Category: Recensioni

  • RECENSIONE TOP GUN MAVERICK – IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI ANNI ’80

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    SULLE ALI DELLA NOSTALGIA 

    L’alba rosso fuoco posata sulle increspature luccicanti dell’oceano. I tecnici al lavoro e i piloti ai blocchi di partenza, stagliati in nero dal controluce sul ponte della portaerei della Marina. Il vento e il fumo, ruote in pista e carrelli in ritirata. Le possenti fiammate dei propulsori e il rombo supersonico dei reattori dei caccia che si alzano in volo, spiegando le ali sulle vibrazioni synth pop dello score di Harold Faltermeyer, virate nella battagliera percussione rock della Danger Zone di Kenny Loggins scolpita dal nostro Giorgio Moroder. Quando appare perfino la didascalia esplicativa sul corpo speciale d’élite dei “Top Gun” (“up there with the best of the best”, recitava con yuppismo infervorato la tagline della vecchia locandina), si completa l’esatta replica anastatica, in formato cartolina fotografica appesa al muro dei ricordi, di un panorama della nostalgia rimembrato con nitore visivo e mood emozionale riattivati a pieni giri: fin dal prologo, Top Gun: Maverick  di Joseph Kosinski – presentato in pompa magna al 75° Festival di Cannes, con tanto di spiegamento di frecce tricolori e Palma d’Oro speciale a un applauditissimo Tom Cruise – viaggia in direzione temporale nell’estetica di una dorata golden hour dello spirito anni ’80, facendo ritorno alla patinatura espressiva delle atmosfere dell’originale Top Gun (1986) di Tony Scott. Per tastare ciò che resta della consistenza del mito, delle figure incastonate nell’immaginario della gonfia retorica patriottica del decennio reaganiano, a trentasei anni di distanza (il nuovo film era pronto dal 2020, l’uscita in sala è stata posticipata per l’emergenza pandemica). Ritroviamo quindi il carisma sfacciato e il sorrisone smagliante – appena venato di malinconia – del più abile pilota di caccia dell’aviazione navale, “l’uomo più veloce del mondo”, il capitano di vascello Pete “Maverick” Mitchell (l’immarcescibile Tom Cruise). 

    In seguito allo scontro aereo con i MiG sovietici, concluso nel salvataggio del vecchio compagno di accademia Tom “Iceman” Kazansky (Val Kilmer), Maverick, fedele alla sua indole ribelle (fin dal nome: Maverick = dissidente, cane sciolto) e allergico alla disciplina, per tutti questi anni ha rifiutato ogni avanzamento di carriera, preferendo restare in pista come collaudatore, al solo comando dei caccia che ancora guida come nessun’altro, ma che stanno per essere soppiantati da sofisticatissimi droni da guerra di ultima generazione. Tra amare memorie e una scorrazzata in moto verso i tramonti del deserto californiano, il nostro è richiamato all’ordine per addestrare un gruppo di giovani piloti Top Gun a una missione temeraria: distruggere una pericolosa riserva di plutonio nascosta in un inaccessibile canyon di uno Stato canaglia. Tra le nuove reclute, si troverà di fronte il tenente Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio del compianto “Goose” Bradshaw, morto proprio in un tragico incidente tra le braccia di Maverick, a cui il giovane Bradshaw porta un rancore inestinguibile per l’accaduto. Tra i sensi di colpa che riaffiorano dal passato e un futuro incerto che prepara la sostituzione dei piloti, Maverick sarà costretto ad un ultimo, decisivo volo… 

    TECNOLOGIE DELL’ACTION MUSCOLARE 

    Come in uno scintillante riflesso che abbaglia nel tramonto arrossato, riverberato dalle lenti a goccia degli irrinunciabili Ray Ban Aviator, Top Gun: Maverick si rispecchia come tenace residuato bellico in quel prototipo di cinema war-action anni ’80, oggi in disuso – fuori scala e fuori produzione -, che fu il suo fiammeggiante predecessore: il quale, nello stretto abitacolo degli F-14 Tomcat, saldava la suprema sintesi del blockbuster tecnologico USA nella perfetta collisione del corpo muscolare come superpotenza dominante, e della macchina (cinema) militare, calibrata al millimetro, come prima leva di supremazia economica, mediale e industriale. Da allora, le cose sono radicalmente mutate, incrinando questo binomio che al culmine dei gloriosi ’80 appariva perfetto e inscalfibile. 

    Con i progressi dell’arsenale militare occorsi in parallelo all’upgrade dei nuovi mezzi tecnici e grafici impiegati per implementare il cinema hollywoodiano: passaggi che il film sembra perlustrare con consapevolezza teorica e autoriflessiva. Con le incrinature e le ammaccature inferte dalle nuove dotazioni tecnologiche (i droni da battaglia come il cinema digitale) al culto e al primato di un corpo attoriale addestrato alla massima prestanza ed efficienza, che improvvisamente è messo da parte e scopre la debolezza intrinseca dei suoi limiti fisiologici, sempre più inaffidabili per i nuovi padroni (produttori (e) generali), che mal tollerano la defettibilità e le intemperanze della variabile umana: “un pilota che deve dormire, mangiare, pisciare” e agire istintivamente di testa propria è meno manovrabile di un drone iper-programmato che esegue meccanicamente gli ordini (lo spiega il duro Cain di Ed Harris). 

    GLI ULTIMI AVVENTURIERI DELL’ARIA

    Le ferite aperte in questo corpo svalutato e ridimensionato, a rischio smantellamento e sulla via del congedo, senza più (troppi) gradi di machismo appuntabili sui pettorali, sono il cuore del conflitto drammatico e anagrafico incarnato nel bilancio introspettivo – e retrospettivo – della figura del reduce Maverick, che perde incoscienza impudente e acquista intenso spessore rimontando “in sella” come in un western crepuscolare, per l’ultima cavalcata da audace e disilluso avventuriero dell’aria. Non disdegnando la distensione nel romance con la vecchia fiamma Penny (Jennifer Connelly), che lo attende al balcone del bar e lo riporta a casa in un abbraccio di amorose dissolvenze incrociate. Con in più la matura assunzione di Maverick a padre putativo (di Rooster), che porta con sé il peso della responsabilità e delle scelte individuali quasi come un eroe eastwoodiano in disarmo. Che riprende a volare abbattendo il muro del suono e il countdown del cronometro per ribadire l’incidenza performativa del fattore umano, in allarme estinzione sotto il controllo degli algoritmi. 

    “Il tempo è il vero avversario” da battere, viene detto. La sfida di questo Maverick è quella di gettarsi nella contesa dei moderni mastodonti action da grande schermo testardamente ancorato a un cinema che per tirare avanti si volge indietro, che decolla verso il nuovo che avanza atterrando nel piacere nostalgico di una preziosa retroguardia stilistica, iconografica e narrativa. I volteggi degli stormi di caccia sfreccianti in formazione, e le scie dei duelli ingaggiati sul ring aereo sospeso sul vuoto (il cosiddetto dogfighting), seguono le traiettorie di un realismo fluido e una “logistica della percezione” sballottata ma sempre intelligibile, che contiene il respiro avvincente e godibile di un cinema dell’esperienza-limite e dell’adrenalina di classica solidità, fedele allo spirito dell’originale. Con le ben collaudate e vertiginose soggettive e contro-soggettive dall’abitacolo, sottosopra e in volo a rovescio, che agganciano i bersagli e pilotano l’ottima coreografia della tensione nei movimenti a razzo nello spazio esterno, ristretto a bassa quota in un fatale cul-de-sac (la voragine del canyon), che complica la ricerca del punto di fuga per sorvolare le minacce dei missili puntati e schizzare fuori verso una salvezza a tempo record. “Non è l’aereo, è il pilota” a contare, è il mantra operativo. Eppure, anche il nuovo Top Gun, come altre recenti e celebri saghe che riaccendono il capitale nostalgico sepolto in soffitta, non può esimersi dal canonico step del ritrovamento del vecchio relitto perduto, rispolverato a sorpresa e riportato a nuovo splendore (come già accaduto alle jeep di Jurassic World e alla macchina dei Ghostbusters): qui è il caso del mitico F-14 Tomcat, che rifornito di nuovo combustibile simbolico decolla come obsoleto pezzo da museo per giocare la sua partita in mezzo agli ultimi avveniristici ritrovati della tecnologia aeronautica. 

