Category: Recensioni

  • RECENSIONE MARCEL! – UN INTERESSANTE DEBUTTO

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    Marcel!, presentato in anteprima al Festival di Cannes e uscito nelle nostre sale il primo giugno 2022, rappresenta il debutto alla regia dell’attrice Jasmine Trinca. Per il suo primo progetto, Trinca ha deciso di affidarsi ad un soggetto personale: la storia del rapporto con la propria madre (interpretata nel film da Alba Rohrwacher). La bambina protagonista (Maayane Conti), vive una difficile relazione con questa figura genitoriale, un’artista di strada che sembra essere molto più affezionata a Marcel, il cagnolino con cui svolge il proprio numero. Quando il cane scompare, la bambina vede un’occasione per riallacciare i rapporti con la madre.

    RITRATTO DI UNA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

    In questa narrazione quasi totalmente priva di nomi, ogni personaggio è designato solo col proprio ruolo all’interno della gerarchia famigliare: oltre alla madre e alla figlia abbiamo i nonni (Giovanna Ralli e Umberto Orsini), la cugina (Valentina Cervi). Madre e nonni sono i poli tra i quali la protagonista vive e si muove, alla ricerca di un amore troppo spesso negatole. 

    La nonna è ancora attaccata, in maniera quasi spasmodica, al ricordo del figlio, il padre della protagonista il cui ritratto giganteggia nella stanza della bambina, oltre che l’unico personaggio della famiglia di cui conosciamo, almeno in parte, il nome: M. (come Marcel?) Trinca.

    La madre, interpretata alla perfezione da Rohrwacher che fa un uso molto esasperato della propria fisicità nelle sue esibizioni di performer (artista) di strada, è un personaggio svampito, alla ricerca di segni dal futuro, capace di amare solo attraverso dei tramiti. Per soddisfare il proprio desiderio di avvicinarsi a lei, dunque, la protagonista è costretta prima a “sostituirsi” al padre venuto a mancare, indossandone la camicia, e poi, in una scena umiliante, anche ad assumere le veci di Marcel.

    Entrambe le donne, madre e nonna, sono ancora legate al trauma della perdita di M. e involontariamente questo ricade sulla protagonista. Se la premessa del film sembra essere eccessivamente stravagante e quasi fiabesca, col suo procedere ci viene svelata una realtà molto più umana del previsto.

     “ALL’ARTE SI DEVE LA VITA”

    Un punto di comunione tra madre e figlia effettivamente c’è, ed è quello dell’arte. È attraverso di essa che il legame tra le due può essere risaldato, nel momento in cui la bambina decide di porsi sullo stesso livello della genitrice un po’ svampita e farsi parte del suo mondo.

    Essendo l’arte un elemento tanto fondamentale nella storia, non mancano scene dedicate alle esibizioni, specialmente quelle della o con protagonista la madre. Questo personaggio è quello più caratterizzato secondo canoni fortemente poetici, anche quando non è sul palco: in una scena guarda in camera ricalcando la mimica degli attori dell’epoca muta (per ammissione della regista stessa il cinema muto è stata un’influenza, il cui lascito più evidente è la divisione del film in capitoli), durante la ricerca di Marcel si strugge con un’attitudine e in posizioni altamente drammatiche che ricordano i personaggi di un melodramma… L’arte, lungi dall’essere semplicemente un mestiere, è la lente attraverso cui la madre vede e vive la propria esistenza.

    L’arte è, tuttavia, anche ciò che divide la famiglia dal resto del mondo: la protagonista non ha amici al di fuori di un coetaneo altrettanto derelitto, la cugina più ricca considera il duo di donne poco più che un’attrazione da baraccone. Così, il legame familiare resta l’unico possibile pur essendo già così compromesso, ponendo la protagonista in una posizione ancora più difficile.

    INFLUENZE E ISPIRAZIONE

    Per sua stessa ammissione, Trinca prende a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia, mantenendo anche elementi di grottesco o di improbabile che fanno parte della sua visione distorta di bambina. Si creano così situazioni al limite del surreale, con immagini evocative e personaggi caricaturali (lo spasimante interpretato da Dario Cantarelli, due “imitatori” di Al Bano e Romina, una venditrice in TV interpretata da Paola Cortellesi…). Probabilmente sono proprio il grottesco, il fiabesco, l’esasperato gli elementi più riusciti ed interessanti del film, oltre che quelli su cui forse, per il futuro, Trinca dovrebbe puntare di più. La pellicola funziona molto meglio quando le sue immagini non cercano di essere ancorate alla realtà e ai fatti, e offre anche alcuni guizzi registici e di fotografia non scontati per un’esordiente dietro la macchina da presa (un’inquadratura in cui da giorno si fa notte).

    La bravura di Rohrwacher e Ralli, deliziosa nella sua pur breve parte, non è sempre accompagnata da interpretazioni di uguale livello, specialmente da parte dei diversi attori bambini presenti. La scelta di far esprimere Maayane Conti più attraverso il proprio sguardo penetrante ed inquisitorio che attraverso le parole risulta azzeccata, e dimostra una capacità della regista di sfruttare i pregi dei propri attori. 

    Marcel! dimostra una certa padronanza del mezzo e una buona poetica di partenza che vorremmo vedere espansa nel futuro. Forse, Trinca dovrebbe osare di più e virare maggiormente nel fantastico, visto che è nell’onirismo che il suo primo film brilla. Speriamo, visti i buoni risultati già raggiunti, che la regista si dedicherà ad altre opere. 

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  • RECENSIONE THE BOYS 3 (EP. 1-2-3) – UN INIZIO SCOPPIETTANTE

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    -allerta spoiler sulle prime due stagioni-

    Poco meno di due anni fa avevamo lasciato il mondo dei Sette in una posizione di stallo: tutti sono venuti a conoscenza del passato nazista dell’eroina Stormfront, lasciata in fin di vita dal raggio del giovane Ryan colpevole anche di aver causato la morte di sua madre, nonchè ex moglie di Btucher, Becca. La mega-corporazione Vought ha deciso quindi di sospendere la produzione del Compound V, Starlight è di nuovo nei Sette e Hughie lascia i violenti compagni per cercare di combattere i Supes con mezzi più legali e meno sanguinolenti, unendosi al Federal Bureau of Superhumans Affair. Tutto sembra andare per il meglio, se non fosse per la grande rivelazione finale: il Sup con il potere di “far saltare in aria la testa alle persone” e principale bersaglio del FBSA è nient’altro che la deputata Victoria Neumann, capo del Bureau stesso.

    Un segreto tutt’altro che piacevole ha quindi accompagnato i fan della serie, ormai icona della piattaforma streaming di casa Amazon, fino a venerdì 3 Giugno, in cui sono “andati in onda” i primi tre episodi della tanto attesa terza stagione. I trailer, come un bravo reparto marketing dovrebbe sempre fare, mostravano tutto e niente, lasciando sì con molti nuovi interrogativi ma mostrando i giusti elementi per tenere viva l’attesa che, qui è il caso di dirlo senza troppe remore, è stata pienamente superata.

    NUOVO GIORNO, STESSI SUPEREROI (O QUASI)

    Anche all’interno del racconto è passato più di un anno dalla fine della seconda stagione, in cui la vita è comunque andata avanti per tutti. Ad alcuni è andata meglio come a Hughie, ora agente del FBSA adorato da tutti e con una vita sentimentale assieme alla compagna Starlight da far invidia alle migliori commedie d’amore, altri invece affrontano quotidianamente sempre più problemi come Homelander, costretto a ripetere a pappagallo le stesse cinque righe scritte per lui dal reparto marketing Vought riguardo alla sua relazione con una “supereroina nazista” e facendogli ammettere che “anche il più grande supereroe d’America può innamorarsi della donna sbagliata”. Nel mezzo ci sono poi tutti gli altri: Butcher resta impegnato a dare la caccia ai Supes in maniera non letale ed è aiutato dal fedelissimo Frenchie e dalla silenziosa ma letale Kimiko, mentre MM si trova fuori dal gruppo ed è deciso a vivere una vita tranquilla per la figlia, speranza presto vanificata dato che verrà risucchiato nel giro quando nuovi segreti verranno svelati. Dall’altra parte della barricata troviamo Deep, ancora alla ricerca del suo arco di redenzione per riacquisire il suo posto nei Sette, ed A-Train alla ricerca del suo posto in un mondo che si muove ad una velocità a cui lui non riesce più a stare al passo. 

    Nelle prime due stagioni, il team dietro alla serie aveva già dimostrato di voler spesso “superare il limite”, mostrando scene pregne di sangue e violenza fisica estrema, ma anche toccando temi pesanti come il già citato nazismo. Già in questi primi tre nuovi episodi è palese come abbiano deciso di ripagare l’attesa con una narrazione che riesce ad elevare all’ennesima potenza tutto ciò che di buono era già stato fatto. I personaggi che già conosciamo si ritrovano davanti ad un’evoluzione continua, che li porta a mettere costantemente in discussione con sé stessi e gli altri, mentre le new entry che piano piano si fanno strada risultano sempre più interessanti scena dopo scena, su tutte il nuovo sup Soldier Boy, rifacimento dell’icona del super soldato americano che sembra unire i tratti principali del Soldato d’Inverno con quelli del Capitan America delle origini (o di un Guardian se si vuole guardare al lato DC Comics). Inoltre vengono approfonditi ulteriormente temi già inseriti come la paura del Medio Oriente, lo sfruttamento mediatico del movimento LGBTQ+ o le lobby delle armi, sempre con il tipico humor nero che ormai distingue la serie ed è capace di strappare più di una risata tra una riflessione e l’altra.

