Category: Recensioni

  • RECENSIONE LOVE DEATH & ROBOTS 3 – TRA PREGI E DIFETTI

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    Love Death & Robots aveva colpito gli animi di molti spettatori appena tre anni fa, quando il 15 marzo 2019 debuttava su tutti i piccoli schermi degli abbonati Netflix. Come un fulmine a ciel sereno, venimmo folgorati dallo sperimentalismo della serie antologica ideata da David Fincher (Fight Club, Seven, Zodiac) e Tim Miller (Deadpool, Terminator – Destino Oscuro), assieme a Joshua Donen e Jennifer Miller, che chiamavano a rapporto i migliori Studios d’animazione statunitensi per immergerci in tanti piccoli e diversi microcosmi incentrati su amore, morte e robot. Elemento caratterizzante la serie – e di non poca importanza – era anche l’etichetta “per adulti”, che ogni breve opera teneva a rimarcare tramite ogni tipo di trivialità e violenze estreme.

    Un avanguardismo animato che secondo molti aficionados non aveva tenuto il passo nella seconda stagione (o volume, per meglio dire), dove la netta riduzione di episodi (8 in confronto ai 18 della prima) e l’incessante propendere al fotorealismo, non avevano trovato equo bilanciamento nelle sceneggiature e negli immaginari visivi che fabbricavano; non si erano raggiunti gli apici di perfetta fusione tra forma e sostanza di uno Zima Blue, per esempio, rendendo l’esperienza abbastanza piatta e ripetitiva.

    La notte dei mini morti

    Questo 20 maggio, sulla piattaforma di Reed Hastings è stato lanciato il terzo volume, che conta un cortometraggio in più del precedente e ciascuno della durata che viaggia fra i 6 e i 18 minuti. Non si abbandonano le tre tematiche care alla serie, rispecchiate nel cuore, nella croce e nel robot del logo, continuando ad esplorare nuovi mondi e futuri distopici. Tornano anche vecchie conoscenze nelle cabine produttive e di regia: ritroviamo Alberto Mielgo in Jibaro (già ideatore de La Testimone, uno degli episodi più apprezzati della prima stagione, e il cui ultimo corto The Windshield Wiper ha ottenuto la candidatura ai passati Premi Oscar), così come Sony Pictures Imageworks (già realizzatore di Lucky 13) con Sepolti in sale a volta – dove in molti non avranno faticato a riconoscere Cthulhu –, mentre con lo studio Titmouse, Inc (Big Mouth) parliamo di vecchie conoscenze prettamente di Netflix, ora impegnate in Morte allo squadrone della morte, inscenante un 2D anni ‘90 che ragiona sul rapporto uomo-tecnologia-animale. Animatori cari ai fan sono anche gli Axis Studios, noti soprattutto per la loro versatilità tecnica che li ha permesso di partire dall’iperrealismo (Helping Hand), passare per un 3D misto ad acquerello (L’erba alta), e arrivare al tratto caricaturale del simpatico (ma innocuo) Mason e i ratti, dove un istrionico anziano si avvale di una nuova tecnologia per sterminare la colonia di ratti nel suo magazzino.

    Continuiamo a conoscere anche il trio robot in esplorazione sulla terra di umani ormai estinti (Tre Robot: strategie d’uscita, diretto da Patrick Osborne, animatore di Ralph Spaccatutto e Big Hero 6), e ovviamente non possono mancare le firme di David Fincher e Tim Miller, entrambi evidentemente interessati al fotorealismo: una ciurma di marinai alle prese con un’entità mostruosa è Un Brutto Viaggio di Fincher, mentre Miller preferisce esplorare la fantascienza con Sciame, e la sua colonia aliena che gli umani sono intenzionati a sfruttare.

    Con tutti questi nomi altisonanti e di vecchie glorie, si è riusciti ad oltrepassare e fare dimenticare lo scoglio della seconda stagione? La sensazione è che dopo ben 26 episodi tutto sappia di “già visto” e che la critica alla contemporaneità non arrivi sagace e affilata come una lama tagliente. Lo avvertiamo già a partire dall’episodio pilota, che riproponendo il trio di piccoli androidi cala una satira fiacca e scontata, affidando tutto ai dialoghi e dimenticandosi di valorizzare l’animazione. Insomma, questo terzo volume non fa altro che confermare pregi e difetti di Love, Death & Robots: pur lasciando a bocca aperta per la qualità produttiva, siamo lontani da certi picchi della stagione d’esordio, continuando la spasmodica ricerca di un fotorealismo onnipresente e imperante, che seppur interessante come tecnica lascia saltuariamente spazio a veri e rari sperimentalismi d’animazione (come in Jibaro, che nel suo indagare misticismo, religione, sessualità e colonizzazione, è quello giustamente già più chiacchierato e apprezzato).

    Un brutto viaggio

    Per il quarto appuntamento, bisogna che Fincher e colleghi si impegnino in un vero e proprio lavoro ontologico: qual è il senso del progetto? Qual è la motivazione che giustifica il divieto ai minori? La violenza sempre spinta e le volgarità onnipresenti hanno un loro specifico scopo, o sono semplicemente un’etichetta utile per attirare l’attenzione di chi crede che il resto dell’animazione sia soltanto per bambini? Insomma: quale strada intraprendere, per far sì che sia sfruttato appieno il mezzo animato coinvolgendo tutte le sue potenzialità? Perché ormai abbiamo compreso che i mezzi ci sono, così come le risorse finanziarie. Ma una piacevole esibizione di forma al servizio di una sostanza eufemisticamente risicata, rischiano di far restare nuovamente lo spettatore con un (seppur gradevole) pugno di mosche. Tuttavia bisognerebbe specificare quale spettatore, perché in tanti sembrano lamentarsi eppure anche la terza stagione ha esordito sulla piattaforma in vetta alle classifiche mondiali, registrando su Rotten Tomatoes un indice di gradimento del 100% da parte della critica (certo, siamo solo al terzo giorno di streaming): forse il pubblico ha imparato l’arte di accontentarsi. Ma non sempre è un bene.

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  • RECENSIONE ESTERNO NOTTE – MEMORIE DALLA STAGIONE DEL CINEMA POLITICO ITALIANO

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    Narrare il delitto del politico democristiano Aldo Moro è una questione tutt’altro che elementare: nel corso dei decenni, diversi registi hanno tentato di interpretare e restituire in forma cinematografica l’evento che cambiò irreversibilmente il panorama politico italiano. Nella storia della Settima Arte, il primo racconto dell’evento viene distribuito nelle sale otto anni dopo il delitto: è Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, lungometraggio che rievoca il rapimento dell’onorevole italiano, ripercorrendo i 55 giorni di prigionia sino al ritrovamento del cadavere il 9 maggio 1978. Nella memoria collettiva resta la magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté, già noto per la sua satirica restituzione di Aldo Moro nel film Todo Modo, diretto da Elio Petri nel 1976. Successivamente, nel 1991 viene prodotto L’anno del terrore di John Frankenheimer, seguito da Piazza dalle Cinque Lune (Martinelli, 2003) e da Se sarà luce sarà bellissimo (Grimaldi, 2004). 