    CRUISING IN THE AIR: LA RESISTENZA DELL’ICONA 

    Top Gun, duepunti, Maverick. Il titolo non potrebbe fare più chiarezza sulla piena coincidenza del film con il suo eroe/interprete, nemmeno esplicitando il segno della piena equivalenza (Top Gun = Maverick). Tutto (ri)nasce, si svolge e si risolve nella presenza granitica del totem Cruise, primo artefice e vero demiurgo dell’operazione (ben assistito da Kosinski e dal fido Christopher McQuarrie alla sceneggiatura). Monumento in corso d’opera alla persistenza della sua coriacea icona divistica, testata in un’ulteriore batteria di prove fisiche ed esercitazioni sul campo, atte inoltre a verificare, dentro e fuori la narrazione, l’opportunità del ricambio generazionale: se ci siano reclute adatte a ereditarne il ruolo e prenderne il posto, a cui insegnare il mestiere di un cinema depotenziato, che sembra virare in tutt’altre direzioni (su piattaforma), rispetto a chi, come l’attore-producer, ha resistito alle sirene dello streaming pur di consegnare il film alle sale (con tanto di caloroso welcome on board a margine, con cui Tom stesso ci invita, seduto in poltrona, alla rinnovata magia del rito della visione in sala: “Siamo entusiasti che siate venuti qui!”). 

    Il suo Maverick resta comunque un unicum, ed è un preciso scambio di battute a rimarcare la singolare eccezionalità del personaggio: “Non mi piace quella faccia, Mav”. “È l’unica che ho”. Diversamente dall’altro alter ego del comparto action cruisiano: l’agente dell’impossibile Ethan Hunt, che nelle sue ormai decennali sortite in missione altro non ha fatto che cambiare facce di lattice fino al parossismo, in quelle maschere indossate a ripetizione per confondere il nemico. 

    LA GUERRA DEI MONDI (CINEMATICI)

    Lontano da trucchi eccessivi e dall’abuso scriteriato di effetti speciali, Top Gun: Maverick decanta un cinema della resistenza dei corpi vintage che si rattoppano e non ci stanno ad essere accantonati e sorpassati, restando allacciati alla ferma azione dell’individuo fatto solo di carne, lacrime, nervi, sudore e reattività (“Non pensare, agisci!”, la regola fondamentale, americana a ventiquattro carati, che fa piazza pulita delle riflessioni non richieste). Proprio mentre quest’ultimo, come lo spettatore, è sempre più sospinto nel vortice dispersivo delle immagini a insostenibile velocità, nella tonitruante confusione del cinema contemporaneo. Una trasvolata, quella di Cruise, che si mette di traverso allo stile e alla filosofia dominanti, per difendere un cinema che rischiamo di vedere disperso, risucchiato nei fantasmagorici quanto insipidi ingorghi fumettistici del multiverso dei blockbuster fotocopia, che dimenticano la resa del brivido a pelle d’oca di uno spettacolo ingenuamente avventuroso, tamarro il giusto (il team-building con il football sulla spiaggia e i pettorali dorati al sole), difettosamente umano e smaccatamente popolare. Per questo riprende servizio il mascellone smargiasso di Maverick/Cruise. Ma per quanto ancora?

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  • RECENSIONE NOSTALGIA – IL PASSATO DISTRUGGE IL PRESENTE

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    Dopo il successo di Qui rido io, Mario Martone torna al cinema tra squilli di tromba: il suo Nostalgia, adattamento del libro omonimo di Ermanno Rea con protagonista Pierfrancesco Favino, è l’unico film italiano ad essere stato selezionato per concorrere al Festival di Cannes.

    Favino interpreta Felice Lasco (da adolescente nella parte c’è Emanuele Palumbo), uomo di mezza età originario di Napoli, più nello specifico del Rione Sanità, andatosene giovanissimo su incitamento dello zio. Felice ormai vive da quarant’anni fuori dal proprio paese, tra Medio Oriente e Africa. Tornato per occuparsi della vecchia madre (una commovente Aurora Quattrocchi), Felice inizia ad essere preso dalla nostalgia per la propria terra e per il proprio passato, in particolar modo per il suo compagno d’adolescenza, Oreste (Tommaso Ragno da adulto, l’attore di origini ucraine Artem da adolescente). Ma il suo amico non è più quello che ricordava: ora Oreste è ‘o Malommo, il boss che terrorizza il Rione, e nemico di Don Luigi Rega (Francesco Di Leva), che ha accolto con affetto Felice e lo propone come modello ai giovani napoletani. 

    NAPULE È

    Come nel precedente Qui rido io e come in altri suoi film, Martone gira nella sua terra di origine, Napoli. Se nella sua ultima pellicola, però, si era dedicato a una ricostruzione storica attenta e sontuosa del capoluogo campano dei primi del Novecento, qui si dedica al Rione Sanità, affascinante pur nella sua miseria: i citofoni non funzionano, le famiglie sono costrette a spacciare per sopravvivere e vivono in appartamenti gestiti dalla mafia… persino la pizza, simbolo per eccellenza di Napoli, non è altro che un piatto da offrire ai turisti, che lo mangeranno poi con forchetta e coltello. Tuttavia, sotto la miseria si nascondono magnifiche catacombe e nella corruzione si erge la comunità di Don Luigi, che cerca di portare molti giovani fuori da difficili situazioni familiari, offrendogli un futuro. 

    Felice diventa fondamentale per gli scopi del prete, il quale, lungi dall’essere integro quanto vuol far credere, lo usa come dimostrazione del fatto che la vita sia possibile fuori da Napoli. Curiosamente, mentre Don Luigi insiste sulla necessità di allontanarsi dal Rione per riuscire ad avere successo, parallelamente il protagonista comincia a provare fascinazione nei confronti della propria città di origine. La “conversione” di Felice, che arriva al Rione quasi come estraneo e lentamente si reintegra, è accompagnata dal ritorno al dialetto napoletano: se inizialmente il protagonista si esprime con un forte accento riconducibile alla sua lunga permanenza all’estero (accento che, nonostante l’interpretazione di Favino, sempre ottimo, risulta a tratti distraente), col passare del tempo tornerà a usare la lingua della sua infanzia. Non è forse casuale il fatto che uno dei primi momenti di ritorno all’uso del dialetto sia quando Felice rievoca un evento traumatico del suo passato, quello che ha causato l’allontanamento dalla propria terra: la lingua è forse una barriera posta inconsciamente per separarsi dal ricordo e dall’uomo che era precedentemente? 

