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  • RECENSIONE THE WITCHER 2 – IL FANTASY PURO

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    Torna su Netflix la serie che con la sua prima stagione aveva battuto ogni record della celebre piattaforma streaming, per raccontare le avventure dello strigo Geralt di Rivia, interpretato da un buon Henry Cavill, che si riconferma essere estremamente calato nella parte di uno dei personaggi letterari e videoludici da lui più amati.

    In questa seconda stagione, convinto che Yennefer sia morta nell’epica battaglia di Colle Sodden, Geralt di Rivia porta Ciri nel luogo più sicuro che conosce, la sua casa d’infanzia, Kaer Morhen. Mentre i re, gli elfi, gli umani e i demoni del Continente lottano per la supremazia fuori dalle sue mura, Geralt di Rivia deve proteggere la ragazza da qualcosa di molto più pericoloso: il misterioso potere dentro di sé.

    The Witcher 2 mostra sin dal primo episodio un netto miglioramento su tutti i fronti grazie alla presenza evidente di un budget più elevato rispetto alla prima stagione. La CGI raggiunge buoni risultati soprattutto nel design dei mostri e dei pochi personaggi realizzati in motion capture, mentre mostra ancora qualche problematica nelle ambientazioni che non reggono il confronto con gli scenari naturali. La fotografia e la regia si mantengono in generale di un buon livello e la serie è abile a mantenere gli alti standard della prima stagione riguardo alla messa in scena dei combattimenti, realizzati sempre con grandi coreografie e ralenti funzionali, senza risparmiare sangue e momenti di estrema violenza, con un lato gore sempre più marcato rispetto al passato. 

    Eliminando i diversi piani temporali che caratterizzavano la prima stagione, questi nuovi episodi espandono il mondo che ci è stato presentato, alzando la posta in gioco e mostrandoci numerose nuove ambientazioni tra cui la famosa Kaer Morhen già vista nell’anime The Witcher: Nightmare of the Wolf, uscito quest’anno sempre su Netflix.

    Se nella prima parte di questo nuovo ciclo di episodi si decide di puntare sulla vena horror della serie, ricreando le atmosfere della terza puntata, nonché la migliore della prima stagione, intitolata Luna traditrice, pur non raggiungendo i pregevoli livelli di tensione che erano stati ottenuti in quell’occasione, nella seconda metà il grosso dello sforzo narrativo si concentra sugli intrighi di potere e sulle lotte intestine del continente, ricordando nell’impostazione il Game of Thrones degli inizi. In queste puntate vengono introdotti nuovi personaggi ad ogni episodio, alcuni caratterizzati in maniera efficace come Visemir, protagonista dell’anime, Nivellen e Francesca, altri, come Djikstra, abbondantemente trascurati in attesa di futuri approfondimenti. 

    Se Geralt funziona perfettamente con i suoi soliti mugugni, alternati in questo caso a sorrisi che mostrano un candore e un lato umano suo e in generale dei Witcher inaspettato, le coprotagoniste della serie, Ciri e Yennefer, proseguono coerentemente il loro percorso di maturazione, mentre alcuni dei comprimari riescono a brillare, in particolare Fringilla, a cui viene dedicato un intero percorso narrativo e Cahir, molto più umanizzato rispetto al male assoluto che rappresentava nella prima stagione. Poco sfruttato invece il mitico Ranuncolo, ridotto ufficialmente a comic relief e senza una vera funzione nella trama. In generale tutti i personaggi vanno a porsi in un limbo realistico in cui non esistono in forma pura il bene e il male, in cui tutti hanno qualche scheletro nell’armadio, creando delle figure grigie spinte da un istinto di sopravvivenza e da sete di potere, in cui nessuno è disposto ad aiutare senza secondi fini, rivalutando quelli che ci si aspettava fossero gli antagonisti e introducendone di nuovi.  

    Viene dedicato anche ampio spazio agli elfi e al razzismo nei loro confronti, uno dei temi cardine della nuova stagione, che non ha paura di  prendersi maggiormente sul serio, richiedendo una visione attiva allo spettatore, tra nomi di regni, persone e la mancanza di informazioni che si fanno attendere, ma ricordandosi anche di essere una serie fantasy nella maniera più pura, con numerose creature e mostri a cui viene dato finalmente spazio, un ampio uso della magia e dell’occultismo, con numerose sequenze psichedeliche messe in scena nelle varie puntate, che mostrano un certo impegno nel voler realizzare qualcosa di leggermente diverso rispetto ai prodotti a cui siamo abituati. Inoltre si insiste molto sulla relazione tra padre e figli, naturali o adottati, tra Tissaia e Yennifer, Visemir e Geralt e tra Geralt e Ciri, con questi ultimi che costruiscono un rapporto di sincero affetto reciproco.

    La serie non è sicuramente esente da problemi, tra una certa confusionarietà negli sviluppi narrativi che però evitano inutili didascalismi, con risposte che arrivano, ma che si fanno a lungo attendere, e una certa pigrizia nella scrittura di alcuni passaggi di trama nella seconda metà, con eventi che si verificano per pura coincidenza ed esattamente nel momento opportuno. Inoltre il vero villain di questa stagione, la Madre Immortale, non riesce a convincere a causa della sua introduzione abbastanza arbitraria e la scarsa caratterizzazione, sebbene sia almeno sostenuta da motivazioni condivisibili.

    Nel complesso The Witcher 2 mostra un miglioramento su quasi tutti i fronti rispetto alla prima stagione che era caratterizzata da troppi alti e bassi e contribuisce a costruire un universo narrativo sempre più ampio, con una narrazione a conti fatti coerente e con protagonisti ben delineati e di cui aspettiamo con interesse le future avventure. 

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  • RECENSIONE WRATH OF MAN – UNA CADUTA DI STILE

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    Nel panorama cinematografico contemporaneo, che si potrebbe definire in maniera quasi storiografica d.T. – ovvero “dopo Tarantino” –,  il citazionismo è diventato ormai una pratica largamente apprezzata e diffusa. Accade spesso, infatti, che anche i registi più affermati inseriscano all’interno delle proprie opere omaggi ad artisti del passato come attestati di stima e ammirazione verso illustri colleghi, oppure per dichiarare orgogliosamente le influenze culturali del proprio cinema. 

    Nonostante questa dinamica in molti casi si riveli essere un’arma a doppio taglio se non gestita correttamente, per certi cineasti – come il già nominato Tarantino, ma anche Guillermo del Toro o Yorgos Lanthimos – è diventata ormai un vero e proprio marchio di fabbrica

    Tra tutti, però, un regista che ha saputo andare oltre il citazionismo più sterile riuscendo ad amalgamare al meglio ispirazioni esterne e proprio stile personale è sicuramente Guy Ritchie, il quale è riuscito negli anni, nonostante una carriera fatta di alti e bassi, a costruire un proprio vocabolario cinematografico e narrativo unico, fatto di una marcatissima verve britannica agitata – e non mescolata – con una vena pulp di matrice tarantiniana. 