    In questo panorama, il regista Marco Bellocchio rappresenta un unicum, in quanto autore di ben due pellicole cinematografiche che intendono interpretare la tragica vicenda riguardante Aldo Moro. Nel 2003, infatti, scrive e dirige Buongiorno, notte, con Roberto Herlitzka nei panni del politico democristiano; e durante la prima giornata della 75ma edizione del Festival di Cannes, il regista presenta in concorso Esterno Notte, serie in sei puntate volta a proporre una nuova narrazione di quanto accaduto nella primavera del 1978. Proiettato interamente presso la rassegna cinematografica francese, le prime tre puntate (o parti, come dovrebbero essere definite) sono uscite mercoledì 18 maggio in Italia; le restanti verranno distribuite il 9 giugno. 

    UN PROGETTO AMBIZIOSO

    1978: l’Italia è dilaniata dalle rappresaglie di gruppi estremisti, stragi e omicidi; in questi tumulti, le Brigate Rosse sono un’organizzazione terroristica di estrema sinistra che rivendica, attraverso la violenza, le istanze della rivoluzione comunista. Nel marzo del medesimo anno, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, al fine di salvaguardare l’integrità del Paese chiede a gran voce di stringere un’alleanza politica con il Partito Comunista Italiano (PCI); nonostante l’accordo, i risentimenti interni alla maggioranza della DC non sono favorevoli a includere i comunisti nella dirigenza del paese. Ma la mattina del 16 marzo 1978, il presidente democristiano subisce un’imboscata: le Brigate Rosse massacrano la sua scorta ed egli viene rapito; la politica immediatamente reagisce per poter salvare il politico italiano, ma non senza qualche indugio…

    La portata di questi eventi di natura geopolitica, adombrati da segreti statali e circostanze avvolte nel silenzio, è materia di difficile trattazione. Le diverse interpretazioni del caso Moro sono, in questo senso, sintomo di una necessità di rispondere a quesiti rimasti irrisolti dal 1978 a oggi. In questo senso, il progetto di Marco Bellocchio risulta essere vincente in quanto incarnazione di un’istanza volta a scoperchiare questo evento rimosso, impiegando la propria autorialità di cineasta come marchio di fabbrica per un’operazione riuscita. 

    Bellocchio esordisce nel 1965 con I pugni in tasca, folgorante opera prima che anticipa il risentimento della generazione dei “figli” in opposizione con quella dei “padri” culminata nel celebre Sessantotto. L’impiego della propria presenza nella stagione del cinema civile italiano risulta essere già un lasciapassare per tessere il racconto del caso Moro. Ma questa autorialità forte non solo contamina la narrazione propriamente cinematografica con quella seriale, ma risulta essere, inoltre, del tutto cosciente dei nuovi stilemi del racconto proposti dai registi del panorama italiano. Certo è complicato proporre un giudizio in merito a una serie televisiva uscita per metà nelle sale: tuttavia, le premesse sono oltremodo positive e Bellocchio si riconferma, dopo le esperienze de Il Traditore (2019) e Marx può aspettare (2021), un narratore che riesce a far convergere la propria autorialità decennale nelle correnti narrative contemporanee. 

    ESTERNO NOTTE: PARTE PRIMA

    Nelle prime tre puntate, Marco Bellocchio si focalizza su tre momenti fondamentali: il rapimento di Moro (prima puntata), le reazioni della politica italiana (seconda) e del Vaticano (terza). In questi 168 minuti, il regista sceglie di evitare la messinscena del luogo entro cui si ritrova detenuto il presidente della DC (a parte in due inquadrature di natura onirica), mostrando, invece, in una chiave non priva di satira, ciò che accade all’interno di due Palazzi: quello della Politica e quello della Chiesa.

    Ciò che desta stupore, alla prima visione dell’opera, è sicuramente il cast corale riunito per dar vita ai fatti avvenuti fra marzo e aprile dell’anno 1978. In primis, un folgorante Fabrizio Gifuni incarna un Moro onesto e curato nei minimi dettagli, in una prova attoriale degna di plauso. Certo non è possibile evitare il confronto con la memorabile interpretazione di Gian Maria Volonté: Bellocchio ne è consapevole quando, nel momento in cui Moro si appressa a consumare la cena, si annuncia alla radio l’inizio delle riprese di Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, con Volonté nei panni di Carlo Levi. Tuttavia, la professionalità di Gifuni non sfigura, né passa inosservata: anzi, non è eccessivo asserire che l’attore possa concorrere al premio come migliore interprete maschile a Cannes. Ma anche il restante cast non si esula da sinceri elogi: Fausto Russo Alesi ci regala un’interpretazione graffiante di Francesco Cossiga, mostrando luci e ombre di un politico influenzato dalle proprie debolezze al pari del Giulio Andreotti di Fabrizio Contri. Toni Servillo incarna un sincero Paolo VI, in un’interpretazione che in questa prima parte conferma, nuovamente, la sua avvalorata professionalità; il medesimo giudizio è riservato a una Margherita Buy in forma, nei panni di Eleonora Moro. 

    A dirigere il comparto attoriale vi sono una regia matura, tale è quella di Bellocchio, nonché una sceneggiatura attenta a compensare l’aderenza alla Storia con la necessità di restituire anche una dimensione intima dei protagonisti: se da un lato le manifestazioni per le strade di Roma sono fedeli al clima dell’epoca, dall’altro il cineasta non indugia nel mettere in scena dettagli sulla vita privata di Aldo Moro, le conversazioni sui match calcistici pronunciati dalla scorta del politico, i particolari delle abitazioni degli Onorevoli; anche un semplice annuncio alla radio concernente “un ennesimo avvistamento di UFO” (al tempo comuni, dopo l’uscita di Incontri ravvicinati del terzo tipo) denota una chiara esigenza di dipingere nei minimi particolari l’affresco dell’Italia di allora.

    Certamente, riproporre una storia già narrata sia dal cinema che dalla televisione concerne il rischio di ripetizione di un medesimo storytelling. Nel caso di Esterno Notte, è difficile asserire se ciò si verifichi o meno, in virtù della visione delle sole prime tre puntate. Tuttavia, si può affermare che l’operazione del regista risulta essere tutt’altro che una semplice rielaborazione dei fatti del 1978. È uno storytelling conscio dei mutamenti nei canoni della narrazione e motivato dalla forte necessità di argomentare le vicende fruendo di un punto di vista non privo di criticità verso alle assurde azioni intraprese dalla politica e dal clero al fine di salvare Aldo Moro. Certamente, ciò è dovuto non solo alla chiara posizione politica di Bellocchio, ma anche ai “prestiti” dovuti ai prodotti cinematografici che hanno aspramente criticato la politica italiana degli anni Settanta: basti pensare al già nominato Todo Modo o al più recente Il divo di Paolo Sorrentino (2008). 

    Sicuramente, con l’uscita di questa prima parte Marco Bellocchio ha catturato l’attenzione del pubblico in merito a una storia italiana ancora adombrata da controversie di natura politica: sicuramente occorre attendere il 9 giugno per comprendere se le premesse presenti nella prima parte verranno confermate anche nella seconda.

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  • RECENSIONE GENERAZIONE LOW COST– FREGARSENE DI NON ARRIVARE IN TEMPO

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    Julie Lecoustre e Emmanuel Marre per il loro esordio cinematografico scelgono di ritrarre un’istantanea, dai tratti documentaristici, delle difficoltà di lavorare nell’indifferenza impersonale di una grande compagnia. 

