratello Fjölnir. Seguendo alla lettera il monito di Hemir il Folle (Willem Dafoe) – “Ricorda per chi hai versato l’ultima lacrima” – Amleto tornerà come schiavo nella terra dello zio per vendicare il padre e salvare la madre Gudrún.

    Eggers non è di certo l’unico nel nuovo millennio ad essersi approcciato all’epica norrena, ci aveva già pensato Nicolas Winding Refn nel 2009 con Valhalla Rising, dove un Mads Mikkelsen in cerca di redenzione tracciava un’ascesa al Valhalla decisamente più introspettiva e contemplativa. Se è vero che i due registi partivano da intenti e propositi diversi, è anche vero che, al contrario del regista danese, la ricerca del grande incasso lascia The Northman con i piedi in due staffe, non permettendogli di prendere una strada decisa e radicale. Eppure, in questa sua contraddittorietà, se c’è una certezza che la pellicola conferma è l’immenso talento di Robert Eggers nel narrare per immagini, nel creare tramite la sua mente visionaria una vera e propria esperienza sensoriale per lo spettatore che diventa quasi parte della diegesi filmica, il tutto in un blockbuster fantasy che resta nel recinto delle grandi produzioni hollywoodiane. Forse avremmo preferito altro da Robert Eggers, ma perché sdegnare una tentativo di dialogo col grande pubblico?

    Nel suo intrecciare la tragedia di vendetta del teatro Elisabettiano con la mitologia norrena, viene prevedibilmente sacrificata parte della poetica prettamente autoriale del regista, ma non del tutto. I dialoghi nel cinema di Eggers sono perlopiù frontali; in questo gioco di sguardi i protagonisti non sembrano dialogare l’un con l’altro, ma paiono invocare e appellare direttamente noi spettatori, un espediente registico che permea i suoi film di una perenne aurea di mistero, tanto per noi, quanto per i personaggi: il mistero dell’altro. In The Witch la frontalità andava a separare nettamente la piccola Thomasin dalla famiglia e (soprattutto) dal mistero della sua natura di strega. In The Lighthouse lo sguardo in camera era ancora più presente, giocandosi tutto il film sulla dualità (addirittura due colori: il bianco e il nero) e sulla paura dell’altro. In The Northman il mistero dell’alterità non è tanto umano, ma nel farsi altro, nell’entrare nel Valhalla. Una poetica del tutto mantenuta, ma che pecca di prevedibilità e minor efficacia, dovendo mantenere una maggiore fruibilità. Di questo ne è la conferma anche il finale, che firma un parallelo coi due precedenti lavori del regista ma che nella ricerca della chiosa ascetica ed esoterica, ormai marchio “eggersiano”, non raggiunge la catarsi di The Witch e The Lighthouse: è sempre una catarsi guidata dal mistero, ma la cui risoluzione era già scritta nell’incipit.

    Ma, in fin dei conti, è indubbio che Eggers dia vita a un affascinante Frankestein audiovisivo irresistibilmente imperfetto, un “peplum coi vichinghi” in overdose di testosterone, un “sandalone” rosso budella, un dramma shakespeariano cantato growl, la mitologia norrena in chiave heavy metal.

    Staremo a vedere come reagirà il grande pubblico di fronte a questo insolito esperimento e se la ricerca del Dio Denaro da parte di Eggers vedrà la sua ricompensa. Intanto, nel nostro Paese ha assistito a un esordio di tutto rispetto con 62mila euro nel primo giorno di proiezione, piazzandosi al secondo posto fra le new entry della settimana.

    Sarà altresì interessante seguire e analizzare il germogliare dei semi critici piantati ora, alla sua uscita, e scoprire se fra qualche anno lo ricorderemo come un fallito esperimento di innesto dell’indie nel mainstream o se guarderemo indietro con piacere a questa bizzarra opera di un autore che ha ancora tanto da dirci.