    Vocabolario cinematografico al quale appartiene, chiaramente, anche questo Wrath of Man (in italiano La Furia di un Uomo) che, rifacendosi palesemente al cinema di Michael Mann con evidenti citazioni a Heat – La Sfida, propone un solido action-thriller che si distanzia fortemente, però, dal tono grottesco e quasi gangster-comedy che caratterizza i lavori più riusciti del regista, come Lock & Stock (1998), Snatch (2000) o il più recente The Gentlemen (2019).

    La storia è, brevemente, quella di Patrick “H.” Hill che, dopo un misterioso passato come vigilante paramilitare in Europa, inizia a lavorare come guardia e autista di furgoni portavalori a Los Angeles. 

    Molto presto, però, il susseguirsi di tentate rapine alla compagnia per la quale lavora porterà alla luce profondi traumi e oscuri segreti del vissuto di Patrick, che si rivelerà essere una persona molto diversa da quella che sembra.

    Nonostante questa inversione di rotta, Guy Ritchie si dimostra ormai in grande spolvero e confeziona una pellicola che forse non raggiunge i livelli del film precedente, ma che sicuramente risulta convincente sotto molti punti di vista, al netto comunque di qualche debolezza sulla quale si ritornerà più avanti. 

    Uno dei principali punti di forza di questo Wrath of Man risiede nell’impianto tecnico messo in gioco da Ritchie, il quale sceglie giustamente di abbandonare il montaggio serrato e sopra le righe stile Lock & Stock per affidarsi a numerosi piani sequenza – tra cui alcuni veramente notevoli e complessi – che contribuiscono in maniera importante alla costruzione e al mantenimento della tensione in più di una sequenza. A fare da contrappunto a questa apparente sospensione del ritmo, sprazzi di azione dinamica e improvvisa bilanciano in modo equilibrato il passo della narrazione, che nonostante non sia mai particolarmente veloce, riesce a mantenersi su binari corretti grazie a un montaggio eccellente e puntuale

    Altra nota di merito va sicuramente alla regia, la quale si dimostra matura, ispirata e costantemente funzionale al racconto, piena di guizzi decisamente interessanti e priva di frivolezze inutili. Lo stile di Ritchie è presente, ma si rivela essere più morbido e meno prepotente rispetto al passato, più al servizio della narrazione che dell’estetica. Laddove, quindi, regia e montaggio si attestano su un livello sicuramente notevole, lo stesso non si può dire della sceneggiatura, la quale regala un primo atto sorprendente che brilla per originalità e costruzione dell’intreccio, ma che ricade poi purtroppo in clichè da action revenge movie che, nonostante mettano in scena dei momenti di spessore come la sequenza di tortura con Folsom Prison Blues di Johnny Cash in sottofondo, vanno a rovinare delle premesse narrative decisamente sopra la media messe in campo nella parte iniziale del film. 

    Per quanto riguarda il cast, invece, Jason Statham (qui alla quarta collaborazione con Guy Ritchie, a riprova della sintonia tra l’attore e il regista britannico) è assoluto protagonista e si rivela perfettamente convincente e a suo agio nel ruolo dell’anti-eroe glaciale e misterioso, dimostrando ancora una volta, se davvero qualcuno ancora lo mettesse in discussione, un physique du role che non ha eguali al momento nel cinema d’azione americano. Buone anche le prove dei comprimari, su tutte quelle di Holt McCallany (noto al grande pubblico principalmente per la serie Netflix Mindhunter) e di Scott Eastwood nei panni del principale antagonista. 

    Venendo alle note dolenti, purtroppo l’intreccio perde di originalità e incisività man mano che la trama procede, cadendo appunto in dinamiche standard ormai largamente note allo spettatore, che si dimostrano prevedibili e poco interessanti, tenute a galla nella seconda parte in maniera fragile e precaria dalla buona messa in scena di Ritchie, che salva la proverbiale baracca a un passo dalla mediocrità più anonima. 

    Da rivedere anche la gestione dei flashback e dei flashforward, sulla quale è costruita l’intera narrazione, che appare un po’ traballante e confusionaria e che risulta dannosa in maniera non indifferente per la fluidità del racconto, inevitabilmente appesantito da certe scelte ridondanti e mal gestite.  

    Allo stesso modo i dialoghi mancano di quella brillantezza e di quella verve che rappresentano la vera e propria linfa vitale delle pellicole del regista inglese e nonostante qualche doverosa eccezione (come ad esempio la scena del primo dialogo tra i membri della banda di ladri-militari), si perdono in una livello standard, senza infamia e senza lode, che sicuramente non è e non deve essere l’habitat naturale di Ritchie. 

    Per concludere, questo Wrath of Man è un prodotto che vale sicuramente la visione, un ottimo thriller d’azione che ha dalla sua un’efficace commistione di generi – come l’heist movie e il revenge movie – che dà spessore a un’opera che, tra una prima parte veramente eccellente e una seconda parte meno riuscita ma comunque solida, si posiziona tranquillamente sopra la media del mare magnum di produzioni action degli ultimi anni. 

    Che sia questa la nuova strada scelta da Guy Ritchie, o che sia solamente una “caduta di stile” e un’esplorazione momentanea, è bello vedere il regista inglese tornare finalmente a pellicole di qualità, come questo dittico The Gentlemen – Wrath of Man, dopo qualche passaggio a vuoto di troppo nel decennio precedente, sperando che almeno questa volta riesca a tenere separato il lavoro dall’amore, chiedete a Madonna per conferma. 

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  • RECENSIONE SUPEREROI – IL NUOVO FILM DI PAOLO GENOVESE

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    “Il tempo non esiste”.

    Così diceva Einstein e così viene spesso ripetuto da Marco nel film, che non a caso interpreta un fisico. Eppure passato e futuro si intrecciano lungo la visione, intramezzata da continui salti temporali al fine di mostrare allo spettatore l’evoluzione di una coppia, gli ostacoli da loro affrontati, i dubbi che li attanagliano, le perplessità e i momenti più felici vissuti insieme. Questo è Supereroi, l’ultimo film di Paolo Genovese, ben noto al pubblico italiano per film come Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti e Immaturi.

    Genovese sceglie due attori affermati per questi personaggi altamente complessi, entrambi vincitori di almeno un  David di Donatello nella loro carriera. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una vignettista con il sogno di realizzare un fumetto: il nome stesso del film si ispira a questo suo sogno. Per Anna i supereroi sono le coppie, quelle che riescono a rimanere insieme nonostante i problemi, le incomprensioni, nonostante tutto. Ogni numero dei suoi fumetti rappresenta un ostacolo quotidiano che ogni coppia deve affrontare nel corso di una relazione. Anna è dunque una creativa, un’artista; Marco (Alessandro Borghi), al contrario, è un razionale insegnante di fisica. I due vedono il mondo e la vita in modo completamente differente -razionalità da un lato e instabilità ed emotività dall’altro- motivo per cui queste due personalità non riescono sin da subito a convivere l’una con l’altra, affrontando numerose difficoltà ma trovando, alla fine, un equilibrio.

    Alessandro Borghi si conferma un attore talentuoso e con grande carisma, ormai una certezza nel panorama italiano. Jasmine Trinca non è da meno, riesce ad emozionare, commuovere ma anche a farci arrabbiare quando il suo personaggio, com’è umanamente comprensibile, sbaglia.

