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  • LA COPERTINA DI LUGLIO





  • Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Sabbia e tè di sangue – Intervista a Christiane Cegavske

    Artista, regista indipendente, animatrice, Christiane Cegavske è una creatrice di mondi unici, perturbanti, che sembrano scaturire dalla parte più oscura dei sogni. Una parte allo stesso familiare e rimossa, come un incubo fatto da bambini, sepolto da qualche parte nella tua memoria, ma sempre pronto a sbucare fuori.

    La sua fattoria di famiglia nell’Oregon da cui si collega per l’intervista nasconde ancora parte del mondo immaginato con il suo primo lungometraggio, la fiaba dark di culto Blood Tea and Red String, produzione indipendente uscita nel 2006 la cui lavorazione ha richiesto tredici anni e che tuttora riscuote un successo sotterraneo in proiezioni e festival di animazione e non solo. Abbiamo parlato di animazione indipendente, di arte e del suo nuovo lungometraggio, attualmente in produzione, Seed in the Sand.

    Ritratto di Christiane Cegavske (foto di Robin Loznak)


    Da quando hai lavorato al tuo primo lungometraggio Blood Tea and Red String a ora con Seed in the Sand, come sono cambiati il tuo lavoro e il tuo processo creativo?

    Dal punto di vista tecnico, avevo girato Blood Tea and Red String su pellicola 16 millimetri, praticamente senza alcun riferimento video, tranne per circa due minuti del film, le ultimissime cose che ho girato. Ora sto usando fotocamere DSLR e il software Dragonframe; ma quando giravo con la pellicola da 16 millimetri, giravo circa due minuti e mezzo per rullino, perché lasciavo sempre un po’ di pellicola in più perché non volevo rimanere senza a metà ripresa, quindi era piuttosto terrificante. Poi, quando mi sono trasferita da San Francisco, dovevo fare molte ore di autobus per andare a sviluppare la pellicola, perché non volevo spedirla. La tenevo addosso in un piccolo marsupio. Quindi pensavo che se fossi sopravvissuta al viaggio in autobus, anche la mia pellicola sarebbe sopravvissuta.

    All’epoca uscivo da una laurea in arti visive, avevo una formazione limitata quando ho iniziato a fare film. Ora, soprattutto dopo 12 anni di insegnamento, mi sono evoluta come narratrice e ho una maggiore comprensione della cinematografia, del linguaggio cinematografico e di tutto ciò che ne consegue. Quindi metto a frutto queste conoscenze, pur mantenendo la stessa base del mio approccio, che segue una sorta di logica onirica. Traggo ispirazione direttamente da questa. Non adatto in alcun modo ciò che faccio alle aspettative immaginarie di qualcun altro.

    Christiane Cegavske al lavoro sul set di Seed in the Sand

    La tecnologia è cambiata, ma il film mantiene l’aria fiabesca del precedente o è cambiata anche quella?

    L’atmosfera è diversa. Voglio dire, sembra comunque familiare, perché proviene dalla stessa mente creativa. Mentre Blood Tea and Red String è molto verde, ha un’ambientazione che ricorda la California del Nord e l’Oregon del Sud, Seed in the Sand proviene da un luogo molto più desolato, una terra dove non c’è acqua perché si è magicamente trasformata in sabbia.

    Quindi è tutto arido. È molto più vasto e mostra una desolazione molto maggiore, e, di conseguenza, anche la scenografia deve allargarsi. Ho finito tutte le scene interne, che erano piuttosto anguste, e poi la scena del prato, che è circondata da alberi. Quindi, a partire dalla scorsa estate, ho iniziato a dedicarmi seriamente alle ampie scene esterne. Quelle sono impegnative perché bisogna trovare uno spazio di lavoro che sia sufficientemente ampio.


    A proposito dei set, qual è la difficoltà nel costruire e mantenere i tuoi mondi?

    Con Blood Tea e Red String, ho lavorato per circa quattro anni per creare tutti gli oggetti di scena, le scenografie, i pupazzi. E poi ho iniziato a girare. E poi, poi la maggior parte dell’animazione è stata girata tra il 1996 e il 1999, e mi sono trasferito spesso in quel periodo, spostando i set tra magazzini, capanne abbandonate e la fattoria dell’Oregon dove sono ora, fino a quando, due settimane fa, con un’amica che è a sua volta presidente del Museum of Stop Motion Animation di Portland, li abbiamo recuperati, ormai rovinati e pieni di muffa, ma con dei prop ancora salvabili, come il carro, parti del giardino e i mobili.

    Con Seed in the Sand, tutto è molto più grande, come i set interni, come il prato senza vita degli abitanti del nido, L’ho finito, è materiale di circa due metri e mezzo per due metri e ho uno spazio di 6,7 metri per 6,7 metri, che ora ha due nuovi set, di cui sono molto entusiasta. Non ho idea di come farò a mantenerli una volta finiti, ma questa è un po’ la battaglia costante per chi realizza opere tridimensionali.


    Sei anche un’artista visiva. Qual è il legame tra la tua arte e il tuo cinema? Come si intrecciano, come interagiscono?