    “LA CONOSCENZA È NELLA NOSTALGIA…”

    Uno dei temi più importanti della pellicola è quello del passato e della sua influenza sul presente. Come la Giancaldo di Nuovo Cinema Paradiso era per il protagonista Salvatore luogo della memoria, uguale a distanza di anni, e al contempo prigione, così la Napoli di Nostalgia dopo quattro decenni è la stessa nella mente del protagonista. La sua immagine riporta a galla ricordi rigettati, positivi e negativi, che lo convinceranno a prolungare la sua permanenza più del necessario.

    Il passato viene rievocato con un semplice ma efficace espediente registico: immagini in 4:3 con colori molto vividi che rimandano sia alla tecnica di ripresa del tempo sia alla “luminosità” di questi ricordi nella mente del protagonista. Non per nulla, quando le vicende rammentate si fanno più cupe anche la gradazione dei colori diventa più oscura e al momento traumatico di cui sopra corrisponde un ritorno al formato 16:9.

    Protagonista assieme a Felice di queste scene ambientate nel passato è Oreste. L’amicizia tra i due è uno dei pilastri della storia e una delle maggiori influenze per le scelte del protagonista. Il film crea paralleli tra questi personaggi con delle eleganti contrapposizioni di inquadrature che li vedono in situazioni simili ma con effetti diversi, sottolineando la loro vicinanza e, al contempo, come le loro vite abbiano preso traiettorie diverse a seguito di uno stesso momento decisivo. Tuttavia, Oreste non è mai abbastanza approfondito per lasciare un segno: nei ricordi è una nebulosa personificazione della bellezza dell’adolescenza, nel presente un boss dai tratti stereotipati, in entrambi i casi un fantasma più che un personaggio tridimensionale. Con Favino non c’è né il tempo né la chimica per rendere il rapporto tra i due personaggi credibile, pur trattandosi, almeno in teoria, di uno dei pilastri del film.

    Altri rapporti interpersonali, in Nostalgia, risultano ugualmente poco sviluppati, in particolar modo quello tra il protagonista e la moglie, un personaggio che esiste solo in funzione del marito. Ma d’altronde, il film riguarda, come da titolo, la nostalgia e non l’attualità, nostalgia attraverso cui Felice legge il proprio presente in una pratica pericolosa e ingenua che ne influenzerà inevitabilmente il futuro. Forse la scelta di non far mai intervenire direttamente la moglie di Felice né, più in generale, persone non legate a Napoli e alla sua adolescenza, sta a significare che non c’è spazio per il presente, in un mondo dominato dal passato? 

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  • RECENSIONE HALO – LA SERIE CHE NON CI MERITIAMO MA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

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    Il 2001 fu un anno d’oro per i videogiocatori, tra grandi ritorni come GTA 3 o Metal Gear Solid 2 e nuove IP che avrebbero poi contribuito a creare la storia videoludica, come Max Payne, Ico e Devil May Cry. Tra quest’ultime si fece strada anche il primo capitolo di quella che sarebbe poi diventata un’esclusiva ammiraglia della console di casa Microsoft: Halo Combat Evolved. Sparatutto in prima persona, settato nello spazio con ambientazioni sci-fi libere di essere esplorate grazie a mappe molto grandi ed aperte, senza contare l’elemento per molti fondamentale: il protagonista, Master Chief, guerriero corazzato dotato di una forza e velocità sovrumana, il cui compito era quello di spazzare via intere armate di alieni. In parole povere, la sensazione era di andare in guerra a bordo di un carro armato contro degli uomini primitivi. 

    Capostipite di una saga che, come accennato poco fa, sarebbe poi diventata il gioiello di punta delle XBOX, tanto da contare oggi all’attivo 12 videogiochi più numerosi libri di narrativa ed approfondimenti sull’universo narrato. Era quindi solo questione di tempo prima che un videogame così spettacolare e celebre decidesse di approdare al cinema, ma il tutto si rivelò un’impresa tutt’altro che semplice. Se già dal secondo capitolo si può vedere l’intento di rendere ancora più cinematografica l’esperienza, anche grazie ad una campagna marketing composta da video in live action con attori veri e propri, l’idea di girare un vero lungometraggio arrivò in concomitanza del terzo capitolo nel 2007, per il quale venne preso in considerazione come regista Neil Blomkamp (District 9, Elysium), che si “mise subito alla prova” girando Halo Landfall, cortometraggio che doveva fungere come punto di partenza per un film che però sfortunatamente non vide mai la luce (ricordando da vicino quanto successe poi anni dopo con il suo Alien 5, che probabilmente non vedremo mai).

    Vennero poi realizzate una serie animata dal sottotitolo Legends ed una webserie chiamata Forward Unto Dawn che doveva fungere da apripista per il quarto capitolo del franchise e come punto di partenza per un eventuale film, che però ancora una volta non arrivò mai oltre le fasi preliminari. La luce in fondo al tunnel venne finalmente raggiunta, con l’ideazione di un progetto non più da visionare sul grande schermo delle sale cinematografiche, ma sul piccolo schermo (se ancora può così definirsi) delle nostre case. Pubblicata con cadenza settimanale sulla piattaforma streaming Paramount+ (arrivata da noi in Italia su Sky Atlantic e Now TV), Halo La serie si è conclusa giovedì 19 Maggio. Sarà valsa la pena aspettare tutto questo tempo oppure, come per buona parte delle produzioni così tanto travagliate, ci siamo ritrovati davanti ad un prodotto pieno di problemi?

    EPOPEA SPAZIALE DA MANUALE

    In un lontano futuro, l’umanità vive nello spazio e viaggia utilizzando navicelle spaziali, creando stazioni orbitali e colonizzando pianeti. Non possono poi mancare le rivolte dei ceti più poveri dei pianeti minerari o considerati “di secondo piano” e l’inevitabile guerra contro le altre specie che popolano l’universo. Una base estremamente semplice, forse abusata, ma che ancora oggi funziona alla perfezione. Il protagonista delle vicende è John 117, conosciuto con il nome di battaglia di Master Chief e capo del Silver Team, manipolo di guerrieri geneticamente e biologicamente avanzati ed estremamente abili nel combattimento che prendono il nome di Spartans e che indossano tostissime armature super tecnologiche. Dove però il videogioco si fermava, fornendoti queste poche informazioni e lanciandoti subito al centro dell’azione, la serie sembra voler percorre binari leggermente diversi. Bisogna infatti aspettare quasi la metà del primo episodio per poter vedere per la prima volta Chief (tra l’altro con un’entrata in scena spettacolare e dall’alto tasso adrenalinico), poiché la serie preferisce subito mettere le cose in chiaro: per quanto possano in alcuni casi assottigliarsi di parecchio, la serialità televisiva (come il cinema) e il mondo dei videogiochi seguono regole diverse e il team creativo dietro la serie ha deciso di fare una scelta per molti ovvia ma allo stesso tempo coraggiosa, ovvero di non seguire pedissequamente il materiale d’origine e di creare invece una propria storia, con i propri tempi e le proprie storie e narrazioni. 

    Con le sue nove puntate (ancora lontane dalla massiccia durata delle serie inizio anni 2000 con più di venti episodi a stagione, ma comunque sopra la media rispetto alla norma), la serie si prende tutto il suo tempo per raccontare una storia innanzitutto sull’uomo, sulle emozioni che prova, sui legami che può formare, su ciò che gli è di più caro, ma anche sui suoi numerosi difetti. In questo la serie pone i Covenant, l’unione di specie aliene che dichiara guerra all’umanità, ed i loro obiettivi quasi in secondo piano, ponendo l’accento sui personaggi umani e sui loro drammi. Si focalizza in primis su un John sempre meno macchina di morte e tuttavia più conscio di sé stesso mano a mano che la serie avanza, passando poi per la ribelle Kwan Ha, simbolo di una rivoluzione “proletaria” destinata a fallire, la dottoressa Elizabeth Halsey, disposta a sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi scientifici e di superare i limiti umani, fino a Mekee, umana “adottata” dai Covenant e che giura vendetta contro la sua stessa razza, il tutto senza dimenticare gli altri Spartans, tra cui spicca senza dubbio Kai, con i suoi drammi morali e di riscoperta di sé stessa, e l’intelligenza artificiale Cortona.

