Category: Recensioni

  • RECENSIONE DAYS OF BEING WILD – IL VERO INIZIO DI WONG KAR-WAI

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    Un racconto su Wong Kar-wai dovrebbe cominciare con il più classico “c’era una volta”. Non perché il regista non sia più tra noi, anzi, questa recensione di Days of Being Wild ha il compito di celebrare il suo sessantaquattresimo compleanno. Piuttosto, c’era una volta Hong Kong. Prima di essere fagocitata dall’illiberale Repubblica Popolare Cinese, tra gli anni ’80 e ’90 l’ex colonia britannica di Hong Kong emerse con prepotenza e si propose non solo come una delle più grandi industrie cinematografiche al mondo, ma anche, e forse soprattutto, come una fucina di talenti e sensibilità che avrebbero cambiato definitivamente il modo di fare e vedere il cinema, Occidente incluso. Figure registiche caratteristiche di questa Hong Kong New Wave sono sicuramente nomi del calibro di John Woo, Fruit Chan e Ann Hui. È proprio questo il contesto nel quale si inserisce Wong Kar-wai, dirigendo nel 1988 la sua opera prima, As Tears Go By, un gangster movie a metà tra John Woo e il Martin Scorsese di Mean Streets, con uno spiccato gusto mélo e una personalità nella messa in scena che non passa inosservata. I suoi contemporanei capiranno ben presto che, nonostante Wong si inserisca all’interno di un movimento più ampio, egli brillerà di luce propria e sarà praticamente impossibile trovare termini di paragone per definire l’unicità del suo cinema.

    Prima ancora di In the Mood for Love e 2046, due tra i suoi più acclamati capolavori, fu proprio il secondo film di Wong Kar-wai, Days of Being Wild, a dare inizio alla trilogia ideale ambientata negli anni ’60. Per Hong Kong si tratta degli anni dell’occidentalizzazione e della ripresa economica, con un benessere acquisito che si fa fautore del malessere dell’individuo, spinto inesorabilmente verso la perdizione e l’incomunicabilità, come ha emblematicamente dimostrato il cinema italiano – da La dolce vita di Federico Fellini a L’avventura di Michelangelo Antonioni.

    Il motivo per cui Days of Being Wild, nonostante presenti una messa in scena meno rivoluzionaria di titoli come Chungking Express o In the Mood for Love, rappresenta un passaggio fondamentale all’interno della filmografia di Wong Kar-wai, configurandosi senza troppi problemi come il suo primo vero capolavoro, sta nella sua natura da “manifesto”. Manifesto inteso come dichiarazione di intenti e conquista di una forma, ancora embrionale seppur ugualmente dirompente. In altri termini, è difficile non intravedere in questo film quella che sarà l’opera futura del regista, a partire dalla natura episodica del racconto, con personaggi e situazioni differenti destinati ad incrociarsi senza la consapevolezza degli effetti, il più delle volte indiretti, che l’azione di un singolo possa avere su un perfetto sconosciuto. Tutto ciò sta, per esempio, alla base dei successivi Chungking Express e Fallen Angels, portatori, in misura superiore rispetto al film in analisi, di quella unicità stilistica che imprimerà l’opera di Wong nell’immaginario collettivo, tra soluzioni godardiane, step-printing, fotografia al neon e un utilizzo della colonna sonora poetico e del tutto innovativo (basti pensare a California Dreamin’ in Chungking Express).

    Il protagonista del film, Yuddy (Leslie Cheung), è un giovane uomo tormentato dalla scoperta di essere stato adottato e dal successivo rifiuto da parte della madre biologica, privo di qualsiasi appiglio e incapace di intrattenere relazioni sane e durature, come dimostra il suo rapporto con le donne: Su Lizhen (Maggie Cheung) è la prima a prendere la scelta sofferta di scappare via da Yuddy, mentre Mimi (Carina Lau) più ingenua e svampita, sembra perdere il lume della ragione, incapace di voltare pagina. Chi si innamora di Yuddy, una vera calamita per chiunque gli stia intorno, vive un trauma il cui effetto è l’incapacità di amare nuovamente. La sublime Maggie Cheung, simbolo di eterea bellezza e di estrema eleganza in In the Mood for Love, qui appare più semplice, meno curata ed inserita in un contesto di quotidianità priva di stimoli, asfissiante. È inoltre evidente il contrasto tra il personaggio di Yuddy e Mimi, in uno scontro dialettico tra silenzio e frastuono, tra calma apparente e nevrosi, tra sentimenti inespressi e urlati a squarciagola. Lo scenario più suggestivo, in termini emotivi e registici, sarà comunque l’incontro e l’amore non corrisposto tra la già citata Su Lizhen e Tide (Andy Lau), un poliziotto cui la malattia della madre ha tarpato le ali e con il sogno di viaggiare per mari in veste di marinaio. L’esplosione di violenza, il climax dell’azione presente in quasi tutti i film del regista, arriva nel tragico finale (che riporta alla mente, seppur brevemente, le vicende di As Tears Go By), che rivelerà, non troppo velatamente, la metafora legata al protagonista: la parabola di un uccello senza zampe che può atterrare una sola volta: il giorno della sua morte; con la consapevolezza che, per via di questo volo incessante, in realtà, nessuna meta sia mai stata realmente raggiunta.

    In fondo Days of Being Wild è un affresco animato da personaggi incapaci di vivere il presente, proiettati verso un passato paralizzante o un futuro inafferabile; un dramma fatto di silenzi frastornanti e di parole incapaci di esprimere alcunché. Un racconto portato avanti attraverso un montaggio disteso, fatto di long-take che privilegiano la profondità di campo, movimenti di macchina delicati ed espressivi. L’interesse principale di Wong Kar-wai sta nel catturare da vicino i volti e i corpi dei suoi personaggi, tanto da farli risultare tangibili, concreti, ma allo stesso tempo inafferrabili, proprio come il loro stratificato mondo emotivo. Nello specifico, come di consueto nella filmografia dell’autore, i corpi delle donne sono fotografati con rispetto, finezza e latente erotismo. La cupa e malinconica fotografia, desaturata e tendente al verde, si unisce ad un’atmosfera in cui la pioggia onnipresente sembra trasportare il mondo interiore dei personaggi verso l’esterno. Il talento di Wong Kar-wai sta nel racchiudere quanto descritto fin’ora in semplici gesti, suoni, momenti che diventano emblema di una condizione più ampia: il non voltarsi indietro di Yuddy per non mostrare il proprio volto, a sua volta negato dalla madre biologica; un telefono che squilla all’interno di una cabina telefonica; il tenere gli occhi aperti nel momento del trapasso. 

    Non è dunque un caso il fatto che questo film sia entrato di diritto nell’immaginario degli addetti ai lavori e dei cinefili incalliti, tanto che Nicolas Winding Refn in Drive riprende, quasi pedissequamente, la scena in cui Yuddy in un camerino intimidisce il toy-boy della propria madre adottiva con un martello; inoltre le similitudini tra il personaggio di Ryan Gosling e quello di Leslie Cheung si sprecano, entrambi sono silenziosi, enigmatici, romantici, pronti ad esplodere in un’ondata di violenza senza precedenti.

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 – FINE ATTO PRIMO

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    Dopo lo scoppiettante blocco composto dai primi tre episodi approdato sulla piattaforma di streaming Amazon Prime Video il 3 Giugno (di cui trovate le prime impressioni qui), la terza stagione di The Boys, adattamento del fumetto omonimo creato da Garth Ennis e Darick Robertson, è poi continuata settimanalmente fino all’ 8 Luglio per un totale di otto episodi. Arrivati ad un totale di ormai ventiquattro episodi, di certo non era un’impresa semplice rimanere sempre saldi sul trono di “serie più scorretta di sempre” e non cadere rovinosamente; purtroppo ad oggi possiamo dire che non tutto è andato proprio come previsto.

    “EROEGASMO” ED ALTRE BUGIE DI HYPE

    Con un tantino di amarezza si arriva a dire come anche The Boys, uno degli ultimi fari luminosi nell’oscuro mare di produzioni televisive di basso livello, sia infine caduto in una trappola da lui stesso creata: l’eccesso. Che si trattasse della violenza fisica estrema, del linguaggio scurrile alla massima potenza o delle vere e proprie sequenze fuori di testa, il pubblico affezionato alla serie era sempre ben conscio che prima o poi, magari non nell’episodio corrente ma in quello successivo, ci sarebbe stato qualcosa che li avrebbe fatti sussultare o addirittura sconvolti. 

