Category: Recensioni

  • RECENSIONE HOUSE OF THE DRAGON – LA VERA DANZA DEI DRAGHI

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    La nuova serie high fantasy targata HBO, tre anni dopo l’assai discussa stagione finale di Game of thrones, dopo una partenza incerta diventa ciò che la serie madre si era dimenticata di essere: una storia di grandi trasformazioni e lotte politiche.

    Così come la saga letteraria delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire, iniziata nel 1996 e non ncora conclusa) di George R.R. Martin ha appassionato e continua ad appassionare i lettori di tutto il mondo in trepidante attesa per i capitoli finali, il suo adattamento televisivo Il Trono di Spade (Game of Thrones, 2011-2019) ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori. Un’audience che quasi nella sua interezza ha poi constatato l’evidente declino dello show fino ad un finale certamente zoppicante nel maggio 2019. La gestione apparentemente incerta degli annunci e degli annullamenti per i nuovi progetti televisivi ambientati a Westeros e dintorni lasciava presagire nubi di tempesta per House of the Dragon, adattamento del romanzo prequel Fire and Blood, pubblicato nel 2018. Fortunatamente non è andata così.

    176 anni prima della ribellione contro i Targaryen, il re Viserys I governa i Sette Regni in un periodo relativamente pacifico. La mancanza di un erede maschio fa sì che la principessa Rhaenyra sembri destinata al trono, ma il secondo matrimonio del padre con la giovane Alicent Hightower, amica intima di Rhaenyra, rischia di mettere in discussione la sua pretesa al trono. In piu il principe Daemon, fratello di Viserys, non sembra intenzionato a restare con le mani in mano.

    Chi nel 2011 era rimasto sconvolto dalla magnifica e terrorizzante (per quanto low budget) scena iniziale di Game of Thrones, probabilmente si sarà fatto una grassa risata vedendo l’inizio della prima puntata di House of the Dragon. Dove c’erano tre cavalieri sconosciuti, vestiti interamente di nero, che venivano macellati in mezzo ad una foresta innevata da creature mostruose, qui abbiamo una voce fuoricampo che ci narra in stile documentario storico la bagarre dinastica di un manipolo di discendenti di un re morente, tutti con quei capelli bianchi come l’avorio che abbiamo iniziato ad associare ad un solo nome: Targaryen. Non è certo il più elegante dei biglietti da visita, ma fortunatamente è uno dei pochi scivoloni di una prima stagione che migliora episodio dopo episodio.

    Al netto di qualche imprecisione e qualche piccola sciatteria nei dialoghi delle prime puntate (che però non infastidiranno troppo chi non è appassionato incallito del mondo creato da Martin), la serie recupera quella solennità, quell’austerità e quell’eleganza, anche nelle scene sulla carta più violente o triviali, che Game of Thrones nella sua seconda metà aveva quasi completamente perso.

    Ed è innegabile la necessità di parlare della serie madre (o per meglio dire, pronipote) per parlare di House of the Dragon. L’impronta registica non è eccessivamente differente e la scrittura ricorda davvero quella dei primi episodi del 2011, ma il soggetto in questo caso è la messa in scena delle prime crepe di una dinastia che fino ad allora era sembrata più sovrana che divina e di cui abbiamo già visto la distruzione.

    Qui il regno è ancora compatto, ma questo non impedisce alla macchina da presa e agli sceneggiatori di mostrarci una grande pluralità di luoghi e personaggi, ognuno con il suo punto di vista. A differenza della serie madre tuttavia si converge sempre verso il centro, verso Approdo del Re, la Fortezza Rossa e il Trono, qui mostrato nella sua magnificenza di tutte le 300 spade. Un fulcro radiante, di cui abbiamo già visto i frantumi.

    La volontà di non discostarsi troppo da Game of Thrones si nota anche dalla scelta, forse un po’ pigra e timida, di riproporre la sua iconica sigla. Il tema musicale non è nemmeno riarrangiato e il visual concept è leggermente diverso e meno immediato e decifrabile. Tutto questo ha il sapore più della sudditanza che dell’omaggio.

    Grande nota di merito per la recitazione, dove si fatica davvero a trovare falle, ma d’altronde anche la serie madre era stata impeccabile nel casting. Certo, mancava un nome di grido come quello di Matt Smith (con buona pace di Peter Dinklage e Sean Bean, nomi certamente noti ma non propriamente superstar prima della serie). Il suo Daemon Targaryen vuole certamente essere il mattatore assoluto della serie. Un crepuscolare Paddy Considine e un apparentemente pacato Rhys Ifans sono perfetti nei panni del re Viserys e del Primo Cavaliere Otto Hightower, ma la punta di diamante si trova nelle due protagoniste, nei personaggi di Rhaenyra Targaryen e Alicent Hightower. Prima principesse, poi regine madri e vere stelle polarizzanti della narrazione. Il cambio di attrice per le nostre eroine a metà della stagione è in entrambi i casi riuscitissimo. Se Olivia Cooke nella versione adulta di Alicent è agevolata oltre che dal suo talento anche dall’impressionante somiglianza con la “sé stessa giovane” Emily Carey, Emma d’Arcy come Rhaenyra riesce a tratti a dare continuità alla singolarissima mimica di Milly Alcock, nonostante una grande diversità anatomica.

    Piccola postilla leggermente imbarazzante per i personaggi di Casa Velaryon, con capigliature sì caratteristiche (e anche funzionali alla narrazione), ma decisamente fuori contesto. In più, un non necessario blackwashing per loro e altri personaggi era assolutamente evitabile, in una serie ambientata in un mondo vastissimo con una miriade di popolazioni diverse. Non serviva una forzatura del genere e la rappresentazione della diversità avrebbe potuto trovare molto facilmente il suo spazio in maniera più efficace. Infine Ewan Mitchell nei panni di un personaggio molto interessante come Aemond Targaryen risulta un po’ troppo macchiettistico. Un villain troppo da fumetto, che spinge lo spettatore sul finale di stagione a vedere il suo schieramento, quello di sua madre Alicent e dei Verdi come “i cattivi” rispetto a Rhaenyra e i suoi Neri. Ma magari lo spettore sarà nuovamente accompagnato a comprendere col passare del tempo le scelte dei personaggi che inizialmente detestava

    Con questa speranza, attendiamo fiduciosi, l’esplosione definitiva della Danza dei Draghi

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  • RECENSIONE SERGIO LEONE, L’ITALIANO CHE INVENTO’ L’AMERICA – IL NUOVO “ENNIO”?

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    Francesco Zippel, italiano che ha lavorato assieme a registi internazionali del calibro di Friedkin e Anderson, è alla sua ennesima prova nel genere documentaristico e alla seconda nell’ambito della filmografia del nostro paese e dei suoi mostri sacri. Oltre a Friedkin Uncut (2018) e Oscar Micheaux-The Superhero of Black Filmmaking (2021), infatti, ha lavorato anche ad un mediometraggio/intervista dedicata a Fellini, con protagonista Wes Anderson, Fantastic Mr Fellini (2020). 

    Sarebbe dunque sbagliato chiamare il suo ultimo film, dedicato a Sergio Leone e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venezia Classici, un “ritorno alle origini”. Tuttavia, si tratta certamente di una naturale prosecuzione per la carriera del documentarista, filmmaker tra due mondi, dedicato a un artista che più di altri ha saputo far comunicare Italia e America.

    Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America (alcune fonti riportano anche “l’uomo che inventò l’America” come titolo) è costruito tutto attorno agli interventi di personaggi che hanno lavorato col regista (Eastwood, Connelly, De Niro), che l’hanno studiato (Christopher Frayling), conosciuto e vissuto (i figli) o che sono stati ispirati dalla sua opera (tra i nomi citabili, Spielberg e Frank Miller).

    Il film rientra agevolmente all’interno di quel filone di documentari dedicati a figure del nostro cinema usciti negli ultimi anni. Si pensi solo a titoli come Fellinopolis (Silvia Giulietti, 2020), Django & Django (Luca Rea, 2021) o Ennio (Giuseppe Tornatore, 2021; trovate la nostra recensione qui. Con quest’ultimo in particolar modo il film di Zippel sembra avere delle somiglianze superficiali: a causa della collaborazione tra Leone e il compositore, infatti, diversi degli intervistati sono presenti in entrambe le pellicole (Tornatore, Eastwood, Tarantino, lo stesso Morricone…). Inoltre, si possono notare all’interno di tutti e due i film l’uso di alcuni (pochi) filmati uguali, oltre che, per ovvie ragioni, il ritorno a film già affrontati nel lavoro di Tornatore. Ma l’intento di fondo risulta completamente diverso. Se, infatti, Ennio voleva fungere, almeno da ciò che emergeva dalle parole del musicista, anche come forma di “redenzione” per un artista mai del tutto sicuro del valore della propria arte, qui abbiamo uno studio approfondito riguardante un maestro affermato e concretizzato visto da un punto di vista esterno.