    Beh, sicuramente divergono l’una dall’altra, ma ci sono molti punti in comune. Credo che il filo conduttore sia nelle bambole, perché sto ancora elaborando il simbolismo delle bambole e quello della donna mascherata. Quindi, questo è un punto di incontro tra le due cose. Le piccole creature, quelle pelose con becchi e cose del genere sembrano essere principalmente confinate al lato cinematografico.

    Quando ho finito Blood Tea and Red String, mi sono immersa nella creazione di una serie di dipinti perché mi faceva sentire davvero bene realizzare cose che si potessero finire in un mese circa, invece che in anni. Quindi c’è anche quella soddisfazione nel semplice fatto di averle create. E per quanto riguarda la prossima grande serie di opere non cinematografiche, penso che arriverà dopo aver finito Seed in the Sand. E chissà di cosa si tratterà?


    Come hai accennato, questo è un elemento ricorrente sia nella tua arte che nei tuoi film. Per quanto riguarda la ricorrenza di elementi visivi e simbolici, da dove trai ispirazione per il tuo lavoro creativo e immaginativo?

    Non c’è una risposta univoca, ma posso dire che tutto è iniziato molto presto, quando dipingevo ancora alla scuola d’arte. All’inizio non si trattava di bambole: continuavo ad avere questa visione di come mi squarciassi il petto e corvi volassero fuori. Così, dopo averci pensato un po’, alla fine l’ho disegnato.

    All’inizio mi sembrava un po’ troppo grezzo e non è mai uscito dal mio quaderno di schizzi. Quindi, la prima volta che ho iniziato a dipingerlo è stato con una bambola con la testa di porcellana e il corpo di stoffa, e i corvi si facevano strada fuori da lì. È difficile districare alcune di queste cose; ma poi, da una prospettiva non auto-referenziale, può rappresentare il guscio della donna o la parte della donna che è osservata, la donna che è resa impotente o meno, o anche il contenitore; e poi la mia interpretazione è cambiata ulteriormente un po’ dopo aver avuto un figlio.

    Ma in Seed in the Sand, il simbolismo delle bambole si è spostato in modo che non siano passive; sono delle aguzzine, non sono confortanti. Quindi le donne mascherate potrebbero, in un certo senso, essere una sorta di avatar per me. Sono contenitori fertili, o aguzzine, o una sorta di guscio indifeso, o delle maschere.

    Foto di Rihannon Larson


    Vorrei chiederti di condividere la tua esperienza di animatrice indipendente, sia nella creazione che nella distribuzione del Suo film.

    Se vuoi essere una creativa indipendente, la cosa principale è continuare a farlo e non mollare, ma anche costruire una comunità che possa darti un buon feedback e supportarti, invitandoti a partecipare a mostre ed eventi dove puoi fare networking. Con Blood Tea and Red String, quando ho iniziato, ero molto sola. Mi ero laureata da poco in arti visive, non avevo una vera e propria comunità di animazione. Quindi, in un certo senso, stavo imparando da sola. Quindi, quando ho girato il mio primo rullino, quei primi due minuti e mezzo sono stati inseriti in questa mostra collettiva con musica dal vivo. Ed è stato fantastico, quella prima volta, sedermi con altre persone che erano già interessate all’animazione, la capivano e potevano darmi un feedback di un tipo completamente diverso.

    Non avevo particolari aspettative riguardo al film, volevo condividerlo perché mi piace condividerlo. Ho pagato l’iscrizione a 11 festival cinematografici, per essere poi selezionata in uno solo di questi. Ma dopo quel festival, ho ricevuto un articolo su Variety. E poi ho iniziato a ricevere inviti da tutto il mondo. Quindi direi che, solo perché il tuo film viene rifiutato da alcuni festival, non significa che non valga la pena vederlo. E anche se quello che fai non è per tutti i gusti, alla fine il tuo pubblico ti troverà.


    Per supportare il progetto Seed in the Sand, rinviamo al sito ufficiale del film.


    Valentino Feltrin

    Caporedattore

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorni 5 e 6

    Cartoline Ritrovate XL – Giorni 5 e 6

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.

    Giorno 5

    The Lady Eve, di Preston Sturgess – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri

    Henry Fonda è un impacciato studioso di serpenti pieno di soldi e che a volte è meno scemo di quello che sembra (ma molto spesso lo è ancora di più), Barbara Stanwyck invece è furba quanto sembra, ma forse meno spregiudicata. Nasce cone truffa, diventa amore, torna truffa e forse finisce in amore

    The Lady Eve è una screwball comedy sentimentale, adorabile, amarissima nella sua dolcezza. Stanwyck che qui appare al naturale, senza parrucche bionde di sorta e può finalmente essere quella donna che prende e ribalta la situazione mille volte per i motivi più assurdi nel giro di pochissimi minuti. Ha una concezione tutta sua di affetto e rispetto, li dimostra fingendosi chi non è, e fortunata lei a trovare uno sufficientemente fesso per queste situazioni.


    No time for love, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen

    Mitchell Leisen è sicuramente uno dei cineasti meno celebrati nella storia di Hollywood, e a lui è dedicata la classica retrospettiva su un regista di mestiere all’interno del festival. In questo film vediamo una stramba storia d’amore a sfondo quasi sindacale tra una giornalista (Claudette Colbert) e un minatore (Fred MacMurray). Lui, solitamente in giacca e cravatta lo troviamo qui in canotta e casco da miniera, consapevole dei propri limiti ma non per questo meno orgoglioso. La sottotrama quasi socialista non morde più di troppo. Probabilmente non l’episodio più interessante delle loro carriere.