    Questo sembrano averlo capito bene i creatori della serie, tanto da pubblicizzare la loro sesta puntata dal titolo Herogasm (o “Eroegasmo” per noi italiani) come “la puntata più scandalosa di sempre” secondo le parole di Eric Kripke – ideatore della serie – ed effettivamente non si è trattato di una puntata così tradizionale, con un folto gruppo di eroi riuniti in una gigantesca orgia, ma viene da chiedersi se per il loro pubblico era davvero qualcosa di così scandaloso, memore di nazisti, persone squartate, falli giganti, stupri, uso e abuso di droghe, teste esplose e la lista sarebbe ancora lunga. 

    Una sensazione che sa quasi di scam, di fregatura, alla costante ricerca di quella cultura dell’hype che, come spesso succede, finisce per produrre l’effetto opposto creando una delusione e questo, oltre che per l’episodio sei nello specifico, si può applicare in generale a tutta questa terza stagione, partita in pompa magna ma che alla fine sembra aver raccontato tutto e niente.

    Bisogna comunque sottolineare come vengano portate avanti diverse tematiche importanti, su tutte quella del razzismo e dell’uso di droghe, ma soprattutto delle varie storyline dei personaggi che incontrano tutti una continua evoluzione dall’inizio alla fine. Tra i personaggi secondari è l’approfondimento su MM (con un’interpretazione magistrale di Laz Alonso) a dimostrare quanto impattanti siano le azioni anche più insignificanti dei Super a poter cambiare la vita delle persone “normali”; vengono poi messi in scena vari intrecci mediatici e politici tra i Sette ed i capi di Stato, in una continua partita a scacchi con il rischio che uno dei due giocatori uccida però brutalmente l’avversario prima dello Scacco Matto, ed ancora tutto l’approfondimento del qui introdotto Soldier Boy, parodia del famoso eroe a stelle e strisce americano e che qui rappresenta tutto tranne che virtù e positività. 

    Si presenta però allo stesso tempo quella sensazione di fretta in alcuni frangenti, soprattutto nel finale e nella chiusura di alcune sottotrame, come quella di Queen Maeve, Abisso, A-Train ma anche Kimiko e Black Noir, quasi tutte rimaste aperte per una futura ripresa, ma che portano comunque a chiedersi se non sarebbe stato possibile concluderle in maniera più netta e decisa.

    L’UNICO UOMO NEL CIELO

    Forte rimane comunque la satira e la riflessione su diversi elementi tipici del mondo dei supereroi, inseriti e raccontati in questa stagione dall’ormai iconico Homelander, definito già da molti come uno dei migliori villain della storia, e dal novello (ma solo per screen time) Soldier Boy, ed il merito della riuscita dei personaggi, oltre che del team di sceneggiatori, sta soprattutto nelle eccezionali interpretazioni dei rispettivi Antony Starr e Jensen Ackles, entrambi capaci di donare ai loro personaggi espressività ed emotività in ogni sequenza rendendoli delle vere icone. Assieme a loro si potrebbe nominare la quasi totalità del cast da Karl Urban a Jack Quaid, passando per il già citato Laz Alonso, ma anche per Karen Fukuhara e Tomer Kapon, tutti capaci di donare ai loro personaggi una loro personalità ed iconicità.

    A livello tecnico la serie si mantiene poi su livelli sempre molto alti, mischiando in maniera intelligente inserti in CGI con elementi tangibili, con anche una buona fotografia e regia certamente evolute dagli esordi della prima stagione e capaci di donare alle varie sequenze d’azione, decisamente più numerose che in passato, la giusta dose di adrenalina ed epicità. Manca forse però quel quid in più, che permetterebbe alla produzione una ulteriore evoluzione, ma di certo non possiamo lamentarci eccessivamente di ciò che alla fine abbiamo avuto.

    CONCLUSIONI

    Conclusa anche questa terza stagione di The Boys ci si è ritrovati davanti ad un prodotto certamente di alto livello, con una recitazione veramente ottima ed un ottimo comparto tecnico, affossata però da una scrittura che, se nella prima parte riesce ad inscenare in maniera attenta ed intelligente le varie tematiche e sottotrame, subisce sul finale un’accelerata eccessiva che porta alla conclusione affrettata delle sottotrame di diversi personaggi ed allo stop quasi improvviso di quelle dei rimanenti, lasciando così gli spettatori a bocca asciutta nell’attesa della stagione successiva. Se a questo si aggiunge poi una campagna marketing forse troppo ambiziosa che invece di generare hype ha portato all’effetto opposto si arriva qui: una buona produzione, che però è evidente che poteva dare di più, con un finale che sembra la fine di un primo atto e per il cui continuo bisognerà aspettare ben più di qualche minuto.

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  • RECENSIONE GOLD – ZACK EFRON CERCA IL RISCATTO

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    Nell’opera prima dietro alla macchina da presa dell’attore Anthony Hayes (War Machine, The Light Between Oceans, The Slap), Zack Efron ci prova. Tenta il riscatto. Non vuole più essere il divo dei teenager, vuole crescere. Vuole dimostrare una volta per tutte di essere un attore fatto e compiuto e cerca di divincolarsi dal suo ruolo stereotipico di macho hollywoodiano. Vuole mettere la pietra tombale sulla sua immagine di calamita per adolescenti in preda a esplosioni ormonali.

    Allora ecco Gold, che dovrebbe costituire quello che per Di Caprio è stato Django Unchained: l’attore cerca una mutazione dell’immagine divistica che Los Angeles gli ha affibbiato durante la sua carriera. Prima o poi, per ogni attore arriva sempre il momento di voltare pagina, di rompere quegli schemi prestabiliti che Hollywood sembra incollare loro addosso come fossero fatti tutti con lo stampino.

    C’è un problema: Gold è tutto ciò che i survival movie ci hanno già mostrato sin dalla loro nascita e l’interpretazione di Efron è una delle più caricaturali e forzate che ci siano capitate sott’occhio nell’ultimo decennio.

    UN SURVIVAL MOVIE COME TANTI

    Questa dovrebbe essere la parte di recensione in cui si dovrebbe dire “peccato, perché le basi per un buon film c’erano tutte”. No, purtroppo le basi non ci sono, perché l’idea di partenza è una delle metafore più scontate e già viste dalla notte dei tempi: in un futuro prossimo non ben identificato e dall’aura distopica, nel bel mezzo di un deserto troviamo Virgil, uomo giovane e taciturno proveniente da ovest e diretto al confine verso una meta anch’essa non ben definita, dove dovrebbe trovare un nuovo lavoro. Keith, uomo più anziano e dal carattere burbero, accetta di fornirgli un passaggio sul suo pick-up ma tutto si complica quando i due scoprono un enorme masso d’oro, che potrebbe dare una svolta alla loro vita. Keith si offre di tornare indietro per recuperare uno scavatore mentre Virgil resta a guardia del masso: non ha fatto i conti con gli animali selvatici, le allucinazioni causate dall’insopportabile arsura e un’insolita visita da parte di una donna misteriosa.

    Come anticipato nella premessa, c’è ben poco d’innovativo in Gold. Nel bel mezzo del deserto, dove il macigno d’oro dovrebbe rappresentare una (ideale) sagace critica al capitalismo e all’eccessiva importanza di cui investiamo il denaro, si esplorano i territori dei film di sopravvivenza già largamente conosciuti dal grande pubblico: quelli che inseriscono il protagonista in un mono-contesto all’interno del quale dovrà mettere in campo tutto il suo ingegno per non cadere nelle mefistofeliche braccia della morte.

    Un sottogenere il cui solco è stato tracciato partendo da Prigionieri dell’oceano di Hitchcock, passando per Cast Away di Zemeckis o Alive – Sopravvissuti di Frank Marshall, fino ad arrivare a 127 ore di Danny Boyle o Buried – Sepolto di Rodrigo Cortés, per citarne alcuni. Ancor più di recente abbiamo avuto il bellissimo Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott, ma anche il gradevole Crawl – Intrappolati di Alexander Aja: insomma, un panorama estremamente saturo dove –  a causa delle sue particolari modulazioni narrative – è difficile inserirsi e uscirne illesi; per non sfociare facilmente nella noia – mettendo in scena un unico e monotono immaginario visivo, che circoscrive a pochi metri lo spazio d’azione dei protagonisti – i survival movie necessitano di sceneggiature travolgenti, che riescano a mantenere alta l’attenzione dello spettatore e che tratteggino un protagonista dal carattere forte, il cui ingegno – tramite inaspettati escamotage risolutivi – sia capace di trasmettere al pubblico tutta la sofferenza della sua impresa. In questo, Gold commette un errore davvero ingenuo: il Virgil di Zack Efron è un personaggio unicamente passivo che subisce, che sopporta, che patisce, che non si ribella, che non si oppone, che non si sforza di cercare una via di fuga dalle spinose situazioni in cui s’imbatte. Lui vuole quell’oro e sarà disposto a rischiare la sua vita per ottenerlo. Peccato che in tutto ciò il film si dimentichi di intrattenere lo spettatore e di dipingere un personaggio in cui il pubblico si possa immedesimare, perché nessuno sa nulla di Virgil, ci viene concesso giusto qualche piccolissimo accenno a una sua vita passata, ma il racconto inizia già in medias res e finirà senza che nessuno sappia niente di più sul personaggio o sul movente che l’ha spinto fino a lì, privandolo di qualsivoglia caratterizzazione.