    Le personalità di Anna e Marco  ricalcano quella che è, ormai, una peculiarità costante dei personaggi di Paolo Genovese, umani, né bianchi né neri, non idealizzati ma reali, con i loro difetti e le loro imperfezioni, apparentemente fantastici ma con qualche scheletro nell’armadio. I protagonisti del film riescono a mettersi in gioco ed a mostrare la sfera emotiva di un individuo, ogni stato d’animo e forma di cambiamento all’interno di un rapporto.

    Durante la visione, si ha quasi la sensazione che non venga omesso o censurato nulla, che la finzione sia piuttosto fedele ad un ritratto della realtà: nessuna frase fatta, nessun comportamento irreale, tutto è impressionantemente realistico e credibile, caratteristica di cui pochi film di questo genere possono vantare.

    La Regia non emerge tantissimo come i precedenti film di Genovese; in compenso, però, si apprezza l’originalità del soggetto nonché la costruzione della storia, i dialoghi inseriti in sceneggiatura, non sempre scontati o banali, ad eccezione di qualche cliché tipico della cinematografia italiana degli ultimi anni.

    Il montaggio appare un tantino confusionario per via dei timeskip ma si riesce a comprendere dove ci troviamo grazie all’ottimo lavoro fatto da truccatori e costumisti; l’aspetto dei personaggi, ma anche l’ambiente circostante, sono infatti fondamentali per capire il contesto di ogni scena.

    Supereroi è un film dal carattere prettamente drammatico, con pochissime sfumature comiche e tanto romanticismo, tradizionale e innovativo allo stesso tempo. Non si tratta di una semplice storia d’amore, ma di come e cosa affronta una coppia nella costruzione di un rapporto lungo e duraturo come quello di Marco e Anna, fatto anche di sacrifici, compromessi e cadute.

    Per gran parte del film ci viene ribadito come tutto sia predeterminato e vengono portate avanti teorie fatalistiche sul come, quando e perché si incontra qualcuno: è frutto del destino o di una serie di casualità e coincidenze? Una domanda che troverà risposta solo nell’epilogo di quest’opera di Genovese, che riesce a non deludere le aspettative e a farci commuovere.

    Il tempo esiste e lo notiamo quando viene a mancare, non è vero che tutto è determinato, nulla è certo.”

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  • RECENSIONE WEST SIDE STORY – IL MUSICAL DI STEVEN SPIELBERG

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    Jets e Sharks tornano a scontrarsi al cinema dopo 60 anni, questa volta attraverso l’interpretazione di Steven Spielberg del famoso musical di Broadway, già acclamato nelle sale con il primo adattamento del 1961 diretto da Robert Wise e Jerome Robbins (vincitore di 10 Oscar).

    La storia non ha subito troppe modifiche: per le strade di una Manhattan che vive un periodo di rigenerazione urbana scorre un’accesa rivalità tra due bande per il controllo del territorio, i Jets comandatI dal “gringo” Riff (Mike Faist) e gli Sharks guidati dal portoricano Bernardo (David Alvarez). Il conflitto arriva al culmine quando nasce un amore impossibile tra Maria (Rachel Zegler), sorella minore di Bernardo, e Tony (Ansel Elgort), amico di Riff e vecchio componente dei Jets, prima di scontare una pena in carcere e decidere di mettere la testa a posto. I due appartengono a schieramenti opposti che non hanno intenzione di trovare un’intesa se non attraverso la guerra e il sangue, e il loro amore sembra non essere sufficiente a placare l’odio reciproco che infesta queste strade.

    La nuova rivisitazione si mostra funzionante ed è da ritenere promossa a pieni voti ma, per quanto Spielberg sia in grado di mantenere la qualità a cui ci ha sempre abituato in passato, il paragone con l’omonimo film del 1961 è d’obbligo. Il premiatissimo primo adattamento resta probabilmente superiore al suo successore che è capace di far rivivere la storia ma senza aggiungere nulla.

    La prima cosa importante su cui focalizzarci è l’elemento chiave del film: la musica.

    I testi sono molto fedeli agli originali e l’interpretazione canora non fa rimpiangere i tempi passati: ciò che cambia maggiormente sono le coreografie che, con l’aggiunta di cambi di piani, inquadrature e una scenografia più complessa, risultano essere colorate e immerse in un mondo vivo e materico. L’esempio più evidente lo si ha nell’esecuzione della celebre America che, da una scena su un terrazzo che si avvicina maggiormente a un fondale teatrale, nell’opera del 2021 prende vita in mezzo alle strade e alla gente che il testo del brano coinvolge.

    A livello corale il reparto attoriale si dimostra all’altezza e porta delle interessanti sorprese.

    Tra tutti spicca soprattutto Ariana DeBose in grado di onorare perfettamente il personaggio di Anita con un’interpretazione perfetta, ma non è la sola; da Riff a Bernardo, fino ai vari componenti delle bande, tutti sembrano incarnare in maniera eccellente le vite dei personaggi e dare il meglio di loro (in particolare nei momenti di gruppo) sia nei momenti musicali che non.

    Sicuramente molto interessante il lavoro di Rachel Zegler nel ruolo di Maria che, al suo esordio sul grande schermo, dimostra di avere grandi potenzialità e capacità.

    L’unica sbavatura si può trovare nel personaggio di Tony (Ansel Elgort) che, se da un lato stupisce per le sue abilità canore, dall’altro inciampa un po’ in alcuni momenti del film in particolare nell’espressività non verbale.

    Tra il cast figura anche Rita Moreno, storica interprete di Anita (con cui vinse un Oscar), qui nei panni di Valentina, personaggio inedito di questa versione che va a sostituire la figura di Doc: una scelta molto apprezzata, in particolare per la bravura dell’attrice che fa risaltare il suo personaggio per quanto sia secondario.

    In generale a livello qualitativo il film del 1961 e del 2021 sembrano equivalersi ma, se si vuole essere critici, si può trovare un punto da mettere in discussione. La storia mostra uno spaccato della New York degli anni ‘50 e mette in primo piano la grande insofferenza contro lo straniero da parte della gente del posto. Nell’opera del ‘61 questo disprezzo per i portoricani era più marcato e presente non solo tra le fila dei Jets, come si può notare dai commenti del tenente Schrank, che nella versione di Spielberg sono meno diretti e lasciati sottintesi: in generale l’aria fantastica donata dal musical pare celare un minimo l’atmosfera cruda dell’oppressione dei portoricani, trasformando lo scontro tra bande più in una rivalità tra squadre diverse che tra culture diverse. Se da un lato questo piccolissimo dettaglio non snatura il messaggio dell’opera, dall’altro non gli dona nulla di nuovo.

    I temi trattati, quali l’odio per lo straniero e il ciclo della violenza come portatrice di altra violenza, sono temi universali e sempre caldi, ed entrambe le versione lo rappresentano in maniera eccellente, per quanto la modernità che mostrava ai suoi tempi il primo adattamento lo portano un gradino più in alto. 

    Tirando le somme l’ultima fatica di Spielberg è assolutamente da premiare, risultando essere un prodotto perfetto e godibile che mostra la passione del regista per i musical e in particolare per questa pietra miliare di Broadway. Per quanto poche righe più sopra abbia ritenuto superiore il film del 1961, è da sottolineare come nessuno dei due sia più valido dell’altro e che, se considerati come prodotti in sè, sono sullo stesso piano qualitativo.

