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  • RECENSIONE MANDIBULES – DUE UOMINI E UNA MOSCA

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    Mandibules, presentato fuori concorso alla 77ª Mostra internazionale del cinema di Venezia, è il nuovo film di Quentin Dupieux che ne è regista, sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia. I suoi precedenti lungometraggi (come Au Poste! e Doppia pelle) sono film dalla forte vena surreale, le cui premesse stravaganti sono spesso e volentieri spunti per parlare d’altro. E Mandibules non fa eccezione.

    Un delinquente non troppo sveglio, Manu (Grégoire Ludig), coinvolge l’altrettanto svampito amico Jean-Gab (David Marsais) nel trasporto di una misteriosa valigia, per commissione da parte del ricco Michel Michel. Mentre viaggiano sulla sgangherata Mercedes con cui dovrebbero prelevare la valigetta, tuttavia, scoprono nel bagagliaio una mosca gigante. Per i due strampalati compari si presenta quindi l’opportunità di fare una fortuna, addestrando la mosca affinché commetta furti al posto loro; tuttavia, tra loro e questa insolita manna dal cielo si frappone una serie di difficoltà e imprevisti, tra cui l’ospitalità da parte di Cécile (India Hair), che scambia Manu per un suo ex, nella villa dei suoi genitori.

    Mandibules è quanto di più atipico ci si possa immaginare dal filone della commedia fantastica: ha una cadenza da fiaba grottesca e lavora per sottrazione nello svolgimento degli eventi e nella caratterizzazione dei personaggi. La personalità dei due protagonisti è fumettistica, scarseggia volutamente di evoluzione: fin dall’inizio vengono delineati come due tonti perlopiù inetti, e tali rimangono fino alla fine. Non è facile riuscire a far empatizzare con due tipi così profondamente idioti, ma il film riesce a non rendere stancante il loro comportamento e anzi a renderli personaggi gradevoli e simpatici. Il lavoro sulla mosca è ottimo: animata da Dave Chapman, burattinaio responsabile dei movimenti del piccolo droide BB-8 nella trilogia sequel di Star Wars, risulta per lo spettatore sia repellente che inaspettatamente adorabile; nelle scene dell’addestramento con Jean-Gab -che la ribattezza Dominique– mostra un comportamento più simile a un cucciolo di cane che a una mosca. È a sua volta fonte di gag e momenti umoristici -tra cui uno inaspettatamente macabro-, ma la sua funzione è principalmente quella di traghettare lo spettatore in un mondo surreale, in cui svolte improbabili e personaggi bizzarri sembrano essere all’ordine del giorno, ripreso da Quentin Dupieux con colori brillanti e vivaci. Mandibules è quindi una fiaba che passa agilmente dalla commedia demenziale al fantastico al road movie. Tuttavia, come tutte le fiabe, nasconde un sottotesto allegorico.

    Soprattutto da quando Manu e Jean-Gab vengono ospitati da Cécile nella villa dei suoi genitori, diventa chiaro che il ruolo della mosca non sia solo di trasportare gli spettatori da un mondo ordinario a uno straordinario, ma anche di muovere i due protagonisti in un mondo di abbienti, completamente diverso dal loro. All’inizio del film troviamo Manu addormentato in un sacco a pelo in spiaggia, i piedi bagnati dalle onde: da lì, lui e il compare Jean-Gab iniziano una “scalata sociale” in cui incontrano prima il proprietario di una scalcinata roulotte, poi i quattro amici (presumibilmente alto borghesi) e infine il ricco Michel Michel, e sfiorano un mondo da cui non sono mai realmente compresi. L’unica che sembra sospettare qualcosa di loro è Agnès (Adèle Exarchopoulos) amica di Cécile, convinta che i due nascondano un segreto: la sua vita viene stravolta quando viene rivelato l’elefante (anzi, la mosca) nella stanza. E alla fine del film il macguffin, il contenuto della valigetta, si rivelerà poco più di una pacchiana ostentazione di ricchezza e potere di cui Manu e Jean-Gab non saprebbero che farsene.

    Questo sottotesto è lasciato alla riflessione dello spettatore, in un gioco di ironia e suspense che non esplicita mai del tutto il suo significato sociale: Mandibules risulta un film particolarmente difficile da valutare anche per la sua natura allusiva. Il giudizio dipende dalla capacità del singolo di stare al gioco e seguire il lento e assurdo viaggio dei due – anzi, tre compresa Dominique – sgangherati protagonisti: per chi scrive, è un viaggio che vale senz’altro la pena seguire.

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  • RECENSIONE A QUIET PLACE 2

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    Ammettiamolo, a tutti noi quando sentiamo il nome “John Krasinsky” viene in mente Jim Halpert dalla sitcom The Office. Ma per i più cinefili, non sarà sicuramente passato inosservato il suo esordio alla regia datato 2018 con A Quiet Place, film con un budget di 17 milioni e che ne ha incassati 340 milioni, per non parlare dei numerosissimi premi e nomination che ha ricevuto. Un successo meritatissimo per un horror grandioso, che portò quindi lo stesso Krasinsky ed i produttori a creare un seguito. 

    Si arriva al 2019, con un teaser trailer nel mese di Dicembre ed un trailer vero e proprio il mese successivo. Ma causa pandemia il tutto ha subito un grosso rallentamento ed in alcuni casi (come questo) un blocco totale. Ma finalmente una luce in fondo al tunnel è arrivata e nel mese di Giugno 2021 l’attesissimo sequel è arrivato nelle nostre sale. Proprio il caso di dire “meglio tardi che mai

    IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

    Con il primo capitolo si era riusciti a trovare una formula vincente: il silenzio. La presenza di questi mostri iper-sensibili ai rumori, ciechi ma (quasi) immortali grazie alle loro scaglie permetteva al film di mantenersi per un’ora e mezza in costante tensione fino al finale, unico punto leggermente più debole della produzione.