    Curses of the Witch (Noidan Kirot), di Teuvo Puro – I Cineconcerti

    La scoperta dell’anno è sicuramente questo film, l’origine dell’horror nordico ambientato tra le steppe gelide della Finlandia. Orrore, grottesco, folklore, xenofobia e superstizione si fondono in questa piccola perla che suona lucidissima a distanza di cento anni, mostrandoci come anche nell’angolo più sperduto del mondo la prevaricazione e la diffidenza possano trasformarsi nel peggiore dei mali. 

    E la proiezione, accompagnata dal vivo dai Cleaning Women, è semplicemente spettacolare.


    Giorno 6

    House of Usher, di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati 

    Altro film di Corman tratto da Poe, che sceglie di mostrare ancora di più il lato artigianale (e il fondo cassa vuoto) ma che proprio per questo risulta molto più affascinante e memorabile. Facciamoci andare bene quello stile recitativo molto ampolloso e quelle piccole aggiunte di trama che servono giusto a sgrassare gli ingranaggi, e divertiamoci, stavolta senza risate di troppo.


    Young Man with ideas, di Mitchell Leisen – Un colpo di fortuna: alla riscoperta di Mitchell Leisen

    Glenn Ford è di nuovo un middle man alle prese con una situazione più grande di lui. Un giovane avvocato Una moglie che lo ama ma che non è in grado di supportarlo nella maniera più fruttuosa, un lavoro che prima lo sfrutta, poi lo umilia, un trasferimento in California per tentare la scalata, una collega affascinata e affascinante, una paradossale deriva criminale. Il film ha troppa poca verve per poter essere la storia di un uomo piccolo che ribalta i torti e troppo posato per sfruttare il grande potenziale comico della situazione in cui il nostro si è andato ad infilare. Il vero elemento di interesse è il grande rapporto che si instaura tra la moglie, che nel privato si rivela molto più forte e intelligente di quando appare in pubblico, e la collega, forse il personaggio più coraggioso di tutti.


    Quo Vadis?, di Enrico Guazzoni – Ritrovati e Restaurati 

    Nuovo restauro filologico curato da Luigi Masi del monumentale film di Guazzoni del 1913. 100 minuti che all’epoca comportavano gli sforzi produttivi pari a quelli di un film da 4 ore attuale, Quo Vadis? è il grande classico del peplum, l’incendio di Roma ad opera di Nerone, le persecuzioni contro i cristiani e una serie di apparizioni cristologiche che oggi appaiono ridicole ma che sicuramente avranno scaldato molti cuori sul momento.


    Dracula in Istanbul, di Mehmet Mutar – Ritrovati e Restaurati

    Più che una perla nascosta, una pietruzza nelle scarpe, ma questo Dracula turco è il momento più volontariamente esilarante di questo Cinema Ritrovato. La prima apparizione audiovisiva della storia dei canini di Dracula è un campo-controcampo sballato e fuori fuoco, lo stacco sull’asse è solo uno strumento per la creatività del maestro Mehmet Mutar. E mentre Piazza Maggiore ascolta Liza Minnelli, noi siamo qui.

  • Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    Recensione La cronologia dell’acqua – restare in superficie

    È uscito in questi giorni La cronologia dell’acqua, il primo lungometraggio diretto da Kristen Stewart. È basato sull’omonima autobiografia della scrittrice statunitense Lidia Yuknavitch, qui interpretata magistralmente da Imogen Poots. Purtroppo questa performance e poco altro sono gli unici aspetti veramente riusciti del film. 

    Il materiale di partenza non era semplice da trasporre, poiché la giovinezza di Yuknavitch è stata segnata da esperienze profondamente traumatiche che hanno reso il suo percorso tutt’altro che lineare.

    Figlia di un padre violento e di una madre con problemi di dipendenza, da adolescente si rifugia nella passione per il nuoto, riuscendo a ottenere una borsa di studio che le permette di studiare e allenarsi in Texas, lontano da casa. Il film racconta il percorso che l’ha portata da giovanissima atleta a stravolgere la propria vita, e poi a ritrovare una strada nella scrittura. Lidia porta con sé le conseguenze della violenza subita nelle numerose relazioni che intraprende e convive con numerose abitudini autodistruttive; respinge e poi cerca sia le persone che ha intorno sia le opportunità di costruirsi una carriera, con la diffidenza di chi è abituata a doversi proteggere da sola. 

    Il titolo fa riferimento al fatto che l’ordine cronologico è l’unica struttura di riferimento che si può avere quando si cerca di raccontare il passato, soprattutto se traumatico: si tende a ricordare per episodi sconnessi, frammenti di conversazioni o sensazioni. Da questo punto di vista risulta quindi comprensibile l’utilizzo del montaggio che riproduce con estrema precisione questo meccanismo, e soprattutto nella prima ora il film riesce a tenere alta l’attenzione. Tuttavia l’autobiografia originale tocca tantissimi temi complessi e Kristen Stewart, che oltre a dirigere ha adattato la sceneggiatura, ha cercato di non escluderne nessuno: in un film che dura più di due ore, interamente costruito come un susseguirsi di episodi e immagini, questo ha finito per produrre un film che diventa progressivamente più sconclusionato nella narrazione e superficiale nel modo di trattare gli argomenti. Nella seconda metà del film infatti si ha l’impressione che non ci sia una visione di insieme del racconto e, non essendoci nemmeno spazio per approfondire nulla, si fa fatica a immedesimarsi e quindi a empatizzare con la protagonista. La ripetitività della voce fuori campo che legge dal diario di Lidia i commenti a quello che accade, purtroppo, peggiora il senso di noia crescente. 