    La regia che predilige campi larghi per suggerire la desolazione del deserto e la fotografia che valorizza il giallo delle rocce sabbiose, non bastano per costituire delle idee solide che imprimano quel guizzo artistico atto a differenziare il film dal filone che lo precede.

    Fiacco, spento e tedioso: il deserto messo in scena da Gold è lo stesso in cui è destinato a perdersi il nome del film negli anni a venire, in una sterminata e desolata landa d’indifferenza spettatoriale.

    Il riscatto di Zack Efron è rinviato a data da destinarsi.

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  • RECENSIONE THOR: LOVE AND THUNDER – CONFUSIONE IN CASA MARVEL

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    Mentre su Disney+ si avvicinano alla conclusione le (dis)avventure della giovane Kamala Khan, conosciuta con il nome da eroina di Ms. Marvel, ed assieme a lei giunge alla propria fine l’ennesimo prodotto seriale di casa Marvel con lo scopo di allargare il loro universo condiviso – che forse sarebbe ormai più corretto definire con il termine Multiverso – introducendo nuovi personaggi ed approfondendo quelli già conosciuti, le sale dopo che nel mese di maggio si erano tinte di rosso con Doctor Strange nel Multiverso della Follia (Sam Raimi, 2022) tornano ad illuminarsi con un altro cinecomic tratto dai fumetti creati dalla mente di Stan Lee e Steve Ditko, più precisamente con i colori sgargianti ed accesi del quarto film dedicato al dio del tuono, dal titolo Thor: Love and Thunder.

    PAROLA D’ORDINE: ECCESSO

    Dev’essere stato effettivamente questo che si sono detti alla riunione del team di sceneggiatori – composto da Jennifer Kaytin Robinson e dall’anche regista della pellicola Taika Waititi – perché, fatta eccezione per la scena introduttiva il cui scopo è quello di introdurre Gorr e la motivazione per cui durante il film è conosciuto come il “macellaio degli dei”, dopo i classici titoli di testa con logo Marvel la pellicola spinge fin da subito l’acceleratore sul mettere in scena sequenze decisamente assurde, piene di momenti al limite del no sense e che, usando un termine in voga su internet, molti definirebbero cringe. Anche senza aver recuperato tutta la cinematografia del regista, sicuramente molti si siederanno in sala popcorn e bibita alla mano con alle spalle almeno la visione di Thor: Ragnarok, consci quindi almeno parzialmente dello stile di Waititi e consapevoli che con lui al timone non si sarebbe trattato certo di un film dai toni seri, ma qui sembra davvero che nella realizzazione del film non siano stati posti paletti di alcun tipo, portando il tutto a risultare presto anche fastidioso per un pubblico più facilmente stancabile.

    La trama è stata strutturata seguendo stilemi molto classici, quasi da fiaba, con Thor (Chris Hemsworth) che lascia la formazione post-Endgame dei Guardiani della Galassia per andare a salvare Asgard, aiutato da vecchi amici come Korg (interpretato da Waititi stesso) e Valchiria (Tessa Thompson) ma anche dal ritorno inaspettato di Jane Foster (Natalie Portman) ora, per motivi che si scopriranno durante il film, nei panni di un secondo Thor, tutti uniti con lo scopo di fermare Gorr (Christian Bale) salvando così i bambini da lui rapiti ed impedendogli di sterminare l’intero pantheon di divinità. Qui si presenta forse il grande scoglio a cui si va incontro guardando il film, perché se da un lato sembra essere stata messa in scena una storia il cui target è di età decisamente ridotta, con una narrazione semplice, a tratti anche stupida e piena di battute, è proprio su quest’ultimo punto che il film passa da capre urlanti e spaccate da ninja a mezz’aria a giochi di parole decisamente spinti, richiami alla sfera sessuale e tanta volgarità verbale, spostando quindi l’asticella verso un pubblico decisamente più maturo. Bisogna però sottolineare come, a differenza di Ragnarok in cui si presentavano momenti comici e seri completamente mescolati tra loro e portando confusione nello spettatore che non sapeva se dovesse ridere o piangere, qui si presenta uno stile più amalgamato, con momenti seri decisamente tali che si evolvono poi nella sequenza più comica e ricominciando così il circolo da capo.

    UNO SPETTACOLO VISIVO

    Se c’è un elemento che invece convince del film è quello tecnico. Il lavoro di regia fatto da Taika Waititi è incredibile, aiutato da un comparto fotografico da urlo e da costumi e scenografie pazzesche che, unendo il tutto, portano davanti allo spettatore uno dei film Marvel senza dubbio più belli da vedere dell’intera saga, con una regia delle scene d’azione evoluzione diretta di quella già ottima del capitolo precedente e che sfocia in un epico scontro sul finale completamente in bianco e nero, ad esclusione di alcuni elementi particolari andando a ricordare quanto fatto per esempio con Sin City, e dalla costruzione decisamente epica.

    Sul lato attoriale si riconfermano un Hemsworth decisamente a suo agio nei panni di un Thor bamboccione e decisamente meno serio rispetto a quello dei primi film e che riesce a mantenersi su standard già collaudati, senza però mai splendere su uno schermo che viene invece rubato in tutte le sue apparizioni dal Gorr di Bale, forse uno dei villain meglio interpretati dell’intero MCU e pieno di carisma che risulta però affossato da una caratterizzazione, come ormai tipica per la Marvel, non sempre al top, e, quando invece quest’ultimo non è presente, dalla sempre brava Natalie Portman che riesce a trasporre un personaggio forse un po’ sopra le righe in alcuni passaggi ma che risulta interessante nel suo essere combattuto ed in costante rischio di collasso, indecisa sul futuro e su come affrontarlo al meglio. Ottimi risultano anche Waititi e Tessa Thompson che interpretano a dovere le spalle e compagni d’avventura degli eroi principali, anche se su quest’ultima non sarebbe dispiaciuto un maggiore approfondimento che probabilmente arriverà in futuro, forse proprio in una delle tante serie su Disney+. Bello anche il cameo di Russel Crowe, che interpreta uno Zeus decisamente macchiettistico e sopra le righe purtroppo decisamente troppo poco impattante ai fini del racconto.

    CONCLUSIONE

    Taika Waititi torna a dirigere il Dio del tuono norreno, mantenendo la vena umoristica già presente in Ragnarok che qui viene inserita in un ciclo continuo sicuramente più solido ma che finisce comunque per creare confusione allo spettatore, sballottato attraverso una storia semplice da situazioni assurde e no sense tipiche dei prodotti per i più piccoli a battute e siparietti comici decisamente più spinti per un pubblico più adulto. Dove la narrazione e la sua gestione mostrano quindi il fianco a numerose critiche e problemi, il lato tecnico si dimostra invece ancora una volta di altissimo livello con un Waititi decisamente abile soprattutto nelle scene più movimentate ed affiancato da un ottimo comparto fotografico e scenografico. 

    Una pellicola con due animi che non riescono però a conciliarsi tra loro e che portano a domandarsi se non sarebbe quindi il caso di affidare, per un futuro progetto su Thor, la scrittura ad un diverso team relegando perciò Waititi alla sola (ottima) regia, oppure semplicemente mettendogli qualche paletto.

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  • RECENSIONE STRANGER THINGS STAGIONE 4 – PARTE 2

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    C’è voluto quasi un mese di attesa per scoprire come si sarebbe conclusa la quarta e penultima stagione di Stranger Things, rilasciata da Netflix in due tranche definite in campagna di marketing come due parti ben distinte, scelta a cui non corrisponde tuttavia una giustificazione narrativa dato che nel complesso le differenti puntate dimostrano di essere narrativamente estremamente compatte. Questi ultimi due episodi, il secondo della durata monstre di 150 minuti che contribuisce alla sensazione di brodo allungato già percepibile nelle puntate precedenti, si ricollegano all’inizio e alla fine della prima parte di stagione (di cui potete trovare la recensione qui).

