Category: Recensioni

  • RECENSIONE DAMPYR – UN ESPERIMENTO FALLITO

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    Un uomo corre in sella al suo cavallo in una notte di tempesta, mentre un bambino -suo figlio- sta venendo alla luce. Quando il cavaliere arriva nella baracca in cui sta avvenendo il parto, viene bloccato da tre misteriose signore anziane e gli viene impedito di prendere il neonato. Il bambino è nato, e le tre mistiche figure promettono di prendersi cura di lui, del Dampyr.

    Dopo questi primi minuti di introduzione, scopriamo che il film è ambientato nei Balcani degli anni ’90, durante la guerra realmente avvenuta all’interno dell’ex Jugoslavia (che però non viene mai direttamente menzionata). 

    Uno dei tre protagonisti, il soldato Emil Kurjak interpretato da Stuart Martin, entra in un paesino spettrale alla guida del suo battaglione, dove scoprirà un’enorme quantità di cadaveri che “sembrano essere stati divorati da una bestia feroce”. In poco tempo i soldati si rendono conto di essere davanti a qualcosa di non umano, a dei vampiri, e di non essere in grado di battersi contro questi mostri, immuni ai proiettili dei fucili e a qualsiasi arma da fuoco convenzionale. Decidono così di cercare il Dampyr, una figura leggendaria nata dall’unione di un vampiro e un essere umano, che si dice riesca ad uccidere queste creature.

    Il Dampyr, effettivamente, esiste: il suo nome è Harlan Draka -interpretato da Wade Briggs- ma sembra essere tutto fuorché una creatura mitologica. Harlan è un ragazzo apparentemente normale, che si “guadagna” da vivere imbrogliando creduloni e ignoranti, facendo finta di avere poteri paranormali ed essere in grado di eliminare inesistenti infestazioni demoniache dai loro cimiteri. Costretto a recarsi sul campo di battaglia, scoprirà che quella del Dampyr non è una semplice leggenda. 

    Poco dopo entrerà in scena anche Tesla, interpretata da Frida Gustavsson, ragazza vampira che cercherà di aiutare (o di tendere una trappola?) i nostri ammazza-vampiri.

    Dampyr è il primo film di un progetto -nelle intenzioni- enorme, che anche solo per essere stato concepito rappresenta una vera e propria dimostrazione di coraggio. Stiamo parlando del Bonelli Cinematic Universe (BCU), progetto della Sergio Bonelli Editore che vanta la paternità di personaggi come Tex, Zagor, Dylan Dog, Nathan Never, Martin Mystere (per citarne alcuni, ma la lista sarebbe ben più lunga), il cui scopo sarebbe quello di creare un filone cinematografico e seriale incentrato sugli eroi più famosi del mondo fumettistico made in Italy.

    Annunciato ormai alcuni anni fa, il Bonelli Cinematic Universe (BCU) porta al cinema, come prodotto d’esordio, la pellicola Dampyr, un prodotto a dir poco rischioso che, con il senno di poi, si è rivelato un fallimento sotto diversi punti di vista, soprattutto finanziari. 

    Ma andiamo con ordine. Cosa funziona di questa pellicola? 

    Poco in realtà, troppo poco per giustificare lo sforzo produttivo di 15 milioni, un’enormità, soprattutto se messa in relazione alle realtà cinematografiche del nostro paese. 

    Il film porta sullo schermo dei mostri classici del cinema horror, i vampiri, rifacendosi a molti cliché del genere, senza tuttavia pescare dai soggetti ormai vecchi di secoli (l’acqua santa non brucia i vampiri, per capirci) e aggiungendo una componente epica, legata al sangue, sul come e perché i vampiri possano essere uccisi. 

    La Bonelli ha optato per un cast di attori stranieri e sconosciuti al grande pubblico, probabilmente per evitare ulteriori costi, ma nonostante queste scelte risultino azzeccate da un punto di vista fisionomico (per Kurjak e Tesla sembra di avere davanti delle enormi action figures del fumetto prendere vita), il film in sé ne risente parecchio. Solo i fan della collana si troveranno emozionati nel vedere Emil Kurjak in carne ed ossa, fumare come un dannato e sparare a dei non-morti con la sua nonchalance militarista, ma questo film, anche considerando il budget, non può e non deve rivolgersi solo a chi acquista ogni mese il fumetto in edicola (numeri, tra l’altro, che diminuiscono di anno in anno e che nel 2015 non superavano le 30.000 copie vendute).

    Lo stesso comparto tecnico si affida a persone, in gran parte, con poca esperienza. Lo stesso regista, che comunque ha fatto un buon lavoro, è al suo esordio in un lungometraggio. 

    Riccardo Chemello, dietro la macchina da presa, fa un lavoro diligente, pulito e curato, aiutato anche da una fotografia-di Vittorio Omodei Zorini– che sa sfruttare una massiccia dose di color correction per dare il giusto tono al film e per creare anche dei quadri non banali e di grande impatto visivo

    Purtroppo, da un punto di vista action, il film lascia a desiderare: non c’è pathos né suspense durante i combattimenti, e se si considera che questo dovrebbe essere principalmente cinema d’azione non può che essere un enorme problema. I professionisti che hanno lavorato a Dampyr sono riusciti a portare a casa un buon lavoro, non eccelso ma neanche pessimo, e se consideriamo la loro esperienza, bisogna far loro i complimenti. Tuttavia non possiamo fare a meno di chiederci se non era il caso di rivolgersi a qualcuno di più navigato, anche straniero, per il primo film di quello che dovrebbe essere un progetto dagli investimenti multimilionari

    Tolte le scene d’azione, il film non ha molto altro da offrire. Risulta, infatti, privo di contenuti più profondi, perdendo una facile ma importante occasione per manifestare un messaggio antimilitarista (essendo ambientato in un territorio in guerra), e senza mai enfatizzare la presenza, nel gruppo dei tre protagonisti, di un elemento diverso, ovvero la vampira Tesla, e quindi senza mai mettere l’accento sull’inclusione e sull’unione di fronte alle diversità. 

    Non spinge il pedale nemmeno sullo splatter o la violenza, e chi legge il fumetto sa che Dampyr è considerato un’opera horror proprio per i fiumi di sangue che scorrono tra le pagine bonelliane ogni mese. 

    Gli effetti speciali, per concludere, non sono così pessimi come ci si potrebbe aspettare. Certo, non siamo ai livelli di Avengers: Endgame, e a volte risultano troppo artificiali se non grezzi, ma comunque non fanno storcere il naso e non rendono il film inguardabile, cosa di per sé già importante considerata l’enorme quantità di vfx che il film presenta. 

    Ma il problema più grosso di Dampyr, tuttavia, non sta nelle righe che avete appena letto. Il problema più grosso è che, guardando il film, non si può fare a meno di pensare: “ma dove ho già visto questa cosa?”

    E non potrebbe essere altrimenti, perché l’impianto messo in scena risulta vecchio da tutti i punti di vista. Il film è probabilmente troppo derivativo rispetto ad altri film action e vampireschi del passato, un aspetto che se nel mondo fumettistico può funzionare (e da lettore di Dampyr a fumetti confermo: una delle migliori serie Bonelli!) In ambito cinematografico rischia di stonare e di non soddisfare chi va in sala. I dialoghi, i costumi, le scene d’azione, ma anche gli stessi trucchi utilizzati per portare i vampiri sullo schermo sembrano riciclati da altre produzioni televisive di qualche decennio fa, non perché siano mal fatti, ma perché decidono di prendere a piene mani dal fumetto di riferimento senza mai chiedersi se quello che funziona su carta possa funziona anche sul grande schermo. Non sempre è così. Quello che su carta può far apparire un personaggio come un mostro orripilante e pericoloso, visto sul grande schermo nel 2022 può farlo sembrare anche un cattivo dei Power Rangers o di Buffy. È chiaro che innovare esteticamente dei mostri come i vampiri, utilizzati e abusati decine di volte sullo schermo, è un’impresa a dir poco ardua, ma è proprio qui che si inserisce quello che, a parere di chi scrive, è stato il più grande errore della Bonelli: puntare su Dampyr.