    Tutte le emozioni che hai, devi lasciarle dietro di te. Non pensare alla tua vita personale, non pensare a nulla che ti possa turbare. Concentrati, non c’è passato né futuro.

    Rien à foutre o Zero fucks given, comunque lo si preferisca chiamare per evitare di utilizzare il titolo scelto per la distribuzione italiana che rischia di declassarlo ingiustamente ad una commedia dai toni paternalistici, segna l’esordio alla regia di Emmanuel Marre & Julie Lecoustre. Il film, presentato al Festival di Cannes 2021 e alla 39esima edizione del Torino Film Festival e distribuito in anteprima da MUBI, si inserisce perfettamente in un filone cinematografico francese che sembra essersi arricchito proprio in questi mesi, quello sul mondo del lavoro e della precarietà. 

    A metà strada tra l’approccio documentaristico con riprese da telecamera in spalla ai limiti del pedinamento – stile sviluppato dai fratelli Dardenne, famosi registi belgi – ed una costruzione più intimista del racconto che ricorda Sofia Coppola, Zero Fucks Given si presenta come un film incerto sulla direzione che vuole intraprendere, proprio come la sua protagonista. Cassandre ha 26 anni, lavora per una compagnia aerea low cost con base a Lanzarote e se il lavoro dell’assistente di volo può sembrare affascinante, le condizioni di lavoro in una low cost non lo sono affatto. I voli non raggiungono mete affascinanti, l’andata e il ritorno sono quasi sempre in giornata e i dipendenti sono spinti a vendere insistentemente prodotti extra sul volo dato che il guadagno per la compagnia è scarso dato il costo dei biglietti. Cassandre sta affrontando quella che si potrebbe definire una quarter life crisis, ma non ha il tempo e la voglia di pensarci e preferisce portare avanti le sue mansioni in una quotidianità che diventa robotica e ripetitiva tra scali, incontri occasionali su app di dating, nottate passate in discoteca e momenti di profonda solitudine. 

    Emmanuel Marre è partito proprio da una sensazione simile ispirata in lui da uno spaccato di vita reale. Il regista si trovava su un volo Ryan Air direzione Maiorca, seduto di fronte alla fila riservata alle assistenti di volo quando nota che una di queste sembra essere particolarmente turbata, assorta nei suoi pensieri. L’hostess richiamata dal suono del campanello che annunciava l’inizio del servizio, si è poi slacciata la cintura e resettando ogni emozione sul volto ha sfoggiato davanti ai clienti un sorriso perfetto

    Da queste premesse sarebbe facile pensare che il film possa cadere nella trappola della retorica, ma i due registi riescono a mantenere un elegante equilibrio all’interno della storia.

      «Non volevamo ricorrere al cliché di denunciare la vita moderna come una “non vita”. Dicono che il mondo digitale ci taglia fuori dalla vita reale, ma nel mondo digitale, attraverso le app di appuntamenti, puoi anche trovare scintille di vita, e non sono meno preziose delle altre. Non volevamo filmare l’assenza di incontri, ma l’impossibilità di avere un incontro davvero significativo. Cassandra vede le persone tutto il tempo e con ognuna potrebbe succedere qualcosa»

    Cassandre infatti non si sottrae, vive le esperienze che le si presentano davanti, ma tutto passa senza lasciare traccia e lo sradicamento diventa così uno stile di vita. Questo non esclude però la ricerca di una condizione migliore, una volontà che al contrario è presente e che notiamo, per esempio, quando Cassandra osserva ammirata le elegantissime hostess di Emirates. Questo slancio non si trasforma mai in un’esigenza gridata, mantenendo una chiave low che diventa cifra del film stesso

    Se infatti durante prima parte pensiamo di assistere ad un film di denuncia sulle tracce di Ken Loach e degli stessi fratelli Dardenne, in cui la protagonista si batte contro un sistema lavorativo alienante e ingiusto, ci accorgiamo che non è così quando Cassandre e alcune colleghe si imbattono in un corteo di protesta e alle sollecitazioni di un sindacalista una di loro risponde: “Non ho tempo per la rivoluzione”, parole manifesto di una generazione. Nella seconda metà invece il sentimento del film cambia, avviene un ripiegamento nella dimensione privata di Cassandra che si dimostra essere altrettanto complicata rispetto a quella lavorativa. 

    Il licenziamento da parte di Wing, che non le perdona un atto di empatia nei confronti di una passeggera in difficoltà, la costringe a ritornare nell’ambiente familiare dal quale stava cercando di fuggire per mettere una distanza, almeno fisica, al dolore causato dalla morte della madre. Questo sconvolgimento emerge ancora una volta da una scena breve, apparentemente poco rilevante, quando un call centre contatta Cassandre per modificare il suo piano telefonico ma non riesce ad attuare la modifica perché il telefono è intestato ancora alla madre. 

    Questo slittamento tra film di denuncia e dramma intimo produce singoli momenti, singole scene, pregne di significato che nell’insieme non contribuiscono però a fornirci una chiave unica di lettura. Infatti, non è questo l’intento neanche nei confronti della protagonista, con la quale siamo spinti ad empatizzare senza per forza dover comprendere la natura delle sue scelte o cosa pensi realmente della sua situazione. 

    Certo è che a mantenerci incollati agli sviluppi di questo film, dal ritmo a tratti altalenante, è proprio Adèle Exarchopoulos che, circondata da un cast composto da vero personale di una compagnia aerea, dona al suo personaggio una sincerità che si rispecchia su un volto in cui convivono tratti infantili ed enigmatici

    Se l’avevamo conosciuta con Blue is the warmest colour, qui il blue rimane assumendo un’altra sfumatura, quella della tristezza, che è tuttavia capace a suo modo di essere calorosa proprio perché abitata da un personaggio in divenire, le cui frequenti oscillazioni lasciano spazio alla possibilità di vedere paesaggi migliori. 

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  • RECENSIONE GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY – IL PEGGIO DEI BIOPIC

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    Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sembrava il film perfetto per un regista come Lee Daniels: il regista di Precious(2009) e The Butler (2013) ha fatto sua una storia di razzismo e scontro con le autorità come la travagliata esistenza di Billie Holiday.

    E senz’altro Lee Daniels ha fatto sua la causa civile che la figura di Billie Holiday porta inevitabilmente con sé: peccato che, nel farlo, si sia perso per strada il film.

    LA STORIA (CONFUSA E SUPERCIFIALE) DI LADY DAY

    Con il pretesto di un’intervista del 1957 (un superfluo espediente narrativo di cui la narrazione si dimentica ben presto), il lungometraggio percorre alcuni anni salienti della carriera e della vita di Lady Day, segnati dalla persecuzione da parte del governo degli Stati Uniti, preoccupato per la carica rivoluzionaria di Strange fruit canzone di protesta contro i linciaggi perpetrati nei confronti della popolazione afroamericana, cui segue un arresto e una vita tenuta sotto stretta osservazione da parte dell’FBI.