    Già dal titolo, infatti, Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America ci espone la sua missione: non è interessato a ripercorrere l’intimità e la mente dell’artista (come aveva fatto Tornatore con Ennio, portandoci come voce narrante lo stesso compositore), né a far riscoprire al pubblico mainstream un autore meno conosciuto (come aveva fatto il documentario dedicato a Corbucci, autore apprezzatissimo dai cinefili e appassionati ma certamente meno prominente nella memoria collettiva degli spettatori “casuali” rispetto a Leone). La presenza di appassionati che sappiano spiegare nel dettaglio la sua arte (tra tutti il più informato, a scapito di un Tarantino più loquace, è certamente Scorsese) e veri e propri esperti (i bolognesi riconosceranno Farinelli, direttore della Cineteca) permette la creazione di un dossier interessantissimo di informazioni attorno al suo processo creativo, alla sua maniera di fare western che sono, come ben espresso da Frayling, “la mitizzazione del mito” americano portato sullo schermo.

    Pertanto, alla storia della vita di Leone, trattata molto sommariamente, e alla cronologia dei suoi film, si alternano vere e proprie sezioni dedicate a singoli argomenti che abbracciano il processo del filmmaking nella sua completezza e che coinvolgono anche figure apparentemente “minori” come il rumorista o il sound mixer. Si rispolvera così anche un certo modo di far cinema, ormai superato dall’uso della tecnologia ma ancora estremamente affascinante. 

    Di nuovo, l’interesse non è per la cronologia o per una ricostruzione di tipo storico: spesso un film viene solo citato en passant per poi essere ripreso più avanti nel dettaglio, un altro viene nominato prima che gli venga dedicata una sezione intera… Ugualmente, c’è poco interesse nel restituire la figura umana: i figli appaiono poco (rispetto ad altri partecipanti al documentario) e l’aneddoto più interessante del Leone uomo viene raccontato non da loro ma da Jennifer Connelly, che ricorda la delicatezza con cui, ancora bambina, l’aveva diretta nella scena del bacio in C’era una volta in America. Anche quel poco che scopriamo della sua esperienza personale serve a completare il suo ritratto come regista: il trauma nazionale delle Fosse Ardeatine viene rievocato in una scena di Giù la testa, l’incontro coi “veri americani” post Liberazione, tanto diversi da quelli visti nei film, una delusione che si traduce su pellicola.

    Alle interviste e le clip tratte da film o dietro le quinte si alternano delle piccole scene raffiguranti set e scene tratte dai suoi lavori ricostruite in miniatura e con l’aiuto del digitale. Questi intermezzi sono certamente la parte debole del lavoro di Zippel: stonano col resto della narrazione e non sempre risultano ben realizzati a livello tecnico, con una CGI a tratti ovvia. Si tratta, comunque, di una piccolezza, una sbavatura per un film che, pur non virando mai in direzioni funamboliche o rivoluzionarie per il genere e non arrivando mai ai picchi di grandiosità di altri lavori (probabilmente non pretendendolo neppure), si merita un grande plauso per aver ricostruito in maniera interessante, senza scadere nella prolissità, l’arte di un Maestro del nostro cinema.

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  • RECENSIONE BLACK ADAM – COME THE ROCK (QUASI) SALVO’ IL DCEU

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    18 Marzo 2021: arriva su HBO Max il tanto atteso Zack Snyder’s Justice League, la versione “originale” della pellicola uscita rimaneggiata da Joss Whedon nelle sale nel 2017 e qui tronfia delle sue quasi quattro ore di durate e del formato in 4:3 (di cui trovate la nostra recensione qui). Se in Italia, per assenza della piattaforma, l’uscita di questa versione ha dovuto subire delle deviazioni fino alle rive di Sky/Now, indubbio rimane il fatto che all’interno dell’universo cinematografico condiviso di casa DC si possa definire un prima ed un dopo. I fan avevano vinto, surclassando addirittura le decisioni dei capoccia della Warner stessa, dimostrando un potere decisionale senza precedenti.

    La gerarchia dell’universo DC sta per cambiare.”

    Con questa frase Dwayne “The Rock” Johnson ha martellato la campagna marketing del suo Black Adam in cui veste i panni dell’antieroe e stregone, un’espressione che sembra però avere in realtà una doppia valenza: la prima interna al racconto, dato che il suo Black Adam – come vedremo più nel dettaglio in seguito – risulta essere senza ombra di dubbio uno dei personaggi più forti, capace di affrontare senza problemi anche gli eroi più forti; la seconda invece è interna all’azienda stessa, data la forte presenza che The Rock sembra aver avuto sugli studios stessi capace di ottenere un film da solista per il suo personaggio (pensato originariamente come “semplice” villain per l’eroe Shazam) e di avanzare pressioni per sei anni – a detta dell’attore – per reinserire Henry Cavill nei panni di Superman, traguardo ora ottenuto in concomitanza – forse non a caso – con l’addio del dirigente Walter Hamada a capo dell’universo DC dal 2018.

    Rimanendo però saldi al presente, Black Adam ha appena raggiunto le sale, ma sarà davvero riuscito a ribaltare la gerarchia e a cambiare il destino di un universo condiviso che sembrava destinato a crollare su se stesso?

    “DIGLI CHE TI MANDA L’UOMO IN NERO”

    5000 anni prima di Cristo, mentre i vari popoli si scontrano per il potere, il popolo della città di Kahndaq vive in pace e prospera grazie all’Eternium, minerale dalle proprietà magiche che finisce per attirare le mire del tiranno Ahn-Kot che soggioga gli abitanti della città e li sfrutta per estrarre il minerale con l’obiettivo di creare una corona dai poteri demoniaci. Piano che verrà però fermato da un giovane ragazzo che aizza una rivolta di schiavi contro il tiranno e che finisce per attirare le attenzioni del Consiglio degli Stregoni che gli concede i poteri di Shazam per liberare il suo popolo e fermare Ahn-Kot, divenendo così il campione Teth-Adam (Dwayne Johnson).

    Nel presente, Kahndaq è nuovamente soggiogata ora da un’organizzazione criminale di nome Intergang da ormai diversi decenni. Nel tentativo di recuperare la Corona di Sabbac creata da Ahn-Kot cinque millenni prima, la professoressa universitaria Adrianna (Sarah Shahi) finisce per risvegliare il campione a lungo imprigionato ed attirando così su Kahndaq le attenzioni della Justice Society of America, gruppo di supereroi con l’obiettivo di fermare il pericoloso Adam.

    Tante informazioni alle quali verranno poi aggiunti ulteriori elementi e passaggi narrativi, con tanto di sorprese e veri e propri plot-twist, che la pellicola riesce però a veicolare in maniera chiara e leggera, senza incorrere in un’eccessiva pesantezza e senza richiedere alcuna conoscenza pregressa derivante da altri film – cosa ormai rara e quasi impensabile, abituati come siamo all’interconnessione a tratti eccessiva dell’MCU – ma che riesce comunque a riservare alcuni collegamenti che faranno ben felici i fan dei fumetti. Elemento che aiuta la scorrevolezza della pellicola – che supera di poco le due ore – è l’azione, predominante nella pellicola e che viene messa da parte per brevi sequenze di dialogo che di certo non spiccano per qualità drammaturgica ma che riescono comunque a strappare qualche risata e a coinvolgere emotivamente in alcuni rari momenti ottimamente costruiti.

    Tra i personaggi che popolano la vicenda la Justice Society riesce a catturare presto l’attenzione, grazie a quattro  “nuovi” supereroi, qui introdotti per la prima volta e che se con Atom Smasher (Noah Centineo) e Cyclone (Quintessa Swyndell) si ha un approfondimento minimo – lasciandoli probabilmente aperti ad una futura caratterizzazione più profonda – è con Hawkman (Aldis Hodge) e Doctor Fate (Pierce Brosnan) che ci si ritrova davanti ad eroi veri e propri con un loro ideologia di fondo che nel primo eroe si presenta con il desiderio di essere un vero leader e di voler “proteggere e servire” (su cui il film intavola tra l’altro un appena abbozzato ma comunque apprezzabile parallelismo con il comportamento degli Stati Uniti in materia di relazioni internazionali), mentre nel secondo con un atteggiamento più rodato e saggio vista l’età e l’esperienza rendendolo capace di sapere quando intervenire e quando no.

    EROE O VILLAIN, QUESTO È IL PROBLEMA

    Con giusta asserzione il vero punto forte della pellicola è però il suo protagonista, dotato di poteri inimmaginabili e quasi inarrestabili e su cui la sceneggiatura imbastisce una continua discussione interiore sull’essere buono o cattivo, sull’uccidere senza remore i propri nemici o risparmiarli ed assicurarli alla giustizia “degli uomini”, con un Dwayne Johnson capace di distaccarsi dal classico ruolo di “uomo alto e forte ma buono e simpatico” (alla Jumanji per intenderci) dedicandosi anima e corpo ed ottenendo un ottimo risultato.