    RUNNING UP THAT HILL

    Questi ultimi due capitoli confermano i pregi e i difetti che hanno caratterizzato tutta questa quarta avventura ad Hawkins: se da una parte i Fratelli Duffer sono stati capaci negli anni di creare dei personaggi funzionanti e genuinamente interessanti con cui lo spettatore è in grado di empatizzare, dall’altra parte le vicende raccontate seguono una trama speculare a quella già messa in scena nelle stagioni precedenti, con le stesse dinamiche e lo stesso tipo di risoluzione del conflitto. Se la fortuna di Stranger Things è stata anche costruita sul continuo citazionismo e omaggio, che torna in questo caso con riferimenti ad Halloween e Aliens, siamo ormai giunti al punto in cui la serie cita se stessa, creando un cortocircuito che risulta inevitabilmente nell’ennesima storia già vista e raccontata, semplicemente con un nemico diverso e con battaglie sempre più su larga scala. Il pesante didascalismo che aveva caratterizzato la prima parte ritorna in questa occasione anche se in maniera più diluita, mentre i celebri momenti emotivamente toccanti, marco di fabbrica della serie, in questo caso risultano essere meno incisivi, a causa nuovamente della ripetizione di dialoghi incentrati sull’amore e l’importanza dell’amicizia scritti in maniera poco originale e ormai decisamente stucchevole.

    Oltre a ciò la scrittura mostra il fianco a una certa pigrizia nello sviluppo narrativo, con troppe combinazioni casuali di avvenimenti che capitano esattamente nel momento giusto al posto giusto, oltre a dimenticarsi dei personaggi non presenti ad Hawkins ad eccezione di Eleven, che risultano essere la grande vittima sacrificale di questa stagione a livello di sviluppo psicologico. Fortunatamente non mancano momenti riusciti, come la schitarrata di Eddie sul proprio camper nel Sottosopra sulle note di Master of Puppets dei Metallica o il momento da gladiatore di Hopper, e in generale si apprezza il tentativo da parte dei Duffer di dare un background coerente ai diversi villain incontrati nel Sottosopra durante le diverse stagioni. Dall’altra parte è inevitabile non notare come la gestione dei poteri di Eleven sia uscita parzialmente dal loro controllo, essendo un personaggio che continua ad agire da deus ex machina in maniera sempre più marcata, riducendo anche la credibilità delle difficoltà che i protagonisti si trovano ad affrontare e togliendo pathos al tutto.

    Nel periodo intercorso tra la prima e la seconda parte della stagione, online si era scatenata una vera campagna in tutto il mondo per il totomorto, che ha coinvolto anche diversi youtuber nostrani, inspirata dal tono sempre più cupo della serie e dalle parole degli stessi Duffer che in un’intervista avevano rimarcato la possibilità della presenza di più morti nel finale di stagione. Anche in questo occasione i fratelli registi si dimostrano troppo affezionati ai  personaggi principali per riuscire a compiere delle scelte importanti e creare dei veri twist narrativi, confermando la generale mancanza di coraggio da parte di Stranger Things nel compiere scelte che vadano contro il favore del pubblico.

    IL SOLITO STRANGER THINGS, NEL BENE E NEL MALE

    Dal punto di vista tecnico è riscontrabile un notevole miglioramento degli effetti visivi, qua finalmente quasi sempre realistici pur con qualche sbavatura, che contribuiscono alla creazione del Sottosopra, rendendo gli scontri sempre più epici e creando immagini di indubbia potenza visiva su livelli mai visti nella serie, in attesa della guerra finale che arriverà nella quinta e ultima stagione. Dall’altro lato le musiche di pregevole fattura si fanno sempre più carpenteriane e allo stesso tempo risultano a tratti invadenti ed eccessivamente martellanti, non riuscendo a creare sequenze magnifiche come quella con protagonista Max e la canzone di Kate Bush Running Up That Hill vista nel quarto episodio, che resta il migliore di questa stagione. 

    In conclusione questi ultimi due capitoli confermano il giudizio dato alla prima parte di stagione, rimarcando come Stranger Things sia una serie di assoluto livello tecnico e di grande intrattenimento che tuttavia non riesce ancora ad avere il coraggio di compiere scelte importanti contro i propri protagonisti e cadendo di conseguenza nella prevedibilità.

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  • RECENSIONE CHA CHA REAL SMOOTH – IL TUO NUOVO COMFORT MOVIE PREFERITO

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    “I Grew Up Thinking Feelings Were Cool”

    Probabilmente alcuni potranno essere infastiditi dai film di Cooper Raiff che trasudano una inadeguatezza che assoceremmo alla Frances Ha di Greta Gerwig (“I’m so embarrassed. I’m not a real person yet”) e ad una prima -superficiale- impressione possono sembrare costruiti per rientrare nell’etichetta di film indie, volutamente sottotono, in concorso al Sundance. Ma a Cooper Raiff sento di volere bene; Non solo per la sincera empatia con cui osserva le persone -che inevitabilmente si rispecchia nei personaggi, donando alle sue storie un’onestà immediata- ma anche perché nell’assistere all’esordio di questo giovane regista         -Raiff aveva solo 22 anni all’uscita del suo primo film- gli accostamenti al suo regista di riferimento, Richard Linklater, non sono affatto sprecati. Cha Cha Real Smooth è il suo secondo lungometraggio, vincitore sì del Gran Premio della giuria South by Southwest al Sundance ma ben lontano dai banali sentimentalismi che abbiamo visto nell’ultima hit del Festival, CODA. Il film, prodotto in collaborazione con TeaTime Pictures -progetto del cuore di Dakota Johnson e dell’ex dirigente Netflix Ro Donnelly- segue Shithouse, un delicato e vulnerabile romantic drama micro budget sullo spaesamento e la difficoltà del distacco di una matricola che non riesce a capire come tutti i compagni sembrino divertirsi così tanto quando lui si sente a suo agio solo durante le lunghe telefonate alla famiglia. 

    Con questa seconda opera più stilisticamente rifinita, di cui Apple ha acquistato i diritti ed è ora in streaming su Apple TV+, amplia il suo universo narrativo mantenendo però intatta quell’intimità che riesce ad infondere, combattendo il facile stereotipo del ragazzo-bianco-privilegiato che realizza film egocentrici sulle proprie insicurezze. Cooper Raiff ha fatto la cosa migliore per un regista e sceneggiatore esordiente, ha iniziato parlando di cose che conosce- un po’ come suggeriva Nanni Moretti in Sogni D’oro. 

    Perché hai scelto Cha Cha Real Smooth come titolo del film?

    Penso perché si tratti di quella parte della canzone in cui puoi fare le tue mosse. 

    Una cosa però la sta rendendo chiara fin da subito, almeno con i titoli, non ha nessuna intenzione di rendere la vita più facile ai suoi spettatori, divertendosi a generare una lieve sensazione di imbarazzo nella persona che sta per pronunciarli. Cha-Cha Slide è quel tipo di canzone, o meglio, ballo di gruppo, che dalla sua uscita ha perseguitato ogni festa di compleanno, matrimonio, ballo di fine anno e bat mitzvah americano. Ed è proprio da qui che partiamo, da un bat mitzvah. 

    Un flashback determinante apre il film e vediamo un piccolo Andrew al suo bat mitzvah sviluppare una cotta per l’animatrice della festa. Ne resta affascinato quando, durante una pausa, la nota allontanarsi per rispondere ad una chiamata. Il suo umore cambia visibilmente, ma questa sensazione dura solo un attimo perché in pochi secondi torna a sfoggiare il più professionale dei sorrisi. Crescendo con una madre bipolare (interpretata da una irresistibile Leslie Mann), Andrew ha sviluppato un istinto naturale, o meglio savior complex, nel proteggere gli adulti, che spesso vede come indifesi nei confronti di un mondo che non esita ad abbandonarli alle prime difficoltà, proprio come scopriremo essere successo con suo padre. Quindi Andrew, convinto di trovarsi davanti alla sua anima gemella, si dichiara a Bella che, lusingata, gli spiega gentilmente di essere troppo grande per lui, stabilendo un pattern che ripeterà inconsapevolmente nel suo presente. 

    Dieci anni dopo arriva la fine dell’università che oltre a scombinare gli equilibri con la sua attuale fidanzata, decisa a partire per Barcellona, lo mette davanti al crocevia definitivo sulla direzione da intraprendere in questa nuova vita da adulto. Per una persona che ha investito così tanto sulla relazione con l’altro, scegliere di fare qualcosa solo per sé può risultare spaventoso. Nel frattempo si annoia servendo hot dog in un fast food, anche se occuparsi della famiglia sembra essere il suo vero lavoro a tempo pieno. Proprio la sera in cui deve accompagnare il fratellino David ad un noioso bat mitzvah, Andrew  scopre che la sua inclinazione da people pleaser è perfetta per animare la festa. 