    Vi invito caldamente ad andare ad ammirare questa bellissima pellicola (e in caso non lo abbiate già fatto a recuperare quella del ‘61) e a perdervi nella storia dei “Romeo e Giulietta newyorkesi” che appassiona Broadway fin dal 1957.

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  • RECENSIONE BEING THE RICARDOS – UNA SOAP OPERA DI SORKIN

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    Being the Ricardos sembrava il film perfetto per Aaron Sorkin: lo sceneggiatore premio oscar per The Social Network ama sviscerare la psicologia di figure fondamentali della storia americana, e ama pure portare i suoi spettatori “dietro le quinte” delle grandi istituzioni culturali, che siano lo studio ovale di The West Wing, una delle più grandi aziende informatiche in Steve Jobs o di uno studio televisivo. Being the Ricardos, appunto, sembrava l’unione perfetta tra questi due lati della sua poetica: la biografia umana e sentimentale di Lucille Ball, star della televisione americana negli anni ‘50 sulla cresta dell’onda grazie alla sua sitcom I Love Lucy (in italia trasmessa dal 1960 come Lucy ed io), e il processo creativo e produttivo che porta alla realizzazione di un episodio. Eppure, il risultato è di molto inferiore alla somma delle sue parti.

    Il film è la cronaca di una settimana nelle turbolente vite di Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), all’apice delle rispettive carriere grazie a I Love Lucy e della loro love story personale, entrambe messe a durissima prova dalle accuse di simpatie comuniste rivolta all’attrice e dallo scandalo mediatico che ne segue: nei cinque giorni che separano la lettura del copione di un nuovo episodio di I Love Lucy dalle riprese dell’episodio davanti a un pubblico dal vivo, Lucille Ball ripercorre la strada che l’ha portata da attrice in film di serie B a regina della televisione, facendosi strada tra gli ego maschili e le difficoltà nel rapporto con Desi Arnaz.

    Un po’ come in Steve Jobs, la narrazione passa attraverso una segmentazione quasi geometrica del tempo del racconto: l’intreccio è scandito da quelle cinque turbolente giornate di produzione dell’episodio, intervallate da flashback e ancorate da una finta ricostruzione documentaria con l’intervista a tre dei comprimari che ricordano gli eventi di quella settimana.

    Il maggiore pregio di Being the Ricardos sta nelle interpretazioni: lo scetticismo che ha accolto oltreoceano la notizia che Nicole Kidman avrebbe interpretato Lucille Ball, per quanto ingiusto, dimostra lo status di cui la “signora Ricardo” ancora gode nel cuore degli spettatori americani -meno in quelli nostrani-. Nicole Kidman non è ovviamente Lucille Ball, ma fa un ottimo lavoro nel riprodurre la sua particolare espressività durante le riprese dell’episodio e la sua puntigliosa scrupolosità dietro le quinte, mentre Javier Bardem è la spalla ideale; li supportano un cast di ottimi caratteristi, su cui spicca un J.K. Simmons magnificamente sopra le righe.

    In sede di sceneggiatura è un Sorkin diverso dal solito: i suoi soliti dialoghi a raffica da screwball comedy ci sono ancora ma più pacati, frenati dalla curiosità per le sottigliezze psicologiche insite nella crisi di un rapporto di coppia. Eppure proprio per questo c’è qualcosa che non torna: frasi a effetto dal retrogusto artificioso, dialoghi ridondanti, battute già sentite, vezzi caratteristici dello stile di scrittura di Sorkin che in questo film risaltano in negativo, per la scarsità delle sue abituali battute a mitraglia. Se i dialoghi di Sorkin sono come musica, quella di Being the Ricardos è una musica con numerose stonature. È quello scarto tra realtà e racconto di cui si parlava prima: è difficile affezionarsi alle vicende rappresentate se tutto è artificiale, i personaggi sembrano manichini e la storia procede con un ritmo altalenante. È il problema di molti biopic: cercano di raccontare tanto, finiscono con il dire poco.

    Al suo terzo lungometraggio da autore completo il più grosso difetto del Sorkin sceneggiatore sembra essere il Sorkin regista. Non che se la cavi male dietro la macchina da presa, la sua regia è elegante pur se convenzionale, con alcuni movimenti di macchina interessanti; ma è di un’eleganza un po’ rigida che, oltre a indicare ancora una certa acerbità nella gestione del mezzo, manca di una vera visione d’insieme. Ne ha -ancora- di strada da fare per diventare un regista al livello delle proprie sceneggiature, e anche a causa di un’estetica iper-patinata (fotografia di Jeff Cronenweth), una colonna sonora (di Daniel Pemberton) ridotta all’osso e un montaggio ordinario, conferisce al film un’atmosfera da soap opera più che da dramma sentimentale con inflessioni sociali.

    Non mancano le suggestioni interessanti sull’egocentrismo, la capacità dell’arte di rompere le convenzioni e la pervasività dei media; solo alcune sono portate avanti con coerenza fino alla fine.

    Being the Ricardos vorrebbe essere molte cose, ma diventa uno dei film meno riusciti di Sorkin; non perché ci sia alcunché di particolarmente negativo, ma perché la maggior parte dei comparti all’opera -con l’eccezione delle interpretazioni principali- sono molto al di sotto delle proprie capacità e, in definitiva, poco ispirati.

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  • RECENSIONE GOMORRA 5 – LA FINE DI UN’ERA

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    Il 17 Dicembre è andato in onda su Sky il finale di serie di Gomorra – La serie, che sancisce, al tempo stesso, il finale definitivo di un’epopea iniziata nel 2006 con la pubblicazione del romanzo “Gomorra” di Roberto Saviano, che ha poi portato alla nascita prima di un film omonimo diretto da Matteo Garrone e successivamente alla serie tv prodotta da Sky e Cattleya di cui discutiamo qui la stagione finale, con protagonisti gli ormai iconici Genny Savastano e Ciro Di Marzio, interpretati rispettivamente da Salvatore Esposito e Marco D’Amore, con quest’ultimo che si destreggia sia nel ruolo di attore sia nella regia alternandosi al veterano della serie Claudio Cupellini.

    Le vicende si aprono con una sequenza di arresti uno dietro l’altro, dimostrando fin da subito lo stato di decadenza in cui troveremo la criminalità organizzata per tutto il corso della stagione. Genny, aiutato da ‘O Maestrale ed altri nuovi volti, procede ad eliminare i suoi avversari cercando di non attirare su di sé le mire dei procuratori, finché scopre che il vecchio amico Ciro, da lui creduto morto, è vivo e si trova a Riga. Tra sentimenti di tradimento ed odio il rapporto tra i due si sgretola, portandoli ad una guerra civile che avrà poi luogo nei quartieri di Secondigliano, lì dove tutto è cominciato.

    Risulta quasi inutile sottolineare la cura con cui i due protagonisti ed avversari siano stati scritti per questo epilogo. Una perfetta chiusura di un arco narrativo aperto ormai otto anni fa, fatto di amicizia, amore, fratellanza, tristezza ed odio che si conclude perfettamente in un finale da molti sicuramente immaginato, ma che, probabilmente, lascerà basita la maggior parte degli spettatori e degli appassionati. 