    Ovvia la presenza – date le premesse di antieroe del protagonista – di un villain “duro e puro”, che però complice anche il risicato minutaggio a lui dedicato finisce per essere un mero contentino per confermare le intenzioni di Adam verso il finale e per inserire il classico scontro finale tipico di queste pellicole.

    Sul lato tecnico, la regia di Jaume Collet-Serra e la fotografia curata da Lawrence Sher imbastiscono un film che visivamente non può che non riportare alla memoria i precedenti lavori del sopracitato Snyder, con una fotografia estremamente pacchiana che passa dalle tonalità pastello delle ambientazioni al neon che caratterizza i vari poteri degli eroi, come i fulmini di Adam o la magia di Fate, assieme ad una carrellata di sequenze al rallenty forse un po’ troppo predominanti. Doveroso comunque sottolineare come le numerose scene d’azione risultino, per la maggior parte, ben dirette, permettendo allo spettatore di capire ciò che avviene a schermo.

    Sul lato attoriale, oltre all’ottima prova di Johnson, sono – com’era facile aspettarsi – Aldis Hodge e Pierce Brosnan i due nomi che meglio riescono a creare empatia con i loro personaggi, lasciando più all’oscuro i loro compagni minori e soprattutto i vari personaggi “umani” (senza poteri), decisamente dimenticabili.

    Piccola parentesi per dedicare un plauso al reparto costumi, uno degli elementi decisamente più riusciti della pellicola e che sono riusciti, attraverso una mediazione tra ripresa del design classico e modernizzazione a creare alcune tra le migliori hero suit mai visti in un film di supereroi.

    CONCLUSIONI

    Con alti e bassi, la pellicola diretta da Jaume Collet-Serra riesce a portare sullo schermo un mix di azione e di avventura supereroistica decisamente divertente, a patto di tollerare una sceneggiatura decisamente semplice, con personaggi a volte ottimi come il protagonista o alcuni degli eroi ed altri invece tranquillamente dimenticabili ed un comparto tecnico pacchiano, che riporta alla mente lo Snyder di Justice League. Allo spettatore la decisione di accettare il compromesso, sedersi sulla poltrona del cinema e spegnere il cervello per due ore, oppure rifiutare.

    Fatto sta che The Rock non ha decisamente rivoluzionato il DCEU, ma è stato per lo meno capace di aggiustarne il tiro, nella speranza di un futuro un po’ più roseo.

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  • RECENSIONE IL SIGNORE DEGLI ANELLI: GLI ANELLI DEL POTERE – EPICA IMPERFETTA

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    Il mondo creato da J.R.R. Tolkien con Il Signore degli Anelli presenta due volti ben definiti: quello letterario dei romanzi e racconti e qualche poema , e quello successivo cinematografico di Peter Jackson. Entrambi sono stati rivoluzionari, e ciascuno ha plasmato un immaginario ben definito nel loro campo e nella loro epoca. 

    Il compito affidato da Amazon Studios al duo di showrunner esordienti J. D. Payne e Patrick McKay è stato quello, non facile né scontato, di forgiare una terza via, e Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere fa questo: la serie è il racconto del passato mitico del suddetto immaginario, nonché la sua riproposizione a un pubblico che, nel frattempo, ha avuto occasione di riscoprire altri generi di fantasy molto diversi fatti di sangue, sesso e troni di spade.

    Fin dai primi episodi (Trovate le nostre prime impressioni sulla serie qui), la nuova serie targata Amazon Studios mostrava un livello di dettaglio e immersione forse senza precedenti nella storia della televisione, così come lasciava scoperto il fianco ad alcune sostanziali pecche nella narrazione che la stagione avrebbe forse potuto correggere. La stagione si è conclusa e Gli Anelli del Potere conferma ampiamente i pregi così come i difetti intravisti all’inizio.

    L’UNIVERSO IN UNA BOTTIGLIA

    L’impressione dei primi capitoli, diretti da Juan Antonio Bayona, che questa serie avesse puntato molto sulla dettagliata ricostruzione visiva della Terra di Mezzo viene confermata nel corso della stagione: quello proposto da Gli Anelli del Potere è fin dalla prima stagione uno degli universi di finzione più ricchi di dettagli e di potenzialità espressive mai visti in televisione.

    Questo non è fine a sé stesso e non è solo sfoggio di grandi mezzi. Il sense of wonder e la sospensione dell’incredulità non vengono mai meno, e la grande cura nel distinguere popolazioni, culture e linguaggi a ogni spostamento geografico è sempre al centro della costruzione di questa nuova e antica Terra di Mezzo. Impeccabile il lavoro svolto nelle scenografie e nei costumi, quindi, ma l’attenzione spesa nell’esplorare i diversi angoli del mondo creato da Tolkien non si limita a questo: le differenze si percepiscono nei dialoghi, nei modi di dire, nella mentalità delle diverse popolazioni, ed è questa, in fin dei conti, la chiave di un world building vincente. World building che non è mai elemento secondario in una narrazione fantastica, ma è la base vitale per immergere lo spettatore in modo adeguato nelle vicende storiche e personali di una storia a così ampio respiro. In questo, dunque, Gli Anelli del Potere non delude.

    UN RACCONTO EPICO E DISCONTINUO

    È indubbio il lavoro svolto nel cercare di rimanere fedeli al nucleo tematico delle opere di Tolkien, più che nel trasporre con rigore filologico gli eventi e i personaggi dei suoi scritti. A dispetto di quanto affermano con livore certi commentatori, il team di sceneggiatori ha fatto i compiti per casa e ha riproposto lo spirito de Il Signore degli Anelli con relativa fedeltà e qualche interessante twist funzionale alla narrazione.

    La prima stagione de Gli Anelli del Potere è, infatti, un ampio racconto corale sulla lenta e progressiva presa di coscienza, da parte dei popoli della Terra di Mezzo, di un Male incombente, in realtà sempre esistito sullo sfondo della Storia. Lo scontro tra popoli, le differenze di cultura e mentalità che diventano, con fatica e sacrifici, reciproca comprensione, sono temi che sono il cuore pulsante de Il Signore degli Anelli; ma la serie di J. D. Payne e Patrick McKay non si limita a voler riproporre Tolkien nel 2022.

    La prima stagione di Gli Anelli del Potere è stata imperniata, nei primi episodi, attorno a una serie di punti di domanda chi è lo Straniero? Dietro a quale identità si nasconde Sauron? per tenere alta l’attenzione e la curiosità mediatica attorno alla serie, così come per delineare i personaggi, chiarire le loro motivazioni, esplorarne il background. Il disegno di questo nuovo antico mondo e dei suoi abitanti funziona, e i personaggi risultano ben definiti e caratterizzati. Lo sviluppo di questi misteri, l’evoluzione dei personaggi, d’altra parte, non sono sempre stati all’altezza della loro introduzione.

    L’intreccio delle vicende che culminano nella battaglia del sesto episodio, nell’irruzione della guerra nella Terra di Mezzo, è stato messo in scena con un rigore che tuttavia, alla lunga, finisce con il prendere il sopravvento sull’approfondimento psicologico, sull’umanità dei personaggi.

    Questi assurgono quasi tutti a figure mitologiche, vengono spogliati di qualsiasi dimensione umana e cristallizzati in virtù e difetti coerenti con l’impianto epico-mitologico della serie, e in quanto tali risultano spesso algidi e dalla difficile immedesimazione. Senza contare che, molti di questi, al termine della stagione, rimangono fermi ai blocchi di partenza dei primi episodi: sempre ben caratterizzati ma sostanzialmente immutati dalla loro introduzione.

    La narrazione incasella eventi e rivelazioni con una pacata meticolosità in cui persino la forma-episodio è diluita e poco funzionale alla scansione narrativa delle vicende, in questo lungo film di otto ore e passa diviso in episodi, che fin troppo spesso soffre della sua stessa meticolosità oltre che della sua natura introduttiva: molte linee narrative vengono lasciate con un certo senso di incompiutezza giunte al finale di stagione, anche se potrebbero riservare non poche sorprese per le stagioni future.

    LUCI E OMBRE DELLA SERIE TV PIU’ COSTOSA DI SEMPRE

    Gli sforzi della serie targata Amazon Studios sono ammirevoli ma non sempre soddisfano le aspettative create dalla sua origine letteraria e dall’inevitabile macchina dell’hype, messa in moto per la serie televisiva con il più alto budget di sempre. Gli Anelli del Potere sembra vivere di pura fascinazione per un mondo fantasy costruito in maniera eccellente, ma spesso fragile nello sviluppo narrativo e grezzo nel raccogliere le fila della trama imbastita. D’altra parte sarebbe pure un errore liquidare l’impianto spettacolare e il world building della serie come trionfo della forma sulla sostanza. Questa serie epica e imperfetta, dai notevoli pregi e notevoli difetti, non è ancora la nuova serie fantasy definitiva, ma ha tutte le potenzialità per diventarlo. L’interesse da parte del team di sceneggiatori nell’approfondire la Terra di Mezzo e i suoi abitanti c’è, le possibilità aperte per le prossime stagioni sono intriganti; basterebbe solo che Gli Anelli del Potere affinasse le sue ambiziose mire in una storia più coesa.