    La domanda non può che sorgere spontanea: perché? Perché decidere di puntare su un personaggio che, nonostante abbia un suo corposo seguito, non è sicuramente nei primissimi personaggi Bonelli per vendite e fama? Perché puntare su un personaggio che per le tematiche trattate era chiaro che avrebbe richiesto tantissimi effetti speciali? Forse non si voleva rischiare di fare l’ennesimo flop con un personaggio di punta come Dylan Dog? Forse non si aveva il coraggio di portare in scena Tex? O, più probabilmente, si pensava che gli elementi splatter e horror avrebbero portato più gente in sala? 

    Il film esordio del Bonelli Cinematic Universe ha fallito nel suo intento. Non è stato in grado di portare molto pubblico in sala (anzi, si parla di 19.000€ di incassi durante il primo weekend a fronte di un budget di 15 milioni, un flop gigantesco in Italia, aspettando l’esito all’estero con l’inserimento di Sony nella distruzione), non è riuscito a creare un’opera innovativa né per il panorama italiano né, tantomeno, per quello internazionale. Un’opera che infine non è riuscita neanche a incuriosire coloro che non avevano mai letto il fumetto.

    Cosa significano questi risultati -ahimé pessimi- per il futuro di questo progetto? Probabilmente dentro Bonelli rivedranno i loro piani, nessuna azienda può permettersi certe perdite economiche, ma fermarsi adesso sarebbe un errore. L’idea di voler creare un MCU italiano rimane valida e potenzialmente di successo, chi ama i fumetti sa che il patrimonio della casa editrice di Milano è immenso, sa che alcuni personaggi (Tex e Dylan Dog su tutti) sono conosciutissimi e letti da più generazioni in maniera trasversale. 

    L’esperienza di Dampyr non deve porre fine a questo esperimento, sarebbe un peccato ed uno spreco enorme. Certo è che il flop economico deve portare a ripensare la strategia per gli anni futuri, magari prendendo in considerazione delle co-produzioni con un servizio streaming (qualcuno ha detto Netflix?) e puntare più sulle serie tv che sui film, perché in fondo, la sensazione che si ha dopo aver visto Dampyr, altro non è che quella di aver assistito ad una lunghissima puntata pilota di una serie tv, un pilot che non convince e che deve portare i BCU ad un cambiamento radicale.

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  • RECENSIONE THE BEAR – UNA DELLE MIGLIORI SERIE TV DELL’ANNO

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    Una cucina sudicia, un cast ben selezionato, una grigia Chicago illuminata al neon: l’elenco degli ingredienti di una delle serie tv più belle del 2022.

    Il regista, Christopher Storer, sembra intenzionato a riprendere l’estetica di My Blueberry Nights di Wong Kar-wai, con la sua torteria a contenere le vite dei personaggi. Sullo sfondo, questa serie fa eco anche al celebre Bronx, di e con Robert De Niro, grazie all’introduzione delle dinamiche familiari stereotipate della malavita importata dagli immigrati italiani negli States, seppur il personaggio di Jimmy Cicero sia un gangster “ormai ammorbidito”. Sufjan Stevens emerge nei passaggi stretti tra i palazzi di Chicago, accarezzando con la sua musica le anime degli spettatori e dei protagonisti.

    The Bear la si divora letteralmente in una sera. Ci si immerge nel fumo denso dei brodi, nel fruscio leggero delle spatole che accarezzano ganache, nello sfrigolio delle cipolle che si caramellano e che stimolano la salivazione di chi guarda. Al centro la passione per la cucina e per il cibo, per la creazione e per la condivisione. Bisogna sapersi muovere nello spazio della cucina e osservare i piccoli oggetti quotidiani: un coltello, un pacchetto di sigarette, un contenitore di cipolle. Ogni singolo dettaglio racconta qualcosa di intimo e significativo.

    La trama sembra semplice: Carmy, chef stellato del miglior ristorante al mondo, torna da New York a Chicago per risollevare la paninoteca del fratello Mike, il quale si è tolto la vita pochi mesi prima. Nessun biglietto, nessun indizio sul perchè l’abbia fatto. Carmy si ritrova a dover gestire una brigata indisciplinata e perditempo, di cui poco a poco si ha l’impressione di diventare parte, di condividere la voglia di risollevare la “The Original Beef of Chicagoland”.

    I personaggi svelano la loro umanità attraverso gli scontri e i legami che costruiscono gli uni con gli altri. Sidney, l’ultima arrivata, è mossa da quella energia barbarica che hanno solo i giovani innamorati di quello che fanno, Marcus, prima relegato alla preparazione di pagnotte insipide, riesce a trovare la sua vocazione nella pasticceria, Tina, da lungo tempo nella squadra, aggrappata con le unghie al “vecchio sistema”, smette di opporsi ai cambiamenti fatti da Sidney e scopre una versione migliore di sé, e infine Richie, odioso attaccabrighe, ingombrante e sofferente, mostra tutte le sue ferite nel corso dello show.

    Inutile dire che Jeremy White è a dir poco magnetico nella sua interpretazione: controlla ogni singola espressione, con il solo movimento degli occhi è in grado di trasmettere allo spettatore ogni sfumatura del suo stato d’animo. Ebon Moss-Bachrach e Ayo Edebiri così reali che si odiano e si amano allo stesso tempo, su cui errori e scelte ci si mette in discussione.

    Un po’ nostalgico, profondamente intimo, curato fino al minimo dettaglio. Un finale a sorpresa nascosto nel posto più inaspettato, a cui viene dedicato il giusto tempo per essere “scoperchiato”.

    La visione è assolutamente consigliata, la trovate su Disney+.

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  • RECENSIONE BORIS 4 – BENTORNATI PER UN ULTIMO SALUTO

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    La fuoriserie italiana torna con 8 episodi revival su Disney Plus. Un sincero saluto da parte del cast a chi ha creato e a chi ha amato la serie.

    Non è assolutamente un delitto considerare Boris il miglior prodotto di fiction mai apparso sulla tv italiana. Con buona pace di tutti i romanzi criminali (siano essi romani, napoletani o montalbani) e degli intrighi politici di 1992-1993-1994, le tre stagioni scritte da Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e dal compianto Mattia Torre, andate in onda tra il 2007 e il 2010, restano lo specchio perfetto di ciò che significa realizzare fiction televisiva in Italia, che sia immondizia (per non utilizzare i termini cari al nostro eroe René Ferretti) o che sia qualità vera o presunta (come quella di qualche serie crime realizzata a Napoli o Roma uscite negli ultimi anni).

    L’atmosfera assolutamente lasciva e imperfezionista dei set di Cinecittà, riprese e fotografia un tanto al chilo, sotto la tv c’è il cinema, sotto il cinema la radio e poi la morte, messaggi sociali che più postdemocristiani di così si muore (ma tanto si sa che non si può morire da democristiani), eroi che sembrano colpevoli (non si sa di cosa), poi dimostrano di essere innocenti per poi rivelarsi colpevoli, sì, colpevoli di amarti. Sembra una barzelletta ma è solamente la tv italiana. E Boris era riuscita a restituire al grande pubblico la verità di un set, con una ricetta che funzionava a meraviglia.

