Category: Recensioni

  • RECENSIONE DO REVENGE – LA TEEN COMEDY CHE RESTITUISCE GLI ANNI ’90 ALLA GEN Z

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    Do Revenge è la teen comedy che Netflix ha provato a realizzare per anni senza mai  raggiungere gli obiettivi sperati. I tentativi in questa direzione negli anni si sono sprecati, con titoli che non solo non sono stati in grado di entrare in sintonia con il target di riferimento ma si sono distinti come alcuni dei prodotti qualitativamente peggiori offerti dalla piattaforma, facile citare la trilogia di The Kissing Booth, Tall Girl, Sierra Burgess è una sfigata e The perfect date. Invece il secondo film di Jennifer Kaytin Robinson funziona perché rende omaggio ad alcuni dei titoli iconici prodotti tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila che sono entrati nel vocabolario pop della gen z. Questo aggiornando il linguaggio sia verbale che visivo al contemporaneo senza però risultare stucchevole. 

    L’ispirazione dichiarata del film guarda però ad un libro e ad un film che affondano le proprie radici negli anni cinquanta, si tratta del thriller psicologico Strangers on a train, romanzo scritto da Patricia Highsmith e adattato nell’omonimo noir di Alfred Hitchcock. Se in Strangers on a train, inizialmente disdegnato dalla critica per poi  essere rivalutato solo recentemente, due sconosciuti si incontrano durante un viaggio in treno e decidono di affidarsi reciprocamente un delitto in modo da non essere collegati in nessun modo l’uno all’altro – inaugurando un filone interno al genere nel quale la fonte del male non deriva da elementi soprannaturali quanto dall’uomo stesso – in Do revenge le protagoniste Drea (Cami Mendes, Riverdale) ed Eleanor (Maya Hawke, Stranger Things, alla quale è affidato per la seconda volta un personaggio queer) scelgono lo stesso metodo ma questa volta per ottenere vendetta o appunto “farsi vendetta” con una dubbia scelta grammaticale. 

    Conosciamo per prima Drea, la Regina George del prestigioso liceo privato Rosehill Country Day, che si muove in un regno nel quale lei, inizialmente, occupa il rango più elevato della complessa piramide sociale. Nasconde bene l’essere una studentessa sostenuta da una borsa di studio, come la sua provenienza e il non essere nata nella ricchezza e nel privilegio dei compagni. Drea è la it-girl dal guardaroba che fa tendenza, appare su Teen Vogue e sembra avere tutto sotto controllo, dai voti stellari che le spianeranno la strada verso una Ivy League al fidanzato Max (interpretato da un impeccabile Austin Abrams che abbiamo conosciuto in Euphoria), maschio alpha della situazione. Presto però assistiamo al crollo di questo castello architettato con tanta maestria, non facendosi scrupoli ad abbattere chiunque cercasse di ostacolarla. Drea è come Icaro, ha volato troppo vicino al sole e il suo fidanzato ha diffuso il suo sex tape, come recita in voice over una delle battute migliori del film. La vediamo quindi diventare una reietta, avvicinandosi al personaggio di Emma Stone in Easy A, ed essere spedita a lavorare in un tennis club dove avrà tempo di covare il suo risentimento proprio in tempo per il nuovo anno scolastico. 

    É infatti qui che Drea incontra Eleanor – il doppio opposto della protagonista – il cui aspetto più trascurato e l’attitudine diametralmente opposta a quella delle compagne la portano ad autodefinirsi “una Billie Jean King in un mondo di Maria Sharapova”. Le due che sembrano arrivare da due mondi diversi trovano però un punto di incontro quando Eleanor confessa di aver subito un’umiliazione molto simile quando ad un campo estivo molti anni prima una ragazza alla quale si sera dichiarata aveva sparso falsi pettegolezzi, dipingendola come una predatrice sessuale. Il piano della vendetta Machiavellica emerge quasi naturalmente, anche se durante la sua messa in atto, si rileva meno violento e crudele, non solo rispetto all’esempio Hitchcockiano, ma anche rispetto ai suoi corrispettivi più vicini nel tempo, tra i quali Heathers.  

    Do Revenge è un trasposizione delle più classiche teen comedy satiriche che, con un’estetica assimilabile ad alcune delle serie tv presenti sempre sulla piattaforma, una fra tutte Sex Education, accarezza temi quali la consapevolezza di classe e l’outing. Strizza quindi l’occhio alla gen z sia da un punto di vista lessicale, con un espressioni che troverebbero facile collocamento anche su Twitter come “cis hetero men championing female identifying students league” o il termine Gennergy per descrivere l’energia emanata dal personaggio che Gleen Close interpreta in Attrazione fatale. Anche la rappresentazione della mascolinità di Max serve questo scopo, con Austin Abrams che si ritrova a rappresentare tutto ciò che il suo personaggio che abbiamo conosciuto in Euphoria non è, un narcisista misogino che si nasconde dietro a una facciata woke. In Max vengono sintetizzati tutti gli ultimi trend in fatto di moda maschile, sul suo moodboard è facilmente individuale Harry Styles, anche se in questo caso la demolizione della mascolinità tossica è solo apparente, una tecnica messa in atto per rendere ancora più efficaci subdole tecniche manipolatorie. Ad incorniciare i toni pastello dei curatissimi costumi, che sono già candidati a diventare la novità di quest’anno in fatto di costumi per Halloween, non poteva mancare una colonna sonora impeccabile. Curata da Este Haim – una delle sorelle Haim che, sia quando si che si tratti di recitazione o che si tratti di musica, non fanno mai un passo falso – non si sottrae al gioco dei richiami mescolando hit del momento come Brutal di Olivia Rodrigo, regina contemporanea dell’estetica YK2, o Happier than ever di Billie Eilish a brani simbolo come Kids in America per Clueless o Praise You di Fatboy Slim per Cruel Intentions. 

    UNA MAPPA DEI RIFERIMENTI IN DO REVENGE (CONTIENE SPOILER!)

    Cogliere i riferimenti è senza dubbio la parte più divertente del film che nonostante riesca ad aggiungere alcuni elementi originali si presenta come un dizionario aggiornato del genere. 

    Sarah Michelle Gellar – Cruel Intentions

    Partiamo dal casting con Sarah Michelle Gellar nei panni della preside del liceo e icona per tutti gli studenti, che, oltre a regalarci la scena migliore del film che comprende anche un bellissimo bonsai, incarna in sé il genere avendo interpretato il manipolatorio personaggio di Kathryn Merteuil in Cruel Intentions. 

    Croquet – Heathers

    Ad aprire il cult sulla vendetta con Winona Rider in uno dei suoi ruoli più iconici c’è proprio una scena in cui il cattivissimo gruppo di Heathers gioca a Croquet, sport simbolo del film.