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  • RECENSIONE IL COLIBRÌ – UN AFFRESCO DI UMANITÀ

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    “Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac. Invecchi di colpo. Sicuro.”

    Il 21 luglio 2021 Nanni Moretti ha dimostrato sui social network, con il suo classico tocco d’ironia e spregiudicatezza, di non aver preso affatto bene la sconfitta alla 74ª edizione del Festival di Cannes e lo ha fatto con una foto in cui appare evidentemente invecchiato. Ricordare la bellezza e l’importanza di Titane di Julia Ducournau e, invece, l’esito non troppo soddisfacente di Tre piani sembra superfluo; ciò che fa sorridere è pensare come quello scatto di Nanni Moretti, pubblicato in segno di protesta per una sconfitta (a detta sua) immeritata, venga proprio dal set del film che stiamo per analizzare.

    Il colibrì è l’ultima opera di Francesca Archibugi, tratta dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi e presentata in anteprima alla 17ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Le alte aspettative nutrite nei confronti di questo film erano sorrette da motivi piuttosto evidenti. Francesca Archibugi è una regista e sceneggiatrice che, nel corso della sua trentennale carriera, ha saputo dimostrare grande sensibilità nel raccontare con coinvolgimento e rispetto storie di giovani protagonisti, di famiglie, di tragedie umane e sentimenti non facili da esporre, con esiti sempre pienamente dignitosi e talvolta di ottima fattura. 

    È necessario citare i nomi delle attrici e degli attori coinvolti all’interno di questa pellicola per fare emergere la grandiosità del cast: Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Nanni Moretti, Laura Morante, Massimo Ceccherini, Benedetta Porcaroli e altri ancora. È importante, inoltre, non dimenticare come la penna di Sandro Veronesi sappia toccare i tasti giusti dell’animo umano facendo emergere racconti toccanti ed equilibrati, perfettamente in linea con le esigenze di una buona sceneggiatura cinematografica. Tornando a Nanni Moretti, viene naturale menzionare Caos calmo, film che lo vede protagonista tratto dal romanzo di Sandro Veronesi e diretto da Aurelio Grimaldi: uno tra i risultati più alti della carriera di Moretti-attore, nonché un film toccante nel suo intimismo e nella sua delicatezza.

    Al centro del racconto si trova per intero la vita di Marco Carrera (Pierfrancesco Favino), dai primissimi anni della sua esistenza fino al momento della sua dipartita. Si tratta di una storia contrassegnata da problemi familiari, incomunicabilità, lutti, sensi di colpa e un

    profondo dolore del quale sembra difficile, se non impossibile, liberarsi. Le vicende di un uomo che ha perso di vista il punto focale della sua esistenza, incapace di fare un passo in qualsiasi direzione, per paura di vivere delle forti emozioni, intrappolato all’interno di una quotidianità di infelicità che rappresenta una vera e propria prigione ma che lo protegge dagli stimoli del mondo esterno, da emozioni e sentimenti potenzialmente pericolosi. Il soprannome del protagonista è “colibrì” proprio per la sua condizione di immobilità, laddove il mondo circostante continua a muoversi, a mutare forma in maniera costante e incomprensibile. Quella di Marco Carrera è la parabola di un uomo sopraffatto dallo scorrere inesorabile della vita ma che, con gli anni, riesce ad assumere una consapevolezza e un controllo che gli permettono di compiere un’ultima grande scelta, probabilmente la più importante di tutte.

    Il colibrì porta avanti un racconto in cui il confine tra caso e destino è sfumato, in cui risulta ostico credere in un piano più grande o appoggiarsi a credenze e convinzioni. Nel film l’assenza della religione e di una figura divina portatrice di speranza lascia i protagonisti in balia dello scorrere delle cose. Al contempo questa assenza di spiritualità sembra colmata da credenze popolari, tra sfortuna, fortuna e iettatori innominabili. Fanno da contraltare personaggi apparentemente dotati di poteri mistici o di una opprimente consapevolezza superiore, che rende insostenibile il peso della vita e del mondo circostante.

    Vengono portate sullo schermo le storie di personaggi psicologicamente complessi, stratificati, ricchi di sfumature e contraddizioni. Genitori traumatizzati incapaci di tenere al sicuro i figli dai loro problemi, con il concetto, tanto simbolico quanto concreto, di un filo che lega i nostri protagonisti impedendogli di spiccare il volo. Se nella mamma, interpretata da Kasia Smutniak, l’immaginazione è uno strumento di difesa contro il dolore, il filo immaginario che lega Adele al padre, Marco Carrera, rappresenta un campanello d’allarme, che ritornerà in un secondo momento sotto la forma straziante di una corda alla quale è legato il percorso di un’intera vita. Il legame tra il personaggio di Pierfrancesco Favino e la figlia, interpretata in età adulta da Benedetta Porcaroli, sarà scandito da momenti di grande profondità e da leitmotiv che daranno al finale un grande senso di completezza, toccando vette di emotività impreviste. È qui che il mezzo cinematografico sprigiona tutta la sua forza: quando l’unione di un gesto apparentemente insignificante come un fischiettio e una dissolvenza a nero riesce a penetrare così profondamente l’animo umano.

    È sorprendente la lungimiranza e il progressismo con cui vengono portati avanti temi come l’eutanasia e la tutela della salute mentale. La terapia è vista come uno strumento necessario per la risoluzione dei propri problemi e per tornare a tenere in mano le redini della propria vita. In merito, lo psichiatra interpretato magistralmente da Nanni Moretti è forse, assieme al protagonista, il personaggio più interessante dell’intera narrazione: rassicurante, pacato e sempre disponibile per il prossimo ma con un mondo interiore tutto da esplorare, veicolato dalla malinconia del suo sguardo e dai dubbi etici che si pone circa la sua professione. Difficile non trovare un parallelismo tra questo personaggio e il protagonista de La stanza del figlio, diretto da Nanni Moretti.

    Con la consapevolezza di portare avanti un paragone azzardato, Pierfrancesco Favino sembra sempre più degno del titolo di erede di Marcello Mastroianni sotto molteplici aspetti: l’intensità delle interpretazioni, la varietà dei ruoli scelti, la capacità di passare con naturalezza tra generi e registri diversi tra loro e, infine, il ruolo monopolistico ricoperto dalla sua figura all’interno della scena italiana nelle produzioni che contano. In maniera meno sorprendente rispetto a Il traditore di Marco Bellocchio o al più recente Nostalgia di Mario Martone, Favino mostra delle capacità linguistiche fuori dal comune, con la sua capacità nel modulare la dizione e l’accento per caratterizzare a pieno un personaggio, che lascia intravedere l’enorme studio e l’impegno profuso per entrare all’interno dei ruoli assegnatigli. La presenza di due giganti dello schermo come Pierfrancesco Favino e Nanni Moretti all’interno della stessa inquadratura dà la sensazione di trovarsi dinanzi a un capitolo della storia del cinema italiano destinato a rimanere nel tempo.

    Potrebbe risultare problematico lo sviluppo non lineare della narrazione, con continui flashback e flashforward che non permettono neppure di individuare un piano temporale principale. Se durante i primi minuti della pellicola questa soluzione di sceneggiatura appare sicuramente straniante e di conseguenza spaesante, andando avanti con il film è reso sempre più evidente come il filo conduttore della narrazione sia la memoria. I frammenti della vita del protagonista sono sì disordinati, ma per nulla casuali e seguono un percorso preciso che, come in un puzzle, finisce per creare un quadro d’insieme completo, coinvolgente e catartico, considerando la piega presa dagli eventi durante l’ultimo atto.

    Francesca Archibugi alla regia sa quando prendersi delle libertà e quando spingere il freno per assecondare le esigenze del racconto. La fotografia di Luca Bigazzi sembra voler semplicemente mostrare il mondo a grado zero, creando comunque delle immagini suggestive ma prive di una megalomania figurativa superflua per gli intenti del film. Le musiche non colpiscono per innovazione ma risultano comunque funzionanti, ancora più efficaci sono, però, i momenti in cui ad avere la meglio è il silenzio, in un film in cui il “non detto” gioca un ruolo fondamentale e in cui un semplice gioco di sguardi esprime significati non veicolati a parole.

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  • RECENSIONE AMANDA – RITRATTO DI UNA GENERAZIONE SPEZZATA

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    Amanda è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Venezia, nella sezione “Orizzonti Extra”, una selezione di film “caratterizzati da intenti d’innovazione e di originalità creativa nel rapporto col pubblico a cui sono rivolti”. Si tratta del debutto alla regia di Carolina Cavalli, vincitrice del Premio Solinas e sceneggiatrice della serie Netflix Zero oltre che dello stesso Amanda. 