    Il sequel inizia con una sequenza di circa 15 minuti che funge da “prequel” delle vicende e ci mostra il Giorno 1, quando tutto ebbe inizio, permettendo così di scoprire qualcosa di più sull’arrivo e la comparsa di queste misteriose creature sulla Terra. Già qui Krasinsky dimostra di saper stare efficacemente dietro la macchina da presa e soprattutto di aver chiaro in mente tutto ciò che deve mostrare e come, riuscendo a confezionare una sequenza che parte nella calma più piatta e che si ribalta completamente nell’arco di alcuni secondi.

    Il film procede poi con la vera storia del film. Riprendendo esattamente dove il precedente si era concluso, ci vengono mostrati i restanti membri della famiglia Abbott lasciare il loro rifugio ormai devastato in cerca di una nuova casa. Si procederà poi con un racconto in due archi: nel primo seguiamo Regan Abbott (Millicent Simmonds) alla ricerca di un’isola sicura inseguendo un misterioso segnale radio, aiutata dalla new entry Emmett (Cillian Murphy); nel secondo arco vediamo il tentativo di sopravvivenza di Evelyn Abbott (Emily Blunt) con suo figlio Marcus (Noah Jupe) ed il figlio neonato.

    Questi i personaggi che porteranno avanti le vicende del film e che saranno presenti per la quasi totalità del tempo. Sono presenti predoni o altri sopravvissuti, ma dei quali non si conosce nulla (nemmeno il nome) e che hanno ruoli talmente secondari da essere relegati quasi ad essere delle mere comparse

    L’elemento vincente del film risulta sicuramente in Cillian Murphy. Era dai tempi di 28 Giorni Dopo (Danny Boyle, 2003) che non lo si vedeva in un ruolo simile ed anche qui risulta completamente calato nella parte. La componente più forte del personaggio è anche quella di essere nuovo, un qualcuno di cui noi spettatori non sappiamo nulla, di cui non sappiamo se poterci fidare completamente e che impariamo a conoscere grazie ad una scrittura asciutta ed efficace, che non si perde quindi in discorsi inutili e che potrebbero rubare l’attenzione.

    Ciò non significa però che gli altri personaggi risultino peggiori. Emily Blunt riesce anche qui, come nel primo, a dare un’ottima prova attoriale, grazie anche alla ovvia chimica con il marito/regista, ma lo stesso discorso risulta applicabile ai due attori più giovani che interpretano i figli, soprattutto per Millicent Simmonds che regge il confronto delle scene assieme a Murphy, consci anche del fatto che il suo personaggio è sordo-muto e di tutte le conseguenze che ciò comporta.

    ANSIA A MILLE

    Compito non da poco, questo seguito riesce a riprendere l’ansia onnipresente del primo capitolo riuscendo addirittura ad ampliarla. Con la sequenza finale del primo capitolo, i protagonisti scoprono un punto debole dei mostri e che premette loro di uccidere l’invasore arrivato alla loro fattoria. C’era quindi il rischio che questo seguito risultasse troppo improntato all’azione, rinunciando all’elemento più horror riuscitissimo nella precedente iterazione. Qui il film fa un enorme passo in avanti, riuscendo a mischiare bene quell’elemento di sopravvivenza e costante pericolo con la (seppur flebile) possibilità di poter uccidere alcuni dei mostri, ma riuscendo ad inserire l’elemento non come conseguente immortalità ed estrema potenza degli umani ma come “ne ho ucciso uno e posso forse avere il tempo di scappare”.

    Seguendo questa tecnica il film riesce a diventare probabilmente uno dei migliori horror degli ultimi anni, grazie anche ad una sceneggiatura solida che fornisce allo spettatore sempre ulteriori informazioni sul mondo in cui i personaggi vivono, sui mostri, su cos’è successo in passato. Informazioni magari non di fondamentale importanza, ma che portano a scacciare via la sensazione del “sequel fatto solo per soldi” che sicuramente non si applica a questo caso.

    Risulta doveroso spendere alcune parole di elogio per la regia di Krasinsky e la fotografia di Polly Morgan, che riescono a dipingere un viaggio verso l’ignoto ricco di scorci memorabili e sequenze mozzafiato, soprattutto quando i mostri entrano in azione. Doveroso anche fare presente come il design di quest’ultimi sia nettamente migliorato dal precedente, con una cura della CGI di livello superiore con mostri che risultano una gioia per gli occhi ogni volta che compaiono a schermo.

    CONCLUSIONI

    Dopo un riuscitissimo primo capitolo, Krasinsky riesce a costruire un sequel che riesce a migliorare su tutti i fronti. La regia e la fotografia risultano ottime, con sequenze e scorci che rimarranno nella mente dello spettatore anche tempo dopo la visione, e la sceneggiatura riesce a mettere in atto una storia interessante e spaventosa, con pochi personaggi ma ben caratterizzati. Punto più alto risulta l’interpretazione di Cillian Murphy con un personaggio stupendo, senza dimenticarsi però anche degli altri. Ottima anche la CGI.

    Sicuramente da recuperare per chi ha apprezzato il primo e per chi cerca un ottimo film in sala durante l’estate.

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  • LO SPECIALE DI FRIENDS E L’IMPORTANZA DELLA SITCOM

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    Tutto ciò che è vecchio ritorna nuovo, e adesso, dopo la sbornia da anni ’80 durata diversi anni e in realtà non ancora conclusa, è arrivato il momento di ripescare a piene mani (anche) dal periodo tra fine anni ’90 e inizio anni 2000. Se Britney Spears tornata al centro del gossip e definitivamente assurta a icona pop non fosse un segnale abbastanza evidente, assistiamo adesso al ritorno, sotto diverse forme, di tre serie tv che hanno caratterizzato il periodo: lo speciale di Friends, prossimamente la nuova stagione di Sex and the city e il reboot di Gossip Girl. Tre prodotti diventati iconici in tempo record e che, forse non a caso, non appartengono esattamente al tanto osannato filone della “quality tv”, ma che evidentemente hanno piantato nella cultura pop radici più profonde di tanti show osannati dalla critica, ma oggi sulla via del dimenticatoio. A produrre e a rendere disponibili tutti e tre gli show sarà il canale via cavo HBO e la piattaforma streaming HBO Max, e, se un’emittente che verso la fine degli anni ’90 era pioniera di un nuovo tipo di serialità televisiva complessa si volge così tanto al passato, non si può fare a meno di pensare che questo sia un segno di forte crisi creativa e mancanza di nuove idee. 

