Category: Recensioni

  • RECENSIONE IL COLIBRÌ – UN AFFRESCO DI UMANITÀ

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac. Invecchi di colpo. Sicuro.”

    Il 21 luglio 2021 Nanni Moretti ha dimostrato sui social network, con il suo classico tocco d’ironia e spregiudicatezza, di non aver preso affatto bene la sconfitta alla 74ª edizione del Festival di Cannes e lo ha fatto con una foto in cui appare evidentemente invecchiato. Ricordare la bellezza e l’importanza di Titane di Julia Ducournau e, invece, l’esito non troppo soddisfacente di Tre piani sembra superfluo; ciò che fa sorridere è pensare come quello scatto di Nanni Moretti, pubblicato in segno di protesta per una sconfitta (a detta sua) immeritata, venga proprio dal set del film che stiamo per analizzare.

    Il colibrì è l’ultima opera di Francesca Archibugi, tratta dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi e presentata in anteprima alla 17ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Le alte aspettative nutrite nei confronti di questo film erano sorrette da motivi piuttosto evidenti. Francesca Archibugi è una regista e sceneggiatrice che, nel corso della sua trentennale carriera, ha saputo dimostrare grande sensibilità nel raccontare con coinvolgimento e rispetto storie di giovani protagonisti, di famiglie, di tragedie umane e sentimenti non facili da esporre, con esiti sempre pienamente dignitosi e talvolta di ottima fattura. 

    È necessario citare i nomi delle attrici e degli attori coinvolti all’interno di questa pellicola per fare emergere la grandiosità del cast: Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Nanni Moretti, Laura Morante, Massimo Ceccherini, Benedetta Porcaroli e altri ancora. È importante, inoltre, non dimenticare come la penna di Sandro Veronesi sappia toccare i tasti giusti dell’animo umano facendo emergere racconti toccanti ed equilibrati, perfettamente in linea con le esigenze di una buona sceneggiatura cinematografica. Tornando a Nanni Moretti, viene naturale menzionare Caos calmo, film che lo vede protagonista tratto dal romanzo di Sandro Veronesi e diretto da Aurelio Grimaldi: uno tra i risultati più alti della carriera di Moretti-attore, nonché un film toccante nel suo intimismo e nella sua delicatezza.

    Al centro del racconto si trova per intero la vita di Marco Carrera (Pierfrancesco Favino), dai primissimi anni della sua esistenza fino al momento della sua dipartita. Si tratta di una storia contrassegnata da problemi familiari, incomunicabilità, lutti, sensi di colpa e un

    profondo dolore del quale sembra difficile, se non impossibile, liberarsi. Le vicende di un uomo che ha perso di vista il punto focale della sua esistenza, incapace di fare un passo in qualsiasi direzione, per paura di vivere delle forti emozioni, intrappolato all’interno di una quotidianità di infelicità che rappresenta una vera e propria prigione ma che lo protegge dagli stimoli del mondo esterno, da emozioni e sentimenti potenzialmente pericolosi. Il soprannome del protagonista è “colibrì” proprio per la sua condizione di immobilità, laddove il mondo circostante continua a muoversi, a mutare forma in maniera costante e incomprensibile. Quella di Marco Carrera è la parabola di un uomo sopraffatto dallo scorrere inesorabile della vita ma che, con gli anni, riesce ad assumere una consapevolezza e un controllo che gli permettono di compiere un’ultima grande scelta, probabilmente la più importante di tutte.

    Il colibrì porta avanti un racconto in cui il confine tra caso e destino è sfumato, in cui risulta ostico credere in un piano più grande o appoggiarsi a credenze e convinzioni. Nel film l’assenza della religione e di una figura divina portatrice di speranza lascia i protagonisti in balia dello scorrere delle cose. Al contempo questa assenza di spiritualità sembra colmata da credenze popolari, tra sfortuna, fortuna e iettatori innominabili. Fanno da contraltare personaggi apparentemente dotati di poteri mistici o di una opprimente consapevolezza superiore, che rende insostenibile il peso della vita e del mondo circostante.

    Vengono portate sullo schermo le storie di personaggi psicologicamente complessi, stratificati, ricchi di sfumature e contraddizioni. Genitori traumatizzati incapaci di tenere al sicuro i figli dai loro problemi, con il concetto, tanto simbolico quanto concreto, di un filo che lega i nostri protagonisti impedendogli di spiccare il volo. Se nella mamma, interpretata da Kasia Smutniak, l’immaginazione è uno strumento di difesa contro il dolore, il filo immaginario che lega Adele al padre, Marco Carrera, rappresenta un campanello d’allarme, che ritornerà in un secondo momento sotto la forma straziante di una corda alla quale è legato il percorso di un’intera vita. Il legame tra il personaggio di Pierfrancesco Favino e la figlia, interpretata in età adulta da Benedetta Porcaroli, sarà scandito da momenti di grande profondità e da leitmotiv che daranno al finale un grande senso di completezza, toccando vette di emotività impreviste. È qui che il mezzo cinematografico sprigiona tutta la sua forza: quando l’unione di un gesto apparentemente insignificante come un fischiettio e una dissolvenza a nero riesce a penetrare così profondamente l’animo umano.

    È sorprendente la lungimiranza e il progressismo con cui vengono portati avanti temi come l’eutanasia e la tutela della salute mentale. La terapia è vista come uno strumento necessario per la risoluzione dei propri problemi e per tornare a tenere in mano le redini della propria vita. In merito, lo psichiatra interpretato magistralmente da Nanni Moretti è forse, assieme al protagonista, il personaggio più interessante dell’intera narrazione: rassicurante, pacato e sempre disponibile per il prossimo ma con un mondo interiore tutto da esplorare, veicolato dalla malinconia del suo sguardo e dai dubbi etici che si pone circa la sua professione. Difficile non trovare un parallelismo tra questo personaggio e il protagonista de La stanza del figlio, diretto da Nanni Moretti.

    Con la consapevolezza di portare avanti un paragone azzardato, Pierfrancesco Favino sembra sempre più degno del titolo di erede di Marcello Mastroianni sotto molteplici aspetti: l’intensità delle interpretazioni, la varietà dei ruoli scelti, la capacità di passare con naturalezza tra generi e registri diversi tra loro e, infine, il ruolo monopolistico ricoperto dalla sua figura all’interno della scena italiana nelle produzioni che contano. In maniera meno sorprendente rispetto a Il traditore di Marco Bellocchio o al più recente Nostalgia di Mario Martone, Favino mostra delle capacità linguistiche fuori dal comune, con la sua capacità nel modulare la dizione e l’accento per caratterizzare a pieno un personaggio, che lascia intravedere l’enorme studio e l’impegno profuso per entrare all’interno dei ruoli assegnatigli. La presenza di due giganti dello schermo come Pierfrancesco Favino e Nanni Moretti all’interno della stessa inquadratura dà la sensazione di trovarsi dinanzi a un capitolo della storia del cinema italiano destinato a rimanere nel tempo.

    Potrebbe risultare problematico lo sviluppo non lineare della narrazione, con continui flashback e flashforward che non permettono neppure di individuare un piano temporale principale. Se durante i primi minuti della pellicola questa soluzione di sceneggiatura appare sicuramente straniante e di conseguenza spaesante, andando avanti con il film è reso sempre più evidente come il filo conduttore della narrazione sia la memoria. I frammenti della vita del protagonista sono sì disordinati, ma per nulla casuali e seguono un percorso preciso che, come in un puzzle, finisce per creare un quadro d’insieme completo, coinvolgente e catartico, considerando la piega presa dagli eventi durante l’ultimo atto.

    Francesca Archibugi alla regia sa quando prendersi delle libertà e quando spingere il freno per assecondare le esigenze del racconto. La fotografia di Luca Bigazzi sembra voler semplicemente mostrare il mondo a grado zero, creando comunque delle immagini suggestive ma prive di una megalomania figurativa superflua per gli intenti del film. Le musiche non colpiscono per innovazione ma risultano comunque funzionanti, ancora più efficaci sono, però, i momenti in cui ad avere la meglio è il silenzio, in un film in cui il “non detto” gioca un ruolo fondamentale e in cui un semplice gioco di sguardi esprime significati non veicolati a parole.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Corrao" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2022/06/frames-300×300.jpeg" image_id="6935|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-alessandro-corrao" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE AMANDA – RITRATTO DI UNA GENERAZIONE SPEZZATA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Amanda è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Venezia, nella sezione “Orizzonti Extra”, una selezione di film “caratterizzati da intenti d’innovazione e di originalità creativa nel rapporto col pubblico a cui sono rivolti”. Si tratta del debutto alla regia di Carolina Cavalli, vincitrice del Premio Solinas e sceneggiatrice della serie Netflix Zero oltre che dello stesso Amanda. 

    Al centro della vicenda c’è, appunto, Amanda (Benedetta Porcaroli), giovane ragazza di una famiglia borghese. Amanda non ha amici e soffre terribilmente questa mancanza. Così, quando scopre di essere stata amica d’infanzia di Rebecca (Galatéa Bellugi), sua coetanea chiusa nella propria camera da mesi, cerca di riallacciare con lei un rapporto

    GENERAZIONE SOLITARIA…

    Uno dei temi principali del film, presentato già a partire dalla seconda scena, è quello dell’incapacità comunicativa. Amanda è la perfetta rappresentazione di una fetta di una generazione, quella dei giovani tra i 20 e i 30 anni, alienata, non adatta alla socializzazione. La ragazza si aggrappa ai legami che possiede (la nipotina Stella e la governante Judy) con una forza possessiva, in quanto è incapace di sopportare la solitudine ma, allo stesso tempo, di creare dal nulla nuovi rapporti. 

    A questa rappresentazione di una ragazza sola si accompagna quella di una borghesia arricchita grottesca, perfettamente esemplificata dai personaggi delle due madri, interpretate da Giovanna Mezzogiorno e Monica Nappo: personaggi eccessivi, fuori dal mondo, entrambe ignare (o disinteressate) al benessere delle figlie. Contribuisce a questa sensazione di un’opulenza vuota di significato e di calore anche la scenografia: la casa di Amanda è bella, dotata di tutti i comfort (piscina inclusa), grande, ma ciò serve solo a sottolineare quanto i suoi spazi siano spogli e freddi, proprio come le persone che li abitano.