    Al centro della vicenda c’è, appunto, Amanda (Benedetta Porcaroli), giovane ragazza di una famiglia borghese. Amanda non ha amici e soffre terribilmente questa mancanza. Così, quando scopre di essere stata amica d’infanzia di Rebecca (Galatéa Bellugi), sua coetanea chiusa nella propria camera da mesi, cerca di riallacciare con lei un rapporto

    GENERAZIONE SOLITARIA…

    Uno dei temi principali del film, presentato già a partire dalla seconda scena, è quello dell’incapacità comunicativa. Amanda è la perfetta rappresentazione di una fetta di una generazione, quella dei giovani tra i 20 e i 30 anni, alienata, non adatta alla socializzazione. La ragazza si aggrappa ai legami che possiede (la nipotina Stella e la governante Judy) con una forza possessiva, in quanto è incapace di sopportare la solitudine ma, allo stesso tempo, di creare dal nulla nuovi rapporti. 

    A questa rappresentazione di una ragazza sola si accompagna quella di una borghesia arricchita grottesca, perfettamente esemplificata dai personaggi delle due madri, interpretate da Giovanna Mezzogiorno e Monica Nappo: personaggi eccessivi, fuori dal mondo, entrambe ignare (o disinteressate) al benessere delle figlie. Contribuisce a questa sensazione di un’opulenza vuota di significato e di calore anche la scenografia: la casa di Amanda è bella, dotata di tutti i comfort (piscina inclusa), grande, ma ciò serve solo a sottolineare quanto i suoi spazi siano spogli e freddi, proprio come le persone che li abitano.

    Il grottesco viene portato avanti anche dalla regia, perfettamente adeguata per una esordiente, che riesce a utilizzare anche delle soluzioni interessanti per far percepire allo spettatore lo straniamento: i personaggi ripresi frontalmente al centro dell’inquadratura con nulla intorno, le conversazioni tra due persone interrotte da una terza che si pone nel mezzo, lo sguardo che per poco non sfocia nell’in camera.

    Straniamento e grottesco sono gli elementi fondanti anche della sceneggiatura, con battute lunghe, innaturali, e recitate come tali, personaggi caricaturali (oltre alle già segnalate madri abbiamo la stessa Amanda, la nipotina ossessionata da Gesù, la sorella esponente dello stile di vita vacuo alto-borghese…) e situazioni fuori dal comune, come ad esempio l’ “amicizia” sviluppata da Amanda con un cavallo.

    … GENERAZIONE BURN OUT

    La solitudine di Amanda sembra poter essere spezzata nel momento in cui “incontra” Rebecca. Questa è in realtà l’occasione per dimostrare, per l’ennesima volta, la propria incapacità nello stringere relazioni: i suoi tentativi di fare amicizia si fondano interamente sulla propria persistenza e sfociano, in un’occasione, addirittura nella cattiveria per tentare di entrare nel cuore, ma soprattutto nella stanza, della sua coetanea.

    Rebecca è l’altra rappresentante della generazione di Amanda: una ragazza che, a detta della madre, “era brava in tutti gli sport” e che ha in camera propria uno scatolone pieno di trofei e medaglie. Non è chiaro come e perché abbia preso la decisione di chiudersi in camera propria e di abbandonare ogni passione e rapporto. Tuttavia, a distanza di due anni dalla pandemia e dal lockdown le somiglianze con la situazione e la successiva crisi collettiva di salute mentale tra i giovani sembra essere un forte riferimento. Rebecca potrebbe anche essere la rappresentante di tutti quei “bambini talentuosi” trovatisi, alle soglie dell’adolescenza, ridimensionati nei propri talenti o, più semplicemente, stanchi delle aspettative di costante perfezione. 

    Amanda e Rebecca sono due poli di uno stesso malessere generazionale diffuso, incapaci di mantenere una relazione amicale sana, entrate l’una nell’orbita dell’altra nel tentativo di riempire il proprio vuoto esistenziale piuttosto che per interesse reciproco.

    Paradossalmente, così, l’unico giovane personaggio a risultare, a modo suo, realizzato, è proprio il “ragazzo” di Amanda, un fattone senza nome interpretato da un Michele Bravi in parte (è al suo debutto cinematografico, dopo la partecipazione a una fiction RAI e una serie targata Amazon Prime). Nonostante il film e la protagonista vogliano farcelo passare come cattivo, si tratta probabilmente dell’unico personaggio ad aver trovato e aver realizzato il proprio (ridicolo) obbiettivo nella vita -quello di distribuire preservativi gratis alle feste- e a saper creare e mantenere relazioni coi suoi coetanei.

    … GENERAZIONE “DIFETTOSA”

    Basandosi unicamente sull’analisi dei temi e dei rapporti tra i personaggi, Amanda è certamente un film che sviluppa spunti interessanti e più che mai topici, specialmente per la generazione a cui si rivolge, senza mai cadere in una rappresentazione ridicolizzante o dannosa. Tuttavia, presenta alcuni difetti che ne incrinano la riuscita.

    Porcaroli, onnipresente, è alla ferma guida del cast dando prova di grande versatilità nei panni della sfrontata e scostante protagonista. Tra i personaggi secondari ci sono alcune prove d’attore meno riuscite, mentre tra i comprimari a spiccare in negativo è Bellugi nella parte di Rebecca. La sua performance raramente regge il confronto con quella della sua co star, con cui il paragone è quasi inevitabile dal momento che sono praticamente sempre assieme in scena. 

    Inoltre, il film sembra troppo spesso avere fiducia nella nostra aderenza alla visione della protagonista o nella simpatia nei suoi confronti, non sempre assicurata. Infatti, pur essendo un personaggio con cui potenzialmente identificarsi, Amanda è anche assolutamente ignara dei vantaggi di cui gode in quanto figlia di una famiglia ricca, e spesso e volentieri eccessivamente vittimista. Si aggiungano alcune delle sue frasi, pensate probabilmente per essere espressioni facilmente quotabili di girl power, che finiscono invece per risultare spesso infantili e immature (“Siamo in mezzo al nulla!”, le urla la sorella quando scende dalla sua macchina e fa per avviarsi a piedi verso casa. “Tu sei il nulla!”, le risponde Amanda, età 25 anni). 

    A onor del film, va riconosciuto a Cavalli di aver concesso alla sua protagonista di esistere come personaggio femminile dotato tanto di pregi quanto di difetti, e di crescere ed evolvere (almeno in parte) nel corso del film.

    CONCLUSIONI

    Nel complesso, Amanda è un debutto interessante in cui la prolissità del copione, ennesimo elemento di costruzione di una borghesia tronfia e falsa, viene messa a servizio di una regia che ne sottolinei la natura tragi-comica, una regia che si dimostra già dotata di qualche guizzo creativo, con a proprio favore un’ottima interpretazione della sua protagonista. Un prodotto certamente non perfetto e ancora da smussare in alcuni elementi come la gestione dei personaggi, ma che si presta benissimo ad una visione disimpegnata.

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  • RECENSIONE HALLOWEEN ENDS – IL FINALE CHE NON TI ASPETTI

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    Impresa all’apparenza semplice ma in realtà particolarmente insidiosa quella in cui si è imbarcato nel 2018 David Gordon Green prendendo la saga di Halloween, creata da John Carpenter nel 1978, dalle mani del regista “a basso costo” Rob Zombie – che ne aveva realizzato un remake dell’originale nel 2007 che ebbe anche un seguito nel 2009 – con l’intenzione di creare una nuova trilogia che si ponesse come sequel diretto di quel primo capitolo uscito quasi quarant’anni prima.

    L’uscita del primo nuovo capitolo fu, nonostante il mix di critiche sia dei professionisti che del pubblico, complessivamente un grande successo, tanto da assicurare la realizzazione effettiva degli altri due capitoli intitolati rispettivamente Kills ed Ends. 

    Halloween Kills raggiunse le sale nell’ottobre del 2021 proponendo un bagno di sangue lungo 105 minuti in cui Michael Myers sembrava quasi immortale, potenziato dalla cattiveria e dal male insito nelle persone che egli stesso aveva contribuito a creare (se volete approfondire il nostro parere, trovate qui la nostra recensione). Ad un anno esatto di distanza arriva sul grande schermo il tanto atteso capitolo finale –  tanto conclusivo da voler inserire la parola end direttamente nel titolo –, ma sarà davvero la fine del franchise? E in questo caso, siamo di fronte a un buon finale o a un’occasione sprecata? Scopritelo in questa recensione.

    FOLIE À DEUX

    2019, Haddonfield. A un anno dal massacro avvenuto durante la notte di Halloween, Michael Myers è scomparso e la città vive un periodo di apparente tranquillità. L’ombra dell’assassino è ancora presente e molte persone temono per la loro incolumità e per quella della loro famiglia. Si torna a chiamare quindi un babysitter per i propri figli, come Corey (Rohan Campbell), giovane ragazzo di ventun’anni che trova in questo lavoretto soldi facili per pagarsi il college. Ma – come da tradizione per un buon film horror che si rispetti – la morte è dietro l’angolo, facendo precipitare il giovane ragazzo in un vortice di dolore e sofferenza. Dopo un prologo che serve per mettere sulla scacchiera i primi pezzi, il film ci porta avanti di altri tre anni fino al 2022, mostrandoci una Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) – che vive con la nipote Allyson (Andi Matichak), ora infermiera – alle prese con la scrittura delle proprie memorie. Michael Myers è ancora scomparso.

