Category: Recensioni

  • RECENSIONE HIS DARK MATERIALS 3 – UNO SPLENDIDO FINALE

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    “E se il gesto compiuto da Eva fosse un meraviglioso atto, un gesto di coraggio?”

    E’ possibile scrivere una saga fantasy per ragazzi capace di inserire al suo interno dibattiti sul libero arbitrio, sull’esistenza di Dio e sul suo ruolo nel mondo? La risposta è sì se ti chiami Philip Pullman. La terza e ultima stagione di His Dark Materials scritta da Jack Thorne, prodotta da BBC e HBO, è approdata su Sky e Now nello scorso dicembre, portando a termine la trasposizione della celebre saga scritta dallo scrittore inglese a fine anni ‘90, composta  da La bussola d’oro, La lama sottile e Il cannochiale d’ambra, con il primo libro già portato sul grande schermo con l’omonimo film del 2007, un tentativo poco felice con tra i protagonisti Daniel Craig, Nicole Kidman e Eva Green.

    Se la serie si era già attestata su buoni livelli nelle precedenti stagioni, grazie a una grande cura tecnica e una notevole fedeltà al materiale originario, con questo terzo ciclo di episodi il livello si alza ulteriormente, complice anche il crescendo che caratterizza i libri. Non pochi dubbi avevano accolto l’annuncio della serie a suo tempo, a causa delle controversie legate alla posizione apertamente anticlericale delle opere di Pullman, che avrebbe potenzialmente potuto spingere gli sceneggiatori a non  rimanere fedeli allo spirito dei libri.  Proprio in questo aspetto il film del 2007 aveva fallito, tagliando completamente tra le altre cose il finale de La bussola d’oro, uno dei momenti più drammatici dell’intera saga. La serie in questo non fallisce, parlando apertamente di uccidere Dio, del fatto che sia un creatore fittizio, un usurpatore, della menzogna dietro cui si è nascosta la religione e sui ha costruito il proprio potere; sulla volontà di sopprimere il libero arbitrio, per poter controllare gli abitanti dei vari mondi che compongono il Multiverso.

    James McAvoy nei panni di Lord Asriel

    La terza stagione, accompagnata dalla sempre meravigliosa sigla iniziale, riprende le avventure di Lyra e Will, interpretati da Dafne Keen(Logan) e Amir Wilson, da dove si era interrotta la seconda, e di Lord Asriel, Marisa Coulter e Mary Malone, impersonati rispettivamente da da James McAvoy, Ruth Wilson e Simone Kirby, dando finalmente molto spazio al primo, mera comparsa nella stagione precedente. Al cast tra gli altri si aggiunge Adewale Akinnuoye-Agbaje, il Mr Eko di Lost. Il tono sin dall’inizio è estremamente cupo e riflette il clima di guerra aperta contro L’Autorità(Dio), un conflitto che si ambienta in scenari decisamente vari, con i vari protagonisti che si spostano tra innumerevoli mondi e interagiscono con molte nuove creature, dai piccoli gallivespiani alle meravigliose arpie, passando per i mulefa e incontrando vecchie conoscenze come gli orsi corazzati, tutti elementi realizzati con grande cura del dettaglio e una CGI di altissimo livello, che fa impallidire la maggior parte delle produzioni seriali attuali (ma d’altronde “it’s not TV, it’s HBO”). Tornano anche i meravigliosi dæmon, incarnazione fisica dell’anima di personaggi, che ancora stupiscono per la grande espressività. Occasione questa anche per ricordare la prematura scomparsa di Helen McCrory, doppiatrice del dæmon di Asriel Stelmaria. Non convince invece il poco ispirato design degli angeli, che però compensano con la loro affascinante natura: angeli che si amano tra loro, con tanto di relazione omosessuale tra due di loro. Tra le ambientazioni è doveroso elogiare la rappresentazione della Terra dei Morti, composta da una prima parte che sembra ambientata nel Messico di Breaking Bad per la fotografia adottata e realizzata come se fosse una fabbrica, con le anime dei defunti in fila per entrare nella prigione delle anime, organizzati da ufficiali eleganti in pieno stile british. La seconda sezione risulta quasi di ispirazione fulciana ed è estremamente suggestiva, capace di trasmettere il vuoto che nella visione di Pullman attende l’umanità dopo la morte, che rappresenta l’ennesima bugia raccontata dall’Autorità: non c’è paradiso o inferno, ma solo un eterno purgatorio. Una divinità vendicativa, che non permette l’uso del libero arbitrio se rivolto contro di essa, un villain enigmatico e riuscito proprio grazie al poco minutaggio a lui dedicato e al mistero che lo coinvolge.

    Lyra e Will

    Tutti i personaggi completano il loro arco narrativo, con Lyra e Will che vanno incontro al loro destino, meraviglioso e terribile al tempo stesso, con uno straordinario monologo finale interpretato splendidamente da Dafne Keen e ripreso direttamente dal libro. L’amore è potere ed l’unica cosa che possa creare un nuovo Eden, ed in questo il mito del serpente tentatore viene rivisitato, diventando un concetto positivo, falsificato dall’Autorità per soggiogare l’umanità. Dall’altra parte Amir Wilson non convince pienamente, in particolare se paragonato al comparto attoriale degli adulti, con un James McAvoy, che trasmette la furia di Asriel, la sua volontà di distruggere il dominio dell’Autorità, la sua capacità di sacrificare ogni cosa per questo scopo e il dibattito interno che vive tra l’essere un uomo di scienza e il suo doversi inchinare a una profezia. Ma la vera punta di diamante resta Marisa Coulter, interpretata da una magnifica Ruth Wilson, che finisce il suo percorso di evoluzione: un personaggio capace finalmente di riconciliarsi con la sua anima, includendo tutte le sfaccettature che la definiscono, dall’approccio manipolativo, alla repressione dei sentimenti, all’esplosione del suo amore, rappresentata perfettamente in tutte le sue ambiguità.

    Uno dei difetti principali si riscontra nella regia delle scene d’azione, con la battaglia finale degli angeli tanto attesa che risulta essere sì spettacolare, ma caratterizzata da un minutaggio ridotto  e lasciata in background per motivi di budget, che non può non lasciare un po’ l’amaro in bocca. Tuttavia la serie ha la forza e la capacità di non essere solo un bellissimo involucro, ma è in grado di creare un rollercoaster di emozioni che asfalta lo spettatore, compensando abbondantemente le mancanze e confermando come His Dark Materials sia una serie di indubbia maturità, non abbastanza conosciuta di Italia. Un adattamento che soddisferà anche i fan dei libri e che è stato capace di far provare in chi scrive le stesse emozioni provate parecchi anni fa nella lettura delle opere di Philip Pullman.

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    Caporedattore

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  • RECENSIONE LE VELE SCARLATTE – LA POESIA VISIVA DI PIETRO MARCELLO

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    [Questa recensione contiene spoiler sulla pellicola in oggetto]

    Dopo il successo di Martin Eden (2019), Pietro Marcello firma il suo terzo lungometraggio di finzione: presentato come film di apertura alla Quinzaine des Réalisateurs del 75° Festival di Cannes, Le vele scarlatte è liberamente tratto dal romanzo di Aleksandr Grin Vele scarlatte del 1923. 

    Ambientato nella Francia rurale del Nord, la pellicola di Marcello si sviluppa tra la narrazione del ritorno di Raphaël (Raphaël Thiéry) dalla Grande Guerra e la crescita della figlia Juliette (Juliette Jouan), tra emarginazione, emancipazione femminile e un pizzico di magia. Pur trattandosi di un piccolo film, Le vele scarlatte si distingue per la sua potenza visiva che dona al lungometraggio un caldo respiro poetico. Il regista casertano sceglie di narrare la travagliata storia di una famiglia francese con tono fiabesco e sognante, acuito da un lirismo sorprendente.

    POESIA E MAGIA 

    Le vele scarlatte si snoda intorno a una duplice rappresentazione della natura che, di conseguenza, si proietta sull’intero impianto narrativo del film. Da un lato la natura paludosa, concreta, così come lo è la realtà contadina in cui Raphaël ritorna dopo aver vissuto sulla sua pelle il dramma della guerra: è una realtà cruda, in cui la comunità ripudia il reduce e lo bolla come reietto dopo la morte della moglie, deceduta indirettamente a causa dello stupro subito dal gestore dell’osteria di paese. Dall’altro, a compensare il realismo narrativo, c’è la natura magica, poetica, incarnata dalla figura di Juliette, creatura bellissima ma anche tenace, che non si lascia sottomettere dal maschilismo imperante della comunità. Questo bilanciamento viene espresso, in particolare, dall’inserzione, da parte di Marcello, di inquadrature che mostrano la bellezza dell’ambiente, acuita da un sapiente uso della luce naturale.

    La vena poetica della pellicola si concretizza, a livello narrativo, con l’aggiunta dell’elemento magico, soprattutto nella seconda parte. L’anziana strega del paese, ostracizzata dalla comunità, incontra spesso la giovane Juliette nella campagna che, durante i loro colloqui, non è più fangosa ma carica di magia. La donna profetizza l’incontro della ragazza con l’amore della sua vita, proveniente da lontano, che giungerà sulle vele scarlatte per portarla via dal villaggio natìo.

    Juliette è un animo solitario, dedita alla musica e al canto, per questo ripudiata dalla società come il padre. È intorno alla sua figura leggiadra come una ninfa di bosco che aleggia l’aura magica che si riflette sulla natura circostante. La protagonista assume in sé sia questo tratto fiabesco, sia la volontà di emancipazione femminile presente a più riprese nel film. Questo dualismo è costante nel corso della narrazione, perfettamente bilanciato. Tuttavia, l’elemento magico che dovrebbe essere fondamentale si perde a scapito di un tratto poetico decisamente più marcato: il realismo “magico” è presente, ma frettolosamente ridotto all’anziana “strega” e a un paio di scene. Sicuramente la durata del film (100 minuti) ha inciso sulla scrittura, in cui si sente la mancanza di una più marcata impronta soprannaturale. Anche i momenti canori – dichiaratamente legati alla magia – riservati a Juliette si sarebbero potuti concretizzare in maniera differente, in una forma più marcata, specialmente nella prima parte del film. In particolare, il legame stesso tra magia e canzoni – come Hirondelle, splendidamente cantata da Juliette – pare, a mente fredda, troppo forzato.

    L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE IN UN MICROCOSMO RURALE

    Le vele scarlatte è calato dentro la Storia: c’è la Grande Guerra, la ripresa economica della Francia, il progresso che avanza alla velocità degli aeroplani e dei treni; Pietro Marcello sceglie i filmati d’archivio, colorati, per restituire l’impianto storico che fa da palcoscenico alle vicende. In contrasto con questo avanzamento, c’è il microcosmo rurale in cui vivono Raphaël e Juliette, caratterizzato da ferree regole non scritte, dalla necessità di lavorare per sopravvivere, ma anche da un forte legame con la natura.