    Il grottesco viene portato avanti anche dalla regia, perfettamente adeguata per una esordiente, che riesce a utilizzare anche delle soluzioni interessanti per far percepire allo spettatore lo straniamento: i personaggi ripresi frontalmente al centro dell’inquadratura con nulla intorno, le conversazioni tra due persone interrotte da una terza che si pone nel mezzo, lo sguardo che per poco non sfocia nell’in camera.

    Straniamento e grottesco sono gli elementi fondanti anche della sceneggiatura, con battute lunghe, innaturali, e recitate come tali, personaggi caricaturali (oltre alle già segnalate madri abbiamo la stessa Amanda, la nipotina ossessionata da Gesù, la sorella esponente dello stile di vita vacuo alto-borghese…) e situazioni fuori dal comune, come ad esempio l’ “amicizia” sviluppata da Amanda con un cavallo.

    … GENERAZIONE BURN OUT

    La solitudine di Amanda sembra poter essere spezzata nel momento in cui “incontra” Rebecca. Questa è in realtà l’occasione per dimostrare, per l’ennesima volta, la propria incapacità nello stringere relazioni: i suoi tentativi di fare amicizia si fondano interamente sulla propria persistenza e sfociano, in un’occasione, addirittura nella cattiveria per tentare di entrare nel cuore, ma soprattutto nella stanza, della sua coetanea.

    Rebecca è l’altra rappresentante della generazione di Amanda: una ragazza che, a detta della madre, “era brava in tutti gli sport” e che ha in camera propria uno scatolone pieno di trofei e medaglie. Non è chiaro come e perché abbia preso la decisione di chiudersi in camera propria e di abbandonare ogni passione e rapporto. Tuttavia, a distanza di due anni dalla pandemia e dal lockdown le somiglianze con la situazione e la successiva crisi collettiva di salute mentale tra i giovani sembra essere un forte riferimento. Rebecca potrebbe anche essere la rappresentante di tutti quei “bambini talentuosi” trovatisi, alle soglie dell’adolescenza, ridimensionati nei propri talenti o, più semplicemente, stanchi delle aspettative di costante perfezione. 

    Amanda e Rebecca sono due poli di uno stesso malessere generazionale diffuso, incapaci di mantenere una relazione amicale sana, entrate l’una nell’orbita dell’altra nel tentativo di riempire il proprio vuoto esistenziale piuttosto che per interesse reciproco.

    Paradossalmente, così, l’unico giovane personaggio a risultare, a modo suo, realizzato, è proprio il “ragazzo” di Amanda, un fattone senza nome interpretato da un Michele Bravi in parte (è al suo debutto cinematografico, dopo la partecipazione a una fiction RAI e una serie targata Amazon Prime). Nonostante il film e la protagonista vogliano farcelo passare come cattivo, si tratta probabilmente dell’unico personaggio ad aver trovato e aver realizzato il proprio (ridicolo) obbiettivo nella vita -quello di distribuire preservativi gratis alle feste- e a saper creare e mantenere relazioni coi suoi coetanei.

    … GENERAZIONE “DIFETTOSA”

    Basandosi unicamente sull’analisi dei temi e dei rapporti tra i personaggi, Amanda è certamente un film che sviluppa spunti interessanti e più che mai topici, specialmente per la generazione a cui si rivolge, senza mai cadere in una rappresentazione ridicolizzante o dannosa. Tuttavia, presenta alcuni difetti che ne incrinano la riuscita.

    Porcaroli, onnipresente, è alla ferma guida del cast dando prova di grande versatilità nei panni della sfrontata e scostante protagonista. Tra i personaggi secondari ci sono alcune prove d’attore meno riuscite, mentre tra i comprimari a spiccare in negativo è Bellugi nella parte di Rebecca. La sua performance raramente regge il confronto con quella della sua co star, con cui il paragone è quasi inevitabile dal momento che sono praticamente sempre assieme in scena. 

    Inoltre, il film sembra troppo spesso avere fiducia nella nostra aderenza alla visione della protagonista o nella simpatia nei suoi confronti, non sempre assicurata. Infatti, pur essendo un personaggio con cui potenzialmente identificarsi, Amanda è anche assolutamente ignara dei vantaggi di cui gode in quanto figlia di una famiglia ricca, e spesso e volentieri eccessivamente vittimista. Si aggiungano alcune delle sue frasi, pensate probabilmente per essere espressioni facilmente quotabili di girl power, che finiscono invece per risultare spesso infantili e immature (“Siamo in mezzo al nulla!”, le urla la sorella quando scende dalla sua macchina e fa per avviarsi a piedi verso casa. “Tu sei il nulla!”, le risponde Amanda, età 25 anni). 

    A onor del film, va riconosciuto a Cavalli di aver concesso alla sua protagonista di esistere come personaggio femminile dotato tanto di pregi quanto di difetti, e di crescere ed evolvere (almeno in parte) nel corso del film.

    CONCLUSIONI

    Nel complesso, Amanda è un debutto interessante in cui la prolissità del copione, ennesimo elemento di costruzione di una borghesia tronfia e falsa, viene messa a servizio di una regia che ne sottolinei la natura tragi-comica, una regia che si dimostra già dotata di qualche guizzo creativo, con a proprio favore un’ottima interpretazione della sua protagonista. Un prodotto certamente non perfetto e ancora da smussare in alcuni elementi come la gestione dei personaggi, ma che si presta benissimo ad una visione disimpegnata.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Silvia Strambi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post-300×300.png" image_id="924|medium" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-silvia-strambi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE HALLOWEEN ENDS – IL FINALE CHE NON TI ASPETTI

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Impresa all’apparenza semplice ma in realtà particolarmente insidiosa quella in cui si è imbarcato nel 2018 David Gordon Green prendendo la saga di Halloween, creata da John Carpenter nel 1978, dalle mani del regista “a basso costo” Rob Zombie – che ne aveva realizzato un remake dell’originale nel 2007 che ebbe anche un seguito nel 2009 – con l’intenzione di creare una nuova trilogia che si ponesse come sequel diretto di quel primo capitolo uscito quasi quarant’anni prima.

    L’uscita del primo nuovo capitolo fu, nonostante il mix di critiche sia dei professionisti che del pubblico, complessivamente un grande successo, tanto da assicurare la realizzazione effettiva degli altri due capitoli intitolati rispettivamente Kills ed Ends. 

    Halloween Kills raggiunse le sale nell’ottobre del 2021 proponendo un bagno di sangue lungo 105 minuti in cui Michael Myers sembrava quasi immortale, potenziato dalla cattiveria e dal male insito nelle persone che egli stesso aveva contribuito a creare (se volete approfondire il nostro parere, trovate qui la nostra recensione). Ad un anno esatto di distanza arriva sul grande schermo il tanto atteso capitolo finale –  tanto conclusivo da voler inserire la parola end direttamente nel titolo –, ma sarà davvero la fine del franchise? E in questo caso, siamo di fronte a un buon finale o a un’occasione sprecata? Scopritelo in questa recensione.

    FOLIE À DEUX

    2019, Haddonfield. A un anno dal massacro avvenuto durante la notte di Halloween, Michael Myers è scomparso e la città vive un periodo di apparente tranquillità. L’ombra dell’assassino è ancora presente e molte persone temono per la loro incolumità e per quella della loro famiglia. Si torna a chiamare quindi un babysitter per i propri figli, come Corey (Rohan Campbell), giovane ragazzo di ventun’anni che trova in questo lavoretto soldi facili per pagarsi il college. Ma – come da tradizione per un buon film horror che si rispetti – la morte è dietro l’angolo, facendo precipitare il giovane ragazzo in un vortice di dolore e sofferenza. Dopo un prologo che serve per mettere sulla scacchiera i primi pezzi, il film ci porta avanti di altri tre anni fino al 2022, mostrandoci una Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) – che vive con la nipote Allyson (Andi Matichak), ora infermiera – alle prese con la scrittura delle proprie memorie. Michael Myers è ancora scomparso.

    Già dall’inizio si può intendere quale fosse l’obiettivo di Green per questo terzo (ed ultimo, lo sottolineiamo) capitolo della saga: mostrare un prodotto in continuità con il passato che sia in grado di mantenere la propria anima ma che allo stesso tempo riesca ad allontanarsi dagli stilemi classici della saga per proporre qualcosa di diverso. Se dovessimo pescare un altro capitolo del franchise che per certi versi assomiglia a questo Ends sarebbe proprio quel tanto amato/odiato Halloween III – Il signore della notte (o Season of the Witch con il bellissimo sottotitolo originale), film datato 1982 che propone un racconto senza Michael, un po’ come fa Green relegando la presenza del boogeyman a poche scene per quasi tutta la durata della pellicola fino al finale dove invece torna nella sua maestosità per l’ultimo grandioso scontro conclusivo.

    Nonostante questo crei un enorme sbilanciamento tra una prima metà in cui si assiste quasi più a un film drammatico piuttosto che a un horror e una seconda metà dove l’anima slasher torna invece preponderante, il tema fondamentale a cui ruota attorno questa pellicola (e che per proprietà commutativa finisce poi per diventare il fulcro attorno a cui ruota tutta la nuova trilogia nel complesso) è il male in tutte le sue forme. Dove nel capitolo del 2018 si metteva in mostra l’ossessiva ricerca di Myers, del comprendere il suo “punto di vista” da un lato e del cercare di fermarlo una volta per tutte dall’altro e in Kills si mostrava l’isteria di massa e le sue conseguenze, in Ends viene mostrato come l’odio, più o meno motivato, di una cittadina intera possa portare alla nascita di veri e propri mostri anche tra le persone più comuni, mostri che nemmeno Michael Myers in persone riesce a fermare e che si ritrova quasi spaventato, inerme davanti alla loro presenza.