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  • RECENSIONE ANIMALI FANTASTICI – I SEGRETI DI SILENTE: UNA NOIOSA MAGIA

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    Nell’ormai lontano 2016 i cuori di migliaia di fan di Harry Potter (compreso quello del sottoscritto) tornarono a battere per l’uscita del primo film della nuova saga cinematografica creata dalla mente di J.K. Rowling, Animali fantastici e dove trovarli, un primo capitolo sicuramente introduttivo, ma folgorante e riuscitissimo, capace di espandere il mondo magico che ora conosciamo come Wizarding World, partendo da una storia semplice, ma in grado di amalgamare generi diversi, dalla commedia all’horror per ragazzi, e presentando un parterre di piacevoli personaggi, su tutti il Jacob Kowalski di Dan Fogler e la Queenie Goldstein di Alison Sudol. Si arriva dunque al 2018 quando esce al cinema Animali fantastici: i crimini di Grindelwald, pellicola molto attesa da pubblico e fan, che delude profondamente le aspettative. Se da un lato il film è capace di regalare un ottimo villain, interpretato da un Johnny Depp in gran forma, e un paio di sequenze davvero riuscite, su tutte il discorso di Grindelwald al cimitero parigino del Père-Lachaise, dall’altra parte la pellicola è caratterizzata da una sceneggiatura molto confusa e a tratti delirante, accompagnata da una messa in scena approssimativa

    Dopo questa eterna introduzione arriviamo finalmente a parlare del terzo capitolo di questa saga,  Animali fantastici: I segreti di Silente, pellicola che ha vissuto un percorso travagliato a causa della pandemia e per il cambio in corso d’opera di Johnny Depp come interprete del mago oscuro Gellert Grindelwald, sostituito da Mads Mikkelsen. In questo nuovo capitolo il professor Albus Silente – incarnato da un convincente Jude Law, che talvolta si lascia forse andare a qualche gigionismo di troppo – sa che il potente mago oscuro Gellert Grindelwald è intenzionato a prendere il controllo del mondo magico. Non essendo in grado di fermarlo da solo, Silente affida al magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) il compito di guidare un’intrepida squadra in una pericolosa missione, dove incontrano vecchie e nuove creature e si scontrano con la crescente legione di seguaci di Grindelwald.

     

    I primi dieci minuti di film mostrano immediatamente un cambio di rotta rispetto al precedente capitolo, a partire dai titoli di testa accompagnati da una musica meno cupa, ripresentandoci i personaggi che già conoscevamo e la nuova versione di Grindelwald di Mikkelsen, capace in pochi minuti di risultare affascinante ed estremamente crudele allo stesso tempo. Passata l’introduzione, la speranza di poter assistere ad un’ottima pellicola si affievolisce molto velocemente. Le restanti due ore e venti di film, una durata completamente ingiustificata, sono costruite su un escamotage narrativo che, per quanto coerente a livello di sceneggiatura, a livello cinematografico porta di fatto all’inesistenza stessa di una trama per almeno novanta minuti, affiancata da un intreccio politico che lascia non poco perplessi nelle modalità. La percezione che si ha guardando il film è quella di assistere a una puntatona di una serie TV, estesa stiracchiata per più di due ore, per cui tra l’altro abbiamo dovuto aspettare quattro anni (le lunghe e didascaliche sequenze di spiegazione degli eventi dei precedenti film non fanno altro che ricordarci di questa cosa) e di cui non siamo neanche sicuri di poter vedere il seguito, vista la giusta reticenza della Warner nel mettere in cantiere un nuovo capitolo. Un aspetto ancora più grave è il fatto che la scrittura del film non sfrutta neanche l’escamotage narrativo per concentrarsi sui personaggi i quali, ad eccezione forse di Silente, sono troppo numerosi, poco caratterizzati, non funzionali al racconto e non hanno alcun tipo di evoluzione durante l’intera pellicola. Theseus Scamander, Lally Hicks, Yusuf Kama, Bunty Broadacre e lo stesso Newt Scamander, compiono azioni mosse da motivazioni sconosciute probabilmente anche a loro stessi e di fatto non hanno un vero impatto sulla narrazione. Anche la solitamente radiosa presenza del mitico Jacob Kowalski, interpretato da un comunque bravo Dan Fogler, è più incolore del solito. Lo stesso Grindelwald di Mikkelsen, dopo l’ottimo inizio, rientra nei canoni classici del villain dimenticabile. L’unico personaggio con una parvenza di tridimensionalità risulta essere Silente che, pur agendo quasi da deus ex machina, appare tormentato e protagonista delle scene emotivamente più toccanti del film: un uomo profondamente solo e consapevole del fatto che, a causa delle scelte compiute nella sua vita, non sarà mai in grado di condividere momenti di vera felicità con le persone a lui care. Inoltre si fa finalmente riferimento in maniera aperta alla sua omosessualità e al suo amore verso Grindelwald, un aspetto che tuttavia avremmo voluto vedere ancora più esplorato e che ha poco impatto sul risultato finale. 