    E se dall’altra parte della stanza entra una magnetica Dakota Johnson- che sembra perfettamente a suo agio nell’interpretare madri che cercano di tenere il mondo a debita distanza- sai di essere nella stanza giusta. Domino, che si potrebbe facilmente confondere con una ragazza francese alla pari, ha solo 29 anni ed oltre ad essere una costante minaccia agli occhi degli altri genitori, è la giovanissima madre della brillante quattordicenne Lola, affetta da autismo e spesso bullizzata dai compagni, interpretata da una convincente Vanessa Burghardt al suo esordio. 

    È però chiaro fin da subito quanto  Domino sia lontana dall’immagine della fanciulla in pericolo ed è altrettanto chiaro ad entrambi il bene che si potrebbero fare a vicenda. Questa intuizione basta perché Andrew inizi a frequentarle come babysitter di Lola, finendo così per condividere con Domino lunghe chiacchierate notturne. La tensione sessuale tra i due personaggi, il continuo domandarsi da parte dello spettatore “succederà o non succederà” è sicuramente un fulcro vitale per lo sviluppo della storia ma a questo ancestrale meccanismo subentra subito una riflessione più profonda che indaga le ragioni che muovono Domino e Andrew, i loro limiti ed i loro traumi. Cha Cha Real Smooth offre infatti una delicata rappresentazione della salute mentale -senza per questo portarla in primo piano in modo didascalico- che non si limita alla rappresentazione dell’autismo di Lola ma tocca anche la depressione di Domino, in una sequenza in cui la sceneggiatura riesce a riflettere e dare voce a sentimenti difficili da verbalizzare. 

    Cooper Raiff, che in entrambi i film è sia dietro che davanti alla telecamera, ha creato un ponte tra le due interpretazioni -che fa quasi pensare a Cha Cha Real Smooth come a un seguito ideale di Shithouse- attraverso una rappresentazione analoga del protagonista maschile. I ragazzi che porta sullo schermo sono ancora incompleti ma in una certa misura consapevoli e proprio per questo totalmente aperti alla relazione con l’altro, caratterizzati da una gentilezza di fondo che li rende pazienti e comprensivi rispetto alle mancanze altrui. Viene quindi proposto un archetipo maschile di eterosessualità, che mette ancora una volta da parte il machismo a favore dell’accettazione di una vulnerabilità che non ha nulla a che fare con l’autocommiserazione ma con il semplice riconoscere che a volte le situazioni si complicano per gli esseri umani, in divenire per natura. Raiff però non corre il rischio di restituire una figura senza ombre perché come lui stesso ha dichiarato, i suoi personaggi sono ben lontani dal rappresentare un esempio positivo sotto ogni aspetto. Andrew si prende cura delle altre persone fino ad un punto in cui questo diventa un tratto caratterizzante della sua personalità; è così gentile, fin troppo gentile, come quando in un momento di riacquisita consapevolezza, prende a calci il prato di un vicino per poi affrettarsi subito a sistemare la zolla fuori posto. 

    Il più grande paradosso sta proprio in questo, dare inizio alle danze alle feste altrui quando in realtà i vent’anni sono l’età in cui dovresti pensare prima di tutto a dare inizio alla tua di festa. 

    Cha Cha Real Smooth, completando una parabola di crescita iniziata al primo anno di college e conclusasi al primo vero anno di vita adulta, rinunciando ad ogni tentazione di semplificazione narrativa restituisce un’impresa di irresistibile sincerità. 

    L’esordio di Cooper Raiff è esaltante ed è ancora più esaltante pensare che questo sia solo l’inizio del suo percorso.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EP. 6 – UN BUON FINALE

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    La miniserie Obi-Wan Kenobi, spin-off su uno dei personaggi più amati di Star Wars, si è conclusa con il suo sesto ed ultimo episodio mercoledì 22 giugno. Le aspettative per il finale erano piuttosto alte (data la possibilità di un duello tra Vader e Kenobi), ma c’era anche chi temeva che la scrittura già debole potesse ulteriormente peggiorare e distruggere del tutto questo prodotto. Va detto che, nel complesso, l’ultimo episodio è godibile, con alcuni momenti anche molto emozionanti (soprattutto per i fan della saga), tuttavia non è possibile negare che ci siano dei punti più “bassi” che non possiamo non menzionare.

    IL DUELLO FINALE

    Ci si aspettava già dalla prima puntata della serie un duello tra Obi-Wan e Darth Vader; ne avevamo già avuto uno durante il terzo episodio, ma era chiaro che non fosse quel combattimento spettacolare a cui tutti stavano pensando. Questo ultimo capitolo ci ha dato, finalmente, il duello epico che stavamo aspettando: la sequenza del combattimento è davvero ottima, le coreografie sono decisamente migliori rispetto a ciò che si era visto nei precedenti episodi, senza contare la scelta di ambientare il tutto in un luogo grigio e cupo, in cui le uniche fonti di luce sono le spade laser blu e rossa di Kenobi e Vader. Come già notato, la serie è ricchissima di riferimenti alla trilogia prequel, e non poteva mancare ancora una volta il parallelismo con il duello che i due personaggi fecero su Mustafar in La Vendetta dei Sith: lì vedevamo Anakin a terra, sovrastato dal suo Maestro, che si trovava in alto rispetto a lui ad indicare la sua superiorità (Obi-Wan diceva “I’ve got the high ground”); qui, invece, nel momento in cui il duello sembra concludersi, è Vader ad essere in una posizione superiore, mentre getta Kenobi in un fosso e inizia a “seppellirlo” sotto le rocce. Eppure, la scena che ci ha emozionato di più è alla fine del duello, quando Obi-Wan danneggia la maschera di Vader, che si rompe da un lato, rivelando il volto sofferente che vi è al di sotto. Da un lato l’immagine è inquietante e a tratti terrorizzante per lo sguardo colmo di odio di Anakin, dall’altro fa riflettere come quella maschera non sia soltanto indispensabile per respirare, ma costituisca anche una barriera per la mente e per il dolore che protegge.

    Ciò che questo duello riesce a tirare fuori da entrambi i personaggi è proprio l’immenso dolore che provano per aver perduto quelle persone a loro molto care, l’amore della sua vita per Anakin, l’amico e allievo per Obi-Wan. È chiaro ormai che la serie voglia strizzare l’occhio ai fan della trilogia prequel, e dobbiamo riconoscere che alcuni di questi riferimenti e parallelismi ci hanno fatto battere il cuore.

    LEIA, LUKE E REVA

    C’è spazio anche per un giovanissimo Luke Skywalker in questo episodio! Vediamo infatti che, mentre Obi-Wan e Vader lottano, Reva si è recata su Tatooine e sta dando la caccia a Luke con l’obiettivo di ucciderlo. Tuttavia, dopo averlo inseguito tra le rocce e averlo trovato privo di sensi, nel momento in cui deve sferrare il colpo finale, il suo passato torna a tormentarla, ricordando se stessa bambina durante quel tragico giorno in cui Anakin massacrò tutti i suoi amici (il famoso Ordine 66 in Episodio III). L’inquisitrice sceglie quindi di risparmiare Luke e di riportarlo a casa dallo zio Owen; la conversazione che ha poi con Obi-Wan è emozionante e mostra tutta la fragilità del personaggio, ribadendo come la vendetta e la violenza non siano la risposta al dolore per la perdita di qualcuno di amato. Questo è un messaggio che l’universo di Star Wars tiene molto a dare agli spettatori, ma non per questo può essere definito banale. Ciò che dispiace della parabola finale di Reva è la gestione altalenante che il suo personaggio ha avuto durante la serie; si sarebbe potuto sfruttare diversamente per portare avanti il percorso di redenzione del villain in modo migliore.

    Per quanto riguarda Leia, la vediamo tornare finalmente a casa, e anche qui i momenti commoventi la fanno da padrone. Prima tra tutte la scena in cui Obi-Wan le consegna la fondina della pistola di Tala, su cui la donna incideva dei segni per ricordare le vite che aveva salvato, e la piccola decide di indossarla sul suo tradizionale vestito bianco. Il momento in cui Leia e Kenobi si rivedono diventa occasione per ricordare l’amore tra Padmé e Anakin (che non vengono mai nominati, ma che tutti conosciamo) e come la bambina rifletta al suo interno le caratteristiche sia del padre che della madre. Possiamo affermare senza dubbio che la piccola Leia sia tra i migliori personaggi della serie, per questo dobbiamo anche fare i complimenti alla giovanissima attrice che la interpreta: Vivien Lyra Blair.