    Ma forse ancora meglio dei protagonisti (con le dovute limitazioni) sono i personaggi secondari. Contando i pochi superstiti dalla scorsa stagione, come i restanti Levante, Capaccio o la ormai risicata banda di Sangue Blu, e presentando qualche grande ritorno, la maggior parte dei comprimari sono volti nuovi, su cui campeggiano il già citato ‘O Maestrale (Domenico Borrelli), nuovo fedele braccio destro di Genny e boss di Ponticelli assieme alla moglie Luciana (Tania Garribba); ‘O Munaciello (Carmine Paternoster), uno dei capi piazza di Secondigliano, che si dimostra estremamente intelligente ed un abile manipolatore, ed infine ‘O Galantommo (Antonio Ferrante) e la moglie Nunzia (Nunzia Schiano), anziani boss di un paese sulle pendici del Vesuvio che, come reso chiaro dal nome di lui, hanno basato tutta la loro “carriera” sul rispetto della parola data. Volti nuovi che già da subito riescono ad attirare l’attenzione e l’amore (se così si può definire) dello spettatore, grazie all’unione, ancora una volta, di un’ottima caratterizzazione in grado di renderli simili ma al tempo stesso estremamente diversi tra loro e di un’interpretazione eccellente. Unico neo della sceneggiatura risulta in una (forse) eccessiva velocità che la trama prende sul finale, portando tutti gli archi narrativi verso una conclusione che, nonostante sia soddisfacente, potrebbe apparire a tratti confusionaria.

    Come per le stagioni precedenti, anche qui la produzione si dimostra essere a livelli altissimi, con scenografie, musiche, costumi, effetti visivi ed effetti speciali estremamente curati, il tutto accompagnato da un’ottima regia sempre calzante e che riesce a costruire adeguatamente momenti di pathos e tensione. Anche la rappresentazione della morte, ormai marchio di fabbrica della serie, nonostante il rischio di diventare eccessiva o macchiettistica, risulta al contrario sempre veritiera.

    Dulcis in fundo, non si può non nominare la recitazione di D’Amore ed Esposito. Se infatti il primo si dimostrava già un ottimo attore sin dagli inizi e si mantiene su alti livelli fino alla fine, è il secondo dei due la vera sorpresa. Visionando le sue prime scene e facendo un fast travel fino a questa stagione, risulta palese come le doti recitative di Salvatore Esposito siano migliorate a vista d’occhio, riuscendo a donare al personaggio di Genny una mimica facciale caratteristica ma mai stereotipata, raggiungendo proprio nell’ultimo episodio i momenti migliori del personaggio.

    CONCLUSIONI

    Dopo otto anni anche Gomorra – La serie ha raggiunto la sua fine. Un viaggio lungo e tutt’altro che semplice, che culmina in una quinta stagione baluardo di tutto ciò che di buono era stato fatto in precedenza. Che si tratti di volti noti o nuove facce, ci si ritrova a seguire le vicende di personaggi scritti con grandissima cura ed interpretati magistralmente dai loro interpreti. Alti standard sono anche quelli mantenuti per il lato tecnico, con una regia, musiche e scenografie curatissime. Nonostante una leggera velocità nel chiudere il tutto, questa quinta stagione dona ai fan il finale perfetto che faticosamente ci si è meritati.

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  • RECENSIONE SPIDERMAN NO WAY HOME – COME NON SCRIVERE UN FILM SULL’UOMO RAGNO

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    Parlare di questo Spiderman: No Way Home è tutt’altro che semplice, come lo è allo stesso modo portare, ancora una volta, sullo schermo una pellicola il cui protagonista è l’amichevole arrampicamuri di quartiere. Ben 19 anni fa usciva infatti Spiderman diretto da Sam Raimi, un film che sarebbe presto divenuto un cult dei cinefumetti, portando alla consacrazione di un supereroe già famoso e da quel momento vera e propria icona di milioni di bambini e ragazzi. Il successo portò, come tutti ben sappiamo, prima a due seguiti diretti sempre da Sam Raimi, con un secondo capitolo quasi ai limiti della perfezione ed un terzo invece di una qualità nettamente inferiore, e successivamente ad un reboot della saga, intitolato Amazing Spiderman, con Andrew Garfield protagonista e Mark Webb dietro la macchina da presa. Una nuova trilogia che venne però interrotta al secondo capitolo, ritrovandosi sulle spalle il peso di aver raccontato una storia che, nonostante i vari aspetti positivi, sapeva di già visto (abbiamo di nuovo le origini, con Peter morso dal ragno e la successiva morte di zio Ben; a questo si aggiunge una costruzione dei villain tutt’altro che impeccabile). Contemporaneamente nasce e si sviluppa il Marvel Cinematic Universe, che comincia a spopolare portando alla ribalta eroi già conosciuti al cinema (come Hulk) ed altri che nessuno pensava potessero funzionare su pellicola. La soluzione si palesa davanti agli occhi di Sony (produttrice e distributrice dei film sull’uomo ragno): una collaborazione con i Marvel Studios, facendo gestire a quest’ultimi il personaggio di Spiderman. Arriviamo così ad oggi, con l’ultimo capitolo della nuova trilogia dell’Uomo Ragno, questa volta diretta da Jon Watts e con Tom Holland nei panni del protagonista, di cui non vediamo le dirette origini quanto piuttosto la crescita ed il suo diventare, passo dopo passo, un vero supereroe. Qualcosa, però, è andato decisamente storto.

    FANSERVICE CONFUSO

    Riprendendo direttamente da dove la post credit di Far From Home si era interrotta, la pellicola comincia con il dramma della svelata identità di Spiderman, con immediate conseguenze e problematiche sia per Peter stesso, che per la sua famiglia ed amici, portando così il diciassettenne a chiedere aiuto allo stregone Doctor Strange. Il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch, infatti, convinto a modificare un incantesimo più volte nel corso dell’esecuzione, perde il controllo, aprendo dei portali che attirano, da altre dimensioni, tutti coloro che sono a conoscenza dell’identità segreta del supereroe. Così il film motiva la presenza di ben cinque supercattivi, arrivati direttamente dalle precedenti pellicole di Spiderman mantenendo le stesse fattezze, tranne nel caso dell’Electro interpretato da Jamie Foxx. Già qui l’enorme castello di carte messo su da Sony e Marvel comincia a crollare.

    E’ necessario, però, soffermarsi prima sull’unico aspetto positivo della pellicola: la recitazione. Partendo da Holland e passando per Zendaya e Marisa Tomei, fino ad arrivare ai villain di Dafoe, Molina, Foxx e compagnia, ci si ritrova davanti a personalità che sanno fare il loro mestiere e riescono ad interpretare ottimamente i loro personaggi, il tutto nonostante la scricchiolante caratterizzazione dei loro alter ego, su cui ci si soffermerà più avanti. Se per i grandi nomi ciò era una garanzia, la vera sorpresa della pellicola è proprio Tom Holland, che mette il cuore nella sua interpretazione del personaggio e che dimostra un palese salto di qualità rispetto alle precedenti interpretazioni.