    Qui si può già riscontrare uno dei problemi più grandi del film: la sua scansione temporale. La scelta di coprire un ampio arco di tempo è un azzardo nel genere biopic, perché il rischio di trattare in modo superficiale i singoli momenti a favore del quadro generale togliendo così spessore a entrambi è sempre dietro l’angolo. Il film purtroppo non sfugge a questa trattazione superficiale: nonostante il tentativo di collegare tra loro le varie e numerose sottotrame la dipendenza dalla droga e dai mariti violenti, la persecuzione da parte dell’FBI, il rapporto con il tormentato agente Jimmy Fletcher nessuna lascia veramente il segno, perché tutte sono trattate come se fossero la trama principale mentre nessuna lo è veramente. Soprattutto c’è poca consequenzialità nel comportamento dei personaggi secondari, che cambiano motivazioni e rapporti da una scena all’altra senza una reale ragione o meglio, le ragioni vengono spesso trascurate o espresse in forma di spiegoni.

    STRANGE FRUIT

    Ma non è tutta colpa della sceneggiatura di Suzan-Lori Parks; la regia di Lee Daniels appare con poche eccezioni sbilanciata tra intensa partecipazione emotiva e tentativo di restare distaccata: il risultato è la mancanza di una direzione precisa, di un punto di vista univoco. Questo è evidente anche nelle scene musicali, dirette e montate senza guizzi e per la maggior parte insignificanti ai fini del senso della storia. L’idea di una musica capace di smuovere le coscienze rimane questo: un’idea, spesso vagheggiata ma raramente messa in pratica in modo convinto all’interno della storia. Alla complessiva mediocrità della messa in scena la regia prova malamente a compensare con scelte artistiche bizzarre o fuori luogo improvvise accelerazioni della velocità, ingiustificate inquadrature in bianco e nero.

    Per tutto il film restano costantemente di buon livello la fotografia di Andrew Dunn e i costumi di Paolo Nieddu, ma soprattutto l’ottima prova di Andra Day (nonostante il monocorde doppiaggio italiano di Alessia Amendola), imprigionata in un ruolo con poco spessore ma meritatamente candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista nel 2021 nonché autrice, insieme a Raphael Saadiq, della canzone originale Tigress & Tweed presente nella soundtrack del film. Tutto il resto del film, dalla regia alle interpretazioni secondarie compreso uno spaesato Trevante Rhodes e un monotono Garrett Hedlund è molto al di sotto delle capacità di tutte le persone coinvolte, non tanto per mancanza di passione nei confronti del soggetto quanto per una perenne indecisione e confusione nella trattazione dello stesso; non a caso, i momenti migliori del film sono quelli in cui si libera dalle trappole delle convenzioni dei biopic e punta tutto sulla rabbia nei confronti della situazione sociale descritta. Spicca in particolare la lunga sequenza onirica che ripercorre l’infanzia di Billie Holiday e prosegue con il ritrovamento casuale di una famiglia afroamericana distrutta dai suprematisti bianchi: la visione allucinata di un’America da incubo, dell’orrore del suprematismo bianco sempre dietro l’angolo e della disperazione di un’anima tormentata fin dall’infanzia. Una sequenza che lascia a bocca aperta, diretta e interpretata benissimo, di tale efficacia, rabbia e potenza espressiva da far notare ancora di più queste clamorose assenze per tutto il resto del film.

    UN BIOPIC DELUDENTE

    Ed è quindi un vero peccato dover constatare che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday sia probabilmente uno dei peggiori biopic di recente memoria: un guscio esteticamente interessante ma vuoto e noioso a causa del suo ritmo discontinuo; un film incapace di rendere giustizia non solo alla persona di cui, nel tentativo di offrirne un ritratto imparziale, vengono mostrati soprattutto i vizi e ben poco di ciò che la rendeva così speciale, ma anche e soprattutto all’indignazione civile che muove il film nei confronti del razzismo sistemico di ieri e di oggi.

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  • RECENSIONE MOON KNIGHT – LUCI E OMBRE DI DISNEY+

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    Aperta nel mese di gennaio 2021 con la serie Wanda Vision, la Fase 4 del Marvel Cinematic Universe si compone, attualmente, di cinque serie e quattro film, che non sono però riusciti a convincere sempre tutti, ponendo spesso critica e pubblico su fronti avversi.

    Il 4 maggio 2022 è giunta alla conclusione la quinta serie originale Disney+ facente parte del MCU, con protagonista il guerriero egiziano Moon Knight interpretato per l’occasione da Oscar Isaac

    Purtroppo, però, non tutto sembra essere andato per il verso giusto, vediamo perché.

    DA FILM A SERIE TV

    Processo ormai comune e condiviso da diverse produzioni originali Disney+, soprattutto in casa Marvel, è quello di trasformare un progetto pensato originariamente per il cinema in una serie televisiva, conversione facile sulla carta ma che si può rivelare estremamente complicata nel momento in cui il materiale originale non risulta abbastanza sostanzioso da coprire almeno l’esiguo numero di sei episodi (siamo ormai lontani dai fasti delle stagioni con più di venti puntate ciascuna).

    La storia segue le vicende di Marc Spector, mercenario affetto dal disturbo di personalità multipla, che si ritrova a dover fare i conti con la gestione del proprio corpo assieme alla mite personalità di nome Steven. Al tutto si aggiunge il compito – assegnato da una divinità egizia di nome Khonshu – di fermare il misterioso predicatore Harrow. Le premesse narrative si dimostrano interessanti e ben calibrate nel primo episodio, il cui vero protagonista è Steven che, ignaro di tutto ciò che accade, accompagna lo spettatore alla scoperta delle varie informazioni necessarie per capire il contesto, ma già dal secondo episodio l’elemento di mistero lascia spazio ad una comicità sempre più demenziale che, con l’avanzare degli episodi, finisce inevitabilmente per rendere eccessivamente macchiettisti la maggior parte dei personaggi.

    ARCHEOLOGIA DI CARTONE

    Ambientando la serie principalmente in Egitto e presentando un mix di azione ed esplorazione archeologica, risulta fin da subito ovvio il paragone con film come Indiana Jones o il remake de La Mummia degli anni ’90, paragone che si conclude però decisamente a sfavore della serie a causa di scenografie spesso poco elaborate e smaccatamente finte (basti pensare alla realizzazione della tomba di Alessandro Magno, raccontata da miti e leggende come un tempio riccamente decorato e pieno di ricchezze, laddove qui è mostrata come uno stanzino con un misero sarcofago) e dall’utilizzo di una CGI decisamente sottotono – come purtroppo ormai d’abitudine negli ultimi film Marvel – che mette in scena mostri e divinità che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità anche degli spettatori abituati a un mondo con stregoni, alieni e supereroi.

    A questo si aggiunge un comparto tecnico decisamente mediocre sia a livello di fotografia, poco ispirata ed estremamente monotona (vista anche la varietà di ambientazioni), sia a livello di regia, funzionale nei momenti più quieti, ma assai confusa non appena l’azione si fa più concitata. Elemento rimasto finora esterno al discorso è la recitazione che, purtroppo, nonostante alcuni grandi attori coinvolti, come il già citato Isaac o Ethan Hawke nei panni del villain, si mantiene su un livello generalmente basso e spesso è eccessivamente sopra le righe. 