    VIVERE LO SPAZIO

    Dal punto di vista narrativo, preme sottolineare come non ci si ritrovi comunque davanti a nulla di innovativo, il tutto procede su binari molto classici portando anche all’inserimento di qualche elemento che sembra di troppo (un esempio è la gestione di Vinsher, classico villain macchiettistico e stereotipato che, se adeguatamente approfondito, avrebbe potuto donare molto di più), ma senza mai generare veramente quella sensazione di esagerazione, accompagnando lo spettatore e permettendogli di adattarsi alle “regole del gioco” e mantenendosi complessivamente su ottimi standard. Il tutto viene sicuramente aiutato da un ottimo cast, capitanato dal canadese Pablo Schreiber (che diversi ricorderanno come Mad Sweeney in American Gods) che presenta qui un’ottima prova attoriale apparentemente statica e capace tuttavia di toccare alte vette emotive. Assieme a lui anche Charlie Murphy, Kate Kennedy, Natascha McElhone ed il resto del cast riesce a donare la giusta impronta ai vari personaggi, principali o secondari che siano.

    Registicamente la serie si attesta su un ottimo livello, alternando dietro la macchina da presa Otto Bathurst (regista di Robin Hood – L’origine della leggenda, ma anche di alcuni episodi di serie come Black Mirror, Peaky Blinders e His Dark Materials), Roel Reiné, Jonathan Liebesman e Jessica Lowrey, che mettono in scena scenari mozzafiato e con un altro grado di iconicità assieme ad alcune scene d’azione, poche ma ben inserite, di ottima fattura. Al tutto si aggiunge un’ottima CGI, capace di arricchire le scenografie e di dare volto alle varie razze aliene con un dettaglio ai limiti dell’incredibile, mostrando invece il fianco nel mettere in scena alcune movenze super-umane degli Spartans (sempre però rimanendo nella sfera del godibile).

    CONCLUSIONI

    Con un prodotto per la televisione, Halo ottiene finalmente il suo tanto agognato adattamento in live action, anche se forse non è quello che molti fan si aspettavano. Lasciando alla sua controparte videoludica l’azione e le esplosioni senza fine, questo prodotto si presenta come un’epopea spaziale al cui centro ruota la scoperta dell’umanità e dei suoi pregi e difetti, il tutto con una buona regia ed una CGI di ottima fattura pur con qualche sbavatura, che, assieme ad un ottimo cast capace di far empatizzare con i vari personaggi, creano un universo semplice, ma mai banale e di cui vorremmo vedere sempre di più.

    Pur non trattandosi di qualcosa di innovativo questa produzione si mostra come un faro luminoso nel marasma di prodotti seriali privi di mordente e ricchi soltanto di fan service, capace di far rimanere accesa la speranza che, al giorno d’oggi, possiamo ancora sperare in serie tv scritte in maniera intelligente e consona.

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  • RECENSIONE CIP E CIOP AGENTI SPECIALI – UN FILM CHE NON TI ASPETTI

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    La serie animata Cip e Ciop Agenti Speciali (Chip ‘n’ Dale: Rescue Rangers), andata in onda tra il 1989 e il 1990, è stata per il pubblico americano una delle punte di diamante del Disney Afternoon e per molti bambini italiani un affezionato appuntamento del sabato mattina sulle reti Rai.

    La serie vedeva protagonisti i nostri scoiattoli preferiti, Cip con le vesti di Indiana Jones e Ciop in camicia hawaiiana come Tom Selleck in Magnum P.I., alle prese con mille avventure, in compagnia della topolina geniale Scheggia, della mosca Zipper e della pantegana Monterey Jack, tutti pronti a sventare le trame del perfido Gattolardo.

    Serie simpatica e brillante, è entrata nei cuori di tanti giovani spettatori insieme ad altri show altrettanto riusciti – come Ecco Pippo (Goof Troop), con il personaggio di Pippo nella singolare veste di padre single, e TaleSpin, che rivedeva in una chiave avventurosa e piuttosto bislacca i personaggi de Il Libro della Giungla – pur senza raggiungere certo i livelli di Ducktales o dell’originalissimo Gargoyles. Gli Agenti Speciali, come moltissime serie animate Disney, si sono fermati all’episodio numero 65, quota ghigliottina fissata da Michael Eisner, CEO di una Disney all’epoca in fase di ripresa.

    All’annuncio dell’uscita di un film in tecnica mista tra animazioni e live action basato sulla serie e in uscita su Disney+, nessuno sapeva come reagire. A che pubblico poteva puntare, che ruolo poteva mai svolgere nell’economia cannibalistica della Company più imperialista di Hollywood? E poi, che storia poteva mai raccontare?

    Cip e Ciop (o meglio, Chip e Dale), conosciutisi quando erano solo due scoiattolini delle elementari, erano diventati famosi con il loro show, ma in seguito alla decisione di Dale di intraprendere il suo show da solista, Double-o Dale (uno 007 roditore) la carriera di entrambi è andata in declino. Chip (John Mulaney) è diventato un assicuratore, Dale (Andy Samberg) è una celebrità in declino che vaga per le convention e si è sottoposto a un’operazione chirurgica in CGI. Quanto al resto della banda, Monterey Jack è dipendente dal formaggio, Scheggia e Zipper si sono sposati e hanno tanti cuccioli metà topo e metà mosca. Una strana telefonata porterà i due chipmunk a riunirsi per risolvere, insieme all’agente della LAPD Ellie Steckler (KiKi Layne), il mistero della sparizione di Monterey e di altri storici personaggi dei cartoni ad opera di un insospettabile boss della malavita.

    Tutto questo con un cast che include anche nomi come Seth Rogen, J.K. Simmons, Will Arnett, Flula Borg, Keegan-Michael Key e una quantità di personaggi animati e non, Disney e non, da far impallidire lo spettatore, il tutto diretto da Akiva Schaffer, comico e membro del trio The Lonely Island insieme ad Andy Samberg e a Jorma Taccone (del quale abbiamo anche un paio di cameo vocali).

    Nonostante ci fossero tutte le premesse per creare un minestrone disgustoso, i novanta minuti del film scorrono in maniera gradevolissima. La trama, certo, stira al limite la sospensione dell’incredulità, ma sicuramente si regge in piedi senza troppi problemi.

    È innegabile che il padre biologico di questo film sia quel capolavoro di Chi ha Incastrato Roger Rabbit (Who Framed Roger Rabbit, 1988) di Robert Zemeckis, basato sul romanzo Who Censored Roger Rabbit? scritto da Gary Wolf nel 1981, con protagonista una fittizia star dei cartoni animati alle prese con una vicenda pruriginosa e sanguinaria.