    CARA, ODIATA HADDONFIELD

    Dal punto di vista tecnico, è innegabile l’ulteriore salto in avanti compiuto da Green in questa pellicola. Se già nel capitolo precedente riusciva a mettere in scena qualche sequenza interessante ma accerchiata da tante altre più semplici e classiche, qui il regista texano dimostra piena padronanza del mix regia e sceneggiatura, riuscendo a mostrare con le immagini il perfetto corredo di ciò che la storia vuole raccontare e mettendo così in scena il suo miglior approccio registico. Non siamo comunque di fronte alla rivoluzione, questo risulta innegabile, e di certo non si ha nemmeno la pretesa di accostare la regia di Green a quella del buon Carpenter ma, aiutata da una buona fotografia e dai vari reparti visivi, la pellicola risulta decisamente bella da vedere. La sequenza che decreta la bravura di Green si rivela poi essere lo scontro finale, capace di creare la giusta tensione, senza togliere spazio agli attori con movimenti di macchina che potevano risultare soverchianti ma al tempo stesso nemmeno troppo statici, portando sullo schermo uno scontro decisamente epico e simbolico per la saga intera.

    Ottimo lavoro è stato anche svolto dagli attori che vanno a comporre il cast. Jamie Lee Curtis risulta come sempre magnetica, capace di mettere in scena una Laurie Strode che continua a portarsi dietro gli strascichi di quella fatidica notte del ’78 con in aggiunta la ancora fresca mattanza del 2018 ma che è decisa a mettere la parola “fine” su tutto questo, accompagnata da un James Jude Courtney che, per quanto disponga di un minutaggio a schermo decisamente ridotto, riesce a mettere in scena un Michael debole e quasi stanco come non si era mai visto ma comunque capace di ritornare alla furia di un tempo giusto per lo scontro finale. Dove Andi Matichak svolge un buon lavoro “senza infamia e senza lode”, è senza dubbio il venticinquenne Rohan Campbell a mostrarsi come vera scoperta del film, forse grazie anche all’ampio minutaggio dedicato al suo Corey, capace di mettere in scena un personaggio sfaccettato e complesso ma senza scadere nell’eccessivo stereotipo o nell’overacting.

    CONCLUSIONI

    Con Halloween Ends David Gordon Green porta a termine non solo la sua trilogia ma l’intera saga di Halloween, e lo fa con un finale che si allontana dalle atmosfere più slasher e piene di sangue del capitolo precedente e che preferisce guardarsi dentro, presentando una rilettura del genere stesso, e fuori, parlando prima di Haddonfield e poi di Michael Myers. Non lo fa sempre al meglio: il ritmo decisamente pacato della prima metà che si trasforma in una vera e propria maratona nella seconda può scoraggiare molti, così come anche la quasi totale assenza di Michael che esce dalla sua tana solo per decretare la fine di tutto con un bellissimo scontro finale.

    Un finale che a molti farà storcere il naso, che molti potranno addirittura odiare e detestare, ma che dimostra come David Gordon Green – oltre a essere maturato come regista di capitolo in capitolo – sia riuscito a mettere in scena la sua storia e, seppur sia caduto in diversi momenti facendosi del male da solo, non possiamo che apprezzare il suo coraggio e la sua tenacia.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_-300×300.png" image_id="1648|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://framescinemawebzine.com/redazione-mattia-bianconi/" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE RRR – SUPERUOMINI DALL’INDIA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Dodicesima opera di S. S. Rajamouli nonché film più costoso della storia del cinema indiano, RRR è arrivato anche in Italia distribuito da Netflix, permettendo di gustare anche nel nostro Paese questa pellicola che è diventata a tutti gli effetti, negli ultimi mesi, un caso internazionale, arrivando a collezionare tre nomination agli imminenti Saturn Awards. Prodotto a Tollywood, industria cinematografica specializzata in film in lingua telugu, da non confondere con la ben più famosa Bollywood che porta avanti la produzione di film hindi, RRR è ambientato nel 1920 nell’India colonizzata dagli inglesi. Una talentuosa bambina indiana della tribù Gond viene rapita dal tirannico amministratore britannico e dalla moglie. Komaram Bheem, che vigila sulla tribù, si mette in viaggio per cercarla e riportarla a casa, ad ogni costo. Si imbatterà lungo il cammino in Rama Raju, un ambizioso ufficiale della polizia imperiale indiana cui è stato assegnato il compito di fermarlo, ma che – inconsapevole della sua identità – diventa suo amico fraterno fino a quando cominceranno ad emergere le prime verità, determinando uno scontro epocale.  Se da un lato bisogna ringraziare Netflix per aver distribuito il film, dall’altra parte è abbastanza inspiegabile la scelta della celebre piattaforma streaming di fornire il film doppiato in hindi, non permettendo allo spettatore di poter usufruire della visione in lingua originale.

    Con questa opera S. S. Rajamouli  racconta l’amicizia tra due rivoluzionari indiani realmente esistiti creando un racconto epico e volutamente non realistico in cui i protagonisti seguono un processo di divinizzazione. Sin dalle prime battute del film il regista mette in mostra tutte le sue capacità e tutti i soldi spesi nell’operazione, utilizzando in maniera intelligente carrelli laterali, macchina a mano, piani sequenza e ralenti (di cui alla lunga tende tuttavia ad abusare) per costruire scene d’azione di grande spettacolarità e sempre sopra le righe, ambientate in numerosi e imponenti set con centinaia di comparse e condite di una CGI di discreto livello. I due protagonisti, interpretati da Rama Rao Jr. e Ram Charan, due delle star più famose del mondo di Tollywood, qui alla prima esperienza insieme dato che nessuna produzione in precedenza aveva avuto sufficienti soldi per potersi permettere di ingaggiare entrambi, sono due superuomini, protagonisti di una pellicola d’azione ultra muscolare, che riesce tuttavia a trascendere i generi, passando dall’action puro al thriller politico, dal musical alla commedia romantica. Dopo un lungo incipit di 30 minuti, la nascita della loro amicizia viene mostrata attraverso una parentesi musicale messa in scena come un videoclip, utilizzando la musica in maniera diegetica, metodo adottato anche in altri segmenti della pellicola, su tutti la sfida di ballo tra i protagonisti e gli inglesi, in cui la danza è uno strumento di riscatto sociale. Anche attraverso queste sequenze, in cui avviene l’incontro tra l’occidente e la cultura indiana, il film esplicita l’intento di fondere diverse influenze, creando un’opera fortemente radicata nella cultura indiana, ma filtrata attraverso l’azione e la spettacolarità del cinema hollywoodiano.

    All’interno della storia S. S. Rajamouli  non si pone problemi nel dipingere nel peggiore dei modi l’ingombrante dominazione inglese, che risulta essere il motore stesso della narrazione, in particolare attraverso le figure dell’amministratore britannico e di sua moglie, persone crudeli e sadiche, con la seconda dedita alla creazione come passatempo di atroci strumenti di tortura. Il film inoltre spinge sul pedale della violenza, mostrando l’uccisione di bambini e le violenze compiute dall’Impero britannico. L’unica eccezione tra i britannici viene rappresentata dal personaggio di Jenny, interesse amoroso di Bheem, dalla cui interazione nascono siparietti a tratti comici e a tratti agrodolci basati sulla barriera linguistica presente tra i due. Il rapporto più importante del film, tuttavia, resta quello tra i due protagonisti, che danno vita a una sentitissima bromance alternata a duri scontri, in cui queste semidivinità, simboleggiate dal fuoco e dall’acqua che si materializzano nella lotta tra i due, non hanno problemi a mostrare le lacrime per la sofferenza dell’altro. 

    Il film, della durata mastodontica di tre ore, non rispetta la classica struttura narrativa in tre atti, dando più volte l’impressione, anche a causa del minutaggio eccessivo, di trovarsi di fronte a una miniserie assemblata in un unico film, con personaggi fondamentali per alcuni “episodi” e di cui si perdono le tracce per il resto della pellicola o, viceversa, personaggi importanti presentati solo nella seconda metà del film. Inoltre, nell’ultima parte della pellicola, si ha paradossalmente la sensazione che qualcosa sia stato tagliato, con dinamiche narrative che non riescono a essere solide e molte situazioni che vengono risolte grazie a coincidenze di eventi che, casualmente, capitano al posto giusto e al momento giusto. L’escalation dell’assurdità delle scene d’azione col passare dei minuti porta il film a sembrare quasi un B-movie realizzato con tutti i crismi del caso, capace però di divertire in maniera efficace e a risultare già iconico. 

    Pur con alcuni difetti, uno su tutti l’estenuante minutaggio, nel complesso RRR risulta essere un esempio di grande cinema di intrattenimento, un qualcosa di diverso rispetto a ciò che siamo abituati a vedere, che ci permette di avere un assaggio del cinema indiano con innesti hollywoodiani:  un buon punto di partenza per esplorare questo vastissimo mondo cinematografico.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Luca Orusa" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/09/frames-300×300.jpg" image_id="3590|medium" image_border_radius="" company="Caporedattore" link="https://framescinemawebzine.com/redazione-luca-orusa/" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE THE MIDNIGHT CLUB – DECAMERON DELL’ORRORE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Si può dire che tutto questo ebbe inizio nel 2017, quando in una Netflix affermata ma ancora in rodaggio approdò Il gioco di Gerald, diretto e sceneggiato da Mike Flanagan e con cui partì quello che la stessa piattaforma ora ama chiamare Flanaverse, ma che in parole più semplici è espressione di un sodalizio nato tra il regista e la casa stessa che, a partire da quella prima pellicola ispirata da un racconto del maestro del brivido Stephen King, sarebbe proseguita con l’adattamento di altre opere letterarie dell’orrore che portarono alla nascita della serie The Haunting, caratterizzata da due stagioni autoconclusive e con la propria storia ed i propri personaggi. La prima stagione ebbe un enorme successo sia di critica che di pubblico, tanto da portare alla produzione con cadenza quasi annuale di un nuovo prodotto per la piattaforma. Ad esclusione del 2019 in cui il regista si dedicò all’adattamento di Doctor Sleep, arriva nel 2020 la seconda stagione di The Haunting e nel 2021 l’originale Midnight Mass, presentando dunque un “ritorno alle origini” in questo 2022 con la realizzazione di un nuovo adattamento letterario, questa volta prendendo il romanzo per ragazzi The Midnight Club scritto da Christopher Pike. 

