«[…] Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate, facce libere e indipendenti ma estremamente rispettose dei loro padroni, facce da grandi missionari dell’informazione, che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto.»
A Gaber, nel 1994, faceva male il mondo. Tutto il mondo. Com’era delicato. In quei 20 minuti e passa di j’accuse che chiudevano lo spettacolo ne aveva per tutti: dai commercialisti ai grandi industriali, dai mafiosi ai pentiti, dai grandi evasori ai giornalisti. Soprattutto nei confronti di quest’ultima categoria, il dente era più che avvelenato.
Già nell’album precedente era presente una canzone (C’è un’aria) che, con la solita ironia ma senza troppi giri di parole, attaccava un’intera categoria. Il giornalismo da tragedia, da cronaca nera, da disgrazia, che spesso sfocia in discussioni da salotto che distorcono e modificano i fatti per mantenere alto l’interesse di chi segue le varie vicende, dove l’intento di informare è subordinato a tutto il resto.
Gaber se la prendeva con questo tipo di giornalismo, presente da anni sulla carta stampata ma che stava scoprendo la potenza della televisione e della “prima serata” come cassa di risonanza.
Dopo aver visto il film di Lance Oppenheim, viene da chiedersi: chissà cosa avrebbe pensato il signor G del programma di Chris Hansen, delle inchieste televisive e dei docu-reality. Purtroppo (o per fortuna), non lo sapremo mai, anche se è facile da immaginare.

Cacciatori e prede
2006, Christopher Edward Hansen (Robert Pattinson) è un giornalista d’inchiesta. Conduce un programma chiamato To Catch a Predator, in cui, attraverso internet e false identità, potenziali pedofili vengono adescati, attirati nelle abitazioni da attori che si spacciano per minorenni, per poi venire sorpresi dalle telecamere e dallo stesso Chris.
Uno di questi attori-esca è Dan Plum, alle prime esperienze ma deciso ad ottenere i crediti che gli servono per entrare a far parte del sindacato attori e diventare un professionista.
Oppenheim, regista americano classe ‘96, è un documentarista alla prima esperienza con un film di finzione. Questo va precisato perché, nel guardare Primetime, salta immediatamente all’occhio la verosimiglianza e la cura con cui l’immagine televisiva viene presentata, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche nel ritmo e nel contenuto. La televisione non è il cinema e viceversa. Questo Oppenheim lo ha ben chiaro ed ha fatto in modo di dare forza alle immagini riprodotte, senza elevarle a qualcosa di più, ma mostrando il programma di Hansen per quello che era, restituendo allo spettatore la sensazione di trovarsi a casa sul proprio divano, dopo cena, con pigiama e pantofole.
Questo è l’approccio da chi si è fatto le ossa con i documentari e che sa quando l’immagine non deve stupire, ma semplicemente mostrare.
Però, se questa impostazione funziona bene sul lato visivo (ottima la scelta della pellicola 16mm e di limitare i grigi a vantaggio del blu), è anche vero che funziona meno su quello emotivo. Il giovane regista aveva infatti l’arduo compito di trasferire un uomo, ma soprattutto un personaggio, dal piccolo al grande schermo, passaggio che per molti è stato distruttivo.

“I’m Chris Hansen, with Dateline NBC”
Chiunque abbia visto il programma originale, o anche solo qualche spezzone, sa quanto il carisma del vero Chris Hansen fosse importante per la trasmissione. Gli spettatori non volevano solo vedere il presunto pedofilo che veniva smascherato, volevano anche vedere come, volevano sentire con che frase Chris l’avrebbe inchiodato e godersi gli occhi del giornalista fissi su quegli uomini penosi nel momento peggiore della loro vita.
Questa era la forza del programma, questo era ciò che trasformava To Catch a Predator in uno show da prima serata.
In Primetime, la sensazione è che Oppenheim abbia lasciato volutamente da parte la maschera del conduttore per privilegiare quello che c’è dietro, il lato umano di Chris, mettendo in primo piano le paure e le insicurezze dell’uomo rispetto al carisma del personaggio.
Pattinson è trattenuto all’interno del programma e in balia degli eventi quando ne è fuori, restituendo un’interpretazione che sembra non convincere neanche lui e che forse avrebbe beneficiato di qualche paletto imposto dal regista, invece della totale libertà che lo stesso regista non nega di avergli lasciato.
Il risultato è a metà tra un biopic e un film di denuncia, che sembra dire troppo nel primo caso e troppo poco nel secondo.

«[…] c’è una domanda che ha continuato a perseguitarmi e che ho cercato di rendere centrale in Primetime, relativa a ciò che accade quando trasformi il reportage di un argomento molto serio in intrattenimento, in una materia commerciale.»
Le parole di Oppenheim nell’intervista a FilmTv, svelano senza possibilità di fraintendimenti l’obiettivo del film, nonché il suo punto di forza, a discapito del protagonista.
Cosa succede quanto la lotta passa dalla realtà allo schermo? Quando il nemico non è più il pedofilo ma un programma concorrente? Cosa succede quando il fine del programma si deve piegare alle esigenze della rete?
Questa ambiguità di metodo e di intenti, è facile da trovare nei personaggi secondari e in come interagiscono tra loro. Andie (Merritt Wever), la producer del programma, non è preoccupata per quello che succede ma se quello che sta succedendo è vendibile, se rientra nei costi e se funziona sullo schermo. Dan Plum (Skyler Gisondo), dopo un momento di difficoltà iniziale, sa di avere tra le mani una possibilità e non è intenzionato a lasciarsela sfuggire. I dubbi morali e le persone passano in secondo piano rispetto a tutto questo, svelando ciò che realmente conta per i personaggi.
To Catch a Predator era la soluzione oppure parte del problema? Quanto è distante il confine tra vittima e carnefice? Cosa sarebbe successo senza le telecamere?
Il più grande pregio del film di Oppenheim è proprio quello di non dare risposte ma lasciare nel dubbio, senza mostrare la violenza ma solo i violentatori, che stiano da una parte o dall’altra dello schermo.


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