    Lo speciale Friends: The Reunion (anche conosciuto come The One Where They Get Back Together, per riprendere gli iconici titoli della serie), andato in onda lo scorso 27 maggio, rientra pienamente in questa operazione nostalgia, ma sfiora appena la superficie di quello che si potrebbe dire, tralasciando aspetti che avrebbero potuto portare una nuova prospettiva su questa sit-com dallo straordinario successo ma abbastanza classica nella sua impostazione. Durante circa un’ora e quaranta di programma vediamo i sei protagonisti che tornano sui set originali della serie, rileggono assieme alcune parti dei copioni, portandoci a ricordare alcuni dei momenti più divertenti e famosi che costellano le varie stagioni, e soprattutto vengono intervistati dal conduttore televisivo James Corden di fronte all’iconica fontana che ha fatto da sfondo alla sigla dello show. Il tutto punteggiato da interventi di personaggi più o meno famosi di varia estrazione (andiamo da Malala Yousafzai a David Beckham, passando per Lady Gaga) che in poche parole spiegano per quale motivo Friends sia stato così importante per loro – inutile dire che alcuni sono almeno riusciti a sembrare più convincenti di altri. 

    Un segmento in particolare ci mostra alcuni video di ragazzi e ragazze comuni di varie parti del mondo, che spiegano per quale motivo questa sit-com sia stata così importante per loro, e sembra voler portare avanti una riabilitazione di tipo sociale e politico dello show presso le nuove generazioni di giovani, notoriamente più attive e attente da questo punto di vista. Friends però è una serie estremamente bianca dal punto di vista etnico e ricorre spesso a epiteti omofobici e transfobici, per cui questo tipo di difesa sembra debole e poco convincente. Ma allo stesso tempo porta in scena una coppia di donne lesbiche, una delle quali ha un figlio con Ross, e presenta quindi aspetti che, pur non essendo stati trattati nella maniera che gli verrebbe riservata oggi più di vent’anni dopo, sono decisamente progressisti. La sit-com dei network basata sul sistema del broadcasting, genere estremamente popolare e trasversale nella televisione americana e oggi un po’ in crisi, è straordinaria proprio per questo motivo, per essere un mezzo capace di comprendere più elementi diversi e per essere animato da spinte estremamente variegate. Nonostante, quindi, una tendenza così generalista che soddisfa tutti senza soddisfare pienamente nessuno, la sit-com, nella realtà dei fatti, ha storicamente portato alla normalizzazione progressiva, seppur in maniera imperfetta, della rappresentazione di varie categorie di persone e di dinamiche sociali marginalizzate. Lo stesso Joe Biden disse, ormai una decina di anni fa che “Will&Grace ha educato l’opinione pubblica americana sulle tematiche LGBT più di qualunque altra cosa”. Pur comprendendo che un discorso così approfondito sull’argomento sarebbe stato difficile da portare in televisione, risulta comunque evidente che sarebbe stato molto più interessante e di spessore, rispetto alla semplice operazione commerciale nostalgica che è stata adoperata con la Reunion di Friends

    La parte forse più interessante dello speciale è quella che, con i due autori principali dello show Marta Kauffman e David Crane, ne ripercorre i momenti di ideazione e di creazione. Dall’ispirazione dello show, venuta ai due sceneggiatori ripensando ai loro vent’anni, quel momento in cui “i tuoi amici sono anche la tua famiglia”, fino al processo di casting con alcuni aneddoti divertenti e più interessanti di gran parte del resto dello speciale.

    La reunion di Friends non ci dice quindi di per sé troppe cose interessanti, ma piuttosto ci fa pensare a quello che di interessante avrebbe potuto dire. E anche che il comfort delle “risate in scatola”, tanto vituperate, in realtà un po’ ci manca.

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  • RECENSIONE KINGSMAN – SECRET SERVICE

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    «Questo non è quel tipo di film», avvisano i personaggi di Kingsman – Secret Service (Matthew Vaughn, 2015) ogniqualvolta sembra profilarsi una chiosa risolutiva alla J.B: non James Bond,  nemmeno Jason Bourne, ma il tempratissimo Jack Bauer del piccolo schermo. Fatta salva l’integrità british, la rincorsa è al modello seriale preferito dal teppistello Eggsy (Taron Egerton), reclutato – nel proverbiale countdown temporale – per salvare il mondo da una nemesi nostalgica proprio dei vecchi cattivi di 007.

    Kingsman applica alla compostezza leccata del filone spionistico classico il funambolico (bis)trattamento decostruttivo dal basso intrapreso da Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010) nella fucina supereroica contemporanea. Sballottando i registri (action-comedysplatter-kitschspy-thrillercoming of age). Provando a scardinare le gerarchie sociali (fra i bassifondi e l’aristocrazia, scelleratezze politiche e delinquenti di mezza tacca). Tralasciando la cupa seduta riflessiva di Skyfall (Sam Mendes, 2012), il raggelamento asciutto e impenetrabile degli ultimi le Carré, La talpa (Tomas Alfredson, 2011) e La spia – A most wanted man (Anton Corbijn, 2014). Recuperando invece la lezione brit-pulp di Guy Ritchie aperta all’ibridazione. Con un Colin Firth gentleman sui generis, a menar mani e piazzare smash in rallenty come Sherlock Holmes. Infilzando fondamentalisti wasp invasati – scena cult – come in un parossistico Old Boy (Park Chan-wook, 2003) d’oltremanica. Harry Hart è cavalier Galahad e novello professor Higgins nella rieducazione formale  – i modi definiscono l’uomo, for God’s sake! – tesa a foggiare la nobiltà di Eggsy, espungendone le intemperanze. 