    L’altro aspetto che colpisce da subito, questa volta in positivo, è sicuramente l’attenzione ai colori e a tutta la fotografia in generale: La cronologia dell’acqua può essere piacevole da guardare per questo, soprattutto per chi è fan di quell’estetica anni dieci del Duemila fatta di colori iper saturati, dettagli dei corpi in primo piano e set fotografici sui binari del treno. Nulla di tutto questo è eseguito in maniera particolarmente originale, ma non si possono negare la cura e la precisione tecnica. 

    Il corpo è il vero centro di tutto per Lidia,  l’unico filo rosso di tutta la sua storia. Questo viene ribadito sia dalla protagonista a parole, perché scrivere per lei è necessario a elaborare ciò che accade e ciò inevitabilmente ha significato scrivere del proprio corpo; sia dal modo in cui i corpi sono ripresi spesso in primo piano con estremo realismo. Non si sfocia mai nello splatter solamente perché Stewart è estremamente coerente con l’estetica che abbiamo descritto, ma nemmeno ci vengono risparmiati troppi dettagli. Se non avesse perso enfasi a causa della ripetitività, questo uso costante dell’immagine del corpo sempre in movimento, che sanguina spesso, sarebbe potuto essere molto efficace. 

    In generale ci sentiamo di dire che La cronologia dell’acqua è più vicino a un esercizio di stile che ad un racconto: è un film disordinato, pieno di immagini belle da guardare, ma che fatica ad avere effettivamente qualcosa da dire che possa catturare l’attenzione. Questo non nonostante lo spessore del libro da cui è tratto, ma proprio a causa del fatto che argomenti del genere risultano inaccessibili senza un lavoro consistente sulla scrittura, più che sull’immagine.


    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    recensione il bacio della donna ragno – evadere dalla realtà attraverso il musical

    Nel 1976 Manuel Puig scrisse il romanzo Il bacio della donna ragno, che fu censurato o addirittura bandito in molte nazioni. Il destino del libro fu però ben diverso dai presupposti iniziali e nel 1985 dalle vicende descritte dall’autore fu tratto un film diretto da Hèctor Babenco, in cui William Hurt diede una grande prova di recitazione che gli costò un Oscar come migliore attore. Sette anni dopo a Londra debuttò anche un musical ideato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally

    Puig ha avuto il coraggio di trattare tematiche complesse in una situazione repressiva e lo ha fatto utilizzando dialoghi efficaci e ricorrendo al potere dell’immaginazione.

    Il successo dell’opera si è mantenuto nel tempo e oggi Bill Condon torna in sala con un lungometraggio omonimo, che prende spunto principalmente dalla produzione teatrale.

    Nell’Argentina del 1983 la dittatura militare imperversa e migliaia di persone vengono arrestate, torturate e uccise. Valentin Arregui (Diego Luna) è un prigioniero politico marxista che si ritrova in cella con Luis Molina (Tonatiuh), vetrinista accusato di aver compiuto atti osceni in luogo pubblico con un uomo. Quest’ultimo, per trascorre le giornate e fuggire con la mente dall’oppressione e dal pregiudizio, narra al compagno di sventure la trama del suo musical preferito e così la brutalità della quotidianità si attenua attraverso la fantasia. Tra i due nascerà un’amicizia che si trasformerà in un sentimento molto più intenso.

    Due film paralleli

    Come si può sfuggire alle barbarie di un posto cupo che sopprime la libertà degli esseri umani? In tale contesto esiste una sola arma salvifica: il cinema. Le sue facoltà taumaturgiche riescono a trasportare chi lo desidera in un mondo ideale in technicolor nel quale le tonalità vivide, le canzoni e i balletti rendono leggeri gli affanni del presente.

    Condon porta sullo schermo due storie parallele, quella dei dissimili ma al contempo affini detenuti e quella di Aurora (una Jennifer Lopez che rende egregiamente in tutte le performance), la protagonista della pellicola musicale.

    Le narrazioni procedono però incastrandosi alla perfezione e, seppure con premesse differenti, divengono una la metafora dell’altra. Non a caso i personaggi principali interpretano un ruolo sia nella realtà che nella finzione.

    Le differenze tra le due ambientazioni si avvertono nella regia, che utilizza ampi movimenti di macchina nella storia interpretata dalla Lopez e inquadrature piuttosto statiche nei luoghi angusti della prigione, e nella fotografia (curata da Tobias A. Schliesser), dai colori sgargianti da una parte e dai toni cupi e grigi dall’altra.

    I cambi di registro corrispondono anche alle personalità dei due reclusi: il sognatore che spera di ritrovarsi in un universo patinato in cui nessuno lo giudicherà e il razionale che analizza ogni dettaglio e fa fatica ad allontanarsi dal pensiero oggettivo.

    La vera rivoluzione

    Probabilmente questo racconto è stato rielaborato in tutte le salse proprio perché affronta dei temi attuali, quali l’identità di genere e la difficoltà ad accettarsi e a essere accettati da una società purtroppo ancora legata a costrutti desueti e retrivi. Molina vorrebbe solo chiudere gli occhi e diventare la star di cui ammira i vestiti, il trucco e, soprattutto, il privilegio di amare senza impedimenti.

    “Non ti piace sognare?” chiede appena arrivato davanti al suo letto a castello, il sogno infatti diviene qui un atto sovversivo che permette agli individui di evadere nel senso letterale del termine e di sentirsi finalmente se stessi.

    Anche se Valentin viene presentato come un ribelle che è insorto contro il sistema è Luis a realizzare una vera e propria rivoluzione, dimostrando audacia e rivelando una forte determinazione fino alla fine. D’altronde nei film da lui tanto apprezzati è l’amore a muovere gli animi e a condurre perfino i più insospettabili verso gesti inaspettati.


    Maria Cagnazzo

    Redattrice

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorno 4

    Cartoline Ritrovate XL – Giorno 4

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.


    Il Pozzo e il Pendolo (Pit and the Pendulum), di Roger Corman – Ritrovati e Restaurati 

    Proviamo a dare un’occhiata anche alla retrospettiva su Roger Corman, il mago del budget, maestro indiscusso della serie b hollywoodiana nonché miglior talent scout di tutti i tempi, qui in uno dei suoi vari adattamenti da Edgar Allan Poe, con un technicolor da bottega e, nemmeno a dirlo, Vincent Price e Barbara Steele protagonisti.

    Uno dei suoi film più strutturati e ambiziosi, forse non il più audace ed interessante della sua carriera e sicuramente il solito retrogusto camp strappa qualche risata alla Sala B del Cinema Odeon (new entry del festival) che collide con la gravitas della storia.


    Eva, di Maria Plyta – Cinemalibero

    Interessante documento con un film diretto dalla prima grande regista nella storia del cinema greco. Eva è un film che mostra una donna imprigionata in un matrimonio infelice su un’isola greca (e qua la metafora è palese) invaghirsi di uno sconosciuto arrivato dal mare. È lei a volerlo e a sceglierlo, spinta più dalla noia che dal vero desiderio di autodeterminazione.

    È davvero incredibile la sincerità e la naturalezza con cui viene affrontato il tema della libertà femminile in quell’anno e in un cinema “periferico” e non industriale, in una Grecia post – seconda Guerra Mondiale minata dalle occupazioni dalla costante assenza degli uomini e dalle tracce delle occupazioni, con il produttore del film morto a causa di una mina inesplosa durante le riprese.


    Lo straniero (The Stranger), di Orson Welles – Ritrovati e Restaurati

    Il faccione di Orson Welles sovrasta la serata in Piazza Maggiore in uno dei suoi film meno personali (non è stato scritto da lui) e paradossalmente più di successo al momento dell’uscita. Lo Straniero è uno dei tanti noir realizzati in quel periodo con protagonisti dei crudeli nazisti che tentano di far disperdere le proprie tracce negli Stati Uniti. Chiaramente Welles, che in questo film è minaccioso ed erotico come non mai, è la punta di diamante del tutto, soprattutto nel monologo in cui il nazista interpretato da Welles spiega ai suoi commensali il motivo per cui i tedeschi non accetteranno mai la sconfitta.

    Ad anticipare il tutto, abbiamo visto una selezione di filmati casalinghi raffiguranti Alfred Hitchcock e i suoi affetti. Una piazza intera in stato di shock per due ragioni: anche Hitchcock aveva un cuore ma, soprattutto, anche Hitchcock ha avuto 29 anni.

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorno 3

    Cartoline Ritrovate XL – Giorno 3

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.


    Brian di Nazareth (Monty Python’s Life of Brian), di Terry Jones – Ritrovati e Restaurati

    Esistono persone più vicine alla parola Genio di questo scalcinato gruppo di plurilaureati inglesi, più quello zoticone di Terry Gilliam che aveva una sola misera laurea in una volgarissima università americana? La risposta che ci diamo è no.

    Il miglior film mai realizzato a tema biblico, posizione che difenderemo fino alla morte, è questa paradossale e per nulla consolatoria opera in cui Gesù è solo il più efficace dei mille predicatori volontari o involontari presenti all’epoca in quelle terre occupate, in cui ogni misero essere umano è alla ricerca di un messia solo per soffocare la propria mancanza di carisma e in cui alla morte e alla violenza si può rispondere solo con sorrisi e sotterfugi, spesso inefficaci. Il modo migliore per iniziare la giornata è vedere il cinema Europa cantare in gruppo Always look on the bright side of life.


    I Diavoli (Ken Russell’s The Devils), di Ken Russell – Ritrovati e Restaurati

    È il film più atteso di questo festival, ci è costato due ore di coda last minute e le aspettative non sono state deluse.

    Una delle opere audiovisive più devastanti, blasfeme e irricevibili mai realizzate (curioso averla vista dopo Life of Brian) diretta da un regista cattolico disperato a causa distribuzione originaria lacunosa e piena di tagli non approvati finalmente può apparire in tutta la sua dirompenza. I Diavoli sembra una rock opera dai toni pallidi, dopo cui è impossibile avere fiducia in una qualsiasi forma di potere. Speriamo che questo restauro realizzato da Warner Bros, pianificato per la dustribuzione ad ottobre, possa essere visto da più persone possibili.


    The Bounty Hunter 3D, di André de Toth – Ritrovati e Restaurati

    Il Cinema Ritrovato significa anche scegliere di disertare Piazza Maggiore per andare a vedere un filmaccio western degli anni 60 per due semplici ragioni: prima del film viene proiettato il corto Popeye, The Ace of Space ed entrambi i film sono in 3D.

    The Bounty Hunter è in fin dei conti un western di terz’ordine con il pilota automatico e pure qualche scena riciclata, le potenzialità del 3D si riducono ad una gag contata e nessun personaggio buca lo schermo particolarmente. Però abbiamo visto il Modernissimo esplodere quando Braccio di Ferro ha mangiato gli spinaci, e la giornata può dirsi conclusa.


  • L’Eroina del Grottesco – Frances McDormand e l’Assurdo come Tragedia

    L’Eroina del Grottesco – Frances McDormand e l’Assurdo come Tragedia

    Il cinema contemporaneo è infestato da attori e attrici che sudano, piangono e si strappano i capelli implorando l’empatia del pubblico. A questa sorta di ricatto si sottrae l’attrice statunitense Frances Mcdormand. Il suo talento nella padronanza del grottesco e dell’apatico, è da sempre la cifra stilistica che ha definito la sua carriera. Non cerca di piacere, e proprio in questa negazione risiede la sua forza magnetica.

    Spesso celebrata per i suoi ruoli intensi, proletari e drammatici, tendiamo a dimenticare che McDormand è una delle attrici comiche più letali in circolazione. Ma la sua non è una comicità fatta di battute: è l’esplorazione del grottesco, l’abilità di interpretare l’assurdità della vita con una sincerità e una normalità talmente spiazzanti da risultare esilaranti e tragiche al tempo stesso.

    È proprio in questo spazio che prende forma il suo personalissimo senso del grottesco. Una comicità gelida e pura, che scaturisce nel momento in cui l’assurdità del male o la miseria della condizione umana vanno a sbattere contro il volto di una donna che, di fronte alla tragedia, sembra avere sempre faccende più urgenti da sbrigare.

    Da queste premesse cerchiamo di approfondire e comprendere queste caratteristiche attraverso quattro delle sue più celebri interpretazioni.


    Il Grottesco della Banalità del male: Fargo

    Un assassino infila il cadavere del complice in una cippatrice, verniciando di rosso la neve del Minnesota. In questa scena brutale, dove ci si aspetta l’apice dell’orrore, Frances McDormand oppone la più disarmante delle reazioni. Tratta il male assoluto come se fosse una fastidiosa scocciatura che le ha rovinato una bella mattinata, attraverso un rimprovero pacato, pronunciato con il tono deluso di una maestra elementare che ha appena beccato un alunno a rubare la merenda.

    “E tutto per cosa? Per quattro biglietti di banca. C’è altro nella vita che quattro biglietti di banca. Non ci hai mai pensato? Ed eccoti qua, ed è una bellissima giornata.”

    Fargo (1996), diretto dai fratelli Coen, non è solo un thriller, è una colossale commedia nera sull’assurdità del male, e Marge Gunderson (interpretata appunto da Frances McDormand) ne è il centro di gravità. Il grottesco in questa pellicola nasce dal cortocircuito tra l’orrore estremo delle azioni criminali e la normalità assoluta con cui Marge le affronta.

    McDormand, infatti, rifiuta categoricamente di farsi contagiare dal dramma. La sua poliziotta col pancione indaga su tripli omicidi con la stessa emozione con cui ordina del cibo. Porta in scena una saggezza banale e provinciale che, di fronte alla stupidità criminale, risulta l’unica arma vincente e involontariamente comica.


    Il Grottesco del Dolore: Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

    In Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (2017), viene meno la parte comica (anche se presente) e si manifesta attraverso un’elaborazione del lutto atipica.

    La radice del grottesco, in questa pellicola, risiede nello smantellamento del contratto sociale. La comunità esige che una donna a cui è stata stuprata e uccisa la figlia si mostri fragile, così da poterle somministrare il rassicurante veleno del compatimento. Frances McDormand, che interpreta Mildred, oppone a questa pretesa un cinismo corazzato. Si muove per le strade della provincia con la postura pesante di chi ha smesso da tempo di aspettarsi qualcosa dal prossimo. Il suo rifiuto di andare avanti diventa un atto di terrorismo domestico, reso esilarante proprio dalla glaciale, quasi insensibile compostezza con cui viene perpetrato.

    La sequenza nello studio dentistico ne è un esempio. Il medico, schierato con i poliziotti locali che Mildred detesta, tenta l’intimidazione sfruttando la vulnerabilità della paziente sulla poltrona. La reazione di Mildred è un capolavoro di sociopatia anaffettiva. Senza un briciolo di esitazione, gli afferra la mano e gli trapassa l’unghia del pollice con la fresa del trapano. Poi si alza, sciacqua la bocca e se ne va. Non c’è climax, non c’è la classica esplosione di rabbia. Mildred applica una violenza brutale con la stessa freddezza con cui sbrigherebbe le faccende di casa.

    Allo stesso modo, quando disintegra l’autorità morale del prete venuto a farle la predica nel suo salotto, lo fa restando comodamente seduta e annientando secoli di dottrina ecclesiastica con la noia mortale di chi sta sbrigando una pratica amministrativa. McDormand ci sbatte in faccia una verità inaccettabile per Hollywood: il trauma estremo non ti rende affatto una persona migliore o più profonda. Ti svuota, ti rende un automa impermeabile alle norme civili. E, nel paradosso del suo volto inflessibile, questa spietata disumanizzazione risulta ferocemente comica proprio perché è priva di qualsiasi filtro consolatorio.


    Il Grottesco dello Spazio: L’alienazione secondo Wes Anderson

    Quando l’apatia strutturale di Frances McDormand entra in collisione con le pellicole simmetriche e color pastello di Wes Anderson, il risultato è una sublime, asfissiante geometria del vuoto. Anderson non le chiede di interpretare un’emozione, ma di occupare lo spazio scenico con la stabilità di un elemento architettonico. In questi spazi, il suo celebre deadpan (umorismo in cui si rimane impassibili nonostante la situazione che si presenta) diventa lo strumento perfetto per far implodere dall’interno sia le convenzioni borghesi che la vanità intellettuale.

    In Moonrise Kingdom (2012), la sua Laura Bishop svuota l’istituzione familiare di qualsiasi residuo di calore umano. Il grottesco qui è domestico, palpabile nella sequenza in cui, al centro di una casa perfettamente ordinata, utilizza un megafono rosso per chiamare a tavola marito e figli situati nelle stanze adiacenti. È un’immagine di comica e disperante alienazione: la comunicazione interpersonale ridotta a un annuncio condominiale. Anche il suo tradimento coniugale viene depurato da ogni dramma passionale, degradato a una banale e noiosa pratica.

    Questa caratteristica raggiunge la sua apoteosi intellettuale in The French Dispatch (2021). Lucinda Krementz è una giornalista politica solitaria, incaricata di coprire le rivolte studentesche francesi. Il paradosso su cui McDormand costruisce la sua comicità risiede nel contrasto tra la visceralità ormonale della gioventù in rivolta e la sua glaciale rigidità nell’informazione. Finisce a letto con Zeffirelli, il giovane leader dei rivoltosi, ma l’atto sessuale è archiviato con la stessa urgenza di un caffè tiepido. La vera vetta dell’assurdo si tocca quando, mezza svestita, sfrutta l’intimità per correggere a penna, con il broncio della maestrina, la grammatica e la sintassi del manifesto rivoluzionario del ragazzo, mettendo in scena il ritratto definitivo dell’elitarismo cinico: una donna per cui la punteggiatura ha infinitamente più valore di un ideale, di una rivoluzione o di un orgasmo.


    Alla fine, il cinema di Frances McDormand non ci offre mai la consolazione di un pianto liberatorio o l’ebbrezza di una risata aperta. Ci offre solo lo specchio opaco della nostra insensatezza. E la cosa più tragica, e al tempo stesso irresistibile, è che guardando quel volto severo e privo di trucco analizzare il crollo della civiltà come se fosse polvere sui mobili, non possiamo fare a meno di renderci conto che la farsa, dopotutto, siamo noi.

    Fonti: Interviste fratelli Coen, Wes Anderson e ovviamente Frances McDormand.

  • Cartoline Ritrovate XL – Giorno 2

    Cartoline Ritrovate XL – Giorno 2

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato.


    Gli Ultimi Giorni di Pompei, di Carmine Gallone e Amleto Palermi – Cento anni fa: 1926

    Un peplum degli anni 20 privo dei toni tronfi e trionfalistici con cui il regime esaltava quell’epoca lì. Una storia facilmente estrapolabile e traslabile in qualsiasi contesto storico politico tra amori impossibili, tradimenti, sotterfugi e ricongiungimenti. Resta la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di quasi inimmaginabile all’epoca, di un lavoro scenografico che guarda sia all’espressionismo che all’art decó, e che lascia presagire i futuri pregi e difetti di molti kolossal prodotti nel secolo successivo.


    La Fiamma del Peccato (Double Indemnity), di Billy Wilder – Barbara Stanwyck, tutto quel che desideri

    Barbara Stanwyck è il volto onnipresente di questa edizione, e non potevamo chiedere un esempio migliore per ammirarla dell’infida Phyllis Dietrichson protagonista di questo film. Più essere demoniaco che femme fatale vera e propria, personaggio che sembra quasi più godere della possibilità di fare del male a qualcuno piuttosto che dei propri obiettivi raggiunti. Fred MacMurray, sempre stato a suo agio nei panni dell’arrogante sfrontato e manipolatore, qui balla tra l’essere infido quanto la donna di cui si invaghisce e l’esserne soggiogato. Forse ha il cuore troppo tenero per i macabri propositi che si sono predisposti?
    E poi Billy Wilder, l’uomo capace di girare sia la miglior commedia della storia di Hollywood con L’Appartamento, che il miglior noir, quello che abbiamo appena recuperato.


    Fare Film è un Inferno – Presentazione del libro di Gabriele Niola

    Abbiamo iniziato la giornata con un peplum degli anni ’20 la proseguiamo con il racconto della produzione di un peplum degli anni ’60. Il giornalista, critico e podcaster Gabriele Niola sceglie infatti di presentare al Cinema Ritrovato, di cui è storico frequentatore, il suo nuovo libro in uscita per UTET Fare Film è un Inferno – Follie, eccessi e disastri che hanno fatto grande il cinema americano in cui racconta storie di grandi produzioni hollywoodiane andate malissimo, in una sorta di puntata dal vivo della sua serie di video Storyline. Ha parlato di Cleopatra, il film che ha aumentato di 24 volte il suo budget iniziale, che ha fatto scoccare la scintilla tra Liz Taylor e Richard Burton, che ha troncato la carriera di Joseph L. Mankiewicz e che ha fatto dire a tutte le persone che hanno partecipato alle riprese “ma quando finirà tutto questo”?.

    Beh, non vediamo l’ora di leggere il resto.


    Cuore Selvaggio (Wild at Heart), di David Lynch – Ritrovati e Restaurati

    Il film più furente e fiammeggiante di David Lynch, Palma d’Oro a Cannes tra i fischi, un Mago di Oz sotto acidi tra Elvis ed Heavy Metal in un’America bollente e delirante, lontana dai luoghi apparentemente più tranquilli ma altrettanto folli di Velluto Blu e Twin Peaks.

    Una Piazza Maggiore infuocata già due ore prima dell’inizio per ammirare Isabella Rosselini parlare di questo capolavoro. E nessuno rimarrà deluso.

  • cartoline ritrovate xl – giorno 1

    cartoline ritrovate xl – giorno 1

    Comiche, Film scomparsi, Documentari, Film risorti, Rulli sperduti, Film riapparsi, Trailers, Film in via di estinzione, Cartoons, Settimane INCOM, Cinegiornali LUCE, Film da salvare, Cinema-spazzatura. Film a perdere. Bentornati al Cinema Ritrovato

    Pre-apertura del festival – Selezione di Trailer e Materiale Pubblicitario d’epoca (1930-1990)

    Il sipario del Modernissimo si apre e diamo ufficialmente il via alla quarantesima edizione del Cinema Ritrovato XL, Il festival che ogni anno porta a Bologna il meglio e il peggio del cinema che molti si sono persi negli ultimi cento trent’anni o giù di lì.

    I quattro direttori, ci presentano una deliziosa selezione di trailer d’annata di moltissimi film nel programma di quest’anno, tra pellicole sgranate, traballanti e spesso in lingue diverse da quelle di origine del film, e già ci viene voglia di recuperare anche i titoli che avevamo completamente bypassato al momento di prepararsi una bozza di programma. Dopo un ricordo del co-direttore e co-fondatore del festival Gian Luca Farinelli di ciò che è stato il Cinema Ritrovato nei suoi primi anni, una rassegna all’interno della Mostra del Cinema Libero in cui i porno in 3D seguivano i cartoni della Disney, abbiamo un passaggio di testimone: dal prossimo anno Emilie Cauquy prenderà il posto di Mariann Lewinsky tra i direttori del festival. Ecco quindi una selezione di materiale di fine ottocento, e il volto di Josephine Baker a cui è dedicata una mostra al Cinema Lumière dà finalmente il via al Cinema Ritrovato XL.

    L’Innocente, di Luchino Visconti – Addio del passato: modernità di Luchino Visconti

    Luchino Visconti è il regista italiano a cui è dedicata la retrospettiva di quest’anno. Nel film tratto dalla novella di D’Annunzio del 1892 Giancarlo Giannini è Tullio Hermil, un nobile dell’italia tardottocentesca che impiega gran parte del suo tempo a trascurare sua moglie e dedicarsi all’amante, con buona pace di entrambe. Quando la predisposizione di sua moglie cambierà, in Tullio esplode una gelosia incontenibile, un senso di orgoglio inadeguato e anacronistico, fintamente ribelle ma totalmente conformista. Tullio è il rappresentante perfetto di una classe dirigente inadeguata, pronta a piangere quando la situazione volge al peggio e a distogliere lo sguardo secondo convenienza. Il delitto è un’opzione, il rispetto è codificato da norme quasi macchiettistiche. Alle donne, non resta che sopravvivere in un mondo immobile e destinato ad implodere.

    Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans), di F.W. Murnau – I Cineconcerti

    Piazza Maggiore è gremita da una settimana, ma stasera abbiamo sullo schermo l’ultimo grande classico del muto a non essere ancora passato dal festival nei quarant’anni precedenti. Il capolavoro di Murnau, il primo vero grande film di Hollywood ad esprimere la narrazione attraverso le componenti scenografiche e  delle scenografie e addorittura meteorologiche , il primo Oscar al Miglior Film (o meglio, Miglior Produzione Artistica) della storia, qui risplende del emraviglioso restauro offerto dal San Francisco Film Reserve con accompagnamento musicale dell’immancabile Timothy Brock con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna.

    Un classico muto di cento anni fa, che risplende di una nuova vita in una Piazza Maggiore strapiena, la cartolina perfetta per chiunque chieda cosa sia Il Cinema Ritrovato.