    Makeover – Clueless

    Il momento del makeover è una tappa imprescindibile in molte teen comedy, per questo motivo i riferimenti qui sono molteplici anche se è Clueless ad emergere chiaramente. Anche in questo caso, come durante la scena in cui Eleanor è guidata per la nuova scuola attraverso un tour che spiega le caratteristiche di ciascun gruppo, il film riflette queste scelte di sceneggiatura diventate anche clichè. Il makeover è quindi prontamente apostrofato come problematico, come è inevitabile che sia quando a fare da padroni sono slogan in favore dell’accettazione. 

    Goditi lo spettacolo – Mean Girls


    Se Regina George che assiste soddisfatta al caos causato dalla diffusione del Burn Book Diary è un’immagine chiave per l’iconografia del genere, altrettanto la è in Do Revenge quando Drea partecipa allo scandalo causato dalla diffusione dei messaggi privati di Max che lo smascherano in quanto traditore seriale. Qui però la soddisfazione dura poco, se infatti il sex tape di Drea l’ha trasformata in una reietta i tradimenti di Max dopo un breve scandalo iniziale aumentano la sua, già stellare popolarità, evidenziando il doppio standard utilizzato nel giudizio e la natura femminista della pellicola. 

    Paintball – 10 things i hate about you


    L’avvicinamento romantico tra Drea, trope della regina dal cuore di ghiaccio, e il suo nuovo interesse non poteva che avvenire ricalcando il primo appuntamento di un’altro personaggio caratterialmente molto simile, Kat Stratford. 

    Scena della fontana – Scream

    I licei privati e costosissimi teatro di queste storie sembrano non riuscire proprio a fare a meno di una fontana, che diventa il luogo perfetto per fare pause tra un gossip e l’altro. La stessa cosa accadeva anche in Scream dove però le conversazioni erano decisamente più macabre quando studiavano tecniche per evitare di diventare la prossima vittima del killer che stava terrorizzando la città. 

    Fuga finale – Cruel intentions

    Cruel Intentions è il film più citato all’interno di Do Revenge, un’ulteriore e conclusivo esempio è fornito sia dall’apertura quando Eleanor alla guida di una macchina vintage viene prima introdotta nella storia, ancora piena di rancore e con una vendetta da mettere in atto, e alla conclusione quando invece la guida è vittoriosa.  

    Do revenge è una lettera d’amore al genere e per questo ha voluto dare alla nuova generazione una rappresentazione 2.0 di tutto quello che l’autrice, come gli spettatori, hanno sempre amato di queste pellicole. Senza certamente gridare al cult istantaneo, dal momento che sono evidenti alcuni difetti – tra i quali la lunghezza calibrata non correttamente rispetto all’approfondimento di alcuni personaggi che rimangono nonostante questo poco esplorati e incoerenti, come se mancassero delle scene – è la strada giusta da intraprendere per non trattare il pubblico teen come analfabeta dal punto di vista cinematografico.

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  • RECENSIONE EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE – ESISTENZIALISMO E HOT-DOG

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    Concepire un film come Everything everywhere all at once dev’essere stato un gioco da ragazzi per Daniel Kwan e Daniel Scheinert, duo registico noto come i Daniels: la loro opera prima, Swiss army man (2016), è una fiaba sentimentale che ha come co-protagonista e deus ex machina un cadavere interpretato da Daniel Radcliffe che usa le sue flatulenze come propulsore. Per un film la cui scala comprende tutto quanto l’esistente sarà bastato semplicemente espandere la loro eccentrica sensibilità, ignorando completamente le convenzioni e il senso del ridicolo per raccontare una storia ancora più insolita e personale. E nessun balzo nel multiverso avrebbe potuto avere un risultato più felice di questo qui.

    TUTTE LE STORIE POSSIBILI

    Non c’è angolo del Multiverso narrativo lasciato inesplorato dalla folle creatività dei Daniels, che mettono sul tavolo gli immaginari cinematografici più disparati. Accanto a familiari ambientazioni post-apocalittiche e paesaggi urbani usciti da un film di Kong War-Kai trovano posto scene animate, universi dai percorsi evolutivi singolari in cui gli esseri umani hanno le dita a hot-dog, parodie di noti lungometraggi animati Pixar e brevi incursioni nel wuxia. Moltissimi di questi universi alternativi immaginati occupano uno spazio relativamente breve ma ognuno di questi è un piccolo capolavoro di immaginazione e concisione – capacità di sintesi maturata dai Daniels come registi di videoclip musicali -, in un pastiche impazzito e allegramente fuori controllo in cui questo stesso film è un film all’interno del film.

    Quello di Everything everywhere all at once è un multiverso fondato sulla rielaborazione cinefila e narrativa, che fa propri tutti i passaggi obbligati da viaggio dell’Eroe (in questo caso, dell’Eroina) e ci gioca con bonarietà, non tanto per stravolgerli o rivoluzionarli quanto per aggiungere un nuovo senso al processo di narrativizzazione del reale che fonda ogni storia esistente.

    DI MADRI E FIGLIE, IDENTITA’ CULTURALE, NICHILISMO E PROCIONI

    Ma tutto questo, in realtà, è solo il pretesto per l’umanissimo racconto di identità e smarrimento esistenziale alla base: la storia di una madre immigrata dalla Cina, Evelyn Quan Wang (Michelle Yeoh), del marito (Ke Hui Quan), della figlia adolescente e dei problemi di una famiglia cinese trapiantata negli Stati Uniti.

    Gli enigmi sul Multiverso non sono nulla in confronto all’enigma che è l’universo in cui esistiamo, il contesto culturale e sociale in cui siamo cresciuti, il peso delle tradizioni e tutto ciò che tramandiamo da una generazione a quella successiva.

    In quest’ottica, il maggior pericolo non è la cattiva entità distruttrice che minaccia l’intera esistenza ma ciò che la muove, ovvero il profondo malessere esistenziale che ci assale di fronte alla consapevolezza del vuoto. D’altronde se esiste un infinito multiverso la nostra esistenza non è che un sassolino nella vastità di un cosmo indifferente e, proprio per questo, le nostre esperienze sono ancora più importanti e uniche, nel bene e nel male.

    DEGLI ALTRI UNIVERSI SAPPIAMO MOLTO POCO (MA IN FONDO NON IMPORTA)

    Lo spettacolo imbastito dai Daniels propone un’idea di spettacolo all’insegna dell’eccesso (visivo, stilistico, concettuale) ma sempre attento all’estetica e al cuore della propria storia.

    Per entrare nella tana del bianconiglio è più che mai necessario lasciare alla porta inezie come la logica e la pretesa di una coerenza narrativa ferrea. D’altronde entrambe sono dei costrutti della mente e nessuna delle due fa davvero parte dell’esistenza umana, e quindi non c’è ragione che facciano parte anche di questo film: ciò che è importante è quella parte di noi che ci lega gli uni agli altri e che permette di godere senza pregiudizi di un film mirato al cuore e ai sensi e che soddisfa più che a sufficienza entrambi.