    Reduce dalla realizzazione di Martin Eden, Pietro Marcello è conscio della necessità di elaborare un background storico-culturale dettagliato. Tuttavia, Le vele scarlatte viene percepito fin dalla prima inquadratura come un film “piccolo”, limitato entro una cornice narrativa fiabesca in cui non viene percepita la Storia: essa c’è, ma viene ridotta alla selezione di filmati d’archivio inseriti nel corso del film. Certamente è necessario esperire Le vele scarlatte più come una fiaba di primo Novecento che come un film storico in senso stretto. In questo modo è possibile apprezzare, invece, la capacità di Marcello di delineare vizi e virtù di una comunità rurale della Francia settentrionale: l’attenzione rivolta verso costumi e scenografie contribuisce a ricreare fedelmente l’ambientazione agreste.

    In questo quadro si inserisce il tema dell’emancipazione femminile che inizia a prender forma negli anni del primo Dopoguerra. Specularmente alla forza di Juliette, aleggia, nel corso del film, la madre della giovane, Marie, che in seguito allo stupro subito si auto-condanna alla morte, vagando per la boscaglia per tutta la notte, al freddo, dopo essere stata vittima della violenza. In contrapposizione, Juliette reagisce a un tentativo di stupro per mano del figlio dell’uomo che al tempo inflisse la condanna alla madre della protagonista. Questo parallelismo, che cita (volontariamente o meno) il film Volver (2000) di Pedro Almodóvar, esplicita la capacità delle nuove generazioni di ribellarsi ai soprusi del patriarcato, reagendo in nome della volontà di emanciparsi. Questo elemento viene ben incarnato dalla figura di Juliette, che in virtù della sua natura indipendente e artistica – ella canta e suona il piano – viene additata come “strega” dalla comunità, un marchio che, dagli anni Settanta a oggi, viene riletto dalle femministe come un’invenzione del patriarcato.

    Ma alla fine la salvezza giunge con un uomo. Le vele scarlatte arrivano, Juliette incontra l’aviatore-principe azzurro Jean (Louis Garrel) che la porterà via a bordo del suo aeroplano. Cedendo il passo a un romanticismo fiabesco, il film dunque non incarna appieno la volontà di dipingere un personaggio femminile e femminista. Marcello, in questo senso, resta con un piede in due scarpe: da un lato c’è l’emancipazione di genere, culminante nella scena in cui Juliette si sottrae allo stupro; dall’altro la venuta di un uomo, l’unico che può effettivamente cambiare le sorti della vita di Juliette. 

    UN FIABESCO RACCONTO NOVECENTESCO

    Nonostante le discrepanze riscontrate nella sceneggiatura – scritta a sei mani da Marcello, Braucci, Ameline – Le vele scarlatte resta un prodotto filmico poetico e stilisticamente elegante. Le immagini della natura magica arricchiscono una pellicola a metà tra realismo e fiaba. La colonna sonora, in particolare, restituisce l’atmosfera sognante di questo bel film firmato da uno dei registi più promettenti del panorama italiano. Pietro Marcello, alla sua terza opera di finzione, rimarca il suo talento come regista e sceneggiatore: Le vele scarlatte è pura poesia visiva, una fiaba ai confini del mondo che delizia ed emoziona. 

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  • RECENSIONE COPENHAGEN COWBOY – STATUTO DELL’IMMAGINE

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    Copenhagen Cowboy, la nuova serie tv di Nicolas Winding Refn presentata fuori concorso alla 79a edizione della Mostra del cinema di Venezia e disponibile dal 5 gennaio su Netflix, mescola arti marziali, maiali, gangster movie, horror e noir ed è la naturale evoluzione della visionaria concezione artistica del regista, l’approdo definitivo (termine non casuale: in danese “Copenaghen” significa “porto dei mercanti”) di un percorso artistico che già con Too Old to Die Young aveva paventato di non poter fare altro che abbracciare l’arte contemporanea. Una deriva per alcuni, un traguardo unico e prezioso per altri, un’esperienza polarizzante e di difficile fruizione ma affascinante per chi è disposto a lasciarsi trasportare dai flussi onirici e contemplativi del regista danese.

    La moglie di Refn, Liv Corfixen, è tornata ad affiancare il marito dopo le brevi comparse in Pusher e Bleeder ma questa volta in veste di produttrice, mentre le due figlie Lola e Lizzielou hanno trovato spazio come attrici.

    NUOVI ORIZZONTI SERIALI

    La serie narra le vicende della misteriosa giovane eroina Miu (Angela Bundalovic), che dopo essere riuscita a fuggire da una vita di schiavitù deve attraversare lo spietato mondo criminale di Copenhagen. Assetata di vendetta e in cerca della sua nemesi Rakel (Lola Corfixen), il cammino di Miu attraverso la malavita danese si accosterà a quello del cupo Nicklas (Andreas Lykke Jørgensen) e dovrà affrontare ostacoli tra il naturale e il paranormale.

    Refn si sposta da Amazon a Netflix e abbrevia anche la durata: Too Old to Die Young contava 10 episodi per un totale di 758 minuti, mentre Copenhagen Cowboy conta appena 6 puntate dipanate in 336 minuti. La riduzione di minutaggio è significativa perché si allontana da quella di una vera e propria serie televisiva avvicinandosi di più alla durata di un film-fiume e sottolineando come nella contemporaneità, anche grazie alle nuove modulazioni narrative messe in atto da Refn e colleghi, si stia sgretolando sempre di più quel labile confine fra serialità e cinema (processo i cui prodromi sono ovviamente rintracciabili in Twin Peaks, che infatti condivide più di un punto in comune con il lavoro di Refn). Se l’aggettivo “cinematografico” ha sempre avuto determinati tratti riconducibili alla visione su grande schermo (ed è fondamentale rimarcare la sua indubbia importanza ancora oggi), forse però il cinema sta prendendo pieghe e vie inaspettate divenendo talvolta un audiovisivo che per forma e sostanza sincretizza l’estetica d’autore (tipicamente relegata alla sala cinematografica) con la durata e la fruizione proprie del piccolo schermo. Esigenze artistiche o produttive?

    A meno che non si rigetti in toto la complessità di pensiero, vedendo opere come Copenhagen Cowboy (ma anche We Are Who We Are di Guadagnino oppure, per guardare più indietro, The Kingdom di Von Trier) è difficile dare una risposta certa e univoca. Sicuramente resta il rammarico di non poter fruire di certi prodotti al cinema.

    Nel caso di Refn, dal punto di vista commerciale gli sarebbe convenuto proseguire la via del grande schermo? Perché non replicare la formula-Drive (film che ha incassato 81 milioni di dollari a fronte di 15 milioni di budget)? Però il suo ultimo film uscito in sala, The Neon Demon, è stato un vero flop (appena 3,4 milioni di incasso su un budget che ammontava al doppio), che si sia “venduto” alle piattaforme streaming (come direbbero i puristi del Cinema con la “C” maiuscola)? Anche qui, è difficile rispondere.

    Ciò che possiamo fare è guardare le sue opere e trarre parziali conclusioni.

    OMNIA VINCIT IMAGO (l’immagine trionfa su tutto)

    Quello che è indubbio è che Copenhagen Cowboy necessitava assolutamente di tale durata. Già nel 2013 con Only God Forgives era iniziato l’atto di dilatazione dei tempi nel cinema del regista danese (o meglio: delle inquadrature), e anche con i successivi The Neon Demon e Too Old To Die Young si è avvicinato a una narrazione rarefatta e che procede per simil-tableaux vivants piuttosto che seguire uno storytelling classico. Dialoghi ridotti all’osso, inquadrature lunghe ed estatiche, paranormale e naturale sempre in giustapposizione: riti, streghe, mostri e fantasmi non sono mai palesati ma sempre inseriti in contesti urbani e quotidiani che nulla hanno a che vedere con gli ambienti gotici e dell’orrore tradizionali. Sono stati l’uso espressivo della luce (ricordiamo la splendida sequenza di The Neon Demon dove i neon segnavano il passaggio al lato oscuro della protagonista), le musiche e gli avvolgenti tappeti sonori di Cliff Martinez assieme alla ricercatezza estetica di ogni singola inquadratura a decretare l’inno al pragmatismo di Refn: un vero e proprio statuto dell’immagine dove “omnia vincit imago” (per scimmiottare il famoso verso virgiliano), perché Copenhagen Cowboy è di difficile incasellamento in qualsiasi griglia artistica tuttora predeterminata (figuriamoci nei generi cinematografici). Se l’aspetto preponderante dell’arte contemporanea è la sua difficile definizione critica, Refn gli si avvicina creando una sua concezione di temporalità filmica e di narrazione che si aggrappa con unghie e artigli alle singole inquadrature e ne protrae il tempo a dismisura (o con camera fissa, o con lunghissime carrellate orizzontali) per parlare allo spettatore attraverso le immagini piuttosto che con i dialoghi.

    UNA PARABOLA FEMMINISTA

    Copenhagen Cowboy – opera di un regista da sempre attento alla contemporaneità – è una revenge story femminista in cui i maschi sono esplicitamente assimilati ai maiali (simbolica la sequenza d’apertura nel porcile, per arrivare addirittura a sentir grugnire uno scagnozzo malmenato) e ostinatamente ossessionati dalla fallocrazia; si intrecciano numerosissime influenze: anche qui come in The Neon Demon c’è l’ossessione quasi metacinematografica di certi personaggi per il corpo e l’estetica (che sia un modo per Refn di esorcizzare la sua ricercatezza nell’immagine?) filtrata attraverso un horror velato e mai esplicito, per esempio viene domandato a Miu se lei non sia un “Gui” (denominazione dei fantasmi secondo la tradizione cinese), e la natura di certi vampiri è suggerita dal fatto che chiamino “castello” la loro dimora; la serie appare così come un sequel concettuale e spirituale di Too Old to Die Young che non a caso intitolava ogni puntata con il nome di alcuni arcani maggiori dei tarocchi (fra l’altro si apriva con Il Diavolo e chiudeva con Il Mondo, quasi a segnare una nuova “cosmogonia refniana”).

    Si passa di nuovo attraverso intricati rapporti materni che ci riportano con la mente a Only God Forgives, lavoro da cui nasce anche la tensione di Refn verso il western (“cowboy” compare anche nel titolo), perché se già Valhalla Rising e Drive presentavano personaggi taciturni e silenziosi è dal film del 2013 che cominciano ad assumere un’importanza cardine gli sguardi fra i personaggi (enfatizzati dalla durata delle inquadrature: qui addirittura basta uno sguardo di Miu per far pentire un personaggio del suo passato), trasformando i protagonisti in cavalieri metropolitani solitari.

    A rimarcare il ruolo di Only God Forgives come opera spartiacque nella filmografia del regista tornano anche le arti marziali mescolate al gangsterismo (“Come si smette di essere un gangster?”), insolitamente permeati della logica dell’attesa e della sospensione che costituisce un filo tesissimo destinato a spezzarsi da un momento all’altro, lasciando esplodere impeti di estrema violenza enfatizzati dai suoni appositamente esagerati e innaturali dei colpi (un uso espressivo del soundscape che spedisce la nostra mente alle invenzioni più prettamente lynchiane).