    Già dall’inizio si può intendere quale fosse l’obiettivo di Green per questo terzo (ed ultimo, lo sottolineiamo) capitolo della saga: mostrare un prodotto in continuità con il passato che sia in grado di mantenere la propria anima ma che allo stesso tempo riesca ad allontanarsi dagli stilemi classici della saga per proporre qualcosa di diverso. Se dovessimo pescare un altro capitolo del franchise che per certi versi assomiglia a questo Ends sarebbe proprio quel tanto amato/odiato Halloween III – Il signore della notte (o Season of the Witch con il bellissimo sottotitolo originale), film datato 1982 che propone un racconto senza Michael, un po’ come fa Green relegando la presenza del boogeyman a poche scene per quasi tutta la durata della pellicola fino al finale dove invece torna nella sua maestosità per l’ultimo grandioso scontro conclusivo.

    Nonostante questo crei un enorme sbilanciamento tra una prima metà in cui si assiste quasi più a un film drammatico piuttosto che a un horror e una seconda metà dove l’anima slasher torna invece preponderante, il tema fondamentale a cui ruota attorno questa pellicola (e che per proprietà commutativa finisce poi per diventare il fulcro attorno a cui ruota tutta la nuova trilogia nel complesso) è il male in tutte le sue forme. Dove nel capitolo del 2018 si metteva in mostra l’ossessiva ricerca di Myers, del comprendere il suo “punto di vista” da un lato e del cercare di fermarlo una volta per tutte dall’altro e in Kills si mostrava l’isteria di massa e le sue conseguenze, in Ends viene mostrato come l’odio, più o meno motivato, di una cittadina intera possa portare alla nascita di veri e propri mostri anche tra le persone più comuni, mostri che nemmeno Michael Myers in persone riesce a fermare e che si ritrova quasi spaventato, inerme davanti alla loro presenza.

    CARA, ODIATA HADDONFIELD

    Dal punto di vista tecnico, è innegabile l’ulteriore salto in avanti compiuto da Green in questa pellicola. Se già nel capitolo precedente riusciva a mettere in scena qualche sequenza interessante ma accerchiata da tante altre più semplici e classiche, qui il regista texano dimostra piena padronanza del mix regia e sceneggiatura, riuscendo a mostrare con le immagini il perfetto corredo di ciò che la storia vuole raccontare e mettendo così in scena il suo miglior approccio registico. Non siamo comunque di fronte alla rivoluzione, questo risulta innegabile, e di certo non si ha nemmeno la pretesa di accostare la regia di Green a quella del buon Carpenter ma, aiutata da una buona fotografia e dai vari reparti visivi, la pellicola risulta decisamente bella da vedere. La sequenza che decreta la bravura di Green si rivela poi essere lo scontro finale, capace di creare la giusta tensione, senza togliere spazio agli attori con movimenti di macchina che potevano risultare soverchianti ma al tempo stesso nemmeno troppo statici, portando sullo schermo uno scontro decisamente epico e simbolico per la saga intera.

    Ottimo lavoro è stato anche svolto dagli attori che vanno a comporre il cast. Jamie Lee Curtis risulta come sempre magnetica, capace di mettere in scena una Laurie Strode che continua a portarsi dietro gli strascichi di quella fatidica notte del ’78 con in aggiunta la ancora fresca mattanza del 2018 ma che è decisa a mettere la parola “fine” su tutto questo, accompagnata da un James Jude Courtney che, per quanto disponga di un minutaggio a schermo decisamente ridotto, riesce a mettere in scena un Michael debole e quasi stanco come non si era mai visto ma comunque capace di ritornare alla furia di un tempo giusto per lo scontro finale. Dove Andi Matichak svolge un buon lavoro “senza infamia e senza lode”, è senza dubbio il venticinquenne Rohan Campbell a mostrarsi come vera scoperta del film, forse grazie anche all’ampio minutaggio dedicato al suo Corey, capace di mettere in scena un personaggio sfaccettato e complesso ma senza scadere nell’eccessivo stereotipo o nell’overacting.

    CONCLUSIONI

    Con Halloween Ends David Gordon Green porta a termine non solo la sua trilogia ma l’intera saga di Halloween, e lo fa con un finale che si allontana dalle atmosfere più slasher e piene di sangue del capitolo precedente e che preferisce guardarsi dentro, presentando una rilettura del genere stesso, e fuori, parlando prima di Haddonfield e poi di Michael Myers. Non lo fa sempre al meglio: il ritmo decisamente pacato della prima metà che si trasforma in una vera e propria maratona nella seconda può scoraggiare molti, così come anche la quasi totale assenza di Michael che esce dalla sua tana solo per decretare la fine di tutto con un bellissimo scontro finale.

    Un finale che a molti farà storcere il naso, che molti potranno addirittura odiare e detestare, ma che dimostra come David Gordon Green – oltre a essere maturato come regista di capitolo in capitolo – sia riuscito a mettere in scena la sua storia e, seppur sia caduto in diversi momenti facendosi del male da solo, non possiamo che apprezzare il suo coraggio e la sua tenacia.

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  • RECENSIONE RRR – SUPERUOMINI DALL’INDIA

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    Dodicesima opera di S. S. Rajamouli nonché film più costoso della storia del cinema indiano, RRR è arrivato anche in Italia distribuito da Netflix, permettendo di gustare anche nel nostro Paese questa pellicola che è diventata a tutti gli effetti, negli ultimi mesi, un caso internazionale, arrivando a collezionare tre nomination agli imminenti Saturn Awards. Prodotto a Tollywood, industria cinematografica specializzata in film in lingua telugu, da non confondere con la ben più famosa Bollywood che porta avanti la produzione di film hindi, RRR è ambientato nel 1920 nell’India colonizzata dagli inglesi. Una talentuosa bambina indiana della tribù Gond viene rapita dal tirannico amministratore britannico e dalla moglie. Komaram Bheem, che vigila sulla tribù, si mette in viaggio per cercarla e riportarla a casa, ad ogni costo. Si imbatterà lungo il cammino in Rama Raju, un ambizioso ufficiale della polizia imperiale indiana cui è stato assegnato il compito di fermarlo, ma che – inconsapevole della sua identità – diventa suo amico fraterno fino a quando cominceranno ad emergere le prime verità, determinando uno scontro epocale.  Se da un lato bisogna ringraziare Netflix per aver distribuito il film, dall’altra parte è abbastanza inspiegabile la scelta della celebre piattaforma streaming di fornire il film doppiato in hindi, non permettendo allo spettatore di poter usufruire della visione in lingua originale.

    Con questa opera S. S. Rajamouli  racconta l’amicizia tra due rivoluzionari indiani realmente esistiti creando un racconto epico e volutamente non realistico in cui i protagonisti seguono un processo di divinizzazione. Sin dalle prime battute del film il regista mette in mostra tutte le sue capacità e tutti i soldi spesi nell’operazione, utilizzando in maniera intelligente carrelli laterali, macchina a mano, piani sequenza e ralenti (di cui alla lunga tende tuttavia ad abusare) per costruire scene d’azione di grande spettacolarità e sempre sopra le righe, ambientate in numerosi e imponenti set con centinaia di comparse e condite di una CGI di discreto livello. I due protagonisti, interpretati da Rama Rao Jr. e Ram Charan, due delle star più famose del mondo di Tollywood, qui alla prima esperienza insieme dato che nessuna produzione in precedenza aveva avuto sufficienti soldi per potersi permettere di ingaggiare entrambi, sono due superuomini, protagonisti di una pellicola d’azione ultra muscolare, che riesce tuttavia a trascendere i generi, passando dall’action puro al thriller politico, dal musical alla commedia romantica. Dopo un lungo incipit di 30 minuti, la nascita della loro amicizia viene mostrata attraverso una parentesi musicale messa in scena come un videoclip, utilizzando la musica in maniera diegetica, metodo adottato anche in altri segmenti della pellicola, su tutti la sfida di ballo tra i protagonisti e gli inglesi, in cui la danza è uno strumento di riscatto sociale. Anche attraverso queste sequenze, in cui avviene l’incontro tra l’occidente e la cultura indiana, il film esplicita l’intento di fondere diverse influenze, creando un’opera fortemente radicata nella cultura indiana, ma filtrata attraverso l’azione e la spettacolarità del cinema hollywoodiano.