    Un cast di attori che con le fiction e i film sotto la soglia dell’accettabile ci hanno pagato il mutuo e l’università (o le scuole di cinema) dei figli, che finalmente avevano colto l’occasione per sfogarsi e fare qualcosa di buono (quel “Mamma mia la monnezza che ho fatto” detta da René/Pannofino non poteva essere più sincero). 

    Un gruppo di personaggi che non si può non amare, una lista infinita di scene cult e battute citate e nuovamente citate spesso a sproposito (se esiste un Dio sta a lui stabilire se la devastazione di questo paese è attribuibile ai toscani). Dopo la fine della sua messa in onda su Fox (palinsesto sciaguratissimo) Boris entra nei cuori di una seconda generazione di spettatori dalla porta di servizio (lo streaming) e nulla sarà più come prima. Gli attori diventano beniamini del pubblico (“come fanno a darmi fastidio le domande su Duccio e Boris? Mi hanno alzato il 740” disse Ninni Bruschetta al sottoscritto dopo una sua esibizione)

    Il finale non era un finale, il film del 2011 non lo hanno visto e amato proprio tutti tutti (però quanto è bello), e dopo la fine della serie sembrava non esserci niente come Boris. In realtà c’è stato Ogni Maledetto Natale, versione borisiana del cinepanettone con una prima metà per cui lo spettatore si deve tenere la pancia a due mani dalle risate. C’è stata la bella trilogia di Smetto Quando Voglio di Sydney Sibilia con buona parte del cast. Ciarrapico e Vendruscolo avevano creato la serie Liberi Tutti, Torre aveva raccontato la sua malattia con La Linea Verticale e ci ha dato il suo addio con Figli, dedicandolo a chi ha dovuto salutare troppo presto. 

    Il fermento c’era, l’attesa anche. Non si escludeva il ritorno. Non c’è più Itala, la segretaria di edizione alcolista interpretata da Roberta Fiorentini, non c’è più Arnaldo Ninchi ovvero il Dottor Cane, capo indiscusso della fiction italiana, non c’è più uno dei tre cuori pulsanti della scrittura. Ma ci sono tutti gli altri, e hanno davvero voglia di tornare.

    Disney Plus finalmente ci mette i soldi, la quarta stagione si fa. Dopo un anno esce. Ed è bellissima.

    Forse la partenza è un po’ scialba, ma serve solo il tempo di rivedere i nostri vecchi amici. Duccio, Biascica, Corinna, Stanis. Sono tutti invecchiati, cresciuti, stagionati. Ad alcuni la vita ha sorriso ad altri no. Il mondo è cambiato e quasi tutti loro appartengono ad un’altra epoca. Dove prima la rete chiedeva di schierarsi contro l’aborto ora le piattaforme chiedono diversità nel cast e nella troupe (“l’algoritmo preferisce i coreani ma sul cinese mi posso battere”) . Gli atteggiamenti traffichini dei produttori non possono nulla di fronte ai database. E se si fallisce, non resta che aprire bar.

    Poco importano sottotrame lasciate nel vuoto, colpi di scena che non portano a nulla e cose del genere. Si ride, c’è voglia di dare un ultimo saluto ai nostri personaggi, anche da parte di chi ci ha lavorato, e il desiderio di fare qualcosa di sincero.

    E le risate poi sfumano, sfumano nei ricordi e nella nostalgia. I nostri protagonisti dovranno lasciarsi alle spalle tutto ciò che conoscevano e chiamavano “lavorare”. Però stavolta, al contrario delle altre, c’è più speranza. 

    Boris è tornato a salutarci un’ultima volta, probabilmente l’ultima ed è giusto così. Grazie di tutto, e dai dai dai.

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  • RECENSIONE LA STRANEZZA – IL DRAMMA È IN NOI

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    Presentato alla Festa del Cinema di Roma, con la commedia La stranezza il regista e scrittore Roberto Andò ritorna nella sua Sicilia, un anno dopo il dramma a cornice napoletana Il bambino nascosto. Lo fa rievocando uno dei grandi protagonisti della storia letteraria novecentesca come Luigi Pirandello, e un mondo dalle regole tutte sue.

    COMMEDIA SICILIANA

    Nella natia Girgento fa ritorno Luigi Pirandello (Toni Servillo), già stimato quanto controverso scrittore e drammaturgo, per incontrare il “collega” Giovanni Verga. Qui viene a sapere della morte dell’amatissima balia: affida il funerale a due sgangherati becchini, Sebastiano Vella e Onofrio Principato (rispettivamente Salvatore Ficarra e Valentino Picone), uno attore e l’altro commediografo dilettanti. Incuriosito dai due stravaganti personaggi, Pirandello si trattiene per assistere all’allestimento del loro primo spettacolo drammatico dopo anni di commedie; da testimone dei drammi dei due, sia in scena che dietro le quinte, Pirandello rivive un mondo forse da lui dimenticato, e si confronta con i fantasmi della propria arte. L’osservazione in sordina di questo teatro “dal basso” lo porta dunque a riscoprire le origini popolari del teatro e la sua energia vitale e prorompente, e in questo modo a ridare vita anche al proprio.

    Roberto Andò fonda il meccanismo drammatico de La Stranezza sull’ambiguo rispecchiamento tra questi tre autori molto diversi, il cerebrale Pirandello e gli spontanei Vella e Principato, e quindi tra teatro “alto” e teatro popolare. Distinzione, questa, che in realtà decade nel momento in cui entrambe le forme d’arte si fondano non sulla contraffazione della realtà ma, al contrario, sul suo svelamento. Non c’è molta differenza tra la complessa, rivoluzionaria opera di Pirandello e lo sconclusionato dramma dei due dilettanti, nel modo in cui entrambe sono in grado di scuotere il pubblico e metterne a nudo le verità.

    In questo senso, insolita quanto ottima l’idea di accostare la consueta gravitas di Toni Servillo alla buffoneria spontanea di Ficarra e Picone: il duo comico e il grande attore si calano alla perfezione nei rispettivi ruoli e, sebbene condividano relativamente poco screen time, la loro chimica funziona proprio perché imperniata su un rapporto “a distanza”, da punti di vista nascosti e inusuali.

    E palcoscenico ideale di questa commedia di caratteri è proprio la provincia siciliana, ritratta in modo straordinariamente efficace: sospesa tra passato e presente, incubi burocratici e tradizioni immutabili, popolata da caratteri pittoreschi e da una strisciante ed eterna presenza della morte sullo sfondo della vita quotidiana.

    IL GIOCO DELLE PARTI

    Il film di Roberto Andò è una commedia costruita quindi su un meccanismo drammaturgico interessante e stimolante, e su un acuto sguardo sulla funzione del teatro. Meccanismo, però, non sempre oliato alla perfezione: in più di un’occasione si avverte una certa confusione nella focalizzazione, nella scelta del punto di vista attraverso raccontare questa vicenda.

    Il più grande difetto della commedia di Andò è quindi anche ciò che la rende così degna di interesse: la sostanziale ambiguità tra mondo interiore e mondo reale è la componente più stimolante di questa commedia sulla creatività e sull’arte teatrale, ma diventa la sua più grande zavorra nel momento in cui lascia con una sensazione di incompiutezza, come se l’incontro tra commedia pura e dramma non centrasse pienamente il punto, arrivata la fine e calato il sipario.

    La commedia di Roberto Andò non mira a offrire uno spaccato d’epoca o una dissertazione colta sulla storia della letteratura e sulla figura di Pirandello: vuole essere un’ironica commedia storica, con punte di dramma e qualche nota di ambiguità sulla sfumatura tra realtà e finzione. E, nonostante la storia e i suoi personaggi non sono sempre in grado di reggere con costanza fino alla fine, questo scorcio su una stagione letteraria unica funziona e solletica la curiosità e l’interesse di chi il teatro lo conosce e lo ama o vorrebbe cominciare a conoscerlo.