    La suddivisione classica in atti è qui completamente abbandonata, risultando in un ritmo estremamente piatto, senza climax di alcun tipo, che porta spesso a una sensazione di noia nello spettatore. Anche le sequenze a Hogwarts, accompagnate dalla musica di John Williams, non riescono a emozionare, una scuola vuota, con pochi studenti, caratterizzata da una triste Sala Grande, molto meno maestosa rispetto a quella che ricordavamo.

    Da questo film ci si aspettavano molte risposte dopo i numerosi quesiti lanciati dal secondo capitolo della saga. Quelle risposte arrivano, ma in questa sede non verrà discusso se risultano essere convincenti o meno, né tantomeno verrà dedicato spazio a tutti gli aspetti riguardanti la continuità narrativa tra ciò che viene messo in scena e ciò la Rowling ha raccontato in tutti questi anni. E’ tuttavia giusto sottolineare come l’intera saga sia stata costruita senza una vera struttura: i temi centrali dei precedenti film, in primis il personaggio di Credence, la sua identità e la sua sofferenza, vengono messi frettolosamente in secondo piano, così come il personaggio di Queenie, vera gemma di Animali fantastici e dove trovarli, ha un’evoluzione a dir poco inspiegabile, mossa da incomprensibili motivazioni. Il risultato finale è un tentativo maldestro di cancellare ciò che non aveva funzionato nel film precedente, che ricorda molto l’operazione realizzata da J.J. Abrams con Star Wars – L’ascesa di Skywalker.

    Indipendentemente da quanto scritto prima, va tuttavia fatto un plauso al comparto tecnico, di ottimo livello, con una fotografia meno cupa rispetto al precedente capitolo e una buona computer grafica, con qualche caduta di tono solo nella costruzione delle varie ambientazioni, che a tratti risultano un po’ posticce. All’interno della pellicola sono comunque presenti un paio di sequenze piacevoli, in primis quella che vede protagonisti i fratelli Scamander a metà film, una scena che ricorda e livello di tono il primo capitolo della saga e caratterizzata anche da una violenza inaspettata per un PG-13. Il film in generale funziona proprio quando cerca di riproporre le atmosfere di Animali fantastici e dove trovarli, pur impregnate di una buona dose di fan-service, ma in fretta torna a perdersi nella sottotrama politica. Vista l’importanza dedicata nuovamente alla creature magiche, quantomeno il titolo del film torna a essere parzialmente giustificato e  infine un plauso va rivolto anche a una certa creatività nella realizzazione delle scene di duello tra maghi, in particolare quelle con protagonista Lally.

    In conclusione  Animali fantastici: I segreti di Silente è un film estremamente problematico, principalmente a livello di scrittura, e potenzialmente conclusivo, nel caso in cui la Warner decidesse di non proseguire questa saga. Se da una parte da fan del mondo di Harry Potter si possa provare dispiacere per una mancata conclusione della pentalogia prevista, dall’altra parte è giusto porsi più di un ragionevole dubbio se possa davvero valer la pena immergersi di nuovo nel Wizarding World a queste condizioni.

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  • RECENSIONE SUNDOWN DI MICHEL FRANCO – L’IMPORTANZA DI FERMARSI PRIMA

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    Nella mia scorsa recensione, dedicata al film Full Time – Al cento per cento, mi rallegravo del fatto che il regista Éric Gravel fosse riuscito a non cadere nella trappola di un film eccessivamente lungo, commisurando perfettamente la durata al soggetto. Apro così il mio commento del film Sundown, regia di Michel Franco, protagonisti Tim Roth e Charlotte Gainsbourg, presentato in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, perché ritengo che il suo più grande difetto sia proprio questo: aver voluto per forza essere un lungometraggio.

    STORIA DI UN UOMO IN CRISI

    I due fratelli Neil e Alice Bennet (Roth e Gainsbourg), gestori di una multinazionale dell’industria della carne, stanno trascorrendo una vacanza ultra lusso ad Acapulco, assieme ai figli di Alice. Neil, evidentemente infelice della situazione, decide di approfittare di un imprevisto che allontana la sua famiglia dal Messico per prendersi alcuni giorni in solitaria in una sistemazione molto più modesta, assieme a una ragazza del posto (Iazua Larios).