    Dietro abiti di lusso e spionaggio internazionale, stanno tute cheap e volteggi parkour del guerriero urban-teen. Rampollo di periferia addestrato ai modi classy(cheggianti) del My Fair Lady (1964) di Cukor, mentr’è sorvegliato a vista dall’inflessibile tradizione fatta persona, sir Michael Caine – del quale è un piacere saggiare di volta in volta i sottotesti alcolici, dal Fernet Branca al brandy d’annata napoleonico.

    Sul versante villain terroristici, un iconico Samuel L. Jackson in tratteggio fumettoso a grana grossa, tra il vestiario chic-rap e i rovelli da ultra-geek megalomane. Affiancato dalla letale e affilatissima killer bio-protesica uscita direttamente da una coreografia di Robert Rodriguez.

    Dai rigurgiti pulp alla tavola rotonda del ciclo arturiano, un’immaginario infarcito di gadget vintage, spruzzato di Martini e messo a rifriggere. Sotto l’apparecchiatura da ricevimento galante, si scopre McDonald’s. Tra l’eleganza inamidata di Savile Row e il disordine isterico delle congregazioni su suolo Usa, il regista Matthew Vaughn cuce un’operazione d’alta e bassa sartoria insieme, scoprendo il fianco ad appena qualche (trascurabile) spiegazzatura narrativa. In cui il côté spionistico su misura old fashioned e l’inappuntabile ingessatura british sono infil(tr)ati nell’habitus squillante, chiassosamente stilizzato e oversize del cinecomics bombarolo a stelle a strisce. 

    Con l’ammazzamento virale dello zombie movie al tempo del digitale sottopelle risolto a botti, champagne ed esplosioni danzanti sulla travolgente marcia di Elgar (Pomp and Circumstance, n. 1). Sinfonia attivante memoria inscindibilmente kubrickiana: è il sottofondo alla passerella del Potere in Arancia Meccanica (1971), qui rovesciata nel pomposo requiem della sua deposizione, dentro la replica della sotterranea war room delle élite, fulgidamente smantellata in una distruzione alla Dr. Strangelove (1964). «La società è morta. Viva la società.» E le principesse scandinave. Dietro un’affettata austerità, in verità generosissime. Dio salvi le regine.

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  • RECENSIONE LUCA – IL FILM PIXAR “ITALIANO”

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    Luca, ventiquattresimo film PIXAR ed esordio al lungometraggio del genovese Enrico Casarosa (già autore del sublime corto La luna), si apre di notte, con una barca da pesca che naviga verso un’isoletta che ricorda gli iconici scogli di Aci Trezza del viscontiano La terra trema. A bordo vi sono due pescatori, un vecchio e un giovane: indossano entrambi la coppola, parlano di inquietanti leggende del mare, prorompono in esclamazioni come “Per mille sardine!” e, per sentirsi più a loro agio, hanno persino un grammofono che fa risuonare l’aria O mio babbino caro dal Gianni Schicchi di Puccini nella placida notte ligure.

    Con questo attacco, Casarosa trasporta l’audience globale della PIXAR nel Belpaese, nella sua patria da lungo tempo abbandonata per inseguire il sogno del cinema in America. In Lucacoming of age di due giovani mostri marini, Luca e Alberto, che negli anni ‘60 vogliono provare a vivere come umani sulla terraferma e si imbarcano in una divertente avventura estiva nell’immaginario borgo ligure di Portorosso – l’Italia è rappresentata come il luogo del godimento della vita: il film trabocca di calore umano, colori, gelato, frutta, pasta, libri, cinema (dalla nonnina addormentata davanti alla mangiata finale de I soliti ignoti di Monicelli alla locandina di Vacanze romane di Wyler, passando per la foto di Marcello Mastroianni appesa sullo specchietto di una moto). In tal senso ha ragione chi ha paragonato il film a Chiamami col tuo nome di Guadagnino, altra pellicola che rappresenta l’Italia come patria del piacere dei sensi, in cui chi giunge dall’esterno (là l’americano Oliver, qua Luca e Alberto) può lasciarsi alle spalle i doveri, i timori e le limitazioni della “vita vera” e immergersi nell’italico locus amoenus.

    Per uno spettatore straniero – e statunitense in particolare – le avventure estive di Luca e Alberto devono apparire come un meraviglioso viaggio in questa sorta di paradisiaco e nostalgico parco di divertimenti. Per noi italiani, invece, resta soprattutto il piacere di rivivere i nostri luoghi e le nostre infanzie in una dimensione idealizzata (e affettuosamente stereotipata), che Casarosa e gli artisti visuali della PIXAR hanno ricreato con impressionante cura del dettaglio (che, ahinoi, siamo costretti a fruire solo su Disney+): dai tipici bicchieri da trattoria alle insegne dei bar, dai portici ai classici carruggi liguri, fino all’intera Portorosso, che pare davvero la fotocopia di Vernazza, una delle Cinque Terre. Il tutto, naturalmente, pervaso da voci mitiche della musica italiana, da Mina a Gianni Morandi, passando per Rita Pavone e Edoardo Bennato. 

    In tutta questa attenzione alla dimensione visiva, però, manca forse la visionarietà a cui la PIXAR ci ha abituato: non c’è, insomma, l’intuizione folgorante, l’immagine capace di farsi portatrice del senso del film (il topo sotto il cappello o la casa sollevata dai palloncini, per capirci). Anche la costruzione della storia e dei personaggi – pur pienamente coerente e tutto sommato inattaccabile – risulta molto semplice e non solo da un punto di vista narrativo (chiaramente in tal senso non vi è la complessità di Inside Out o Soul), ma anche e soprattutto emotivo: film come Up o Coco, forse le pellicole PIXAR concettualmente più vicine a Luca, hanno tutto un altro spessore e mettono in campo uno spettro emozionale che, purtroppo, l’amarcord italiano di Casarosa non riesce a coprire. Certo, i valori dell’amicizia, della famiglia e dell’accettazione dell’altro – temi cardine della poetica dello studio d’animazione statunitense – appaiono ben chiari anche qui, ma sono espressi in maniera molto più lineare e bidimensionale del solito e anche alcuni personaggi di contorno, dai genitori di Luca al villain Ercole Visconti, sono tutt’altro che memorabili.

    Nel complesso Luca, pur non avendo il fascino e la complessità di altre avventure PIXAR o di un film del citatissimo Hayao Miyazaki (del quale almeno Ponyo sulla scogliera è abbondantemente ripreso in tantissime idee visive), resta comunque una pellicola di animazione superiore alla media, cinefila (la bella sequenza finale riecheggia nientepopodimeno che quella de I vitelloni di Fellini) e visivamente scintillante, capace di immergere il pubblico internazionale nell’Italian way of life e in un universo di piccoli e grandi piaceri quotidiani che, ora possiamo dirlo, tutto il mondo ci invidia.

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  • RECENSIONE SHIVA BABY

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    Nella tradizione ebraica, lo Shiva è il periodo di sette giorni di lutto in cui i parenti stretti, dopo una sepoltura, si riuniscono per il cordoglio nella dimora del defunto, tra preghiere, banchetti commemorativi e familiari in visita. Nel corso di questo rituale sociale, lungo un’unità di tempo e luogo di poco meno di ottanta minuti, si svolge la vicenda di Shiva Baby (2020), opera prima della canadese Emma Seligman, che esordisce nel lungometraggio espandendo il suo omonimo corto del 2018 (presentato come tesi di laurea alla New York University). Protagonista, in entrambi i casi, la venticinquenne attrice e stand-up comedian statunitense Rachel Sennott, fattasi un nome come caustica battutista su Twitter, in un live-show su Instagram e nella webserie – da noi inedita – Ayo and Rachel Are Single (a occhio, un talento promettente)

    Seguiamo dunque le traversie di Danielle, spigliata studentessa incerta sul futuro e in crisi di identità, che, all’insaputa di tutti, lavora come sugar baby per maturi clienti in cambio di soldi e costosi regali. Dopo un appuntamento, recandosi di malavoglia a uno Shiva nei sobborghi di Brooklyn in compagnia dei genitori, distante e annoiata in mezzo alla calca dei congiunti, si imbatte in Maya, sua ex amante. Non bastasse, si trova di fronte proprio l’uomo col quale si è intrattenuta poco prima, con avvenente moglie e figlioletta neonata al seguito a complicare gli imbarazzi, tra parenti ficcanaso che si intromettono da ogni dove e una tensione che per Danielle comincia a farsi insostenibile. 

    È facile riconoscere il folto background di riferimento del film della Seligman. Tra i toni dell’irriverente commedia umana, il coming of age indie e l’ansia montante da kammerspiel psicologico, riunisce umorismo alla Fran Lebowitz, un’antieroina alla Greta Gerwig, la trasgressione al senso comune, le stilettate puntute alla morale, l’attentato all’ipocrisia borghese e ai dettami dell’ortodossia religiosa (e sessuale), la provocazione dissacratoria e il cinismo paradossale del milieu ebraico di tante opere di Woody Allen e dei fratelli Coen (nel cast, spicca Fred Melamed nel ruolo del padre e del goffo schlemiel, comparso in numerosi film di Allen nonché rivale amoroso di Larry Gopnik in A Serious Man (2009). 

    Con, in più, la convulsione schizofrenica del nucleo familiare slabbrato dalla pecora nera – mina vagante alla Rachel getting married (2008) di Mike Nichols, alcuni riflessi della serialità recente (Transparent, Unorthodox) e le dichiarate ispirazioni della regista: il ritratto delle insicurezze teen di Palo Alto (2013) di Giò Coppola, l’osteggiata relazione tra donne e la ricerca dell’identità femminile schiacciata dalla comunità in Disobedience (2017) di Sebastián Lelio, il pedinamento attoriale e l’improvvisazione alla Cassavetes

    Shiva Baby procede però sicuro sulle sue gambe. Un’opera libera, spontanea, coraggiosa, ben scritta e ancor meglio recitata (la Sennott è fantastica), orgogliosamente personale, che rielabora il vissuto autobiografico di Emma Seligman – bisessuale e appartenente alla comunità ebraica come la sua Danielle – in una disorientata ricerca di sé che rifiuta le etichette e accetta benevolmente la stasi, l’indecisione, il blocco esistenziale, e che non teme di mostrare contraddizioni e vulnerabilità della generazione Z. Riflettendo su un tema spinoso come la gestione della sessualità, il consapevole e compiaciuto sfruttamento del corpo da parte di Danielle, senza ricorrere al revanscismo ideologico femminista, che anzi viene apertamente deriso, al pari del resto, nelle battute su corsi di gender business (?!) e pink pussyhats in marcia nei cortei. 

    Anche nella brillante direzione degli attori e nella messa in scena, Emma Seligman dimostra una grande padronanza del linguaggio filmico, fatto di precise scelte stilistiche: montaggio svelto e puntuale nei dialoghi più tesi, uso di lenti anamorfiche – della cinematographer  Maria Rusche – per raggruppare l’affollamento di personaggi nell’ampiezza della profondità di campo, distinguendo l’isolamento estraniato e il senso di prigionia di Daniele dai capannelli di familiari sfocati sullo sfondo. È lei l’insider a cui si aggrappa il punto di vista, a spasso tra gli interni nell’ansiogena mobilità della camera a mano, che aumenta progressivamente la sensazione di opprimente claustrofobia schiacciata sul volto della ragazza: un’atmosfera soffocante e inquisitoria, con la costante pressione fisica e psicologica dei parenti appostati in salotto, pronti a far domande scomode e bloccare le vie di fuga, grottescamente distorti (le facce mostruose che si ingozzano di cibo e assillano Danielle con smorfie ghignanti). Con uno score pizzicato, ispirato alla musica Klezmer, per tirare le corde emotive di Danielle in vibrazioni quasi horror. E un finale spiraglio di ottimismo che, nello stipare tutti i personaggi in un gremito furgoncino delle diversità alla Little Miss Sunshine (2006), trova il mezzo migliore per una tregua dai conflitti. 