    Tocca ora parlare del problema più grande della pellicola: la scrittura. In questo film, infatti, non torna nulla. Se ad una prima occhiata il plot di partenza può sembrare interessante, si dimostra già dopo poco insulso e pieno di problemi, portando ad una sequenza di eventi che sembrano legati tra di loro da un filo sottilissimo in procinto di spezzarsi. Spiderman si comporta come un ragazzino egoista ed ingenuo, andando a rendere vano tutto ciò che era stato fatto nei capitoli precedenti; Strange è completamente istupidito e reso ridicolo rispetto alle versioni mostrare in precedenza; i villain della storia, venduti dalle interviste come l’apice della scrittura dei loro personaggi, sono in realtà la pallida ombra di ciò che erano nelle loro pellicole d’origine; aggiungiamo inoltre una comicità eccessiva messa in bocca a tutti i personaggi secondari, che riesce sì a strappare qualche risata, ma che risulta soverchiante e finisce per distruggere i momenti di pathos. 

    Proprio su quest’ultimo punto va inoltre detto qualcosa: questo film infatti non ha colpi di scena, o meglio li ha per uno spettatore candido, che non ha mai visto un film in vita sua, poiché solo in quel caso i plot twist non sarebbero riconoscibili fin da subito. Ma è proprio qui che il film crolla ancora una volta su sé stesso, perché questa non è una pellicola per novizi, ma per la vecchia guardia, per chi è cresciuto con quei vecchi Spiderman, con le ragnatele organiche di Maguire ed il discorso di zio Ben o con il dolore della morte di Gwen. 

    Se da un lato si ha quindi una scrittura piatta e banale, che punta soltanto all’effetto nostalgia, dall’altro si ha un lato tecnico disastroso. Se si salva la computer grafica, che riesce comunque a fare la sua ottima figura (anche se le vere braccia meccaniche di Octavius degli originali saranno sempre un gradino sopra), non si può assolutamente dire lo stesso della regia di Watts, confusa e tremolante, che rende incomprensibili e da mal di testa la quasi totalità delle scene d’azione, dove si palesa un montaggio mal realizzato. 

    CONCLUSIONI

    Costruita come un’opera di puro fan service, questo No Way Home si dimentica che non basta riportare sullo schermo le fattezze dei personaggi che hanno popolato i film passati, ma che c’è anche la necessità di costruire una storia che funzioni e di caratterizzare nel modo giusto i personaggi. Tutte cose che le precedenti pellicole, chi più chi meno, riuscivano a fare diversamente rispetto a questa, che caratterizza con un’eccessiva comicità tutti i personaggi pur volendo raccontare una storia toccante, non riuscendo però nemmeno a creare la giusta epicità nelle scene d’azione a causa di una regia ed un montaggio disastrosi. 

    Un’occasione sprecata, crollata sotto il peso di voler necessariamente soddisfare i fan senza far quadrare il tutto, che rimangono però per primi amareggiati da questo prodotto pieno di buchi di trama e problemi. Non ci resta che sperare che ciò sia soltanto un episodio isolato, puntando ora i nostri occhi sul seguito di quel Into the Spider-Verse che tanto fece battere il cuore dei fan ed in arrivo nel 2022.

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  • RECENSIONE HOUSE OF GUCCI – L’OPERA BUFFA DI RIDLEY SCOTT

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    All’inizio di House of Gucci, ventisettesimo film per il cinema dell’ottantaquattrenne Ridley Scott, vediamo la giovane Patrizia Reggiani (Lady Gaga), figlia adottiva di un piccolo imprenditore del settore dei trasporti via terra, giungere all’azienda paterna. Vestita di tutto punto, percorre come in una sfilata di moda alcuni metri dalla sua automobile agli uffici dove lavora, sotto gli avidi sguardi di un branco di camionisti. È una bella introduzione per l’ambiguo personaggio della futura vedova nera che, in bilico tra sfrenata ambizione economica e travolgente sentimento narcisista, nel 1978 conosce a una festa il giovane Maurizio Gucci (Adam Driver), rampollo della celebre famiglia di imprenditori di moda fiorentini. In breve tempo, la vitalità e risolutezza di Patrizia conquistano l’impacciato Maurizio che, contro la volontà del padre Rodolfo (Jeremy Irons), la sposa. È solo l’inizio di una storia d’amore che, a poco a poco, volgerà in tragedia e si legherà a doppio filo al crollo della dinastia Gucci, segnato dalle vicende tragicomiche dell’esuberante zio Aldo (Al Pacino) e di suo figlio Paolo (Jared Leto), e alla perdita del controllo dell’azienda di famiglia, assediata da acquirenti esteri desiderosi di mettere le mani sul marchio di alta moda più celebre di sempre.

    Basato su un libro di Sara Gay Forden e sceneggiato da Becky Johnston e Roberto Bentivegna (il cui copione si prende molte libertà rispetto agli eventi realmente accaduti), il film di Scott è un ampio affresco famigliare che, fondendo i toni del melodramma a tinte forti con un sublime (cattivo?) gusto per l’eccesso e la caricatura, parte come una sorta di opera buffa che parla di ricchi con problemi da ricchi. E nella prima parte della pellicola tutto questo funziona molto bene. La seduzione di Maurizio da parte di Patrizia è sviluppata con dovizia di dettagli e non è mai chiaro se e quando la donna sia mossa da un reale interesse amoroso piuttosto che da una gelida brama di elevazione sociale. I duetti tra Lady Gaga e Adam Driver sono deliziosi e anche la figura dell’austero e raffinato Rodolfo Gucci, interpretato da un bravissimo Irons in versione vampiresca, regala al film alcuni tra i suoi momenti più alti. Allo stesso modo, sono molto forti l’introduzione e l’arco narrativo dei personaggi di Aldo e Paolo Gucci. Il primo è il patriarca della famiglia, nonché colui che, su spinta di Patrizia, introduce Maurizio all’attività della Gucci. Al Pacino gli infonde una debordante vitalità italica che, a poco a poco, comincia a scemare con il sopraggiungere dei guai finanziari e la perdita del controllo sull’azienda: quello di Aldo è un destino di consunzione e sconfitta, poiché egli rappresenta l’ingrigirsi di un sogno dinastico che proprio lui, colto da impeti mitopoietici, amava far risalire addirittura ad antenati pellai operanti nel Medioevo (mentre è noto che l’attività dei Gucci nel settore sia iniziata solo nel 1921). Paolo, al contrario, è l’incarnazione della mediocrità, il segno dell’infecondità irreparabile di una stirpe sull’orlo del baratro, uno stilista mancato abitato da uno spirito creativo che partorisce solo aborti: Jared Leto – che nel film cammina quasi danzando e parla quasi cantando, come un cantante lirico castrato desideroso di gridare al mondo la sua esistenza – ne fa il piagnucolante buffone di una corte in declino. Tutto questo è messo in scena da Scott con la solita perizia tecnica (fotografia, costumi e scenografie sono da mille e una notte) e un gusto per il divertissement che si rivela soprattutto nelle sequenze in cui la natura buffa e operistica del film si fa più esplicita: si pensi in particolare alla godereccia scopata in ufficio tra Patrizia e Maurizio, con in sottofondo Libiamo ne’ lieti calici da La Traviata (per poi passare direttamente al solenne matrimonio allietato da Faith di George Michael), e alla fallimentare sfilata di Paolo, in cui Jared Leto pare sospingere le modelle in passerella come rapito dall’impeto della mozartiana aria Der Hölle Rache, tratta dal Flauto Magico. Tutti questi elementi danno vita a una prima parte di film molto efficace, coinvolgente e divertente, in cui le varie linee narrative, legate ai vari personaggi e al destino dell’azienda, trovano il giusto spazio e uno sviluppo minuzioso. 