    La prima parte del film, che vede il protagonista abbandonare i propri cari e la propria situazione agiata, è probabilmente la più riuscita e la più raffinata. Franco costruisce la sezione iniziale, dedicata alla vacanza in famiglia, attorno a immagini di bellezza e ricchezza, potenziate dalla fotografia. L’azzurro del mare e delle piscine è brillante, il sole batte, il cibo è bello a vedersi così come i panorami messicani. In questa prima sezione noi spettatori ci troviamo in una posizione quasi voyeuristica, osservatori di un fasto che però è tanto bello da osservare quanto freddo: i dialoghi tra i protagonisti sono ridotti al minimo. Neil in qualche modo si trova spesso “escluso” dalle interazioni familiari, ripreso separatamente, di spalle o, ancora, mostrato da solo in questi ampi spazi. 

    Quando l’incidente scatenante inclina la situazione, spingendo il protagonista lontano dalla sua famiglia, abbiamo subito una totale virata, con l’assunzione di soluzioni sempre più squallide da parte sua: birra al posto del margarita, un misero hotel al posto del resort lussuoso, una spiaggia affollata di turisti al posto dello yacht. La fotografia e la regia, tuttavia, mantengono lo stesso rigore, le persone pur nella loro semplicità sono accoglienti ed espansive, molto più di quanto siano stati i famigliari di Neil. Tuttavia, sullo sfondo c’è lo spettro della violenza, che erompe su schermo in una scena improvvisa in cui il mare e la spiaggia, il rifugio dove il protagonista trascorre le sue giornate, si tingono di rosso, un colore finora apparso poco e che quindi colpisce maggiormente.

    Di Neil, a questo punto, non sappiamo praticamente nulla: né le motivazioni che lo hanno spinto ad abbandonare la famiglia in un momento topico, né quale sia esattamente la professione che l’ha reso tanto ricco. Franco lavora per sottrazione, lasciandoci soli con le azioni presenti del personaggio. E tanto ci basta: le immagini sono sufficienti a comunicarci che quello che stiamo vedendo è un uomo facoltoso che sta attraversando una profonda crisi personale, la nostra immaginazione può riempire i vuoti con la backstory che più ci aggrada, dal momento che il mistero non è il fulcro della storia e che anzi, forse è meglio che sia così.

    O meglio: così sarebbe stato se la seconda parte non avesse scoperto le carte.

    TANTO FUMO, POCO ARROSTO

    Se nella sua prima metà Sundown è un film relativamente godibile, a tratti un po’ pesante da digerire a causa dei lunghi silenzi ma con una buona fotografia a sopperire e una vicenda già vista ma resa originale da alcune soluzioni visive, la parentesi che segue imposta benissimo le aspettative per ciò che verrà: è inaspettata e non serve a nulla. Poco dopo la chiusura di una vicenda riguardante Alice, infatti, lo status quo viene ristabilito come se nulla fosse, portandoci inevitabilmente a domandarci in che cosa sono stati investiti gli ultimi minuti: nonostante siano successi eventi anche abbastanza radicali, Neil non cambia (una frase che riassume perfettamente l’evoluzione generale del personaggio). Anche il successivo incontro coi nipoti riserva un singolo, isolato momento di sincera emozione per poi chiudersi, come d’altronde era già stato con Alice, con la firma di un contratto. Una critica di quanto il denaro sia più importante dell’amore nella società che Neil si sta apprestando ad abbandonare? Difficile a dirsi, visto che in questi casi l’atteggiamento freddo sembra essere reciproco.

    La parentesi centrale, inoltre, inserisce un elemento visivo collegato alla professione del protagonista, ovvero quello dei maiali. Se la prima parte era interessante proprio perché mancava di riferimenti chiari su chi fosse il personaggio, la seconda è in parte ostacolata da questa carenza di dettagli: non abbiamo avuto maniera di entrare in contatto con la dimensione lavorativa di Neil dall’inizio, quindi averne uno scorcio solo a metà film risulta quasi un pensiero dell’ultimo minuto, più che una ricorrenza tematica. 