    Per dirla in soldoni, tanta roba per un magnifico esordio.

    Il film è disponibile su MUBI 

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  • RECENSIONE EST – DITTATURA LAST MINUTE DI ANTONIO PISU

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    Ottobre 1989. In televisione passano le immagini di Bush, Reagan e Gorbacev, il Cesena pareggia in casa con la Lazio, Ezio Greggio e Raffaele Pisu conducono la seconda edizione di Striscia la Notizia, Franco Battiato è in cima alle classifiche musicali. E’ in questo momento che tre giovani ragazzi, Pago, Rice e Bibi partono per una vacanza di dieci giorni verso l’Europa dell’Est e finiranno per vivere il viaggio più importante della loro vita. Basandosi sul libro “Addio Ceausescu” scritto da due dei protagonisti della storia Maurizio Paganelli e Andrea Riceputi, Andrea Pisu costruisce al suo secondo lungometraggio un road movie all’italiana, che tra momenti comici e sonori “dio boh” porta lo spettatore a scoprire o ricordare un’epoca che ormai sembra molto lontana, ma in realtà incredibilmente vicina.

    TRE GIOVANI RAGAZZI 

    Il punto di forza del film sono senza dubbio i tre protagonisti, interpretati magistralmente dai giovanissimi Matteo Gatta e Jacopo Costantini affiancati da un Lodo Guenzi che lascia per un attimo il mondo della musica per entrare nel cinema, riuscendo comunque a dare un’ottima prova attoriale. Se il tutto comincia con un tono estremamente sarcastico e leggero, con i tre ragazzi che partono da Cesena carichi di biancheria intima da vendere nei paesi dell’Urss ed un susseguirsi di battute sulle loro relazioni e la ricerca di belle ragazze lungo il loro viaggio, il tutto assume un tono molto più serio quando in Ungheria incontrano un uomo che chiede loro di portare una valigia dalla sua famiglia in Romania, ancora sotto la dittatura di Ceauşescu e da cui lui è scappato da diversi mesi.

    La sceneggiatura del film risulta molto solida, riuscendo a proporre una storia che ben bilancia momenti più comici e tranquilli a veri e propri attimi di tensione da thriller, tra inseguimenti, cimici, telefoni sotto controllo e polizia segreta. Ben scritti sono anche i vari personaggi secondari, tutti ben caratterizzati ed unici ma senza mai sfociare in un eccessivo stereotipo, riuscendo così a mostrare con naturalezza lo stile di vita delle persone in quel periodo. Oltre che ben interpretati, i tre protagonisti sono anche ben scritti, soprattutto nel mostrare l’influenza che questa storia ha su di loro e sul loro modo di essere e di vivere. 

    A livello registico ci si ritrova davanti ad un buon lavoro, che non stupisce mai ma riesce comunque a tenere incollati allo schermo, curiosi di vedere lo svolgersi delle vicende. 

    FELICITÀ

    Non si possono non nominare altri due elementi fondamentali per il film e che ne permettono la riuscita. Il primo è la scenografia. Dai paesaggi iniziali di Cesena si ha un progressivo passaggio alle zone sotto dittatura, caratterizzate da una fotografia particolarmente spenta e grigia, magari non originalissima ma che contribuisce enormemente a favorire l’immersione in uno stile di vita dove anche le piccole cose, come l’odore del caffè, una barretta di cioccolata o un reggiseno di pizzo, sono un qualcosa di inaspettato, un vero e proprio dono. Uno stile di vita a cui i tre ragazzi (come tutti noi del resto) faticano ad adattarsi e che cercano di cambiare, rischiando parecchio.

    L’altro elemento è la colonna sonora. Il film è infatti un vero e proprio repertorio di musica anni ’80 italiana, tra Al Bano e Romina con “Felicità” e Franco Battiato con “Voglio vederti danzare” il film riesce a riportare lo spettatore in quegli anni di vinili, musicassette e Sanremo, con le canzoni della nostra penisola ascoltate in tutto il mondo, spopolando proprio in quei territori dove per reperire anche solo una cassetta era necessario un procedimento estremamente pericoloso. 

    CONCLUSIONE

    Andrea Pisu riesce a confezionare un pregevolissimo road movie, trasportato da tre bravissimi attori e da un’ottima sceneggiatura che riesce a mostrare tutta la crudezza e l’orrore della vita sotto dittatura, bilanciando il tutto con l’inserimento di momenti un po’ più leggeri e divertenti. Con una colonna sonora di tutto rispetto ed una scenografia forse poco originale ma non per questo non funzionale, il film riesce a catturare l’attenzione di ogni tipo di spettatore, dal più cinefilo al più occasionale.

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  • RECENSIONE ESTATE ’85: LA BALLATA DEGLI AMORI SEPOLTI

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    Francia, estate del 1985. L’annoiato sedicenne Alex (Félix Lefebvre) si è da poco trasferito con la famiglia nella città marinara di Le Tréport, nella Senna Marittima. Un giorno, sorpreso al largo delle acque della Manica da un nubifragio che rovescia la sua piccola imbarcazione, viene tratto in salvo da David (Benjamin Voisin), ribelle e carismatico diciottenne col quale nasce subito un’amicizia, destinata a trasformarsi rapidamente in una trascinante passione. Ma un evento tragico grava sulla sorte dei ragazzi…

    Dal libro per adolescenti Danza sulla mia tomba (1982) del britannico Aidan Chambers, François Ozon, trasferendo l’ambientazione dal Sud dell’Inghilterra alle coste della Normandia, trae un insolito teen romance che alle palpitazioni amorose intreccia un’evoluzione drammatica dall’atmosfera funerea e a tinte cupe, con un’ingombrante pulsione di morte che aleggia costante e parallela al racconto di educazione sentimentale. Un melodramma intimo e processuale, affidato alla voice over di Alex (il film si apre con il suo arresto), che indaga à rebours sulle verità della storia e della relazione di coppia, nelle pieghe tra il resoconto cronachistico e l’idealizzazione romanzata nel lavoro della scrittura – tema già esplorato da Ozon in Swimming Pool  (2003) e in Nella casa (2012). «L’unica cosa che conta – dice Alex – è riuscire a fuggire dalla propria storia»