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  • RECENSIONE TRIANGLE OF SADNESS – UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÓ MAI PIÙ

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    Ruben Östlund in Triangle of Sadness è interessato a guardare attraverso le crepe dei nostri fallimenti in quanto esseri umani. Il regista allarga il suo punto di vista, esplicitando la volontà di catturare e ritrarre le disfatte della nostra società, non limitandosi a tratteggiarle nei singoli individui. Il contesto da cui questi fallimenti vengono generati sono il vero bersaglio al centro della pellicola ma il rischio è che la satira di classe voglia apparire più audace di quanto sia in realtà. Nonostante sia difficile uscire insoddisfatti dalla sala quando si è visto un film così divertente e sottile nei suoi momenti migliori- vengono subito in mente i botta e risposta tra il capitano, fiero Marxista (non comunista) sull’orlo di una crisi di nervi e il ricco magnate Russo portabandiera del capitalismo più sfrenato-  si ha la sensazione che manchi qualcosa. Ulteriori tagli nella fase di montaggio e un finale meno derivativo avrebbero sicuramente contribuito ad evitare l’effetto compiaciuto di una sovversione intellettuale che non arriva a graffiare davvero il pubblico che ne dovrebbe rimanere più turbato.

    Dal quadrato, a sua volta trionfante a Cannes, si passa ad un’altra forma geometrica, il triangolo, che utilizza comunque tattiche simili nel ricreare situazioni insostenibili per una classe sociale a proprio agio con il privilegio nel quale è immersa; un modo di fare cinema che lo rende lo studente modello della lezione impartita da Buñuel ne Il fascino discreto della borghesia.

    L’innesto dell’azione nasce dall’industria della moda, elitaria e caratterizzata da rigide regole interne, un mondo che per definizione guarda dall’alto verso il basso i consumatori, basando sull’esclusività la propria immagine. Esclusività alla quale non sono immuni neanche i suoi volti più esposti: i modelli, le cui carriere possono essere tanto scintillanti quanto brevi, facendo dell’incertezza il prezzo da pagare per chi usa la propria bellezza come moneta di scambio. La maggior parte degli aspetti interessanti del film occupano proprio il primo atto che esplora i rapporti di potere in una coppia che naviga in questa industria. Carl e Yaya si apre con una sequenza che riflette in modo intelligente su questo aspetto e ci avvicina subito ad uno dei protagonisti, Carl (Harris Dickinson, che già nello splendido Beach Rats aveva dato prova di essere un volto adatto ad incorporare la fragilità alla rappresentazione maschile), un modello la cui carriera sembra essere arrivata ormai agli sgoccioli. Ne è informato da uno schietto commento del direttore artistico dell’algido brand per cui sta facendo un’audizione, quando questo gli suggerisce di utilizzare del botox per correggere il suo Triangle of Sadness, un’espressione che serve ad indicare la zona imbronciata appena sopra le sopracciglia. 

    Più tardi assistiamo ad un litigio furioso con la sua fidanzata Yaya, una modella che cerca di rimediare all’incerto futuro della sua carriera in passerella ritagliandosi un side job da influencer, che si aspetta sempre egoisticamente che sia Carl ad occuparsi del conto. Lui esprie invece il desiderio di sovvertire i tradizionali ruoli di genere e le aspettative che questi comportano e nonostante Yaya si dimostri inizialmente scettica, lo sviluppo della trama, in una situazione estrema, le lascerà spazio per esplorare ciò che questo comporta. 

    É proprio la sua esperienza come influencer che permette al film di cambiare scenario nel secondo atto, quando, grazie ad una crociera su uno yacht extralusso omaggiatole dal brand di turno, la coppia si trova a condividere gli spazi con un oligarca russo “re della merda”, una donna tedesca che a seguito di un ictus riesce a pronunciare solo la frase-tormentone In Der Volken e due coniugi inglese arricchiti grazie al commercio delle bombe a mano.

    Qui ci si prende spazio per collezionare le stranezze di questa città galleggiante dove le nevrosi dei singoli passeggeri diventano esigenze da esaudire ad ogni costo nel nome dei soldi e le cui ansie vengono proiettate all’esterno nei confronti di forme fisiche, che siano esse vele inesistenti o  steward particolarmente avvenenti. 

    Il carburante che li trasporta è la devozione alla bellezza -sfruttata per ottenere qualsiasi cosa si desideri- e al denaro, non importa se ottenuto nel più sporco dei modi (la merda o le armi). Ostlünd implica che l’unico esito possibile quando ci si affida a beni così volatili sia un declino, spesso improvviso, un naufragio inevitabile. Ed è proprio a questo punto che anche la pellicola sembra andare alla deriva. 

    Nonostante il film faccia dell’eccesso la sua cifra stilistica – eccesso che raggiunge il suo apice nel secondo atto del film, dove viene dedicato ampio spazio ad una sequenza in cui gli ultra ricchi passeggeri dello yatch, come ironico contrappasso, rigettano tutta l’abbondanza con la quale sono stati viziati- non si spinge abbastanza lontano, finendo per utilizzare il più classico degli espedienti per ribadire una lezione a cui il pubblico è già stato abituato.

    Triangle Of Sadness rimane comunque permeato dalla qualità immaginifica e visiva di Östlund che restituisce scene appaganti, giocando con la telecamera che riprende l’ondeggiamento nelle acque agitate dalla tempesta. 

    É una giostra divertente da cui si scende sicuramente avvertendo un senso di nausea ma non abbastanza scossi. L’estremizzazione delle situazioni infatti non contribuisce ad estremizzare a sua volta le considerazioni su temi giganteschi come il genere e la classe, che sembrano invece non arrivare abbastanza lontano.

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  • RECENSIONE AMSTERDAM – UN GOFFO RED CARPET HOLLYWOODIANO

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    E’ tornato al cinema David O. Russel e come di consuetudine tornano anche i massimi vertici dello star system hollywoodiano: questa volta nel red carpet audiovisivo diretto dal regista statunitense troviamo Christian Bale, Margot Robbie, J. David Washington, Chris Rock, Anya Taylor-Joy, Michael Shannon, Taylor Swift, Robert De Niro e Rami Malek, per citarne alcuni.

    O. Russel è al suo decimo film (se conteggiamo anche Accidental Love, ripudiato dal regista per divergenze produttive) e mancava dai grandi schermi da ben sette anni quando con Joy aveva portato Jennifer Lawrence ad ottenere la candidatura come miglior attrice protagonista all’88a edizione dei Premi Oscar (Russel è da sempre ben visto dall’Academy pur non avendo mai portato a casa una statuetta sulle cinque candidature ottenute). Proprio Lawrence era stata presa in considerazione come prima scelta di cast per Amsterdam e non è stata l’unica a rifiutare il ruolo, perché a lei si affiancano altri nomi del calibro di Jamie Foxx e Angelina Jolie. Non solo, inizialmente era stato scelto anche Michael B. Jordan per il ruolo di uno dei tre protagonisti, ma a causa di conflitti di programmazione è stato sostituito da J.David Washington; pare che il regista non volesse proprio dirigere questo film senza una buona fetta di Hollywood al suo interno, ma lo star system sarà bastato per portare a casa il risultato?

    IL “BUSINESS PLOT” (DI O. RUSSEL)

    Amsterdam parte da un presupposto tutt’altro che deprecabile: fondere il noir alla commedia nera – mescolando pertanto i suoi American Hustle e Il Lato Positivo – per raccontare l’evento storico chiamato “business plot”, ovvero il tentato colpo di Stato fascista che nel 1934 cercò di rovesciare la presidenza Roosevelt, ordito – così si dice – da un gruppo di importanti industriali del tempo.