    GIOVANI AUTORI DELL’ORRORE

    “A chi c’era prima e a chi ci sarà dopo. A noi adesso e a chi è oltre. Visibile o invisibile, qui ma non qui.”

    La protagonista della storia è Ilonka (Iman Benson), giovane ragazza a cui pochi giorni prima dell’inizio dell’università viene diagnosticato un cancro alla tiroide. Dopo essersi sottoposta a un ciclo di cure senza successo, decide di recarsi a Brightcliffe, ospizio per ragazzi allo stadio terminale in cui possono passare gli ultimi momenti in serenità che sembra però nascondere un qualche segreto legato alla miracolosa guarigione di una ragazza e alla presenza passata di uno strano culto.

    Dopo l’introduzione della protagonista ed il suo arrivo nella struttura, la narrazione procede seguendo una base facilmente assimilabile all’italianissimo Decameron ad opera di Boccaccio: se nell’opera del XIV Secolo i protagonisti erano un gruppo di dieci ragazzi fuggiti dalla peste e che si raccontano storie per passare il tempo, nella serie i sette ospiti della struttura si riuniscono allo scoccare della mezzanotte in biblioteca dove, dopo aver recitato il loro motto, a turno si raccontano storie di fantasmi proseguendo quella che sembra una ricorrenza del luogo risalente a molti anni prima del loro arrivo. Assieme alle storie, che si presentano come autoconclusive o al massimo divise in due parti, la serie presenta anche una sua trama orizzontale tra gli episodi andando a rivelare pian piano i vari misteri della struttura sopra citati.

    Per quanto interessante, la trama orizzontale finisce per essere in più punti forse troppo semplice e scontata presentando un susseguirsi di vicende che tende verso una struttura più tipica del teen drama piuttosto che del racconto dell’orrore, tanto che in questi momenti sono veramente pochi se non quasi nulli i momenti di tensione lasciando molto più spazio ai rapporti che si sviluppano tra i pazienti dell’ospizio.

    Elemento invece decisamente funzionante e che rende il prodotto decisamente degno di essere visto sono proprio le storie. Di base semplici, vanno a pescare da diversi generi passando dall’horror più vario alla fantascienza, ma presentando sempre un elemento caratteristico della persona che prende in mano le redini della narrazione. Oltre all’espediente visivo dei personaggi della storia con gli stessi volti dei pazienti, si presenta in fase di scrittura delle varie ghost stories l’autoaccetazione della propria malattia – che varia di paziente in paziente – ed il far fronte con il proprio passato, i propri traumi ed i propri demoni, che finiscono nel racconto per prendere le sembianze di fantasmi, serial killer, robot assassini dal futuro, ognuno contestualizzato rispetto al soggetto di riferimento.

    RACCOLTA DI (NON TANTO) PICCOLI BRIVIDI

    Ambientando le vicende nel 1994, la serie porta con sé lo spettatore alla riscoperta degli anni ’90, a quando i videogiocatori aspettavano con ansia l’uscita della prima Playstation di Sony, si ascoltava la musica rap di Tupac, Nas e The Notorious B.I.G. e ci si vestiva con le felpe oversize e si indossava sempre il cappello con la visiera all’indietro. Oltre agli elementi puramente narrativi, un plauso va all’accurato studio e alla conseguente resa visiva di quegli anni, attraverso soprattutto i costumi e le ambientazioni e questo vale sia per il “presente narrativo” che per le varie storie, ognuna costruita visivamente in maniera unica. In questo aiuta certamente la buona fotografia e la regia, le cui redini sono nelle mani di Flanagan stesso ma co-gestito da un team composto da Axelle Carolyn (regista anche di alcuni episodi di Bly Manor e American Horror Story), Michael Fimognari, Viet Nguyen (conosciuto ai più per la regia di Lucifer), Morgan Beggs e Emmanuel Osei-Kuffor, capaci di mettere in scena in maniera ottimale le vicende ma generando un imprescindibile scarto con le prime due puntate in cui la capace (e più rodata) mano di Flanagan riesce a creare momenti di tensione ed orrore decisamente più riusciti.

    Altro elemento di certo importante per la riuscita della serie sta nel cast, composto per la stragrande maggioranza da giovani attori tutti decisamente in parte e capaci di gestire al meglio la scena, ma comprendendo anche alcuni volti ricorrenti nelle storie di Flanagan, come Rahul Kohli, Larsen Thompson o Henry Thomas ed altri conosciuti da altre storie tipiche del panorama horror, come Heather Langenkamp (la Nancy Thompson di Nightmare) o William B. Davis (il misterioso Cigarette Smoking Man di X-Files).

    CONCLUSIONI

    Con un “ritorno alle origini”, Mike Flanagan conferma il suo sodalizio con Netflix e presenta la sua annuale addizione al Flanaverse con The Midnight Club. Tratta dall’omonimo romanzo, la serie combina assieme una trama orizzontale interessante ma poco approfondita ed una “raccolta” di storie dell’orrore che i protagonisti si raccontano a turno attorno al fuoco. Reparto costumi e scenografie riescono a mettere in scena ottimamente le giuste atmosfere, aiutati dalla buona fotografia e da alcuni picchi registici che si raggiungono grazie alla sapiente mano di Flanagan.

    Un ottimo prodotto insomma che, nonostante risulti sbilanciato sulla componente più teen drama piuttosto che su quella horror, si manifesta come ottimo apripista per questa nuova stagione degli orrori.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_-300×300.png" image_id="1648|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-mattia-bianconi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE HATCHING – UNA NUOVA COVATA MALEFICA

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    “La maggior parte di noi ha bisogno di uova.”

    (Woody Allen, Io e Annie, 1977)

    Nella genealogia delle tante aberrazioni familiari e adolescenziali frequentate dal cinema, Hatching – La forma del male (Pahanhautoja), esordio alla regia della finlandese Anna Bergholm, trova il suo ramo di discendenza lungo la linea di sangue dell’horror mother-daughter. Questo sottogenere, caratterizzato dalle unghiacce lunghe del mostruoso artigliate in quel nucleo di realismo contorto e traumatico perfino più terrificante, fatto di legami parentali asfissianti e deviati, ritratti sfibrati e coraggiosi di una femminilità vittima e carnefice, vivide proiezioni psicanalitiche addensate nella cruenta irruzione del soprannaturale, ha sfornato negli anni diverse opere di grande qualità: dall’imprescindibile Carrie di Brian De Palma (1976) a suggestivi epigoni contemporanei come A Banquet (2021) di Ruth Paxton (inedito in Italia) o il più celebre Babadook (2014) di Jennifer Kent. 

    SBATTI IL MOSTRO IN VIDEOBLOG

    La protagonista della vicenda è la dodicenne Tinja (Siiri Solalinna), tranquilla ragazzina di un’agiata famiglia che pare incorniciata nella felicità armoniosa di una vita da dépliant pubblicitario del benessere. Governata da una madre social maniac (l’inquietante Sophia Heikkilä) che filma morbosamente ogni momento del quotidiano, e che dietro un’avvenente maschera di modi concilianti e affabile candore cela la feroce determinazione e l’egoismo con cui dirige i rapporti domestici: tradisce senza segreti, e anzi col sorriso sulle labbra, il pietoso e insignificante marito (che accetta passivamente la situazione), scansa l’affetto per il figlio più piccolo e soprattutto segue con attenzione maniacale gli allenamenti da ginnasta di Tinja, in previsione di un’imminente gara. Sottoposta a pressioni enormi, in un’aria che comincia a farsi strana, durante un’uscita notturna dai contorni onirici Tinja finisce a sassate il corvo già agonizzante che poco prima era penetrato in casa sua, scoprendo a fianco della carogna un piccolo uovo, che decide di portare via con sé.

    L’uovo cresce a dismisura e velocità rapidissima, avvampa come una rossa membrana pulsante, dà colpi come un nascituro in grembo, batte come un cuore rivelatore degli impulsi profondi soffocati da Tinja, preme per venire alla luce in orribili forme e rompere il guscio di ipocrisia del nido familiare, verniciato di uno smalto di fintissimo e insopportabile decoro idilliaco. 

    Lo strano ibrido d’uccello (un animatronic opera del designer Gustav Hoegen) adottato e cresciuto da Tinja, sorta di bambola lurida, brutto anatroccolo e animalesco doppio – via via più umano – a cui dare un soprannome come a un’amichetta (Alli), spazzolare i capelli sporchi e radi e medicare le ferite (le stesse piaghe scavate nelle mani della ragazza dai ripetuti esercizi alla sbarra), sta appostato tra gli angoli di casa, fa il bagno in vasca come E.T. e disperde saliva e bave repellenti come un Alien

    Nascosto nell’armadio, sotto il letto, aggrappato agli stipiti e alle grucce, pronto a saltare addosso o inseguire alle spalle la minaccia designata, come facevano i “figli della rabbia” incubati e partoriti da Nola Carveth in The Brood – La covata malefica (1979) di David Cronenberg: immondi nanetti sguinzagliati nel mondo a eliminare ostacoli e riparare torti subiti o percepiti dalla madre, similmente a come la filacciosa e beccuta creatura (s)covata da Tinja (piccola e accudente madre affettuosa, che tollera il difforme e il deforme, al contrario dell’inflessibile specchio di perfezione della genitrice) sembra assorbire e somatizzare materialmente all’esterno nevrosi e pulsioni represse della ragazzina. Mettendo in atto brutali rappresaglie e tentando assalti su chi ne disturba la quiete e il percorso di affermazione (l’ostile e rumoroso cane dei vicini, il fratellino spione, la nuova compagna-rivale in palestra, il vedovo amante della madre con figlioletta neonata).

    MATER DOLOROSA

    Hatching si pone al perfetto incrocio tra l’espressione materica del film di genere più esogeno – il body horror sulle metamorfosi dei corpi-cloni e i transfert delle ubique affinità telepatiche, il revenge movie cerebrale e sanguinolento – e certe tematiche da cinema d’autore europeo contemporaneo, arthouse, “da Sundance”, direbbero i meno entusiasti. 