    Siamo noi a inventare chi amiamo, a costruire illusoriamente il soggetto dell’attrazione? Estate ‘85 è un film di proiezioni e fantasmi del desiderio: Alex entra in scena come una sfocata silhouette che cammina in controluce, e apre il racconto con un flashback che qualifica la presenza cruciale di David come «cadavere in vita», un living dead dal destino già segnato sul modello wilderiano di Viale del tramonto (1950). Ozon asseconda i macabri umori del protagonista e lo ritrae in pose da camera mortuaria (la vasca da bagno in cui si immerge come in un sarcofago egizio), in nature morte di gusto pittorico (il profilo del giovane affiancato a un teschio sullo scaffale), o in piccole associazioni cinefile a tema sepolcrale (il poster dello scult The Awakening (1980) in camera di Alex). 

    Il regista francese si insinua con pudore e delicatezza nell’alchimia crescente dei contatti tra Alex e David. Senza insistere, come spesso fatto altrove (Giovane e bella (2013),  Doppio amore (2017), sul sesso esibito e sulla carnalità dei corpi. Dichiarando, per bocca di Alex, di non voler spiare dal buco della serratura quanto avviene dietro le porte chiuse. Carezzando, piuttosto, il languire di Alex per le labbra livide, il pallore cereo e gli occhi spenti dell’amato, nella scena en travesti all’obitorio, più scomposta e pretestuosa rispetto alle suggestioni di un’opera come Una nuova amica (2014), in cui il ruolo del travestitismo e dell’identità gender fluid assumeva vera centralità tematica.

    Pur filmando in una granulosa pellicola Super 16mm che ricrea mood, immaginario e look giovanile degli iconici anni ’80 – tra Reebok bianche, Levi’s 501 e giubbotti in denim -, Ozon non ostenta mai un’estetica troppo glam e patinata. Senza nostalgie di maniera, offre un controcanto noir, problematico e spigoloso, da moderno poeta maudit (David cita i versi di Verlaine), di un tormentato rapporto affettivo nel decennio dell’euforia e del disimpegno. In anni in cui le coppie dello stesso sesso ancora costituivano un argomento socialmente scomodo, difficile da far venire a galla fronteggiando le resistenze del contesto pubblico e familiare. 

    Anche la ricca compilation delle celebri hit (In between days dei Cure, l’immancabile Self control, Cruel Summer  dei Bananarama) si carica di un senso preciso, quando spara a tutto volume nelle cuffie del walkman la ballatona Sailing di Rod Stewart: non solo il pezzo per l’affettuoso isolamento acustico nella bolla sentimentale di un nuovo tempo delle mele aggiornato alla sensibilità LGBT (la scena dell’abbraccio in discoteca), ma vero spleen emozionale della promessa di danzare sulla tomba, dissotterrando la memoria dolceamara degli amori sepolti. 

     

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  • RECENSIONE TUTTI PER UMA

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    Susy Laude esordisce alla regia con Tutti per Uma, la storia di una famiglia tutta al maschile composta dal nonno Attila (Antonio Catania), suo fratello minore – lo zio Dante (Lillo), il figlio Ezio (Pietro Sermonti), i due nipoti Francesco (Gabriele Ansanelli) e Emanuele (Valerio Bartocci) e il cane Mimmo. In casa Ferliga regna un clima di tensione e continui litigi, dati dai vari problemi che i componenti della famiglia devono affrontare, in primis le scarse vendite e conseguenti debiti che l’azienda vinicola di famiglia, un tempo rinomata, sta provocando. Ma l’arrivo misterioso di una principessa dell’Austria dal nome impronunciabile potrebbe migliorare le sorti delle loro vite. Presentata al resto della famiglia sotto un’altra identità, la presenza di Uma (Laura Bilgeri) porta i Ferliga a circondarsi di un’aria di falsa serenità, per fare colpo sulla graziosa fanciulla.

    Il film si presenta fin da subito come un prodotto indirizzato ad un target di bambini, con toni fiabeschi e superficiali, risultando tuttavia eccessivamente semplice, anche per il pubblico a cui è destinato. Le premesse riguardanti la storia sembrano interessanti, con una semplice commedia unita alle più classiche favole su principi e principesse e con un cast promettente capace di strappare una risata anche ad un pubblico più generalista. Purtroppo il suo sviluppo lascia molto a desiderare. Non esiste un filo logico per tutta la durata del film e gli eventi accadono senza alcuna continuità logica con ciò che si è visto nella sequenza precedente. Molto spesso inoltre, eventi o azioni di cui si parla nei dialoghi non vengono mostrate su schermo, ma subiscono un’ellissi lasciandole all’immaginario dello spettatore, una pratica rischiosa che, se non viene fatta con criterio e intelligenza, rischia di rendere la storia del film incomprensibile.

    La parte narrativa della favola cerca di dare un’identità particolare e interessante alla storia, finendo invece per banalizzarla: un classico modello della principessa col suo principe azzurro senza spessore o originalità, che non riesce a legarsi bene con il resto della storia, risultando abbastanza superflua. Non banali sarebbero potuti risultare gli intermezzi Musical del film, che rimandano chiaramente ad una classica pellicola Disney, ma la loro scarsa presenza rendono le poche performance musicali un ulteriore ingrediente eterogeneo di un film che sembra più un miscuglio confusionario di generi e scenette.
    Le parti comiche, principalmente slapstcik, hanno poco mordente, risultando fiacche e provocando davvero poche risate. Anche le gag tra la coppia Lillo – Sermonti, che sulla carta dovrebbero risultare stellari, risultano banali e fuori luogo, come la sequenza che riprende le classiche gag anni ‘20, piacevoli forse per chi le guarda con un occhio consapevole, ma che per chiunque altro risultano alla pari di scenette tipici di programmi come paperissima sprint.