    A migliorare il risultato finale non aiuta l’interpretazione di Tim Roth che, forse a causa del copione scarno di dialoghi, forse per la natura misteriosa del personaggio, per tutto il film sembra recitare col freno a mano. Vero anche che Neil, un uomo che abbandona la propria famiglia senza rimorsi, è poco emotivamente coinvolto nella situazione che lo vede protagonista. Il finale, che ci svela il motivo per cui abbia avuto questo cambio così repentino, aiuta a comprendere in parte le motivazioni dell’uomo, e a vedere oltre la sua maschera di placida indifferenza. Tuttavia, è un lavoro che il pubblico stesso deve svolgere, dal momento che Roth offre pochi guizzi di emozione in tutto il film, anche in questo frangente, con un finale che taglia corto senza offrirci un momento che possa aiutarci a entrare in reale connessione col personaggio. 

    L’intento era quello? Sundown è mai stato pensato per farci “connettere” con Neil o dobbiamo essere dei meri osservatori di una realtà sociale come in una novella verista? Possibile, ma se così fosse il risultato non è del tutto riuscito perché, diversamente dai brani del filone letterario appena citato, il commento sociale del film non è abbastanza pervasivo.

    Con una parte centrale priva di conseguenze nella narrazione complessiva, un paio di forzature di troppo, un finale eccessivamente frettoloso e una durata che sfiora appena l’ora e venti, Sundown sembra essere un mediometraggio che è stato allungato per poter raggiungere lo status di lungo e avere i vantaggi che da ciò derivano. La fotografia e la regia, sempre ottime e sovente produttrici di immagini molto evocative, complici anche i panorami meravigliosi di Acapulco, non bastano a sopperire a una storia che declina vertiginosamente da un certo punto in poi. 

    In poche parole: se il problema di molti film è che non hanno abbastanza tempo per potersi sviluppare, quello di Sundown è che ne ha avuto troppo.

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  • RECENSIONE LA FIGLIA OSCURA – UNA VITA SBAGLIATA

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    L’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal è stato uno di quegli esordi fulminanti in grado di conquistare ampi consensi dalla critica: tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, La Figlia Oscura è stato candidato a tre Premi Oscar e due Golden Globes, oltre a vincere il premio alla Miglior sceneggiatura all’edizione 2021 della Mostra d’arte cinematografica di Venezia.
    La sua origine letteraria è ben evidente nella struttura narrativa, e l’introspezione della protagonista è prettamente romanzesca: da novella Clarissa Dalloway, la professoressa universitaria Leda Caruso si trova per casualità a confrontare lo spettro della propria giovinezza. a partire dalla curiosa osservazione di una famiglia in vacanza, e dall’identificazione nella giovane e frustrata madre Nina (Dakota Johnson). In lei, Leda Caruso rivede tutti i propri sbagli, e fa un bilancio della propria esperienza della maternità e delle proprie mancanze.

    MOMENTS OF BEING

    Maggie Gyllenhaal si cala con ammirevole passione nella fonte letteraria, nella storia di giovani donne che affrontano gioie e (soprattutto) dolori della maternità: la regia fatta di camera a mano e primi e primissimi piani e insegue i personaggi nel loro personale labirinto di nevrosi, li pone sotto una lente d’ingrandimento ma riesce anche a entrare in empatia con loro, a comprenderne il cuore fragile -lavoro psicologico cui si accompagna un altrettanto accurato lavoro sulle ambientazioni in cui si svolge la vicenda-; anche se, talvolta, lo fa in modo fin troppo manifesto e programmatico.
    Una cosa che si può dire di La figlia oscura è che, nel bene e nel male, non va per il sottile nella sua disamina delle ipocrisie umane: nonostante l’indubbia intelligenza che sta dietro il lavoro sui personaggi e la direzione degli attori, non mancano metafore vistose -la frutta marcia, la bambola rubata- e momenti che calcano la mano quando avrebbero dovuto restare discreti.
    Questa occasionale tendenza all’eccesso è facilmente perdonabile, e bilanciata dall’ottimo lavoro sullo scavo psicologico e nella direzione delle attrici protagoniste: personaggio piccolo, fragile e per certi versi sgradevole, ma sempre profondamente empatica, vittima di una vita imperfetta e succube della propria infelicità, la protagonista Leda trova delle interpreti perfette sia in Olivia Colman che in Jessie Buckley, che incarnano alla perfezione le diverse età, senza cercare di imitarsi a vicenda ma mantenendo sempre una coerenza di fondo. Ottime anche le interpretazioni del cast di comprimari (nonostante una Dakota Johnson sempre efficace ma talvolta eccessiva) che danno vita a personaggi ben caratterizzati.
    Tuttavia, nonostante il fine lavoro sulla vita interiore della protagonista, dalla fine del secondo atto il film comincia a perdersi nel suo stesso labirinto di storie e sottotrame parallele; questo causa una certa confusione nei rapporti causa-effetto delle interazioni tra personaggi e la sensazione che il finale, quando arriva, sia poco giustificato in rapporto a quanto visto fino a quel momento. La risoluzione del conflitto interiore è risolta in modo anche intelligente, ma quello tra i personaggi è lasciato quantomeno fumoso, a dispetto di quanto detto sopra sulla tendenza della sceneggiatura a calcare la mano quando non serve.