    All’interno della storia S. S. Rajamouli  non si pone problemi nel dipingere nel peggiore dei modi l’ingombrante dominazione inglese, che risulta essere il motore stesso della narrazione, in particolare attraverso le figure dell’amministratore britannico e di sua moglie, persone crudeli e sadiche, con la seconda dedita alla creazione come passatempo di atroci strumenti di tortura. Il film inoltre spinge sul pedale della violenza, mostrando l’uccisione di bambini e le violenze compiute dall’Impero britannico. L’unica eccezione tra i britannici viene rappresentata dal personaggio di Jenny, interesse amoroso di Bheem, dalla cui interazione nascono siparietti a tratti comici e a tratti agrodolci basati sulla barriera linguistica presente tra i due. Il rapporto più importante del film, tuttavia, resta quello tra i due protagonisti, che danno vita a una sentitissima bromance alternata a duri scontri, in cui queste semidivinità, simboleggiate dal fuoco e dall’acqua che si materializzano nella lotta tra i due, non hanno problemi a mostrare le lacrime per la sofferenza dell’altro. 

    Il film, della durata mastodontica di tre ore, non rispetta la classica struttura narrativa in tre atti, dando più volte l’impressione, anche a causa del minutaggio eccessivo, di trovarsi di fronte a una miniserie assemblata in un unico film, con personaggi fondamentali per alcuni “episodi” e di cui si perdono le tracce per il resto della pellicola o, viceversa, personaggi importanti presentati solo nella seconda metà del film. Inoltre, nell’ultima parte della pellicola, si ha paradossalmente la sensazione che qualcosa sia stato tagliato, con dinamiche narrative che non riescono a essere solide e molte situazioni che vengono risolte grazie a coincidenze di eventi che, casualmente, capitano al posto giusto e al momento giusto. L’escalation dell’assurdità delle scene d’azione col passare dei minuti porta il film a sembrare quasi un B-movie realizzato con tutti i crismi del caso, capace però di divertire in maniera efficace e a risultare già iconico. 

    Pur con alcuni difetti, uno su tutti l’estenuante minutaggio, nel complesso RRR risulta essere un esempio di grande cinema di intrattenimento, un qualcosa di diverso rispetto a ciò che siamo abituati a vedere, che ci permette di avere un assaggio del cinema indiano con innesti hollywoodiani:  un buon punto di partenza per esplorare questo vastissimo mondo cinematografico.

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  • RECENSIONE THE MIDNIGHT CLUB – DECAMERON DELL’ORRORE

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    Si può dire che tutto questo ebbe inizio nel 2017, quando in una Netflix affermata ma ancora in rodaggio approdò Il gioco di Gerald, diretto e sceneggiato da Mike Flanagan e con cui partì quello che la stessa piattaforma ora ama chiamare Flanaverse, ma che in parole più semplici è espressione di un sodalizio nato tra il regista e la casa stessa che, a partire da quella prima pellicola ispirata da un racconto del maestro del brivido Stephen King, sarebbe proseguita con l’adattamento di altre opere letterarie dell’orrore che portarono alla nascita della serie The Haunting, caratterizzata da due stagioni autoconclusive e con la propria storia ed i propri personaggi. La prima stagione ebbe un enorme successo sia di critica che di pubblico, tanto da portare alla produzione con cadenza quasi annuale di un nuovo prodotto per la piattaforma. Ad esclusione del 2019 in cui il regista si dedicò all’adattamento di Doctor Sleep, arriva nel 2020 la seconda stagione di The Haunting e nel 2021 l’originale Midnight Mass, presentando dunque un “ritorno alle origini” in questo 2022 con la realizzazione di un nuovo adattamento letterario, questa volta prendendo il romanzo per ragazzi The Midnight Club scritto da Christopher Pike. 

    GIOVANI AUTORI DELL’ORRORE

    “A chi c’era prima e a chi ci sarà dopo. A noi adesso e a chi è oltre. Visibile o invisibile, qui ma non qui.”

    La protagonista della storia è Ilonka (Iman Benson), giovane ragazza a cui pochi giorni prima dell’inizio dell’università viene diagnosticato un cancro alla tiroide. Dopo essersi sottoposta a un ciclo di cure senza successo, decide di recarsi a Brightcliffe, ospizio per ragazzi allo stadio terminale in cui possono passare gli ultimi momenti in serenità che sembra però nascondere un qualche segreto legato alla miracolosa guarigione di una ragazza e alla presenza passata di uno strano culto.

    Dopo l’introduzione della protagonista ed il suo arrivo nella struttura, la narrazione procede seguendo una base facilmente assimilabile all’italianissimo Decameron ad opera di Boccaccio: se nell’opera del XIV Secolo i protagonisti erano un gruppo di dieci ragazzi fuggiti dalla peste e che si raccontano storie per passare il tempo, nella serie i sette ospiti della struttura si riuniscono allo scoccare della mezzanotte in biblioteca dove, dopo aver recitato il loro motto, a turno si raccontano storie di fantasmi proseguendo quella che sembra una ricorrenza del luogo risalente a molti anni prima del loro arrivo. Assieme alle storie, che si presentano come autoconclusive o al massimo divise in due parti, la serie presenta anche una sua trama orizzontale tra gli episodi andando a rivelare pian piano i vari misteri della struttura sopra citati.

    Per quanto interessante, la trama orizzontale finisce per essere in più punti forse troppo semplice e scontata presentando un susseguirsi di vicende che tende verso una struttura più tipica del teen drama piuttosto che del racconto dell’orrore, tanto che in questi momenti sono veramente pochi se non quasi nulli i momenti di tensione lasciando molto più spazio ai rapporti che si sviluppano tra i pazienti dell’ospizio.

    Elemento invece decisamente funzionante e che rende il prodotto decisamente degno di essere visto sono proprio le storie. Di base semplici, vanno a pescare da diversi generi passando dall’horror più vario alla fantascienza, ma presentando sempre un elemento caratteristico della persona che prende in mano le redini della narrazione. Oltre all’espediente visivo dei personaggi della storia con gli stessi volti dei pazienti, si presenta in fase di scrittura delle varie ghost stories l’autoaccetazione della propria malattia – che varia di paziente in paziente – ed il far fronte con il proprio passato, i propri traumi ed i propri demoni, che finiscono nel racconto per prendere le sembianze di fantasmi, serial killer, robot assassini dal futuro, ognuno contestualizzato rispetto al soggetto di riferimento.

    RACCOLTA DI (NON TANTO) PICCOLI BRIVIDI

    Ambientando le vicende nel 1994, la serie porta con sé lo spettatore alla riscoperta degli anni ’90, a quando i videogiocatori aspettavano con ansia l’uscita della prima Playstation di Sony, si ascoltava la musica rap di Tupac, Nas e The Notorious B.I.G. e ci si vestiva con le felpe oversize e si indossava sempre il cappello con la visiera all’indietro. Oltre agli elementi puramente narrativi, un plauso va all’accurato studio e alla conseguente resa visiva di quegli anni, attraverso soprattutto i costumi e le ambientazioni e questo vale sia per il “presente narrativo” che per le varie storie, ognuna costruita visivamente in maniera unica. In questo aiuta certamente la buona fotografia e la regia, le cui redini sono nelle mani di Flanagan stesso ma co-gestito da un team composto da Axelle Carolyn (regista anche di alcuni episodi di Bly Manor e American Horror Story), Michael Fimognari, Viet Nguyen (conosciuto ai più per la regia di Lucifer), Morgan Beggs e Emmanuel Osei-Kuffor, capaci di mettere in scena in maniera ottimale le vicende ma generando un imprescindibile scarto con le prime due puntate in cui la capace (e più rodata) mano di Flanagan riesce a creare momenti di tensione ed orrore decisamente più riusciti.

    Altro elemento di certo importante per la riuscita della serie sta nel cast, composto per la stragrande maggioranza da giovani attori tutti decisamente in parte e capaci di gestire al meglio la scena, ma comprendendo anche alcuni volti ricorrenti nelle storie di Flanagan, come Rahul Kohli, Larsen Thompson o Henry Thomas ed altri conosciuti da altre storie tipiche del panorama horror, come Heather Langenkamp (la Nancy Thompson di Nightmare) o William B. Davis (il misterioso Cigarette Smoking Man di X-Files).

    CONCLUSIONI

    Con un “ritorno alle origini”, Mike Flanagan conferma il suo sodalizio con Netflix e presenta la sua annuale addizione al Flanaverse con The Midnight Club. Tratta dall’omonimo romanzo, la serie combina assieme una trama orizzontale interessante ma poco approfondita ed una “raccolta” di storie dell’orrore che i protagonisti si raccontano a turno attorno al fuoco. Reparto costumi e scenografie riescono a mettere in scena ottimamente le giuste atmosfere, aiutati dalla buona fotografia e da alcuni picchi registici che si raggiungono grazie alla sapiente mano di Flanagan.

    Un ottimo prodotto insomma che, nonostante risulti sbilanciato sulla componente più teen drama piuttosto che su quella horror, si manifesta come ottimo apripista per questa nuova stagione degli orrori.

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  • RECENSIONE HATCHING – UNA NUOVA COVATA MALEFICA

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    “La maggior parte di noi ha bisogno di uova.”