    SANGUE, BUDELLA ED ENORMI FALLI

    Se dal lato narrativo siamo senza dubbio su un livello eccellente, bisogna comunque tenere in conto che, come si suol dire, anche l’occhio vuole la sua parte e gli Amazon Studios sembrano averlo capito alla perfezione. Registicamente il lavoro di questi primi episodi è stato affidato a Philip Sgriccia e Julian Holmes e ci si ritrova di fronte ad un buon prodotto, senza picchi particolari, ma sempre capace come da tradizione di donare interessanti inquadrature da tenere come screensaver del PC. Tuttavia è sul lato della fotografia, del trucco e delle scenografie che la produzione svolge un lavoro impressionante, riuscendo a mostrare senza mai dare quella sensazione di finzione anche le scene più assurde (su tutte la “bizzarra” scena di sesso riguardante Swatto, parodia dell’Ant Man marveliano e dell’Atomo di casa DC e capace, proprio come le sue controparti, di modificare le proprie dimensioni ed infilarsi in diversi orifizi).

    Elemento a cui poi la serie ci aveva già abituato ma che anch’essa vive qui di un ulteriore innalzamento di qualità è la recitazione dei vari membri del cast, su cui spiccano su tutti il Butcher di Karl Urban e l’Homelander di Antony Starr, capaci di mettere in scena due personaggi simili, ma allo stesso tempo opposti e in grado di spaziare all’interno dello spettro di emozioni come veri maestri, mentre tra i personaggi secondari non si può non nominare il sempre fantastico Giancarlo Esposito che ritorna nei panni del direttore della Vought Stan Edgar e la vera sorpresa della serie Karen Fukuhara, capace di donare una continua caratterizzazione al suo personaggio attraverso l’utilizzo quasi esclusivo della sola mimica facciale e corporea.

    CONCLUSIONI

    Dopo quasi due anni, Butcher e compagni sono tornati a dominare l’home page di Amazon Prime Video e lo fanno con tre nuovi episodi che dimostrano ancora una volta la grande qualità di questa peculiare produzione. Ancora più cattiva, più irriverente, più scorretta, con personaggi sempre più interessanti in continua evoluzione, il tutto correlato da una messa in scena basilare che però permette di godere di elementi gore e splatter di alto livello, assieme ad una sana dose di assurdità tipiche della serie. In attesa dei futuri episodi in uscita con cadenza settimanale ogni venerdì, non possiamo far altro che gioire e goderci questo fantastico inizio, consapevoli che la grande serialità è ancora viva anche se sotto forma di raggi laser, ossa rotte e giganteschi falli di 3 metri.

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI EPISODIO 3 – SI PUÒ FARE DI PIÙ

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    – Allerta spoiler –

    Siamo ormai a metà della miniserie dedicata ad Obi-Wan Kenobi, uno di personaggi più amati dell’universo di Star Wars, ambientata a metà dei vent’anni che separano La Vendetta dei Sith e Una Nuova Speranza. Mercoledì 1 giugno è uscito su Disney+ il terzo episodio dei sei previsti, che ha chiaramente messo più carne al fuoco, ma allo stesso tempo ha fatto sorgere parecchi dubbi. Cerchiamo di esaminarli insieme.

    È QUESTO IL DUELLO CHE STAVAMO ASPETTANDO?

    La terza puntata di Obi-Wan Kenobi ha portato sullo schermo ciò che quasi tutti gli spettatori si aspettavano e desideravano, un duello tra il vecchio Maestro Jedi e il suo allievo di una volta, ormai completamente trasformato nel malvagio Darth Vader. E malvagio lo è davvero, dato che lo vediamo uccidere brutalmente dei civili con il solo obiettivo di far uscire allo scoperto il nostro protagonista. Il duello tra Vader e Obi-Wan che vediamo in questo episodio, tuttavia, non sembra essere l’epica scena di battaglia che tutti stavamo aspettando dopo quella su Mustafar alla fine di Episodio III; il nostro Jedi non è infatti al massimo delle sue capacità, rinnega ancora la Forza, fa fatica ad utilizzare la spada laser, rimasta “spenta” per tanti anni. È ovvio che avremo un altro scontro decisamente più epico ed emozionante, ma quello che vediamo in questa puntata, nonostante alcune scelte di regia un po’ basiche e poco coraggiose, ci ha regalato alcuni momenti emozionanti. L’entrata in scena di Vader è a dir poco magnifica e la sua malvagità si riversa completamente sul vecchio Jedi: lo vediamo infatti sollevare Obi-Wan e trascinarlo con violenza tra le fiamme, come era successo a parti inverse ne La Vendetta dei Sith. Una scelta interessante, ma che poteva essere messa in scena in modo più suggestivo se si fosse deciso di osare di più a livello di regia e montaggio; nonostante i difetti, questo primo duello fa prevedere una battaglia ancor più epica negli episodi finali e noi ci speriamo davvero tanto!

    RAPPORTI TRA I PERSONAGGI E GESTIONE DEI VILLAIN

    Questo terzo episodio ci ha regalato dei momenti genuinamente emozionanti per quanto riguarda l’evoluzione del rapporto tra Obi-Wan e la piccola Leia. All’interno di una scena in particolare, la ragazzina pone infatti delle domande al Maestro Jedi riguardo i suoi veri genitori, e ciò ci fa capire come, nonostante Leia sia felice con la famiglia Organa, continua ad avere questa naturale curiosità di conoscere sua madre e suo padre, senza immaginare che quest’ultimo è proprio Darth Vader. Fa sorridere come la piccola chieda a Obi-Wan se conosceva sua madre, e commuove come lui si renda conto di quanto Leia sia simile a Padmé. Un momento adorabile che fa sorgere ancora più domande su come il rapporto tra i due possa svilupparsi, tenendo conto del fatto che in Una Nuova Speranza le loro conversazioni sono sempre abbastanza formali, quasi come se non si conoscessero bene o ci fosse dietro qualcosa in più. Staremo a vedere.

    Per quanto riguarda i villain, la comparsa di Darth Vader è stata davvero apprezzata, come abbiamo già detto poche righe fa, tuttavia sono sorte non poche perplessità riguardo la scelta del doppiatore Luca Ward per dare la voce al personaggio, mentre nella versione originale è tornato lo storico James Earl Jones (che a più di novant’anni di età continua a far battere i cuori di tutti). Luca Ward è uno dei doppiatori migliori che abbiamo in Italia, tuttavia il modo in cui la sua splendida voce è stata adattata a Vader non è del tutto convincente, e molti hanno attribuito queste perplessità alla mancanza di un filtro audio che desse giustizia all’iconica maschera indossata il personaggio per respirare. Sia chiaro, non è insopportabile, ma qualche accorgimento in più nella versione italiana sarebbe stato ben accetto. L’Inquisitrice Reva continua ad essere un personaggio interessante, e speriamo di saperne di più sia su di lei che sul suo rapporto con Vader e gli altri Inquisitori, tra i quali per ora non sembra scorrere buon sangue.

    Generalmente la puntata è buona, purtroppo però non possiamo non segnalare alcuni passaggi che hanno fatto storcere il naso, come la strana “fuga” di Obi-Wan dal duello con Vader, l’inseguimento di Leia da parte di Reva, o alcune scelte di trama che paiono un po’ forzate. Ci si è anche interrogati sulla presunta morte del Grande Inquisitore, dato che, se ciò venisse confermato senza spiegazioni, si finirebbe per de-canonizzare gran parte della serie Star Wars Rebels, ambientata in un periodo di tempo successivo a quello in cui si svolgono le vicende di Obi-Wan Kenobi.

    Il dubbio più grande rimane quello sul dove la serie voglia andare a parare; sarà tutto incentrato su Kenobi e sul suo viaggio per salvare la giovane principessa o ci sarà qualcosa di più sotto? Speriamo sinceramente che le nostre domande possano avere una risposta nelle prossime puntate, e soprattutto che torni al più presto in scena il nostro amato Darth Vader!

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  • STRANGER THINGS 4 – LA PRIMA PARTE DELLA RECENSIONE

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    Era il 2016 quando la prima stagione di Stranger Things aveva scosso il mondo della serialità televisiva, configurandosi come punta di diamante delle produzioni Netflix nonché primo vero fenomeno seriale targato dal colosso dello streaming ad arrivare in Italia. L’opera, creata dalla mente dei Fratelli Duffer, cavalcava la wave nostalgica di omaggio agli anni ‘80 che di lì a poco avrebbe invaso definitivamente il piccolo e il grande schermo (e di cui abbiamo già raggiunto il punto di saturazione). Pur non trattandosi di un capolavoro come da molti sbandierato, in quanto costruito come un patchwork di elementi tratti da varie altre opere senza creare nulla di innovativo e rivelandosi come l’esempio perfetto del pop corn movie applicato al mondo seriale, la prima stagione aveva avuto il merito di costruire una narrazione coerente e molto attenta alla caratterizzazione dei personaggi, riuscendo, tra le altre cose, a rilanciare la carriera – apparentemente finita – di star come Winona Ryder e a portare un successo planetario ai giovani protagonisti, su tutti Millie Bobby Brown e Finn Wolfhard. Al primo capitolo erano seguite due stagione molto dimenticabili, in particolar modo la seconda, realizzata in fretta e furia dopo il grande successo iniziale e risultando, di conseguenza, una brutta copia della prima; la terza, pur introducendo un apprezzabile cambio di tono, soffriva di alcuni buchi di sceneggiatura e di una richiesta di sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore sempre maggiore, quest’ultimo aspetto riferito più alle azioni degli umani che alla componente sovrannaturale. 