    Nel film ci troviamo infatti nella New York del 1933 dove i reduci della Grande Guerra divenuti amici sul fronte europeo, il dottor Burt Berendsen (Christian Bale) e il “forte e affidabile” Harold Woodman (J.David Washington), sono costretti a guardarsi le spalle dinanzi al cadavere del generale che li fece conoscere, probabilmente morto per avvelenamento appena prima dell’uccisione anche della moglie Liz (Taylor Swift). Assieme alla “sfrontata e luminosa” Valérie (Margot Robbie), ex infermiera di guerra con cui ad Amsterdam si erano promessi reciproca protezione (e con un passato amoroso con Harold), in un alternarsi di flashback e flashforward finiscono per scavare a fondo di una cospirazione nazionale che rischia di minare le basi della solida democrazia americana.

    “Business plot”: un termine che nella sua accezione letterale (e non storica) si sposerebbe bene anche con le intenzioni di O. Russel. Purtroppo dietro ai volti noti e al clamore nel leggere così tanti nomi altisonanti in un solo film, non resta molto di cui gioire. Il corposo budget di 150 milioni di dollari – di cui 70 solo per il marketing – è inversamente proporzionale alla qualità del risultato finale: sono così alte le ambizioni del regista che faticano a sposarsi in armonia con la scrittura dei personaggi ridotti a macchiette e stereotipi dell’America del tempo. Si tratta di una scrittura volutamente caricaturale, per l’appunto, ma che non lascia spazio ad alcun approfondimento o ad alcuna sferzata alle classi sociali, culturali e politiche del tempo, perché si corre sempre sul crinale che separa la commedia nera dal noir, ma senza andare a fondo in nessuno dei due generi; la comicità arriva sporadicamente e nelle sue uniche avvisaglie appare goffa e loffia, mentre il noir è totalmente privo di mordente.

    MAI SOTTOVALUTARE IL PUBBLICO

    Probabilmente il “business plot” del regista sessantaquattrenne non avrà gli esiti sperati, con la controprova che non basta più soltanto il divismo per conquistare il box office mondiale: Deadline stima un incasso globale attorno ai 35 milioni (nel suo primo week end di programmazione negli USA ha sfiorato appena i 10 milioni) e neanche la critica specializzata pare gradire particolarmente l’opera che su Rotten Tomatoes si aggiudica un 34% di recensioni positive. Insomma, un vero e proprio disastro per New Regency, la casa di produzione del film.

    D’altronde viene naturale chiedersi come il regista abbia pensato che potesse essere una buona idea trattare la Storia (di cui “molto è successo per davvero” come preannunciato ad inizio film) con una tale superficialità e con sconcertante pressapochismo: O. Russel cerca di inserire la differenza di classe, la ciclicità della guerra che si ripete, il disprezzo del tempo verso l’amore interraziale, i prodromi del fascismo e del nazismo, il genio della creatività incompresa e delle avanguardie artistiche (Valérie che cerca di insegnare a “vivere per ciò che c’è di bello anche se si è a pezzi”, componendo opere d’arte con le ferraglie dei feriti e dei reduci di guerra), creando delle figurine, delle sagome bidimensionali di cui arriva poco o nulla, se non delle interpretazioni perennemente in overacting e artefatte – nel senso negativo del termine; se per certi attori era prevedibile la commedia non è affatto il genere migliore per la monoespressività di J. David Washington -. altri come De Niro o Bale sembrano proprio arrancare svogliatamente all’interno di un progetto che probabilmente non ha coinvolto né convinto nemmeno i suoi interpreti.

    Pur partendo da ambizioni meritevoli di rispetto, Amsterdam rimane un mero red carpet hollywoodiano con un piccolo (grande) problema: a questa tournée ad accogliere le star ai lati del tappeto rosso non c’è nemmeno il pubblico.

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  • RECENSIONE HOUSE OF THE DRAGON – LA VERA DANZA DEI DRAGHI

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    La nuova serie high fantasy targata HBO, tre anni dopo l’assai discussa stagione finale di Game of thrones, dopo una partenza incerta diventa ciò che la serie madre si era dimenticata di essere: una storia di grandi trasformazioni e lotte politiche.

    Così come la saga letteraria delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire, iniziata nel 1996 e non ncora conclusa) di George R.R. Martin ha appassionato e continua ad appassionare i lettori di tutto il mondo in trepidante attesa per i capitoli finali, il suo adattamento televisivo Il Trono di Spade (Game of Thrones, 2011-2019) ha tenuto incollati allo schermo milioni di spettatori. Un’audience che quasi nella sua interezza ha poi constatato l’evidente declino dello show fino ad un finale certamente zoppicante nel maggio 2019. La gestione apparentemente incerta degli annunci e degli annullamenti per i nuovi progetti televisivi ambientati a Westeros e dintorni lasciava presagire nubi di tempesta per House of the Dragon, adattamento del romanzo prequel Fire and Blood, pubblicato nel 2018. Fortunatamente non è andata così.

    176 anni prima della ribellione contro i Targaryen, il re Viserys I governa i Sette Regni in un periodo relativamente pacifico. La mancanza di un erede maschio fa sì che la principessa Rhaenyra sembri destinata al trono, ma il secondo matrimonio del padre con la giovane Alicent Hightower, amica intima di Rhaenyra, rischia di mettere in discussione la sua pretesa al trono. In piu il principe Daemon, fratello di Viserys, non sembra intenzionato a restare con le mani in mano.

    Chi nel 2011 era rimasto sconvolto dalla magnifica e terrorizzante (per quanto low budget) scena iniziale di Game of Thrones, probabilmente si sarà fatto una grassa risata vedendo l’inizio della prima puntata di House of the Dragon. Dove c’erano tre cavalieri sconosciuti, vestiti interamente di nero, che venivano macellati in mezzo ad una foresta innevata da creature mostruose, qui abbiamo una voce fuoricampo che ci narra in stile documentario storico la bagarre dinastica di un manipolo di discendenti di un re morente, tutti con quei capelli bianchi come l’avorio che abbiamo iniziato ad associare ad un solo nome: Targaryen. Non è certo il più elegante dei biglietti da visita, ma fortunatamente è uno dei pochi scivoloni di una prima stagione che migliora episodio dopo episodio.

    Al netto di qualche imprecisione e qualche piccola sciatteria nei dialoghi delle prime puntate (che però non infastidiranno troppo chi non è appassionato incallito del mondo creato da Martin), la serie recupera quella solennità, quell’austerità e quell’eleganza, anche nelle scene sulla carta più violente o triviali, che Game of Thrones nella sua seconda metà aveva quasi completamente perso.

    Ed è innegabile la necessità di parlare della serie madre (o per meglio dire, pronipote) per parlare di House of the Dragon. L’impronta registica non è eccessivamente differente e la scrittura ricorda davvero quella dei primi episodi del 2011, ma il soggetto in questo caso è la messa in scena delle prime crepe di una dinastia che fino ad allora era sembrata più sovrana che divina e di cui abbiamo già visto la distruzione.

    Qui il regno è ancora compatto, ma questo non impedisce alla macchina da presa e agli sceneggiatori di mostrarci una grande pluralità di luoghi e personaggi, ognuno con il suo punto di vista. A differenza della serie madre tuttavia si converge sempre verso il centro, verso Approdo del Re, la Fortezza Rossa e il Trono, qui mostrato nella sua magnificenza di tutte le 300 spade. Un fulcro radiante, di cui abbiamo già visto i frantumi.

    La volontà di non discostarsi troppo da Game of Thrones si nota anche dalla scelta, forse un po’ pigra e timida, di riproporre la sua iconica sigla. Il tema musicale non è nemmeno riarrangiato e il visual concept è leggermente diverso e meno immediato e decifrabile. Tutto questo ha il sapore più della sudditanza che dell’omaggio.