    CONCLUSIONI

    Sesta serie originale Disney+ facente parte del MCU, Moon Knight si presenta con un primo episodio intrigante per poi crollare incessantemente con l’avanzare degli episodi. Una regia basilare, a tratti sconclusionata, e una sceneggiatura piena di problemi e momenti morti si accostano a scenografie decisamente sottotono e ad una CGI abbastanza raffazzonata, laddove nemmeno grandi nomi come Oscar Isaac o Ethan Hawke riescono ad innalzare il livello della serie, imprigionati in una recitazione decisamente stereotipata ed eccessiva. Una serie che cerca di essere tante cose ma finisce per fallire in tutto, da guardare solo se si è fan dell’universo condiviso e non si può fare a meno di “rimanere in pari”.

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  • RECENSIONE DOCTOR STRANGE NEL MULTIVERSO DELLA FOLLIA – CINEFUMETTO D’AUTORE (?)

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    A circa cinque mesi dalla sua apparizione in Spiderman – No Way Home (Jon Watts, 2021), Benedict Cumberbatch torna a vestire i panni dello stregone Steven Strange nel secondo film a lui interamente dedicato. 

    Secondo la schedule originale, questo secondo capitolo doveva in realtà arrivare nelle sale molto prima, in quanto era stato pensato come il film che avrebbe introdotto lo spettatore al concetto di multiverso, tema che sarebbe stato poi approfondito con la serie Disney+ Loki ed il terzo film dedicato al tessiragnatele Peter Parker. Come ben sappiamo, però, c’è stata un’inaspettata pandemia di mezzo che ha portato Disney a pianificare da zero tutta la Fase 4 dell’MCU (che comprende tutti i prodotti audiovisivi targati Marvel in uscita dopo Spiderman – Far From Home (Jon Watts, 2019)). L’uscita di questo film viene fatta slittare, dunque, fino ad oggi, Maggio 2022. Altro grande cambiamento riguarda il regista: la direzione della pellicola è passata dalle mani di Scott Derrickson, regista del primo capitolo che ha deciso di lasciare la produzione per “divergenze creative”, a quelle di Sam Raimi, tornato a dirigere un cinefumetto Marvel dopo la sua trilogia (antecedente al Marvel Cinematic Universe) dedicata al personaggio di Spiderman interpretato da Tobey Maguire.

    Sarà riuscito Sam Raimi nell’impresa di unire la sua poetica con gli stilemi classici dell’MCU? 

    UN CLASSICO CINEFUMETTO

    Le vicende si aprono in medias res all’interno di una dimensione “magica”, con una variante di Strange intenta a combattere un misterioso demone assieme ad una giovane ragazza, anch’essa dotata di poteri. Ritrovatosi in pericolo, Strange sceglie – come siamo ormai stati abituati in tutte le sue apparizioni – il male minore cercando di rubare i poteri alla ragazza per poterli controllare e “salvare il multiverso”. Nulla va, ovviamente, nel verso da lui auspicato e la ragazzina, scopertasi essere la potentissima America Chavez capace di aprire varchi nel Multiverso, riesce a scappare teletrasportandosi in un altro universo, quello da noi finora conosciuto, dove assieme al “nostro” Doctor Strange e al fidato Wong partirà per un viaggio interdimensionale alla ricerca di un magico libro che può salvarle la vita e fermare i demoni che le danno la caccia.

    Una storia all’apparenza complessa e contorta, ma che si rivela essere estremamente semplice ripresentando i vari elementi tipici delle sceneggiature Marvel dell’ultimo periodo, con lunghi momenti didascalici e tanti “spiegoni” (forse troppi). Tuttavia si è lontani anni luce dalla pochezza narrativa dell’ultimo film su Spiderman. Qualche increspatura si trova anche in questa pellicola, ma è lodevole il tentativo da parte del team di sceneggiatori di non soffermarsi su una banale sequela di citazioni e varianti di personaggi dei vari multiversi, cercando di approfondire una certa caratterizzazione dei personaggi, con Strange che vuole risolvere a tutti i costi la situazione utilizzando anche metodi estremi (e questo vale per tutte le sue versioni seppur con le dovute differenze) e Wanda che – interpretata da una Elizabeth Olsen estremamente in parte – si imbarca in una morbosa ricerca dell’unità familiare, alla riscoperta anche del suo ruolo come “madre”. 

    Trovano spazio approfondimenti anche su America Chavez,  interpretata da una convincente Xochitl Gomez e che ci viene introdotta con semplici ma fondamentali nozioni sul suo passato, e Mordo, a cui presta le sembianze sempre Chiwetel Ejiofor con una nuova capigliatura ma che, purtroppo, si dimostra essere il meno interessante ed approfondito tra i personaggi secondari. 

    Il tutto, va comunque ricordato, viene esposto in fase di scrittura in un modo decisamente semplicistico. Viene naturale chiedersi se non fosse stato possibile investire maggiore attenzione e tempo in una caratterizzazione più approfondita di questi supereroi.

    IL RITORNO DI RAIMI

    Portata a termine la visione, l’istinto ci porta a gridare “Raimi is back!”, ma risulta doveroso fare una precisazione: qui non si è di fronte al nuovo film di Sam Raimi, bensì ad un nuovo film del MCU diretto da Sam Raimi. Come detto sopra, gli stilemi Marvel sono tutti presenti, soprattutto sul piano narrativo, imbrigliando il regista in uno schema già prefissato. Ciò non toglie, però, che la mano del regista è ben presente, soprattutto lì dove che ha avuto maggiore libertà creative: i fan delle sue opere passate troveranno moltissimo autocitazionismo, da zoom veloci ed improvvisi su porte che si chiudono improvvisamente, a morti che escono dal terreno fino alle tipiche inquadrature in piano olandese o all’utilizzo della “soggettiva del male”.

    Marcata è soprattutto la componente horror in cui, specialmente nella seconda metà del film, Raimi sembra aver spinto sull’acceleratore. Rimanendo nei canoni di un prodotto pensato per un pubblico prettamente giovanile (in America la pellicola è stata classificata PG-13), ci si ritrova davanti a numerosi momenti di tensione, anche grazie ad un sapiente uso delle luci e dei colori – ottima risulta infatti la fotografia curata da John Mathieson che passa da ambientazioni più calde e accese ad altre più fredde senza però risultare mai banale – e usufruendo di stilemi classici del cinema dell’orrore, come i jumpscare o la fuga dal mostro. Piccola parentesi va anche dedicata alla gestione dei vari camei, proposti come attrazione che farà felice più di un fan ma che Raimi decide di gestire in una maniera decisamente “bizzarra”, e all’utilizzo geniale della colonna sonora curata da Danny Elfman, storico collaboratore del regista.

    CONCLUSIONI

    Con Doctor Strage nel Multiverso della follia ci si ritrova davanti ad uno dei prodotti più interessanti della nuova fase dell’universo Marvel, che però è al contempo uno tra i capitoli più divisivi. La classica struttura narrativa Marvel, con tutte le varie problematiche che si trascina dietro, affiancata ad un regista che mette tutto sé stesso (letteralmente) all’interno della pellicola, porta alla nascita di un prodotto che molti ameranno ma che altrettanti disprezzeranno. Uno spartiacque che, una volta conclusa la visione, vi porterà a due opzioni: accettare che la Marvel sia questa e che, se accompagnata e guidata da personalità autoriali, può donare prodotti sicuramente non perfetti ma comunque estremamente godibili, oppure dirle definitivamente addio e chiudere i rapporti con essa. 