    Si arriva dunque a questa quarta stagione dopo tre anni di attesa a cui corrisponde un salto temporale nella storyline della serie di 12 mesi. Il titolo dell’articolo si riferisce al fatto che questa recensione non può che risultare incompleta a causa della scelta di Netflix di spezzare la stagione in due parti, programmando l’uscita degli ultimi due episodi a distanza di un mese dagli altri sette. Infatti, la tendenza di Netflix di rilasciare gli episodi di una stagione tutti in un colpo solo, dopo aver contribuito al suo successo nei primi anni, si è rivelato negli ultimi tempi un suicidio commerciale, dovuto all’esaurimento in breve tempo delle discussioni riguardo alle opere causato dal binge watching degli utenti. Questo tentativo maldestro di prolungare l’attenzione verso la serie non ha alcuna giustificazione narrativa, ed è dettato da pure esigenze di marketing, con l’episodio 7 (della durata monster e ingiustificata di 1 ora e 40 minuti) che si chiude con tutti i cliffhanger possibili e immaginabili tipici di un episodio di metà stagione.

    Con questo quarto capitolo della saga i Fratelli Duffer provano ad alzare la posta in gioco tentando di costruire una narrazione su più larga scala, spargendo per il mondo i vari personaggi: dall’ormai celebre Hawkins fino alla Russia, passando per la California, rompendo in questo modo l’unione tra i protagonisti che aveva contribuito a costruire il successo della serie. Se da una parte è apprezzabile il tentativo di evoluzione messo in atto, dall’altra le varie storyline proposte non risultano equilibrate, con la sola trama ambientata ad Hawkins a essere capace di interessare veramente, risaltando in particolare il personaggio di Max. Solo qualche guizzo è riscontrabile in quelle dedicate a Eleven e Hopper, come se gli showrunner si fossero dimenticati di una parte dei personaggi, in primis il gruppo californiano, con Will ridotto ormai a mero soprammobile. A complicare ulteriormente la situazione contribuiscono i nuovi arrivati, caratterizzati in maniera più o meno riuscita. Eddie Munson, interpretato da un bravo Joseph Quinn, pur rispettando gli stereotipi del freak belloccio dal cuore d’oro, strappa più di una risata e convince, così come Argyle, introdotto come “linea comica della serie” e capace di creare spassosi siparietti di puro nonsense con l’amico Jonathan, quest’ultimo sacrificato nella sua caratterizzazione solo a favore di una possibile riapertura nella relazione amorosa tra lui e Nancy di cui onestamente non si sentiva minimamente il bisogno. Convincono meno nella scrittura il personaggio interpretato da Jamie Cambell Bower e il personaggio di Dmitri, portato in scena però da un bravo Tom Wlaschiha, lo Jaqen H’ghar di Game of Thrones nonché interprete di uno dei protagonisti del nostrano L’incredibile storia dell’Isola delle Rose di Sidney Sibilia, a cui sono affidate le principali interazioni con Hopper, da cui nascono dei momenti di profonda intimità molto riusciti, grazie al sempre ottimo lavoro sul personaggio di David Harbour. Ma la vera punta di diamante tra tutti i nuovi arrivati è sicuramente Jason Carver interpretato da Mason Dye, capitano della squadra di basket, il classico bello e popolare americano dallo spirito eroico, utilizzato dai Duffer per criticare la società americana nella sua essenza. Il suo personaggio, lo stereotipo della bontà a primo impatto, non si fa problemi a utilizzare i morti di Hawkins per costruire monologhi ispiratori che possano portare la sua squadra a vincere il campionato, aizza le superstizioni e l’ignoranza del popolo americano medio contro il diverso, contro coloro che non rientrano nelle convenzioni sociali. Infine il nuovo villain, Vecna, funziona a livello visivo e sembra ispirato all’immaginario di Lovercraft e da quello di Hellraiser, ma la dinamica delle sue origini, le quali sono costruite come un “grande” colpo di scena che risulta prevedibile con grande anticipo, presenta non poche problematiche a livello di scrittura

    A livello di fonti di ispirazione, dopo aver attinto a piene mani in passato da film come i Goonies, Stand by me, e dal mondo di Stephen King con particolare riferimento a IT e alle opere di George Romero, con questa quarta stagione ci si sposta verso una violenza più esplicita, guardando ai film del maestro dell’horror Stuart Gordon, il cult The Ring e Il silenzio degli Innocenti, ma soprattutto a Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven, citato nelle sequenze delle uccisioni da parte di Vecna e in un personaggio secondario interpretato da Robert Englund, il celebre Freddy Krueger dell’originale.

    In generale in queste nuove puntate viene dato maggiore spazio all’affascinante Sottosopra, realizzato quasi sempre con grande cura nella CGI ad eccezione della sequenza finale dell’episodio 7 che mostra tutti i limiti di budget della serie – riscontrabile anche nella realizzazione della piccola Eleven nei numerosi flashback. Non mancano i momenti ottimamente costruiti attraverso un sapiente uso del montaggio parallelo, come la sequenza della prima puntata con protagonista i Sinclair, o con l’utilizzo diegetico della musica, come nella celebre scena della terza stagione con la canzone Neverending Story di Limahl, a cui in questo caso fa da contraltare il momento con protagonista Running Up That Hill di Kate Bush che contribuisce alla riuscita del quarto episodio, il migliore di quelli usciti fino ad ora. Se da una parte vengono riproposti gli elementi che hanno contribuito alla fortuna della serie, dall’altra il prodotto si porta dietro le solite ingenuità e problematiche che l’hanno spesso caratterizzata, con combinazioni di eventi che avvengono per pura coincidenza e convenienza, il tutto condito da pochissimo coraggio nel sacrificare personaggi principali nonostante gli eventi pericolosissimi a cui questi prendono parte, o con sequenze infinite di spiegazioni, come se gli sceneggiatori si fossero dimenticati del fatto che le serie tv, come il cinema, dovrebbero costruire la narrazione attraverso le immagini e non -soltanto- con le parole

    Pur portando con sé la sensazione di “brodo allungato” a causa anche della durata titanica dei vari episodi, a conti fatti questa prima parte della quarta stagione mostra un miglioramento produttivo e qualitativo in generale, confermando Stranger Things come l’esempio perfetto di pop-corn serie, con protagonisti in media ben costruiti e creata con l’obiettivo del puro intrattenimento, da cui è corretto non aspettarsi più di questo. Il giudizio definitivo è rinviato a luglio.

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  • RECENSIONE JURASSIC WORLD IL DOMINIO – L’ULTIMA ERA DEI DINOSAURI AL CINEMA?

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    “Siamo in una nuova era. Benvenuti a Jurassic World!”. La solenne delibera del professor Ian Malcolm (Jeff Goldblum) al termine di Jurassic World – Il regno distrutto (2018), col T-rex a piede libero tra i leoni allo zoo e il Mosasauro a inghiottire i surfisti sotto le onde, già preparava il terreno alla dimensione open world e alla diffusione in free roaming di questo nuovo Jurassic World – Il dominio (Jurassic World Dominion) di Colin Trevorrow, regista del requel Jurassic World (2015) che dopo l’intermezzo di Juan Antonio Bayona ritorna al timone registico della saga dei dinosauri per ampliarne gli scenari e traghettarla, forse, alla degna conclusione. 

    FUORI DAL RECINTO

    Quattro anni dopo l’eruzione lavica che ha spazzato via Isla Nublar e dalla fuga in campo aperto da celle e cantine di Lockwood Estate, i dinosauri vivono senza più barriere, liberamente sparpagliati al pascolo selvaggio in ogni latitudine del globo. La multinazionale della genetica Biosyn, capeggiata dalla vecchia volpe Lewis Dodgson (Campbell Scott) – al quale, nel primo Jurassic Park (1993), il programmatore Nedry prometteva il furto degli embrioni nascosti in una bomboletta di schiuma da barba -, grazie a ricche concessioni governative si occupa del recupero delle creature, gestite in una riserva sulle Dolomiti per essere studiate – almeno ufficialmente – come sorgenti di cure farmacologiche. Non tutto è ovviamente come sembra, e mentre una falcidiante invasione di locuste giganti riporta in azione la tenace dottoressa Ellie Sattler (Laura Dern) e lo schivo paleontologo Alan Grant (Sam Neill), ritroviamo la coppia formata da Owen Grady (Chris Pratt) e Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) isolata tra i boschi innevati del Nevada, per preservare l’habitat dei dinosauri (l’intelligentissima raptor Blue e sua “figlia” Beta) e proteggere da loschi affaristi l’ormai adolescente Maisie Lockwood (Isabella Sermon), il clone della figlia dell’ex-socio defunto di John Hammond. I due gruppi incroceranno forze e destini per sventare una minaccia nascosta e l’attacco di mastodontici carnivori mai visti prima… 

    Giungendo come pannello finale in coda alla nuova trilogia, Jurassic World – Il dominio si presta a un bilancio riassuntivo e a un giudizio finale sul franchise ripartito nel 2015. La sensazione è che – al di là dell’estasiata meraviglia fanciullesca, mantenuta (quasi) sempre viva e sgargiante, a cui “non ci si abitua mai” (lo dice Ellie Sattler davanti al dolce muso di un baby Protoceratops), garantita dall’aura insieme magica e (ultra)fotorealistica dei dinosauri, oggi come ieri padroni e tiranni incontrastati nell’imponenza suggestiva del grande schermo – non si sia davvero trovato un forte endoscheletro narrativo originale, unitario e coerente sulle cui spalle far reggere impianto, sviluppi, sostanza e ragion d’essere della nuova saga (del resto, anche il primo trittico, sotto l’egida più diretta di Spielberg, andò in calando fino a sfilacciarsi nell’inerzia puerile del Jurassic Park III). Da un episodio all’altro si è andati per tentativi abbozzati e progressive correzioni in corsa, nuovi assortimenti, variazioni e progetti ripresi o abortiti, seguendo la logica crossover di innesti plurimi e ibridazione compulsiva dei tecnici della InGen, nel realizzare in laboratorio il prodotto col magnetismo epidermico e il potenziale più attrattivo e spaventoso per il pubblico di giovanissimi e meno giovani. 