    Cos’è dunque che ammanta Everything everywhere all at once di quell’aura che potrebbe renderlo un capolavoro moderno? Forse la sua capacità di intercettare nevrosi e sensibilità contemporanee e plasmarle in un racconto allo stesso tempo personale e universale che ci ricorda l’immenso potere dell’immaginazione e delle storie per cercare di capirci qualcosa, se non su ciò che riguarda tutti gli universi possibili, almeno su ciò che noi potremmo essere in questo.

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  • RECENSIONE DON’T WORRY DARLING – UNA DISTOPIA DEBOLE

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    Una produzione travagliata fatta di casting e recasting, conflitti sul set, accuse e smentite e poi gossip, gossip a non finire. Dell’ultimo film di Olivia Wilde, Don’t Worry Darling, si è parlato tanto ancor prima della sua effettiva uscita in sala, ma probabilmente se ne parlerà assai meno adesso che il film è approdato al cinema.

    Presentato in concorso alla 79° edizione della Mostra Cinematografica di Venezia, l’opera seconda dell’attrice e regista Olivia Wilde (già regista nel 2019 della commedia La rivincita delle sfigate) è un thriller psicologico che tenta di cavalcare l’onda del filone distopico, mixando l’ambientazione retrò a un concept di partenza legato a tecnologie di un futuro a noi molto vicino.

    Protagonisti della pellicola sono Alice e Jack, rispettivamente interpretati da Florence Pugh e Harry Styles, una coppia di giovani sposi che vive nella comunità di Victory, idilliaca cittadina californiana anni ‘50 circondata dal deserto. I due vivono la loro vita in tranquillità e perfetta sincronia con le altre coppie del quartiere e della città: mentre le mogli passano il loro tempo a rassettare la casa, a spettegolare e a fare shopping, ogni giorno i mariti della comunità escono di casa e si avviano, a bordo delle loro bellissime auto, verso il quartier generale del progetto Victory, che fa capo a Frank (Chris Pine), enigmatico fondatore della città e di questo misterioso progetto top secret che sembra avere come scopo “lo sviluppo di materiali innovativi”.

    Tutto scorre serenamente, tra feste casalinghe, cocktails ed eventi aziendali, fino a quando in Alice non viene instillato il terribile dubbio che dietro a Victory e a tutti i segreti di Frank non si nasconda qualcosa di terribile che coinvolge direttamente tutti i componenti la comunità, invischiati in una realtà in cui ogni domanda viene presto messa a tacere.

    In effetti il personaggio di Florence Pugh non è l’unico ad avere dubbi: una volta terminata la visione, infatti, il dubbio che in questo film ci sia qualcosa di estremamente stonato e scomposto è davvero forte.

    Olivia Wilde sembra non sapere quale sia il suo reale intento o, quanto meno, non riesce a veicolarlo. Il soggetto del film, che pure avrebbe potuto prestarsi a sviluppi interessanti, naviga senza una precisa meta in una sceneggiatura piena di buchi, aspetti irrisolti e tematiche inconsistenti o mai davvero approfondite, e persino il tanto atteso colpo di scena rivelatore si dimostra fiacco, complice anche l’incapacità della vicenda di costruire la giusta tensione.

    Punto debole dell’intera pellicola sono, in effetti, i tempi narrativi: i tre canonici atti si susseguono alternando momenti con tempi estremamente ed eccessivamente dilatati a rush precipitosi che non concedono di intraprendere percorsi e approfondimenti che avrebbero giovato al finale del film (in cui tutto accade velocemente e fin troppo facilmente) e che avrebbero davvero migliorato la qualità della trama e del film nel suo complesso. Gli spettatori si ritrovano con tante domande senza risposte, situazioni tratteggiate e personaggi deboli e non degnamente sviluppati.

    Inseriti in questo contorno farraginoso, gli interpreti fanno quello che possono con risultati e fortune alterne. Florence Pugh regala un’ottima interpretazione e si conferma uno dei volti più interessanti di questa generazione di attori, calandosi bene nel ruolo della perfetta e bellissima moglie di altri tempi ma senza dimenticarsi per strada la sua capacità di incastrare sul suo volto stati emotivi complessi.

    Harry Styles, al contrario, sembra dover ancora trovare la sua dimensione attoriale e, imbrigliato anche dalla scrittura del film, porta sullo schermo un personaggio piatto che neppure negli attimi più tormentati riesce a trovare vera potenza e tridimensionalità.

    Il resto del cast – che, oltre al già citato Chris Pine, comprende anche la stessa Olivia Wilde – resta composto e su un buon livello, senza però regalare performance indimenticabili.

    Nota di merito è invece tutto il comparto visivo del film. Le idilliache e curate scenografie anni ‘50 sono accompagnate da una fotografia brillante e satura di colori e da un comparto costumi e make-up degno di nota. A incrinare lievemente la raffinatezza visiva sono solamente le sequenze oniriche e di distorsione della realtà che più volte ricorrono nel film e che, seppur utili alla trama, risultano invadenti e malamente impastate con il resto.

    A conti fatti quello che manca a Don’t Worry Darling è, senza ombra di dubbio, una linea precisa e una chiarezza d’intenti: la possibilità di utilizzare una realtà utopica-distopica come quella creata con il progetto Victory per costruire una critica sociale ben calibrata viene sprecata dalla regista nella probabile foga di mettere troppa carne al fuoco, e le varie tematiche timidamente abbozzate nel film – un accenno di femminismo? Una critica a un sistema sociale di fatto basato sull’omologazione? O forse una critica alle sempre più invasive realtà virtuali? – cadono nel vuoto lasciando l’amaro in bocca tipico di quelle occasioni mancate.

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  • RECENSIONE LE BUONE STELLE – BROKER: KORE-EDA APPRODA IN COREA

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    Dopo la Palma d’oro nel 2018 per Un affare di famiglia, Hirokazu Kore-eda aveva fatto tappa l’anno seguente per la prima volta in terra estera, più precisamente in Francia con Le Verità (di produzione franco-giapponese), presentato in concorso alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e con protagonisti i vertici dello star system francese (Juliette Binoche, Catherine Deneuve) ma non solo (Ethan Hawke). Dopo tre anni con Le buone stelle – Broker il regista nipponico torna in concorso a Cannes in occasione della 75a edizione del Festival (dove Song Kang-ho si è aggiudicato il premio per miglior attore) tramite un’operazione non dissimile a quella del 2019: dalla Francia ci spostiamo in Corea del Sud (produzione interamente coreana) per trovare anche in quest’occasione i nomi altisonanti di Song Kang-ho (Parasite, Memorie di un assassino, A Taxi Driver) e soprattutto della cantautrice e attrice IU (pseudonimo di Lee Ji-eun e alla sua prima prova da protagonista per un film destinato al grande schermo), una delle star più acclamate in Corea.