    Nel complesso, l’ultimo episodio di Obi-Wan Kenobi chiude piuttosto bene le vicende che la serie ha voluto raccontarci. Certo, non sono mancati momenti deludenti e a tratti la sceneggiatura non brillava per originalità, ma non si può negare che alla fine sia un buon prodotto spin-off che ci aiuta a scoprire qualcosa in più su uno dei personaggi più amati della saga. I riferimenti al passato sono sempre ben contestualizzati, così come quelli al futuro. Per un prodotto che si inserisce a metà di una storia già conclusa, possiamo dire che nel complesso la seria risulta un prodotto godibile.

    Data la scena finale, in cui abbiamo anche uno splendido cameo di Liam Neeson nei panni di Qui-Gon Jinn che fa presagire nuove avventure per Obi-Wan, si vocifera su di una seconda stagione. Non ci sono ancora notizie ufficiali, dato che gli sceneggiatori hanno dichiarato di non poter rivelare nulla a riguardo, tuttavia la scelta di realizzare una seconda stagione potrebbe rivelarsi parecchio rischiosa: da un lato, si potrebbero prendere in considerazione le critiche per migliorarsi, dall’altro il tutto potrebbe risultare forzato e superfluo. Per ora non possiamo dirvi soltanto di vedere la serie per godervi le scene d’azione, emozionarvi con i vostri personaggi preferiti, o anche solo per ritrovare un Darth Vader più in forma che mai!

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  • RECENSIONE ELVIS – THE KING IS BACK

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    The King is BACK

    Agli spettatori il compito di decidere se riferire questa asserzione al ritorno sul grande schermo del Re del Rock ‘n Roll, dopo essere stato interpretato già da attori del calibro di Kurt Russell e Michael Shannon, oppure al ritorno dietro la macchina da presa – dopo ben 9 anni – di uno dei registi più divisivi, sfrontati e sfacciatamente personali degli ultimi tre decenni, ovvero Baz Luhrmann

    Elvis segna, infatti il primo lungometraggio firmato dal cineasta australiano dai tempi de Il Grande 

    Gatbsy, datato 2013, che decide di tornare sulla scena in pompa magna con questo biopic totalmente atipico e fuori dagli schemi, che abbandona i canoni tradizionali della narrazione womb-to-tomb per trasportare lo spettatore in una cavalcata frenetica e vorticosa, che non si preoccupa di raccontare nel dettaglio la vita del Re, ma al contrario si concentra – in maniera estremamente coraggiosa – sull’Elvis Icona, sull’Elvis Dio, sull’Elvis Gallina-dalle-uova-d’oro, sull’Elvis Performer. 

    Luhrmann concepisce un’opera raffinata e cinematograficamente disinibita, che non ha alcun interesse di tipo biografico, nella quale l’uomo dietro al Simbolo non ha spazio, proprio perché – forse – nella vita dello stesso Presley la dimensione personale e individuale non aveva modo di esistere, soffocata dalla necessità viscerale di dover essere una figura quasi divina, un uomo capace di stravolgere le masse, l’oggetto del desiderio sessuale di milioni di persone e l’oggetto della bramosia – economica – delle persone a lui più vicine. Ecco dunque che tutte le questioni più personali, come la relazione con la moglie Priscilla o la caduta nella spirale delle droghe, restano sullo sfondo, elementi volutamente mai approfonditi, per lasciare spazio al vero centro tematico del film: il rapporto dell’Icona-Elvis con il Mondo e – dunque – con i fan, con i quali si crea un legame di interdipendenza tossica (nel film si dirà che ciò che ha ucciso il Re è stato l’amore del e per il suo pubblico, rispetto al quale nulla poteva competere, nemmeno la famiglia), oppure la complicata e discussa relazione con lo storico manager, il Colonnello Parker, vero e proprio “uomo dietro le quinte” del fenomeno Elvis. 

    Se appare chiaro, dunque, che questo film si accosti al soggetto in maniera tematicamente e narrativamente interessante e originale, è doveroso spendere qualche parola anche sulle scelte di messinscena del regista, che riesce a costruire un impianto visivo strabiliante, pregno dell’estetica e della tecnica luhmanniana: la regia è – come al solito – frenetica e vorticosa, fatta di audacissimi movimenti di macchina e inquadrature che sorprendono per composizione ed impatto; un montaggio frenetico (vera grande cifra stilistica del cineasta australiano) che valica largamente il confine tra mera tecnica ed espressione artistica e regala momenti di spessore cinematografico altissimo, oltre a conferire alla pellicola un ritmo irresistibile per una larghissima parte del minutaggio, concedendosi però sapientemente alcuni momenti di maggiore respiro e sospensione, per non sfiancare lo spettatore. 

    Una fotografia a tratti sberluccicante e sfarzosa e a tratti funebre contribuisce largamente alla costruzione dell’alone mitico e leggendario che circonda il protagonista (basti pensare alla scena di registrazione in studio di Heartbreak Hotel), coadiuvata in questo compito da un lavoro sui costumi e sulle scenografie che ha del meraviglioso e dell’incredibile, altro grande fil rouge della filmografia del regista

    Ciò che però, forse, ruba la scena dal punto di vista tecnico è l’utilizzo della musica: Luhrmann non cade – per fortuna – nella “trappola karaoke” e sceglie di usare le grandissime canzoni di Elvis in maniera narrativamente funzionale e mai ruffiana. Nonostante le scene di concerto siano numerose e rappresentino alcune delle sequenze più riuscite e spettacolari del film (su tutte il primo show a Las Vegas, o il ’68 Special, ma anche altre meriterebbero la citazione), molto spesso i successi del Re vengono riarrangiati per sottolineare diverse sfumature della composizione stessa. Molto riuscita in questo senso è la continua riproposizione di Suspicious Minds nel terzo atto, che si trasforma lentamente in una marcia funebre che accompagna Presley durante la sua progressiva caduta, nella quale “We’re caught in a trap, I can’t walk out” diventa l’urlo disperato di un uomo impotente e rinchiuso in una gabbia dorata, dalla quale non riesce in nessun modo a liberarsi. 

    Nonostante una messinscena pienamente in linea con l’estetica esuberante del regista, quest’opera potrà risultare godibile anche per coloro che non amano particolarmente lo stile di Luhrmann, il quale, dimostrando una maturità autoriale notevole, sa quando trattenere la propria mano e quando – invece – sciogliere le briglie e lasciarsi andare a momenti più barocchi, in cui il ritmo accelera e l’energia cinematografica, tipica delle opere del cineasta australiano, torna prepotente sulla scena con split screen che stordiscono creando fotogrammi debordanti, oppure con stacchi di montaggio rapidissimi, quasi da videoclip, o ancora con numeri musicali dal sapore fortemente teatrale, al limite del musical. 

    Menzione d’onore e “novantadue minuti di applausi”, inoltre, per il casting che si attesta al limite della perfezione: Austin Butler, qui alla prima vera grande interpretazione in carriera, dimostra un physique du role sensazionale, regalando un’interpretazione trascinante e folgorante che lo pone già da oggi nella lista dei favoriti per i prossimi Oscar. Un’immersione totale nel personaggio, una performance a 360 gradi, un lavoro sulle movenze del Re in concerto che ha del miracoloso per un giovane attore che, dopo questo film, si trova pronto al grande salto nell’industria (tra l’altro, piccola chicca, fonti ufficiali rivelano come Austin Butler abbia cantato tutte le canzoni del periodo giovanile di Elvis, affidandosi invece a mixaggi più incisivi nella seconda parte della pellicola, ambientata a Las Vegas). 

    Oltre alla prova di Butler, a cui non dedichiamo spazio ulteriore per non anticipare nulla ai lettori che ancora devono gustarsi la grande interpretazione dell’attore, da sottolineare è anche un grandissimo Tom Hanks, estremamente convincente nei panni del Colonnello Tom Parker, un uomo avido, viscido, manipolatore e subdolo: un ruolo abbastanza atipico rispetto a quelli che hanno portato il due volte Premio Oscar alla ribalta. 

    Il film vive del confronto tra questi due interpreti, che si dimostrano entrambi in forma smagliante e regalano più di qualche momento degno di nota, non sfigurando mai l’uno di fronte all’altro, nonostante l’ampia differenza di età tra i due, simboli del nuovo che avanza, rampante, e del vecchio che si fregia della propria pluridecennale esperienza. 