    JURASSIC FIGHT CLUB

    Tuttavia, pur zoppicando tra compromessi e passaggi obbligati (lo spettro completo di rappresentanze di genere, orientamenti sessuali ed etnie compilato con facili automatismi) dell’odierno blockbuster all inclusive addomesticato per le famiglie (la surrogata e caramellosa (ri)composizione familista, dal sapore quasi disneyano, di Owen, Claire e Maisie, seduti davanti al fuoco ad arrostire marshmallow in camicioni di flanella), Dominion spicca come il capitolo più solido e maturo – il migliore, se dobbiamo azzardare – della nuova trilogia, che si libera sia dell’aria turistica incassata nelle rigide maglie del parco a tema del primo episodio (Jurassic World), sia delle striature dark da fiaba gotica intimista rintracciate nel trauma infantile di Fallen Kingdom (con l’Indoraptor come babau notturno degli incubi di Maisie), che restringevano eccessivamente il recinto dell’azione, sacrificando in parte il peso specifico delle creature. Il nuovo film acquista, invece, una dimensione di spettacolo multisetting ed extra-large che attraversa trasversalmente i generi e si sposta senza tregua da una location esotica all’altra. Con il respiro da globetrotter internazionale di un avventuroso Bond movie (la corsa in moto di Owen Grady inseguito dagli Atrociraptor nelle strade di Malta ricorda molto Daniel Craig in motocicletta tra le rocce di Matera, con annessa fuga dal piumato Pyroraptor sui lastroni di ghiaccio incrinato come nell’incipit di No Time To Die, 2021), e le sottotrame action – thriller incentrate su mercenari e trafficanti. E con un illecito black market e un fight club dei dinosauri segreto che – lo ha dichiarato Trevorrow stesso – vorrebbero richiamare le atmosfere dell’affollato melting pot della cantina di Mos Eisley di Star Wars.

    LE ORME DEL CAPOSTIPITE 

    Dopo una roboante corsa con cui, sbalzando qua e là sulla mappa geografica raramente ci si annoia, inevitabilmente il plot (firmato a quattro mani da Trevorrow ed Emily Carmicheal) finisce per rintanarsi nel tipico schema del circuito impenetrabile e protetto (l’ecosistema della riserva BioSyn) scombussolato dall’irruzione emergenziale del caos di malcolmiana memoria (How the world will end è l’apocalittico titolo del nuovo libro dell’amato professore in giacca di pelle e occhiale fumè). Puntando sul lento incedere della pura suspense a pelle d’anfibio (Claire Dearing pedinata a pelo d’acqua da becco e zampe unghiute del therizinosauro), nella seconda parte del film la regia di Trevorrow si esalta come forse mai prima d’ora. Tra spessa luce naturalista e accesi cromatismi fluo, jump-scare al buio delle caverne e nella luce ambrata delle torce e repentini soprassalti sonori degli stinger assault nascosti nello score ansiogeno di Michael Giacchino. Nei movimenti di macchina tra busti e profili degli splendidi animatronics di John Nolan, che tengono a freno la pur eccellente CGI, sorvegliando i personaggi in tagli di inquadratura che – tra pupille che scrutano e dentacci sporgenti dietro i finestrini delle jeep – sono cloni fedelmente derivati dalle immagini mitopoietiche di Jurassic Park. Solo rigonfiate su modelli in scala “più grossi, più rumorosi e con più denti” (secondo le nuove direttive del bestiario della paura). 

    Ci si incunea nelle strettoie di gallerie e cunicoli sotterranei, dissotterrando la claustrofilia senza scampo (magnifiche le scene con i letali Dilofosauri, finalmente villain a pieno titolo dopo la comparsa come semplici ologrammi nel primo Jurassic World) e i salti di tensione del film spielberghiano: le interruzioni di corrente, i sistemi elettrici da ripristinare e la fuga in elicottero verso la salvezza, per poi lasciare il proscenio allo scontro tra titani dei predatori dominanti, notturno, fangoso e fragoroso nei ruggiti del potente sound design: un climax predicibile ma tremendamente efficace, con gli sfracelli assicurati dalla devastante mole oversize del Giganotosauro, special guest che riaccende brividi e scintille del vecchio T-Rex a caccia sotto la pioggia (se ne vorrebbe di più: sogniamo un tripudio di pure forze cine(ma)tiche in lotta tra loro come in un Godzilla vs Kong versione giurassica). Non più un mostruoso guazzabuglio fantasy come L’Indominus Rex o L’Indoraptor, ma un temibile e redivivo predatore preistorico, che segna il ritorno alla selvaggia dimensione primordiale e al richiamo ancestrale del thriller (fanta)scientifico delle origini, con le consuete implicazioni bioetiche sulla catastrofe ecologica e la “metafisica delle identità” di Maisie Lockwood legate in sceneggiatura a doppio filamento di DNA.

    ANTICHI FOSSILI E NUOVA CARNE

    C’era grande attesa per il rientro dei personaggi storici della saga originale, e qui le aspettative non sono andate (troppo) deluse. Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum in un attimo ricreano sullo schermo l’alchimia affiatata, l’istintiva empatia e lo smalto dei giorni migliori, restituendo allo spettatore tutto il rispetto e l’affetto malinconico che con ogni evidenza provano per i loro personaggi, e per i ruoli che più di ogni altri li hanno resi delle icone. Il team-up attoriale e narrativo tra vecchie glorie e nuovi innesti, pur con qualche forzatura stridente (il naturale humour di Malcolm si fa isterico e meccanico, con l’innato sexual charisma di Goldblum pure costretto a nascondere il petto nella camicia abbottonata), funziona a dovere, scopre coppie speculari (Grady – Grant e Dearing – Sattler) e porta a termine gli archi narrativi di entrambi i fronti. Con le new entry che si inchinano, immancabilmente sbalordite, davanti alla santa trinità Grant – Sattler – Malcolm, con la devozione riservata alle leggende viventi

    IL MONDO PERDUTO (E RITROVATO)

    Lascia invece più perplessi il fatto che il grande tema fondante di quest’ultimo capitolo, la libera e complicata convivenza di uomini e dinosauri su scala mondiale (qualcuno potrebbe obiettare, con ironia spielberghiana, che la donna erediterà la Terra…), resta a conti fatti in sospeso e irrisolto, eventualmente rimandato a ulteriori futuri sviluppi (?). Con tutte le riflessioni sul destino di umanità e colossi preistorici che restano dunque al di qua del guado, sostanzialmente invariate rispetto alla situazione di partenza: le immagini del notiziario dell’incipit, con gli stegosauri che tagliano la strada alle automobili e l’allosauro che assedia i campeggiatori in roulotte, in fondo sono le stesse del finale, coi triceratopi che marciano tra gli elefanti sullo sfondo di un’alba in stile Re Leone e i parasaurolofi che si confondono tra i cavalli in corsa nel deserto. L’evoluzione delle diverse specie elette nello stesso branco che viaggiano verso un futuro incerto e ignoto, con il passo di creature maestose che sembrano però lontane dal lasciare sul terreno del cinema la gigantesca impronta iconica dell’inarrivabile modello spielberghiano, speriamo non definitivamente estinto. 

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  • RECENSIONE OBI-WAN KENOBI, EP. 1 – 2 – UN INIZIO PROMETTENTE

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    – Allerta spoiler –

    Venerdì 27 maggio sono usciti su Disney+ i primi due episodi di una delle serie tv più attese appartenenti al franchise di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. Lo spin-off dedicato a uno dei personaggi più amati del cinema di fantascienza era stato annunciato con un trailer affascinante in cui un Ewan McGregor decisamente più maturo torna a vestire i panni dell’eroe Jedi come se non li avesse mai abbandonati davvero. Le prime due puntate della serie sono a dir poco intriganti, e in questa sede abbiamo deciso di fare una breve analisi includendo anche qualche previsione riguardo l’evoluzione della storia narrata.

    LO SPLENDIDO RECAP INIZIALE

    La prima puntata di Obi-Wan Kenobi si apre con una sequenza che riesce perfettamente a farci tornare nell’universo fantascientifico creato da George Lucas. Infatti, le vicende narrate nella serie si svolgono a metà tra La Vendetta dei Sith (episodio 3) e Una Nuova Speranza (episodio 4), perciò sembrava necessario dover fare un “riassunto” delle vicende precedenti che si svolgono nella trilogia prequel, e che hanno condotto Obi-Wan dove si trova adesso. La sequenza è a dir poco meravigliosa, e siamo sicuri farà scendere più di una lacrima a tutti i fan della saga. Ci viene presentato l’Obi-Wan della trilogia prequel, che addestra il giovane Anakin Skywalker fino a che, quando quest’ultimo cede al lato oscuro, si ritrova a doverlo affrontare in duello, arrivando a ferire mortalmente il giovane allievo. Grazie a questo recap si ribadisce il forte legame con i film della saga, tanto che la serie stessa si inserisce in una dimensione più “cinematografica” rispetto agli altri prodotti seriali ambientati nell’universo di Star Wars.