    Refn con Copenhagen Cowboy aggiusta il tiro rispetto a Too Old to Die Young sperimentando di nuovo col mezzo seriale e ridimostrando come i critici debbano necessariamente confrontarsi e indagare le linee di separazione e di connessione fra cinema e serie, perché la distinzione comincia a sfumare sempre di più e in futuro chissà che non si arrivi a nuove teorie del cinema e della serialità; ora è ancora troppo presto ma ad ogni modo il regista danese ha abbandonato definitivamente la narrazione classica e con essa – forse – una bella fetta di pubblico (coloro che si aspettavano un’evoluzione del suo cinema che seguisse le scie del successo di Drive), sancendo il suo personale statuto dell’immagine e la sua vocazione al pragmatismo, attraverso un’opera femminista che rifugge qualsiasi schematismo e fonde visionariamente il western, l’horror, il neo(n)-noir, il gangster movie e i film di arti marziali.

    La sua importanza nel contesto mediale e audiovisivo contemporaneo sarà sancita soltanto dal passare degli anni: resterà nell’immaginario collettivo o si perderà nel tempo “come lacrime nella pioggia”?

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  • RECENSIONE GODLAND – NELLA TERRA DI DIO… E DEL CINEMA ALLA FINE DEL MONDO

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    L’islandese Hlynur Pálmason approda con il glaciale e magnifico Godland (presentato a Cannes 75 nella sezione Un Certain Regard, e di recente proposto nel fuori concorso del 40° Torino Film Festival) al terzo lungometraggio, alzando decisamente la posta e le ambizioni filosofiche, stilistiche e teoriche rispetto all’esordio (la caustica e surreale commedia nera Vinterbrødre/Winter Brothers, 2017) e al precedente lavoro, l’apprezzato thriller drammatico e introspettivo A White White Day – Segreti nella nebbia (2019), vincitore del 37° Torino Film Festival: la brutta storia di un ex poliziotto vedovo alla deriva (Ingvar Sigurðsson, attore feticcio di Pálmason, che in Godland ritorna nel ruolo urticante e cruciale della guida locale Ragnar), che già incubava il tema dello smarrimento del singolo, della perdita d’innocenza e della caduta nell’abisso morale dell’uomo probo, prigioniero nello spazio aperto di una solitudine alienata, esacerbata e infittita dalle nebbie avviluppanti e lattiginose di un paesaggio specularmente ostico, impervio e desolatamente sconfinato, come un autistico non-luogo del corpo ferito e dell’anima abbandonata che perdono insieme la via della rettitudine.  

    Nella calma piatta e immota di un tempo sospeso, incuneato in un isolamento materiale e interiore eternamente uguale a sé stesso. Quasi impermeabile allo scorrere delle stagioni e all’eruzione dei moti di spirito, squarciato all’improvviso dalla lenta, meditata ma inesorabile discesa in un deviante maelstrom di ossessiva violenza privata, tanto autodistruttiva quanto immoralmente catartica (proiettata nell’immagine di un sasso che rotola nell’irreversibile precipitare degli eventi, che la cinepresa di Pálmason coglieva nella sua traiettoria metaforica)

    Elementi e contrasti che ritornano con rinnovata prepotenza in Godland, dove il ripido e grandioso scenario naturale islandese (un personaggio a tutti gli effetti, che guida e sorveglia l’azione del film) si srotola all’indietro sulle lancette della Storia fino alla fine del XIX secolo (quando l’isola era ancora sotto la dominazione del Regno di Danimarca, protrattasi fino al 1944), per accogliere sul suo suolo la vicenda di Lucas (il bravissimo, gracile e belluino Elliott Crosset Hove), un mite e disciplinato giovane pastore protestante danese a cui viene affidato il compito di edificare una chiesa e diffondere il messaggio della fede in un remoto villaggio del Nord dell’Islanda, abitato da una piccola comunità di autoctoni che vive in armonia con la natura rigida e incontaminata. 

    Animato da ferrei principi religiosi e da una salda volontà di scoprire e documentare, come un etnologo-cineoperatore, un’isola e un popolo distaccati da quella che lui considera la civiltà (attraverso i ritratti delle fotografie alla gelatina d’argento, che fissano i passi e le impressioni lungo il suo percorso), vedrà presto infrangersi i suoi piani di proselitismo nella durezza spossante di un nuovo mondo che mette alla prova la sua coscienza sempre più infragilita, come un giunco affievolito esposto alle intemperie, preda del rifiuto di chi non è disposto ad accogliere la pericolosa intrusione dello straniero.

    FURORE DI DIO E FORZE DELLA NATURA

    Il viaggio di Pálmason e del suo errante pastore – che accorpa la bellissima prima parte del film -, pur sotto le precarie insegne simboliche (la croce di legno dispersa in mare) di una (vana) missione di matrice fideistica e spirituale, ha qualcosa dell’intima connessione con e della profonda ossessione herzoghiana per l’esplorazione materica e trasfigurante della natura laica, primigenia, non addomesticata da astrazioni trascendenti, false idolatrie e credenze superiori (l’unico fattore umano di esorcismo della potenza imperscrutabile e misterica della natura, sono le cantate e i racconti folkoristici – quasi delle ghost stories locali – fatti dallo scontroso Ragnar davanti al fuoco). 

    In un paesaggio alterno tanto brullo quanto vivido e rigoglioso, spaventosamente vergine e inospitale, senza scorciatoie né appigli di salvataggio, suggestivamente variegato e palpitante, tra rocce titaniche, verde selvatico e ghiacciai distesi all’infinito, come un’eterna cascata o un vulcano inesauribile, un assillante vento contrario che resiste all’avvento brutale e coercitivo della modernità. 

    Lo spirito (guida) di Herzog si riscontra sia nella volontà di intraprendere un più faticoso e personale cammino di conoscenza fuori dalle rotte comunemente battute (“Perché non siete arrivato fin qui via mare?”, domanda a Lucas il capopopolo Carl, ospitandolo alla sua tavola), catturando una memoria visiva e antropologica fatta di istantanee fotografiche (Lucas, che ancora non può disporre dell’occhio del cinema, si trascina ostinatamente a spalle l’ingombrante armamentario del rudimentale dagherrotipo a lastre di vetro). 

    Sia nel tema tipicamente herzoghiano dello scontro tra natura e cultura (arte, fede o razionalità), che si incardina nel progetto – fallimentare perché moralmente arbitrario, e in fondo folle – di edificare una qualche forma di civiltà (?) in uno spazio libero e genuinamente selvatico, che non può essere in alcun modo assoggettato alle megalomanie e alle dottrine ideologiche inventate dall’uomo. 

    A ben vedere, pur con minor visionarietà e impeto di conquista delirante, ma con medesima volontà di affermazione e malriposto senso di superiorità (morale), nel suo compito di fondare la chiesa “al centro del villaggio” di autoctoni islandesi, Lucas non è troppo dissimile dal Fitzcarraldo del film omonimo del 1982, nel suo sogno di erigere un teatro dell’opera nel mezzo della giungla peruviana (con gli stessi ostacoli e la radicale incomunicabilità con i nativi che incontra Lucas nel portare a termine il suo disegno).

    Ci sono frangenti di poetica stasi contemplativa e fugaci indugi impalpabili di stampo quasi malickiano, ben  inseriti nel racconto e impressi nella ruvidezza del particolarissimo e ibrido ambiente nordico (la morbida e amplissima panoramica sull’orizzonte desertico, che si allontana dalla processione a cavallo dei pionieri in colonna per arrivare lentamente ad abbracciare il primo piano di un Lucas esangue e febbricitante riverso sul terreno, nella scontrosa e muta indifferenza della natura circostante). 

    CONFINI DEL WESTERN, CANCELLI DEL CIELO

    Le scene a tavola negli interni domestici dell’abitazione del patriarca Carl, sono immerse in una solennità di dialoghi allusivi e velatamente ammonitori, e in un nitore di controcampi ieratici che rievocano le tensioni familiari, le rigide dinamiche sociali, i dubbi impronunciabili tra il mistico e il mondano, tra l’adesione alla vita agreste e l’anelito alla trascendenza, derivanti dall’abbagliante rigore formale del Dreyer di Ordet (1955). 

    Le scene di ballo e di convivio gioviale di gruppo nel giorno di festa, tra i prati affacciati sull’Oceano e le spoglie incompiute della chiesa in costruzione, raccolgono il senso di una piccola e operosa epica umana in via di (ri)fondazione, lo sviluppo di una ristretta comunità all’apparenza placida e solidale ma perennemente sull’orlo della diffidenza e del pericolo a contatto con l’invasione esterna. Quasi che Pálmason volesse qui rievocare le atmosfere da paradiso perduto – e presto immerso nel sangue di segrete faide – di un film come I cancelli del cielo (1980) di Michael Cimino, solamente trasferito nell’asprezza della wilderness islandese e nell’essenziale ermetismo stilistico del regista nordico. Un impianto che apre al baratro della caduta nel peccato e nel crimine contro l’uomo senza accessi gridati e magniloquenti, ma con lo stesso, ineluttabile e impercettibile corso degli eventi con cui la natura assiste impassibile al mutare delle malformazioni endemiche della terra. Accogliendo il corpo e il destino dell’uomo come una naturale sostanza riassorbita da fiori ed erbacce.  

    La cinepresa attenta, discreta ma ultrasensibile di Pálmason (i sinuosi carrelli panoramici, le cangianti sfumature nitide e caliginose dello splendido 35 mm di Maria von Hausswolf), tra POV a strapiombo e l’installazione minuziosa nelle asperità dei dettagli carnali e materici, esplora con lo stesso cupo e meravigliato sense of wonder – insieme ai suoi pellegrini in transito – l’immensità suggestiva degli scenari scoscesi e perigliosi e la rustica quotidianità dei quadretti antropologici, che si insozzano a contatto con l’emersione dei germi del male al loro interno. Senza attardarsi nella tentazione del lirismo e negli eccessi osservativi dello slow cinema naturalista formato road-movie montano (giusto il tempo di fare una rapida ed emblematica fotografia rappresentativa, verrebbe da dire), e anzi tenendo sempre a fuoco l’intaglio delle psicologie e l’insorgere del dramma, con ammirevole economia descrittiva e la potente sintesi espressiva di un ascetico e sensuale western esistenzialista alla fine del mondo. 

    In questo senso, la concisione del formato quadrato 1.33 : 1 (come nell’italiano Le otto montagne di Van Groeningen e Vandermeersch), che ricalca la cornice delle fotografie, scongiura l’espansione improvvida e le inutili divagazioni dello sguardo nell’orizzonte della cartolina turistica vintage, per rintracciare piuttosto le connessioni intime e ristrette tra i personaggi e il paesaggio ambivalente, a loro misura, che li alleva e li accerchia come nel rifugio di una grotta, protettivo e minaccioso. Arcaico, muto e brumoso ma anche vivo e guizzante come un fervido brulicare di insetti. 