    Zemeckis portò sullo schermo una commedia pulp meravigliosa grazie ai personaggi animati da quel folle genio di Richard Williams (mai abbastanza celebrato), a Bob Hoskins e Christopher Lloyd – che ci hanno donato interpretazioni credibilissime nonostante recitassero interagendo con il nulla assoluto – e a una trama noir semplice ma magistrale, pietra miliare per ogni appassionato di gialli anni ‘40 e di cinema pop anni ‘80. Per gli amanti dell’animazione poi, vera e propria perdita della verginità: il film venne ritenuto infatti troppo audace dalla Disney, che lo nascose sotto la sua etichetta Touchstone. Nonostante questo autosabotaggio, il film è passato alla storia grazie al suo valore artistico, al prestigio di chi lo ha prodotto (la Amblin di Spielberg) e alla magia di vedere interagire tutti i personaggi storici dei corti animati, la coabitazione tra Topolino e Bugs Bunny o Paperino e Daffy Duck.

    Il personaggio Roger Rabbit tuttavia non ha avuto successivamente una lunga carriera: furono infatti prodotti solo tre corti difficilmente reperibili a causa di problematiche riguardo il copyright e, proprio per questo motivo, una serie tv venne abortita e sostituita con la sua versione tarocca, Bonkers, in cui i cartoni interagivano con personaggi “umani”…anch’essi disegnati, perdendo tutto il fascino del film.

    La Warner rispose alcuni anni dopo con la hit Space Jam (Joe Pytka, 1996), spot gigantesco per Michael Jordan e la Nike, e con la divertentissima spy story Looney Tunes: Back in Action (Joe Dante, 2003). Per anni la convivenza tra cartoni animati (consapevoli di esserlo) e umani in carne ed ossa è stata latitante, fino a che la stessa Warner Bros. nel 2021 ci ha fatto dono (si fa per dire) di Space Jam: New Legend (Space Jam: A New Legacy, Malcolm D. Lee), nuovo spot, stavolta per HBO Max, e di Tom & Jerry (Tim Story) in cui a un certo punto vediamo il gatto e il topo più famosi del cinema nella stessa inquadratura di Paolo Bonolis. Una doppietta che ha ottenuto poco più di 300 milioni di dollari e sei nomination ai Razzie Awards. Sicuramente questo Cip e Ciop di ultima uscita non poteva andare peggio di così. 

    Se Roger Rabbit è inarrivabile, il primo Space Jam iconico ma claudicante, Back in Action un film di genere meno noto ma sicuramente più quadrato e gli altri pura spazzatura, questo Cip e Ciop è l’ultimo film che ci si sarebbe aspettati di vedere in un clima di remake e reboot in CGI fotorealistica completamente inutili. Il debito verso Zemeckis è evidente: la commistione tra personaggi animati e attori e set reali è gradevolissima e a momenti commovente, lontanissima dalle pupazzate come Scooby Doo o Alvin Superstar

    Inoltre, se nei film precedenti il campo dei personaggi e dei riferimenti erano volutamente circoscritti (cartoni anteguerra in un caso, proprietà intellettuali Warner negli altri), qui abbiamo una tale varietà: personaggi animati a mano, al computer, a passo uno e persino i calzini animati, un insieme vastissimo di riferimenti provenienti dal cinema, dalla tv e addirittura dai videoclip. Abbiamo nello stesso film i My Little Pony, Phineas e Ferb, South Park, la versione brutta di Sonic, la Little House di Mary Blair, il Mr. Natural di Robert Crumb, lotte clandestine tra Muppet, Batman contro E.T. e chi più ne ha più ne metta. Le trovate comiche sono esilaranti, come l’uncanny valley (la sensazione di straniamento che prova lo spettatore guardando personaggi fotorealistici) che diventa un luogo fisico.

    E a suo modo il film graffia, critica qualsiasi forma di malriuscito svecchiamento di personaggi iconici, che sia un reboot farlocco, un restyling moderno ma disfunzionale, o un semplice pezzo rap con una mascotte famosa. E, come in Roger Rabbit, il mondo dei cartoni sembra tutt’altro che puro e innocente, anche gli idoli della nostra infanzia possono avere un lato oscuro. Proprio per questo, un film con due teneri scoiattolini è il film più coraggioso che una major dell’intrattenimento potesse produrre nel 2022. Probabilmente lancia messaggi a vuoto, ed è necessario che prodotti di questo tipo non vengano serializzati, ma è veramente un bene che qualcuno, dell’interno, sia così sincero.

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  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE – MEMORIE DALLA STAGIONE DEL CINEMA POLITICO ITALIANO

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    Narrare il delitto del politico democristiano Aldo Moro è una questione tutt’altro che elementare: nel corso dei decenni, diversi registi hanno tentato di interpretare e restituire in forma cinematografica l’evento che cambiò irreversibilmente il panorama politico italiano. Nella storia della Settima Arte, il primo racconto dell’evento viene distribuito nelle sale otto anni dopo il delitto: è Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, lungometraggio che rievoca il rapimento dell’onorevole italiano, ripercorrendo i 55 giorni di prigionia sino al ritrovamento del cadavere il 9 maggio 1978. Nella memoria collettiva resta la magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté, già noto per la sua satirica restituzione di Aldo Moro nel film Todo Modo, diretto da Elio Petri nel 1976. Successivamente, nel 1991 viene prodotto L’anno del terrore di John Frankenheimer, seguito da Piazza dalle Cinque Lune (Martinelli, 2003) e da Se sarà luce sarà bellissimo (Grimaldi, 2004). 

    In questo panorama, il regista Marco Bellocchio rappresenta un unicum, in quanto autore di ben due pellicole cinematografiche che intendono interpretare la tragica vicenda riguardante Aldo Moro. Nel 2003, infatti, scrive e dirige Buongiorno, notte, con Roberto Herlitzka nei panni del politico democristiano; e durante la prima giornata della 75ma edizione del Festival di Cannes, il regista presenta in concorso Esterno Notte, serie in sei puntate volta a proporre una nuova narrazione di quanto accaduto nella primavera del 1978. Proiettato interamente presso la rassegna cinematografica francese, le prime tre puntate (o parti, come dovrebbero essere definite) sono uscite mercoledì 18 maggio in Italia; le restanti verranno distribuite il 9 giugno. 

    UN PROGETTO AMBIZIOSO

    1978: l’Italia è dilaniata dalle rappresaglie di gruppi estremisti, stragi e omicidi; in questi tumulti, le Brigate Rosse sono un’organizzazione terroristica di estrema sinistra che rivendica, attraverso la violenza, le istanze della rivoluzione comunista. Nel marzo del medesimo anno, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, al fine di salvaguardare l’integrità del Paese chiede a gran voce di stringere un’alleanza politica con il Partito Comunista Italiano (PCI); nonostante l’accordo, i risentimenti interni alla maggioranza della DC non sono favorevoli a includere i comunisti nella dirigenza del paese. Ma la mattina del 16 marzo 1978, il presidente democristiano subisce un’imboscata: le Brigate Rosse massacrano la sua scorta ed egli viene rapito; la politica immediatamente reagisce per poter salvare il politico italiano, ma non senza qualche indugio…

    La portata di questi eventi di natura geopolitica, adombrati da segreti statali e circostanze avvolte nel silenzio, è materia di difficile trattazione. Le diverse interpretazioni del caso Moro sono, in questo senso, sintomo di una necessità di rispondere a quesiti rimasti irrisolti dal 1978 a oggi. In questo senso, il progetto di Marco Bellocchio risulta essere vincente in quanto incarnazione di un’istanza volta a scoperchiare questo evento rimosso, impiegando la propria autorialità di cineasta come marchio di fabbrica per un’operazione riuscita. 