    UN INTERESSANTE, IMPERFETTO ESORDIO

    Come regista e sceneggiatrice all’esordio, Maggie Gyllenhall dimostra grande abilità e intelligenza registica e un’enorme sensibilità nei confronti dei propri personaggi, e non c’è
    dubbio che la sua carriera dietro la macchina da presa si rivelerà altrettanto prolifica e brillante di quella come attrice; e la scelta di questa storia si è rivelata vincente, così come la scelta delle protagoniste Olivia Colman e Jessie Buckley che offrono due grandi interpretazioni.
    C’è solo da affinare il suo indubbio talento in narrazioni maggiormente coerenti.

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  • RECENSIONE C’MON C’MON – UN’OPERA MANIERISTA

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    A24: un nome che è ormai da qualche anno sinonimo di un cinema diverso, indipendente e, per certi aspetti, innovativo. La casa di produzione americana, infatti, si è messa in mostra nell’ultimo decennio con pellicole riuscitissime come The Lighthouse di Robert Eggers (2019), Il Sacrificio del Cervo Sacro di Yorgos Lanthimos (2017) e Moonlight di Barry Jenkins (2016), ovvero progetti in cui le parole d’ordine sono – indubbiamente – libertà autoriale, grande impatto visivo e mentalità indie.

    Grazie a questo approccio, la A24 è diventata ben presto un outsider importante nell’industria hollywoodiana contemporanea, proponendo un cinema slegato dalle dinamiche del blockbuster, ma comunque capace di catturare l’attenzione degli spettatori cinephile e non, ottenendo un grande successo, sia di pubblico sia di critica, e guadagnandosi un’ottima reputazione.

    Proprio per questo motivo C’mon C’mon, diretto da Mike Mills (già candidato all’Oscar come sceneggiatore nel 2017 per Le donne della mia vita), era uno dei film più attesi di questo 2022, anche grazie alla presenza di Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista, qui nel primo ruolo post statuetta vinta per Joker nel 2020.

    Il film, in breve, racconta la storia di Johnny, interpretato appunto da Phoenix, il quale è uno speaker radiofonico che si ritrova a dover badare a Jesse, il figlio di nove anni della sorella, in seguito a varie tragedie familiari che hanno scosso la sua stabilità emotiva. In questo rapporto, a metà strada tra conflittualità e tenerezza, l’uomo troverà –  forse – un nuovo possibile inizio, una bussola per orientarsi di nuovo nella sua vita. 

    Il film risulta, a primo impatto, perfettamente coerente con l’immaginario condiviso dai film della casa di produzione newyorkese e presenta tutte le caratteristiche di un classico A24 movie: un approccio che tenta di spingersi verso l’autorialità, oltre a un aspetto visivo ben definito e immediatamente riconoscibile, ma è sufficiente questo per rendere questo C’mon C’mon un progetto interessante e – soprattutto – veramente d’autore? 

    Andando con ordine, il primissimo elemento che colpisce l’occhio è la scelta di girare il film in bianco e nero, elemento che sicuramente rende il film peculiare rispetto alla grandissima parte della produzione contemporanea e che, idealmente, dovrebbe contribuire a creare un’atmosfera tra il malinconico e il retrò, ma che nella realtà dei fatti si rivela essere un espediente abbastanza inutile, autoreferenziale e forzatamente calligrafico. Come se non bastasse, la fotografia gioca male con il B&W stesso, non riuscendo quasi mai a regalare chiaroscuri interessanti (eccezion fatta per qualche bel primo piano su Phoenix), appiattendo così tutte le sfumature di grigio, che risultano in un bianco e nero veramente poco riuscito e monotono.