    La vicenda raccontata nella serie si colloca quindi prima del momento in cui Leia chiede aiuto al vecchio Kenobi in Una Nuova Speranza, con l’intenzione di esplorare vicende mai mostrate prima ma che suscitano subito curiosità, soprattutto per quanto riguarda i legami tra i personaggi.

    I PERSONAGGI DELLA SERIE

    Nei primi due episodi, sono tre i personaggi più interessanti: Obi-Wan, la piccola Leia e l’inquisitrice Reva; la loro scrittura sembra piuttosto buona, così come i loro movimenti lungo le vicende che muovono la trama. Obi-Wan ci viene mostrato stanco, disilluso, come se avesse smesso di credere nei valori che rappresenta, pieno di conflitti interiori ed estremamente solitario. Un punto decisamente a favore di questo show risiede nella scelta di portare sullo schermo un personaggio molto amato, cercando di esplorare le crisi che vive dentro di sé: Obi-Wan è, infatti, combattuto tra il profondo affetto che prova per i fratelli Skywalker e il senso di colpa per aver fallito nell’addestramento del giovane Anakin. Menzione d’onore per Ewan McGregor, che torna perfettamente nei panni del nostro Jedi preferito, riconfermando, ancora una volta, come questo ruolo gli calzi a pennello.

    L’evento principale che muove la trama, per ora davvero intrigante, è il rapimento della piccola Leia dalla sua famiglia adottiva, e la ricerca di aiuto avanzata da Bail Organa proprio nei confronti di Obi-Wan. Il personaggio di Leia è forse il migliore della serie, sia per la sua caratterizzazione ben definita sia per la bravura della giovanissima attrice. Già da ragazzina, la principessa dimostra il coraggio e l’astuzia che la caratterizzeranno da adulta e che hanno conquistato il cuore di tutti i fan del franchise. Ancora più interessante è poi il rapporto che si inizia a costruire tra Leia e Obi-Wan, inizialmente conflittuale, e che incuriosisce lo spettatore portandolo a chiedersi come evolverà.

    Infine, il personaggio dell’Inquisitrice Reva, quella che sembra un po’ il villain della serie, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: è perfida, dà la caccia ai Jedi quasi come fosse una questione personale, ma rischierà di trasformarsi in una macchietta se la sua gestione non sarà accurata e attenta. Speriamo sinceramente che ciò non accada, dato che un buon villain è fondamentale per un prodotto di questo tipo, e tra gli Inquisitori che ci vengono mostrati lei sembra il più promettente.

    PUNTI DEBOLI E TEORIE

    Va detto che nella serie non manca qualche difetto, come una gestione dei tempi e una regia non sempre perfette e alcuni effetti visivi non proprio al top. In particolare le scene d’azione e gli inseguimenti, a volte, appaiono confusionari e con un montaggio un po’ zoppicante. Il prodotto è comunque decisamente valido, e speriamo che possa migliorare anche in questi piccoli difetti, poiché le aspettative sono tante e le teorie – tra cui una riguardante un duello tra Obi-Wan e Anakin (già divenuto Darth Vader) – non fanno che accrescere la curiosità nei confronti della serie.

    Per ora non possiamo far altro che aspettare i prossimi sviluppi, sperando che gli autori possano aggiustare leggermente il tiro regalandoci una delle migliori storie dell’universo di Star Wars.

    Vi ricordiamo che Obi-Wan Kenobi uscirà ogni mercoledì, un episodio a settimana.

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  • RECENSIONE TOP GUN MAVERICK – IL CREPUSCOLO DEGLI IDOLI ANNI ’80

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    SULLE ALI DELLA NOSTALGIA 

    L’alba rosso fuoco posata sulle increspature luccicanti dell’oceano. I tecnici al lavoro e i piloti ai blocchi di partenza, stagliati in nero dal controluce sul ponte della portaerei della Marina. Il vento e il fumo, ruote in pista e carrelli in ritirata. Le possenti fiammate dei propulsori e il rombo supersonico dei reattori dei caccia che si alzano in volo, spiegando le ali sulle vibrazioni synth pop dello score di Harold Faltermeyer, virate nella battagliera percussione rock della Danger Zone di Kenny Loggins scolpita dal nostro Giorgio Moroder. Quando appare perfino la didascalia esplicativa sul corpo speciale d’élite dei “Top Gun” (“up there with the best of the best”, recitava con yuppismo infervorato la tagline della vecchia locandina), si completa l’esatta replica anastatica, in formato cartolina fotografica appesa al muro dei ricordi, di un panorama della nostalgia rimembrato con nitore visivo e mood emozionale riattivati a pieni giri: fin dal prologo, Top Gun: Maverick  di Joseph Kosinski – presentato in pompa magna al 75° Festival di Cannes, con tanto di spiegamento di frecce tricolori e Palma d’Oro speciale a un applauditissimo Tom Cruise – viaggia in direzione temporale nell’estetica di una dorata golden hour dello spirito anni ’80, facendo ritorno alla patinatura espressiva delle atmosfere dell’originale Top Gun (1986) di Tony Scott. Per tastare ciò che resta della consistenza del mito, delle figure incastonate nell’immaginario della gonfia retorica patriottica del decennio reaganiano, a trentasei anni di distanza (il nuovo film era pronto dal 2020, l’uscita in sala è stata posticipata per l’emergenza pandemica). Ritroviamo quindi il carisma sfacciato e il sorrisone smagliante – appena venato di malinconia – del più abile pilota di caccia dell’aviazione navale, “l’uomo più veloce del mondo”, il capitano di vascello Pete “Maverick” Mitchell (l’immarcescibile Tom Cruise). 

    In seguito allo scontro aereo con i MiG sovietici, concluso nel salvataggio del vecchio compagno di accademia Tom “Iceman” Kazansky (Val Kilmer), Maverick, fedele alla sua indole ribelle (fin dal nome: Maverick = dissidente, cane sciolto) e allergico alla disciplina, per tutti questi anni ha rifiutato ogni avanzamento di carriera, preferendo restare in pista come collaudatore, al solo comando dei caccia che ancora guida come nessun’altro, ma che stanno per essere soppiantati da sofisticatissimi droni da guerra di ultima generazione. Tra amare memorie e una scorrazzata in moto verso i tramonti del deserto californiano, il nostro è richiamato all’ordine per addestrare un gruppo di giovani piloti Top Gun a una missione temeraria: distruggere una pericolosa riserva di plutonio nascosta in un inaccessibile canyon di uno Stato canaglia. Tra le nuove reclute, si troverà di fronte il tenente Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio del compianto “Goose” Bradshaw, morto proprio in un tragico incidente tra le braccia di Maverick, a cui il giovane Bradshaw porta un rancore inestinguibile per l’accaduto. Tra i sensi di colpa che riaffiorano dal passato e un futuro incerto che prepara la sostituzione dei piloti, Maverick sarà costretto ad un ultimo, decisivo volo… 

    TECNOLOGIE DELL’ACTION MUSCOLARE 

    Come in uno scintillante riflesso che abbaglia nel tramonto arrossato, riverberato dalle lenti a goccia degli irrinunciabili Ray Ban Aviator, Top Gun: Maverick si rispecchia come tenace residuato bellico in quel prototipo di cinema war-action anni ’80, oggi in disuso – fuori scala e fuori produzione -, che fu il suo fiammeggiante predecessore: il quale, nello stretto abitacolo degli F-14 Tomcat, saldava la suprema sintesi del blockbuster tecnologico USA nella perfetta collisione del corpo muscolare come superpotenza dominante, e della macchina (cinema) militare, calibrata al millimetro, come prima leva di supremazia economica, mediale e industriale. Da allora, le cose sono radicalmente mutate, incrinando questo binomio che al culmine dei gloriosi ’80 appariva perfetto e inscalfibile. 

    Con i progressi dell’arsenale militare occorsi in parallelo all’upgrade dei nuovi mezzi tecnici e grafici impiegati per implementare il cinema hollywoodiano: passaggi che il film sembra perlustrare con consapevolezza teorica e autoriflessiva. Con le incrinature e le ammaccature inferte dalle nuove dotazioni tecnologiche (i droni da battaglia come il cinema digitale) al culto e al primato di un corpo attoriale addestrato alla massima prestanza ed efficienza, che improvvisamente è messo da parte e scopre la debolezza intrinseca dei suoi limiti fisiologici, sempre più inaffidabili per i nuovi padroni (produttori (e) generali), che mal tollerano la defettibilità e le intemperanze della variabile umana: “un pilota che deve dormire, mangiare, pisciare” e agire istintivamente di testa propria è meno manovrabile di un drone iper-programmato che esegue meccanicamente gli ordini (lo spiega il duro Cain di Ed Harris). 