    Grande nota di merito per la recitazione, dove si fatica davvero a trovare falle, ma d’altronde anche la serie madre era stata impeccabile nel casting. Certo, mancava un nome di grido come quello di Matt Smith (con buona pace di Peter Dinklage e Sean Bean, nomi certamente noti ma non propriamente superstar prima della serie). Il suo Daemon Targaryen vuole certamente essere il mattatore assoluto della serie. Un crepuscolare Paddy Considine e un apparentemente pacato Rhys Ifans sono perfetti nei panni del re Viserys e del Primo Cavaliere Otto Hightower, ma la punta di diamante si trova nelle due protagoniste, nei personaggi di Rhaenyra Targaryen e Alicent Hightower. Prima principesse, poi regine madri e vere stelle polarizzanti della narrazione. Il cambio di attrice per le nostre eroine a metà della stagione è in entrambi i casi riuscitissimo. Se Olivia Cooke nella versione adulta di Alicent è agevolata oltre che dal suo talento anche dall’impressionante somiglianza con la “sé stessa giovane” Emily Carey, Emma d’Arcy come Rhaenyra riesce a tratti a dare continuità alla singolarissima mimica di Milly Alcock, nonostante una grande diversità anatomica.

    Piccola postilla leggermente imbarazzante per i personaggi di Casa Velaryon, con capigliature sì caratteristiche (e anche funzionali alla narrazione), ma decisamente fuori contesto. In più, un non necessario blackwashing per loro e altri personaggi era assolutamente evitabile, in una serie ambientata in un mondo vastissimo con una miriade di popolazioni diverse. Non serviva una forzatura del genere e la rappresentazione della diversità avrebbe potuto trovare molto facilmente il suo spazio in maniera più efficace. Infine Ewan Mitchell nei panni di un personaggio molto interessante come Aemond Targaryen risulta un po’ troppo macchiettistico. Un villain troppo da fumetto, che spinge lo spettatore sul finale di stagione a vedere il suo schieramento, quello di sua madre Alicent e dei Verdi come “i cattivi” rispetto a Rhaenyra e i suoi Neri. Ma magari lo spettore sarà nuovamente accompagnato a comprendere col passare del tempo le scelte dei personaggi che inizialmente detestava

    Con questa speranza, attendiamo fiduciosi, l’esplosione definitiva della Danza dei Draghi

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  • RECENSIONE SERGIO LEONE, L’ITALIANO CHE INVENTO’ L’AMERICA – IL NUOVO “ENNIO”?

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    Francesco Zippel, italiano che ha lavorato assieme a registi internazionali del calibro di Friedkin e Anderson, è alla sua ennesima prova nel genere documentaristico e alla seconda nell’ambito della filmografia del nostro paese e dei suoi mostri sacri. Oltre a Friedkin Uncut (2018) e Oscar Micheaux-The Superhero of Black Filmmaking (2021), infatti, ha lavorato anche ad un mediometraggio/intervista dedicata a Fellini, con protagonista Wes Anderson, Fantastic Mr Fellini (2020). 

    Sarebbe dunque sbagliato chiamare il suo ultimo film, dedicato a Sergio Leone e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venezia Classici, un “ritorno alle origini”. Tuttavia, si tratta certamente di una naturale prosecuzione per la carriera del documentarista, filmmaker tra due mondi, dedicato a un artista che più di altri ha saputo far comunicare Italia e America.

    Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America (alcune fonti riportano anche “l’uomo che inventò l’America” come titolo) è costruito tutto attorno agli interventi di personaggi che hanno lavorato col regista (Eastwood, Connelly, De Niro), che l’hanno studiato (Christopher Frayling), conosciuto e vissuto (i figli) o che sono stati ispirati dalla sua opera (tra i nomi citabili, Spielberg e Frank Miller).

    Il film rientra agevolmente all’interno di quel filone di documentari dedicati a figure del nostro cinema usciti negli ultimi anni. Si pensi solo a titoli come Fellinopolis (Silvia Giulietti, 2020), Django & Django (Luca Rea, 2021) o Ennio (Giuseppe Tornatore, 2021; trovate la nostra recensione qui. Con quest’ultimo in particolar modo il film di Zippel sembra avere delle somiglianze superficiali: a causa della collaborazione tra Leone e il compositore, infatti, diversi degli intervistati sono presenti in entrambe le pellicole (Tornatore, Eastwood, Tarantino, lo stesso Morricone…). Inoltre, si possono notare all’interno di tutti e due i film l’uso di alcuni (pochi) filmati uguali, oltre che, per ovvie ragioni, il ritorno a film già affrontati nel lavoro di Tornatore. Ma l’intento di fondo risulta completamente diverso. Se, infatti, Ennio voleva fungere, almeno da ciò che emergeva dalle parole del musicista, anche come forma di “redenzione” per un artista mai del tutto sicuro del valore della propria arte, qui abbiamo uno studio approfondito riguardante un maestro affermato e concretizzato visto da un punto di vista esterno.

    Già dal titolo, infatti, Sergio Leone-L’italiano che inventò l’America ci espone la sua missione: non è interessato a ripercorrere l’intimità e la mente dell’artista (come aveva fatto Tornatore con Ennio, portandoci come voce narrante lo stesso compositore), né a far riscoprire al pubblico mainstream un autore meno conosciuto (come aveva fatto il documentario dedicato a Corbucci, autore apprezzatissimo dai cinefili e appassionati ma certamente meno prominente nella memoria collettiva degli spettatori “casuali” rispetto a Leone). La presenza di appassionati che sappiano spiegare nel dettaglio la sua arte (tra tutti il più informato, a scapito di un Tarantino più loquace, è certamente Scorsese) e veri e propri esperti (i bolognesi riconosceranno Farinelli, direttore della Cineteca) permette la creazione di un dossier interessantissimo di informazioni attorno al suo processo creativo, alla sua maniera di fare western che sono, come ben espresso da Frayling, “la mitizzazione del mito” americano portato sullo schermo.

    Pertanto, alla storia della vita di Leone, trattata molto sommariamente, e alla cronologia dei suoi film, si alternano vere e proprie sezioni dedicate a singoli argomenti che abbracciano il processo del filmmaking nella sua completezza e che coinvolgono anche figure apparentemente “minori” come il rumorista o il sound mixer. Si rispolvera così anche un certo modo di far cinema, ormai superato dall’uso della tecnologia ma ancora estremamente affascinante. 

    Di nuovo, l’interesse non è per la cronologia o per una ricostruzione di tipo storico: spesso un film viene solo citato en passant per poi essere ripreso più avanti nel dettaglio, un altro viene nominato prima che gli venga dedicata una sezione intera… Ugualmente, c’è poco interesse nel restituire la figura umana: i figli appaiono poco (rispetto ad altri partecipanti al documentario) e l’aneddoto più interessante del Leone uomo viene raccontato non da loro ma da Jennifer Connelly, che ricorda la delicatezza con cui, ancora bambina, l’aveva diretta nella scena del bacio in C’era una volta in America. Anche quel poco che scopriamo della sua esperienza personale serve a completare il suo ritratto come regista: il trauma nazionale delle Fosse Ardeatine viene rievocato in una scena di Giù la testa, l’incontro coi “veri americani” post Liberazione, tanto diversi da quelli visti nei film, una delusione che si traduce su pellicola.

    Alle interviste e le clip tratte da film o dietro le quinte si alternano delle piccole scene raffiguranti set e scene tratte dai suoi lavori ricostruite in miniatura e con l’aiuto del digitale. Questi intermezzi sono certamente la parte debole del lavoro di Zippel: stonano col resto della narrazione e non sempre risultano ben realizzati a livello tecnico, con una CGI a tratti ovvia. Si tratta, comunque, di una piccolezza, una sbavatura per un film che, pur non virando mai in direzioni funamboliche o rivoluzionarie per il genere e non arrivando mai ai picchi di grandiosità di altri lavori (probabilmente non pretendendolo neppure), si merita un grande plauso per aver ricostruito in maniera interessante, senza scadere nella prolissità, l’arte di un Maestro del nostro cinema.