    Oltre a ciò, la regia di Mills è generalmente anonima e si limita a far osservare “da fuori” allo spettatore le varie scene, senza riuscire mai a farlo entrare veramente nel mondo di Johnny e Jesse e laddove questa distanza può essere comunque interpretata come una scelta precisa, restano ugualmente dubbi sull’impianto registico, che non brilla certo per guizzi visivi e non regala momenti di intensità particolari, nemmeno quando forse sarebbe stata necessaria. 

    La sceneggiatura, anch’essa curata da Mills, si rivela essere molto più banale di quanto il film voglia far credere, mettendo in scena l’ennesima storia di un adulto allo sbando che ritrova sé stesso grazie a un bambino, il quale prendendo il mondo con ingenuità e candore, lo mette di fronte alla propria sofferenza, costringendolo così ad affrontarla e a superarla. Nel mentre, il più scontato arco narrativo possibile prende forma sullo schermo e tra i due si viene a creare un legame indissolubile, il quale all’inizio è – ovviamente – faticoso, ma che man mano che il minutaggio scorre diventa sempre più profondo, senza che i protagonisti se ne rendano conto. 

    Il fatto che la storia sia, fondamentalmente, la più classica del mondo non è necessariamente un difetto, lo diventa però nel momento in cui questa narrazione canonica, che avrebbe potuto avere comunque sbocchi interessanti o momenti di emotività autentici, viene mascherata da racconto d’autore tramite l’utilizzo di un voice over posticcio e – di fatto – controproducente per la narrazione stessa: nei numerosi momenti in cui Joaquin Phoenix si ritrova da solo dopo ogni lunga e sfiancante giornata con Jesse, egli registra i propri pensieri con un microfono, in una sorta di audio-diario, un espediente veramente scontato e di basso livello, che rende il tutto estremamente didascalico e non lascia spazio alcuno al non detto o al silenzio, eliminando completamente istanti e sguardi che avrebbero avuto sicuramente un impatto emotivo differente. 

    Il trucco dell’intervista-registrazione viene ripetuto innumerevoli volte durante la pellicola, anche e soprattutto nei momenti in cui Johnny si trova a dover intervistare per lavoro dei bambini, chiedendo loro cosa immaginano quando pensano al loro futuro. Le sequenze in questione rappresentano, forse, il punto più basso e inspiegabilmente didascalico del film che, in queste situazioni, assume il tono di una pubblicità progresso, di uno spot di una qualche ONLUS  impegnata nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul maltrattamento psicologico dei minori, al punto che se durante uno di questi momenti comparisse in sovrimpressione un numero verde per effettuare una donazione benefica nessuno si stupirebbe!

    Unica nota positiva, unica luce nella notte, l’interpretazione di Joaquin Phoenix che recita ormai con una naturalezza impagabile: l’attore e il personaggio appaiono come una cosa sola e laddove l’intero film risulta smaccatamente costruito e fasullo, gli unici passaggi di vera autenticità si trovano in alcune espressioni del protagonista, il quale non tiene solo Jesse sulle spalle, come si vede in svariate scene, ma anche l’intero progetto che, senza di lui, sarebbe stato probabilmente ancora meno convincente. 

    Nonostante, quindi, un’interpretazione di Phoenix che comunque salva – più o meno, ma più meno che più – la proverbiale baracca, la scrittura del suo personaggio non permette una caratterizzazione abbastanza forte e approfondita, rendendo il Johnny di C’mon C’mon un ruolo che nulla toglie alla grandissima carriera dell’attore, ma che nemmeno vi aggiunge qualcosa. 

    In conclusione, questa pellicola si rivela essere decisamente un passo falso per la A24, che produce qui un’opera manierista, didascalica, superficiale e calligrafica, che potrebbe comunque far urlare al miracolo i numerosissimi fan accaniti della indiewave ormai in voga nel cinema contemporaneo, ad alcuni dei quali probabilmente non interessa veramente la qualità del film in sé, ma vantarsi con gli amici di aver visto al cinema un film in bianco e nero, piuttosto che l’ultimo film della Marvel e affini. 

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