    Le buone stelle – Broker è inizialmente ambientato a Busan, dove la giovane madre So-young (IU) lascia il figlio appena nato Woo-sung all’interno della “baby box” di un ospedale (le scatole contenenti tutto l’occorrente per accudire il bambino nei primi mesi). Sang-hyun (Song Kang-ho) e Dong-soo (Gang Dong-won), gestori di un’attività clandestina di contrabbando di bambini “a fin di bene” (cercano di trovare i giusti genitori ovvero i migliori offerenti), intercettano il bambino. La madre ritorna sui suoi passi ma si lascia convincere che dare in adozione il neonato sia la soluzione migliore per il futuro del piccolo, iniziando così un viaggio con i due “contrabbandieri” ignari che le loro tracce sono seguite dalla poliziotta Su-jin (Bae Doo-na) e dalla collega Lee (Lee Joo-young), intente a cogliere in flagrante i criminali per arrestarli.

    IU è So-young

    LA FAMIGLIA COME MOTORE IMMOBILE

    Kore-eda non si smentisce, né dal punto di vista produttivo né tematico: abbandona ancora il Giappone ma mantiene saldi i temi-pilastro della sua filmografia, vale a dire i rapporti familiari e la metabolizzazione del lutto. Ancora una volta fare i conti col mondo esterno significa fare i conti, prima di tutto, con la propria famiglia, il vero “motore immobile” della vita di ciascuno di noi, i cui solchi tracciati influenzeranno tutti quelli futuri. Ognuno ha un evento familiare che lo ha indelebilmente segnato in Broker, a partire dalla già citata So-young costretta dalla morte del marito (forse un assassinio?) a prostituirsi e intenta ad abbandonare lo stesso infante a cui ha dato i natali, passando per il sornione Sang-hyun, segnato da un divorzio a causa del quale la figlia non vuole nemmeno più rivolgergli la parola, arrivando persino al giovane “broker” di neonati Dong-soo, abbandonato a sua volta dalla madre.

    “Trentanove madri su quaranta non tornano a riprendere il bambino”, viene detto nel film: mentre So-young è l’unico caso su quaranta, Dong-soo sperava che quell’eccezione fosse sua madre; un filo rosso invisibile collega traumi familiari e originari dei protagonisti, perché gira e rigira dobbiamo sempre tornare lì, al nucleo familiare, a interrogarci su cosa possa essere definito “famiglia” e ad affrontare i traumi ad essa legati.

    I protagonisti cerca una famiglia per Woo-sung

    KORE-EDA PENSA ANCORA AL GRANDE  PUBBLICO

    Questa della famiglia è una lezione che Kore-eda tiene a ricordarci sin dagli albori della sua filmografia ed è interessante infatti notare come, in fin dei conti, tramite il racconto di una giovane donna alle prese con un lutto familiare e un piccolo pargolo da gestire, il regista torni addirittura al suo esordio Maborosi (1995), ma con un approccio nettamente opposto. Se il primo film di Kore-eda era talmente posato e introspettivo da poter essere accostato allo “slow cinema” – un’operazione assolutamente anti-commerciale per essere il suo debutto sui grandi schermi -, con un impianto registico e narrativo che porterà tutta la sua cinematografia ad essere (giustamente) accostata a Ozu, in Broker si insegue lo star system, il grande pubblico e il panorama internazionale (alla pari de Le Verità): i ritmi sono quelli da road movie, i nomi degli attori chiamano persone al botteghino, i toni sono spesso più spensierati e leggeri e la morale di fondo è più evidente e palesata. Questo non implica un eccessivo sacrificio della vena autoriale del regista perché il suo splendido gioco con le emozioni è sempre in primo piano, ma è indubbio che inserendosi in un panorama di più ampi orizzonti produttivi il puzzle narrativo che si viene a creare dia come l’impressione che tutto si incastri fin troppo bene, risultando a tratti artificioso – il giovane bambino che si intrufola nel furgone non avrà vere e proprie ripercussioni ai fini della trama, ma è soltanto un veicolo emotivo – perdendo un pizzico di quella spontaneità e di realisticità che hanno da sempre reso affascinanti i lavori di Kore-eda. Restano i momenti di grande cinema – toccante la sequenza in cui si discute se uccidere un bambino prima di un parto sia un male minore che abbandonarlo – ma in un film dove forse avrebbe giovato un minor numero di sottotrame (spesso superflua la storyline dei due detective) e un messaggio meno urlato allo spettatore.

    Song Kang-ho è Sang-hyeon

    UNA NATURALE DECORSO DI CARRIERA?

    Dopo più di vent’anni di carriera è normale che il regista cerchi l’attenzione del grande pubblico, all’interno di una filmografia dove l’accostamento a Ozu era quasi diventato un luogo comune fra i cinefili – da alcuni erroneamente considerato ai limiti del manierismo – ma stava proprio qui la grande maestria di Kore-eda, nel saper raccogliere l’eredità dei grandi maestri del cinema nipponico della famiglia e, pur omaggiandoli, saperli adattare alla contemporaneità in un continuo gioco stilistico ed emotivo capace di sorprendere ogni volta, discernendo sempre più a fondo ed in tutti suoi cortocircuiti e contraddizioni il concetto di famiglia e di legami di sangue. In Broker, pur restando più in superficie, il regista riesce comunque a non scadere nel becero semplicismo.

    Speriamo che l’occhio di riguardo alla grande audience non comporti in futuro una morale ancor più evidente e degli intrecci narrativi ancor più forzati. Che la soluzione per Kore-eda sia tornare nella terra che sente davvero sua, il Giappone?

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  • RECENSIONE MEMORY – DESTINAZIONE DIMENTICATOIO

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    Arriva in sordina nelle sale italiane Memory di Martin Campbell, un prodotto a ben vedere liquidato dai più come il “classico film con Liam Neeson” e che, in un contesto di sempre maggiore diserzione delle sale cinematografiche, non rappresenta un’opzione appetibile per il grande pubblico, dunque destinato a vivere per una cerchia ristretta di appassionati, cresciuti a pane, testosterone e Steven Seagal e affezionati ai loro eroi mascolini, per ragioni anagrafiche sempre meno aderenti ai panni da loro vestiti per decenni.

    Martin Campbell è un solido mestierante dagli alterni risultati, capace di dimostrare in passato una buona mano registica se posto in contesto produttivi stimolanti, al servizio di buone sceneggiature e con attori di buon livello. Il punto più alto e luminoso della sua carriera resta (e senza troppi dubbi resterà) Casino Royale (2006), primo film del ciclo della saga di James Bond con Daniel Craig, tra i migliori titoli dell’intero franchise pluridecennale sull’agente 007. Non basta però un solo film a smacchiare una carriera altalenante il cui punto più basso è rappresentato da uno dei cinecomic più disastrosi di sempre, Green Lantern (2011).