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  • RECENSIONE BLACK ADAM – COME THE ROCK (QUASI) SALVO’ IL DCEU

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    18 Marzo 2021: arriva su HBO Max il tanto atteso Zack Snyder’s Justice League, la versione “originale” della pellicola uscita rimaneggiata da Joss Whedon nelle sale nel 2017 e qui tronfia delle sue quasi quattro ore di durate e del formato in 4:3 (di cui trovate la nostra recensione qui). Se in Italia, per assenza della piattaforma, l’uscita di questa versione ha dovuto subire delle deviazioni fino alle rive di Sky/Now, indubbio rimane il fatto che all’interno dell’universo cinematografico condiviso di casa DC si possa definire un prima ed un dopo. I fan avevano vinto, surclassando addirittura le decisioni dei capoccia della Warner stessa, dimostrando un potere decisionale senza precedenti.

    La gerarchia dell’universo DC sta per cambiare.”

    Con questa frase Dwayne “The Rock” Johnson ha martellato la campagna marketing del suo Black Adam in cui veste i panni dell’antieroe e stregone, un’espressione che sembra però avere in realtà una doppia valenza: la prima interna al racconto, dato che il suo Black Adam – come vedremo più nel dettaglio in seguito – risulta essere senza ombra di dubbio uno dei personaggi più forti, capace di affrontare senza problemi anche gli eroi più forti; la seconda invece è interna all’azienda stessa, data la forte presenza che The Rock sembra aver avuto sugli studios stessi capace di ottenere un film da solista per il suo personaggio (pensato originariamente come “semplice” villain per l’eroe Shazam) e di avanzare pressioni per sei anni – a detta dell’attore – per reinserire Henry Cavill nei panni di Superman, traguardo ora ottenuto in concomitanza – forse non a caso – con l’addio del dirigente Walter Hamada a capo dell’universo DC dal 2018.

    Rimanendo però saldi al presente, Black Adam ha appena raggiunto le sale, ma sarà davvero riuscito a ribaltare la gerarchia e a cambiare il destino di un universo condiviso che sembrava destinato a crollare su se stesso?

    “DIGLI CHE TI MANDA L’UOMO IN NERO”

    5000 anni prima di Cristo, mentre i vari popoli si scontrano per il potere, il popolo della città di Kahndaq vive in pace e prospera grazie all’Eternium, minerale dalle proprietà magiche che finisce per attirare le mire del tiranno Ahn-Kot che soggioga gli abitanti della città e li sfrutta per estrarre il minerale con l’obiettivo di creare una corona dai poteri demoniaci. Piano che verrà però fermato da un giovane ragazzo che aizza una rivolta di schiavi contro il tiranno e che finisce per attirare le attenzioni del Consiglio degli Stregoni che gli concede i poteri di Shazam per liberare il suo popolo e fermare Ahn-Kot, divenendo così il campione Teth-Adam (Dwayne Johnson).

    Nel presente, Kahndaq è nuovamente soggiogata ora da un’organizzazione criminale di nome Intergang da ormai diversi decenni. Nel tentativo di recuperare la Corona di Sabbac creata da Ahn-Kot cinque millenni prima, la professoressa universitaria Adrianna (Sarah Shahi) finisce per risvegliare il campione a lungo imprigionato ed attirando così su Kahndaq le attenzioni della Justice Society of America, gruppo di supereroi con l’obiettivo di fermare il pericoloso Adam.

    Tante informazioni alle quali verranno poi aggiunti ulteriori elementi e passaggi narrativi, con tanto di sorprese e veri e propri plot-twist, che la pellicola riesce però a veicolare in maniera chiara e leggera, senza incorrere in un’eccessiva pesantezza e senza richiedere alcuna conoscenza pregressa derivante da altri film – cosa ormai rara e quasi impensabile, abituati come siamo all’interconnessione a tratti eccessiva dell’MCU – ma che riesce comunque a riservare alcuni collegamenti che faranno ben felici i fan dei fumetti. Elemento che aiuta la scorrevolezza della pellicola – che supera di poco le due ore – è l’azione, predominante nella pellicola e che viene messa da parte per brevi sequenze di dialogo che di certo non spiccano per qualità drammaturgica ma che riescono comunque a strappare qualche risata e a coinvolgere emotivamente in alcuni rari momenti ottimamente costruiti.

    Tra i personaggi che popolano la vicenda la Justice Society riesce a catturare presto l’attenzione, grazie a quattro  “nuovi” supereroi, qui introdotti per la prima volta e che se con Atom Smasher (Noah Centineo) e Cyclone (Quintessa Swyndell) si ha un approfondimento minimo – lasciandoli probabilmente aperti ad una futura caratterizzazione più profonda – è con Hawkman (Aldis Hodge) e Doctor Fate (Pierce Brosnan) che ci si ritrova davanti ad eroi veri e propri con un loro ideologia di fondo che nel primo eroe si presenta con il desiderio di essere un vero leader e di voler “proteggere e servire” (su cui il film intavola tra l’altro un appena abbozzato ma comunque apprezzabile parallelismo con il comportamento degli Stati Uniti in materia di relazioni internazionali), mentre nel secondo con un atteggiamento più rodato e saggio vista l’età e l’esperienza rendendolo capace di sapere quando intervenire e quando no.

    EROE O VILLAIN, QUESTO È IL PROBLEMA

    Con giusta asserzione il vero punto forte della pellicola è però il suo protagonista, dotato di poteri inimmaginabili e quasi inarrestabili e su cui la sceneggiatura imbastisce una continua discussione interiore sull’essere buono o cattivo, sull’uccidere senza remore i propri nemici o risparmiarli ed assicurarli alla giustizia “degli uomini”, con un Dwayne Johnson capace di distaccarsi dal classico ruolo di “uomo alto e forte ma buono e simpatico” (alla Jumanji per intenderci) dedicandosi anima e corpo ed ottenendo un ottimo risultato.

    Ovvia la presenza – date le premesse di antieroe del protagonista – di un villain “duro e puro”, che però complice anche il risicato minutaggio a lui dedicato finisce per essere un mero contentino per confermare le intenzioni di Adam verso il finale e per inserire il classico scontro finale tipico di queste pellicole.

    Sul lato tecnico, la regia di Jaume Collet-Serra e la fotografia curata da Lawrence Sher imbastiscono un film che visivamente non può che non riportare alla memoria i precedenti lavori del sopracitato Snyder, con una fotografia estremamente pacchiana che passa dalle tonalità pastello delle ambientazioni al neon che caratterizza i vari poteri degli eroi, come i fulmini di Adam o la magia di Fate, assieme ad una carrellata di sequenze al rallenty forse un po’ troppo predominanti. Doveroso comunque sottolineare come le numerose scene d’azione risultino, per la maggior parte, ben dirette, permettendo allo spettatore di capire ciò che avviene a schermo.

    Sul lato attoriale, oltre all’ottima prova di Johnson, sono – com’era facile aspettarsi – Aldis Hodge e Pierce Brosnan i due nomi che meglio riescono a creare empatia con i loro personaggi, lasciando più all’oscuro i loro compagni minori e soprattutto i vari personaggi “umani” (senza poteri), decisamente dimenticabili.

    Piccola parentesi per dedicare un plauso al reparto costumi, uno degli elementi decisamente più riusciti della pellicola e che sono riusciti, attraverso una mediazione tra ripresa del design classico e modernizzazione a creare alcune tra le migliori hero suit mai visti in un film di supereroi.