    Una natura che quasi per osmosi si insinua nelle membra stanche di coloro che la attraversano e vi pestano sopra i piedi, ammantando di oscuri simboli e sinistri presagi i sogni offuscati da strane visioni (il racconto di Ragnar sul viandante inquietato dai gemiti delle anguille che si accoppiano lascivamente nelle acque dell’Oceano, preludio all’onirico sgomento di trovare la moglie circuita in un gorgo sessuale dai contadini del villaggio: concrezione di represse paure fantasmatiche sull’inafferrabilità di un femminile che, in una società ancora retriva, è percepito come minaccioso attentato alla virilità). 

    Il tipico respiro narrativo allentato e riflessivo di Pálmason si distende qui a pieni polmoni in un intrigo ferocemente robusto e appassionante, implacabile e ferale come una secca parabola evangelica e bucolica che volge al nero, immersa in un’amarezza sconsolante, decisamente lontana da toni elegiaci. Dove la densità e la ricchezza dei temi e dei motivi trovano uno scrupoloso equilibrio tra l’avventura nell’ignoto e il violento apologo confessionale della morale decaduta, tra la portata tecnica e teorica del discorso sulla produzione (e la conservazione) delle immagini e la riflessione sul crogiolo linguistico delle doppie identità meticce (danese e islandese) che cozzano tra loro sulla superficie della stessa “terra malformata” contesa e condivisa: la traduzione letterale incarnata nella scissione della Vanskabte Land (danese) e della Volaða Land (islandese), che eludono il riferimento divino contenuto nel titolo internazionale Godland. Come se Dio, qui, in questa landa magmatica, vischiosa, instabile e ribollente come lava, in una costante palingenesi di zone a rischio che emanano odori acri e tali da far impazzire l’uomo, portandone allo scoperto la natura ferina e pulsionale nascosta sotto gli abiti civili, non potesse abitare, attecchire, mettere radici. Così come su uno spoglio deserto di sentimenti raggelati (l’impossibile mélo di Lucas con Anna), l’uomo di (poca) fede non può edificare le sue fragili e infondate certezze.

    FEDE NELLE IMMAGINI: VENGA IL TUO REGNO PER UN CAVALLO

    Il cavallo, un po’ come in Nope di Jordan Peele, è assunto in Godland come la figura simbolica centrale per una riflessione teorica sulle immagini e la loro sopravvivenza, sulla riconfigurazione di un’icona tipica del western (Lucas, meglio ricordarlo, ha immancabilmente problemi a domare i cavalli, fino ad essere disarcionato), la cui traccia visiva si presta ad un discorso sulla sedimentazione delle memorie saggiate come strati di fossili rinvenuti sul terreno (più ancora che come fotografie di un’altra epoca dischiuse dalla scatola narrativa).  

    Il montaggio di ripetute immagini in plongée – e in timelapse – che Pálmason dispone come un’autopsia visuale sulla carcassa del cavallo in decomposizione, è come se racchiudesse una documentazione testamentaria, in tempo reale, sull’ineluttabile decorso trasformativo della natura, sulla deperibilità della materia organica che non può scampare alla morte al lavoro insita nello scorrere delle immagini. Come un controtipo a rovescio delle celebri cronofotografie di Eadweard Muybridge (1830 – 1904): in cui la successione del profilo del cavallo, in corsa impetuosa e stilizzata, creava al contrario, per la prima volta con tanta evidenza nel precinema, l’illusione e il senso di progressione del movimento che avrebbe presto preso vita su uno schermo. 

    Un’ideale corsa verso la nascita del cinema di là da venire, che invece Pálmason – da dentro un universo narrativo in cui il cinema, diegeticamente, ancora non esiste, ma si manifesta solo dall’alto del suo gesto registico – rappresenta nel suo moto contrario, come dentro un imperituro fermo immagine rianimato dal nostro sguardo: ingessando la posa in quella del cadavere che da un frame all’altro si smembra e si dissolve (e allo stesso tempo si eterna sulla pellicola). Raggelando il movimento nella fissa immobilità dell’animale morto, che progressivamente, a intervalli regolari di tempo, si disfa sotto i nostri occhi. Spolpato nelle carni e disgregato nelle ossa dall’azione del tempo e degli elementi naturali. Come accade, in significativo parallelo, all’uomo stesso. 

    In una prassi teorica esibita senza sottolineature forzose ma in modo netto e trasparente, Pálmason, quasi aderendo in maniera diligente e cristallina al complesso della mummia di Andrè Bazin (la connaturata predisposizione delle immagini fotografiche a imbalsamare il reale, sottraendolo all’azione disgregatrice del tempo), ci mostra – anche nel suo fallire, nel suo esaurirsi – la preziosa e fondamentale capacità originaria dell’occhio del (suo) cinema, nel riportarci l’immagine – e il relativo immaginario – di  un mondo che diversamente non esisterebbe (più): fissare per sempre sulle lastre del tempo quei piccoli soggetti sull’enormità dello sfondo (il montaggio a ritroso sulla galleria di personaggi ritratti dalla camera di Lucas), altrimenti destinati a scomparire per sempre nella vastità immortale del paesaggio. 

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  • RECENSIONE AFTERSUN – IL SENSAZIONALE DEBUTTO DI CHARLOTTE WELLS

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    Uno dei primi film che possiamo vedere quest’anno, in anteprima su MUBI, sarà probabilmente anche uno dei migliori. Sicuramente il sensazionale debutto di Charlotte Wells alla regia -affiancata nella produzione, tra gli altri, da Barry Jenkins- non aveva lasciato indifferente la critica lo scorso anno, diventando prima il film più discusso de la Semaine de la Critique al Festival di Cannes e arrivando infine in cima a molte delle classifiche di fine anno, tra tutti Sight And Sound

    Parlare di Aftersun come un capolavoro non è prematuro, è un film delicato ma devastante i cui fotogrammi hanno il potere di accompagnare lo spettatore ben oltre il momento della visione, crescendo di significato nel ricordo e compiendo  qui il suo vero miracolo ossia quello allineare l’esperienza reale del pubblico a quella dei protagonisti

    Lo sviluppo di Aftersun impiega consapevolmente una lentezza che richiama lo sviluppo di un’istantanea, una polaroid simile a quella che ritrae Frankie Corio e Paul Mescal, da tenere al riparo dalla troppa luce. Charlotte Wells sceglie di mostrarci come il ricordo sia materia sfuggente, che temiamo di perdere non appena passa e per questo rincorriamo con tutti i mezzi tecnologici  a disposizione -in questo caso con una telecamera mini DV-, anche se finisce per ripresentarsi spesso in forme inaspettate.

    Lo sfondo delle registrazioni è un economico villaggio turistico sulla costa Turca, dove alla fine degli anni ‘90 l’undicenne Sophie trascorre una settimana di vacanza insieme al giovane padre Calum, collezionando inconsapevolmente gli ultimi ricordi del genitore. Istanti che vent’anni dopo diventeranno le uniche tracce per riempire il vuoto della sua assenza, nel tentativo di riconciliare l’immagine  dell’uomo che ha conosciuto con quello che le è sfuggito. 

    Il film si apre manifestando subito questa urgenza di conoscenza unita ad un profondo senso di incertezza, infatti ad interrompere la calda luce estiva che pervade il filmato, dove Calum si rifiuta di rispondere alla domanda della figlia “dove ti vedevi a trent’anni quando avevi la mia età?”, incombono le luci stroboscopiche di un rave e vediamo Sophie immobile in mezzo alla folla.  In questa transizione, dove la luce si alterna all’oscurità, il passato risulta inevitabilmente legato al presente, aggirando anche la volontà personale di mantenere i due spazi temporali separati, senza che però questa connessione aiuti a fornire risposte chiare.

    L’OMBRA DELLA DEPRESSIONE

    Il film riflette criticamente anche sul reale potere dell’immagine cinematografica, se infatti per Steven Spielberg in The Fabelmans questa assumeva una funzione di svelamento rispetto a ciò che vediamo, permettendoci di scoprire quello che normalmente ci sfugge, per Charlotte Wells resta insufficiente, troppo opaca per restituire tutte le sfumature del nostro vissuto. Infatti, solo quando ai filmati si sovrappone ciò che accade fuori campo si realizza quanto della sofferenza di Calum sia rimasto nascosto. 

    Nonostante la depressione del genitore rimanga per tutta la durata del film solo accennata, lontano dallo sguardo della figlia, per preservare il poco tempo che possono trascorrere insieme, Calum piange, si astrae, corre verso il mare di notte. La sua vita non sta seguendo un percorso lineare, ha perso momenti della sua giovinezza a causa dell’arrivo inaspettato di Sophie, è separato dalla madre della bambina, vive lontano dalla famiglia e fatica a mantenersi. I suoi 31 anni gli appaiono 131 -come scherza Sophie- sente di aver esaurito il tempo a disposizione senza essere mai diventato veramente adulto, perso in un limbo dove anche Happy Birthday assume una sfumatura oppressiva.

    La sceneggiatura, essenziale quanto stratificata, si colloca immediatamente in uno spazio familiare, condividendo una certa continuità stilistica con la scrittura impregnata di malinconia di Sally Rooney, universo letterario e seriale che ha lanciato Paul Mescal come nuovo volto della scena indipendente. Paul Mescal traccia così un percorso naturalmente lineare espandendo la sensibilità e la vulnerabilità sommessa già espressa in Normal People fino ad elevarne la profondità in espressioni in grado di far emergere solo in superficie il dolore di Calum. 

    “TU HAI TEMPO”

    In Aftersun assistiamo agli eventi assumendo allo stesso tempo due punti di vista, la percezione di Sophie e Calum però si gioca per opposti. Nonostante Sophie riesca ad intercettare alcuni cambi d’umore del padre durante la vacanza è distratta dalla sua stessa esperienza, vive infatti un personale coming of age, trovandosi alle soglie dell’adolescenza, iniziando a notare per la prima volta l’interesse dei ragazzi nei suoi confronti e sperimentando alcune dinamiche sconosciute all’infanzia. Inoltre, per i due il passare del tempo assume un significato molto diverso, anche se entrambi nutrono un timore di fondo nei confronti del futuro, timore che non può però sovrastare Sophie, che rispetto al padre ha il grande vantaggio di avere di fronte a sé tempo sufficiente per realizzarsi, a Calum questo tempo appare invece in scadenza. L’azzurro del mare e del cielo incornicia i protagonisti quasi per tutta la durata del film e se per Sophie rappresenta una luminosità da esplorare per Calum invece mostra il suo lato più oscuro, specialmente la notte quando sembra essere un richiamo verso il vuoto. 