    Non si può, purtroppo, dire lo stesso della seconda parte della pellicola. Laddove infatti nella prima metà le componenti sono ben bilanciate e il ritmo è quello lento e arioso delle grandi saghe famigliari, nella seconda il film si ritrova a dover fare i conti con moltissime vicende ancora da narrare e linee di racconto da chiudere. Questo fa sì che parte delle buone basi poste in precedenza finisca per essere sperperata in risoluzioni frettolose e non all’altezza delle premesse. A soffrirne maggiormente è proprio la linea narrativa riguardante il rapporto tra Patrizia e Maurizio: la separazione dei due coniugi è liquidata in un paio di sequenze di tensione domestica; il ruolo di Paola Franchi, nuova fiamma del rampollo Gucci, è marginale; e soprattutto spazio eccessivamente ridotto è dedicato a spiegare come Patrizia arrivi a sviluppare il desiderio omicida nei confronti del marito. La frettolosità con cui tutte queste vicende vengono sviluppate fa sì che molti eventi appaiano quasi repentini, laddove alla loro base vi sono decisioni e consapevolezze maturate nel tempo (non aiuta il fatto che Pina Auriemma – amica e confidente di Patrizia, qui interpretata da Salma Hayek e rappresentata come una bizzarra cartomante – sia relegata a un ruolo marginale, laddove tutte le cronache ne sottolineano la centralità negli sviluppi drammatici della vicenda). Il film avrebbe probabilmente necessitato di un minutaggio ancora maggiore rispetto ai 157’ del cut cinematografico, per entrare in profondità nelle ragioni delle svolte narrative della seconda parte: in generale, vi è la netta sensazione che vi siano stati dei tagli in fase di montaggio, anche perché il personaggio di Patrizia, pressoché onnipresente nella prima parte, lo è molto meno nella seconda. Altri segmenti narrativi, tuttavia, trovano chiusure più felici: Aldo e Paolo vedono compiersi in maniera abbastanza convincente il loro rovinoso destino e il passaggio della Gucci da azienda famigliare a sussidiaria di grandi gruppi internazionali è raccontato in maniera piuttosto dettagliata, come anche l’affermazione della direzione artistica di Tom Ford che, con le sue collezioni sfavillanti e trasgressive, abbatte la sacralità del marchio, rendendolo pop: sono ormai lontani i tempi in cui l’anziano Rodolfo affermava che i capi di Gucci fossero degni di musei più che di centri commerciali. 

    House of Gucci, nel complesso, è un’occasione sfruttata a metà: pone delle ottime premesse che non giungono a una conclusione all’altezza. Non è tuttavia, come molti hanno scritto, un film che si accontenti della mediocrità: è anzi una pellicola non priva di momenti esaltanti (specie nella prima parte) e di scelte di messa in scena forti e coraggiose. Non è Tutti i soldi del mondo (2017), per far riferimento a un’altra pellicola di ambientazione italiana diretta da Scott: è un film con ambizioni ed esiti di tutt’altro livello, che si prende i suoi rischi, pur mancando di una sceneggiatura in grado di risolvere in maniera convincente il denso magma narrativo proposto dalla prima parte della pellicola. Ottimo, comunque, l’intero cast di attori: e anche qui non mancano le scelte coraggiose (e rischiose), visto che in particolare la debordante performance di Jared Leto ha diviso e continuerà a dividere pubblico e critica benché, a parere di chi scrive, sia perfettamente organica al personaggio che deve animare. Lady Gaga, infine, se la giocherà fino all’ultimo agli Oscar e merita le acclamazioni ricevute: riesce a dar vita all’ennesima donna forte del cinema di Ridley Scott. Dopo le indomite Thelma e Louise, la leggendaria Ripley e, più recentemente, la determinata Lady Marguerite de Carrouges di The Last Duel, la Patrizia Reggiani di Lady Gaga è una donna volubile e inarrestabile, pronta a tutto pur di coronare il proprio totalizzante desiderio di ricchezza e potere, coerente fino alla fine nel non voler rinunciare, neanche di fronte alla condanna, al nome Gucci e allo status che esso le garantisce.

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  • RECENSIONE I FRATELLI DE FILIPPO – CHI RIDE ULTIMO

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    L’interesse per l’opera di Eduardo de Filippo non si è mai spento: oltre a Natale a Casa Cupiello, il suo dramma più popolare e riproposto continuamente in nuove versioni (tra cui una con Sergio Castellitto trasmessa da Rai nel 2020), le sue opere continuano a esercitare un grande fascino in Italia e all’estero. È per questo che, nell’ultimo anno, sono usciti ben due film dedicati alla storia di due delle più grandi famiglie di attori, i Scarpetta e i De Filippo; a pochi mesi di distanza da Qui Rido Io di Mario Martone, che si concentra sulla figura di Eduardo Scarpetta è uscito in sala I fratelli De Filippo, diretto e co-sceneggiato da Sergio Rubini, che con il film di Martone condivide solo alcune scelte narrative, rappresentandone, per il resto, quasi l’antitesi.

    La storia comincia e finisce a teatro, alla prima di Natale a Casa Cupiello e cornice della storia dei fratelli Titina (Anna Ferraioli Ravel), Eduardo (Mario Autore) e Peppino (Domenico Pinelli). Figli non riconosciuti di Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini, che ruba la scena nelle poche sequenze che gli sono dedicate), dal padre – star del teatro dialettale – ereditano “solo” lo smisurato talento nel calcare le scene; in particolare Eduardo, attento alle novità del teatro italiano nel Novecento (in primis Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello). Il carattere difficile dei fratelli, però, rischia sempre di spezzare il legame formatosi dall’infanzia, il prestigioso cognome di Scarpetta si rivela una maledizione per i suoi tre figli illegittimi mentre, tra alterne fortune, i fratelli De Filippo escono dall’ingombrante ombra del padre e si guadagnano un posto nella storia.

    L’approccio di Sergio Rubino alla regia è l’opposto di quello di Martone: se il secondo sottolinea il realismo dei personaggi e dell’ambientazione, resa con frugalità e poche pennellate di colore, la regia di Sergio Rubini abbraccia un ampio spazio geografico (si va da Napoli a Milano alla Sicilia rurale), trasfigurandolo all’insegna dell’anti-realismo e di una maggiore empatia nei confronti dei personaggi e della storia. Ansioso di catturare tutte le sfumature di una città e della sua popolazione, con uno sguardo indubitabilmente sincero e forse troppo affettuoso, il regista regala immagini da cartolina di una Napoli splendida, contrapposta a un Nord cupo, nebbioso e inospitale. A rimarcare questo dualismo contribuisce anche la fotografia solare e colorata, piacevole all’occhio e funzionale a dipingere un ambiente fiabesco -anche grazie alla musiche di Nicola Piovani- a confine tra realtà e finzione scenica, ma che rendono, anche per questo, il disegno di una città e della sua popolazione fin troppo oleografico.