    Dietro i rigurgiti opportunamente sgradevoli e indigesti per il pubblico abituato al pop-corn movie più mainstream (il becchime masticato e vomitato nella ciotola da Tinja – anche simbolo di un’allarmante anoressia-, per sfamare l’uccellino Alli come farebbe una chioccia con i suoi pulcini), ambisce al discorso metaforico sulla crisi e la degenerazione della cellula familiare, dei suoi malsani rapporti coercitivi che intrappolano la natura istintuale della persona. Incentrato su figure di maternità stonate e filiazioni abnormi (oggetto d’indagine privilegiato di questa new wave di horror nordeuropei, come anche dimostrato da Lamb dell’islandese Valdimar Jóhannsson [link recensione: https://framescinemawebzine.com/recensione-lamb/], sviluppate in caratteri dissonanti ed eterodossi dell’identità femminile (facile richiamare il caso emblematico di Titane di Julia Ducournau, Palma D’oro a Cannes 2021). 

    Un femminile che va qui riscattato e liberato dall’ideale castrante di ossessiva perfezione della sua immagine pubblica, dalla condanna all’infallibilità della performance sociale, in un regime di rappresentazione e visibilità sempre più opprimente e pervasivo, tematizzato nella figura della madre-influencer che scarica sulla figlia il peso di irrisolte ambizioni frustrate (il sogno di pattinatrice interrotto presumibilmente da un infortunio di cui conserva la cicatrice), obbligandola all’esercizio sfinente, e all’invadenza costante della recita esistenziale della famiglia perfetta, offerta in streaming nel circuito della viralità. 

    GUIDA (HORROR) PER RICONOSCERE I TUOI FIGLI

    Anna Bergholm conosce la grammatica del genere (soggettive ansiogene e aggiranti alla Carpenter, occhi che scrutano negli armadi e carcasse smembrate, montaggio parallelo nei picchi di tensione), amministra topoi (l’uccisione del corvo) e ferri del mestiere (coltelli sguainati in salotto e accette sospese su culle d’infanti in camera da letto), rivisti con sensibilità aggiornata a un moderno jeu de massacre domestico, che fa a fette il quadretto illlusorio della famigliola borghese in villetta, e ne insozza il selfie zuccheroso tra la carta da parati a fiori e le morbide tinte pastello dei filtri social.

    Hatching si muove con perizia tra spazi, tempi e corridoi della suspense di un thriller claustrofobico da cameretta degli orrori, con vista pessimistica su un mondo di adulti che frana tra esasperata intrusione dominante (la madre tiranna) e un’assenza così tragica e patetica da risultare perfino comica (l’insulso padre dal sorriso ebete, in polo rosa, calzoni kaki e ordinato maglioncino sulle spalle). Un’inquietante allegoria delle intrinseche contraddizioni e dei poli opposti del femminile, incarnati in una maternità mostruosa e duplice (benigna e assassina, cannibale e nutrice), trasmessa ai figli come il contagio di una tara ereditaria. 

    Un coming of age di ingresso all’età del dolore come una rilettura fiabesca dell’attraversamento di una soglia che comporta l’abbandono dell’innocenza e la perdita di sangue (quello mestruale del quale il padre di Tinija crede di vedere le macchie sul letto, senza comprendere nulla). Come inevitabile processo di rinascita e fisica reincarnazione nella propria metà oscura: la scomoda e raccapricciante accettazione del lato più fosco e repulsivo di ogni identità in fieri, che si vorrebbe nascondere sotto un tappeto visivo di splendente e imperturbabile sicurezza normativa da famiglia modello.

    In un andamento compatto ma tutto sommato prevedibile, il film di Bergholm si tiene in equilibrio tra la tensione sottile e impalpabile che si irradia dal volto ambivalente e del doppio corpo, vulnerabile e aggressivo, della protagonista (la bravissima Siiri Solalinna, stretta nel tormento interiore tra una fragilità indifesa e un’impressionante maturità) e le eruzioni cutanee di orrore puro. 

    Ciò che colpisce meno è la satira trasparente e non troppo ficcante – forse perché non proprio nuovissima – delle video-ossessioni social. Così come manca, forse, un vero colpo d’ala registico capace di rendere Hatching un horror davvero sovversivo e potentemente disturbante sul duello tra genitori e figli, come The Innocents (2021) di Eskil Vogt (del quale resta insuperata la scena della sadica vendetta sul materno a opera del piccolo villain telecinetico). Dall’uovo di Anna Bergholm, sguscia comunque fuori una gradita e affilata sorpresa orrorifica da non mancare in sala. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Daniele Badella" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/05/frames-cinema.com_-1-300×300.png" image_id="2208|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-daniele-badella" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE DANTE – UNA PUNTATA DI SUPERQUARK

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    DURANTE DI ALIGHIERO DEGLI ALIGHIERI, PER GLI AMICI “DANTE”

    Ci sono pochi punti di riferimento, nella storia culturale italiana, che abbiano retto il test del tempo quanto Dante Alighieri. A 700 (e uno) anni dalla sua morte il Sommo Poeta è ancora studiato nel dettaglio nelle nostre scuole, “croce e delizia” di centinaia di giovani che si apprestano, come i loro genitori e i loro nonni prima di loro, a compiere il tortuoso viaggio che farà loro attraversare Inferno, Purgatorio e Paradiso.

    Eppure, pur essendo dotato di una tale iconicità e di una storia personale decisamente adatta alla trasposizione su schermo (un amore proibito, mai consumato ed eternato in poesia, un difficile passato politico, l’esilio, la consacrazione a sommo poeta con un’opera dalla genesi travagliata, la morte lontana dalla patria…) e pur essendo stati tratti diversi film dalla sua opera magna, nessuno, finora, aveva tentato di portare sul grande schermo la sua vita.

    Il tabù attorno a questa figura è stato infranto quest’anno dal regista Pupi Avati, col suo Dante. Ma, una volta finita la visione, la domanda sorge spontanea: il coraggio nel trattare una simile figura è stato ripagato o, al contrario, Avati ha superato un limite che, come le colonne d’Ercole dell’Ulisse dantiano, sarebbe stato meglio restasse non valicato?

    DANTE AL CINEMA

    Lo spunto da cui Avati parte per raccontare la vita dell’Alighieri tira in causa un altro grande della nostra letteratura: Giovanni Boccaccio (qui interpretato da Sergio Castellitto) viene incaricato di consegnare, da parte del comune di Firenze, dieci fiorini d’oro come compenso per l’esilio alla figlia del poeta. Boccaccio, grande estimatore di Dante, approfitta del viaggio per effettuare una sorta di tour che lo conduca nei luoghi più importanti della sua vita e gli permetta di parlare con chi l’ha conosciuto. 

    Accompagnando il poeta certaldese nel suo peregrinare, anche il pubblico viene reso partecipe di questo viaggio che tocca diverse zone d’Italia e diventa il collante per il racconto della vicenda umana del Vate (Alessandro Sperduti da giovane, Giulio Pizzirani da anziano). 

    Lungo la pellicola incontriamo diversi personaggi interpretati da attori noti, spesso collaboratori storici di Avati, che appaiono in brevi cameo: Alessandro Haber, Leopoldo Mastelloni, Gianni Cavina, Milena Vukotic, Valeria D’Obici… Completano il quadro, poi, due figure cardine della formazione, poetica e amorosa, del giovane Alighieri: l’amico Guido Cavalcanti (Romano Reggiani) e, ovviamente, l’adorata Beatrice (Carlotta Gamba).

    ALCUNI PRO E MOLTI CONTRO

    Non manca il rigore filologico al film di Avati, che ricrea la storia dantesca inserendo anche aneddoti particolari, riportando con precisione certosina il contesto storico e i suoi avvenimenti. Peraltro, lo stesso regista ha ammesso che la prima stesura del copione risale al 2003. Il prodotto finito riverbera di questa ricerca nei confronti non solo dell’Alighieri ma anche del periodo in cui è vissuto. Set (molti dei quali esterni, veri luoghi della vita di Dante) e costumi, da questo punto di vista, sono certamente gli elementi più belli a vedersi dell’intera messa in scena, che qui e là fornisce singole inquadrature che costituiscono quadretti interessanti e gradevoli. 

    Buone anche la maggior parte delle interpretazioni principali. Castellitto è un Boccaccio certamente lontano (e più noioso) rispetto all’immaginario creatosi attorno all’autore dello scollacciato Decameron, ma funzionale al suo ruolo. Sperduti è un Dante poeticamente ispirato ma anche carnale, più umano rispetto all’immagine restituitaci dall’educazione classica. Anche Gamba, pur apparendo poco e non parlando molto, risulta una scelta adatta per il ruolo dell’angelica Beatrice, simbolo più che personaggio a tutto tondo già a partire dagli scritti danteschi.

    Peccato che, a servizio di questi elementi, manchino una sceneggiatura e un montaggio forti. Sin dalla prima scena la storia si appoggia totalmente alla narrazione fuori campo di Stefano De Sando. Questa rappresenta un’evidente infrazione della regola cinematografica “show don’t tell” (mostrare, non dire), oltre che un flusso continuo e incessante di informazioni che faranno la gioia di filologi e dantisti ma che aggiungono poco alla narrazione. Quando poi la voce narrante lascia spazio ai dialoghi, spesso anche questi vengono infarciti di dettagli utili alla comprensione del contesto socio-politico in cui l’Alighieri si muove. Ma questi vengono esposti in maniera tale da risultare poco credibili in bocca a contemporanei dei fatti narrati. Non resta così spazio sufficiente per approfondire la psiche dei personaggi, i loro rapporti, così come i temi presentati.

    A questa superficialità contribuisce anche il montaggio: le scene vengono troncate improvvisamente per passare bruscamente a quelle successive, spesso durante un dialogo ancora in corso o subito dopo un’azione di cui non vediamo le conseguenze. Inoltre, nonostante la breve durata del film (appena 94 minuti) che dovrebbe presupporre un racconto asciutto ed essenziale, diverse volte queste scene si fanno portatrici di informazioni supplementari non utili all’evoluzione di storia o personaggi. 