    (Woody Allen, Io e Annie, 1977)

    Nella genealogia delle tante aberrazioni familiari e adolescenziali frequentate dal cinema, Hatching – La forma del male (Pahanhautoja), esordio alla regia della finlandese Anna Bergholm, trova il suo ramo di discendenza lungo la linea di sangue dell’horror mother-daughter. Questo sottogenere, caratterizzato dalle unghiacce lunghe del mostruoso artigliate in quel nucleo di realismo contorto e traumatico perfino più terrificante, fatto di legami parentali asfissianti e deviati, ritratti sfibrati e coraggiosi di una femminilità vittima e carnefice, vivide proiezioni psicanalitiche addensate nella cruenta irruzione del soprannaturale, ha sfornato negli anni diverse opere di grande qualità: dall’imprescindibile Carrie di Brian De Palma (1976) a suggestivi epigoni contemporanei come A Banquet (2021) di Ruth Paxton (inedito in Italia) o il più celebre Babadook (2014) di Jennifer Kent. 

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    La protagonista della vicenda è la dodicenne Tinja (Siiri Solalinna), tranquilla ragazzina di un’agiata famiglia che pare incorniciata nella felicità armoniosa di una vita da dépliant pubblicitario del benessere. Governata da una madre social maniac (l’inquietante Sophia Heikkilä) che filma morbosamente ogni momento del quotidiano, e che dietro un’avvenente maschera di modi concilianti e affabile candore cela la feroce determinazione e l’egoismo con cui dirige i rapporti domestici: tradisce senza segreti, e anzi col sorriso sulle labbra, il pietoso e insignificante marito (che accetta passivamente la situazione), scansa l’affetto per il figlio più piccolo e soprattutto segue con attenzione maniacale gli allenamenti da ginnasta di Tinja, in previsione di un’imminente gara. Sottoposta a pressioni enormi, in un’aria che comincia a farsi strana, durante un’uscita notturna dai contorni onirici Tinja finisce a sassate il corvo già agonizzante che poco prima era penetrato in casa sua, scoprendo a fianco della carogna un piccolo uovo, che decide di portare via con sé.

    L’uovo cresce a dismisura e velocità rapidissima, avvampa come una rossa membrana pulsante, dà colpi come un nascituro in grembo, batte come un cuore rivelatore degli impulsi profondi soffocati da Tinja, preme per venire alla luce in orribili forme e rompere il guscio di ipocrisia del nido familiare, verniciato di uno smalto di fintissimo e insopportabile decoro idilliaco. 

    Lo strano ibrido d’uccello (un animatronic opera del designer Gustav Hoegen) adottato e cresciuto da Tinja, sorta di bambola lurida, brutto anatroccolo e animalesco doppio – via via più umano – a cui dare un soprannome come a un’amichetta (Alli), spazzolare i capelli sporchi e radi e medicare le ferite (le stesse piaghe scavate nelle mani della ragazza dai ripetuti esercizi alla sbarra), sta appostato tra gli angoli di casa, fa il bagno in vasca come E.T. e disperde saliva e bave repellenti come un Alien

    Nascosto nell’armadio, sotto il letto, aggrappato agli stipiti e alle grucce, pronto a saltare addosso o inseguire alle spalle la minaccia designata, come facevano i “figli della rabbia” incubati e partoriti da Nola Carveth in The Brood – La covata malefica (1979) di David Cronenberg: immondi nanetti sguinzagliati nel mondo a eliminare ostacoli e riparare torti subiti o percepiti dalla madre, similmente a come la filacciosa e beccuta creatura (s)covata da Tinja (piccola e accudente madre affettuosa, che tollera il difforme e il deforme, al contrario dell’inflessibile specchio di perfezione della genitrice) sembra assorbire e somatizzare materialmente all’esterno nevrosi e pulsioni represse della ragazzina. Mettendo in atto brutali rappresaglie e tentando assalti su chi ne disturba la quiete e il percorso di affermazione (l’ostile e rumoroso cane dei vicini, il fratellino spione, la nuova compagna-rivale in palestra, il vedovo amante della madre con figlioletta neonata).

    MATER DOLOROSA

    Hatching si pone al perfetto incrocio tra l’espressione materica del film di genere più esogeno – il body horror sulle metamorfosi dei corpi-cloni e i transfert delle ubique affinità telepatiche, il revenge movie cerebrale e sanguinolento – e certe tematiche da cinema d’autore europeo contemporaneo, arthouse, “da Sundance”, direbbero i meno entusiasti. 

    Dietro i rigurgiti opportunamente sgradevoli e indigesti per il pubblico abituato al pop-corn movie più mainstream (il becchime masticato e vomitato nella ciotola da Tinja – anche simbolo di un’allarmante anoressia-, per sfamare l’uccellino Alli come farebbe una chioccia con i suoi pulcini), ambisce al discorso metaforico sulla crisi e la degenerazione della cellula familiare, dei suoi malsani rapporti coercitivi che intrappolano la natura istintuale della persona. Incentrato su figure di maternità stonate e filiazioni abnormi (oggetto d’indagine privilegiato di questa new wave di horror nordeuropei, come anche dimostrato da Lamb dell’islandese Valdimar Jóhannsson [link recensione: https://framescinemawebzine.com/recensione-lamb/], sviluppate in caratteri dissonanti ed eterodossi dell’identità femminile (facile richiamare il caso emblematico di Titane di Julia Ducournau, Palma D’oro a Cannes 2021). 

    Un femminile che va qui riscattato e liberato dall’ideale castrante di ossessiva perfezione della sua immagine pubblica, dalla condanna all’infallibilità della performance sociale, in un regime di rappresentazione e visibilità sempre più opprimente e pervasivo, tematizzato nella figura della madre-influencer che scarica sulla figlia il peso di irrisolte ambizioni frustrate (il sogno di pattinatrice interrotto presumibilmente da un infortunio di cui conserva la cicatrice), obbligandola all’esercizio sfinente, e all’invadenza costante della recita esistenziale della famiglia perfetta, offerta in streaming nel circuito della viralità. 

    GUIDA (HORROR) PER RICONOSCERE I TUOI FIGLI

    Anna Bergholm conosce la grammatica del genere (soggettive ansiogene e aggiranti alla Carpenter, occhi che scrutano negli armadi e carcasse smembrate, montaggio parallelo nei picchi di tensione), amministra topoi (l’uccisione del corvo) e ferri del mestiere (coltelli sguainati in salotto e accette sospese su culle d’infanti in camera da letto), rivisti con sensibilità aggiornata a un moderno jeu de massacre domestico, che fa a fette il quadretto illlusorio della famigliola borghese in villetta, e ne insozza il selfie zuccheroso tra la carta da parati a fiori e le morbide tinte pastello dei filtri social.

    Hatching si muove con perizia tra spazi, tempi e corridoi della suspense di un thriller claustrofobico da cameretta degli orrori, con vista pessimistica su un mondo di adulti che frana tra esasperata intrusione dominante (la madre tiranna) e un’assenza così tragica e patetica da risultare perfino comica (l’insulso padre dal sorriso ebete, in polo rosa, calzoni kaki e ordinato maglioncino sulle spalle). Un’inquietante allegoria delle intrinseche contraddizioni e dei poli opposti del femminile, incarnati in una maternità mostruosa e duplice (benigna e assassina, cannibale e nutrice), trasmessa ai figli come il contagio di una tara ereditaria. 

    Un coming of age di ingresso all’età del dolore come una rilettura fiabesca dell’attraversamento di una soglia che comporta l’abbandono dell’innocenza e la perdita di sangue (quello mestruale del quale il padre di Tinija crede di vedere le macchie sul letto, senza comprendere nulla). Come inevitabile processo di rinascita e fisica reincarnazione nella propria metà oscura: la scomoda e raccapricciante accettazione del lato più fosco e repulsivo di ogni identità in fieri, che si vorrebbe nascondere sotto un tappeto visivo di splendente e imperturbabile sicurezza normativa da famiglia modello.

    In un andamento compatto ma tutto sommato prevedibile, il film di Bergholm si tiene in equilibrio tra la tensione sottile e impalpabile che si irradia dal volto ambivalente e del doppio corpo, vulnerabile e aggressivo, della protagonista (la bravissima Siiri Solalinna, stretta nel tormento interiore tra una fragilità indifesa e un’impressionante maturità) e le eruzioni cutanee di orrore puro. 

    Ciò che colpisce meno è la satira trasparente e non troppo ficcante – forse perché non proprio nuovissima – delle video-ossessioni social. Così come manca, forse, un vero colpo d’ala registico capace di rendere Hatching un horror davvero sovversivo e potentemente disturbante sul duello tra genitori e figli, come The Innocents (2021) di Eskil Vogt (del quale resta insuperata la scena della sadica vendetta sul materno a opera del piccolo villain telecinetico). Dall’uovo di Anna Bergholm, sguscia comunque fuori una gradita e affilata sorpresa orrorifica da non mancare in sala. 

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