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  • RECENSIONE SETTEMBRE – IL MESE DEI NUOVI INIZI

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    Risaliva a ben sei anni fa l’ultima interpretazione attoriale di Giulia Steigerwalt, più precisamente al 2016 dove compariva ne Il giorno più bello di Vito Palmieri, mentre solo lo scorso anno figurava come sceneggiatrice in Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano (anche se in molti la ricorderanno per la sceneggiatura de Il Campione, di Leonardo D’Agostini). Quello che mancava alla prolificità e versatilità di Steigerwalt era l’esperienza dietro alla macchina da presa: ecco che arriva Settembre, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution. No, non stiamo parlando dell’omonimo film del 1987 di Woody Allen – uno dei suoi più bergmaniani e dimenticati – anche se sentiamo gli echi del suo impianto corale e della messa in scena perlopiù teatrale; infatti è curioso mettere a confronto le due opere, per il diverso approccio dei due autori a quel clima settembrino che, probabilmente ciascuno di noi – e con le sue declinazioni personali –, respira e vive ogni anno.

    Settembre narra le storie intrecciate di personaggi in cerca di felicità a partire da quella di Maria (Margherita Reggiani) che, di ritorno dalle vacanze estive, scopre con sorpresa di essere stata finalmente notata dal ragazzo per cui ha da sempre un debole. Eppure con altrettanto stupore scoprirà che sarà con Sergio (Luca Nozzoli), il ragazzo col compito di metterli in comunicazione, che si avventurerà per la prima volta dentro alle effusioni della prima adolescenza. Nel frattempo la madre di Sergio, Francesca (Barbara Ronchi), a seguito del delicato referto di una visita medica che ha profondamente scosso e cambiato la visione della sua vita, entra sempre più in intimità con l’amica Debora (Thony). Sarà proprio il suo medico Guglielmo (Fabrizio Bentivoglio, che svetta su tutti) il primo a cui Francesca confesserà questo nuovo autentico e inaspettato legame omosessuale. I due si incontrano casualmente nel bar che lui è solito frequentare per lasciarsi alle spalle la separazione con la moglie, frattura che lo ha lasciato a un vita dove l’unico vero contatto pare essere quello con Ana (Tesa Litvan), prostituta diciannovenne dal carattere cinico e dal passato difficoltoso, con cui ha una frequentazione stabile; a chiudere questo bizzarro cerchio di nuove scoperte interiori è quest’ultima, Ana, che attraverso l’innamoramento con Matteo (Enrico Borello), un ragazzo del quartiere, risveglierà in Guglielmo quella spinta emotiva in grado di dare nuove direzioni alla sua vita.

    Non è mai troppo tardi per realizzare i nostri sogni: settembre è il mese migliore per dare inizio al nostro riscatto, perché l’autunno è la stagione dei nuovi inizi. Come un fulmine a ciel sereno tutti i protagonisti di Settembre si accorgono che fino a quel momento hanno condotto una vita infelice, che non sentivano propria. Non avevano vissuto, ma si erano guardati vivere.

    Tutto questo, nell’esordio alla regia di Steigerwalt è trasposto attraverso dei caratteri sinceri e scritti in punta di penna: un’opera corale dove i personaggi insoddisfatti sono alla ricerca di rapporti nuovi, puri e autentici, che non troveranno nel futuro programmato ma nell’inaspettato e soprattutto nella forza delle relazioni umane più spontanee. È vero che ci si lascia a qualche didascalismo di troppo (soprattutto nel finale e nell’utilizzo delle musiche), ma l’ironia frizzante arriva sempre al punto giusto e le recitazioni sono tutte credibili e convincenti. Da anni non apparivano sugli schermi italiani delle interpretazioni giovanili così genuine, come il cuore dei loro personaggi; non è scontato che si tocchino con così giusto e sorprendente tatto l’educazione sessuale e i primi approcci adolescenziali.

    La ricerca della spontaneità forse cozza con l’impianto registico quasi teatrale e ampiamente impostato, ma la forza sta nella sceneggiatura, che regala note acri miste a sane risate che non rasentano mai il ridicolo o il banale.

    In anni in cui continuano ad essere prodotte e commercializzate commedie come Il sesso degli Angeli di Leonardo Pieraccioni, Settembre è una bella ventata d’aria fresca per gli spettatori. O perché no, come uno spritz del tardo venerdì pomeriggio.

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  • RECENSIONE COMPETENCIA OFICIAL – FINALE A SORPRESA: UNA COMMEDIA SATIRICA SUL NARCISISMO DELL’INDUSTRIA CINEMATOGRAFICA

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    Competencia Oficial, terzo lungometraggio risultato del sodalizio tra Mariano Cohn e Gastón Duprat, è una commedia satirica metacinematografica che, esplorando il rapporto tra personaggio e attore, riflette sull’egocentrismo che abita il mondo dello spettacolo. Il film è stato presentato alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia e non poteva del resto mancare questa occasione, in primo luogo per l’inevitabile parallelismo con il titolo e in secondo luogo per la platea ideale di spettatori a disposizione, i frequentatori di festival o meglio ancora gli addetti ai lavori. Chi meglio di loro infatti può ridere (si potrebbe aggiungere: ma anche riflettere) sulle debolezze messe in scena?

    Il duo di registi argentini non era nuovo alla manifestazione, dove aveva già partecipato nel 2016 con Il cittadino illustre, valso la Coppa Volpi a Oscar Martínez, co-protagonista a sua volta anche di questa pellicola insieme a due degli attori spagnoli più acclamati, Penelope Cruz e Antonio Banderas. Tornano quindi con un film che conferma la volontà di riflettere sul senso stesso dell’arte come cifra stilistica. Se ne Il cittadino illustre era la letteratura a interpretare il ruolo di protagonista, questa volta è proprio la settima arte

    Un anziano magnate dell’industria farmaceutica riflette su come lasciare una traccia significativa della sua esistenza e nell’indecisione tra realizzare un ponte affidato ad un grande nome dell’architettura e un film opta per quest’ultimo. Il miliardario non bada a spese e, una volta acquistati i diritti del romanzo Rivalidad, vincitore del premio Nobel, chiama a dirigere l’opera Lola Cuevas, regista indipendente acclamata dalla critica. 

    Il romanzo racconta il rapporto tra due fratelli, Pedro e Manuel, caratterizzato da una spietata rivalità che sfocia in tragedia. Lola, giocando proprio sugli opposti, sceglie di ingaggiare due attori tanto famosi quanto diversi. Se Félix Rivero (Antonio Banderas) ha ottenuto successo in tutto il mondo e si è trasformato in un divo hollywoodiano, Iván Torres (Oscar Martinez) ha intrapreso un percorso più impegnato e preferisce la dimensione teatrale alla quale alterna l’insegnamento. La rivalità inizialmente simulata diventa ben presto reale dopo le lunghe sessioni di prove, ospitate nei giganteschi ambienti della Fondazione Suarez. L’ego smisurato dei due attori (anche di Iván per quanto cerchi di nasconderlo) viene smascherato e messo costantemente alla prova dai metodi sperimentali utilizzati da Lola, come accade nella memorabile sequenza della distruzione dei premi. Il fulcro del film risiede proprio nel processo creativo che il regista affronta durante la realizzazione di un film e nel metodo utilizzato per permettere agli attori di entrare in sintonia con i personaggi

    Se ci si approccia al film aspettandosi grasse risate si potrebbe rimanere delusi,  infatti la comicità si mantiene più sottile che fragorosa e raggiunge il suo massimo nelle interazioni tra il cast. Infatti l’impressione è che le sequenze funzionino meglio come sketch, merito delle caratterizzazioni studiate e riflesse anche nei costumi e nelle brevi intrusioni nella vita privata. 