    Bellocchio esordisce nel 1965 con I pugni in tasca, folgorante opera prima che anticipa il risentimento della generazione dei “figli” in opposizione con quella dei “padri” culminata nel celebre Sessantotto. L’impiego della propria presenza nella stagione del cinema civile italiano risulta essere già un lasciapassare per tessere il racconto del caso Moro. Ma questa autorialità forte non solo contamina la narrazione propriamente cinematografica con quella seriale, ma risulta essere, inoltre, del tutto cosciente dei nuovi stilemi del racconto proposti dai registi del panorama italiano. Certo è complicato proporre un giudizio in merito a una serie televisiva uscita per metà nelle sale: tuttavia, le premesse sono oltremodo positive e Bellocchio si riconferma, dopo le esperienze de Il Traditore (2019) e Marx può aspettare (2021), un narratore che riesce a far convergere la propria autorialità decennale nelle correnti narrative contemporanee. 

    ESTERNO NOTTE: PARTE PRIMA

    Nelle prime tre puntate, Marco Bellocchio si focalizza su tre momenti fondamentali: il rapimento di Moro (prima puntata), le reazioni della politica italiana (seconda) e del Vaticano (terza). In questi 168 minuti, il regista sceglie di evitare la messinscena del luogo entro cui si ritrova detenuto il presidente della DC (a parte in due inquadrature di natura onirica), mostrando, invece, in una chiave non priva di satira, ciò che accade all’interno di due Palazzi: quello della Politica e quello della Chiesa.

    Ciò che desta stupore, alla prima visione dell’opera, è sicuramente il cast corale riunito per dar vita ai fatti avvenuti fra marzo e aprile dell’anno 1978. In primis, un folgorante Fabrizio Gifuni incarna un Moro onesto e curato nei minimi dettagli, in una prova attoriale degna di plauso. Certo non è possibile evitare il confronto con la memorabile interpretazione di Gian Maria Volonté: Bellocchio ne è consapevole quando, nel momento in cui Moro si appressa a consumare la cena, si annuncia alla radio l’inizio delle riprese di Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, con Volonté nei panni di Carlo Levi. Tuttavia, la professionalità di Gifuni non sfigura, né passa inosservata: anzi, non è eccessivo asserire che l’attore possa concorrere al premio come migliore interprete maschile a Cannes. Ma anche il restante cast non si esula da sinceri elogi: Fausto Russo Alesi ci regala un’interpretazione graffiante di Francesco Cossiga, mostrando luci e ombre di un politico influenzato dalle proprie debolezze al pari del Giulio Andreotti di Fabrizio Contri. Toni Servillo incarna un sincero Paolo VI, in un’interpretazione che in questa prima parte conferma, nuovamente, la sua avvalorata professionalità; il medesimo giudizio è riservato a una Margherita Buy in forma, nei panni di Eleonora Moro. 

    A dirigere il comparto attoriale vi sono una regia matura, tale è quella di Bellocchio, nonché una sceneggiatura attenta a compensare l’aderenza alla Storia con la necessità di restituire anche una dimensione intima dei protagonisti: se da un lato le manifestazioni per le strade di Roma sono fedeli al clima dell’epoca, dall’altro il cineasta non indugia nel mettere in scena dettagli sulla vita privata di Aldo Moro, le conversazioni sui match calcistici pronunciati dalla scorta del politico, i particolari delle abitazioni degli Onorevoli; anche un semplice annuncio alla radio concernente “un ennesimo avvistamento di UFO” (al tempo comuni, dopo l’uscita di Incontri ravvicinati del terzo tipo) denota una chiara esigenza di dipingere nei minimi particolari l’affresco dell’Italia di allora.

    Certamente, riproporre una storia già narrata sia dal cinema che dalla televisione concerne il rischio di ripetizione di un medesimo storytelling. Nel caso di Esterno Notte, è difficile asserire se ciò si verifichi o meno, in virtù della visione delle sole prime tre puntate. Tuttavia, si può affermare che l’operazione del regista risulta essere tutt’altro che una semplice rielaborazione dei fatti del 1978. È uno storytelling conscio dei mutamenti nei canoni della narrazione e motivato dalla forte necessità di argomentare le vicende fruendo di un punto di vista non privo di criticità verso alle assurde azioni intraprese dalla politica e dal clero al fine di salvare Aldo Moro. Certamente, ciò è dovuto non solo alla chiara posizione politica di Bellocchio, ma anche ai “prestiti” dovuti ai prodotti cinematografici che hanno aspramente criticato la politica italiana degli anni Settanta: basti pensare al già nominato Todo Modo o al più recente Il divo di Paolo Sorrentino (2008). 

    Sicuramente, con l’uscita di questa prima parte Marco Bellocchio ha catturato l’attenzione del pubblico in merito a una storia italiana ancora adombrata da controversie di natura politica: sicuramente occorre attendere il 9 giugno per comprendere se le premesse presenti nella prima parte verranno confermate anche nella seconda.

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  • RECENSIONE GENERAZIONE LOW COST– FREGARSENE DI NON ARRIVARE IN TEMPO

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    Julie Lecoustre e Emmanuel Marre per il loro esordio cinematografico scelgono di ritrarre un’istantanea, dai tratti documentaristici, delle difficoltà di lavorare nell’indifferenza impersonale di una grande compagnia. 

    Tutte le emozioni che hai, devi lasciarle dietro di te. Non pensare alla tua vita personale, non pensare a nulla che ti possa turbare. Concentrati, non c’è passato né futuro.

    Rien à foutre o Zero fucks given, comunque lo si preferisca chiamare per evitare di utilizzare il titolo scelto per la distribuzione italiana che rischia di declassarlo ingiustamente ad una commedia dai toni paternalistici, segna l’esordio alla regia di Emmanuel Marre & Julie Lecoustre. Il film, presentato al Festival di Cannes 2021 e alla 39esima edizione del Torino Film Festival e distribuito in anteprima da MUBI, si inserisce perfettamente in un filone cinematografico francese che sembra essersi arricchito proprio in questi mesi, quello sul mondo del lavoro e della precarietà. 

    A metà strada tra l’approccio documentaristico con riprese da telecamera in spalla ai limiti del pedinamento – stile sviluppato dai fratelli Dardenne, famosi registi belgi – ed una costruzione più intimista del racconto che ricorda Sofia Coppola, Zero Fucks Given si presenta come un film incerto sulla direzione che vuole intraprendere, proprio come la sua protagonista. Cassandre ha 26 anni, lavora per una compagnia aerea low cost con base a Lanzarote e se il lavoro dell’assistente di volo può sembrare affascinante, le condizioni di lavoro in una low cost non lo sono affatto. I voli non raggiungono mete affascinanti, l’andata e il ritorno sono quasi sempre in giornata e i dipendenti sono spinti a vendere insistentemente prodotti extra sul volo dato che il guadagno per la compagnia è scarso dato il costo dei biglietti. Cassandre sta affrontando quella che si potrebbe definire una quarter life crisis, ma non ha il tempo e la voglia di pensarci e preferisce portare avanti le sue mansioni in una quotidianità che diventa robotica e ripetitiva tra scali, incontri occasionali su app di dating, nottate passate in discoteca e momenti di profonda solitudine. 

    Emmanuel Marre è partito proprio da una sensazione simile ispirata in lui da uno spaccato di vita reale. Il regista si trovava su un volo Ryan Air direzione Maiorca, seduto di fronte alla fila riservata alle assistenti di volo quando nota che una di queste sembra essere particolarmente turbata, assorta nei suoi pensieri. L’hostess richiamata dal suono del campanello che annunciava l’inizio del servizio, si è poi slacciata la cintura e resettando ogni emozione sul volto ha sfoggiato davanti ai clienti un sorriso perfetto

    Da queste premesse sarebbe facile pensare che il film possa cadere nella trappola della retorica, ma i due registi riescono a mantenere un elegante equilibrio all’interno della storia.

