RECENSIONE LA SCELTA DI ANNE – CORPO E SOCIETÀ

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Vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Venezia e tratto dal romanzo autobiografico L’Evento di Annie Ernaux, La scelta di Anne è il secondo lungometraggio da regista di Audrey Diwan.

La storia di Anne (Anamaria Vartolomei) potrebbe essere in realtà la storia di centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo: brillantissima studentessa di umile estrazione sociale, trapiantata in un ambiente borghese con le sue nevrosi e consuetudini, Anne intraprende un’odissea personale che si trasforma in un calvario di pregiudizi e ostacoli quando scopre di essere incinta e vuole abortire, in un luogo e in un’epoca (Francia, 1963) in cui l’aborto è illegale.

Come dimostra un illustre precedente come 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu (vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2007), dell’aborto il cinema preferisce parlare nel circuito dei grandi Festival e dei cinema d’essai. In realtà definire La scelta di Anne solamente come “il film sull’aborto” non sarebbe sbagliato ma molto riduttivo oltre che superficiale: la scelta di Anne è in realtà l’occasione per parlare di molto altro. Ciò che viene mostrata non è tanto e non solo la scelta del titolo italiano ma “l’avvenimento” del titolo originale (L’Événement), la gravidanza -le didascalie che segnano il passaggio delle settimane hanno l’ineluttabilità di una condanna- e la violenza inflitta dall’impossibilità di abortire e da una mentalità che controlla corpi e destini. Il film come il romanzo è ambientato nella Francia del 1963: precise indicazioni di luogo e tempo tuttavia scarseggiano proprio perché potrebbero essere traslate qualunque luogo e qualunque tempo.

La regia di Audrey Diwan è straordinaria per la sua sobrietà: mette al centro di tutto la protagonista, interpretata dalla brava Anamaria Vartolomei, incorniciata da una serie di primi e primissimi piani e riprese di spalle che la pongono al centro del dramma interiore e la isolano dalla società. È uno sguardo sensibile (come la fotografia delicata di Laurent Tangy) ma fermo, che rifugge il voyeurismo ma non risparmia scene crude -e di grande impatto nonostante siano suggerite più che mostrate-, con punte di umorismo nerissimo: soprattutto è uno sguardo liberatorio, che mette a nudo ipocrisie della società borghese e restituisce dignità alla scoperta del proprio corpo e della propria sessualità. È in conclusione una regia raffinata, complessa proprio perché lavora per sottrazione. Solo ogni tanto il film si lascia andare a un certo didascalismo in alcuni dialoghi; se ha il difetto di rendere certi personaggi delle marionette più che delle persone a tutto tondo, è comunque necessario e coerente con un’idea di racconto come lucida analisi sociale, che mette al bando sentimentalismi ed esamina personaggi e ambiente con sguardo partecipe.

La scelta di Anne non è ovviamente un film facile, ma la forza della sua visione e l’interpretazione decisa della protagonista lo rendono meritevole di attenzione. Difficile definirlo un capolavoro, e difficile immaginarlo al centro di un dibattito esterno a quello dei circoli cinefili o degli addetti ai lavori, il che è un peccato; tuttavia certi film possono permettersi di essere necessari e meritevoli di attenzione senza per forza essere degli immortali capolavori del cinema: La scelta di Anne è uno di quei film.

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