    CI PENSO IO

    Per quanto Sophie intuisca in alcuni momenti che c’è qualcosa che non va nel comportamento del padre, non vuole rimanere esclusa dalla possibilità di comprendere cosa si celi dietro i non detti. Infatti, quando perde accidentalmente la maschera da immersioni si dimostra subito consapevole del valore economico dell’oggetto, come quando torna in stanza dopo la serata più difficile per Calum e gli rimbocca le coperte. Le domande che lei pone al padre non sono più quelle insistenti dell’infanzia ma si stanno assottigliando diventando più rade ma allo stesso tempo più pungenti. Sophie inizia a sentirsi pronta per un confronto più maturo ma Calum d’altra parte preferisce risparmiarle del tutto il suo dolore. Si rimuove il gesso in bagno mentre Sophie resta in camera da letto, mantenendo una distanza esplicitata dal muro che li divide, in un’inquadratura che li ritrae insieme ma separati.

    UNDER PRESSURE

    La colonna sonora dà sapientemente voce ai pensieri taciuti dei protagonisti, prima di Calum con Tender e poi di Sophie con Losing my religion. Ma è con Under Pressure che i due ballano insieme quella che effettivamente sarà ricordata da Sophie come la loro “last dance”  mossi da un’amore che non sembra essere mai abbastanza. 

    Solo in questo momento, durante un saluto all’aeroporto di una malinconia devastante si riescono davvero a mettere insieme tutti i pezzi della storia. La telecamera ruota con lo stesso movimento iniziale -dal passato al presente- e per un attimo Sophie e Calum sembrano rivedersi di nuovo per l’ultima volta, finalmente sullo stesso piano, comprendendosi davvero.

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  • RECENSIONE CLOSE – COSI’ VICINI, COSI’ LONTANI

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    Era stato programmato nelle giornate conclusive della 75ma edizione del Festival di Cannes. Subito è stato osannato dalla critica come uno dei migliori lungometraggi presentati durante la rassegna francese e si sentiva già profumo di Palma d’Oro: alla fine, Close, il nuovo film di Lukas Dhont, si è guadagnato il Gran Prix Speciale della Giuria. Già reduce dal successo del suo esordio, Girl (2018), il regista belga ha nuovamente convinto il pubblico raccontando la fine dell’amicizia tra i tredicenni Léo (Eden Dambrine) e Rémi (Gustav de Waele). 

    Coming of age piccolo piccolo, Close narra le difficoltà dell’età prepuberale, in particolare il condizionamento sociale riguardante l’identità di genere e l’orientamento sessuale. Attualmente è candidato ai Golden Globes 2023 nella categoria miglior film straniero e in corsa ai Premi Oscar.  

    «Ma voi state insieme?»

    Può un’amicizia naufragare a causa di una frase? Per Dhont è possibile. Léo e Rémi condividono tutto: gli stessi giochi, le corse nei campi fioriti, perfino lo stesso letto durante le vacanze estive; i due tredicenni non hanno segreti fra loro, com’è normale che sia alla loro età. Eppure durante il primo giorno di scuola, qualcosa di spezza. «Ma voi state insieme?» gli viene domandato dalle compagne di classe, tra risate sommesse. E allora qualcosa, in particolare in Léo, si spezza. Forse perché lo stigma dell’omosessuale lo terrorizza: lui che vorrebbe inserirsi in un gruppo e che fa di tutto per riuscirci; prende parte alla squadra di hockey nonostante non ami quello sport; parla di calcio con i ragazzi più duri. E, soprattutto, inizia a evitare Rémi. Quegli atteggiamenti di natura innocente che aveva con l’amico fraterno iniziano ad assumere una connotazione diversa; Rémi, invece, non comprende il graduale distaccamento di Léo. «Ma voi state insieme?» «Léo ha le sue cose!» «Siete troppo appiccicati per essere solo amici!» Il seme del dubbio inizia a sedimentare nel giovane protagonista. 

    In contrasto con le sequenze iniziali, caratterizzate da un’atmosfera giocosa e solare, a poco a poco Close assume tinte più scure. I silenzi, allora, prendono il posto della narrazione, e si quantificano negli studiati primi e primissimi piani dei due bambini. Lo sguardo quasi apatico di Léo entra in contrasto con il volto crucciato di Rémi, che mal sopporta il cambiamento dell’amico. Ora anche la condivisione del letto pare inaccettabile, la quale comporta un violento litigio tra i due. Tutti gli atteggiamenti, prima assolutamente naturali, vengono ora visti da Léo come sintomo di un’attrazione fisica.

    Léo e Rémi

    Leo e Remi

    Il problema del condizionamento sociale afferente all’identità di genere e all’orientamento sessuale è uno dei fulcri principali intorno a cui si costruisce la narrazione di Close. Allo spettatore non è dato sapere se Léo ripudi «l’etichetta dell’omosessuale» a causa della sua educazione: la reazione del bambino, in questo senso, non pare derivata dall’ambiente domestico, bensì dalla sua natura come individuo. 

    Le parole feriscono, così come i silenzi: Léo inizia ad allontanarsi da Rémi, senza pensare alle tragiche conseguenze che questo gesto potrebbe comportare, in virtù della sua natura di preadolescente.

    La solitudine 

    Dopo lo strappo, il regista belga si concentra sul graduale e doloroso distanziamento di Léo da Rémi, distacco che si fa sempre più evidente con l’avanzare dell’autunno e del freddo inverno. La narrazione perde il colore vivace delle battute iniziali e i toni si fanno sempre più cupi. La perdita dell’innocenza dei due bambini viene esemplificata dal processo di raccolta dei fiori appartenenti all’azienda della famiglia di Léo; il terreno diventa aspro, in attesa dello spargimento dei semi e della prossima fioritura. La desolazione della campagna coincide con la solitudine che inizia a interporsi fra Léo e Rémi. In questo senso, Dhont si sofferma a più riprese sui volti dei bambini, in particolare su quello del protagonista, interpretato dall’enfant prodige Eden Dambrine. Il suo viso angelico entra in contrasto con la sua assenza di emozioni, in contrapposizione con Rémi che non riesce a trattenere la sua disperazione. I bellissimi primi piani, incorniciati dai silenzi e dal non-detto, giungono come una pugnalata nel cuore dello spettatore, che vorrebbe scuotere Léo dalla sua apparente apatia. 

    La solitudine investe bambini e adulti, questi ultimi incapaci di decifrare il dramma dei figli (per disinteresse o per timore). Tuttavia, il fardello dell’isolamento è la macchina che mette in moto la narrazione, dallo strappo in poi. Il regista segue la quotidianità di Léo, tra gli allenamenti di hockey e gli incontri in cortile con i compagni di classe. In questo modo, Dhont esplicita la necessità di mettersi nei panni di un bambino, tentando di comprenderne i meccanismi psicologici: in primis, la necessità di entrare a far parte di un gruppo, altro tema fondamentale nel film. Dhont mette in scena la fatica provata da Léo per riuscire nel suo intento: nelle sue rovinose cadute sul ghiaccio, durante gli allenamenti, lo spettatore prova sulla sua pelle il dolore di doversi adattare a un gruppo che ha già deciso per lui. 

    In questa forma, la riflessione operata in Close si coniuga con il meccanismo empatico che entra in gioco fin dalle prime battute del film. Tale operazione si acuisce nei numerosi momenti drammatici del film, dettati, ancora una volta, dalle marche di silenzio e sguardi. Tuttavia questi momenti diventano forse fin troppo presenti, soprattutto nella seconda parte: la ricerca della commozione nel pubblico si fa sempre più morbosa, man mano che i minuti scorrono, a scapito della sceneggiatura. La ricerca della lacrima è lecita, ma fin troppo evidente in certi momenti, specie nei venti minuti finali. 

    Fiori nuovi

    Léo in una scena del film

    Così come l’opera prima di Lukas Dhont, Close si inserisce perfettamente in un clima socio-culturale in cui è importante discutere dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Comprendere i meccanismi sociali che possono compromettere la stabilità emotiva dei bambini e dei preadolescenti è necessario affinché non si verifichino risvolti drammatici, come accade in Close – e su cui chi scrive ha deciso di tacere, per stimolare la visione nelle sale. 

    Tuttavia, la pressione sulle due questioni si fa palese solo nella prima parte del film, mentre nella seconda viene dato spazio solo al tema della solitudine vissuta dal protagonista, con la relativa insistenza sui momenti drammatici volti a scaturire il pianto. Ciononostante, l’opera di Dhont non può lasciare indifferenti, sia per le tematiche, sia per lo stile registico raffinato, nonché per la dolcezza con cui vengono narrati i sentimenti dei giovanissimi protagonisti.

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  • RECENSIONE M3GAN – LA NUOVA “BAMBOLA ASSASSINA” TRA HORROR E NEAR FUTURE

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    LO SPETTRO DI JAMES WAN

    Da diversi anni si aggira un temibile spettro fra le produzioni cinematografiche horror statunitensi: James Wan. Il regista malese naturalizzato australiano può vantare ben 23 film prodotti a fronte di “soli” 10 film diretti; fra queste 23 produzioni soltanto una non è pienamente asseribile al genere horror (Mortal Kombat), per il resto rimaniamo sempre nel suo genere prediletto. Nessun problema, potreste suggerire, anzi, meno male che ci sono produttori che danno spazio a nuovi registi di genere: molti dei beneficiari delle produzioni di Wan erano alla loro opera prima (Darren Lynn Bousman con Saw II – La soluzione dell’enigma, David Hackl con Saw V, Kevin Greutert con Saw VI, David F. Sanberg con Lights Out – Terrore nel buio, Michael Chaves con La Llorona – Le lacrime del male e Gary Dauberman con Annabelle 3). Tutto perfetto, quindi? Non proprio: Wan ha sicuramente reso più prolifica la produzione di genere statunitense (e ne gioiscono tutt’ora anche gli esercenti), ma ciò che ha messo in piedi appare più come una produzione su modello fordista piuttosto che un arricchimento artistico dell’horror. Stessa fotografia patinata, stessa regia eufemisticamente anonima, stessi jumpscares utilizzati come solo espediente di spavento, stessa assoluta mancanza di tensione, stessi stereotipi del genere in ogni dannata inquadratura, stessa povera capacità di rielaborazione del genere: una vera e propria catena di montaggio dell’orrore. L’importante è che incassino, non importa la qualità artistica dei prodotti (termine inteso nella sua accezione più consumista e commerciale possibile).

    Sarà valso lo stesso discorso anche per M3GAN, il nuovo film diretto da Gerard Johnstone e con Wan, oltre che in produzione assieme a Jason Blum (CEO di Blumhouse Productions), nel ruolo di soggettista?

    Spoiler: si. 