    Si è fatto riferimento alla formula del “classico film con Liam Neeson”: attore che ha saputo dimostrare in passato il proprio valore in lavori diretti da registi del calibro di Steven Spielberg, Martin Scorsese o Christopher Nolan ma che, non si sa quanto volontariamente, appare sempre più confinato in un tipo di produzione che ha trovato il suo standard, un suo pubblico fedele e che non riesce quasi mai a sconfinare l’idea di un cinema prodotto in serie sulla base di canoni, stilemi ed espedienti perennemente immutati.

    Il tipico film action-thriller con un protagonista solitario, posto al confine tra il bene e il male ma dotato di una spiccata moralità che lo porta a ricercare la giustizia agendo al di fuori della legge. Memory prova ad andare oltre questa definizione ma lo fa con poca convinzione, nel segno della svogliatezza e della rassegnazione ad uno standard produttivo che sembra impossibilitato a nobilitarsi o differenziarsi da sé stesso. Se i temi della senilità, della perdita della memoria e delle proprie radici sembrano suggerire quasi un carattere crepuscolare per quest’opera, legato al riconoscimento dell’età che avanza e del non potersi spingere troppo oltre – tanto per il protagonista quanto per lo stesso Liam Neesonquesta riflessione si perde nel marasma di una narrazione fin troppo generica e mai veramente incisiva.

    Nonostante Memory sia un adattamento del romanzo De Zaak Alzheimer di Jef Geeraerts e un remake del film belga The Alzheimer Case (Erik Van Looy, 2003), la vera ispirazione per la realizzazione del film di Campbell sembra Memento (2000) di Christopher Nolan. Di Memento riprende pigramente degli espedienti narrativi e l’attore protagonista, Guy Pearce, ma ciò non basta a porre in un confronto alla pari le due opere. Se nel film di Nolan il tema dell’amnesia era un pretesto intelligente per varcare i limiti della narrazione, qua finisce per essere un semplice elemento tematico ininfluente ai fini della messa in scena ed incapace di andare veramente a fondo nella riflessione.

    Ironia della sorte, un film che include il concetto della memoria nel proprio titolo è inevitabilmente destinato all’oblio del dimenticatoio. La sceneggiatura di Dario Scardapane ruba qua e là da un repertorio cinematografico medio e il risultato è inevitabilmente un’opera dimenticabile fatta di personaggi-sagome che pronunciano imbarazzanti battute ad effetto e frasi fatte da b-movie. Non importa che tali personaggi siano portati sullo schermo da interpreti del calibro dei già citati Liam Neeson o Guy Pearce, ai quali si potrebbe aggiungere Monica Bellucci: i loro volti più che veicoli di carisma sono uno strumento commerciale fallimentare.La regia di Martin Campbell riesce sporadicamente a restituire un barlume di tensione nelle scene più action e thriller che, per assurdo, sembrano fin troppo poche, in un film la cui narrazione slabbrata è eccessivamente pregna di dialoghi pedanti, didascalici e incapaci di tenere alta l’attenzione. Memory non riesce ad andare oltre dei consolidati e ripetitivi standard televisivi, anzi, sembra attingere consapevolmente da essi, forse nella speranza che questo fallimento in sala possa trovare una seconda vita sul piccolo schermo.

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  • RECENSIONE THREE THOUSAND YEARS OF LONGING – IL RITORNO DI GEORGE MILLER

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    A distanza di sette anni dal film che ha sconvolto e spinto su nuove frontiere la settima arte contemporanea, George Miller torna al cinema con Three Thousand Years of Longing, tratto dal racconto Il genio nell’occhio d’usignolo del 1994 della scrittrice A. S. Byatt.

    La nuova fatica del regista australiano narra di una studiosa di nome Alithea, interpretata da una sempre ottima Tilda Swinton, che, nonostante sia soddisfatta della propria vita, incontra un Djinn (Idris Elba) da cui riceve l’offerta di poter esprimere tre desideri in cambio della sua libertà. La loro conversazione, in una stanza d’albergo a Istanbul, porta a conseguenze che nessuno si sarebbe aspettato, tra storie che attraversano millenni e amori immortali.

    L’ANTI MAD MAX:FURY ROAD

    Con questa nuova pellicola George Miller produce un anti Mad Max: Fury Road: un’opera sicuramente ambiziosa, che cerca di abbracciare e dare risposte a temi e quesiti universali quali l’origine del concetto di amore e desiderio, ma che allo stesso risulta essere una narrazione piccola e intima e, a conti fatti, una “semplice” storia d’amore.

    Sin dalle prime battute il film è un monumento celebrativo nei confronti di storie, racconti, favole e dell’importanza e della potenza di queste nella vita delle persone.  Alithea è infatti una studiosa che vive la sua esistenza attraverso le vicende narrate nei libri – e Miller lascia intuire che il discorso si può ampliare anche al cinema, con la presenza all’interno del film di un fenachistoscopio, un antico strumento ottico che contribuì alla nascita del precinema – e si sente completa e realizzata. La ricerca della comprensione della realtà da parte della protagonista – il cui nome corrisponde infatti a quello della dea greca della verità – passa attraverso le pagine di libri stampati.

    Dall’incontro tra  Alithea e il Djinn scaturisce un racconto da camera – che rievoca quasi una seduta di psicanalisi –  alternato a una narrazione episodica, ambientata in diverse epoche della storia umana e mischiata a elementi fantasy e a tratti horror in cui Miller può dare sfogo al suo lato visionario. Questo tuttavia viene fuori in questo caso in maniera trattenuta, con la presenza di sequenze suggestive, ma in maniera centellinata, con il perenne obiettivo di non uscire dal focus della vicenda e di non fagocitare la narrazione con la CGI.

    UN ATTO D’AMORE VERSO LE STORIE

    La pellicola è estremamente radicata nel periodo che stiamo vivendo ed è una delle prime a riflettere in maniera indiretta sulla pandemia. Al netto di riferimenti espliciti presenti nella pellicola, come le tante mascherine indossate dai personaggi nel corso del film, la scelta di ambientare la maggior parte della narrazione all’interno di una stanza non è casuale, quasi a voler simulare una situazione di lockdown. In questa situazione di reclusione, ciò che ci può aiutare a fuggire e a volare con la fantasia sono proprio le storie, siano esse letterarie, cinematografiche o raccontate a voce da un Djinn, che di prigionia in spazi angusti se ne intende. Il film risulta essere dunque un inno potente al concetto stesso di racconto, un atto d’amore verso coloro che narrano storie, in questo caso il  Djinn, da parte di persone che amano usufruirne, un sentimento talmente forte da portare gli ascoltatori a voler imporre il proprio amore. Indirettamente sembra quasi che Miller lanci una frecciatina agli spettatori che cercano di forzare la propria linea di pensiero sui creativi in modo che accontentino le loro aspettative, quando in realtà siamo tutti consci che le migliori esperienze cinematografiche della nostra vita sono spesso quelle in grado di prendere vie totalmente imprevedibili, come ad esempio il precedente film del regista. 