    GLI ULTIMI AVVENTURIERI DELL’ARIA

    Le ferite aperte in questo corpo svalutato e ridimensionato, a rischio smantellamento e sulla via del congedo, senza più (troppi) gradi di machismo appuntabili sui pettorali, sono il cuore del conflitto drammatico e anagrafico incarnato nel bilancio introspettivo – e retrospettivo – della figura del reduce Maverick, che perde incoscienza impudente e acquista intenso spessore rimontando “in sella” come in un western crepuscolare, per l’ultima cavalcata da audace e disilluso avventuriero dell’aria. Non disdegnando la distensione nel romance con la vecchia fiamma Penny (Jennifer Connelly), che lo attende al balcone del bar e lo riporta a casa in un abbraccio di amorose dissolvenze incrociate. Con in più la matura assunzione di Maverick a padre putativo (di Rooster), che porta con sé il peso della responsabilità e delle scelte individuali quasi come un eroe eastwoodiano in disarmo. Che riprende a volare abbattendo il muro del suono e il countdown del cronometro per ribadire l’incidenza performativa del fattore umano, in allarme estinzione sotto il controllo degli algoritmi. 

    “Il tempo è il vero avversario” da battere, viene detto. La sfida di questo Maverick è quella di gettarsi nella contesa dei moderni mastodonti action da grande schermo testardamente ancorato a un cinema che per tirare avanti si volge indietro, che decolla verso il nuovo che avanza atterrando nel piacere nostalgico di una preziosa retroguardia stilistica, iconografica e narrativa. I volteggi degli stormi di caccia sfreccianti in formazione, e le scie dei duelli ingaggiati sul ring aereo sospeso sul vuoto (il cosiddetto dogfighting), seguono le traiettorie di un realismo fluido e una “logistica della percezione” sballottata ma sempre intelligibile, che contiene il respiro avvincente e godibile di un cinema dell’esperienza-limite e dell’adrenalina di classica solidità, fedele allo spirito dell’originale. Con le ben collaudate e vertiginose soggettive e contro-soggettive dall’abitacolo, sottosopra e in volo a rovescio, che agganciano i bersagli e pilotano l’ottima coreografia della tensione nei movimenti a razzo nello spazio esterno, ristretto a bassa quota in un fatale cul-de-sac (la voragine del canyon), che complica la ricerca del punto di fuga per sorvolare le minacce dei missili puntati e schizzare fuori verso una salvezza a tempo record. “Non è l’aereo, è il pilota” a contare, è il mantra operativo. Eppure, anche il nuovo Top Gun, come altre recenti e celebri saghe che riaccendono il capitale nostalgico sepolto in soffitta, non può esimersi dal canonico step del ritrovamento del vecchio relitto perduto, rispolverato a sorpresa e riportato a nuovo splendore (come già accaduto alle jeep di Jurassic World e alla macchina dei Ghostbusters): qui è il caso del mitico F-14 Tomcat, che rifornito di nuovo combustibile simbolico decolla come obsoleto pezzo da museo per giocare la sua partita in mezzo agli ultimi avveniristici ritrovati della tecnologia aeronautica. 

    CRUISING IN THE AIR: LA RESISTENZA DELL’ICONA 

    Top Gun, duepunti, Maverick. Il titolo non potrebbe fare più chiarezza sulla piena coincidenza del film con il suo eroe/interprete, nemmeno esplicitando il segno della piena equivalenza (Top Gun = Maverick). Tutto (ri)nasce, si svolge e si risolve nella presenza granitica del totem Cruise, primo artefice e vero demiurgo dell’operazione (ben assistito da Kosinski e dal fido Christopher McQuarrie alla sceneggiatura). Monumento in corso d’opera alla persistenza della sua coriacea icona divistica, testata in un’ulteriore batteria di prove fisiche ed esercitazioni sul campo, atte inoltre a verificare, dentro e fuori la narrazione, l’opportunità del ricambio generazionale: se ci siano reclute adatte a ereditarne il ruolo e prenderne il posto, a cui insegnare il mestiere di un cinema depotenziato, che sembra virare in tutt’altre direzioni (su piattaforma), rispetto a chi, come l’attore-producer, ha resistito alle sirene dello streaming pur di consegnare il film alle sale (con tanto di caloroso welcome on board a margine, con cui Tom stesso ci invita, seduto in poltrona, alla rinnovata magia del rito della visione in sala: “Siamo entusiasti che siate venuti qui!”). 

    Il suo Maverick resta comunque un unicum, ed è un preciso scambio di battute a rimarcare la singolare eccezionalità del personaggio: “Non mi piace quella faccia, Mav”. “È l’unica che ho”. Diversamente dall’altro alter ego del comparto action cruisiano: l’agente dell’impossibile Ethan Hunt, che nelle sue ormai decennali sortite in missione altro non ha fatto che cambiare facce di lattice fino al parossismo, in quelle maschere indossate a ripetizione per confondere il nemico. 

    LA GUERRA DEI MONDI (CINEMATICI)

    Lontano da trucchi eccessivi e dall’abuso scriteriato di effetti speciali, Top Gun: Maverick decanta un cinema della resistenza dei corpi vintage che si rattoppano e non ci stanno ad essere accantonati e sorpassati, restando allacciati alla ferma azione dell’individuo fatto solo di carne, lacrime, nervi, sudore e reattività (“Non pensare, agisci!”, la regola fondamentale, americana a ventiquattro carati, che fa piazza pulita delle riflessioni non richieste). Proprio mentre quest’ultimo, come lo spettatore, è sempre più sospinto nel vortice dispersivo delle immagini a insostenibile velocità, nella tonitruante confusione del cinema contemporaneo. Una trasvolata, quella di Cruise, che si mette di traverso allo stile e alla filosofia dominanti, per difendere un cinema che rischiamo di vedere disperso, risucchiato nei fantasmagorici quanto insipidi ingorghi fumettistici del multiverso dei blockbuster fotocopia, che dimenticano la resa del brivido a pelle d’oca di uno spettacolo ingenuamente avventuroso, tamarro il giusto (il team-building con il football sulla spiaggia e i pettorali dorati al sole), difettosamente umano e smaccatamente popolare. Per questo riprende servizio il mascellone smargiasso di Maverick/Cruise. Ma per quanto ancora?

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  • RECENSIONE NOSTALGIA – IL PASSATO DISTRUGGE IL PRESENTE

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    Dopo il successo di Qui rido io, Mario Martone torna al cinema tra squilli di tromba: il suo Nostalgia, adattamento del libro omonimo di Ermanno Rea con protagonista Pierfrancesco Favino, è l’unico film italiano ad essere stato selezionato per concorrere al Festival di Cannes.

    Favino interpreta Felice Lasco (da adolescente nella parte c’è Emanuele Palumbo), uomo di mezza età originario di Napoli, più nello specifico del Rione Sanità, andatosene giovanissimo su incitamento dello zio. Felice ormai vive da quarant’anni fuori dal proprio paese, tra Medio Oriente e Africa. Tornato per occuparsi della vecchia madre (una commovente Aurora Quattrocchi), Felice inizia ad essere preso dalla nostalgia per la propria terra e per il proprio passato, in particolar modo per il suo compagno d’adolescenza, Oreste (Tommaso Ragno da adulto, l’attore di origini ucraine Artem da adolescente). Ma il suo amico non è più quello che ricordava: ora Oreste è ‘o Malommo, il boss che terrorizza il Rione, e nemico di Don Luigi Rega (Francesco Di Leva), che ha accolto con affetto Felice e lo propone come modello ai giovani napoletani. 

    NAPULE È

    Come nel precedente Qui rido io e come in altri suoi film, Martone gira nella sua terra di origine, Napoli. Se nella sua ultima pellicola, però, si era dedicato a una ricostruzione storica attenta e sontuosa del capoluogo campano dei primi del Novecento, qui si dedica al Rione Sanità, affascinante pur nella sua miseria: i citofoni non funzionano, le famiglie sono costrette a spacciare per sopravvivere e vivono in appartamenti gestiti dalla mafia… persino la pizza, simbolo per eccellenza di Napoli, non è altro che un piatto da offrire ai turisti, che lo mangeranno poi con forchetta e coltello. Tuttavia, sotto la miseria si nascondono magnifiche catacombe e nella corruzione si erge la comunità di Don Luigi, che cerca di portare molti giovani fuori da difficili situazioni familiari, offrendogli un futuro. 

    Felice diventa fondamentale per gli scopi del prete, il quale, lungi dall’essere integro quanto vuol far credere, lo usa come dimostrazione del fatto che la vita sia possibile fuori da Napoli. Curiosamente, mentre Don Luigi insiste sulla necessità di allontanarsi dal Rione per riuscire ad avere successo, parallelamente il protagonista comincia a provare fascinazione nei confronti della propria città di origine. La “conversione” di Felice, che arriva al Rione quasi come estraneo e lentamente si reintegra, è accompagnata dal ritorno al dialetto napoletano: se inizialmente il protagonista si esprime con un forte accento riconducibile alla sua lunga permanenza all’estero (accento che, nonostante l’interpretazione di Favino, sempre ottimo, risulta a tratti distraente), col passare del tempo tornerà a usare la lingua della sua infanzia. Non è forse casuale il fatto che uno dei primi momenti di ritorno all’uso del dialetto sia quando Felice rievoca un evento traumatico del suo passato, quello che ha causato l’allontanamento dalla propria terra: la lingua è forse una barriera posta inconsciamente per separarsi dal ricordo e dall’uomo che era precedentemente? 

    “LA CONOSCENZA È NELLA NOSTALGIA…”

    Uno dei temi più importanti della pellicola è quello del passato e della sua influenza sul presente. Come la Giancaldo di Nuovo Cinema Paradiso era per il protagonista Salvatore luogo della memoria, uguale a distanza di anni, e al contempo prigione, così la Napoli di Nostalgia dopo quattro decenni è la stessa nella mente del protagonista. La sua immagine riporta a galla ricordi rigettati, positivi e negativi, che lo convinceranno a prolungare la sua permanenza più del necessario.