    I personaggi risultano poco definiti, restando tutti molto piatti per tutta la durata dell’opera. Ogni componente della famiglia Ferliga ha i suoi drammi personali e tratti riconoscibili, ma il loro percorso, quando presente, è mal raccontato, dando un illusione di sviluppo quando su schermo non si vede una singola inquadratura che lo motivi, come se l’autore sapesse dove andare a parare ma non sapesse come arrivarci. Probabilmente il vero problema di questo film è che cerca di fare troppo, inserendo forzatamente temi e particolari per ogni membro della famiglia, senza riuscire a gestirli e svilupparli a dovere, essendo poi costretto a ricorrere a salti temporali e lasciando così allo spettatore il compito di immaginare il percorso che porta dalla situazione iniziale a quella finale di ogni sottotrama presente nella storia. Infine, se un buon film si giudica da un buon antagonista, allora Tutti per Uma è ancora più in difficoltà. Lo zio Victor (Dino Abbrescia), principale antagonista, è, alla pari di tutti gli altri personaggi, una macchietta.

    Nei primi minuti di quest’opera filmica veniamo introdotti dal piccolo di casa, Emanuele, e ciò che segue sembra proprio il racconto della storia dal suo punto di vista, quello di un bambino che racconta a spizzichi e bocconi senza seguire una logica ma seguendo il suo istinto. Una bell’idea a livello concettuale ma nel pratico molto difficile da seguire, facendo vivere agli spettatori un’esperienza non appagante, anzi a tratti frustrante per alcune scelte narrative illogiche.
    Tutti per Uma è purtroppo una delusione. Nonostante un comparto attoriale e un presupposto narrativo con un buon potenziale, infatti, non riesce ad essere mai appetibile, nemmeno per un pubblico di più piccoli.

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  • RECENSIONE COMEDIANS – COMICITÀ E ODIO

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    L’omonimo spettacolo teatrale di Trevor Griffiths è alla base di Comedians, nuovo film scritto e diretto da Gabriele Salvatores.

    La voce rauca di Tom Waits con le canzoni Rain Dogs e Downtown Train apre e chiude il sipario su un non-luogo, una non specificata e piovosa città del Nord Italia. L’azione è quasi tutta contenuta in due sole stanze, l’aula di una scuola dove sei aspiranti comici (Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa) preparano il loro numero, e la sala in cui si  esibiscono: nell’aula i sei comici ripassano le lezioni del loro insegnante, l’ex
    comico Eddie Barni (Natalino Balasso), consapevoli che il loro numero verrà valutato dall’agente teatrale Bernardo Celli (Christian de Sica), per decidere chi di loro verrà assunto nella sua agenzia. Tutti i sei comici sono persone insoddisfatte e frustrate, che vedono nell’ingaggio di Celli la possibilità di evadere dalle loro vite; Barni, d’altra parte, nell’insegnare loro una forma costruttiva di comicità, spera di riscattare le loro esistenze e, in parte, anche la propria.

    Più che la storia o i personaggi, quel che conta in Comedians è l’umore che pervade tutto il film: Gabriele Salvatores immerge infatti lo spettatore in un mood rabbioso e acido, dove la comicità dei sei attori e i rapporti l’uno con l’altro scaturiscono da rancori, ostilità, aperto disprezzo, ed esplodono nei furiosi litigi dietro le quinte e qualche volta anche sul palcoscenico, come i due fratelli interpretati da Ale e Franz divisi da differenze inconciliabili ma costretti a esibirsi assieme, oppure il giovane ribelle e insofferente di Giulio Pranno il cui male di vivere si esprime in una comicità scioccante e urlata. Questa atmosfera plumbea viene resa anche grazie ai colori spenti (fotografia di Italo Petriccione) e allo squallore delle ambientazioni (production design di Rita Rabassini).

    In questa rabbia si gioca la differenza abissale tra due opposti modi di intendere la comicità, incarnati da Barni e Celli: il primo insegna una comicità che prenda atto del male nel mondo e lo incanali in un’energia positiva che arricchisca il pubblico, il secondo professa una comicità più immediata, meno filosofica. Il conflitto del film, quindi, riguarda l’annoso dilemma se l’arte debba limitarsi a descrivere la realtà o se debba provare anche a migliorarla.

    Le caratterizzazioni dei personaggi funzionano, anche se gli attori sono incastrati in dialoghi così smaccatamente teatrali da essere per la maggior parte forzati, poco naturali. L’intenzione di Salvatores era probabilmente di rendere i personaggi più simili a caratteri teatrali che a persone credibili e verosimili, ma questa idea riesce solo in parte a causa delle differenze tra linguaggio del cinema e linguaggio del teatro. Questo scarto tra intenzione di Salvatores e resa su schermo influenza anche la riuscita dello stesso umorismo di Comedians, un po’ a causa dei dialoghi di cui sopra, un po’ per la natura di molte gag, in cui le battute fondate su stereotipi sessisti si sprecano. Se questo da una parte può servire a sottolineare la sgradevolezza misantropica dei protagonisti, dall’altra fossilizza la comicità di Comedians in un repertorio fuori tempo massimo, non efficace: nel 2021 ci si aspetterebbe un umorismo un po’ diverso da battute su “donne facili” e persone sovrappeso. Anche perché sembra contraddire l’intenzione del film di mostrare come vincitore morale Eddie Barni, quello che teorizza una comicità universale e costruttiva.

    Comedians è un film interessante, che conferma la capacità di Gabriele Salvatores di raccontare storie dal sapore diverso rispetto al solito cinema italiano. Tuttavia, conferma anche la sua attitudine a raccontarle più con furbizia che con profondità: introduce alcune ottime idee e sfrutta un buon cast di attori, conferisce al film un’atmosfera molto riuscita, ma la tesi che porta avanti si sovrappone alla storia e ai personaggi in un modo non così  approfondito come lo stesso Salvatores crede.

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