    In conclusione, questo Elvis segna il ritorno sulla scena di un Baz Luhrmann che, in maniera estremamente genuina ed efficace, riesce a trasmettere allo spettatore tutto il suo grandissimo – ed evidente – amore per il personaggio in questione, dipinto con la solita vitalità che contraddistingue lo stile del regista, il quale riesce a smussare, però, qualche spigolo che troppo spesso ha fatto storcere il naso ad alcuni spettatori e realizza un’opera potenzialmente molto pop, che potrebbe rappresentare la via del ritorno nell’industria cinematografica per un artista che, al netto dei gusti personali, propone sempre un cinema estremamente personale e riconoscibile. Forse in un mondo produttivo che spinge sempre di più verso la standardizzazione, c’è più che mai bisogno di un Baz Luhrmann sfavillante e dannatamente esuberante come quello visto in questo Elvis.

    Il Re è tornato, ed è più vivo che mai.  

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  • Recensione Black Phone – Un ritorno alle origini

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    Quando nel 2016 Scott Derrickson venne scelto per dirigere l’origin story dello stregone supremo di casa Marvel Doctor Strange, non tutti saltarono dalla gioia, vista anche la sua non riuscitissima prova precedente con Ultimatum alla terra nel 2008. Sorprendentemente (ma nemmeno così tanto, visti i successi raggiunti con pellicole come L’esorcismo di Emily Rose, Sinister e Liberaci dal male) Derrickson riuscì a “portare a casa” un più che ottimo risultato, con la pellicola all’undicesimo posto dei maggiori incassi dell’anno, e ritrovandosi quasi istantaneamente tra le mani già il progetto per il sequel. Varie divergenze creative portarono però alla rottura della collaborazione tra il regista originario di Denver e la macchina produttiva di Kevin Feige, così che il caro Scott si ritrovò sulla strada di casa, o più precisamente quella che portava agli studios dell’amico Jason Blum, fondatore della ormai famosa compagnia di produzione di horror a basso budget Blumhouse.

    Scavando nella memoria e tra i film pensati ma mai realizzati, i due tirarono fuori dal cilindro la vecchia idea sopita da tempo di adattare per il cinema The Black Phone, racconto breve facente parte della raccolta intitolata Ghosts nata dalla penna di Joe Hill, nientemeno che il figlio del famoso scrittore horror Stephen King. Diversi mesi per aggiustare la sceneggiatura in collaborazione con C. Robert Cargill e girato con un budget di 18,8 milioni di dollari con il titolo di lavorazione “Static”, il 23 Giugno 2022 dopo alcune vicissitudini di distribuzioni finalmente il lavoro di Derrickson riesce ad arrivare in sala e segna il ritorno del regista al genere d’esordio, dimostrando ancora una volta il suo grande talento orrorifico.

    CHIAMATA SENZA RISPOSTA

    Mentre John Wayne Gacy (soprannominato “Killer Clown” e che secondo numerose teorie sarebbe stato la fonte d’ispirazione principale per il “clown danzante” mangiabambini del racconto di King) veniva finalmente catturato, nel 1978 in una cittadina della periferia in Colorado un altro sadico rapitore di bambini (interpretato da Ethan Hawke) si aggira per le periferie del Colorado. Soprannominato “Il Rapace” (o The Grabber in originale), diviene presto l’incubo di molti ragazzini tra cui anche il protagonista Finney Shaw (Mason Thames), magrolino tredicenne tormentato dai bulli e che viene spesso tratto in salvo dalla sorella Gwen (Madeline McGraw), piccola ma tosta, e che condivide con il fratello uno strettissimo rapporto che permette loro di superare tra le tante cose anche gli abusi del padre alcolizzato (Jeremy Davies). Presto i due si ritroveranno a fronteggiare, anche se in maniera molto diversa, la vicenda dei rapimenti ad opera del Rapace.

    Ad un punto di partenza funzionale e ben contestualizzato, messo in scena da Derrickson con grande maestria inquadrando i piccoli e risicati set a disposizione ma sempre in maniera interessante e mai banale, poco dopo l’incipit si inserisce l’elemento del sovrannaturale attraverso inquietanti dialoghi con persone morte e misteriose visioni che si presentano come contraltare alla paura più tangibile raffigurata dalla massiccia e violenta presenza del rapitore. Su quest’ultimo, a differenza di quanto ci si potesse inizialmente aspettare, il film non pone la costante attenzione preferendo soffermarsi più sui ragazzini, ma non per questo il lavoro svolto sulla realizzazione del villain risulta fallimentare. Ci si ritrova infatti davanti ad un personaggio di cui raramente vediamo il volto scoperto, in quanto spesso indossa una maschera (il cui design ricorda per certi versi quella vista in Demoni di Lamberto Bava) composta da vari pezzi interscambiabili e che il personaggio cambia a seconda della situazione: in alcune sequenze si ritrova con gli occhi scoperti e la bocca coperta da un inquietante ghigno, altre volte si presenta il contrario con occhi e fronte coperte da una seconda pelle grigia e corna da diavolo ed altre volte ancora è invece tutto il volto ad essere coperto magari con un’espressione triste o addirittura senza bocca. Se dal lato narrativo il film non si lascia scappare nulla sul passato del personaggio, è la formidabile interpretazione di Ethan Hawke a portare lo spettatore a speculare sulle possibili motivazioni che spingono il suo personaggio, così sopra le righe e teatrale ma mai in maniera banale, dimostrando così ancora una volta l’eccezionale bravura dell’attore.

    LA CASA CON IL TELEFONO NERO

    Sul lato sovrannaturale, il racconto (e di conseguenza anche la pellicola) pesca a piene mani dalla letteratura di King, presentando poteri simili a quelli presenti in Carrie o in Doctor Sleep e che anche qui generano forti conseguenze sul piano delle relazioni tra i personaggi, o anche nella presenza di bambini come protagonisti similmente a Stand by me o It, per citarne un paio, e questi rimandi vengono anche rimarcati attraverso citazioni sul piano visivo (su tutti basti pensare alla corsa in bici sotto la pioggia con indossa l’impermeabile giallo presente nel trailer).

    Registicamente il film si assesta su un ottimo livello, con inquadrature pressoché fisse nei momenti più calmi e che lasciano poi spazio a movimenti di macchina precisi e calcolati nei momenti di maggior tensione, fino ad una scena di colluttazione in cui il regista dimostra tutta l’esperienza acquisita con Doctor Strange. Come ormai da abitudine del regista sono presenti jump scares, anche qui come per i precedenti lavori in numero ridotto e che risultano sempre ben inseriti e originali. Sul piano tecnico presenta un’ottima fotografia, in aggiunta ad una ricostruzione scenografica anni ’70 che viene esasperata in alcune sequenze messe in scena sotto forma di simil filmati d’epoca (richiamando quanto fatto con il precedente lavoro in collaborazione con Hawke Sinister del 2012). Altro elemento sempre presente e funzionale nelle pellicole dell’orrore di Derrickson è il piano sonoro, che accompagna costantemente lo spettatore con suoni rauchi e spaventosi e per l’occasione curato da Mark Korven, autore anche delle musiche di The VVitch e The Lighthouse

    Se dell’ottima recitazione di Hawke si è già parlato, non si può certo tralasciare l’estrema bravura di Mason Thames, che riesce nell’impresa di reggere il peso di quasi tutta la pellicola sulle sue spalle alla sua prima vera prova attoriale. Ottima è anche la prova di Madeline McGraw, che riesce a mettere in scena un personaggio femminile forte ma debole allo stesso tempo e che scopre con l’avanzare della pellicola sé stessa e quello che può realmente fare; assieme a loro troviamo poi tra i personaggi secondari Jeremy Davies nei panni di un padre distrutto e abusivo con un’interessante evoluzione nel corso della storia (e che fa sempre piacere rivedere al di fuori di Lost) e James Ransone, ancora una volta al lavoro con Derrickson dopo Sinister e che interpreta nuovamente qui il comic relief, utile a smorzare la tensione dello spettatore.

    CONCLUSIONI

    Dopo aver lasciato a Sam Raimi il timone del secondo film dedicato a Doctor Strange, Scott Derrickson torna nei già solcati lidi dell’horror, ancora una volta aiutato dall’amico Jason Blum e questa volta alle prese con l’adattamento del racconto breve di Joe Hill The Black Phone. Un ritorno che non può che fare felici e che presenta una storia inquietante, con un interessante villain “terreno” ed elementi che pescano nel sovrannaturale e nelle storie di fantasmi. Tutti gli attori, dai principali come Ethan Hawke e Mason Thames ai secondari, svolgono un eccellente lavoro di caratterizzazione dei personaggi aiutati da una buona sceneggiatura. Forse la pellicola presenta una durata leggermente eccessiva e non è caratterizzata da numerosi momenti di paura, ma riesce comunque ad inquietare in numerose occasioni e a mantenere costante la tensione. Forse non siamo di fronte al miglior lavoro di Derrickson, ma se i film horror fossero tutti come Black Phone di certo saremmo tutti più contenti.