    Al netto di ciò la morale del film è che indipendentemente da chi tu sia le storie hanno un valore salvifico. Nella società contemporanea tuttavia possono ancora esistere? L’arte e la creatività in un mondo di algoritmi possono ancora giocare un ruolo? Questo conflitto viene messo in scena attraverso la sofferenza fisica del Djinn e Miller non sembra essere troppo positivo sul futuro, pur aprendo uno spiraglio alla possibilità di una convivenza.

    CONCLUSIONI

    A livello tecnico il regista si conferma su altissimi livelli, con un frequente utilizzo di grandangoli e un montaggio sia di scena che sonoro di altissima caratura, con transizioni visive di grande raffinatezza. Oltre ai due protagonisti principali Idris Elba e Tilda Swinton, due professionisti di impeccabile bravura, trova spazio per un piccolo ruolo anche una vecchia conoscenza del cinema e della pubblicità in Italia, la modella e attrice australiana Megan Gale, già presente in Mad Max: Fury Road.

    Dopo sette anni di assenza dal grande schermo e in attesa di vedere il suo prossimo film dal titolo Furiosa, prequel del capolavoro Mad Max: Fury Road, con Anya Taylor-Joy nei panni del ruolo  iconico interpretato da Charlize Theron nel film di origine, Miller torna al cinema con un film decisamente più piccolo, una storia intima e romantica, che non vuole rivoluzionare il cinema, ma che risulta essere a un inno al cinema, alle storie, a ciò che rende grande l’arte e che ci ha permesso di innamorarci di essa.

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  • RECENSIONE PINOCCHIO (2022) – UNA MAGIA DISNEY NELLA MEDIA

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    I remake in live-action dei classici Disney sono un oggetto cinematografico curioso e per certi versi paradossale: si attirano da sempre una cattiva nomea e nell’immaginario collettivo appaiono come deboli spettri degli originali, ma allo stesso tempo mantengono sempre un elevato grado di interesse e riscuotono ampi successi al botteghino – il Re Leone di Jon Favreau è il remake di maggior successo della storia del cinema, con un incasso che supera il miliardo e seicento milioni. Segno che la nostalgia è ora più che mai una forza vincente per decretare il successo di simili rilanci e che i classici Disney non smettono mai di affascinare.

    Soprattutto per quanto riguarda Pinocchio, una delle storie che conta il maggior numero di adattamenti nella storia del cinema, tra cui proprio il secondo Classico Disney in assoluto dopo Biancaneve e i sette nani. Il caposaldo dell’animazione datato 1940 viene ripreso in questo remake uscito su Disney+ – che arriva tre anni dopo di quello di Matteo Garrone e pochi mesi prima del lungometraggio in stop-motion firmato da Guillermo del Toro – messo nelle mani di Robert Zemeckis, anche co-sceneggiatore con Chris Weitz.

    Lasciate dunque da parte gli eterni e poco produttivi dubbi sulla “necessità” di tale operazione e ignorate le inevitabili quanto sterili polemiche sulle scelte di casting: è opportuno riflettere sulla ragion d’essere di questo Pinocchio e sui suoi punti di forza. Perché di punti di forza se ne possono trovare anche qui. A volte.

    C’È DI NUOVO UNA STELLA SU NEL CIEL

    La magia non è del tutto assente dal remake in salsa Zemeckis: la regia dinamica ad altezza di burattino (e, a volte, di grillo) rende quantomeno coinvolgenti anche le scene in interni più statiche – intere sequenze paiono mutuate dai precedenti incursioni nel cinema d’animazione di Zemeckis, come Polar Express o A Christmas Carol – e si riconosce l’intento di rendere più grandi le ambientazioni del classico originale, di esplorarle con maggior virtuosismo. Scenografie e costumi sorprendono a loro volta anche per il riavvicinamento a un immaginario più riconoscibilmente italiano – per quanto ovviamente artefatto -, e correggono l’estetica mitteleuropea dell’originale, restituendo una maggiore specificità al mondo di Pinocchio.

    Lo spettacolo messo in piedi da Zemeckis per la maggior parte funziona e l’intrattenimento per famiglie non annoia mai.

    UNO SPETTACOLO DI BURATTINI DAI PIEDI D’ARGILLA

    Ma se la regia e il lavoro sulle ambientazioni rendono questo remake piacevole quantomeno sul piano visivo, il meccanismo comincia a incepparsi quando il film vuole dare una ragion d’essere anche alla storia, allo sviluppo narrativo.

    La trama ricalca quasi tutti i passaggi dell’originale, il che non sarebbe nulla di strano considerata la sua stessa natura di remake, ma risulta scolastica e pedante quando vorrebbe ricreare passo passo la magia del lungometraggio animato e bizzarramente fuori posto quando aggiunge nuovi passaggi e nuovi personaggi, mai sgradevoli ma senza alcun mordente, di cui il film stesso pare dimenticarsi fino a quando non ritornano di nuovo utili per proseguire la narrazione. Questo appare evidente anche nell’uso delle canzoni: i nuovi orecchiabili brani di Alan Silvestri e Glen Ballard non spiccano mai, e quelle originali appaiono incastrate nella narrazione per contratto, perché devono esserci.

    Il remake del secondo classico Disney è un prodotto perfettamente nella media dei rilanci cinematografici Disney: un intrattenimento superficialmente gradevole e visivamente maestoso, di cui resta ben poco a visione conclusa. Anche il pur discutibile Crudelia diretto da Craig Gillespie compiva un passo ulteriore nel riproporre alla contemporaneità l’immaginario disneyano classico e a modo suo era capace di ritagliarsi uno spazio adeguato nel canone, anche solo per i costumi di Jenny Beavan. Questo Pinocchio, invece, non compie mai il passaggio da burattino di legno a bambino vero, e resta intrappolato nella pancia di una balena di cui ci si dimentica in fretta.

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  • RECENSIONE IL SIGNORE DEGLI ANELLI: GLI ANELLI DEL POTERE – EPISODI 1-2

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    Produrre un suo personale Trono di Spade è stato un chiodo fisso di Amazon Studios per anni: il genere affascina il grande pubblico da sempre, e la serie di HBO tratta dai romanzi di George R. R. Martin ha dimostrato come giocare con le regole del fantasy potesse produrre un fenomeno mediatico senza precedenti.

    E se, fino a questo momento, il fantasy made by Amazon non ha avuto grande fortuna tra serie high-concept di poco mordente (Carnival Row) e mediocri adattamenti letterari (La ruota del tempo), la compagnia di produzione ha deciso di puntare altissimo e tornare alle origini di tutto il genere con la saga de Il Signore degli Anelli.

    Ma non ce ne vogliano i puristi di Tolkien: l’opera che di fatto ha fondato il fantasy moderno e uno dei capisaldi della letteratura fantastica mondiale ha conosciuto una seconda e più popolare giovinezza grazie alla trilogia di Peter Jackson, opera cinematografica che ha alzato per sempre l’asticella dello standard delle produzioni cinematografiche.