    Ultimo difetto del montaggio è riscontrabile nelle singole inquadrature: c’è un sovrabbondare di slow motion, che pur risultando una soluzione appropriata (anche se antiquata) nelle scene dedicate a Beatrice, in altri casi sembra venire usato solamente per allungare determinate inquadrature ed evitare che terminino prima della fine del monologo corrente. Questo ultimo difetto va a braccetto con l’uso (o meglio, abuso) dell’ADR (Automated Dialogue Replacement), cioè i dialoghi registrati in studio, una tecnica utile quando ben dosata e ben realizzata, ma che può facilmente risultare evidente e pertanto distrarre, come in questo caso.

    L’impressione, di fronte a questa narrazione-fiume frammentata, resa unitaria da una voce esterna e da dialoghi spesso posticci, è quella di un super cut, di una compilation, di una riduzione all’osso di una serie di scene originariamente più lunghe o, al contrario, della messa insieme di un materiale non sufficiente all’idea iniziale.  

    Il paragone più immediato, nel definire Dante, è quello a una lunga puntata di Ulisse o Superquark: una successione di scene unite con poca (o senza) continuità, con una voce narrante come filo conduttore che ci spieghi ciò che stiamo vedendo, personaggi che non riescono a staccarsi dallo sfondo, una ricerca preliminare e una ricostruzione accurate. Ma non basta una buona base filologica a fare un buon film, come non bastano buone interpretazioni per trasformare dei canovacci in personaggi a tutto tondo.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Silvia Strambi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2020/04/cropped-My-Post-300×300.png" image_id="924|medium" image_border_radius="" company="Redattrice" link="https://www.framescinema.com/redazione-silvia-strambi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE OMICIDIO NEL WEST END – SOGNO O SON MORTO?

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Capace di vivere un’epoca d’oro sia nella letteratura prima che nel cinema e nella televisione dopo, il giallo è un genere che senz’altro è stato estremamente abile nell’adattare le proprie caratteristiche di base e a mutare in  base  alla necessità del momento. Autori di fama internazionale come Edgar Allan Poe, Conan Doyle, Agatha Christie sono stati capaci di regalarci romanzi e racconti in grado di attirare ancora oggi l’attenzione di numerosi cineasti e di pubblico: pensiamo al successo dei recenti remake Assassinio sull’Orient Express (2017) e Assassinio sul Nilo (2022) ad opera di Kenneth Branagh con protagonista il famoso ispettore di origini francesi Hercule Poirot o la serie prodotta dalla BBC Sherlock sul famoso detective residente al 221B di Baker Street interpretato per l’occasione da Benedict Cumberbatch.

    Non sorprende quindi l’arrivo in sala in questo momento di Omicidio nel West End (o See How They Run in originale), basato  sulla sceneggiatura a Mark Chappell e la regia del vincitore del premio BAFTA Tom George.

    ANCHE I MORTI FANNO METACINEMA

    “È un giallo. Visto uno, li hai visti tutti.”

    Nella Londra del 1953, dopo i festeggiamenti per la centesima messa in scena dello spettacolo Trappola per topi tratto da un racconto di Agatha Christie, il regista di Hollywood Leo Köpernick, a cui era stato affidato il compito di adattare lo spettacolo in un film, viene ritrovato morto sopra il palco, generando quindi il panico e l’intervento della polizia, nello specifico dell’ispettore Stoppard e della novellina Stalker.

    Un inizio semplice e convenzionale che mette di fronte allo spettatore il classico film giallo, se non fosse per l’elemento quasi parodistico del genere stesso sottolineato proprio nei primi minuti dal voice over di Leo Köpernick che, descrivendo allo spettatore lo spettacolo teatrale che deve riadattare per il cinema, finisce per definire tutti i cliché e le caratteristiche fondamentali di un whodunit. Sfondando quindi nel metacinema e nel raccontarsi in prima persona allo spettatore, il film riesce in diversi punti a generare momenti di riuscita ilarità: pensiamo a personaggi avvezzi al mondo della scrittura che descrivono i flashback come “distruttori dell’immersione” e che il film utilizza noncurante nell’attimo subito successivo, o altri che si comportano nella vita reale come se fossero sempre all’interno di una recita di un’indagine d’omicidio.

    Si presenta inoltre una genuina sorpresa di fronte allo svolgersi delle vicende che, nonostante un leggero rallentamento nella fase centrale attraverso cui ci viene approfondita – sempre in maniera comunque ridotta – la vita privata dei due agenti di polizia ed il loro passato, rimane sempre interessante grazie soprattutto all’ottima caratterizzazione dei personaggi, iconici già dal primo momento in cui appaiono e capaci di mettere in scena scambi di battute decisamente divertenti e riuscite, presentando nel complesso un ottimo bilanciamento quindi dell’indagine con la commedia.

    Sono presenti inoltre numerosi riferimenti al mondo di Hollywood, con scambi di battute su attori ed attrici del momento o sulle regole di realizzazione di un particolare genere di cui il film stesso finisce poi per prendersi gioco, inserendo sul finale un cameo d’eccezione per i fan che non riveleremo per evitare di rovinare l’ottima sorpresa.

    OMICIDIO A COLORI

    Nell’ambito più puramente tecnico, il film cerca in tutti i modi di creare un’atmosfera riconducibile proprio agli anni ’50 in cui la storia è ambientata. La ricostruzione scenica attraverso abiti, veicoli e scenografie è azzeccatissima e funziona perfettamente, aiutata da una fotografia accesa e quasi pastello – che non può che ricordare i lavori di Wes Anderson – e da una regia curata e consapevole, proponendo movimenti di macchina ed inquadrature fisse studiate al minimo dettaglio, senza però dimenticarsi di un montaggio che mette in scena in alcuni frangenti un “doppio sguardo” con due inquadrature una affianco all’altra capaci di donare alla pellicola un aspetto quasi cartoonish che contribuisce alla creazione di un’atmosfera quasi sognante.

    Ultimo elemento, ma decisamente non per importanza, è il cast. A farla da padrone sullo schermo sono senz’altro Sam Rockwell e Saoirse Ronan, entrambi perfettamente in parte riescono a creare il perfetto binomio “investigatore esperto ma disilluso-novellino pieno di speranze” che funziona grazie anche ad un’ottima alchimia tra i due attori. Ma di certo non meno bravi sono i vari membri che compongono il cast corale attorno alla rappresentazione teatrale, dai giovanissimi Harris Dickinson, Pearl Chanda e Charlie Cooper, ai più rodati Reece Shearsmith, Ruth Wilson, David Oyelowo, senza dimenticare l’ottimo Adrien Brody nei panni della vittima, tutti capaci nonostante un minutaggio a schermo decisamente minore di quello dei protagonisti di mettere in scena personaggi divertenti ed interessanti, senza mai scadere nella messa in scena della semplice “macchietta”. Ottime anche le musiche, affidate a Daniel Pemberton e capaci di  contribuire ulteriormente alla costruzione della giusta atmosfera.

    CONCLUSIONI

    Inserendosi all’interno di un genere decisamente rodato, Omicidio nel West End si presenta come una boccata d’aria fresca, capace di costruire un’atmosfera quasi sognante, decisamente divertente, e di mantenere la curiosità e la tensione delle indagini che fanno da motore delle vicende. Con un così ottimo comparto tecnico ed un cast di grandi nomi in grado di presentare dei personaggi così riusciti, sarebbe di certo un peccato lasciarsi sfuggire questo film, capace di godere appieno di tutti i crismi di cui una sala cinematografica dispone.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Mattia Bianconi" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/04/frames-cinema.com6_-300×300.png" image_id="1648|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://www.framescinema.com/redazione-mattia-bianconi" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE SICCITÀ – LA (NON) CRISI AMBIENTALE

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    Direttamente dalla 79ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, arriva nelle sale italiane Siccità, la nuova fatica del regista livornese Paolo Virzì. A quasi trent’anni dal suo debutto, Virzì è stato capace di cementificare il proprio nome nell’alveo del cinema nostrano, pur rappresentando una figura estremamente divisiva e polarizzante. È difficile, però, non ammettere come alcune delle sue opere siano riuscite a conquistare un posto di rilievo nel cinema italiano dell’ultimo trentennio, ora configurandosi come dei veri e propri cult (Ovosodo), ora ottenendo importanti riconoscimenti sul piano nazionale (Il capitale umano e La pazza gioia), ma soprattutto riuscendo il più delle volte a fare breccia nel cuore del pubblico.

    I territori più esplorati da Paolo Virzì sono quelli della commedia, in una posizione di continuità con la tradizione della commedia all’italiana e in alcuni casi con risultati capaci di dare parvenza di nuova vita all’atmosfera, all’aura e alla delicatezza malinconica dei lavori degli anni che vanno dalla seconda metà dei ’50 alla prima dei ’70. Le varie incursioni nel territorio del dramma gli hanno permesso di mettere alla prova le proprie capacità narrative, il più delle volte accompagnato alla sceneggiatura dai fedelissimi Francesco Bruni e Francesca Archibugi. In fin dei conti ciò che rende il cinema di Virzì così forte, sia in termini qualitativi che di risultati al botteghino, è la grande capacità del regista di rendere l’ordinario straordinario, di mostrare la quotidianità italiana sotto una luce diversa, di creare identificazione attraverso piccoli gesti capaci di sprigionare emozioni forti e sincere.

    Senza troppi giri di parole, è doveroso partire da una premessa: Siccità è un film in cui ben poco funziona, uno degli esiti meno felici dell’intera carriera di Paolo Virzì. La più grande delusione è insita già nel titolo dell’opera che, all’apparenza, sembrerebbe richiamare un tema di estrema attualità, lasciando presagire di trovarsi dinnanzi ad un racconto capace di dialogare in maniera stimolante con il presente. L’emergenza ambientale e la crisi climatica sono realtà inequivocabili e ci si aspetterebbe una forte presa di posizione da parte di un film intitolato Siccità, in cui, alla fine, l’assenza prolungata di piogge nel territorio romano finisce per essere un mero pretesto, un collante per tenere insieme archi narrativi fin troppo eterogenei che vanno a formare un puzzle i cui pezzi spesso e volentieri finiscono per non incastrarsi a dovere.

