Tutte le vite che non vivremo

Il raggio verde, La persona peggiore del mondo, Frances Ha: la paralisi della scelta e il caos dei vent’anni 

“Un giorno perfetto per un ritorno su se stessi: questi freddi chiarori […] entrano in me attraverso gli occhi; mi sento rischiarato dentro da una luce avvilente. Son sicuro che mi basterebbe un quarto d’ora, per raggiungere il supremo disgusto di me stesso. Grazie tante. Non ci tengo.” 

La nausea, Jean-Paul Sartre

Catturare un sentimento e renderlo la base di una storia non è facile, ma ci sono registi che eccellono proprio quando abbandonano trame troppo fitte e si concentrano sull’anima dei loro personaggi. Alcuni poi decidono di fare un ulteriore passo in avanti, e scattano una fotografia all’angoscia esistenziale che ha iniziato a farsi strada nella società man mano che il giro di boa del millennio si avvicinava. La persona peggiore del mondo (Joachim Trier, 2021), Frances Ha (Noah Baumbach, 2012) e Il raggio verde (Éric Rohmer, 1986) sono tre film distanti nel tempo e nello spazio ma legati dalla stessa prospettiva, dal medesimo sguardo adottato per spiare all’interno di tre vite diverse per 90 minuti circa.

Il raggio verde, uscito nel 1986, così come i due film successivi racconta una storia essenziale: Delphine ha chiuso da qualche anno una relazione ma non è ancora riuscita a incontrare qualcuno. Dopo aver scoperto a due settimane dalle ferie che la sua amica non avrebbe potuto viaggiare con lei, Delphine deve affrontare l’ansia sociale di trovare delle attività divertenti per le vacanze, possibilmente con qualcuno e magari conoscere finalmente un ragazzo. I giorni estivi trascorrono fugaci senza ch’ella riesca mai davvero a scegliere una meta e viverla fino in fondo. Delphine fa esperienza dei luoghi quel tanto che basta da capire che il vuoto che sente dentro non verrà colmato così, e che non c’è modo di impedire che il dolore che prova la sovrasti. Piange, scappa, cerca una nuova distrazione. Non si tratta soltanto di iniziare una nuova relazione per non sentirsi più sola, no, non è questo. È qualcosa di più grande. Paura del confronto col mondo. Come si vive? Cosa si deve fare? Agosto a Parigi? In fondo non si sta male. Però potrebbe andare qualche giorno al mare oppure in montagna… le sue amiche le dicono come dovrebbe comportarsi. Dovrebbe viaggiare da sola e conoscere qualcuno. Delphine si sente una stupida, e il disagio che prova è più forte delle aspettative degli altri. I viaggi non sono mai soltanto viaggi, soprattutto ne Il raggio verde. Il breve frammento di vita che ci viene mostrato è metonimia dell’esistenza. Trovare qualcuno, avere le idee chiare su cosa fare, scegliere una direzione e percorrerla con convinzione. Scoprirà Delphine forse in seguito come risollevarsi? È possibile. Alla fine del film riesce infatti a vedere il raggio verde.

Il raggio verde

Secondo il romanzo omonimo di Jules Verne chiunque riesca a cogliere l’ultima luce del sole prima del tramonto, caratterizzata da questo colore inusuale, diviene in grado di leggere dentro se stesso con razionalità. Non a caso, proprio in quel frangente trova un ragazzo che le piace davvero e sceglie con sicurezza di seguirlo in una città dove non aveva in programma di recarsi. Il percorso che Delphine compie però è importante tanto quanto questo momento. Aveva deciso di non abbattersi senza provare a star bene, e non era in fondo colpa sua se non riusciva a sentirsi mai davvero serena senza scoppiare a piangere presa da una forte disperazione. Aveva dovuto fronteggiare queste sensazioni che sopraggiungevano in maniera inaspettata, allo stesso modo in cui Julie ne La persona peggiore del mondo si abbandona alle lacrime dopo essersi allontanata da una festa con il suo fidanzato e altri amici. Nella sua storia la tragedia interiore dei vent’anni non viene rappresentata da situazioni simboliche, ma affrontata di petto: Julie non sa chi è. Cerca di definirsi cambiando corsi di laurea, lavori, relazioni, ma niente di tutto ciò sembra funzionare e riuscire a placare quel panico, quella nausea esistenziale che accompagna chi affronta la fase di transizione dalla fine dell’adolescenza all’età propriamente adulta. La persona peggiore del mondo è del 2021, quindi ancora più vicino al nostro presente e dunque è in grado di esprimere in maniera più chiara la sensazione di spaesamento che nell’ultimo secolo è andata progressivamente crescendo. Nel 1963 la scrittrice Sylva Plath pubblicava il libro “La campana di vetro”, con la celebre metafora dell’albero di fichi per raccontare l’angoscia e la paralisi della scelta. 

“Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica… […] E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

Gli anni ’60 in Occidente segnarono l’espansione della cultura pop, del consumismo, del boom economico, dei movimenti giovanili e della conquista di più alternative di vita soddisfacenti per le donne. L’ebrezza di questo florido panorama nascondeva però un lato inquieto: caricare interamente l’individuo della responsabilità della propria vita. Questo è valido ancora e soprattutto oggi, quando infinite opportunità corrispondono ad infinite versioni dell’io e dunque la necessità di scegliere, ipotizzando di sbagliare, significa costringersi all’interno di una versione di sé che potrebbe non essere quella vera. Ma cosa significa parlare della vera versione di sé? Julie di certo non lo sa, ma al termine della sua storia arriva alla consapevolezza di dover guardare alla vita con più leggerezza, e magari una simile demarcazione di sé stessa preferisce evitarla del tutto. Le note distese di Waters of march nella versione di Garfunkel accompagnano la chiusura del film mentre Julie, divenuta infine -o momentaneamente- fotografa di set si concentra sul suo lavoro dopo aver visto il suo ex ragazzo Eivind con la sua nuova famiglia. Va avanti consapevole che avrebbe potuto cogliere quel frutto ma non l’ha fatto, e il fico dell’albero si è ormai seccato ed è caduto. Pazienza. Leggerezza, e fuga da confini che sarebbero diventati limitanti. È l’unica soluzione alla nausea. 

Frances Ha

Frances Ha invece, del 2012, pur essendo precedente al capolavoro di Trier è forse tra i tre il film che meglio risuona con l’esperienza di vita dei vent’anni nel nuovo millennio. Frances ha 27 anni, vive con la sua migliore amica Sophie, è una ballerina e forse ha la possibilità di entrare stabilmente nella compagnia per cui lavora. Non ci sono molte certezze però, né nel lavoro né nelle relazioni, e la New York del 2012 sta diventando progressivamente più costosa. Così, quando Sophie le comunica che andrà via di casa, le fragili sicurezze di Frances iniziano a sgretolarsi. Inizia a frequentare un ragazzo. Non va, alla fine ne diventa la coinquilina in un momento di necessità di una casa. Delusioni sul lavoro. Riuscirà a pagare l’affitto? Va a far visita alla sua famiglia per un po’. Così non va, ha bisogno di fare qualcosa. Ma Sophie? Si è fidanzata ormai. Lui ha un lavoro stabile, vanno a convivere in Giappone. Eppure poco tempo prima tutto era così diverso. Frances non la sente praticamente più, nonostante se debba parlare di lei continui a dire che loro due sono la stessa persona con capelli diversi. Cene tra amici. Si potrebbe andare un weekend in Francia, perché no. C’è un colloquio di lavoro in cui sperare. La vita di Frances scorre, effimera e sfuggente. Tutto è transitorio e impulsivo in questa fase. Eppure non vediamo mai la nostra protagonista arrivare a un vero momento di tracollo dichiarato, e anzi in confronto a Delphine e Julie lei è forse quella più serenamente in linea con l’assurdismo degli ultimi vent’anni. Ma se la sua personale crisi è più quieta non significa che sia meno disperata, anzi. Frances non si confronta specificatamente con il dramma di intraprendere un percorso (che sia di vita o un viaggio), piuttosto si barcamena nel caos che caratterizza la sua età cercando di mantenere una leggerezza che la aiuti a restare a galla, prendendo il buono che l’esistenza possa offrirle.

“Il raggio verde”, “La persona peggiore del mondo” e “Frances Ha” regalano sguardi diversi sulla medesima questione, il dilemma più complesso che l’uomo si sia mai trovato ad affrontare: cosa fare della vita e perché. La delicatezza stilistica dei tre autori fa da contrappunto ad una realtà profondamente terrificante, facendone risultare delle storie schiette e sorprendenti nella loro complessa semplicità, e allo stesso tempo intimamente familiari e rappresentative della vita moderna.


Gaia Fanelli

Redattrice

Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *