Category: Approfondimenti

  • ANTONIO STURLI E IL MOSTRO SLARGACALZINI: INTERVISTA A LETIZIA SABADINI E NICOLÒ SIVIERI

     

    In occasione della proiezione in sala presso il Cinema Roma d’Essai di Bologna il 14 Giugno de Il Mostro Slargacalzini, seconda avventura dell’eroe di carta Antonio Sturli, abbiamo incontrato Letizia Sabadini, creatrice del personaggio e regista tuttofare, e Nicolò Sivieri, volto, voce e “muso ispiratore” di Antonio Sturli.

    Ciao ragazzi!

    Letizia: Ciao!

    Nicolò: Salve!

    Partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di Antonio Sturli?

    L: Antonio Sturli nasce in occasione di un test d’ingresso all’ISIA di Urbino nel 2019. Questo test consisteva nella stesura della storia di un personaggio chiamato appunto Antonio Sturli, abitante di Castel di Casio. Subito dopo aver fatto il test sono tornata a casa, ho trascritto di nuovo la mia idea dato che la prima stesura non era più in mano mia e l’ho lasciata fermentare per un po’. Durante il primo lockdown poi io e Nicolò abbiamo deciso di dare una nuova vita al personaggio realizzando il film con quello che avevamo in casa. Non avevamo grandi mezzi, ma avevamo un sacco di tempo per girare e scrivere ovviamente. Così è nato il primo film, appunto Antonio Sturli – Il Film, in cui il nostro eroe è un attore di carta che interpreta…sé stesso.

    E così hai scelto di utilizzare la stop motion?

    L: Esatto, come detto non avevamo grandi mezzi, né una telecamera decente. Allora non avevo nemmeno competenze in animazione digitale, quindi la stop motion era l’unica via. Poi però è diventata una scelta consapevole, dato che la stop motion ha una resa stilistica unica.

    E com’è andata?

    L: Il film ha iniziato a circolare e il personaggio Antonio Sturli ha avuto un discreto successo. La pagina Instagram è diventata un ponte tra la realtà e il mondo fantastico in cui vive Sturli. Pian piano il personaggio è diventato anche l’immagine stessa del progetto intero, che all’inizio si chiamava Quarantino Movies. E siccome Antonio è stato molto bravo, è stato chiamato a recitare ne Il Mostro Slargacalzini

    Quali sono state le tue ispirazioni?

    L: In realtà mi sento di poter dire che è in gran parte farina del mio sacco. Di stop motion non conoscevo molto a parte i classici Wallace e Gromit, Fantastic Mr Fox, Nightmare Before Christmas ecc… L’ispirazione principale in realtà viene dal mio legame col materiale carta. Se molti film in stop motion utilizzano plastilina o lana cotta io ho scelto la carta, che amo in tutte le sue forme e con cui ho sempre lavorato fin da piccola accumulando carta e cartoncini di qualsiasi colore consistenza e forma. La carta mi ha dato la possibilità di enfatizzare poi un contrasto tra i personaggi bidimensionali e l’ambiente tridimensionale.

    L’estetica e i colori vengono dalla mia attività nella grafica, che ho sempre studiato prima alle superiori e ora in Accademia. Certo, se prima avevo sempre lavorato su commissione, Antonio Sturli è un progetto completamente mio. E ho scoperto una nuova modalità espressiva che preferisco a quella che avevo prima.

    N: I corti escono coerentemente con tutto il tuo accumulare carta che si risolve nel modo migliore, in un film.

    E tu Nicolò, tu sei la voce di Antonio Sturli?

    N: Eh già, ho cominciato a recitare in prima elementare, da allora non ho più smesso e questa è stata la mia prima esperienza di doppiaggio. Ho dato voce alle creazioni di Letizia, e sono stato anche un po’ di aiuto nelle faccende tecniche. Senza dubbio è stato uno dei lavori più appassionanti che abbia mai fatto.

    Veniamo alle domande antipatiche, avete riscontrato delle difficoltà economiche nella realizzazione dei film?

    N: Ah beh, il lockdown è stata una salvezza in questo senso. Il budget del primo Antonio Sturli è stato di 5 euro per comprare dei pennarelli. Per Il Mostro Slargacalzini, parola a Leti

    L: Io vorrei che i soldi non esistessero, porca puzzola. Sarebbe molto meglio avere tutto il materiale che occorre sempre disponibile e gratis ma è utopico. Fortunatamente il mio accumulo seriale di carta copriva gran parte delle necessità, e ho dato fondo alle mie scorte. Nel secondo tramite il crowdfunding siamo riusciti a comprare una serie di attrezzature, le luci al posto delle lampadine di casa, un proiettore per il videomapping per le scene notturne, gelatine, colla, nastro adesivo, fil di ferro. E poi chi donava donava anche un volto a un nuovo personaggio.

    E la qualità del film ha goduto di questi miglioramenti?

    L: Eh sì, Antonio Sturli: Il Film è carino ma carente tecnicamente, l’ho montato con programmi da principianti

    N: Incarna il significato del termine “esperimento” alla perfezione.

    L: Esatto, Il Mostro ha più accortezze, nonostante abbia usato la stessa vecchia macchina da presa (che si è comportata con onore) mi sono servita di balaustroni, bacchette cinesi, carrelli improvvisati…il tutto per una resa più professionale. Certo non raggiungo i livelli industriali, ma faccio tutto da sola e il pubblico lo sa. Quando proietto i due corti insieme, io per prima noto il miglioramento.

    A proposito, la scelta dei luoghi in cui proiettare il film non è proprio convenzionale.

    L: Esatto, però la scelta di proiettarlo in luoghi come il Centro Sociale Camere d’Aria o in luoghi privati mi permette sia di restare nella gratuità sia di farmi conoscere nel mio piccolo e di creare un ambiente sociale familiare in cui poter parlare con i miei spettatori, magari accanto a concerti o esibizioni artistiche. Abbiamo comunque in programma proiezioni in luoghi più istituzionali come il Cinema Roma.

    Progetti futuri?

    L: Nel tempo ho piantato tanti semini di progetti diversi. A settembre esaurita la run e il merchandising de Il Mostro Slargacalzini cominceremo a lavorare ad un nuovo progetto chiamato Clown. Nicolò ha studiato e recitato come clown, mi ha appassionato come figura e voglio sperimentare una nuova strada. Dato che sto anche lavorando come aiuto costumista voglio anche sviluppare una linea di maschere e costumi. Il progetto non ha ancora una sceneggiatura, ma dovrebbe girare intorno a tre o quattro figure clownesche, con costumi diversi, in forma di teatro filmato. Sarà la storia a seguire i personaggi e non il contrario.

    Nicolò Cretaro

  • Clint Eastwood – Omaggio e riscrittura della classicità

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    Ho sempre avuto la convinzione che gli attori che implorano il pubblico di amarli siano sempre peggiori di quelli che dicono: ‘Andate al diavolo, se non vi piaccio non venite a vedermi’”.

    LA DUPLICITÀ DI CLINT EASTWOOD NEL PANORAMA HOLLYWOODIANO

    La figura di Clint Eastwood è nota al grande pubblico per essere un personaggio “problematico” dalle opinioni spesso molto nette, talvolta equivoche, per alcuni persino estreme. Tuttavia, la complessità di Eastwood va ben oltre la sua presunta ambiguità politica e si riflette nella difficoltà che le teorie contemporanee hanno nel parlare di lui in quanto autore poiché egli ha scritto un capitolo della storia del cinema contemporaneo sia davanti che dietro la macchina da presa.  L’argomento regia è, infatti, ancora spinoso da affrontare quando si parla di una star del calibro di Eastwood che si è imposta al panorama popolare prima di tutto come attore di successo, e poi come regista. Si tratta, infatti, di un autore che tutt’oggi porta sulle spalle una sostanziosa carriera attoriale televisiva e cinematografica che l’ha consacrato a vera e propria icona della storia americana nonché modello di una precisa mascolinità. D’altro canto Clint Eastwood ha saputo imporsi tra i grandi registi viventi proprio per la complessità della sua regia e ancor più del suo cinema. Un cinema riflessivo, spietato, fantasmatico che gioca con la struttura classica ribaltandola e portando avanti una riflessione non solo nei confronti tale forma cinematografica ma anche della realtà stessa in cui sono calate le pellicole. In virtù di questa sua ambivalenza, numerosi critici ancora si interrogano sulla natura del suo cinema, definito classico da molti, mentre postmoderno da altri.

    LA MALPASO PRODUCTION

    Accanto a questa duplicità dell’immagine pubblica di Eastwood c’è il fatto che egli occupi una posizione peculiare all’interno del panorama dell’industria hollywoodiana. Eastwood è, infatti, un regista che, a differenza di molti altri, mantiene un’indipendenza da un punto di vista produttivo e una libertà artistica che si concretizza nella sua casa di produzione la Malpaso Productions. Dopo la mitica esperienza attoriale sul set di Sergio Leone, Clint Eastwood fonda la Malpaso nel 1967 usando i profitti ricavati dai suoi ruoli iconici all’interno della trilogia del dollaro. L’inaugurazione di una propria casa di produzione indipendente è stato il passo fondamentale che lo ha spinto ad approcciarsi alla regia proprio perché gli ha garantito un’indipendenza artistica oltre che uno status d’autoriale.  Nel corso della storia della settima arte vi furono molti registi che aprirono proprie case di produzione spinti dal feroce desiderio di far valere la propria voce contro lo strapotere dei produttori e i rigidi paletti creativi imposti dall’industria hollywoodiana. Tra questi si ricordano Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin, Mary Pickford, che diedero vita alla United Artist, e Frank Capra che, insieme a Samuel Briskin, fondò la Liberty Films; eppure, nel caso di Eastwood, fu l’esperienza sul set a spronarlo ad intraprendere questa nuova avventura. Durante la sua carriera d’attore, si accorse, infatti, dell’enorme quantità di sprechi di budget delle produzioni cinematografiche. Questa esperienza sul set gli fece maturare l’idea che si dovesse, e che fosse possibile, realizzare un cinema diverso, fondato su film genuini, scevri dei grandi impianti spettacolari tipici dei blockbuster, scarni e intimisti.

    Film profondamente calati nella realtà e che indagano quella stessa realtà cui appartengono. C’è inoltre da considerare il fatto che, a differenza dei suoi predecessori, Eastwood si colloca in un contesto storico e produttivo profondamente diverso da quello degli anni d’oro di Hollywood in cui troneggiava lo Studio System e in cui gli Studios dettavano legge. In quel periodo erano le Big Five a detenere l’oligopolio sull’industria, ma, a seguito della sentenza Paramount del ’48, questa posizione di potere iniziò a vacillare per poi crollare agli inizi degli anni ‘60. La Malpaso Productions si inserisce, dunque, in un periodo di grande cambiamento all’interno del panorama cinematografico, in cui iniziarono a nascere piccole case di produzioni indipendenti dalle majors insieme a grandi conglomerati mediatici, che inglobarono quelle che un tempo erano considerati i più grandi studios di Hollywood. Ciò nonostante, fu proprio la fondazione della Malpaso a dare l’avvio alla carriera registica di Clint Eastwood.

    CLINT EASTWOOD: L’ULTIMO DEI CLASSICI

    L’indipendenza produttiva e creativa di Clint Eastwood mal si accorda all’opinione popolare che lo vede occupare il ruolo di “ultimo dei classici”. Tale titolo gli è stato affibbiato per due ragioni specifiche: la prima riguarda il fatto che all’interno dei suoi film vi sia un riferimento costante ai generi classici del cinema; la seconda, invece, è dettata dal fatto che la sua cifra stilistica sia scevra da una dimensione apertamente meta discorsiva e da eccessi visivi e di spettacolarizzazione del cinema contemporaneo, cui si accompagna, di conseguenza, un uso minimale della tecnologia moderna. Lo stile di Clint Eastwood è, difatti, sobrio, classico in quanto funzionale alla narrazione e si adegua non solo allo stile del racconto, ma anche alle convenzioni stesse dei generi grazie all’impiego di archetipi e figure del cinema classico come il montaggio alternato.  Tuttavia, nonostante sia palese la presenza di elementi di classicità all’interno delle sue pellicole, Eastwood porta avanti un lavoro di analisi, riscrittura e contaminazione dei generi hollywoodiani, primo tra tutti il western, un mondo narrativo a cui deve moltissimo poiché gli ha consentito di ritagliarsi uno spazio personale nel firmamento hollywoodiano e europeo. L’esperienza con Sergio Leone lo ha influenzato sotto molti punti di vista sia come attore come regista ma, ancor più, ha creato attorno ad Eastwood il mito dello straniero misterioso dagli occhi di ghiaccio, archetipo che interpreterà in molte pellicole diverse tra loro per genere e tematiche.

    A differenza di quello della golden age hollywoodiana, il cinema di Eastwood è fortemente pervaso e attraversato da un’intensa riflessione filosofica e morale che spesso rimane irrisolta. La forma classica è, in questo caso, impiegata in senso antifrastico poiché, se viene affermata sul piano delle forme (montaggio, personaggio, importanza della narrazione…), viene contraddetta sul piano del senso e svuotata sul piano dei valori. In virtù di questa operazione di rivisitazione e riarticolazione dei modelli del passato, il cinema di Eastwood mina la struttura classica della trasparenza dall’interno attraverso l’impiego di una narrazione aperta, discutibile, ambigua, ma anche attraverso una riflessione su temi e questioni della storia e della politica americana fortemente complesse e che non si riducono nella mera contrapposizione tra bene e male. Questa complessità si riflette anche nella costruzione e nella natura dei protagonisti delle sue opere: eroi o antieroi pieni di contraddizioni così come la realtà nella quale sono calati. Realtà che Eastwood si propone di indagare, rovesciare e vivisezionare. Molte sue pellicole, nonostante si sforzino di raccontare la storia dell’America e di tracciare l’identità statunitense, sono permeate da elementi astratti, simbolici e stilizzati e da sequenze oniriche, perturbanti e fantasmatiche che vanno a ledere la trasparenza e ogni proposito di realismo. Persino i luoghi e gli ambienti dei suoi film si carica di significati simboli e reali al tempo stesso. L’America di cui parla Eastwood è alienante, perduta, immorale, un luogo di sopraffazione e contraddizione, di violenza e dolore, in cui non vi è riscatto, non vi è risoluzione.

    Gli eroi delle sue storie sono outsiders, figure reiette ai margini della società, spesso condannati ad un’esistenza dolorosa e quasi mai realmente protagonisti della propria vita. Molti di loro sono eroi con un passato poco glorioso e desiderosi di una redenzione cui difficilmente raggiungeranno. Altri sono fantasmi consapevoli dello scacco cui stanno andando incontro, ma che hanno comunque deciso di non rassegnarsi e di intraprendere un viaggio per provare a prendere in mano la propria vita per la prima e, sicuramente, l’ultima volta. Essi perseguono un obiettivo assumendone ogni rischio e dovere, pur consapevoli dell’inevitabilità della loro sconfitta. Per questo motivo, nonostante Eastwood rivendichi l’appartenenza ad uno stile “passato, il suo è un cinema che decostruire la struttura classica dandole nuova vita e impiegandola in senso antifrastico per indagare il presente e le sue contraddizioni sociali e morali.

    “Ciò che mi interessa più di ogni altra cosa nel lavoro e nella vita è la ricerca della verità. Questo percorso mi spinge ancora a dirigere film”

    PALE RIDER: RISCRITTURA DELL’IMMAGINARIO WESTERN

    Pale Rider è un film del 1985 diretto e interpretato da Clint Eastwood che racconta le vicende del misterioso Predicatore (interpretato dallo stesso Eastwood) e di una comunità di cercatori d’oro, costretta ad uno scontro quotidiano con l’impresario Coy LaHood, intenzionato a detenere il controllo del loro terreno oltre che delle miniere di Carbon Canyon.  La pellicola si configura non solo come un grande omaggio al western ma anche come una rielaborazione di quello stesso immaginario.  Il film porta avanti una riflessione sul rapporto del regista col genere western, che in quegli anni stava oramai affrontando una fase di declino e rivisitazione dopo aver raggiunto il picco nella golden age. In questo caso, il western classico diviene infatti una fonte primaria cui attingere, non solo una malinconica citazione, dettata anche dalla carriera personale del regista. Attraverso Pale Rider Eastwood attua, infatti, un’operazione di riscrittura di un film precedente, Shane (1953) di George Stevens che Bazin considera l’incarnazione del genere classico in quanto primo esempio di western “consapevole”.

    Il meccanismo del film di Eastwood ricalca quello di Stevens sul piano dell’intreccio, nonostante la successione degli eventi venga aggiornata, spesso ritardata, anticipata o spostata. La trama delle due pellicole è praticamente la stessa ed entrambe condividono un approccio narrativo contemporaneamente astratto e realistico, nel quale si calano tematiche proprie del genere tra cui la giustizia e la vendetta; tuttavia, nel caso di Pale Ride vengono affrontati temi anche non propriamente convenzionali. Ad esempio la tematica della crescita personale si si articola in modo diverso all’interno delle due pellicole, dove assistiamo ad un ribaltamento dei ruoli e degli stereotipi di genere: in Shane il protagonista è un ragazzino di nome Joe, mentre in Pale Rider è Megan, una giovane donna. In entrambi i film assistiamo, dunque, ad un percorso di maturazione di questi due personaggi, ma nel caso di Pale Rider tale crescita si sviluppa all’interno della sfera dell’erotismo e della scoperta del piacere sessuale. Se nel film di Stevens Joe ha l’occasione di dimostrare il suo valore e diventare uomo imparando ad usare le armi, in Pale Rider Megan diviene donna nel momento in cui viene educata al sesso. L’elemento erotico è fortemente presente all’interno della pellicola di Eastwood e consente di azzerare almeno per qualche scena la distanza mitica che il cavaliere solitario mantiene nei confronti degli altri personaggi. In gran parte del film la figura del predicatore si oppone alla ai cercatori d’oro, al gruppo. A differenza degli abitanti, lui agisce da solo e, nonostante il suo obiettivo finale sia di solidificare il gruppo e liberarlo dal male, non potrà mai far parte della collettività poiché estraneo ad essa, proveniente da un altro mondo, un’altra dimensione, un’altra era. Quella del mito.

    PALE RIDER: MITOLOGIA, OMAGGIO ED EVOCAZIONE DEL WESTERN

    “Gli fu dato il potere di togliere la pace dalla terra perché gli uomini potessero sgozzarsi tra loro e gli fu data una grande spada e quando ebbe aperto il terzo sigillo udì la terza bestia che diceva: “vieni e bevi” ed ecco apparir di colpo un cavallo nero e chi lo cavalcava aveva una bilancia in mano e udì una voce in mezzo alle quattro bestie che diceva: “una misura di grano per un denaro e tre misure di orzo per un denaro, attento non arrecare danno all’olio ed al vino” e quando ebbe aperto il quarto sigillo udì la quarta bestia che diceva: “vieni e bevi”. Io guardai e apparve un cavallo pallido ed il nome di chi lo cavalcava era… Morte. L’inferno era dietro di lui.”
    (Pale Rider, regia di Clint Eastwood)

    https://www.youtube.com/watch?v=I0pPG6s_daY

    Sin dalle prime inquadrature del film compaiono alcuni stilemi tipici dell’età d’oro che sono però utilizzati in modo estremamente personale e anticonvenzionale per raccontare la scena dell’invocazione del predicatore. Qui, infatti, la forma classica (sovrimpressione, montaggio alternato…) si accompagna ad un registro fantasmatico, pregno di elementi onirici, e antinomico, calato in un contesto molto realistico. L’ingresso in scena del predicatore è caratterizzato da una componente quasi sovrannaturale che, difatti, lo accosta sin dai primi istanti ad un giustiziere venuto dall’inferno per punire i peccatori, ma ancor più ad un cavaliere dell’apocalisse, immagine che anche il titolo del film sembra continuamente richiamare. Non a caso, qualche scena più tardi il predicatore farà il suo ingresso nel villaggio dei cercatori accompagnato proprio dalle parole dell’Apocalisse di Giovanni. La prima epifania del Pale rider si colloca, invece, non appena la giovane Megan pronuncia le parole “if you exist”, dopo aver recitato il salmo 23. Come per evocazione appare il predicatore al galoppo su un cavallo bianco con le cime innevate alle spalle.

    Questa figura mistica, quasi profetica, si configura, quindi, come una variazione del vendicatore interpretato da Eastwood a cui si aggiunge una componente sovrannaturale e spettrale, mitica. L’entrata in scena del protagonista non solo lo caratterizza come un sopravvissuto o uno spettro, ritornato nel mondo dei vivi per portare a termine una missione oscura, ma sottolinea anche la distanza tra predicatore e gli altri personaggi. In questo senso, Eastwood rifiuta esplicitamente i meccanismi di identificazione del pubblico dal momento che il protagonista non è fonte di informazioni né di sguardo o azione. La stessa recitazione priva di sfumature psicologiche o di espressività rende Eastwood/predicatore una maschera fissa e accresce quel mistero che circonda la sua venuta e che, di conseguenza, lo eleva a figura a metà tra l’umano e il divino. Eastwood costruisce, quindi, un film in cui realtà e mito si scontrano, si fondono, si mescolano nella narrazione e nel Predicatore al punto che diviene quasi impossibile scinderli.  Pale Rider vede la duplicità di cui abbiamo parlato precedentemente e la capacità di Eastwood di tornare alle radici del cinema classico, del passato, del western, per aprire un discorso sul presente, sulla morale contemporanea e la società. In questo sta la modernità e la contemporaneità di Eastwood, regista che rielabora, contraddice e omaggia la classicità, piuttosto che l’ultimo dei classici. 

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  • SUPERNATURE DI RICKY GERVAIS – CHI HA PAURA DELLA SATIRA?

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    Non ci si offende mai abbastanza spesso dei propri pregiudizi sulla realtà. Sesso, decesso, religione, razzismo, transizione, cremazione, peni di gatto, esistenza, pedofili omofobi, mangia e bevi a volontà, AIDS, dio (quello vero, sia chiaro), fat shaming decostruito, cancro, “fare lesbicate”, Piaget, pronomi personali, ornitorinchi, politiche identitarie, abusi sessuali: c’è di tutto dentro SuperNature di Ricky Gervais, che con un’ironia dissacratoria tiene insieme la realtà, la spezzetta, la rimpalla, l’aggiusta alla meglio, e alla fine la serve, bucherellata a colpi di satira, allo spettatore, libero di lamentarsi e protestare perché non gli vengono resi i soldi del biglietto (o dell’abbonamento), oppure di soccombere a sequenze di ininterrotto fou rire. (Ci sarebbe poi una terza categoria di spettatore, incoerente e sobbalzante crasi fra le due sopra indicate, che per ragioni d’etichetta si eviterà di trattare estesamente).

    Il modo in cui si soccombe alla satira è tuttavia unico e particolare. Non è possibile abbandonarvisi, staccare dalla realtà durante uno spettacolo di questo genere, perché la satira tiene in tensione, titilla proprio i nervi scoperti: dalle idee radicate da tempo e mai rivisitate, a quelle costantemente sorvegliate dalla ragione, passando per tutta la scala di grigi nel mezzo, nulla sfugge (né deve sfuggire) allo sbertuccio. La comicità di Gervais apre ferite in modi diversi a seconda dei diversi spettatori che la incrociano, è abile al punto da colpire differenti sensibilità laddove è presente un nocciolo duro di credenze radicate che si credeva indubitabile, ingiudicabile e, dunque, sacro. Ci si potrebbe quindi chiedere perché partecipare a un simile massacro volontariamente e, per giunta, riderne. 

    «THANK YOUR GOD AND F**K OFF»

    Con SuperNature Gervais ha prodotto uno spettacolo meta satirico: più volte nel corso del monologo si è reso necessario dare contesto alle battute fatte, spiegare, nuovamente, il senso di uno show di satira a un pubblico selezionato – quello in teatro –, ma soprattutto a quello globale, esterno, con un abbonamento a Netflix, che potrebbe casualmente imbattervisi tra una puntata di Stranger Things e un film di Pieraccioni; e nello sventurato incontro farsi male, inconsapevole di un contesto che Gervais ha dunque provveduto a chiarificare. Che lo si giudichi negativamente o meno questo espediente non è bastato a salvare lo show dalle ormai tristemente abituali polemiche – che arrivano all’accusa di transfobia –, fino a tentativi improduttivi di boicottaggio al suon di “su questo non è bene scherzare”.

    Tuttavia, se si dovesse tener di conto ciò che per ogni gruppo sociale e identitario è sconveniente ridere, allora probabilmente non si riderebbe più di tanto. Ma il riso è una funzione fondamentale per l’uomo, essa è in effetti tipica dell’animale umano, l’unico in grado di utilizzarla anche al di fuori di contesti strettamente emozionali. La risata è in grado di smontare qualunque pretesa di verità assoluta, il semplice ridere di qualcosa che si ritenga sacro e inviolabile getta un’ombra di sospetto su quell’inviolabilità. Ed è questo tipo di risata che la satira produce, allo scopo di saggiare i limiti del dicibile, infrangendo valori, ricomponendoli, e restituendoli nella loro transitorietà. Il suo carattere manifestamente antidogmatico mette in discussione l’ordine stabilito e il suo sistema di valori, producendo alternative. Ma cosa ancor più importante, il riso è “un servizio reso alla cosa derisa”, un test di solidità del presente, come sosteneva Umberto Eco. Infatti, “solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire” (Eco 1963: 90). L’ironia di Gervais mette bene in mostra ciò che della militanza LGBTQ+ è bene crolli, non certo la lotta contro le discriminazioni, quanto quel becero dogmatismo che ammanta certi temi di intoccabilità, pena l’essere accusati di star bersagliando una minoranza. Ma del resto anche a questa prevedibile rimostranza aveva già sarcasticamente risposto durante il monologo:

    The one thing you should never joke about is the trans issue. “They just wanna be treated equally”. I agree, that’s why I include them.

    Appurato che niente e nessuno è al sicuro dalla satira, e che chiunque può sentirsi offeso nella sua personale soggettività (non per questo a ragione), un dubbio potrebbe rimanere: perché partecipare al massacro e riderne? Offesi nel mattatoio dello spettacolo satirico sono i pregiudizi (non le persone, come ricorda Luttazzi), le paure, i dogmi ovvero quelle idee sacre e immutabili che nulla hanno di sacro e immutabile, e che spesso incancreniscono provocando infinite tribolazioni. Maggiore è il peso che si dà a una credenza, a un’ideologia, maggiore sarà il dolore quando quella verrà svuotata di significato (e accadrà, prima o poi). La satira insegna che nulla è permanente: a nolo sono i giudizi, le idee, i principi. Saper ridere di tutto, non avere pensieri che non siano in qualche misura negoziabili, è l’effetto vitale che la satira produce e che Ricky Gervais ci ricorda.

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  • GIUSEPPE TORNATORE – TRE FILM DA (RI)SCOPRIRE

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    Il 27 maggio ricorre il compleanno del regista Giuseppe Tornatore, fra i cineasti più influenti del panorama italiano a partire dagli anni Ottanta. Dopo l’esordio con il thriller Il camorrista (1986), la filmografia dell’autore siculo si caratterizza per una costante sperimentazione di generi cinematografici, dal dramma alla commedia, dal mystery alle love story, senza dimenticare l’impegno come documentarista, che ha recentemente dato vita al suo ultimo film, Ennio (di cui abbiamo scritto la recensione).

    Correva l’anno 1956 quando Giuseppe, detto “Peppuccio”, nasce a Bagheria, centro poco distante dalla provincia di Palermo, città che sarà nido dell’autoeducazione al cinema del regista. Prima proiezionista presso il cinematografo di paese, poi il viaggio a Roma, stringendo tra le mani una sceneggiatura che sarà accolta dalla storica casa di produzione Titanus. Due anni dopo, il successo-insuccesso di Nuovo Cinema Paradiso: pellicola martoriata dal montaggio, rifiutata e screditata in patria, poi osannata da critica e pubblico dopo la vittoria dell’Oscar al miglior film straniero nel 1990. 

    Per celebrare i 66 anni di un regista poliedrico e, soprattutto, cinefilo, vogliamo proporre tre pellicole meno note della sua filmografia al fine di poter apprezzare ulteriormente lo stile e l’autorialità del cineasta siciliano. 

    Se invece volete recuperare la sua produzione puramente siciliana, vi rimandiamo a questo articolo

    STANNO TUTTI BENE

    Stanno Tutti Bene rappresenta il terzo lungometraggio del regista, realizzato successivamente al più noto e già citato Nuovo Cinema Paradiso (1988). Nonostante il successo derivato dalla vittoria agli Academy Awards, Tornatore vive in primis il dramma del rifiuto di un film a lui tanto caro, in quanto girato nella natìa isola. Dalle radici di tale sconforto, ben prima dell’inaspettato successo, il cineasta scrive una sceneggiatura tanto grottesca quanto amara, perfetta espressione di uno sguardo disilluso e abbattuto.

    Con un Marcello Mastroianni alla sua ultima interpretazione, Stanno Tutti Bene è un lungometraggio critico sulla perdita dei valori della famiglia e sulla nuova generazione di “figli” soli, colmi di sconforto e privi di obiettivi. Matteo Scuro (Mastroianni) è un anziano genitore il quale, stanco di non riuscire mai a riunire la sua progenie durante le vacanze estive, a fine stagione decide di imbracciare la valigia e un pacco di doni siculi per recarsi lui stesso a far visita ai propri figli sparsi per il Continente. 

    Tuttavia, il pellegrinaggio da una città all’altra si rivelerà colmo di amarezza, un percorso di progressiva disillusione verso un’Italia tutta sull’orlo di una mutazione irreversibile. «La nostra terra non è bella di per sé come dicono tutti, è bella perché le cose lontane sembrano migliori» asserisce lo stesso Matteo riferendosi alla sua Sicilia cristallizzata in un tempo distante, un ventre materno dal quale osservare il mondo senza subirne i contraccolpi. Il protagonista, prima del viaggio, ha sempre osservato il mondo attraverso i suoi grandi occhiali da vista che, in certi momenti, paiono come due lenti di una cinepresa che registra i cambiamenti e le illusioni di un uomo (troppo) legato alle tradizioni e agli antichi valori.

    Vincitore del Premio della Giuria Ecumenica a Cannes nel 1990, Stanno Tutti Bene è un film duro, difficile da assimilare in quanto tanto cupo quanto onesto rispetto all’Italia degli anni Novanta, in preda alle incertezze e a un’inquietudine generazionale

    UNA PURA FORMALITÀ

    Citazione: «Ricordare è come un po’ morire» 

    Presentato in concorso alla quarantasettesima edizione del Festival di Cannes, Una pura formalità (1994) rappresenta una profonda riflessione sulla natura tecnica ed espressiva delle immagini da parte di Giuseppe Tornatore. In una notte tempestosa, i gendarmi di avamposto individuano un uomo senza documenti (Gérard Depardieu) e con apparenti segni di amnesia. Portato nell’ufficio del commissario (Roman Polanski), questi inizierà un lungo percorso per scoprire la sua vera identità. Caratterizzato da una maniacale attenzione stilistica, Una pura formalità si configura come un puzzle film contaminato da elementi del genere noir contemporaneo: un prodotto che assorbe, dunque, lo spirito sperimentale del cinema degli anni Novanta (che avrebbe dato vita a grandi film quali Memento, Fight Club o Pulp Fiction). Tuttavia, la concentrazione sulla strutturazione del racconto non sovrasta la necessità di un rispecchiamento fra la storia e la cinematografia. Il rompicapo, architettato da un Tornatore sceneggiatore e montatore, si armonizza con uno studio sulle inquadrature dal gusto squisitamente espressionista e connotate da una costante monocromia, spezzata esclusivamente da alcuni oggetti color blu cobalto, i quali risulteranno centrali nella ricostruzione del passato del protagonista. Ambientato in uno spazio angusto (del tutto simile, in un certo senso, a una claustrofobica cabina di proiezione), Una pura formalità è un rebus sofisticato che mantiene lo spettatore letteralmente incollato allo schermo.

    LA SCONOSCIUTA

    Ispirato a un fatto di cronaca riguardante il racket della prostituzione di ragazze provenienti dall’Est Europa, La sconosciuta è un film del 2006 vincitore di cinque David di Donatello, fra i quali Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Attrice Protagonista. Irena (Ksenia Rappoport) è un’ex prostituta ucraina: giunta nella fittizia città veneta di Velarchi, la donna intende a tutti i costi cercare una posizione presso un elegante palazzo del centro. Per quale motivo? Qual è il vero passato di Irena e di cosa è alla ricerca? 

    Presentato nella sezione Première della Festa del Cinema di Roma, il film è un lungometraggio connotato da una costante e percepibile tensione, acuita dalla colonna sonora composta da Ennio Morricone. Tale nervosismo viene espresso, soprattutto, dall’intensa e struggente performance dell’attrice Ksenia Rappoport, del cui volto enigmatico il regista ci dona una serie di scarni e intensi primi piani. Girato in una Trieste connotata da cromie fredde, il cineasta sperimenta una costruzione d’inquadrature volta a porre in risalto le alterità fra i personaggi e la loro appartenenza a milieu sociali differenti. Ma La sconosciuta è anche un film duro e feroce che non lascia sottintese le violenze perpetrate sulle ragazze che, come Irena, sono costrette a subire soprusi al fine di poter guadagnare abbastanza denaro per poter iniziare una nuova vita. Si tratta probabilmente del film più impegnato del regista dopo Il camorrista, realizzato vent’anni prima, e certamente risulta degno di una visione.

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  • DR HOUSE – IL DOTTORE MALEDETTO E L’IPER-ETICA

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    Gregory House, il celebre medico protagonista della serie tv Dr. House – Medical Division è certamente tra gli eroi televisivi che più riescono ad attirare l’attenzione degli spettatori divenendo non solo semplici icone pop, ma veri e propri paradigmi comportamentali con cui misurarsi. Scontroso, cinico, indolente e arrogante, House incarna l’antitesi del perfetto eroe mosso da sani principi, da una forza morale che lo spinge a far del bene alla comunità. Al contrario lo si vede frequentemente contraddire completamente sia la deontologia professionale sia evidenti e generali principi etici, spesso anche ammettendolo platealmente sotto forma di battuta. 

    “Vi ho insegnato a mentire, barare e rubare e appena volto le spalle vi mettete in fila?!” 

    Nonostante il suo perpetuo sfoggio dei peggiori difetti immaginabili, House è riuscito a lasciare un segno indelebile, ad incuriosire e affascinare, ma certamente non per la sua filantropia. Ciò che lo caratterizza al punto da far passare in secondo piano norme civili e sociali fondamentali, è più maestoso e avvincente di una qualsiasi manifestazione di obbedienza a un’etica comune.

    L’ANARCHIA MORALE E L’INDAGINE

    La stima che generalmente si prova per i medici, anche quando essi in qualità di personaggi assumono il ruolo caratterizzante di eroi, è dovuta alla loro bontà e volontà di guarire per poter aiutare il prossimo, ed è tanto più intensificata quanto gli strumenti messi al servizio di questo obiettivo (bravura, intuitività, prontezza) sono sofisticati. Ed è qui che House si distingue, perché il suo operare esula completamente da intenti umanitari. La sua eterna ossessione e il suo motore d’azione è l’enigma, il rompicapo, il caso da risolvere. Famoso tra i suoi colleghi per il suo evitare fin quando possibile il contatto diretto con i pazienti, le sue diagnosi iniziano e si svolgono principalmente in una fase teorica: una discussione con il suo team (a cui è delegata l’osservazione diretta) dei più sottili e apparentemente improbabili meccanismi di causa-effetto che nel paziente portano alla comparsa di sintomi per gli altri medici inspiegabili. Come i creatori David Shore e Paul Attanasio hanno dichiarato, la serie è esplicitamente ispirata a Sherlock Holmes. Oltre infatti ai diversi Easter Eggs disseminati per gli episodi (come l’indirizzo dello stesso protagonista, baker street; o l’assonanza di nomi House-Holmes e Wilson-Watson) è evidente come la logica e la mente di House agiscano più come quelle di un detective che di un dottore. Ma modalità diverse portano a risultati diversi, per cui non sorprende che i suoi superiori pur con qualche reticenza gli permettano di agire indisturbato o quasi, né che il suo specifico compito all’interno dell’ospedale (diagnosta di casi complessi) sia stato creato appositamente per lui. House rifiuta di adattarsi, irrompe con violenza bistrattando le regole e chi tenta di farle rispettare, pretende che gli si tenga testa, esige confronti vivi da cui trarre nuovi spunti. E poi propone la soluzione più folle e originale, che inizialmente lascia sorpresi e inorriditi, ma poi lo si ascolta. Perché è House, e ha ragione. 

    “Non hai prove per la tua teoria!”

    “Per questo sarà così figo quando verrà fuori che ho ragione!”

    HOUSE E L’ETICA 

    La netta prevalenza dell’indagine clinica su qualsiasi altro aspetto della professione ha delle chiare implicazioni etiche che vale la pena di approfondire.

    Si intende con “etica” un insieme di regole generiche o “massime” nel senso kantiano del termine presenti all’interno di una comunità, in grado di discriminare il giusto dallo sbagliato e di influire sull’agire degli uomini venendo applicate a casi specifici. La figura di House è da ciò completamente separata, proprio per questa associazione tra “massima generale” e “caso in cui secondo le possibilità la massima viene applicata”, che è sostanzialmente quello su cui si erge la deontologia professionale. Ma in House è possibile individuare un’etica, nonostante sia diversa da quella comune a tutti gli uomini. Possiamo parlare di un’iper-etica (Blitris, “La filosofia del Dr. House”, 2007) in grado di scardinare e superare i limiti delle sue forme più classiche.

    Søren Kierkegaard in Timore e tremore descrive l’eroe in quanto figura etica, contrapponendovi il Singolo. Se l’eroe tragico si attiene a delle massime universali poiché il suo scopo è tendere a un bene universale, l’assoluto Singolo mira solo a rapportarsi con un altro assoluto singolo. Evitando di appellarsi a un insieme di regole, il singolo risponde a una sola ingiunzione: un dovere incondizionato che lo lega all’altro caso singolo, coronando così una dimensione di “assoluto” nel senso etimologico del termine: dal verbo latino absolvere, sciogliere e liberare da qualsiasi tipo di vincolo o legame. 

    In questo modo l’iper-etica di House lo porta a stabilire un legame con il suo caso in un senso illimitato, separato da norme deontologiche che possano ostacolarne la risoluzione e insofferente verso l’idea che “se tutti i dottori agissero così ci sarebbero molti più morti”. Poiché non conta considerare quel paziente all’interno di uno schema più ampio che tenga conto anche di altri aspetti e altre persone. L’iper-etica impone di andare al di là delle comuni norme etiche che potrebbero ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo assoluto. House non le infrange, le ignora. Non ne ha bisogno, perché la sua norma è più imponente, travolgente, inflessibile: salva il tuo paziente, a qualsiasi costo.

    Questo costo potrà consistere in metodi rischiosi ed estremi di cura della patologia come in tentativi di effrazione nelle case dei pazienti, trappole e inganni posti ai colleghi, e persino nel mettere in secondo piano qualsiasi tipo di relazione interpersonale: tutto sarà sempre subordinato all’Imperativo dell’iper-etica.

    L’OSSESSIONE E IL GENIO. IL MEDICO MALEDETTO

    Tra le diverse definizioni di genio che vi possono essere, c’è sicuramente quella che identifica il genio come colui che riesce a trovare i collegamenti tra le cose più disparate. Un’ulteriore conferma, dunque, della superiorità intellettuale di House rispetto ai suoi colleghi risiede nella sua capacità di individuare parallelismi tra il funzionamento del corpo umano e il mondo esterno. Il momento più intenso della sua indagine, il climax, è costituito da una sua normale interazione con momenti della vita quotidiana, che possa trattarsi di fare un bagno freddo, ascoltare un dibattito sul caffè, suonare uno strumento. Non solo, la procedura standard delle diagnosi è per lui utilizzare metafore per spiegare i sintomi del paziente e la loro possibile causa. Una semplificazione simile al modo con cui un professore spiega qualcosa di complesso ai suoi alunni. House, tuttavia, è perfettamente consapevole dell’intelligenza dei membri della sua squadra (formata dai dottori Chase, Cameron e Foreman, rispettivamente Jesse Spencer, Jennifer Morrison e Omar Epps) ed è poco probabile che questa sua abitudine miri a rendere dei concetti più semplici per chi non può capire. Più verosimile è invece l’ipotesi che in lui una visione complessiva e omogenea del mondo e del suo funzionamento sia data da un’intelligenza talmente fertile e prorompente da non potervisi sottrarre. Proprio come un artista maledetto non riesce a separare le sue opere dal suo vissuto, per House è impensabile tenere distinte la vita e la medicina, anzi esse costantemente collidono, si sovrappongono, si ispirano e influenzano a vicenda.

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  • Roger Corman e il ciclo di Edgar Allan Poe

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    Al nome di Roger Corman è stata spesso associata la definizione di artigiano del cinema, un artista capace di creare opere notevoli e iconiche con pochissimi mezzi durante tutta la sua carriera, nonché uno di quei registi e produttori che, dopo aver avuto un’importante influenza sulla storia della settima arte, sono finiti nel dimenticatoio negli ultimi decenni. Definito come il “papà del cinema pop”, il suo lavoro pionieristico nel mondo del cinema indipendente ha portato alla realizzazione di più di 50 film come regista e più di 300 lungometraggi come produttore, facendo da mentore a nomi pesantissimi come Francis Ford Coppola, Ron Howard, Martin Scorsese, Jonathan Demme, Peter Bogdanovich, Joe Dante e James Cameron, e lanciando le carriere di star come Peter Fonda, Jack Nicholson, Dennis Hopper, Bruce Dern e Sylvester Stallone, influenzando notevolmente il movimento della New Hollywood negli anni ‘60 e ‘70. 

    Da regista, il ciclo di pellicole più fortunato della carriera di Roger Corman è senza ombra di dubbio la serie tratta dalle opere del grande scrittore americano Edgar Allan Poe, realizzata per l’American International Pictures e legata a doppio filo anche a un’altra figura mitologica del cinema horror anni 50’ e 60’: l’istrionico e troppo dimenticato Vincent Price, definito per la sua recitazione semiseria e il suo atteggiamento da aristocratico il contraltare statunitense di Boris Karloff. Il contributo alla riuscita di molte delle migliori opere del ciclo va anche accreditato alle sceneggiature di Richard Matheson, famoso scrittore statunitense autore del libro Io sono leggenda, trasposto e pesantemente rivisitato nel 2007 dall’omonimo film con Will Smith, ma soprattutto nel 1964 con il delizioso L’ultimo uomo sulla terra per la regia del nostrano Ubaldo Ragona e di Sidney Salkow con protagonista Vincent Price, film a cui si deve il merito di aver ideato e messo in scena dei proto-zombie, i quali hanno ispirato il grande George A. Romero per il suo La notte dei morti viventi. Questo microcosmo ideato da Poe e filtrato dalla mente di Corman si compone di sette pellicole, non tutte ugualmente riuscite, ma che compongono un progetto caratterizzato da una grande uniformità stilistica, spesso di impostazione teatrale, con la narrazione sviluppata in poche ambientazioni visto il basso budget a disposizione, e capace di creare piccole chicche che entrano di diritto nella storia del cinema. 

    HOUSE OF USHER

    La prima opera è House of Usher del 1960, basato sul racconto “The Fall of the House of Usher”, realizzata con l’utilizzo di soli quattro attori, capitanati da un perfetto Vincent Price, i cui personaggi vengono schiacciati dal peso di un destino superiore e incontrollabile che annienta la loro razionalità. Il regista ha il merito di creare tensione e un’atmosfera estremamente cupa, rendendo viva la casa degli Usher, con i suoi tremolii e gli inquietanti ritratti di famiglia. Questa pellicola, come negli altri film di questo ciclo, prende solo ispirazione dagli scritti di Poe, prelevandone l’elemento di terrore  più semplice da comprendere per chiunque: la sepoltura prematura, tema ripreso anche in alcuni dei film successivi, tra cui uno intitolato proprio Premature Burial. Con questa prima opera Corman imposta le regole e lo stile che avrebbe esasperato nelle pellicole successive, costruendo un film riuscito e ancora oggi considerato un cult.

    THE PIT AND THE PENDULUM

    Appena un anno dopo arriva nei cinema The Pit and the Pendulum, basato sull’omonimo racconto, che si rivela essere una delle punte di diamante di questo ciclo di pellicole, nonché forse l’opera più famosa di tutta la filmografia di Corman. A fianco di un ispirato e luciferino Vincent Price, uno dei ruoli più importanti all’interno del film viene affidato all’iconica Barbara Steele, attrice britannica protagonista di La maschera del demonio, capolavoro del regista nostrano Mario Bava. Anche The Pit and the Pendulum viene costruito come un’analisi psicanalitica, approccio comune in quasi tutti i titoli ispirati da Poe, rappresentando di fatto una discesa negli abissi dell’inconscio, simboleggiati in questo caso dalla camera delle torture, posta nel profondo della terra e realizzata attraverso le maestose e mai così ispirate scenografie di Daniel Haller. Durante tutta la pellicola Corman gioca molto con la palette cromatica, realizzando flashback in bianco e nero con sfumature di blu, che va a provocare una sensazione di malessere e a ricordare gli oscuri meandri dell’inconscio. Un film posato e al contempo psichedelico, The Pit and the Pendulum è un piccolo capolavoro da riscoprire per i fan dell’horror e del cinema in generale. Il medesimo racconto di Poe fu nuovamente adattato trent’anni dopo da Stuart Gordon, un altro maestro del cinema horror a basso budget, famoso principalmente per la pellicola Re-Animator.

    THE PREMATURE BURIAL

    Nell’anno successivo Corman torna al cinema con The Premature Burial, tratto dall’omonimo racconto, unico film realizzato senza Vincent Price, sostituito in questo da un bravo Ray Milland e usufruendo di un giovane Francis Ford Coppola come assistente alla regia. Il film rappresenta il primo passo falso della serie, nonché forse la pellicola meno riuscita tra le sette opere. L’assenza di Richard Matheson alla sceneggiatura si sente e il film risulta essere eccessivamente statico e realizzato con poco mordente, dando l’impressione più di una volta di assistere a un cortometraggio allungato su 80 minuti. Pur molto artigianali, vanno segnalate le ottime scenografie di ispirazione gotica e le musiche.

    TALES OF TERROR

    Nello stesso anno di The Premature Burial, a dimostrazione della maestria e prolificità con cui Corman era in grado di realizzare numerosi progetti in poco tempo e con ottimi risultati, esce Tales of Terror, film a episodi che adatta i racconti Morella, The Black Cat, The Cask of Ammontillado e The Facts in the Case of M. Valdemar. Nel secondo episodio compare anche il grande Peter Lorre, stretto amico di Vincent Price e famoso per la sua interpretazione in M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. Se nel primo dei tre blocchi Corman si limita a mettere in scena una storia sulla falsariga di quanto già fatto precedentemente, nel secondo, che unisce  The Black Cat e The Cask of Ammontillado il regista comincia a sperimentare la riuscita unione tra ossessioni psicologiche tipiche dei racconti Poe e la commedia, realizzata grazie alla splendida prova di un ubriachissimo Peter Lorre, mentre nel terzo spinge sull’acceleratore della componente horror, con la presenza di un leggero splatter non usuale per i film dell’epoca.

    THE RAVEN

    Passa un altro anno e Corman produce The Raven, filmato in appena 15 giorni e ispirato all’omonima poesia di Poe che in questo caso funge solo da incipit. La drammaticità e la disperazione della controparte letteraria viene qui completamente abbandonata a favore della commedia e del fantasy, in un’opera che smonta i meccanismi dei film horror. Corman colleziona per questa occasione un cast di eccezione: a fianco di Vincent Price troviamo nuovamente un ubriachissimo Peter Lorre, il grande Boris Karloff e un giovanissimo Jack Nicholson, che si era messo precedentemente in mostra in un altro film cult del regista: The Little Shop of Horrors. The Raven è un film volutamente parodistico, con Price e Lorre battitori liberi nel creare gag spassosissime, a cui Karloff fa da contraltare con la sua recitazione sempre posata. Nonostante il basso budget, la cura della messa in scena è ineccepibile e il film regala un meraviglioso duello di magia, realizzato attraverso trucchi di montaggio e con una straordinaria inventiva che fa impallidire la staticità e normalità di molta magia messa in scena ad esempio della saga di Harry Potter. Uno dei capitoli più riusciti del ciclo.

    THE MASQUE OF THE RED DEATH


    Nel 1964 è il turno di quello che per il sottoscritto è il miglior film di Roger Corman,
    The Masque of the Red Death, caratterizzato da scenografie di stile barocco unito al gotico di grande fascino. L’impostazione teatrale è sempre presente, anche se in questo caso il numero di ambientazioni aumentano. Alla nebbia dell’esterno fa da contraltare l’esplosione dei colori nel castello del diabolico Principe Prospero (un cattivissimo Vincent Price), colori simboleggianti anche una progressiva connessione profonda col maligno, con l’alternarsi di diverse stanze all’interno dell’edificio caratterizzate da colori sempre più tendenti al rosso. Numerosi sono i riferimenti a Il settimo sigillo di Bergman e stilisticamente sembra che Stanley Kubrick abbia preso ispirazione da questo film per alcune scene di Eyes Wide Shut. Questa opera risulta essere sicuramente la più politica tra quelle del ciclo, con Corman che ci mostra un medioevo decadente e sull’orlo dell’abisso, rappresentato da una casta di nobili volgari e corrotti, e da un ceto meno abbiente costretto dai potenti e dalla pandemia a compiere efferatezze e ad abbandonare la propria natura umana. Su un mondo come questo l’epidemia della Morte Rossa è pronta a calare la sua scure democratica, portando morte in ogni angolo del Principato. Un capolavoro del cinema horror e del cinema tutto.

    THE TOMB OF LIGEIA

    Il rapporto di Corman con Edgar Allan Poe si conclude nel 1965 con The Tomb of Ligeia, basato sul racconto Ligeia, che risulta essere il capitolo più luminoso con  il maggior numero di ambientazioni diurne, prive di nebbia e in generale meno debitore dello stile gotico, dell’intero ciclo. Proprio con l’ultimo capitolo il regista sembra voler tornare ad essere più fedele ai toni dell’opera originale, dopo aver sperimentato diverse interpretazioni con i film precedenti. La pellicola tuttavia, pur impreziosita dall’onnipresente e deliziosa interpretazione di Vincent Price, al netto di alcune interessanti sequenze oniriche realizzate con uno stile psichedelico e giocando molto con la deformazione dell’immagine, mostra il fianco a una certa stanchezza nella messa in scena, risultando nel complesso un passo indietro rispetto al grande acuto di  The Masque of the Red Death

    Con  The Tomb of Ligeia si chiude il rapporto di Corman con Edgar Allan Poe, sette pellicole di diverso livello che rappresentano in ogni caso un unicum nella storia del cinema, legate a nomi di grandi artisti e filtrate dalla mente geniale del regista del Michigan.

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  • TEST SCREENING – CHI VEDE I FILM PRIMA DEGLI ALTRI?

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    Una pratica sconosciuta ma fondamentale nella produzione e distribuzione di una pellicola cinematografica è il cosiddetto test screening, ovvero l’arte di vedere e valutare un film prima della sua uscita in sala. Ma a cosa serve realmente il test screening? Chi lo conduce? Sono domande a cui daremo risposta in questo articolo.

    Si tratta a tutti gli effetti di proiezioni preliminari – molto diffuse ma di cui non si sente parlare mai – in cui un campione di spettatori, composto da diversi elementi che dovrebbero rappresentare diverse tipologie di pubblico, si fa onere della responsabilità di guardare un film prima di noi. Questo test permette ai produttori di capire cosa piace e cosa no, la reazione generata dalla visione e il gradimento generale. Queste valutazioni preliminari vengono condotte da decenni e sono uno dei pilastri portanti dell’industria cinematografica americana, che fa molto affidamento sul marketing e la profilazione degli spettatori, ma sono molto diffuse in tutto il mondo e anche in Italia. Secondo Kevin Goetz il primo a proporre i film a un “pubblico di prova” fu Harold Lloyd, attore e regista del cinema muto. I test vennero quindi condotti a partire dai primi del Novecento e presto si diffusero tra personaggi famosi come Buster Keaton. Oggi esistono diverse aziende che se ne occupano, tra cui, ad esempio, la Screen Engine/ASI (società di analisi cinematografica statunitense) e la Ergo Research in Italia con sede a Milano, che ha aperto un’attività di screening per i film nel 2014. 

    Il test può essere condotto in diversi modi: proponendo agli spettatori un film a sorpresa, oppure facendoli decidere tra più scelte, mostrando dei prototipi di trailer, oppure valutando le preferenze tra titoli che usciranno nello stesso periodo. Viene chiesto allo spettatore di indicare cosa lo colpisce sia in negativo che in positivo e di dare una valutazione sintetica finale. Queste informazioni sono vitali per il marketing perché permettono di individuare le persone che hanno scelto un film e hanno dato un giudizio positivo, quelli delusi a cui non è piaciuto e quelli che per pregiudizio lo avevano scartato ma alla fine hanno dato un riscontro positivo. Ottenute queste informazioni si procede a ad analizzare le motivazioni di questi risultati: forse il trailer non andava bene? Il titolo? Qualche componente del cast non era adatto al genere di film? Il reparto del marketing punterà a mettere in risalto i punti positivi cercando di diminuire il più possibile la percentuale di tester insoddisfatti.

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    Commenti al test screening di Videodrome

    In alcuni casi si procede ad attuare diverse modifiche che variano in base allo stato di avanzamento della produzione. Se il film risulta ancora in fase di ripresa o montaggio possono essere rigirate alcune scene, doppiate nuovamente o montate in via alternativa per produrre un risultato diverso non solo a livello estetico ma anche narrativo. Nello stato più avanzato, come prima della distribuzione in sala, si può procedere a campagne di marketing mirate su certi aspetti o personaggi del cast, alla modifica delle locandine o del titolo. Un esempio italiano di modifiche applicate dopo i test screening lo troviamo nel 2016 nel film Veloce come il Vento di Stefano Accorsi; il film venne inizialmente proposto con il titolo Italian Race perché si puntava come elemento chiave a un format che richiamasse i film della saga di Fast&Furious. Durante il test il responso fece notare che il punto forte del film risultava l’apprezzamento ricevuto dal pubblico femminile under 24, e così l’identità della pellicola venne virata verso canoni diversi e che rispecchiassero meglio quel target. Un altro esempio lo ritroviamo in Ma che bella sorpresa (Alessandro Genovesi, 2015), film che venne sottoposto agli screening mentre era ancora in produzione, portando a rilevare come il pubblico non capisse bene la versione proposta dal regista e permettendo ai produttori a creare un’alternativa. 

    Lo strumento del test screening si rivela molto utile anche per consentire ai produttori di scegliere il cast di film che devono essere ancora girati.

    Dunque, se esistono film con doppi finali, se vi è piaciuta la scena di apertura di La La Land dove le persone ballano e cantano nel traffico di Los Angeles, oppure quella del ballo tra Julia Roberts e Rupert Everett in Il matrimonio del mio migliore amico, dovete ringraziare i test screening. Quelle appena citate sono, infatti, scene molto apprezzate e incluse nelle versioni finali delle pellicole grazie ai pareri espressi da chi ha guardato il film prima di noi. In La La Land, in particolare, la scena venne originariamente tagliata, ma in seguito ci si rese conto dell’esigenza di far capire sin da subito la natura di musical del film e la scena venne nuovamente integrata. Altri esempi degni di nota di film corretti o modificati a seguito dei test screening sono: Blade Runner007 – Vendetta privataTitanic, Le ali della libertà, Quei bravi ragazzi, Viale del tramonto, Pretty woman, Io sono leggenda e Rambo

    In ultima istanza è rilevante notare come i registi siano oggi sempre più abituati a fare affidamento su questa pratica e come circa il 90% dei film distribuiti negli Stati Uniti nel 2021 sia stato sottoposto dai 3 ai 15 test screening, che ormai risultano non solo utili, ma di fondamentale importanza per la buona riuscita di un film. 

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  • Good Time – Robert Pattinson: l’antieroe degli ultimi

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    Dal fantasy teen al cinema indipendente, fino al blockbuster d’autore, da quando nel 2005 Robert Pattinson ha fatto il suo esordio sul grande schermo in Harry Potter e il Calice di Fuoco, la carriera dell’attore è stata un susseguirsi di progetti e scelte attoriali sempre più mirate e di qualità sempre crescente. Pattinson, ad oggi annoverato nella lista degli attori più pagati al mondo, è sicuramente uno dei volti più noti della sua generazione ed è spesso citato tra i nomi che rappresentano la nuova generazione di Hollywood. 

    Proprio quest’anno l’abbiamo visto interpretare il milionario giustiziere della notte nell’ultima attesissima fatica di Matt Reeves, The Batman, ma l’attore non è nuovo a questi ruoli tormentati, che anzi costituiscono in un certo senso il fil rouge di gran parte della sua filmografia.

    In questo articolo ci proponiamo di prendere in esame una pellicola che nel 2017 è valsa a Pattinson il plauso della critica e – sembrerebbe – anche l’attenzione dei produttori della Warner in vista del ruolo dell’uomo pipistrello: Good Time.

    GOOD TIME: IMMOBILITÀ E CRIMINALITÀ

    Good Time, come già accennato, è un film del 2017 diretto dai fratelli Safdie, Josh (che ha contribuito anche alla scrittura della sceneggiatura) e Benny. In gara quell’anno al Festival di Cannes, la pellicola si incentra sulla figura di Connie (interpretato proprio da Robert Pattinson) che, a seguito di una rapina dall’esito sfortunato, si trova a dover cercare ogni mezzo per riuscire a pagare la cauzione del suo fratello Nick, affetto da disabilità mentale e complice del furto. Una trama semplice con un arco narrativo breve e un ritmo serrato che quasi arranca nel tentativo di star dietro a Connie nella sua corsa per salvare il fratello, l’unica persona verso cui nutre sentimenti di amore sincero e quasi una sorta di dipendenza affettiva.

    Connie e Nick, interpretato da Benny Safdie, rappresentano gli ultimi, i reietti della società, immobili nel presente, nel qui e ora, privi di radici (della provenienza e del passato dei due ci vengono dati giusto dei cenni) e senza futuro. In quest’ottica il film è un gioco dell’oca che ritorna verso la casella del via man mano che ci si avvicina alla fine della partita: infatti, nonostante i 100 minuti di pura corsa nella notte umida di New York, il percorso circolare dei due fratelli è specchio della totale staticità dello status quo e dello stato delle persone, qui più che mai invischiate nella palude newyorkese di piccola criminalità, soldi e droghe.

    CITTÀ CHE DIVORA

    I personaggi di Good Time si muovono tra orrorifici tunnel al neon e scuri quartieri di periferia. Fluorescenze e ombre si alternano sul viso di Pattinson – spesso madido, sempre magnetico – che, capelli ossigenati e sguardo folle, riempie lo schermo con frequenti primi e primissimi piani. Incredibilmente il suo personaggio, un antieroe che ricorre a ogni mezzo per compiere la sua missione, ci attrae e ci cattura: il suo volto, arrabbiato e dolente, a tratti è nascosto sotto una maschera di apatia e a tratti dietro muri di violenza.

    Accanto a lui, oltre al bravo Benny Safdie che fa bella mostra delle sue ottime capacità attoriali, troviamo la città in tutto il suo malsano caos. Una New York notturna e oscura squarciata da colori vividi e psichedelici e da neon allucinanti. Un anticipo della Gotham corrotta e gotica, centro nevralgico dell’ultimo film sul supereroe più uomo di sempre che, non a caso, si apre con una rapina a un negozio chiamato proprio Good Times Grocery. In questo caso, però, il protagonista dei fratelli Safdie non sa combattere contro i propri tormenti né contro la città che inghiotte e snatura i suoi abitanti, ma anzi si perde e annaspa tra i sobborghi della periferie, sbaglia, torna indietro, ruba, mente e fallisce. Il suo fallimento è il fallimento dell’intera città e delle sue istituzioni (qui incarnate anche nelle istituzioni medico sanitarie oltre che in quelle di giustizia e ordine), istituzioni che ancora non riescono a offrire un’alternativa e un reale appiglio a coloro che popolano le vie, bagnate e viscide, di quartieri sempre più dimenticati. 

    Every day I think about untwisting and untangling these strings I’m in

    And to lead a pure life

    I look ahead at a clear sky

    Ain’t gonna get there

    But it’s a nice dream, it’s a nice dream

    Ogni giorno penso a come sbrigliarmi da queste corde in cui sono

    E a condurre una vita pura

    Guardo avanti a un cielo pulito

    Non andrò lì

    Ma è un bel sogno, è un bel sogno

    – Testo della canzone The Pure and the Damned – Oneohtrix Point Never feat. Iggy Pop, tratto dal soundtrack del film

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  • IL FUTURO E’ OGGI – NEL CUORE DELLA FANTASCIENZA: 1997 FUGA DA NEW YORK

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    Il genere fantascientifico implica, nella stragrande maggioranza dei casi, il racconto e la messa in scena di un mondo futuribile; che sia prossimo o distante, realistico o meno, il fatto di immaginare uno scenario diverso dal contemporaneo è ciò che rende un’opera ascrivibile a questo filone. 

    In tal senso è molto interessante – o quantomeno divertente – andare ad analizzare quei film sci-fi che, ad oggi, risultano ambientati nel passato (pur essendo stati concepiti come opere futuristiche): è il caso, ad esempio, di Blade Runner (1982) che, dipingendo un futuro distopico datato 2019, è a tutti gli effetti, ormai, un film di fantascienza vintage, paradossalmente superato da un punto di vista temporale. 

    Nonostante questo elemento sia molto spesso una simpatica curiosità, esistono pellicole di genere volutamente ambientate a pochi anni dal loro presente storico nel tentativo di sovrapporre in maniera ancora più forte il mondo rappresentato con quello reale e contemporaneo. 

    Opera capostipite di questo tipo di fantascienza è il film oggetto dell’analisi qui proposta, ovvero 1997: Fuga da New York di John Carpenter, uscito nelle sale nel 1981 e ambientato, come da titolo, 16 anni dopo. 

    Il regista de La Cosa mette in scena, come si evidenzierà a breve, un’America in mano  all’esercito, distopica e fascista, nella quale i criminali più pericolosi vengono segregati sull’isola di Manhattan, vera e propria prigione a cielo aperto dove l’unica legge vigente è quella del più forte e le persone sono abbandonate inesorabilmente a loro stesse. 

    Il film segue le vicende del protagonista Snake Plissken, un veterano di guerra ormai disilluso e reietto interpretato da Kurt Russell, che viene inviato a New York con la forza per recuperare il Presidente degli Stati Uniti, il cui aereo è precipitato proprio sull’isola-carcere, ma soprattutto una misteriosa valigetta contenente informazioni militari di importanza globale.

    L’AMERICA ALLA GOGNA, TRA YUPPISMO E CAPITALE

    Già dall’incipit di Escape from New York (questo il titolo originale), Carpenter gioca a carte scoperte  e mette subito sul tavolo la grande metafora – non particolarmente nascosta – su cui si basa l’intera opera: New York, la città simbolo dell’edonismo, del consumismo e del capitalismo ruggente degli anni ‘80 americani, è abitata solamente da criminali e delinquenti, i quali hanno instaurato una società basata su violenza e prevaricazione del più debole. E’ impossibile, dunque, non riconoscere la durissima critica che il regista muove nei confronti dello yuppismo, così in voga durante gli anni della presidenza Reagan, fatto di un arrivismo selvaggio e di una “corsa all’oro” speculativo-finanziaria senza precedenti. 

    Proprio questo modus vivendi, così irrimediabilmente corrotto da logiche capitalistiche e così profondamente radicato nella società americana, è messo in parallelo con la criminalità che popola New York nel film: in altre parole se l’isola di Manhattan è il luogo in cui vivono i delinquenti e la stessa città è il luogo simbolo dello yuppismo nella realtà, allora nella visione di Carpenter lo Yuppie è necessariamente il vero e più pericoloso criminale che abita il suolo statunitense e ne inquina la società, la quale è, inevitabilmente, riflesso di un sistema politico imperialista che per natura si fonda sulla disparità economica della propria popolazione. 

    Non è un caso, in questo senso, che i terroristi che dirottano l’aereo presidenziale siano un gruppo di militanti per la liberazione dei lavoratori oppressi, degli anarchici che combattono contro un’istituzione chiaramente fascista e reazionaria, che fa della violenza (nel film militare, nella realtà principalmente economica) e della sopraffazione la propria legge, influenzando in questo modo la società che si plasma di conseguenza secondo questi principi, una società in cui il più forte, ovvero il più ricco, ha il diritto quasi naturale di opprimere e prevaricare il più debole, ovvero il più povero. 

    Ciò che, però, rende veramente potente la critica carpenteriana appena presentata è la messa in scena del regista che, realizzando un film puramente di genere, riesce a comunicare un messaggio politico chiarissimo e incisivo soprattutto grazie alle immagini: la città distrutta e quasi post-apocalittica è una palese metafora del pessimismo di Carpenter nei confronti dell’America del suo tempo (una scelta scenografica per certi versi simile a quella presa da Spielberg per il suo West Side Story). Non è casuale, quindi, che il regista inquadri più volte i luoghi simbolo del potere economico statunitense – come il World Trade Center o il palazzo della Borsa – deturpati, sporchi e in rovina, come se questa rappresentazione così mortifera fosse in realtà il vero volto che si cela dietro la maschera sfavillante dello stato “democratico” per eccellenza.

    I costumi stessi contribuiscono a rafforzare questo immaginario retro-cyberpunk, con i personaggi che vengono costantemente inquadrati armati con oggetti di recupero tra i più disparati, vestiti di stracci e cianfrusaglie, in ambienti stracolmi di rifiuti, prodotti di un mondo consumista che crea una ricchezza materiale strabordante, ma fondamentalmente inutile alla basilare sopravvivenza dell’uomo. 

    In sintesi, una rappresentazione lucidissima e allegorica della società occidentale dominata da regole economiche spietate, messa in scena da un grandissimo artista capace di portare avanti una denuncia politica scomoda e mai banale attraverso il genere, con un approccio che – forse – oggi appare poco sci-fi, ma che certamente racchiude in sé l’essenza stessa del cinema fantascientifico. 

    SNAKE PLISSKEN, L’ALTER EGO NICHILISTA DI CARPENTER

    Elemento fondamentale che ha contribuito non poco a rendere Fuga da New York uno dei più grandi cult degli anni ‘80 è sicuramente il suo protagonista, ovvero Snake Plissken (nella versione italiana incomprensibilmente tradotto come Jena): benda sull’occhio, fucile in spalla e capello lungo, Kurt Russell è senza dubbio riuscito, con questa interpretazione, a imporsi nell’immaginario cinefilo come uno degli antieroi per eccellenza, estremamente iconico, ma allo stesso tempo figura complessissima, rappresentazione filmica del pensiero politico carpenteriano. 

    Plissken è, fondamentalmente, un veterano di guerra ormai disertore (interessante il fatto che si citi una battaglia di Leningrado, sottointendendo un terzo conflitto mondiale già avvenuto), il quale ha una visione del mondo completamente nichilista, non crede più in nulla ed è completamente estraneo a qualsiasi tipo di ragionamento politico: in una realtà come quella rappresentata da Carpenter, in cui il pianeta è inevitabilmente alle porte di una guerra nucleare e l’America è uno stato ormai dittatoriale dominato dall’esercito, il totale disinteresse di Plissken e l’indifferenza con cui si relaziona al potere costituito si rivelano essere il massimo gesto rivoluzionario. 

    In questo senso, l’iconica battuta pronunciata dal protagonista nel momento in cui gli viene imposto di imbarcarsi in questa missione per salvare il presidente, ovvero “President of what?”, è segno di una visione amarissima, in cui la totale sfiducia di Carpenter nei confronti del sistema-America torna nuovamente al centro attraverso il rifiuto sistematico, all’insegna quasi del menefreghismo, delle istituzioni costituite da parte del proprio alter-ego Snake Plissken: un dissenso che si esprime tramite l’unico atteggiamento possibile di fronte alla situazione socio-politica al centro della denuncia e della critica del regista. In altre parole, se il Presidente – e dunque lo Stato – è simbolo di questa concezione imperialista, capitalista e fascista, allora questo Presidente non è ciò in cui Carpenter si rivede, rimanendo dunque il capo di un mondo che Plissken non riconosce e che rigetta. 

    Non è un caso, infatti, che in seguito al completamento della missione, il protagonista rifiuti qualsiasi tipo di ricompensa semplicemente per smascherare – con una semplice domanda – la totale noncuranza del Presidente di fronte alle morti che il suo salvataggio ha causato. Deluso per l’ennesima volta da un mondo al quale non appartiene, rifiuta l’opportunità di entrare a far parte del corpo di comando dell’esercito – declinando l’offerta di Hauk – e decide di sbeffeggiare l’America facendo suonare una cassetta con della musica quasi da circo durante il discorso del Presidente, al posto della famosa cassetta con le informazioni nucleari, che resta nelle mani di Snake mentre si allontana e viene distrutta dal protagonista, che ironicamente ride per una vittoria dal sapore estremamente amaro.

    Un finale magnifico nella sua semplicità e disarmante nel suo pessimismo, ma che in qualche modo regala una seconda possibilità all’umanità: Plissken distrugge infatti la cassetta contenente i segreti  militari degli Stati Uniti invece di consegnarla in mano alle potenze nemiche – una chanche che forse, però, il mondo non meritava, come sembra suggerire Carpenter alla fine del sequel Fuga da Los Angeles. Ma questa è un’altra storia.   

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  • STAR WARS – COME LE AMBIENTAZIONI COSTRUISCONO UNA SAGA

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    “Non troverai mai un covo di feccia e malvagità peggiore di questo” 

    Per riassumere l’enorme successo di Guerre Stellari basterebbe citare la sequenza sullo spazioporto di Mos Eisley che apre il secondo atto del film: la panoramica sullo spazioporto accompagnata dalla battuta di Ben Kenobi; le strade della città in cui si ha un primo accenno ai poteri della Forza; la cantina abitata dalla variopinta folla di umani e alieni che la abitano, ognuno con il proprio look distintivo.

    Della semplicità archetipica del plot di Guerre Stellari si è sempre parlato, ma il film e la saga che ne è scaturita sono irrimediabilmente sinonimo delle loro ambientazioni; dei mondi visitati dai protagonisti, ma anche degli ambienti e delle comparse che da sempre suggeriscono l’idea di un universo molto più grande rispetto alle singole storie degli Skywalker. D’altronde, la semplice universalità della storia da sola non basta per spiegare la presa che il film ha avuto sul pubblico e, soprattutto, l’immensa quantità di storie derivate.

    UNA GALASSIA ANTICA: SCENARI FONDATIVI NELLA TRILOGIA ORIGINALE

    Tutto ha origine, come sempre, dai bozzetti preparatori per visualizzare le prime idee, il feeling della storia; i bozzetti a opera di Ralph McQuarrie, i veicoli disegnati da Colin Cantwell -già dietro gli effetti visivi di un altro film di fantascienza di discreto successo chiamato 2001: Odissea nello spazio– e costumi di John Mollo (di cui abbiamo parlato QUI) restituiscono l’idea generale di un “used future”, di un futuro vecchio e usato; di un parziale progresso tecnologico rispetto al nostro mondo reale, ma segnato dal tempo e dalle disavventure del passato e intriso di mito e Storia.

    Il segreto del successo di Star Wars è già tutto qui: una galassia nuova e vecchia, vissuta di tante storie raccontate e ancora da raccontare, che sembri davvero viva come il nostro mondo; grazie anche all’apporto della divisione della Lucasfilm Industrial Light and Magic, responsabile degli effetti speciali.

    A questo contribuisce anche la ricerca di location per le riprese in esterni: dai panorami desertici della Tunisia ai resti archeologici Maya al ghiacciai norvegesi, la galassia della trilogia originale è innovativa ma dalle connotazioni familiari. Questa estrema varietà di ambienti rende l’idea di una galassia viva, molto più di qualsiasi saga di fantascienza coeva: franchise di fantascienza altrettanto popolari come Star Trek oppure Doctor Who peccano in questo senso, restituendo allo spettatore immagini di pianeti alieni realizzate con grande ingegno e altrettanta scarsità di risorse.

    Paragonare l’enorme budget impiegato per Guerre Stellari ai limitati mezzi di queste classiche serie fantascientifiche è forse ingiusto, ma salta all’occhio la maestosità delle sue ambientazioni e la dimensione larger than life della galassia lontana lontana.

    SPACE OPERA PATINATA: LA GALASSIA DIGITALE DELLA TRILOGIA PREQUEL

    L’idea alla base della trilogia prequel cominciata con La minaccia fantasma nel 1999 era una che George Lucas si portava dietro già da parecchi anni: mostrare la fine di quel mitico passato appena accennato nel primo Guerre stellari, il tramonto dell’età degli eroi e la caduta del padre di Luke Skywalker, Anakin, e la sua conversione al lato oscuro.

    È l’idea di rivisitare la fine di “quell’ età dell’oro”, assieme allo sviluppo degli effetti speciali e della CGI – nonché il budget maggiore – a convincere George Lucas a confezionare un apparato visivo più curato e meno “used”. I set fisici e le riprese dal vivo (tra cui di nuovo i set in Tunisia per Tatooine, la reggia di Caserta per gli interni su Naboo e un Etna in piena eruzione per il background di alcune inquadrature di Episodio III) non mancano, ma la parte  del leone la fanno le ambientazioni ricreate su sfondi in blue screen (si contano più di 800 personaggi e 50 ambientazioni ricreate in CGI).

    E se molta di questa creatività appare oggi invecchiata male per il predominio di VFX e immagini create in CGI -alcune inquadrature tradiscono una prospettiva fasulla perché ricreata a posteriori-, è comunque innegabile la creatività impiegata nel dipingere mondi sempre diversi e sempre nuovi.

    E l’operazione compiuta da George Lucas con la trilogia prequel è in parte paragonabile ai risultati (di maggior successo) raggiunti da James Cameron e il suo team con Avatar: la creazione di un intero universo digitale, che alzasse lo standard produttivo di ciò che era possibile creare quasi da zero con la sola CGI. Dal punto di vista puramente artistico la resa può essere discutibile; ma questo tipo ha plasmato buona parte dell’immaginario visivo dei blockbuster odierni.

    VECCHI MONDI, NUOVO PUBBLICO: LA SENSIBILITÀ VISIVA AGGIORNATA DELLA TRILOGIA SEQUEL

    Riprendere la saga di Star Wars trentadue anni dopo la sua conclusione con Il Ritorno dello Jedi ha rappresentato una sfida ardua anche dal punto di vista visivo. L’inevitabile dilemma in fase di pre-produzione è stato tra la creazione di ambientazioni digitali come nella trilogia prequel, o spingere verso una maggiore concretezza.

    Con Il Risveglio della Forza, lo sforzo combinato del production designer Rick Carter, il VFX art director James Clyne e il concept artist Ian McCaig (che ha contribuito a tutta la trilogia prequel, compreso il design del villain Darth Maul) è stato indirizzato verso la seconda opzione: per recuperare l’amore dei fan in parte perduto con la (al tempo) criticatissima trilogia prequel, era fondamentale tornare a ciò che ha reso speciale la trilogia Originale, cioè quanto menzionato poco fa, ovvero una galassia che fosse concreta, realistica e tangibile, nuova e familiare allo stesso tempo.

    Le due ambientazioni più memorabili della trilogia sono non a caso il pianeta Ach-To, (riprese in esterni nell’isola di Skellig Michael in Irlanda) e la sala del trono di Snoke (interni nei Pinewood Studios in Regno Unito), entrambe protagoniste del secondo capitolo della trilogia Gli Ultimi Jedi ed entrambe estremamente indicative della direzione intrapresa: ambientazioni che servono la storia ma che richiamano consapevolmente il passato del franchise. 

    Richiamo al passato che riecheggia l’intero impianto tematico di questa trilogia: una rilettura di eventi noti, la riproposizione del mito a una nuova platea di ascoltatori.

    TUTTO IL PALCOSCENICO È UN MONDO: LE SCENOGRAFIE VIRTUALI DI THE MANDALORIAN

    Per la lavorazione di The Mandalorian, la prima serie live-action del franchise, il regista e showrunner Jon Favreau ha voluto portare una tecnica simile a quella utilizzata per il suo remake de Il Libro della Giungla che combinasse set fisici, illuminazione interattiva e realistica e sfondi in blue screen per un effetto più realistico. Nasce così la tecnologia StageCraft sviluppata da Industrial Light and Magic, che combina set fisici e sfondi (su video walls al LED) realizzati con il motore grafico Unreal Engine sviluppato da Epic Games, utilizzato in numerosissimi videogiochi.

    Il risultato è forse il punto di contatto ideale tra la trilogia Originale e quella Prequel, in grado di restituire un ambiente maggiormente concreto e immersivo e allo stesso tempo incredibilmente vasto. 

    Una prova che le ambientazioni non arricchiscono solo l’universo di Star Wars, ma che sfidano costantemente i limiti di ciò che è possibile realizzare per i mondi di finzione, al cinema e in televisione.

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