    L’aspetto più memorabile della pellicola è dato proprio dalle performance attoriali dei tre protagonisti, capeggiati da una carismatica Penelope Cruz, che all’interno di una sola edizione è stata capace di sorreggere gli equilibri di un altro dei film in concorso, Madres Paralelas di Pedro Almodóvar.

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  • RECENSIONE THE NORTHMAN – IL BLOCKBUSTER DI ROBERT EGGERS

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    “Ti vendicherò, Padre! Ti salverò, Madre! Ti ucciderò, Fjölnir!“

    Il calpestio fradicio del fango, le urla incessanti e roboanti dei guerrieri, il subbuglio del magma vulcanico, lo spezzarsi fragoroso delle ossa craniche… “cinema sensoriale”, direbbero in molti. E come dissentire? E’ proprio questo – assieme a tanto altro – il cinema di Robert Eggers. Regista che, a distanza di tre anni dal lovecraftiano The Lighthouse e senza l’A24 alle spalle (ma con realtà molto più da kolossal come l’Universal o la Focus Features), torna in pompa magna con un film dal budget decisamente più ingente di circa novanta milioni di dollari; accompagnato da un cast da capogiro (Nicole Kidman, Alexander Skarsgård, Ethan Hawke, Björk …), The Northman si presenta come un vero e proprio blockbuster, non smentendo le premesse. Chi si sarebbe mai aspettato una produzione di questo tipo dal regista (per rispettare l’articolo determinativo assertivo dei suoi film, la strega, il faro, l’uomo del nord) che si era fatto conoscere al grande pubblico per la sua impronta indie iper-estetizzata, dalle suggestioni poetiche e tematiche partorite grazie al magnetismo delle immagini, vero e proprio guscio ammaliante e perverso della visione radicalmente esoterica del mondo turpe di Robert Eggers?

    Prima la rilettura del New England Folk Horror che aveva lanciato il talento di Anya Taylor-Joy, poi il tentativo (riuscito) di mescolare in chiave orrorifica La ballata del vecchio marinaio di Coleridge al mito di Prometeo. Ora, con The Northman, gli ingredienti rimestati da Eggers sono addirittura più numerosi, limitando in parte la piena riuscita dell’opera a partire dall’intreccio, decisamente più tradizionale: nell’Islanda del X secolo, il giovanissimo Amleto (che ricorda Shakespeare nel nome, ma il Conan di Schwarzenegger nell’estetica) assiste all’assassinio del padre re Aurvandil, per mano del fratello Fjölnir. Seguendo alla lettera il monito di Hemir il Folle (Willem Dafoe) – “Ricorda per chi hai versato l’ultima lacrima” – Amleto tornerà come schiavo nella terra dello zio per vendicare il padre e salvare la madre Gudrún.

    Eggers non è di certo l’unico nel nuovo millennio ad essersi approcciato all’epica norrena, ci aveva già pensato Nicolas Winding Refn nel 2009 con Valhalla Rising, dove un Mads Mikkelsen in cerca di redenzione tracciava un’ascesa al Valhalla decisamente più introspettiva e contemplativa. Se è vero che i due registi partivano da intenti e propositi diversi, è anche vero che, al contrario del regista danese, la ricerca del grande incasso lascia The Northman con i piedi in due staffe, non permettendogli di prendere una strada decisa e radicale. Eppure, in questa sua contraddittorietà, se c’è una certezza che la pellicola conferma è l’immenso talento di Robert Eggers nel narrare per immagini, nel creare tramite la sua mente visionaria una vera e propria esperienza sensoriale per lo spettatore che diventa quasi parte della diegesi filmica, il tutto in un blockbuster fantasy che resta nel recinto delle grandi produzioni hollywoodiane. Forse avremmo preferito altro da Robert Eggers, ma perché sdegnare una tentativo di dialogo col grande pubblico?

    Nel suo intrecciare la tragedia di vendetta del teatro Elisabettiano con la mitologia norrena, viene prevedibilmente sacrificata parte della poetica prettamente autoriale del regista, ma non del tutto. I dialoghi nel cinema di Eggers sono perlopiù frontali; in questo gioco di sguardi i protagonisti non sembrano dialogare l’un con l’altro, ma paiono invocare e appellare direttamente noi spettatori, un espediente registico che permea i suoi film di una perenne aurea di mistero, tanto per noi, quanto per i personaggi: il mistero dell’altro. In The Witch la frontalità andava a separare nettamente la piccola Thomasin dalla famiglia e (soprattutto) dal mistero della sua natura di strega. In The Lighthouse lo sguardo in camera era ancora più presente, giocandosi tutto il film sulla dualità (addirittura due colori: il bianco e il nero) e sulla paura dell’altro. In The Northman il mistero dell’alterità non è tanto umano, ma nel farsi altro, nell’entrare nel Valhalla. Una poetica del tutto mantenuta, ma che pecca di prevedibilità e minor efficacia, dovendo mantenere una maggiore fruibilità. Di questo ne è la conferma anche il finale, che firma un parallelo coi due precedenti lavori del regista ma che nella ricerca della chiosa ascetica ed esoterica, ormai marchio “eggersiano”, non raggiunge la catarsi di The Witch e The Lighthouse: è sempre una catarsi guidata dal mistero, ma la cui risoluzione era già scritta nell’incipit.

    Ma, in fin dei conti, è indubbio che Eggers dia vita a un affascinante Frankestein audiovisivo irresistibilmente imperfetto, un “peplum coi vichinghi” in overdose di testosterone, un “sandalone” rosso budella, un dramma shakespeariano cantato growl, la mitologia norrena in chiave heavy metal.

    Staremo a vedere come reagirà il grande pubblico di fronte a questo insolito esperimento e se la ricerca del Dio Denaro da parte di Eggers vedrà la sua ricompensa. Intanto, nel nostro Paese ha assistito a un esordio di tutto rispetto con 62mila euro nel primo giorno di proiezione, piazzandosi al secondo posto fra le new entry della settimana.

    Sarà altresì interessante seguire e analizzare il germogliare dei semi critici piantati ora, alla sua uscita, e scoprire se fra qualche anno lo ricorderemo come un fallito esperimento di innesto dell’indie nel mainstream o se guarderemo indietro con piacere a questa bizzarra opera di un autore che ha ancora tanto da dirci.