    CONCLUSIONI

    Con alti e bassi, la pellicola diretta da Jaume Collet-Serra riesce a portare sullo schermo un mix di azione e di avventura supereroistica decisamente divertente, a patto di tollerare una sceneggiatura decisamente semplice, con personaggi a volte ottimi come il protagonista o alcuni degli eroi ed altri invece tranquillamente dimenticabili ed un comparto tecnico pacchiano, che riporta alla mente lo Snyder di Justice League. Allo spettatore la decisione di accettare il compromesso, sedersi sulla poltrona del cinema e spegnere il cervello per due ore, oppure rifiutare.

    Fatto sta che The Rock non ha decisamente rivoluzionato il DCEU, ma è stato per lo meno capace di aggiustarne il tiro, nella speranza di un futuro un po’ più roseo.

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  • RECENSIONE IL SIGNORE DEGLI ANELLI: GLI ANELLI DEL POTERE – EPICA IMPERFETTA

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    Il mondo creato da J.R.R. Tolkien con Il Signore degli Anelli presenta due volti ben definiti: quello letterario dei romanzi e racconti e qualche poema , e quello successivo cinematografico di Peter Jackson. Entrambi sono stati rivoluzionari, e ciascuno ha plasmato un immaginario ben definito nel loro campo e nella loro epoca. 

    Il compito affidato da Amazon Studios al duo di showrunner esordienti J. D. Payne e Patrick McKay è stato quello, non facile né scontato, di forgiare una terza via, e Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere fa questo: la serie è il racconto del passato mitico del suddetto immaginario, nonché la sua riproposizione a un pubblico che, nel frattempo, ha avuto occasione di riscoprire altri generi di fantasy molto diversi fatti di sangue, sesso e troni di spade.

    Fin dai primi episodi (Trovate le nostre prime impressioni sulla serie qui), la nuova serie targata Amazon Studios mostrava un livello di dettaglio e immersione forse senza precedenti nella storia della televisione, così come lasciava scoperto il fianco ad alcune sostanziali pecche nella narrazione che la stagione avrebbe forse potuto correggere. La stagione si è conclusa e Gli Anelli del Potere conferma ampiamente i pregi così come i difetti intravisti all’inizio.

    L’UNIVERSO IN UNA BOTTIGLIA

    L’impressione dei primi capitoli, diretti da Juan Antonio Bayona, che questa serie avesse puntato molto sulla dettagliata ricostruzione visiva della Terra di Mezzo viene confermata nel corso della stagione: quello proposto da Gli Anelli del Potere è fin dalla prima stagione uno degli universi di finzione più ricchi di dettagli e di potenzialità espressive mai visti in televisione.

    Questo non è fine a sé stesso e non è solo sfoggio di grandi mezzi. Il sense of wonder e la sospensione dell’incredulità non vengono mai meno, e la grande cura nel distinguere popolazioni, culture e linguaggi a ogni spostamento geografico è sempre al centro della costruzione di questa nuova e antica Terra di Mezzo. Impeccabile il lavoro svolto nelle scenografie e nei costumi, quindi, ma l’attenzione spesa nell’esplorare i diversi angoli del mondo creato da Tolkien non si limita a questo: le differenze si percepiscono nei dialoghi, nei modi di dire, nella mentalità delle diverse popolazioni, ed è questa, in fin dei conti, la chiave di un world building vincente. World building che non è mai elemento secondario in una narrazione fantastica, ma è la base vitale per immergere lo spettatore in modo adeguato nelle vicende storiche e personali di una storia a così ampio respiro. In questo, dunque, Gli Anelli del Potere non delude.

    UN RACCONTO EPICO E DISCONTINUO

    È indubbio il lavoro svolto nel cercare di rimanere fedeli al nucleo tematico delle opere di Tolkien, più che nel trasporre con rigore filologico gli eventi e i personaggi dei suoi scritti. A dispetto di quanto affermano con livore certi commentatori, il team di sceneggiatori ha fatto i compiti per casa e ha riproposto lo spirito de Il Signore degli Anelli con relativa fedeltà e qualche interessante twist funzionale alla narrazione.

    La prima stagione de Gli Anelli del Potere è, infatti, un ampio racconto corale sulla lenta e progressiva presa di coscienza, da parte dei popoli della Terra di Mezzo, di un Male incombente, in realtà sempre esistito sullo sfondo della Storia. Lo scontro tra popoli, le differenze di cultura e mentalità che diventano, con fatica e sacrifici, reciproca comprensione, sono temi che sono il cuore pulsante de Il Signore degli Anelli; ma la serie di J. D. Payne e Patrick McKay non si limita a voler riproporre Tolkien nel 2022.

    La prima stagione di Gli Anelli del Potere è stata imperniata, nei primi episodi, attorno a una serie di punti di domanda chi è lo Straniero? Dietro a quale identità si nasconde Sauron? per tenere alta l’attenzione e la curiosità mediatica attorno alla serie, così come per delineare i personaggi, chiarire le loro motivazioni, esplorarne il background. Il disegno di questo nuovo antico mondo e dei suoi abitanti funziona, e i personaggi risultano ben definiti e caratterizzati. Lo sviluppo di questi misteri, l’evoluzione dei personaggi, d’altra parte, non sono sempre stati all’altezza della loro introduzione.

    L’intreccio delle vicende che culminano nella battaglia del sesto episodio, nell’irruzione della guerra nella Terra di Mezzo, è stato messo in scena con un rigore che tuttavia, alla lunga, finisce con il prendere il sopravvento sull’approfondimento psicologico, sull’umanità dei personaggi.

    Questi assurgono quasi tutti a figure mitologiche, vengono spogliati di qualsiasi dimensione umana e cristallizzati in virtù e difetti coerenti con l’impianto epico-mitologico della serie, e in quanto tali risultano spesso algidi e dalla difficile immedesimazione. Senza contare che, molti di questi, al termine della stagione, rimangono fermi ai blocchi di partenza dei primi episodi: sempre ben caratterizzati ma sostanzialmente immutati dalla loro introduzione.

    La narrazione incasella eventi e rivelazioni con una pacata meticolosità in cui persino la forma-episodio è diluita e poco funzionale alla scansione narrativa delle vicende, in questo lungo film di otto ore e passa diviso in episodi, che fin troppo spesso soffre della sua stessa meticolosità oltre che della sua natura introduttiva: molte linee narrative vengono lasciate con un certo senso di incompiutezza giunte al finale di stagione, anche se potrebbero riservare non poche sorprese per le stagioni future.

    LUCI E OMBRE DELLA SERIE TV PIU’ COSTOSA DI SEMPRE

    Gli sforzi della serie targata Amazon Studios sono ammirevoli ma non sempre soddisfano le aspettative create dalla sua origine letteraria e dall’inevitabile macchina dell’hype, messa in moto per la serie televisiva con il più alto budget di sempre. Gli Anelli del Potere sembra vivere di pura fascinazione per un mondo fantasy costruito in maniera eccellente, ma spesso fragile nello sviluppo narrativo e grezzo nel raccogliere le fila della trama imbastita. D’altra parte sarebbe pure un errore liquidare l’impianto spettacolare e il world building della serie come trionfo della forma sulla sostanza. Questa serie epica e imperfetta, dai notevoli pregi e notevoli difetti, non è ancora la nuova serie fantasy definitiva, ma ha tutte le potenzialità per diventarlo. L’interesse da parte del team di sceneggiatori nell’approfondire la Terra di Mezzo e i suoi abitanti c’è, le possibilità aperte per le prossime stagioni sono intriganti; basterebbe solo che Gli Anelli del Potere affinasse le sue ambiziose mire in una storia più coesa.

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