    Di per sé la regia è buona ma non particolarmente significativa: rimane per tutto il tempo “ad altezza di personaggio”, con qualche guizzo e alcune buone idee ma senza andare troppo in là di un basilare servizio alla storia e al buon cast, soprattutto il trio di attori protagonisti (quasi) esordienti e tutti e tre molto intensi (in particolare Anna Ferraioli Ravel, la migliore del trio).

    Non brilla la sceneggiatura, forse il principale punto debole: lungi dal voler ispirare alcuna riflessione sul ruolo vivo del teatro nella società, sul rapporto tra generazioni o anche dall’offrire uno sguardo originale sulla biografia dei fratelli de Filippo, si limita a seguire dissapori e vicissitudini in una storia di impianto pienamente tradizionale. Talmente tanto tradizionale che non manca un villain, trovato nel Vincenzo Scarpetta interpretato da Biagio Izzo che, nonostante la sua discreta interpretazione, viene relegato al ruolo di rivale macchiettistico, che non sfigurerebbe affatto in un film Marvel, nonostante i tentativi della sceneggiatura di renderlo complesso e sfumato. La necessità di trovare un antagonista dove non era necessario trovarlo è in realtà indice di una più ampia incertezza sul dove far andare a parare la storia: la presenza di una cornice narrativa non basta a garantire unità a una storia frammentaria, la maggior parte del film segue episodi all’incirca connessi da un filo narrativo che in realtà è più di facciata e che quando vuole far proseguire la storia segue dei binari fin troppo convenzionali.

    Anche solo per la ricostruzione storica e per l’affetto per i personaggi merita la visione e rimane un film superficialmente piacevole, ma visto l’argomento e il posto dei protagonisti nella storia e nella cultura italiana, avrebbe giovato una lettura un po’ più audace.

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  • RECENSIONE NOWHERE SPECIAL – UNA DOLOROSA STORIA D’AMORE

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    John ha trentatré anni, un lavoro come lavavetri, un figlio di quattro anni e una malattia in fase terminale. John divide le sue giornate tra il lavoro, le piccole attività quotidiane con suo figlio Michael e una ricerca che appare impossibile.

    Presentato nel 2020 alla 77ª Mostra internazionale di Venezia, Nowhere Special è la terza opera del regista italiano Uberto Pasolini e racconta – con struggente tenerezza – la storia vera di un padre single che trascorre gli ultimi mesi della propria vita alla ricerca di una famiglia perfetta alla quale affidare il figlio in vista della sua prematura scomparsa. Prima che il suo tempo si esaurisca, John si trova costretto a compiere la scelta più importante della sua vita, per assicurare al figlio un avvenire il più possibile sereno, lontano dalla solitudine e dall’incertezza che egli stesso ben conosce.

    Pasolini scrive e dirige un film che, di nuovo, si concentra sul tema della morte, ma lo fa, come il precedente Still Life (2013), con una dolcezza mai stucchevole e senza mai virare verso toni angosciosi. Il dramma della malattia non compare quasi mai esplicitamente sullo schermo, è tutto intuito tramite micro espressioni, gesti talvolta affaticati, rughe che chiamano stanchezza. Non è la malattia, infatti, ad essere al centro della narrazione visiva. Una storia d’amore, questo il sottotitolo italiano di Nowhere Special, e in effetti il film racconta proprio la più grande storia d’amore, quella tra un genitore – che si aggrappa ad ogni prezioso momento condiviso – e un figlio, che ancora vive l’amore in una maniera inconsapevole, ma non per questo meno potente. Ma come spiegare la morte? Come spiegare la morte a un bambino? La necessità di una nuova famiglia? Mentre John cerca queste risposte e si prepara a dire l’addio più doloroso – che non è certo quello alla vita – Michael lo accompagna a conoscere “nuovi amici”, le aspiranti famiglie adottive, quadri viventi delle più disparate condizioni ed estrazioni sociali, relitti di vite incomplete e infelici. E se durante questa ricerca a John appare sempre più chiara la vita che non sceglierebbe per sé e per suo figlio, è invece nei vetri delle sue giornate di lavoro che spesso scorge sprazzi di vite altrui, piccoli scrigni di felice e invidiata serenità.

    Un film sul dolore dell’addio, con una sceneggiatura snella ma non per questo banale o imprecisa. Inquadrature nitide e una fotografia densa di colori vivi accompagnano con gentilezza dei dialoghi efficaci pur nella loro semplicità, nell’inconsapevolezza di un bambino che candidamente sentenzia “Sei vecchio” mentre porge al padre una candelina di troppo, quella di un compleanno che non ci sarà. Come questo, sono molti i piccoli gesti che parlano, gesti di una banalità disarmante disseminati per tutta la vicenda: un acino d’uva accuratamente sbucciato, un piccolo pettine che cerca pidocchi tra i capelli fini, il tragitto verso la scuola con le falcate di padre e figlio che giocano a coordinarsi, un disegno sul braccio a imitare i tatuaggi.

    A portare tutto il peso emotivo del racconto sono James Norton, nei panni di John, e Daniel Lamont, al suo esordio cinematografico. Norton interpreta un padre che vive per il figlio, indossa la forza di chi porta un grande peso sulle spalle, ma la accompagna perfettamente con la fragilità liquida di occhi rassegnati, desolati. A detta dello stesso regista, l’attore britannico è in grado di “esprimere molte cose senza recitare, senza dialoghi, senza drammi, ed è capace di restituire una vita interiore”. Il piccolo Daniel, invece, è sorprendente nella compostezza della recitazione, e alterna gli sguardi sospettosi di chi intuisce ma ancora non può comprendere ai bronci di un qualunque bambino che vuole poche semplici cose: un cucciolo, il suo pigiama preferito, più tempo con suo padre. Tra i due interpreti traspare grande intesa, tant’è che sia nei piani sequenza, che nelle frequenti incursioni della camera a mano sui loro volti – a tratti duri, a tratti commossi e impauriti – è evidente l’intensità di un legame quasi reale.

    Casualmente il film è uscito nelle sale negli stessi giorni in cui anche Paolo Sorrentino, con È stata la mano di Dio, affronta il tema del (suo) lutto. Due riflessioni parallele, specchi di esperienze differenti. Da una parte lo strazio di un padre che si accusa di privare un figlio, ancora troppo piccolo, della sua famiglia e che cerca di prepararlo (e prepararsi) al commiato; dall’altra il dolore consapevole e quasi adulto di un figlio privato all’improvviso di quei punti di riferimento di cui, in realtà, aveva ancora  bisogno. 

    “Ho sempre pensato di conoscerlo bene, ma davvero lo conosco bene abbastanza per questo?” 

    Entrambi sono film che parlano della più grande e spesso scontata forma d’amore, di mancanze e futuri incompiuti, della nostalgia di qualcosa che ancora non si conosce e che non si conoscerà. 

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