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  • RECENSIONE ANIMALI FANTASTICI – I SEGRETI DI SILENTE: UNA NOIOSA MAGIA

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    Nell’ormai lontano 2016 i cuori di migliaia di fan di Harry Potter (compreso quello del sottoscritto) tornarono a battere per l’uscita del primo film della nuova saga cinematografica creata dalla mente di J.K. Rowling, Animali fantastici e dove trovarli, un primo capitolo sicuramente introduttivo, ma folgorante e riuscitissimo, capace di espandere il mondo magico che ora conosciamo come Wizarding World, partendo da una storia semplice, ma in grado di amalgamare generi diversi, dalla commedia all’horror per ragazzi, e presentando un parterre di piacevoli personaggi, su tutti il Jacob Kowalski di Dan Fogler e la Queenie Goldstein di Alison Sudol. Si arriva dunque al 2018 quando esce al cinema Animali fantastici: i crimini di Grindelwald, pellicola molto attesa da pubblico e fan, che delude profondamente le aspettative. Se da un lato il film è capace di regalare un ottimo villain, interpretato da un Johnny Depp in gran forma, e un paio di sequenze davvero riuscite, su tutte il discorso di Grindelwald al cimitero parigino del Père-Lachaise, dall’altra parte la pellicola è caratterizzata da una sceneggiatura molto confusa e a tratti delirante, accompagnata da una messa in scena approssimativa

    Dopo questa eterna introduzione arriviamo finalmente a parlare del terzo capitolo di questa saga,  Animali fantastici: I segreti di Silente, pellicola che ha vissuto un percorso travagliato a causa della pandemia e per il cambio in corso d’opera di Johnny Depp come interprete del mago oscuro Gellert Grindelwald, sostituito da Mads Mikkelsen. In questo nuovo capitolo il professor Albus Silente – incarnato da un convincente Jude Law, che talvolta si lascia forse andare a qualche gigionismo di troppo – sa che il potente mago oscuro Gellert Grindelwald è intenzionato a prendere il controllo del mondo magico. Non essendo in grado di fermarlo da solo, Silente affida al magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) il compito di guidare un’intrepida squadra in una pericolosa missione, dove incontrano vecchie e nuove creature e si scontrano con la crescente legione di seguaci di Grindelwald.

     

    I primi dieci minuti di film mostrano immediatamente un cambio di rotta rispetto al precedente capitolo, a partire dai titoli di testa accompagnati da una musica meno cupa, ripresentandoci i personaggi che già conoscevamo e la nuova versione di Grindelwald di Mikkelsen, capace in pochi minuti di risultare affascinante ed estremamente crudele allo stesso tempo. Passata l’introduzione, la speranza di poter assistere ad un’ottima pellicola si affievolisce molto velocemente. Le restanti due ore e venti di film, una durata completamente ingiustificata, sono costruite su un escamotage narrativo che, per quanto coerente a livello di sceneggiatura, a livello cinematografico porta di fatto all’inesistenza stessa di una trama per almeno novanta minuti, affiancata da un intreccio politico che lascia non poco perplessi nelle modalità. La percezione che si ha guardando il film è quella di assistere a una puntatona di una serie TV, estesa stiracchiata per più di due ore, per cui tra l’altro abbiamo dovuto aspettare quattro anni (le lunghe e didascaliche sequenze di spiegazione degli eventi dei precedenti film non fanno altro che ricordarci di questa cosa) e di cui non siamo neanche sicuri di poter vedere il seguito, vista la giusta reticenza della Warner nel mettere in cantiere un nuovo capitolo. Un aspetto ancora più grave è il fatto che la scrittura del film non sfrutta neanche l’escamotage narrativo per concentrarsi sui personaggi i quali, ad eccezione forse di Silente, sono troppo numerosi, poco caratterizzati, non funzionali al racconto e non hanno alcun tipo di evoluzione durante l’intera pellicola. Theseus Scamander, Lally Hicks, Yusuf Kama, Bunty Broadacre e lo stesso Newt Scamander, compiono azioni mosse da motivazioni sconosciute probabilmente anche a loro stessi e di fatto non hanno un vero impatto sulla narrazione. Anche la solitamente radiosa presenza del mitico Jacob Kowalski, interpretato da un comunque bravo Dan Fogler, è più incolore del solito. Lo stesso Grindelwald di Mikkelsen, dopo l’ottimo inizio, rientra nei canoni classici del villain dimenticabile. L’unico personaggio con una parvenza di tridimensionalità risulta essere Silente che, pur agendo quasi da deus ex machina, appare tormentato e protagonista delle scene emotivamente più toccanti del film: un uomo profondamente solo e consapevole del fatto che, a causa delle scelte compiute nella sua vita, non sarà mai in grado di condividere momenti di vera felicità con le persone a lui care. Inoltre si fa finalmente riferimento in maniera aperta alla sua omosessualità e al suo amore verso Grindelwald, un aspetto che tuttavia avremmo voluto vedere ancora più esplorato e che ha poco impatto sul risultato finale. 

    La suddivisione classica in atti è qui completamente abbandonata, risultando in un ritmo estremamente piatto, senza climax di alcun tipo, che porta spesso a una sensazione di noia nello spettatore. Anche le sequenze a Hogwarts, accompagnate dalla musica di John Williams, non riescono a emozionare, una scuola vuota, con pochi studenti, caratterizzata da una triste Sala Grande, molto meno maestosa rispetto a quella che ricordavamo.

    Da questo film ci si aspettavano molte risposte dopo i numerosi quesiti lanciati dal secondo capitolo della saga. Quelle risposte arrivano, ma in questa sede non verrà discusso se risultano essere convincenti o meno, né tantomeno verrà dedicato spazio a tutti gli aspetti riguardanti la continuità narrativa tra ciò che viene messo in scena e ciò la Rowling ha raccontato in tutti questi anni. E’ tuttavia giusto sottolineare come l’intera saga sia stata costruita senza una vera struttura: i temi centrali dei precedenti film, in primis il personaggio di Credence, la sua identità e la sua sofferenza, vengono messi frettolosamente in secondo piano, così come il personaggio di Queenie, vera gemma di Animali fantastici e dove trovarli, ha un’evoluzione a dir poco inspiegabile, mossa da incomprensibili motivazioni. Il risultato finale è un tentativo maldestro di cancellare ciò che non aveva funzionato nel film precedente, che ricorda molto l’operazione realizzata da J.J. Abrams con Star Wars – L’ascesa di Skywalker.

    Indipendentemente da quanto scritto prima, va tuttavia fatto un plauso al comparto tecnico, di ottimo livello, con una fotografia meno cupa rispetto al precedente capitolo e una buona computer grafica, con qualche caduta di tono solo nella costruzione delle varie ambientazioni, che a tratti risultano un po’ posticce. All’interno della pellicola sono comunque presenti un paio di sequenze piacevoli, in primis quella che vede protagonisti i fratelli Scamander a metà film, una scena che ricorda e livello di tono il primo capitolo della saga e caratterizzata anche da una violenza inaspettata per un PG-13. Il film in generale funziona proprio quando cerca di riproporre le atmosfere di Animali fantastici e dove trovarli, pur impregnate di una buona dose di fan-service, ma in fretta torna a perdersi nella sottotrama politica. Vista l’importanza dedicata nuovamente alla creature magiche, quantomeno il titolo del film torna a essere parzialmente giustificato e  infine un plauso va rivolto anche a una certa creatività nella realizzazione delle scene di duello tra maghi, in particolare quelle con protagonista Lally.

    In conclusione  Animali fantastici: I segreti di Silente è un film estremamente problematico, principalmente a livello di scrittura, e potenzialmente conclusivo, nel caso in cui la Warner decidesse di non proseguire questa saga. Se da una parte da fan del mondo di Harry Potter si possa provare dispiacere per una mancata conclusione della pentalogia prevista, dall’altra parte è giusto porsi più di un ragionevole dubbio se possa davvero valer la pena immergersi di nuovo nel Wizarding World a queste condizioni.

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