    Gemma abbina M3GAN a Cady

    NEAR FUTURE E HORROR

    M3GAN (acronimo di “Model 3 Generative ANdroid”) è la nuova bambola a grandezza naturale provvista dell’intelligenza artificiale più avanzata nel mondo dei giocattoli: la sua programmatrice, Gemma (Allison Williams: la Rose Armitage di Scappa – Get Out), insicura del suo ruolo di madre dopo essere diventata tutrice dell’orfana Cady (Violet McGraw), decide di testare la bambola abbinandola con la bambina. M3GAN può fare davvero di tutto: apprendere, insegnare, ascoltare, parlare, giocare, difendere e anche cantare la buonanotte a suon di Titanium di David Guetta. Tuttavia, il più grande passo avanti nella robotica per giocattoli si dimostrerà molto più intelligente e malvagio di quello che Gemma si potrebbe aspettare…

    M3GAN mescola un po’ di tutto: intuizioni horror del solito balocco infernale che trova le sue le radici addirittura nel film a episodi del 1945 Incubi Notturni (sebbene si trattasse più propriamente di un pupazzo), passando per Dolls di Stuart Gordon e arrivando ovviamente alla bambola Chucky de La bambola assassina (il cui recente remake, fra l’altro, aveva già anticipato M3GAN nello sfruttamento delle nuove tecnologie). A Johnston l’horror non basta e decide di filtrarlo attraverso la chiave del “near future”, quella fantascienza non troppo vicina e nemmeno troppo lontana ma non per questo meno inquietante ai nostri occhi, che può trovare per esempio nell’intelligenza artificiale Ava di Ex Machina dei suoi recenti esponenti: la bambola M3GAN è l’esatta commistione fra la malvagità di Chucky e l’autocoscienza di Ava, insomma non il perfetto gingillo che ogni famiglia medio-borghese americana vorrebbe fra le sue quattro mura.

    M3GAN e Cady leggono assieme

    FANTA-HORROR PEDAGOGICO

    Il monito di M3GAN è chiaro: genitori di tutto il mondo state ben attenti a cosa date in mano ai vostri figli, la tecnologia può essere terribilmente dannosa e non deve sostituire il ruolo genitoriale: va bene l’intelligenza artificiale, ma non l’artificialità dei sentimenti!

    Un messaggio pedagogico e di educazione digitale apprezzabile e degno di una puntata di Black Mirror (altro richiamo evidente di Johnston), se non fosse per i 102 minuti coi quali si è deciso di trasporlo in lungometraggio.

    Non c’è dubbio che il target di riferimento sia decisamente “teen”, la vena comica onnipresente (è già stata citata Titanium come lullaby) permette anche di prendere meno seriamente una pellicola che – come ogni film con bambole assassine – necessita di un grande sforzo di sospensione dell’incredulità. Ciò che lascia più basiti è la scarsa capacità di rielaborazione del genere di un film che non pare essere assolutamente consapevole di essere arrivato nel 2023, dopo l’ondata di Black Mirror, decine di giocattoli diabolici (basta ricordare anche Annabelle, per restare in ambito James Wan) e miriadi di film esploratori del “near future”. Come potrebbe apparire interessante ai nostri occhi un film teen che tenta la via dello slasher nascondendo il più delle volte le sequenze clou, che non ha una singola invenzione visiva o registica degna di nota, che risulta esteticamente piatto e anonimo, con battute a dir poco infantili, che tenta di spaventare esclusivamente con la tecnica del jumpscare finendo per non essere né divertente né tantomeno spaventoso?

    I soli buoni intenti della sceneggiatura non sono sufficienti per non accostare M3GAN a un prodotto di massa e di commercio al pari della bambola oggetto del titolo.

    M3GAN come macchina omicida

    Ad ogni modo, gli esercenti ringraziano di nuovo (su un budget di 12 milioni di dollari in America si prospetta un week-end d’esordio fra i 17 e i 20 milioni, in Italia ha esordito al primo giorno di proiezione con 145.047 euro) e James Wan, avendo già paventato l’uscita di un possibile sequel e avendo anche ripetuto la sua idea di cinema tesa a dar vita a veri e propri franchise (esattamente come il suo “The Conjuring Universe”) conferma il successo della formula-Wan, ancora una volta fedele amica dei botteghini.

    Tuttavia, ad uscire più povera da questa standardizzazione creativa è proprio l’arte. Ed è un grande peccato.

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  • RECENSIONE RUMORE BIANCO – L’INTELLETTUALISMO A TINTE NETFLIX

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    Il nuovo film di Noah Baumbach rilegge in chiave Netflix un caposaldo della letteratura postmoderna USA

    Noah Baumbach firma il suo dodicesimo lungometraggio, il terzo in collaborazione con Netflix dopo The Meyerowitz Stories: New and Selected del 2017 e Storia di Un Matrimonio (Marriage Story, 2019, candidato a 6 premi Oscar, con la sola Laura Dern premiata come Miglior Attrice Non Protagonista). E proprio come in quest’ultimo film, Baumbach sceglie nuovamente come protagonista Adam Driver, affiancato stavolta da Greta Gerwig (compagna di Baumbach nella vita reale, i due hanno collaborato al nuovo Barbie in uscita nel 2023). Dal titolo White Noise (in Italia Rumore Bianco), tratto dal romanzo omonimo del 1985 (vincitore di un National Book Award) di Don DeLillo, icona della letteratura postmoderna statunitense, il film è stato selezionato in Concorso per la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, presentato come film di apertura il 31 agosto e distribuito limitatamente tra fine novembre e inizio dicembre nelle sale cinematografiche per poi arrivare sulla piattaforma il 30 Dicembre 2022. Il film è un crogiolo di vari generi narrativi, toccando il thriller e l’horror catastrofico, ma mantenendo sempre un sostrato di commedia nera.

    Siamo nel 1984 e Jack Gladney (Adam Driver) è un professore ebreo di un corso da lui fondato presso il College-on-the-Hill: Studi Hitleriani. La sua famiglia è composta dalla moglie Babette (Greta Gerwig) – entrambi sono al quarto matrimonio – e quattro figli. La vita di Jack scorre tra l’attività accademica, le lezioni private di tedesco, i confronti con i colleghi e una serena vita in famiglia nell’area compresa tra la casa, il college e il supermercato. L’unico neo presente è la costante paura della morte che attanaglia sia Jack che Babette. Un’esplosione di un gas velenoso in seguito ad un incidente automobilistico sconvolgerà la loro vita.

    Chiunque abbia mai visto un film di Baumbach (o abbia letto qualcosa di DeLillo) sa già cosa aspettarsi: un turbine inarrestabile di parole, dibattiti filosofico-scientifici, metafore, una macabra ironia, una catastrofe in arrivo di natura sconosciuta, famiglie alto borghesi (e come Baumbach, colte e di estrazione ebraica) che amano parlare di versi degli animali, di composizioni chimiche e, da bravi americani, di pillole e cereali. 

    Effettivamente essere travolti dalla sceneggiatura del film non è difficile per lo spettatore, e la parola “pretenzioso” balzerà facilmente alla mente di chi mal digerisce un certo tipo di narrazione e costruzione dei protagonisti, i quali tradiscono facilmente la loro origine di personaggi di un romanzo americano scritto negli ultimi trent’anni. D’altronde nessuno, se non un americano intellettuale, potrebbe concepire il supermercato come locus amenus, il consumo e l’acquisto come pace dei sensi ed esplosione di sincera gioia sulle note degli LCD Soundsystem, la vista dei prodotti ordinatamente disposti come modo per esorcizzare addirittura il lutto. Quale europeo proverebbe gioia nel vedere un bancone del pane o una macelleria paragonandoli ad un bazar persiano? Per un europeo il supermercato è il non luogo per eccellenza, l’alienazione totale della mente in funzione delle necessità corporali; probabilmente l’ultima scena significativa girata tra le corsie in Italia si è conclusa con “Fuori dal letto, nessuna pietà” pronunciata da una simpatica vecchietta.

    Sicuramente saranno in molti a criticare la netta prevalenza della parola sull’immagine, del dialogo sul movimento di macchina, evitando anche di lodare quei momenti in cui l’occhio dello spettatore viene completamente appagato, come vediamo in due luoghi cardine del film. Il college, dalle tinte pastello e quasi un luna park della cultura (“il giorno dei van” attende con ansia Babette ad ogni inizio di anno accademico) un po’ come la Rushmore di Wes Anderson, e il sopracitato supermercato, in cui i marchi colorati di caramelle, detersivi e cereali spezzano le immense scaffalature di scatole bianche e anonime. Esempio significativo è la doppia lezione parallela su Hitler ed Elvis, duetto eccelso tra Adam Driver e Don Cheadle, forse uno dei migliori attori spalla in circolazione, con presenze mortifere (le toghe dei docenti) anche in un ambiente ameno come le aule gremite da giovani (chiunque avrebbe voluto una scuola così). 

    Una fotografia risulta essere  luminosa e a tratti fumettistica, con grande esposizione dei “colori Netflix” nei costumi e negli arredi alternati a toni oscuri, dal grigio della nube al blu notte delle scene in cui ci immergiamo nella depressione dei protagonisti o nella presenza del “villain”. Lodevole la rappresentazione fisica dei protagonisti, Adam Driver imbolsito e pasciuto, Greta Gerwig con una capigliatura anni ’80 di Meg Ryan ai tempi d’oro, i due figli più grandi definiti da un curioso oggetto ciascuno (binocolo e passamontagna). 

    White Noise è una perfetta rappresentazione postmoderna di una categoria sociale, di un’insicurezza di fondo apparentemente ingiustificata, di una famiglia composita che pretende di tenersi in piedi grazie alle parole, ma che non sempre può far fronte alle avversità. Tuttavia è un film fondamentalmente ottimista, che rifiuta di condannare chiunque, e forse per questo il film meno amaro di Baumbach, adatto a chiunque sia in grado di digerire la sua verbosità.

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  • RECENSIONE LE OTTO MONTAGNE – CHI FUGGE E CHI RESTA

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    Alessandro Borghi e Luca Marinelli tornano a recitare insieme dopo l’incontro fulminante in un film che è già culto, Non essere cattivo di Claudio Caligari, per interpretare nuovamente la storia di un’amicizia maschile complessa e grandiosa come il profilo di una montagna. Le Otto Montagne, scritto e diretto dalla coppia, cinematografica e di fatto, composta da Felix Van Groeningen (Alabama Monroe, Beautiful Boy) e Charlotte Vandermeersch, è un adattamento dell’omonimo e amatissimo romanzo di Paolo Cognetti, che nel 2017 aveva trionfato al premio Strega. 

    Il rapporto tra i due protagonisti, Pietro e Bruno, attraversa le inclinazioni del tempo ma non quelle dello spazio, che rimane invece invariato dall’infanzia all’età adulta. I due amici trovano infatti nella montagna il punto fermo della loro amicizia, lo spazio perfetto per l’incontro tra due mondi distanti. Pietro viene da Torino e la montagna rappresenta per lui «Il tempo della leggerezza» che si alterna inevitabilmente al «tempo della gravità», quello trascorso in città, scandito dai suoni invadenti delle macchine e da lunghe giornate trascorse al chiuso tra i muri di casa e di scuola. Bruno invece fonde già durante l’infanzia la sua vita e la sua formazione con le rocce delle montagne, creando un legame così solido che lo porterà a non desiderare mai di vedere cosa c’è al di là delle alte vette. 