    A fronte di un cast di tutto rispetto – da Monica Bellucci a Valerio Mastandrea, da Claudia Pandolfi a Silvio Orlando, da Emanuela Fanelli a Tommaso Ragno – si trovano dei personaggi ora appena abbozzati, ora poco convincenti o semplicemente non interessanti, che si muovono all’interno di una struttura narrativa che sa di vecchio: il film a episodi. L’errore imperdonabile di Siccità è quello, già accennato, di non affidare il giusto peso al tema del cambiamento climatico, ponendolo sullo sfondo in modo approssimativo e preferendo ad esso un discorso legato alla sfera del privato, all’intimità dei personaggi, alle loro sofferenze quotidiane, tra insoddisfazione e tradimenti, tra amori colti sul nascere e riunioni familiari. Queste storielle stucchevoli tradiscono le aspettative di chi avrebbe preferito un discorso più accurato e aderente alle questioni del presente; per parlare della siccità non basta mostrare il letto del Tevere prosciugato o impostare la color correction di certe sequenze con una patina giallastra e acida, come nei peggiori esempi stereotipici della rappresentazione del Messico nei film statunitensi.

    Paolo Virzì sembra più interessato a fare di questo film una metafora della pandemia da covid-19, riproponendo dei leitmotiv ben noti e inflazionati: epidemie, quarantene e mascherine, scienziati in televisione che diventano le nuove star, influencer impegnati a sensibilizzare il proprio pubblico sui social network, rivolte e proteste contro una fantomatica dittatura. Virzì trova stimolante l’attività di catalogare le novità e le unicità del periodo pandemico, portando avanti anche un discorso sull’intermedialità dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione – dai talk show televisivi alle dirette social – un po’ come un altro film piuttosto recente: Don’t look up. Al contrario di Siccità, però, il film di Adam McKay, nella sua profonda imperfezione, riusciva a dare valore e risonanza alla tematica cardine del racconto.

    In fin dei conti, Siccità di Paolo Virzì è un pastiche di storie, generi e registri fin troppo differenti tra loro per poter pensare di portare avanti una narrazione coesa ed efficace. La sceneggiatura non riesce a bilanciare i troppi elementi messi in campo, perdendo di tanto in tanto dei pezzi, tra cui, il più importante, quello tematico legato alla siccità e alla crisi ambientale. Non basta un finale pseudo-consolatorio per esaurire un argomento tutto in divenire, ma nei confronti del quale Paolo Virzì non si è dimostrato sufficientemente lungimirante da comprenderne le vere implicazioni.

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Alessandro Corrao" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2022/06/frames-300×300.jpeg" image_id="6935|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="https://framescinemawebzine.com/redazione-alessandro-corrao/" target="_blank"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]

  • RECENSIONE BLONDE – MARILYN IN UNO SPECCHIO SCURO

    type=”flex” hundred_percent=”no” hundred_percent_height=”no” min_height=”” hundred_percent_height_scroll=”no” align_content=”stretch” flex_align_items=”flex-start” flex_justify_content=”flex-start” flex_column_spacing=”” hundred_percent_height_center_content=”yes” equal_height_columns=”no” container_tag=”div” menu_anchor=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” status=”published” publish_date=”” class=”” id=”” spacing_medium=”” margin_top_medium=”” margin_bottom_medium=”” spacing_small=”” margin_top_small=”” margin_bottom_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_dimensions_medium=”” padding_top_medium=”” padding_right_medium=”” padding_bottom_medium=”” padding_left_medium=”” padding_dimensions_small=”” padding_top_small=”” padding_right_small=”” padding_bottom_small=”” padding_left_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” link_color=”” link_hover_color=”” border_sizes=”” border_sizes_top=”” border_sizes_right=”” border_sizes_bottom=”” border_sizes_left=”” border_color=”” border_style=”solid” box_shadow=”no” box_shadow_vertical=”” box_shadow_horizontal=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” z_index=”” overflow=”” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_position=”center center” background_repeat=”no-repeat” fade=”no” background_parallax=”none” enable_mobile=”no” parallax_speed=”0.3″ background_blend_mode=”none” video_mp4=”” video_webm=”” video_ogv=”” video_url=”” video_aspect_ratio=”16:9″ video_loop=”yes” video_mute=”yes” video_preview_image=”” render_logics=”” absolute=”off” absolute_devices=”small,medium,large” sticky=”off” sticky_devices=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_background_color=”” sticky_height=”” sticky_offset=”” sticky_transition_offset=”0″ scroll_offset=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″][fusion_builder_row][fusion_builder_column type=”1_1″ layout=”1_1″ align_self=”auto” content_layout=”column” align_content=”flex-start” valign_content=”flex-start” content_wrap=”wrap” spacing=”” center_content=”no” link=”” target=”_self” min_height=”” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” type_medium=”” type_small=”” order_medium=”0″ order_small=”0″ dimension_spacing_medium=”” dimension_spacing_small=”” dimension_spacing=”” dimension_margin_medium=”” dimension_margin_small=”” margin_top=”” margin_bottom=”” padding_medium=”” padding_small=”” padding_top=”” padding_right=”” padding_bottom=”” padding_left=”” hover_type=”none” border_sizes=”” border_color=”” border_style=”solid” border_radius=”” box_shadow=”no” dimension_box_shadow=”” box_shadow_blur=”0″ box_shadow_spread=”0″ box_shadow_color=”” box_shadow_style=”” background_type=”single” gradient_start_color=”” gradient_end_color=”” gradient_start_position=”0″ gradient_end_position=”100″ gradient_type=”linear” radial_direction=”center center” linear_angle=”180″ background_color=”” background_image=”” background_image_id=”” background_position=”left top” background_repeat=”no-repeat” background_blend_mode=”none” render_logics=”” filter_type=”regular” filter_hue=”0″ filter_saturation=”100″ filter_brightness=”100″ filter_contrast=”100″ filter_invert=”0″ filter_sepia=”0″ filter_opacity=”100″ filter_blur=”0″ filter_hue_hover=”0″ filter_saturation_hover=”100″ filter_brightness_hover=”100″ filter_contrast_hover=”100″ filter_invert_hover=”0″ filter_sepia_hover=”0″ filter_opacity_hover=”100″ filter_blur_hover=”0″ animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=”” last=”true” border_position=”all” first=”true”][fusion_text columns=”” column_min_width=”” column_spacing=”” rule_style=”default” rule_size=”” rule_color=”” content_alignment_medium=”” content_alignment_small=”” content_alignment=”justify” hide_on_mobile=”small-visibility,medium-visibility,large-visibility” sticky_display=”normal,sticky” class=”” id=”” margin_top=”” margin_right=”” margin_bottom=”” margin_left=”” font_size=”” fusion_font_family_text_font=”” fusion_font_variant_text_font=”” line_height=”” letter_spacing=”” text_color=”” animation_type=”” animation_direction=”left” animation_speed=”0.3″ animation_offset=””]

    LUCI DELLA RIBALTA

    Inizia sui bagliori dei flash fotografici saettanti nel buio, e termina in un etereo, bianchissimo lucernario con vista su un’ascensione alla volta celeste, Blonde di Andrew Dominik (tratto dall’omonimo romanzo-fiume del 2000 di Joyce Carol Oates, e dal 28 settembre su Netflix, dopo il passaggio in concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia). 

    Tra questi poli luminosi distanti ma speculari, accesi e spenti come interruttori di un flusso soggettivo a corrente alternata – che irradiano e adombrano la figura di Marilyn Monroe tra la sfavillante diva del firmamento-cinema e la decadente stella polare dispersa tra la costellazione dei Gemelli -, si srotola nelle circa due ore e quaranta di film il sofferto e crudele travaglio esistenziale in chiaroscuro (a colori e in bianco e nero, in ogni formato possibile) di Marilyn alias Norma Jeane Baker (Ana de Armas): l’infanzia traumatica da vittima e sopravvissuta a una madre pazza e a un padre assente, la rutilante sfilata di una vita stretta in passerella sotto i riflettori della celebrità, la sfibrante reclusione claustrale stagliata nei cupi riflessi di un disagio e di un senso d’inadeguatezza insanabili, soffocati sotto lo splendore artefatto dello scintillante smalto esteriore. 

    Una Marilyn nata in ostaggio e presto inchiodata sul piedistallo di scena come una bamboletta su un carillon, a girare in tondo all’infinito per il diletto di tycoon predatori e golosi spettatori paganti. Costantemente circonfusa in un abbagliante, reale e metaforico “cerchio di luce” – quello che impara ad abitare, difendere e sprigionare al corso di recitazione, per entrare nel personaggio e non uscirne più – che si incrina e si rovescia in un avvolgente quanto invisibile cono d’ombra. 

    Una sfuggente eppure ingombrante silhouette in controluce alla Peter Pan, attaccata al corpo come una seconda pelle di morbida porcellana, calzata a (dis)misura di un falso sé. Un’aureola maledetta che la incornicia con le catene al ruolo di formosa pin up e lasciva quanto candida macchina del desiderio. Lo scuro doppelgänger di immacolata perfezione che in un attimo prende vita nello specchio delle sue brame di riconoscimento, e, in uno scatto d’inquietante magnetismo, sorride al culmine della schizofrenia come un Joker nevrotico e ghignante, senza soluzione di continuità tra il dolore folle e la maschera di felicità sfacciatamente esibita. 

    Una scissione che produce lo sdoppiamento irreversibile di un’identità sempre più fantasmatica ed evanescente, un confuso mosaico di apparizioni ingannevoli e irrazionali terremoti di coscienza, un puzzle frantumato di tessere non ricomponibili, un miraggio fuori fuoco di opachi e diluiti contorni femminili, che da soffici e imbellettati si fanno stinti, spiegazzati e perfino mostruosi (da cui emerge la naturale empatia di Marilyn per la creature della Laguna Nera e il suo bisogno di accoglienza, come spiega passeggiando sul set di Quando la moglie è in vacanza (1955) di Wilder). Un cerchio di luce che ricorre anche come correlativo figurativo dell’occhio maschile sgranato sulla bionda, ossessivo, ingerente e intrusivo, che la pervade e perseguita ovunque vada (l’obiettivo fotografico, gli enormi spotlight sul set, il fascio dell’enorme lampada ospedaliera), come fosse un bracciale stretto ai polsi o alle caviglie che ne sorveglia la costante corrispondenza all’etichetta prestabilita della bombshell blonde da copertina, e, in caso di deviazioni, la riconduce immediatamente nei confini ristretti dello stereotipo. 