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  • RECENSIONE MEMORIA – L’ODISSEA SONORA DI APICHATPONG WEERASETHAKUL

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    Il cinema di Apichatpong Weerasethakul richiede l’accettazione del mistero, ossia l’accettazione della certezza che nella realtà ci sia un sottofondo spirituale al quale dobbiamo fare appello se vogliamo vivere profondamente, concretamente e in maniera identitaria – cioè appartenendo profondamente a noi stessi – questa stessa realtà.

    Massimo Causo

    Apichatpong Weerasethakul, regista thailandese classe 1970, è uno tra i più bizzarri e personali cineasti contemporanei. Salito alla ribalta internazionale nel 2010, grazie alla Palma d’Oro vinta per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, ha sviluppato uno stile complesso e unico nel suo genere, che gli ha fatto meritare la nomea di Autore. I suoi film – tra i più belli vale la pena ricordare almeno Tropical Malady (2004) e Cemetery of Splendour (2015), oltre al già citato Zio Boonmee – sono spesso poco parlati, rarefatti nelle atmosfere, animati da una dimensione spirituale potentissima, che sovente si esplicita nell’incontro con misteriose presenze fantasmatiche che dimorano nella giungla thailandese. Con Memoria, tuttavia, Weerasethakul ha abbandonato il proprio paese natio per realizzare una coproduzione internazionale girata in Colombia, con la presenza nel cast di una grande star come Tilda Swinton. Quella dell’Autore che abbandona il proprio paese per realizzare un ambizioso progetto all’estero è ormai una pratica diffusa tra i grandi registi del nostro tempo: si pensi, per fare solo qualche nome, a Paolo Sorrentino con This Must Be The Place, Bong Joon-ho con Snowpiercer, Park Chan-wook con Stoker, Asghar Farhadi con Tutti lo sanno e Kore-eda Hirokazu con Le verità. Cambiano gli addendi, ma lo schema resta simile. Nel caso di Memoria, poi, i paesi coinvolti sono ben undici – Colombia, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Messico, Cina, Taiwan, Stati Uniti, Qatar e Svizzera – e tra le decine di coproduttori e produttori associati che si possono leggere nei titoli di coda figurano grandi nomi dell’establishment cinematografico internazionale: il cinese Jia Zhangke, la colombiana Cristina Gallego, persino Danny Glover (!). Tutto questo permette di avere un’idea su come avvenga la produzione e il finanziamento di pellicole di questo tipo: attraverso un’autentica “chiamata alle armi” degli ammiratori di Weerasethakul, che sfruttano la propria influenza per raccogliere i finanziamenti necessari e sostengono il film nella sua circolazione globale.

    Memoria, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2021, inizia a Bogotà, dove la scozzese Jessica, donna d’affari in ambito floricolo, è svegliata una notte da un potente rumore sordo. Il giorno successivo, la donna si reca all’ospedale a fare visita alla sorella Karen e scopre che, nei pressi della struttura, stanno avendo luogo degli scavi archeologici che stanno portando alla luce diversi scheletri antichissimi. Faticando a dormire la notte e continuando periodicamente a udire il rumore, Jessica si rivolge a un giovane ingegnere del suono, Hernán, per provare a ricrearlo digitalmente. I due, a poco a poco, diventano amici, forse persino qualcosa di più, ma un giorno lui scompare nel nulla, come non fosse mai esistito. Jessica, allora, parte per un viaggio nella Colombia rurale, in cerca di risposte. Lì incontra un altro uomo di nome Hernán, ma notevolmente più in là con gli anni, con cui stabilisce una connessione particolare.

    Prendere o lasciare: Apichatpong Weerasethakul è un regista a cui bisogna affidarsi. Anche nei suoi film thailandesi è oggettivamente difficile (anche, ma non solo, per distanza culturale) comprendere appieno il complesso immaginario mistico-religioso-animalesco-mostruoso-fantasmatico che li anima. Eppure, se si è in grado di lasciarsi andare e di farsi coinvolgere dall’affascinante universo visivo e sonoro che il regista sa evocare, le sue pellicole, nella loro disarmante e sonnolenta lentezza, sanno coinvolgere ed è possibile scoprire in esse dimensioni emotive rare a viversi altrimenti. Se ci si accosta a esso con concentrazione e pazienza adeguate, il cinema di Weerasethakul lascia un senso di profonda spiritualità e permette di ripensare i concetti di vita, morte e relazione umana sotto una nuova luce. Bene: Memoria non sovverte queste premesse, ma per altri versi è assai diverso dal cinema precedente del regista. Il mondo in cui Weerasethakul immerge la protagonista Jessica, interpretata da una Tilda Swinton che sa trasmettere tutto il senso di spaesamento del personaggio, è un universo di assoluta normalità, in cui a poco a poco si manifestano elementi di discontinuità, quasi dei varchi su un’altra dimensione: il misterioso rumore; l’inspiegabile apparente evaporazione del personaggio del giovane Hernán (i suoi colleghi ingegneri, improvvisamente, sostengono di non averlo mai conosciuto); i bizzarri sogni della sorella di Jessica, che attribuisce la causa del proprio malessere e del proprio ricovero ospedaliero prima a un cane, poi agli incantesimi di una sorta di una tribù indigena che vive nella giungla; la progressiva riemersione, durante gli scavi archeologici, di resti umani risalenti a migliaia di anni prima, testimonianze di una dimensione ancestrale che pare travalicare i limiti temporali della realtà. 

    Jessica si aggira in questo mondo così normale ed eppure così legato all’oltre come in uno stato di trance (più o meno la condizione in cui Weerasethakul vorrebbe indurre gli spettatori), interrogandosi sulle origini di tutto ciò e imbattendosi, grazie alla sua professione, in un ipertecnologico armadio per la conservazione dei fiori in cui “il tempo si ferma”. Ecco, il mondo di Memoria pare essere un po’ come quell’armadio: è un luogo in cui alcuni elementi paiono vivere in una dimensione propria, separata rispetto al normale flusso del tempo e della realtà. E – come si scopre durante la lunga scena del colloquio con il secondo Hernán, quello più vecchio (sorge chiaramente il dubbio che si tratti di una versione invecchiata del giovane uomo scomparso) – l’elemento che pare più resistente al tempo in questa “dimensione altra” sono i ricordi, la memoria del titolo. Jessica e Hernán, infatti, discutono di diversi temi (sogni, memoria, reincarnazione, vite passate) e, a poco a poco, paiono sempre più legati dalla condivisione della predisposizione a captare i segni della dimensione dei ricordi, della collisione tra diverse temporalità. Tra questi due personaggi, che odono il misterioso rumore, nasce la comunicazione: i due riescono a sintonizzarsi (letteralmente!) su una comune frequenza e fondono le proprie esperienze passate, presenti e future, dando vita a un’intima dimensione di compartecipazione degli (infiniti?) tempi delle proprie (infinite?) vite. Jessica e Hernán riescono così a sentirsi, ad ascoltarsi, a capirsi, forse. Ed emerge un rapporto umano fecondo, come nessun altro lo era stato nel corso di un film in cui spesso i personaggi comunicano con dialoghi bizzarri, sterili, ai limiti del grottesco. Il più grande difetto e limite di Memoria, paradossalmente, è che Weerasethakul – differentemente da quanto fatto in altri suoi film misteriosissimi ma, proprio per questo, affascinanti – senta, nel finale, l’esigenza di rivelare la fonte del rumore, con una trovata fantascientifica che non appare molto coerente con il resto della narrazione.

    Il desiderio di spiegare, poi, va in controtendenza proprio rispetto alla natura dell’opera nel suo complesso. Enigmatico per natura, Memoria avrebbe beneficiato di una narrazione pienamente aperta, anche nei suoi esiti finali. A prescindere da ciò, comunque, l’ultimo film del regista thailandese non è certo per tutti: lo apprezzerà chi riuscirà, con pazienza, a farsi ipnotizzare dall’elaborata composizione delle inquadrature (Weerasethakul realizza molti piani sequenza a camera fissa) e dalla bellezza delle immagini (l’eccellente fotografia è del solito Sayombhu Mukdeeprom, divenuto frequente collaboratore anche di Luca Guadagnino), a farsi cullare dal raffinato tappeto sonoro e a farsi emozionare dal brivido della sintonizzazione di soggettività a opera di forze inspiegabili. L’autore di questa recensione, questa volta, ci è riuscito solo in parte. 

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