    La montagna così si delinea da subito come la terza, silenziosa, protagonista del film, ritratta con un formato 4:3, quadrato, che serve l’intento di non ridurre il paesaggio a cartolina quanto quello di mantenere sempre saldo, ad ogni inquadratura il legame con i personaggi che lo abitano. Il rischio da non correre nella resa fotografica era chiaro -viene esplicitato anche all’interno della sceneggiatura proprio dal montanaro Bruno- cioè quello di assumere una prospettiva esterna, restituendo l’immagine della montagna semplicemente come natura, un concetto astratto che romanticizza gli aspetti più aspri della vita in alta quota. La supervisione di Paolo Cognetti sul progetto in questo senso è risultata decisiva, un maestro di montagna che ha guidato e messo alla prova gli autori e gli interpreti coinvolti radicandoli nel territorio. 

    Pietro arriva sulle alpi valdostane da villeggiante ed entra in contatto con la montagna grazie alla profonda passione che il padre nutre per le lunghe escursioni, preziosi momenti che  rappresentano l’unica forma di evasione che si concede in una vita completamente dedita al lavoro. Nonostante questo, con il trascorrere degli anni, i ricordi che legano lui, suo padre e le alpi si fanno via via più rari, complice un rapporto difficile dove incomprensione e distanza diventano altezze insormontabili. Ed è anche da qui, dal difficile tentativo di venire a patti con l’eredità paterna – sia concreta che astratta – che si rinforza definitivamente il legame tra Pietro e Bruno. Se il primo si era allontanato dal padre in gioventù ribellandosi all’idea di vita che quest’ultimo desiderava per lui, il secondo si trova invece costretto, almeno inizialmente, a seguirne le tracce, diventando anch’esso muratore, per poi recidere altrettanto duramente, in età adulta, questo legame. 

    D’altra parte anche il rapporto tra Pietro e Bruno non scorre in modo lineare, conosce allontanamenti e silenzi che durano quasi vent’anni. Durante questo tempo Bruno stringe un rapporto sempre più forte con le proprie origini mentre Pietro sceglie di abbandonare completamente questo tassello della sua formazione. Come accade però nei grandi rapporti, caratterizzati da un’intesa che oltrepassa la quotidianità, il tempo trascorso non rappresenta un ostacolo ed è proprio sui silenzi che invece si costruisce la comprensione dell’altro. 

    A dare profondità alla ricerca e all’essenzialità espressiva di Pietro c’è Luca Marinelli la cui sensibilità e introversione trovano un proseguimento naturale con l’interpretazione del personaggio. Alessandro Borghi invece torna a misurarsi con la trasformazione del proprio corpo, lavorando in particolare sull’accento, e ci restituisce una delle sue interpretazioni più riuscite e credibili. 

    Le Otto Montagne è un ritratto libero dell’amicizia che riesce a costruire sui contrasti un orizzonte comune. I percorsi, come anche le bussole che guidano i protagonisti sono radicalmente diversi: pochi punti ma fissi per Bruno, una ricerca incessante, in continuo divenire per Pietro. Come due facce complementari della stessa medaglia, capita anche che amino le stesse persone, ma questo accade sempre in momenti sfalsati. Il viaggio di scoperta intrapreso da Pietro concede poco spazio alla presenza di affetti stabili nella sua vita e spesso Bruno sembra invece saperne colmare le mancanze, come accade prima con il padre e poi con la fidanzata, lasciando in Pietro non solo con la consapevolezza che Bruno sia una delle parti migliori di sé ma anche con  il dubbio che possa essere in fondo un uomo migliore. 

    Non interessa però sapere chi tra i due possa avere ragione, resta infatti senza risposta il quesito esistenziale posto dai saggi del popolo nepalese nel quale si imbatte Pietro: in un mondo fatto a ruota, composto da otto mari e otto monti, con una grande vetta al suo centro – chiamata monte Sumeru- impara di più chi ha fatto il giro delle otto montagne o chi è salito in cima al monte Sumeru? 

    L’unica risposta certa risiede nel prestare attenzione alle sfide, alle risate, ai silenzi, alle increspature della vita che portano Bruno e Pietro a condividere la scalata più difficile, quella verso la comprensione di sé stessi. 

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  • Recensione The Fabelmans – Il ragazzo con la macchina da presa

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    L’amarcord-movie intimo, introspettivo e retrospettivo, più o meno metafilmico, è ormai un diffuso sottogenere del cinema contemporaneo, col quale autori maturi e affermati rivisitano in prima persona – appena occultati sotto un acerbo alter ego finzionale – le difficoltà, i sogni e le speranze della crescita, le radici familiari e identitarie, il background esistenziale e l’origin story del mestiere intrapreso. In cerca delle preziose scintille memoriali disseminate lungo il racconto di formazione emotiva ed educazione cinematica, che ne ha favorito e guidato le scoperte, le epifanie e il percorso da predestinati, o da fulminati strada facendo, sulla via della settima arte che li ha consacrati all’adorazione delle platee internazionali.

    Dopo Belfast di Kenneth Branagh, È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, e, in toni e forme diverse, Empire of Light di Sam Mendes, Bardo di Alejandro González Iñárritu e Armageddon Time di James Gray, anche il regista per antonomasia, il più celebre e popolare al mondo, Steven Spielberg, si cimenta in The Fabelmans con la malinconica, sofferta e affettuosa rievocazione autobiografica del suo passato personale, familiare e professionale.

    Attraversato dai folgoranti baluginii di luce della magia del cinema alla maniera degli accecanti flash prodotti dagli spari dei pistoleri nel B-western da cortile che l’aspirante giovane cineasta Sammy Fabelman (un ottimo e vulnerabile Gabrielle LaBelle) gira con amici e parenti, con le puntine da disegno che bucano la pellicola scavandovi all’interno una luminosa fenditura di senso aggiuntivo. Accrescendo la suspense, l’epica rozza ma irresistibile della narrazione, l’immedesimazione complice e sbalordita degli spettatori, rapiti e disposti a sospendere l’incredulità anche di fronte ai trucchi più semplici, come zampilli cascanti di gelato trasformati in disgustosa cacca d’uccello in caduta libera sui ragazzini in spiaggia (i primi colpi dell’arte della narrazione spielberghiana e della sua stupefacente effettistica a misura d’individuo).

    IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO

    Il racconto si apre nel New Jersey in un freddo gennaio del 1952, dove il bimbo Sammy Fabelman è accompagnato per la prima volta in una sala cinematografica dai genitori (gli ottimi Paul Dano e Michelle Williams). Terrorizzato dall’imponenza delle figure gigantesche e torreggianti del grande schermo, che è per lui un’arcana grotta del mistero, su cui scorre il clamoroso crash ferroviario de Il più grande spettacolo del mondo (The Greatest Show on Earth, 1952) di Cecil B. DeMille: l’immagine catastrofica del treno che travolge a tutta birra l’auto e i convogli sui binari, si fissa negli occhioni spalancati di Sammy in una fatale scena primaria che si schianta sul suo volto e si imprime all’istante nella sua mente con la forza di una pellicola impressionata

    Un incredibile incidente di percorso che mette in moto la vivace immaginazione del bambino, al tempo stesso turbato e affascinato. Un traumatico Big Bang che lo scuote con uno shock di tale inaudita potenza (“la persistenza della visione”, spiega suo padre) da spingerlo a rimettere in scena quanto visto con un modellino-giocattolo, fatto correre in pista nel garage di casa. E a filmare il tutto con una cinepresa 8mm, per imbrigliare la pericolosa eccedenza di un sogno più vero del vero, finalmente catturato e addomesticato dalla coscienza. 

    Il battesimo del fuoco – con l’accecante luce del cinema – è avvenuto: per Sammy è solo la prima fermata verso il compimento di un impeto visuale e di un incontenibile temperamento artistico, il primo step di un apprendistato umano e lavorativo nell’universo delle immagini. In un viaggio che sarà tanto appagante quanto accidentato, in cui imparerà a rielaborare gli inevitabili scossoni e i manrovesci della realtà con la stessa provvidenziale sensibilità che immette nella costruzione della grande illusione del cinema. 

    LA CONQUISTA DEL WESTERN

    Appoggiato alla (ri)scrittura calibratissima e mai appesantita di Tony Kushner, lo stile adottato da Spielberg nel rimaneggiare una materia iconica e imperitura, fluttuante e incandescente come il cinema da lui amato e imitato – ripercorso col filtro altrettanto flagrante, ma sfuggente e ingannevole, di ricordi ed esperienze personali, mascherati come un velo o una lente posta davanti all’obiettivo (e al noioso diktat dell’obiettività) -, è quello di un’equilibrata classicità, piana e lineare ma di sicuro impatto per lo spettatore, che in ogni frangente aderisce senza sforzo alle amabili insicurezze e allo stupore meravigliato di Sammy. 

    Con la difesa positiva e la strenua conservazione (in video) della dimensione infantile, mai banalmente regressiva, che da sempre marchia di autenticità perduta il cinema umanista e immaginifico di Spielberg. Il biopic buffamente camuffato, e la psicanalitica auto-fiction infusa di mitologie del cinema e inevitabili esigenze drammaturgiche, non perdono mai la bussola del coinvolgimento narrativo, evitando che il piacere del racconto affoghi nell’eccesso compiaciuto di citazionismo isterico e traboccante. 

    The Fabelmans certifica una volta per tutte ed eleva al massimo grado ciò che Mauro Resmini, nella sua monografia, individua come un tratto fondamentale del regista: la cinefilia di Spielberg “non è quella gelida del postmodernismo, puntellata da citazioni e inside jokes.  […] Si tratta piuttosto di una cinefilia “di mezzo”, emozionata e partecipe, naturalmente incline ai generi (il western, il film bellico, il film d’avventura, i b-movies di fantascienza) e perdutamente innamorata dell’epica di John Ford, Victor Fleming e David Lean. Così, più che riflettere sul cinema attraverso la cinefilia, Spielberg istintivamente confonde l’uno nell’altra, nell’infinita ricerca di un modo di raccontare che copra l’abisso tra suggestioni personali e miti universali” (Mauro Resmini, Steven Spielberg, Il Castoro cinema, 2014 ).

    Spielberg staziona dunque dentro i grandi generi classici solo il tempo che gli serve a inquadrarne i tratti formali e gli stilemi fondanti per lo sviluppo del suo io registico in fieri, espresso dal suo imberbe alter ego Sammy, in ammirazione ed emulazione dei padri nobili che riuscirà perfino a incontrare: il western fordiano di Ombre Rosse (1939) rifatto in carrozza di seconda mano, con le infiltrazioni a mano armata e l’epica dei duelli di L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). E poi il film di guerra, con le lacrime vere che si distendono sugli spari e la polvere, coprendo la strage degli uomini, aprendo all’empatia della compassione umana sul campo di battaglia, che il nostro regista dispiegherà in opere come Salvate il soldato Ryan (1998).