    Il passato viene rievocato con un semplice ma efficace espediente registico: immagini in 4:3 con colori molto vividi che rimandano sia alla tecnica di ripresa del tempo sia alla “luminosità” di questi ricordi nella mente del protagonista. Non per nulla, quando le vicende rammentate si fanno più cupe anche la gradazione dei colori diventa più oscura e al momento traumatico di cui sopra corrisponde un ritorno al formato 16:9.

    Protagonista assieme a Felice di queste scene ambientate nel passato è Oreste. L’amicizia tra i due è uno dei pilastri della storia e una delle maggiori influenze per le scelte del protagonista. Il film crea paralleli tra questi personaggi con delle eleganti contrapposizioni di inquadrature che li vedono in situazioni simili ma con effetti diversi, sottolineando la loro vicinanza e, al contempo, come le loro vite abbiano preso traiettorie diverse a seguito di uno stesso momento decisivo. Tuttavia, Oreste non è mai abbastanza approfondito per lasciare un segno: nei ricordi è una nebulosa personificazione della bellezza dell’adolescenza, nel presente un boss dai tratti stereotipati, in entrambi i casi un fantasma più che un personaggio tridimensionale. Con Favino non c’è né il tempo né la chimica per rendere il rapporto tra i due personaggi credibile, pur trattandosi, almeno in teoria, di uno dei pilastri del film.

    Altri rapporti interpersonali, in Nostalgia, risultano ugualmente poco sviluppati, in particolar modo quello tra il protagonista e la moglie, un personaggio che esiste solo in funzione del marito. Ma d’altronde, il film riguarda, come da titolo, la nostalgia e non l’attualità, nostalgia attraverso cui Felice legge il proprio presente in una pratica pericolosa e ingenua che ne influenzerà inevitabilmente il futuro. Forse la scelta di non far mai intervenire direttamente la moglie di Felice né, più in generale, persone non legate a Napoli e alla sua adolescenza, sta a significare che non c’è spazio per il presente, in un mondo dominato dal passato? 

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  • RECENSIONE HALO – LA SERIE CHE NON CI MERITIAMO MA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

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    Il 2001 fu un anno d’oro per i videogiocatori, tra grandi ritorni come GTA 3 o Metal Gear Solid 2 e nuove IP che avrebbero poi contribuito a creare la storia videoludica, come Max Payne, Ico e Devil May Cry. Tra quest’ultime si fece strada anche il primo capitolo di quella che sarebbe poi diventata un’esclusiva ammiraglia della console di casa Microsoft: Halo Combat Evolved. Sparatutto in prima persona, settato nello spazio con ambientazioni sci-fi libere di essere esplorate grazie a mappe molto grandi ed aperte, senza contare l’elemento per molti fondamentale: il protagonista, Master Chief, guerriero corazzato dotato di una forza e velocità sovrumana, il cui compito era quello di spazzare via intere armate di alieni. In parole povere, la sensazione era di andare in guerra a bordo di un carro armato contro degli uomini primitivi. 

    Capostipite di una saga che, come accennato poco fa, sarebbe poi diventata il gioiello di punta delle XBOX, tanto da contare oggi all’attivo 12 videogiochi più numerosi libri di narrativa ed approfondimenti sull’universo narrato. Era quindi solo questione di tempo prima che un videogame così spettacolare e celebre decidesse di approdare al cinema, ma il tutto si rivelò un’impresa tutt’altro che semplice. Se già dal secondo capitolo si può vedere l’intento di rendere ancora più cinematografica l’esperienza, anche grazie ad una campagna marketing composta da video in live action con attori veri e propri, l’idea di girare un vero lungometraggio arrivò in concomitanza del terzo capitolo nel 2007, per il quale venne preso in considerazione come regista Neil Blomkamp (District 9, Elysium), che si “mise subito alla prova” girando Halo Landfall, cortometraggio che doveva fungere come punto di partenza per un film che però sfortunatamente non vide mai la luce (ricordando da vicino quanto successe poi anni dopo con il suo Alien 5, che probabilmente non vedremo mai).

    Vennero poi realizzate una serie animata dal sottotitolo Legends ed una webserie chiamata Forward Unto Dawn che doveva fungere da apripista per il quarto capitolo del franchise e come punto di partenza per un eventuale film, che però ancora una volta non arrivò mai oltre le fasi preliminari. La luce in fondo al tunnel venne finalmente raggiunta, con l’ideazione di un progetto non più da visionare sul grande schermo delle sale cinematografiche, ma sul piccolo schermo (se ancora può così definirsi) delle nostre case. Pubblicata con cadenza settimanale sulla piattaforma streaming Paramount+ (arrivata da noi in Italia su Sky Atlantic e Now TV), Halo La serie si è conclusa giovedì 19 Maggio. Sarà valsa la pena aspettare tutto questo tempo oppure, come per buona parte delle produzioni così tanto travagliate, ci siamo ritrovati davanti ad un prodotto pieno di problemi?

    EPOPEA SPAZIALE DA MANUALE

    In un lontano futuro, l’umanità vive nello spazio e viaggia utilizzando navicelle spaziali, creando stazioni orbitali e colonizzando pianeti. Non possono poi mancare le rivolte dei ceti più poveri dei pianeti minerari o considerati “di secondo piano” e l’inevitabile guerra contro le altre specie che popolano l’universo. Una base estremamente semplice, forse abusata, ma che ancora oggi funziona alla perfezione. Il protagonista delle vicende è John 117, conosciuto con il nome di battaglia di Master Chief e capo del Silver Team, manipolo di guerrieri geneticamente e biologicamente avanzati ed estremamente abili nel combattimento che prendono il nome di Spartans e che indossano tostissime armature super tecnologiche. Dove però il videogioco si fermava, fornendoti queste poche informazioni e lanciandoti subito al centro dell’azione, la serie sembra voler percorre binari leggermente diversi. Bisogna infatti aspettare quasi la metà del primo episodio per poter vedere per la prima volta Chief (tra l’altro con un’entrata in scena spettacolare e dall’alto tasso adrenalinico), poiché la serie preferisce subito mettere le cose in chiaro: per quanto possano in alcuni casi assottigliarsi di parecchio, la serialità televisiva (come il cinema) e il mondo dei videogiochi seguono regole diverse e il team creativo dietro la serie ha deciso di fare una scelta per molti ovvia ma allo stesso tempo coraggiosa, ovvero di non seguire pedissequamente il materiale d’origine e di creare invece una propria storia, con i propri tempi e le proprie storie e narrazioni. 

    Con le sue nove puntate (ancora lontane dalla massiccia durata delle serie inizio anni 2000 con più di venti episodi a stagione, ma comunque sopra la media rispetto alla norma), la serie si prende tutto il suo tempo per raccontare una storia innanzitutto sull’uomo, sulle emozioni che prova, sui legami che può formare, su ciò che gli è di più caro, ma anche sui suoi numerosi difetti. In questo la serie pone i Covenant, l’unione di specie aliene che dichiara guerra all’umanità, ed i loro obiettivi quasi in secondo piano, ponendo l’accento sui personaggi umani e sui loro drammi. Si focalizza in primis su un John sempre meno macchina di morte e tuttavia più conscio di sé stesso mano a mano che la serie avanza, passando poi per la ribelle Kwan Ha, simbolo di una rivoluzione “proletaria” destinata a fallire, la dottoressa Elizabeth Halsey, disposta a sacrificare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi scientifici e di superare i limiti umani, fino a Mekee, umana “adottata” dai Covenant e che giura vendetta contro la sua stessa razza, il tutto senza dimenticare gli altri Spartans, tra cui spicca senza dubbio Kai, con i suoi drammi morali e di riscoperta di sé stessa, e l’intelligenza artificiale Cortona.

    VIVERE LO SPAZIO

    Dal punto di vista narrativo, preme sottolineare come non ci si ritrovi comunque davanti a nulla di innovativo, il tutto procede su binari molto classici portando anche all’inserimento di qualche elemento che sembra di troppo (un esempio è la gestione di Vinsher, classico villain macchiettistico e stereotipato che, se adeguatamente approfondito, avrebbe potuto donare molto di più), ma senza mai generare veramente quella sensazione di esagerazione, accompagnando lo spettatore e permettendogli di adattarsi alle “regole del gioco” e mantenendosi complessivamente su ottimi standard. Il tutto viene sicuramente aiutato da un ottimo cast, capitanato dal canadese Pablo Schreiber (che diversi ricorderanno come Mad Sweeney in American Gods) che presenta qui un’ottima prova attoriale apparentemente statica e capace tuttavia di toccare alte vette emotive. Assieme a lui anche Charlie Murphy, Kate Kennedy, Natascha McElhone ed il resto del cast riesce a donare la giusta impronta ai vari personaggi, principali o secondari che siano.

    Registicamente la serie si attesta su un ottimo livello, alternando dietro la macchina da presa Otto Bathurst (regista di Robin Hood – L’origine della leggenda, ma anche di alcuni episodi di serie come Black Mirror, Peaky Blinders e His Dark Materials), Roel Reiné, Jonathan Liebesman e Jessica Lowrey, che mettono in scena scenari mozzafiato e con un altro grado di iconicità assieme ad alcune scene d’azione, poche ma ben inserite, di ottima fattura. Al tutto si aggiunge un’ottima CGI, capace di arricchire le scenografie e di dare volto alle varie razze aliene con un dettaglio ai limiti dell’incredibile, mostrando invece il fianco nel mettere in scena alcune movenze super-umane degli Spartans (sempre però rimanendo nella sfera del godibile).