      «Non volevamo ricorrere al cliché di denunciare la vita moderna come una “non vita”. Dicono che il mondo digitale ci taglia fuori dalla vita reale, ma nel mondo digitale, attraverso le app di appuntamenti, puoi anche trovare scintille di vita, e non sono meno preziose delle altre. Non volevamo filmare l’assenza di incontri, ma l’impossibilità di avere un incontro davvero significativo. Cassandra vede le persone tutto il tempo e con ognuna potrebbe succedere qualcosa»

    Cassandre infatti non si sottrae, vive le esperienze che le si presentano davanti, ma tutto passa senza lasciare traccia e lo sradicamento diventa così uno stile di vita. Questo non esclude però la ricerca di una condizione migliore, una volontà che al contrario è presente e che notiamo, per esempio, quando Cassandra osserva ammirata le elegantissime hostess di Emirates. Questo slancio non si trasforma mai in un’esigenza gridata, mantenendo una chiave low che diventa cifra del film stesso

    Se infatti durante prima parte pensiamo di assistere ad un film di denuncia sulle tracce di Ken Loach e degli stessi fratelli Dardenne, in cui la protagonista si batte contro un sistema lavorativo alienante e ingiusto, ci accorgiamo che non è così quando Cassandre e alcune colleghe si imbattono in un corteo di protesta e alle sollecitazioni di un sindacalista una di loro risponde: “Non ho tempo per la rivoluzione”, parole manifesto di una generazione. Nella seconda metà invece il sentimento del film cambia, avviene un ripiegamento nella dimensione privata di Cassandra che si dimostra essere altrettanto complicata rispetto a quella lavorativa. 

    Il licenziamento da parte di Wing, che non le perdona un atto di empatia nei confronti di una passeggera in difficoltà, la costringe a ritornare nell’ambiente familiare dal quale stava cercando di fuggire per mettere una distanza, almeno fisica, al dolore causato dalla morte della madre. Questo sconvolgimento emerge ancora una volta da una scena breve, apparentemente poco rilevante, quando un call centre contatta Cassandre per modificare il suo piano telefonico ma non riesce ad attuare la modifica perché il telefono è intestato ancora alla madre. 

    Questo slittamento tra film di denuncia e dramma intimo produce singoli momenti, singole scene, pregne di significato che nell’insieme non contribuiscono però a fornirci una chiave unica di lettura. Infatti, non è questo l’intento neanche nei confronti della protagonista, con la quale siamo spinti ad empatizzare senza per forza dover comprendere la natura delle sue scelte o cosa pensi realmente della sua situazione. 

    Certo è che a mantenerci incollati agli sviluppi di questo film, dal ritmo a tratti altalenante, è proprio Adèle Exarchopoulos che, circondata da un cast composto da vero personale di una compagnia aerea, dona al suo personaggio una sincerità che si rispecchia su un volto in cui convivono tratti infantili ed enigmatici

    Se l’avevamo conosciuta con Blue is the warmest colour, qui il blue rimane assumendo un’altra sfumatura, quella della tristezza, che è tuttavia capace a suo modo di essere calorosa proprio perché abitata da un personaggio in divenire, le cui frequenti oscillazioni lasciano spazio alla possibilità di vedere paesaggi migliori. 

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  • RECENSIONE GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY – IL PEGGIO DEI BIOPIC

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    Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sembrava il film perfetto per un regista come Lee Daniels: il regista di Precious(2009) e The Butler (2013) ha fatto sua una storia di razzismo e scontro con le autorità come la travagliata esistenza di Billie Holiday.

    E senz’altro Lee Daniels ha fatto sua la causa civile che la figura di Billie Holiday porta inevitabilmente con sé: peccato che, nel farlo, si sia perso per strada il film.

    LA STORIA (CONFUSA E SUPERCIFIALE) DI LADY DAY

    Con il pretesto di un’intervista del 1957 (un superfluo espediente narrativo di cui la narrazione si dimentica ben presto), il lungometraggio percorre alcuni anni salienti della carriera e della vita di Lady Day, segnati dalla persecuzione da parte del governo degli Stati Uniti, preoccupato per la carica rivoluzionaria di Strange fruit canzone di protesta contro i linciaggi perpetrati nei confronti della popolazione afroamericana, cui segue un arresto e una vita tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’FBI.

    Qui si può già riscontrare uno dei problemi più grandi del film: la sua scansione temporale. La scelta di coprire un ampio arco di tempo è un azzardo nel genere biopic, perché il rischio di trattare in modo superficiale i singoli momenti a favore del quadro generale togliendo così spessore a entrambi è sempre dietro l’angolo. Il film purtroppo non sfugge a questa trattazione superficiale: nonostante il tentativo di collegare tra loro le varie e numerose sottotrame la dipendenza dalla droga e dai mariti violenti, la persecuzione da parte dell’FBI, il rapporto con il tormentato agente Jimmy Fletcher nessuna lascia veramente il segno, perché tutte sono trattate come se fossero la trama principale mentre nessuna lo è veramente. Soprattutto c’è poca consequenzialità nel comportamento dei personaggi secondari, che cambiano motivazioni e rapporti da una scena all’altra senza una reale ragione o meglio, le ragioni vengono spesso trascurate o espresse in forma di spiegoni.

    STRANGE FRUIT

    Ma non è tutta colpa della sceneggiatura di Suzan-Lori Parks; la regia di Lee Daniels appare con poche eccezioni sbilanciata tra intensa partecipazione emotiva e tentativo di restare distaccata: il risultato è la mancanza di una direzione precisa, di un punto di vista univoco. Questo è evidente anche nelle scene musicali, dirette e montate senza guizzi e per la maggior parte insignificanti ai fini del senso della storia. L’idea di una musica capace di smuovere le coscienze rimane questo: un’idea, spesso vagheggiata ma raramente messa in pratica in modo convinto all’interno della storia. Alla complessiva mediocrità della messa in scena la regia prova malamente a compensare con scelte artistiche bizzarre o fuori luogo improvvise accelerazioni della velocità, ingiustificate inquadrature in bianco e nero.

    Per tutto il film restano costantemente di buon livello la fotografia di Andrew Dunn e i costumi di Paolo Nieddu, ma soprattutto l’ottima prova di Andra Day (nonostante il monocorde doppiaggio italiano di Alessia Amendola), imprigionata in un ruolo con poco spessore ma meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista nel 2021 nonché autrice, insieme a Raphael Saadiq, della canzone originale Tigress & Tweed presente nella soundtrack del film. Tutto il resto del film, dalla regia alle interpretazioni secondarie compreso uno spaesato Trevante Rhodes e un monotono Garrett Hedlund è molto al di sotto delle capacità di tutte le persone coinvolte, non tanto per mancanza di passione nei confronti del soggetto quanto per una perenne indecisione e confusione nella trattazione dello stesso; non a caso, i momenti migliori del film sono quelli in cui si libera dalle trappole delle convenzioni dei biopic e punta tutto sulla rabbia nei confronti della situazione sociale descritta. Spicca in particolare la lunga sequenza onirica che ripercorre l’infanzia di Billie Holiday e prosegue con il ritrovamento casuale di una famiglia afroamericana distrutta dai suprematisti bianchi: la visione allucinata di un’America da incubo, dell’orrore del suprematismo bianco sempre dietro l’angolo e della disperazione di un’anima tormentata fin dall’infanzia. Una sequenza che lascia a bocca aperta, diretta e interpretata benissimo, di tale efficacia, rabbia e potenza espressiva da far notare ancora di più queste clamorose assenze per tutto il resto del film.