    MARILYN OPERA POP

    Il progetto Blonde ha avuto una lunga gestazione, dai primi abbozzi di sceneggiatura di Dominik, risalenti al 2008 (all’indomani dell’uscita dell’atipico western crepuscolare L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, 2007), alle scelte di casting disattese (prima dell’ingaggio della De Armas, si vociferò di Naomi Watts e Jessica Chastain nel ruolo principale), fino alle riprese più volte interrotte a causa della pandemia. La sfida era ambiziosa e improba: dare nuova linfa autoriale e potenzialità cinematica da grande pubblico a colei che è senza dubbio la figura femminile più iconica del Novecento. Offrirne un inedito e personale re-imagining, rielaborando la densità sfaccettata, lo sguardo interiorizzato di una coscienza danneggiata e l’immersione nello stream of consciousness impiegati dalla fiction di Oates nel suo tentativo di identificazione interpretativa della donna Marilyn, come un’individualità spaccata nella crisi irrisolvibile tra l’essere soggetto attivo delle proprie azioni e l’essere oggetto passivo dell’avvilente sguardo esterno (prima ancora che attrice, diva, feticcio universale). 

    Per operare uno scarto dalla proliferazione pervasiva e istericamente inflazionata della sua immagine, codificata per sempre, dopo le serigrafie di Warhol, come il ritratto-simbolo del ciclo di infinita riproduzione mediale della cultura pop (di cui Dominik critica la meccanica e stanca ripetitività, mostrando in loop e da tutte le angolazioni, come un segno che gira ormai a vuoto, il celebre frammento della gonna che si gonfia sulla grata della metropolitana). 

    E portare così a compimento quel processo di umanizzazione e soggettivazione emotiva del mito collettivo, sempre troppo impomatato, della Monroe, sottratto agli ingranaggi stritolanti della macchina-cinema, a cui nel frattempo ha tiepidamente contribuito il romanticismo favolistico del Marilyn (2011) di Simon Curtis (mélo leggerino e dimenticabile, nonostante il duello tra la delicata ingenuità vaporosa di una credibile Michelle Williams e il carisma gigione di Kenneth Branagh nel ruolo di Laurence Olivier). 

    Dominik riesce nell’impresa accantonando il convenzionale equipaggiamento narrativo del biopic polveroso tutto psicologie da drammone pomeridiano, struggimenti di maniera, catarsi salvifiche e identificazione col personaggio. Agisce al contrario rispetto al lavoro che Marilyn fa su di sé: tendere nervi e corpo all’esaurimento per rintracciare nel proprio io profondo le affinità da trasferire al personaggio principale, e da comunicare in trasparenza allo spettatore. In stretta osservanza del metodo Actors Studio – si veda l’intenso provino per Don’t Bother To Knock (1952), con il transfert psicanalitico agganciato al padre scomparso – che invece Dominik sconfessa apertamente nel suo film (e nella performance di una straordinaria Ana De Armas che non sfora mai nelle mossette mimetiche e nell’impostazione da museo delle cere). In cui la verità più intima, le zone più recondite della personalità, non sono accessibili, non possono venire alla luce e fuoriuscire all’esterno, se non come immagini oniriche, proiezioni e voci di coscienza provenienti da una dimensione di insondabile assoluto che solo la visionarietà del cinema può materializzare come concrezioni spaziali dell’inconscio: è anche questo il senso – frainteso nelle critiche più facilone – del feto autocosciente incubato da Marilyn come un angelo custode di segreti (un desiderio di normalità e maternità tutt’altro che retrivo), sensi di colpa e demoni interiori. 

    ESTETICA DELLA DISSOLUZIONE

    Il regista fa una scelta di campo netta e radicale. Lavora sul corpo e sugli strati delle immagini in una forte estetizzazione che abbraccia e dà forma a tutte le sfumature di Marilyn comprese tra l’estasi e la dannazione, in una messa in scena destrutturata di nitore abbacinante e fotografia sovraesposta, che disgrega la dimensione spazio-temporale e la fa collassare addosso agli squilibri traballanti del soggetto (utilizzando in due sequenze una body camera attaccata agli attori che rafforza ulteriormente il trambusto scombussolante della camera a mano). In cui da subito si perde la presa su un reale indistinguibile dalla dimensione del “just yourself” (come dice la madre), il mondo interiore dei personaggi. Sono le mani a tremare o sono le stanze della memoria a subire ansiogeni scossoni? C’è per davvero o è solo un’impressione, un brutto ricordo confinato nel cassetto, quel telefono nero che squilla assillante nelle stanze di Marilyn fin da quando è bambina, e che in una bellissima scena si sovrappone ritmicamente al pianto disperato di un neonato?

    Con grande consapevolezza teorica, Dominik ragiona sullo splendore posticcio e sull’intima corruzione di immagini e superfici, richiamando un misto di stili e di influenze (primi piani bergmaniani con echi di doppi lynchiani, assedi paranoici da psyco-thriller claustrofobico alla Repulsion (1965) e temporanei quadretti di realismo romantico alla Norman Rockwell). In un incedere bulimico, sfrangiato e nervoso, perfettamente aderente alla razionalità scivolosa e ai dissesti psicologici di Marilyn, sprofondata in un terreno senza appigli che si sfalda come i pezzi di un set in via di smantellamento (in aereo, si alza dal sedile e senza stacchi viene immessa in una platea cinematografica tra applausi scroscianti). 

    Seguendo la scia del Pablo Larraín di Jackie (2016) e Spencer (2022), Blonde immerge la sua frastornata eroina sui sentieri di un incubo allucinato e deformante, dipanando lo smarrimento di una “Principessa Buona” che tenta di sfuggire al riflesso ammaliatore della sensuale “Amica nello Specchio” (per riprendere i termini di Oates) e si perde in un bosco infernale delle illusioni, senza più ritrovare la strada di casa che conduce alla figura paterna (con Jackie, inoltre, Marilyn condivide la pericolosa liaison presidenziale, e il suo eretico blowjob sul grande schermo, oltre a turbare il palato dei perbenisti, affossa e scredita una volta per tutte, davanti a un’immensa platea, l’innocenza positiva della Camelot kennediana). 

    LA MAGNIFICA PREDA

    Sono molti i quadretti da fiaba perturbante (Marilyn come una Cenerentola azzurro pastello in un giardino di rose, quelle stesse rose che ha stampigliate su un vestito in riva al mare, la cui puntura produce un’allagante pozza di sangue in grembo). Come le scene in cui il film viene inghiottito in un imbuto visivo di toni squisitamente horror. Più precisamente, un surgery horror: nella splendida sequenza di Marilyn che fugge dal lettino operatorio, per perdersi nei corridoi onirici delle stanze fiammeggianti dell’infanzia. 

    Ci sono immagini – per qualcuno – scomode e urticanti? Sono improprie, impudiche e inammissibili le soggettive in utero? E come altro dovrebbero essere POV e angolazioni di un film dell’orrore? (rassicuranti, deontologicamente corrette e rispettose?). Che cosa sono quelle prospettive impossibili, se non l’incarnazione dell’angoscia di un home invasion trasferito sul corpo, condotto dal mad doctor di un incubo ospedaliero nei recessi di una paziente insidiata dalle minacce esterne, la materializzazione del terrore per un potere estraneo che infila i suoi luridi tentacoli all’interno del soggetto? 

    Piaccia o meno, Dominik, nel rappresentare l’appropriazione del corpo di Marilyn come un diritto naturale e assoluto, un potere di veto inalienabile sulla sua esteriorità e sul suo sé più nascosto, che un intero universo maschile esercita impunito su di lei, lo fa senza ricorrere a simboli e metafore interposte, semplicemente per quello che materialmente, fisicamente, chirurgicamente è. Inutile scambiare codici e atmosfere di un preciso genere narrativo per accanimento terapeutico.  

    HOLLYWOOD BIONDO CENERE

    Infine, Blonde è anche e inevitabilmente un grande film sul cinema, sulla fabbrica dei sogni che produce e macina incessantemente i suoi falsi miti patinati a grandezza innaturale (le gigantografie di Marilyn che tappezzano le metropoli). Il lavoro critico e di raccordo condotto da Dominik sull’immaginario, sull’archivio e il deposito memoriale delle immagini di Marilyn, interviene come un liquido di contrasto che sporca la soffice e splendente compostezza delle pellicole della classicità cinematografica mostrandone il “negativo” in ombra, il dietro le quinte, il fuoricampo. Lontano dalla tentazione del pigro re-enactment, nel tornare sulle scene e sulle clip dei film più famosi Dominik opera dei bruschi slittamenti: ad esempio troncando sul più bello l’esibizione canora di Marilyn in A qualcuno piace caldo (1959), staccando sulla sfuriata rabbiosa della diva che si strappa di dosso gli orecchini per inveire brutalmente contro Billy Wilder. Ancora una volta, il cerchio di luce soave che illumina il palcoscenico, e lo specchio scuro che ne frantuma i riflessi. 

    [fusion_separator style_type="single solid" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" sticky_display="normal,sticky" class="" id="" flex_grow="0" top_margin="5" bottom_margin="45" width="" alignment="center" border_size="2" sep_color="#a13600" icon="" icon_size="" icon_color="" icon_circle="" icon_circle_color="" /][fusion_testimonials design="classic" navigation="no" speed="" backgroundcolor="" textcolor="" random="" hide_on_mobile="small-visibility,medium-visibility,large-visibility" class="" id=""][fusion_testimonial name="Daniele Badella" avatar="image" image="https://framescinemawebzine.com/wp-content/uploads/2021/05/frames-cinema.com_-1-300×300.png" image_id="2208|medium" image_border_radius="" company="Redattore" link="" target="_self"]

    Questo articolo è stato scritto da:

    [/fusion_testimonial][/fusion_testimonials]