    La sfida che Amazon Studios e la coppia di showrunners J. D. Payne e Patrick McKay hanno raccolto con Gli Anelli del Potere era tra le più ardue, non solo per il confronto con il materiale letterario di partenza ma anche per quello inevitabile con il suo illustre predecessore cinematografico. Dovendo reintrodurre milioni di spettatori alla Terra di Mezzo, quale sarebbe stato l’approccio migliore Reinventare tutto e rischiare oppure andare nel sicuro e inserirsi nella scia di Jackson? A giudicare dai primi due episodi, la scelta è andata per una saggia via di mezzo.

    UN NUOVO BENVENUTO NELLA TERRA DI MEZZO

    Le panoramiche a volo d’uccello e i campi lunghissimi in cui la regia di Juan Antonio Bayona (per le prime due puntate) ci immerge fin dalle prime sequenze non possono non richiamare quanto fatto da Jackson, ma è inevitabile: il modo in cui la serie immerge lo spettatore nella maestosità delle ambientazioni è figlia della regia di Jackson che ha plasmato il modo di girare scene fantasy nel terzo millennio. Ciò in cui Gli Anelli del Potere si distingue tuttavia è nella raffinatezza con cui l’attenzione della serie passa dal generale al particolare, dal fasto magniloquente delle ambientazioni alla cura maniacale per le rifiniture.

    Mai un universo di finzione al cinema o in tv è sembrato così grandioso e ricco di dettagli: il livello di cura e minuziosità nella ricostruzione della Terra di Mezzo è equiparabile se non addirittura superiore al già maestoso lavoro svolto a suo tempo dai team della Weta Digital e Weta Workshop. Sembra fatto apposta per far perdere gli appassionati nella miriade di dettagli che traboccano da ogni inquadratura, accompagnata dalla maestosa colonna sonora di Bear McCreary.

    La regia di Bayona è pienamente consapevole di dover bilanciare lo stupore per un mondo fantasy così enorme, il worldbuilding e la cura nella costruzione dei personaggi, e dà il suo meglio non tanto nelle ampie vedute -dove la parte del leone la fanno gli effetti visivi- quanto nei momenti di
    introspezione.

    LA STORIA DIVENTA LEGGENDA, LA LEGGENDA MITO

    Superato il sense of wonder iniziale per il livello di dettaglio, la storia si dipana subito per una serie di linee narrative parallele che spaziano per tutta la Terra di Mezzo toccando i destini di vari popoli.

    La cura nel ricostruire la specificità di ogni singolo gruppo sul piano visivo e iconografico tocca anche i dialoghi e la costruzione dei rapporti tra persone e gruppi; tutti i popoli parlano con voci diverse e costruzioni linguistiche coerenti con il proprio status e collocazione geografica. Sembra poco, ma è uno dei tanti tasselli fondamentali che contribuiscono a mantenere intatta la sospensione dell’incredulità.

    Le motivazioni dei singoli personaggi appaiono chiare fin dall’inizio e Payne e McKay prestano particolare attenzione alle personalità e le motivazioni di tutti.

    Se i personaggi sono quasi tutti subito ben definiti e le loro storie interessanti, non sempre tutto quadra nello sviluppo delle suddette linee narrative, e si ha l’impressione che la serie cada in alcuni trabocchetti tipici di una serie a così ampio respiro, volendo raccontare troppo in un periodo di tempo relativamente limitato -e a questo contribuisce un montaggio non sempre capace di restituire le giuste dosi di pathos e a dare eguale importanza alle diverse sottotrame-; tuttavia questo potrebbe essere un difetto delle puntate introduttive, e distendersi man mano che la storia prosegue.

    LA TELEVISIONE NON È MAI STATA COSÌ GRANDE

    È difficile valutare dalle prime due puntate la portata di quella che, con ogni probabilità, è la serie televisiva più ambiziosa di sempre, ma probabilmente sarà altrettanto difficile farlo anche a stagione conclusa; proprio in virtù dei pregi come dei difetti bisognerà dare tempo al tempo per stabilire se Gli Anelli del Potere sia davvero destinata a cambiare le regole a imporsi come nuovo fenomeno televisivo del momento.

    Ciò che tuttavia traspare fin dal primo paio di episodi è la volontà ferrea di replicare il fulmine in bottiglia che è stata la trilogia di Jackson e alzare ulteriormente lo standard delle produzioni, imponendosi come modello di riferimento per la televisione a venire. Se Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere riuscirà dunque a catturare il cuore del pubblico e a rivelare al mondo una nuova pletora di personaggi e luoghi memorabili, o se si rivelerà tutta forma e poca sostanza, ne riparleremo a stagione conclusa; ma possiamo dire già ora che mai in televisione un universo di finzione era stato così grande, espansivo, ricco di potenzialità.

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  • RECENSIONE BRIAN E CHARLES – I ROBOT NON SOGNANO SOLO PECORE ELETTRICHE

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    Lo spunto di partenza di Brian e Charles è di quelli bislacchi ed eccentrici da film indipendente che trova prima una rampa di lancio nel Sundance Film Festival, in cui è stato presentato lo scorso gennaio, e poi solo una timida distribuzione internazionale. Il lungometraggio d’esordio di Jim Archer prende le mosse da un corto del 2017 dello stesso Archer e scritto dai due protagonisti, David Earl e Chris Hayward, che qui ritornano come attori/sceneggiatori: del corto conserva il plot di base -un solitario inventore che abita in una profonda zona rurale e contadina del Galles costruisce un robot a partire da ritrovamenti in discariche abusive-, e l’espediente del falso documentario che si intrufola nella vita dello stralunato protagonista.

    UOMINI E ROBOT

    In Brian and Charles, l’attore e comico inglese David Earl perfeziona il suo personaggio-maschera Brian, portato in scena in diverse produzioni teatrali, televisive e cinematografiche -al pubblico italiano noto soprattutto come l’accumulatore compulsivo Brian nella serie After Life di Ricky Gervais- e si immerge da capo a piedi nel complesso di tic, eccentricità e invenzioni bislacche (da uno sturalavandini-borraccia a un orologio a cucù volante) dell’inventore improvvisato per portare avanti un discorso sull’originalità, sulla creatività in contrasto con il conformismo e la meschinità quotidiana che compongono il tessuto sociale e umano del piccolo angolo di Galles immerso nel verde. David Earl e Chris Hayward sono perfetti nei rispettivi ruoli, ed entrambi fanno trasparire tutta l’umanità dei due emarginati sociali, uno dei quali assemblato da pezzi di discarica, tramite piccoli gesti o espressioni sfuggenti.