    UN BIOPIC DELUDENTE

    Ed è quindi un vero peccato dover constatare che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sia probabilmente uno dei peggiori biopic di recente memoria: un guscio esteticamente interessante ma vuoto e noioso a causa del suo ritmo discontinuo; un film incapace di rendere giustizia non solo alla persona di cui, nel tentativo di offrirne un ritratto imparziale, vengono mostrati soprattutto i vizi e ben poco di ciò che la rendeva così speciale, ma anche e soprattutto all’indignazione civile che muove il film nei confronti del razzismo sistemico di ieri e di oggi.

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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA – CINEFUMETTO D’AUTORE (?)

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    A circa cinque mesi dalla sua apparizione in Spiderman – No Way Home (Jon Watts, 2021), Benedict Cumberbatch torna a vestire i panni dello stregone Steven Strange nel secondo film a lui interamente dedicato. 

    Secondo la schedule originale, questo secondo capitolo doveva in realtà arrivare nelle sale molto prima, in quanto era stato pensato come il film che avrebbe introdotto lo spettatore al concetto di multiverso, tema che sarebbe stato poi approfondito con la serie Disney+ Loki ed il terzo film dedicato al tessiragnatele Peter Parker. Come ben sappiamo, però, c’è stata un’inaspettata pandemia di mezzo che ha portato Disney a pianificare da zero tutta la Fase 4 dell’MCU (che comprende tutti i prodotti audiovisivi targati Marvel in uscita dopo Spiderman – Far From Home (Jon Watts, 2019)). L’uscita di questo film viene fatta slittare, dunque, fino ad oggi, Maggio 2022. Altro grande cambiamento riguarda il regista: la direzione della pellicola è passata dalle mani di Scott Derrickson, regista del primo capitolo che ha deciso di lasciare la produzione per “divergenze creative”, a quelle di Sam Raimi, tornato a dirigere un cinefumetto Marvel dopo la sua trilogia (antecedente al Marvel Cinematic Universe) dedicata al personaggio di Spiderman interpretato da Tobey Maguire.

    Sarà riuscito Sam Raimi nell’impresa di unire la sua poetica con gli stilemi classici dell’MCU? 

    UN CLASSICO CINEFUMETTO

    Le vicende si aprono in medias res all’interno di una dimensione “magica”, con una variante di Strange intenta a combattere un misterioso demone assieme ad una giovane ragazza, anch’essa dotata di poteri. Ritrovatosi in pericolo, Strange sceglie – come siamo ormai stati abituati in tutte le sue apparizioni – il male minore cercando di rubare i poteri alla ragazza per poterli controllare e “salvare il multiverso”. Nulla va, ovviamente, nel verso da lui auspicato e la ragazzina, scopertasi essere la potentissima America Chavez capace di aprire varchi nel Multiverso, riesce a scappare teletrasportandosi in un altro universo, quello da noi finora conosciuto, dove assieme al “nostro” Doctor Strange e al fidato Wong partirà per un viaggio interdimensionale alla ricerca di un magico libro che può salvarle la vita e fermare i demoni che le danno la caccia.

    Una storia all’apparenza complessa e contorta, ma che si rivela essere estremamente semplice ripresentando i vari elementi tipici delle sceneggiature Marvel dell’ultimo periodo, con lunghi momenti didascalici e tanti “spiegoni” (forse troppi). Tuttavia si è lontani anni luce dalla pochezza narrativa dell’ultimo film su Spiderman. Qualche increspatura si trova anche in questa pellicola, ma è lodevole il tentativo da parte del team di sceneggiatori di non soffermarsi su una banale sequela di citazioni e varianti di personaggi dei vari multiversi, cercando di approfondire una certa caratterizzazione dei personaggi, con Strange che vuole risolvere a tutti i costi la situazione utilizzando anche metodi estremi (e questo vale per tutte le sue versioni seppur con le dovute differenze) e Wanda che – interpretata da una Elizabeth Olsen estremamente in parte – si imbarca in una morbosa ricerca dell’unità familiare, alla riscoperta anche del suo ruolo come “madre”. 

    Trovano spazio approfondimenti anche su America Chavez,  interpretata da una convincente Xochitl Gomez e che ci viene introdotta con semplici ma fondamentali nozioni sul suo passato, e Mordo, a cui presta le sembianze sempre Chiwetel Ejiofor con una nuova capigliatura ma che, purtroppo, si dimostra essere il meno interessante ed approfondito tra i personaggi secondari. 

    Il tutto, va comunque ricordato, viene esposto in fase di scrittura in un modo decisamente semplicistico. Viene naturale chiedersi se non fosse stato possibile investire maggiore attenzione e tempo in una caratterizzazione più approfondita di questi supereroi.

    IL RITORNO DI RAIMI

    Portata a termine la visione, l’istinto ci porta a gridare “Raimi is back!”, ma risulta doveroso fare una precisazione: qui non si è di fronte al nuovo film di Sam Raimi, bensì ad un nuovo film del MCU diretto da Sam Raimi. Come detto sopra, gli stilemi Marvel sono tutti presenti, soprattutto sul piano narrativo, imbrigliando il regista in uno schema già prefissato. Ciò non toglie, però, che la mano del regista è ben presente, soprattutto lì dove che ha avuto maggiore libertà creative: i fan delle sue opere passate troveranno moltissimo autocitazionismo, da zoom veloci ed improvvisi su porte che si chiudono improvvisamente, a morti che escono dal terreno fino alle tipiche inquadrature in piano olandese o all’utilizzo della “soggettiva del male”.

    Marcata è soprattutto la componente horror in cui, specialmente nella seconda metà del film, Raimi sembra aver spinto sull’acceleratore. Rimanendo nei canoni di un prodotto pensato per un pubblico prettamente giovanile (in America la pellicola è stata classificata PG-13), ci si ritrova davanti a numerosi momenti di tensione, anche grazie ad un sapiente uso delle luci e dei colori – ottima risulta infatti la fotografia curata da John Mathieson che passa da ambientazioni più calde e accese ad altre più fredde senza però risultare mai banale – e usufruendo di stilemi classici del cinema dell’orrore, come i jumpscare o la fuga dal mostro. Piccola parentesi va anche dedicata alla gestione dei vari camei, proposti come attrazione che farà felice più di un fan ma che Raimi decide di gestire in una maniera decisamente “bizzarra”, e all’utilizzo geniale della colonna sonora curata da Danny Elfman, storico collaboratore del regista.

    CONCLUSIONI

    Con Doctor Strage nel Multiverso della follia ci si ritrova davanti ad uno dei prodotti più interessanti della nuova fase dell’universo Marvel, che però è al contempo uno tra i capitoli più divisivi. La classica struttura narrativa Marvel, con tutte le varie problematiche che si trascina dietro, affiancata ad un regista che mette tutto sé stesso (letteralmente) all’interno della pellicola, porta alla nascita di un prodotto che molti ameranno ma che altrettanti disprezzeranno. Uno spartiacque che, una volta conclusa la visione, vi porterà a due opzioni: accettare che la Marvel sia questa e che, se accompagnata e guidata da personalità autoriali, può donare prodotti sicuramente non perfetti ma comunque estremamente godibili, oppure dirle definitivamente addio e chiudere i rapporti con essa. 

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