    A SCUOLA DI CINEMA

    Oppure richiama un genere per ripensarne gli stereotipi, come nel godibilissimo segmento high-school movie dal sapore vintage (più che il ballo in palestra del suo West Side Story, richiama certe amare o nostalgiche atmosfere da prom night di vecchi compagni di scorribande come George Lucas (American Graffiti, 1973) e Bob Zemeckis (Ritorno al futuro, 1985). In cui le canoniche macchiette del loser bullizzato e dell’atleta belloccio vengono scombussolate, grazie alla duplice capacità rivelatoria e quasi medianica del cinema di registrare al tempo stesso un’impassibile verità in trasparenza e un surplus di realtà aumentata celata a un primo sguardo. 

    Può sembrare incongruo che il prestante e ottuso bad guy Logan, bel tomo tutto cazzotti, machismo e vessazioni fino a un attimo prima, mostri poi una finissima e sorprendente capacità di autoanalisi emotiva, angosciato all’improvviso dalla insostenibile perfezione aurea dell’immagine del suo doppio di celluloide, brillantemente colto dall’occhio partecipe – quanto involontariamente? – della cinepresa di Sammy. 

    Ma il punto è che Spielberg vuole illustrarci come il cinema sia al tempo stesso il canale privilegiato in cui riversare e sciogliere tensioni, conflitti e abusi subiti nella giungla della vita reale, e uno strumento trasfigurante di diagnostica interiore così esatto, potente e trasversale da essere addirittura in grado di bucare la corazza di stolida aggressiva e smania predatoria di uno come Logan, il più stronzo di tutti, consentendogli di accedere a un’impensabile visibilità del sé, e a una complessa e problematica re-visione della sua identità, tutt’altro che granitica e muscolare.   

    SPIELBERG FAMILY VALUES 

    La parte più strettamente privata del vissuto di Spielberg emerge invece in una descrizione umoristica e disincantata del milieu ebraico di origine, radunato negli aspri e divertiti confronti al tavolo della cucina (tra tovaglie e stoviglie di carta, perché le mani da pianista della mamma non vanno certo usurate nel lavaggio dei piatti). Con la nonna paterna interpretata dalla simpatica Jeannie Berlin, che rimodula un ruolo di cinismo senile simile a quello offerto in Cafè Society (2016) di Woody Allen. Spicca soprattutto il siparietto confessionale, velatamente surreale – come in un dialogo dei fratelli Coen -, nella funambolica incursione del sozzo e stramboide zio Boris (Judd Hirsch), sgarruppato ma acuto sopravvissuto circense, che redarguisce e incoraggia la vocazione di Sammy, presagendo strappi e ferite dolorose di chi come il nipote ha davanti il glorioso ma travagliato destino dell’artista. Un’inedita, per certi versi insospettabile, chiave di mordace e stralunata commedia umana spielberghiana, che fa il paio con l’irrisione della devozione religiosa nella scena della fidanzata innamorata – e per nulla timorata – di Gesù, che ruba un bacio a Sammy con la scusa di soffiargli in bocca lo Spirito Santo.

    SCENE MADRI E CINE-PADRI

    La madre di Sammy, Mitzi, è l’architrave centrale dell’intreccio, figura fondamentale a cui il regista ritorna per perdonarla idealmente (come in preciso dialogo del film), e assumerla come irrinunciabile e protettivo spirito guida di tutto quanto realizzerà da adulto. Perennemente circonfusa da un’aura abbagliante fatta della stessa materia palpitante, irreale e sognante del cinema (“tu mi vedi per quella che sono veramente”, confessa la donna al figlio), come fosse una falena in costumi d’organza, una inquieta e immacolata creatura di pura luce attivata dal proiettore. Un Peter Pan al femminile, del quale Sammy disvela l’ombra scura nelle pieghe delle immagini al rallentatore. Una dolce e testarda eroina di un infiammato melodramma, che abbraccia la quiete domestica ma incrina la patina soft della sit-com innocua e accomodante di Casa Fabelman (curiosamente dissonante la breve scena della fuga in macchina con i figli verso il vortice di un tornado in stile mago di Oz della suburbia, simile alla corsa in auto verso l’incendio delle colline hollywoodiane della schizofrenica madre della piccola Marilyn in Blonde di Andrew Dominik). 

    Una femminilità disarmonica, fragile e tragica, in cerca del diritto alla sensibilità e all’innata vena artistica oltre il dettame sociale, che si dibatte imprigionata come una scimmietta in gabbia in un pastelloso musical drama in technicolor degli anni ’50: luminosa e oscura, soave ed eterea (suona il piano nel salotto di casa col vestito della festa, danza come una delicata vestale notturna in camicia da notte, irradiata dalle luci dei fanali dell’auto davanti al fuoco del campeggio), ordinaria e domestica, affettuosamente familiare e violentemente perturbante, generosa ed egoista, amorevole e respingente. 

    La recitazione intensa e dolente di Michelle Williams, sempre – volutamente – sul filo dell’overacting esagitato e nevrotico, è funzionale a rappresentare proprio l’eccesso sentimentale, dirompente e scomposto del cinema. Il cinema, vuole dirci Spielberg – e non a caso la madre è osservata da uno sguardo bifocale, con ideali flashback retrospettivi (ri)proiettati però al contrario, dal punto di vista del cineasta vergine e ingenuo -, emerge proprio in quest’enfasi emotiva e gestuale che scompagina i composti equilibri di facciata. È questa la sua verità: il quid di sentimento, paura, pazza intemperanza e desiderio sovraccarico incarnato da Mitzi. 

    Complementare alla figura più assente e distaccata, per quanto mai davvero anaffettiva, del padre Burt: inappuntabile, affidabile ed efficiente come una cinepresa che ha tutti i pezzi al loro posto – del resto è lui stesso a rivelarne al figlio tutti i dettagli, con piglio scientifico e ingegneristico -, ma che raramente si accende di vero calore che possa far vibrare e infiammare la pellicola. 

    Servono l’una e l’altra cosa, unite e inestricabili, per fare il cinema: la tecnica e la poesia, il freddo strumento e il cuore pulsante che gli dona vita. Al posto dell’automa meliesiano di Hugo Cabret (2011) di Scorsese, Spielberg mette in moto il meccanismo del tempo perduto e ritrovato riattivando i segreti annidati nel suo umanissimo e imperfetto nucleo genitoriale. Costruisce la sua familiare macchina-cinema sotto i nostri occhi, assemblando nel salotto di casa e al tavolo di montaggio i due pilastri fondamentali della sua esistenza, che si rianimano fuori e dentro lo schermo: l’indispensabile razionalità della tecnica, lo zelo rigoroso del lavoro meccanico (il padre), e l’irrinunciabile fervore artistico e affettivo che carica di vera passione le immagini in movimento (la madre). Traslando il dramma individuale in una storia di riscatto universale in cui tutti possono identificarsi, proprio attraverso il riconoscimento delle verità scomode e dell’empatia naturale che si genera nel contatto – e nel contrasto – con l’evidenza ordinaria e la fantasia strabiliante delle immagini.

    PRIME VISIONI E FINAL CUT 

    The Fabelmans è così un grande film di e sul montaggio. Inteso sia come riflessione pratica sull’arte squisitamente analogica e artigianale di composizione e combinazione creativa dei frammenti che, legandosi, infondono senso e ritmo alle ammalianti motion pictures (molte le inquadrature in dettaglio anatomico sulle strisce di pellicola attaccate al tavolo, lo scorrimento dei rulli, il ronzio dei proiettori), sia come metafora umana e soggettiva dello sforzo terapeutico di Sammy di far disperatamente stare insieme – e insieme per sempre, nell’immortalità non deperibile delle immagini-cinema – ciò che intorno a lui sta inesorabilmente disgregandosi (il matrimonio di Burt e Mitzi, e con esso l’unità della famiglia). 

    E, per estensione, diventa traccia del profondo lavorio interiore a lungo rimuginato e metabolizzato da Spielberg, fino a presentare davanti a un vasto pubblico (come accade più volte all’ansioso Sammy) la sua vita di curiosa e normale diversità come fosse un rewatch di episodi franti e dispersi che si raccordano e saldano in una possibile sequenza compatta e unitaria, sicura e protetta. 

    Un montato felicemente caotico di dolorosi giornalieri quotidiani e inserti fuori posto che trovano una definitiva collocazione nel catartico final cut della materia autobiografica, esorcizzata tra sogno, realtà, ricordi, revisioni e salvifiche manipolazioni ad arte. Girando idealmente la manovella avanti e indietro proprio come al tavolo di montaggio. Restando bloccati con stupore incredulo o intervenendo lucidamente, laddove necessario, per suturare gli strappi e riempire i vuoti di senso.

    SENTIERI SELVAGGI DEL GIOVANE ARTISTA

    Se c’è un motivo stilistico caratterizzante in The Fabelmans, è quello del movimento circolare. Presente, a livello figurativo, nelle numerose immagini delle bobine di pellicola arrotolata, che ruotano e scorrono in tutto il film – nonché nel tracciato ovale del mini-set del modellino ferroviario, con il trenino che, fissato nel filmato di Sammy, gira in tondo all’infinito sul circuito dei binari (prima dello schianto finale) -, emerge con ancor più fluida chiarezza nell’uso ricorsivo della panoramica a 360°, impiegata da Spielberg nei momenti di maggior spiazzamento emotivo del protagonista, idealmente paralizzato al centro di situazioni e scenari più grandi di lui, che gli si srotolano – letteralmente – intorno, causandogli una brusca vertigine

    Prima, la cinepresa compie un giro completo attorno a Sammy nel momento in cui questi scopre sbigottito la verità sulla vera natura della relazione della madre con l’amico di famiglia Bennie (Seth Rogen), in una toccante e prolungata scena in montaggio alternato, dove la musica eseguita al pianoforte da Mitzi (il concerto in D minore di Bach) si fa spia del disagio e del precipitare del climax drammatico, sottolineando come incupito commento sonoro le immagini incriminate sotto gli occhi da Sammy. 

    Poi, quando Sammy si trova catapultato nell’anticamera dell’ufficio del burbero John Ford (un David Lynch già di culto, appena nascosto da benda e cappello), il movimento a 360° in semi-soggettiva passa in rassegna le locandine dei grandi capolavori western del maestro appesi al muro, quasi issando il ragazzo alle soglie della giostra del grande cinema, sulle note elegiache (Ethan returns) dello score di Sentieri Selvaggi (1956). L’attesa spaurita di Sammy di ricevere udienza, mentre il venerato maestro, sovranamente distante, si prende tutto il tempo del mondo per accendersi un sigaro con calma olimpica, e la fulminante lezione sugli orizzonti cinematografici appesi al quadro, sono momenti di grandissimo cinema. 

    Ma è forse nella bella e fugace immagine del piccolo Sammy che osserva ipnotizzato lo schianto del suo trenino, proiettato sulle sue piccole dita raccolte a formare un mini-schermo di fronte a sé, che è contenuta la sintesi di tutto il pensiero dello stupore spielberghiano: una salvifica e mirabolante fascinazione ottica che in ogni momento dobbiamo tenere a portata di mano, stretta tra le dita, senza che nessuno possa mai portarcela via.

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