    100% FEEL-GOOD MOVIE

    Piccolo nel budget e nelle ambizioni, Brian and Charles non è niente di più del tipo di film promesso già dal trailer e non aggiunge quasi una virgola a quanto si intuisce già dal primo atto o dalla lettura del plot: la storia procede liscia senza sobbalzi né sorprese, dei personaggi si intravede già la linea narrativa non appena entrano in scena, i buoni per cui fare il tifo e i cattivi da biasimare svolgono un ruolo preciso e puntuale. Questo potrebbe dare l’idea di un prodotto
    banale o prevedibile, ma in realtà è solo consapevole della propria semplicità e non pretende di essere più che la storia dell’amicizia tra un inventore e il suo robot, e di più non chiede al pubblico. È un tipo di intrattenimento innocente, senza pretese ma nel senso migliore del termine, che rivendica il potere delle storie più semplici, quelle che magari a un primo impatto vengono accolte con un sorrisetto di condiscendenza e un alzata di spalle; e anche quelle punte di cinismo british che danno colore al primo atto scompaiono quasi del tutto nel secondo, lasciando campo aperto a un film pienamente e consapevolmente feel-good che punta a soddisfare e far sorridere.

    Che questa innocenza possa risultare irresistibile oppure irritante dipende completamente dalla tolleranza e dai gusti del singolo spettatore; tuttavia è difficile non premiare questo film bislacco e talvolta fuori tempo massimo, questo inno alla semplicità sincero e dal grande cuore.

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  • RECENSIONE BULLET TRAIN – COMMEDIA AL TESTOSTERONE

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    L’estate è sempre un periodo particolare per la sala: si passa da produzioni di alto livello, come Old si Shyamalan nel Luglio del 2021 o Midsommar nel 2019, ad altre più commerciali come l’ultimo capitolo della saga di Fast and Furious e diversi film di casa Marvel usciti tra i mesi di Giugno e Agosto. Il 2022 in questo non fa eccezione, da film più commerciali come Thor: Love and Thunder (Taika Waititi) o Minions 2: Come Gru divenne cattivissimo (Kyle Balda) si passa a una scia più autoriale, come con il Nope di Jordan Peele o l’ultimo lavoro di Cronenberg Crimes of the future. In mezzo al miasma di film per tutti e film per pochi, si è fatto strada in sala l’ultima fatica di David Leitch, già regista degli ottimi Atomica bionda e Deadpool 2 oltre che dello spinoff di Fast and Furious Hobbs and Shaw. Come da portfolio, anche in questo caso ci si ritrova davanti a un film che punta tutto sull’azione mescolata però a una comicità molto presente e a un cast di star hollywoodiane e non. Ma sarà riuscito Leitch a superarsi con questa pellicola?

    YIN E YANG, MANDARINO E LIMONE

    Il cinema di Leitch sembra caratterizzato dalla contemporanea presenza di più personaggi ognuno memorabile a modo suo e questo Bullet Train non fa eccezione, presentandosi con una narrazione dalla suddivisione corale in cui per volere o per forza finiscono per spiccare alcuni personaggi piuttosto che altri. Su tutti il protagonista Ladybug (Brad Pitt), mercenario appena tornato sul campo che accetta il “facile lavoro” di rubare una valigetta a bordo di un treno che collega Tokyo a Kyoto. A complicargli il compito saranno una serie di altri assassini e mercenari a bordo del treno tutti con obiettivi diversi che finiranno però per intrecciarsi tra loro. 

    Assieme al protagonista a spiccare maggiormente sono i gemelli (diversi) Lemon (Brian Tyree Henry) e Tangerine (Aaron Taylor-Johnson), in costante disaccordo tra loro ma caratterizzati da un reciproco rispetto e amore, e Prince (Joey King), la giovane assassina dalle mille risorse. Di certo anche gli altri personaggi non sono meno interessanti o riusciti, grazie anche a un cast di grandi nomi come Hiroyuki Sanada e Andrew Koji, rispettivamente nei panni di The Elder e The Father, o Michael Shannon nei panni di White Death. A questi vanno aggiunti poi i numerosi camei e richiami, dai più immediati come il The Hornet di Zazie Beetz o il personaggio di Logan Lerman ad altri più brevi e simpatici, che lasciamo scoprire allo spettatore.

    Elemento centrale che arricchisce una narrazione altrimenti piuttosto semplice è quello della dualità tra fortuna e sfortuna, con una leggera ma interessante lettura che i vari personaggi danno al procedere delle vicende tirando in ballo anche concetti come fede e destino che poi ritornano alla base della sceneggiatura per portare i personaggi in un modo o nell’altro tutti sullo stesso treno.

    GIAPPONE AL NEON

    Uno degli elementi che più sorprende del film lo si incontra ancora prima di entrare in sala, infatti la pellicola è stata classificata con un rating di 16+ in America e un divieto ai minori di 14 anni nella penisola. Una scelta rischiosa che priva il film di una fetta di pubblico abbastanza sostanziosa visto il genere di appartenenza ma che riesce in questo modo a schiacciare l’acceleratore su una violenza estremamente esplicita sia in ambito linguistico, con una spiccata volgarità verbale, sia sul piano più fisico, con litri e litri di sangue che vengono sparsi lungo la tratta del treno. A questo si aggiunge un elemento comico quasi demenziale, che spazia da siparietti comici sulla sfera sessuale a battute ricorrenti che diventano vere e proprie gag come quella sul Trenino Thomas.

    Sull’aspetto tecnico il film funziona soprattutto grazie a un’ottima fotografia e all’uso di scenografie decisamente d’impatto, mentre è sulla regia che si rimane parzialmente delusi: Leitch porta a casa infatti un film che è sicuramente riuscito e senza grosse sbavature, ma senza mai provare a toccare le vette raggiunte in precedenza (basti pensare allo scontro mozzafiato in piano sequenza presente in Atomica Bionda).

    Sul lato attoriale, come accennato sopra, ci si ritrova davanti a un ottimo cast che riesce a far spiccare anche i personaggi più semplici. Intelligente è per esempio l’uso del rapper Bad Bunny come The Wolf, criminale del cartello messicano che preferisce picchiare piuttosto che parlare (mascherando così le lacune recitative), mentre al contrario sono stati usati Michael Shannon e Hiroyuki Sanada che, anche se secondari, riescono a portare in vita personaggi decisamente iconici. Ultimo ma non per importanza non si può poi non nominare Brad Pitt, che riesce ad interpretare questo assassino in costante contraddizione e dall’aria quasi sorniona che cerca di bilanciare il proprio lavoro e la violenza con la ricerca di una stabilità e pace interiore.

    CONCLUSIONI

    Con questo film, David Leitch riesce a confezionare un ottimo mix di azione e comicità, aiutato da un cast di star più o meno conosciute e da una sceneggiatura semplice ma farcita di interessanti spunti di riflessioni sulla visione della propria vita. Al tutto si aggiunge una spiccata violenza sia verbale che fisica, che riesce a donare alla pellicola un plus decisamente ben accetto, mentre sul lato tecnico ci si assesta su un ottimo livello, anche se sembra mancare quella particolare scintilla che da un regista come Leitch ci si poteva aspettare. Un ottimo film d’azione, perfetto per rinfrescare queste ultime afose giornate estive.

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