    CONCLUSIONI

    Con un prodotto per la televisione, Halo ottiene finalmente il suo tanto agognato adattamento in live action, anche se forse non è quello che molti fan si aspettavano. Lasciando alla sua controparte videoludica l’azione e le esplosioni senza fine, questo prodotto si presenta come un’epopea spaziale al cui centro ruota la scoperta dell’umanità e dei suoi pregi e difetti, il tutto con una buona regia ed una CGI di ottima fattura pur con qualche sbavatura, che, assieme ad un ottimo cast capace di far empatizzare con i vari personaggi, creano un universo semplice, ma mai banale e di cui vorremmo vedere sempre di più.

    Pur non trattandosi di qualcosa di innovativo questa produzione si mostra come un faro luminoso nel marasma di prodotti seriali privi di mordente e ricchi soltanto di fan service, capace di far rimanere accesa la speranza che, al giorno d’oggi, possiamo ancora sperare in serie tv scritte in maniera intelligente e consona.

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  • RECENSIONE CIP E CIOP AGENTI SPECIALI – UN FILM CHE NON TI ASPETTI

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    La serie animata Cip e Ciop Agenti Speciali (Chip ‘n’ Dale: Rescue Rangers), andata in onda tra il 1989 e il 1990, è stata per il pubblico americano una delle punte di diamante del Disney Afternoon e per molti bambini italiani un affezionato appuntamento del sabato mattina sulle reti Rai.

    La serie vedeva protagonisti i nostri scoiattoli preferiti, Cip con le vesti di Indiana Jones e Ciop in camicia hawaiiana come Tom Selleck in Magnum P.I., alle prese con mille avventure, in compagnia della topolina geniale Scheggia, della mosca Zipper e della pantegana Monterey Jack, tutti pronti a sventare le trame del perfido Gattolardo.

    Serie simpatica e brillante, è entrata nei cuori di tanti giovani spettatori insieme ad altri show altrettanto riusciti – come Ecco Pippo (Goof Troop), con il personaggio di Pippo nella singolare veste di padre single, e TaleSpin, che rivedeva in una chiave avventurosa e piuttosto bislacca i personaggi de Il Libro della Giungla – pur senza raggiungere certo i livelli di Ducktales o dell’originalissimo Gargoyles. Gli Agenti Speciali, come moltissime serie animate Disney, si sono fermati all’episodio numero 65, quota ghigliottina fissata da Michael Eisner, CEO di una Disney all’epoca in fase di ripresa.

    All’annuncio dell’uscita di un film in tecnica mista tra animazioni e live action basato sulla serie e in uscita su Disney+, nessuno sapeva come reagire. A che pubblico poteva puntare, che ruolo poteva mai svolgere nell’economia cannibalistica della Company più imperialista di Hollywood? E poi, che storia poteva mai raccontare?

    Cip e Ciop (o meglio, Chip e Dale), conosciutisi quando erano solo due scoiattolini delle elementari, erano diventati famosi con il loro show, ma in seguito alla decisione di Dale di intraprendere il suo show da solista, Double-o Dale (uno 007 roditore) la carriera di entrambi è andata in declino. Chip (John Mulaney) è diventato un assicuratore, Dale (Andy Samberg) è una celebrità in declino che vaga per le convention e si è sottoposto a un’operazione chirurgica in CGI. Quanto al resto della banda, Monterey Jack è dipendente dal formaggio, Scheggia e Zipper si sono sposati e hanno tanti cuccioli metà topo e metà mosca. Una strana telefonata porterà i due chipmunk a riunirsi per risolvere, insieme all’agente della LAPD Ellie Steckler (KiKi Layne), il mistero della sparizione di Monterey e di altri storici personaggi dei cartoni ad opera di un insospettabile boss della malavita.

    Tutto questo con un cast che include anche nomi come Seth Rogen, J.K. Simmons, Will Arnett, Flula Borg, Keegan-Michael Key e una quantità di personaggi animati e non, Disney e non, da far impallidire lo spettatore, il tutto diretto da Akiva Schaffer, comico e membro del trio The Lonely Island insieme ad Andy Samberg e a Jorma Taccone (del quale abbiamo anche un paio di cameo vocali).

    Nonostante ci fossero tutte le premesse per creare un minestrone disgustoso, i novanta minuti del film scorrono in maniera gradevolissima. La trama, certo, stira al limite la sospensione dell’incredulità, ma sicuramente si regge in piedi senza troppi problemi.

    È innegabile che il padre biologico di questo film sia quel capolavoro di Chi ha Incastrato Roger Rabbit (Who Framed Roger Rabbit, 1988) di Robert Zemeckis, basato sul romanzo Who Censored Roger Rabbit? scritto da Gary Wolf nel 1981, con protagonista una fittizia star dei cartoni animati alle prese con una vicenda pruriginosa e sanguinaria.

    Zemeckis portò sullo schermo una commedia pulp meravigliosa grazie ai personaggi animati da quel folle genio di Richard Williams (mai abbastanza celebrato), a Bob Hoskins e Christopher Lloyd – che ci hanno donato interpretazioni credibilissime nonostante recitassero interagendo con il nulla assoluto – e a una trama noir semplice ma magistrale, pietra miliare per ogni appassionato di gialli anni ‘40 e di cinema pop anni ‘80. Per gli amanti dell’animazione poi, vera e propria perdita della verginità: il film venne ritenuto infatti troppo audace dalla Disney, che lo nascose sotto la sua etichetta Touchstone. Nonostante questo autosabotaggio, il film è passato alla storia grazie al suo valore artistico, al prestigio di chi lo ha prodotto (la Amblin di Spielberg) e alla magia di vedere interagire tutti i personaggi storici dei corti animati, la coabitazione tra Topolino e Bugs Bunny o Paperino e Daffy Duck.

    Il personaggio Roger Rabbit tuttavia non ha avuto successivamente una lunga carriera: furono infatti prodotti solo tre corti difficilmente reperibili a causa di problematiche riguardo il copyright e, proprio per questo motivo, una serie tv venne abortita e sostituita con la sua versione tarocca, Bonkers, in cui i cartoni interagivano con personaggi “umani”…anch’essi disegnati, perdendo tutto il fascino del film.

    La Warner rispose alcuni anni dopo con la hit Space Jam (Joe Pytka, 1996), spot gigantesco per Michael Jordan e la Nike, e con la divertentissima spy story Looney Tunes: Back in Action (Joe Dante, 2003). Per anni la convivenza tra cartoni animati (consapevoli di esserlo) e umani in carne ed ossa è stata latitante, fino a che la stessa Warner Bros. nel 2021 ci ha fatto dono (si fa per dire) di Space Jam: New Legend (Space Jam: A New Legacy, Malcolm D. Lee), nuovo spot, stavolta per HBO Max, e di Tom & Jerry (Tim Story) in cui a un certo punto vediamo il gatto e il topo più famosi del cinema nella stessa inquadratura di Paolo Bonolis. Una doppietta che ha ottenuto poco più di 300 milioni di dollari e sei nomination ai Razzie Awards. Sicuramente questo Cip e Ciop di ultima uscita non poteva andare peggio di così. 

    Se Roger Rabbit è inarrivabile, il primo Space Jam iconico ma claudicante, Back in Action un film di genere meno noto ma sicuramente più quadrato e gli altri pura spazzatura, questo Cip e Ciop è l’ultimo film che ci si sarebbe aspettati di vedere in un clima di remake e reboot in CGI fotorealistica completamente inutili. Il debito verso Zemeckis è evidente: la commistione tra personaggi animati e attori e set reali è gradevolissima e a momenti commovente, lontanissima dalle pupazzate come Scooby Doo o Alvin Superstar

    Inoltre, se nei film precedenti il campo dei personaggi e dei riferimenti erano volutamente circoscritti (cartoni anteguerra in un caso, proprietà intellettuali Warner negli altri), qui abbiamo una tale varietà: personaggi animati a mano, al computer, a passo uno e persino i calzini animati, un insieme vastissimo di riferimenti provenienti dal cinema, dalla tv e addirittura dai videoclip. Abbiamo nello stesso film i My Little Pony, Phineas e Ferb, South Park, la versione brutta di Sonic, la Little House di Mary Blair, il Mr. Natural di Robert Crumb, lotte clandestine tra Muppet, Batman contro E.T. e chi più ne ha più ne metta. Le trovate comiche sono esilaranti, come l’uncanny valley (la sensazione di straniamento che prova lo spettatore guardando personaggi fotorealistici) che diventa un luogo fisico.

    E a suo modo il film graffia, critica qualsiasi forma di malriuscito svecchiamento di personaggi iconici, che sia un reboot farlocco, un restyling moderno ma disfunzionale, o un semplice pezzo rap con una mascotte famosa. E, come in Roger Rabbit, il mondo dei cartoni sembra tutt’altro che puro e innocente, anche gli idoli della nostra infanzia possono avere un lato oscuro. Proprio per questo, un film con due teneri scoiattolini è il film più coraggioso che una major dell’intrattenimento potesse produrre nel 2022. Probabilmente lancia messaggi a vuoto, ed è necessario che prodotti di questo tipo non vengano serializzati, ma è veramente un bene che qualcuno, dell’interno, sia così sincero.

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