Park Chan-Wook – Non solo vendetta

Il 23 agosto del 1963, nasceva a Seul uno degli autori più importanti degli anni duemila: Park Chan-wook. Il regista sudcoreano, conosciuto ai più per la “trilogia della vendetta” (in cui spicca il film che l’ha consacrato: Oldboy), è riuscito a sviluppare, nel corso della sua carriera, uno stile unico e riconoscibile, senza però adagiarsi all’interno del genere.

Due anni fa, sempre in occasione del suo compleanno, qua su Frames Cinema abbiamo parlato di tre dei suoi film che, troppo spesso, rimangono in secondo piano. Dal thriller politico Joint Security Area, antecedente al primo capitolo della famosa trilogia, alla dolce commedia surreale I’m a Cyborg, But That’s OK, fino ad arrivare a Stoker, film che più di tutti svela quanto Park sia debitore di una delle sue più grandi fonti di ispirazione: il cinema di Alfred Hitchcock.

Matteo Botrugno, nel suo saggio intitolato: “Park Chan-wook: il poeta della vendetta”, evidenzia il collegamento tra i due registi a più riprese, cominciando dalla scelta di Park nel voler intraprendere la carriera cinematografica, scelta avvenuta ai tempi del liceo dopo aver visto, guarda caso, Vertigo (La donna che visse due volte).

L’autore del saggio prosegue così:

«Non c’è da meravigliarsi di questo colpo di fulmine. Il film del grande maestro inglese raccoglie in sé tutti quegli aspetti che avrebbero influenzato il cinema di Park: onirismo, tensione e violenza, raccolti in una pellicola di grande stile e annoverabile sicuramente tra i film “sempreverdi”».

Hitchcock aveva capito che, nel cinema, ciò che si vede è molto più importante di ciò che si sente. Saper inquadrare nel modo giusto una corda, una spilla o una chiave, vale più del miglior dialogo. Park ha saputo far suo questo stile unico, reinventandolo, riadattandolo, senza renderlo banale e citazionista, come troppo spesso capita nelle pellicole ispirate al cinema del regista inglese.

E questo vale anche e soprattutto per due film che fanno parte della fase più recente della carriera del regista sudcoreano, dove l’influenza di un grande maestro si è evoluta in uno stile personale e consapevole, quali The Handmaiden e Decision to Leave.


The Handmaiden – La cura del dettaglio

Park Chan-wook è sempre stato un esteta, fin dalle prime pellicole, anche quando gli intrecci narrativi erano più importanti ha sempre avuto un occhio attento per i particolari visivi, per gli oggetti all’interno delle scene, per i colori e le ambientazioni. The Handmaiden è forse il culmine di questo modo di fare cinema.
Tratto dal romanzo “Fingersmith”di Sarah Waters, questo thriller erotico è suddiviso in tre atti ben definiti, in cui gli eventi narrati vengono mostrati da punti di vista differenti, un po’ come accade in Rashomon di Kurosawa.

La storia si svolge negli anni ‘30 in Corea, durante il periodo di occupazione giapponese. Sook-hee è una giovane ragazza che viene assunta come ancella da una ricca ereditiera, costretta a vivere sotto il controllo di suo zio Kōzuki.
Ben presto si scoprirà che Sook-hee è la componente principale di un piano escogitato dal conte Fujiwara, che ha l’obiettivo di sedurre lady Hideko per impossessarsi del suo patrimonio.

La sceneggiatura è il solito grande lavoro del regista e della sua collaboratrice Chung Seo-kyung, che come Alma Reville per Hitchcock, aggiunge il punto di vista femminile indispensabile per raccontare una storia di questo genere.
Oltre alla forza del racconto c’è una cura maniacale della scenografia e delle ambientazioni in generale. La stupenda casa in cui si svolge gran parte della storia, unisce lo stile nipponico con quello occidentale: questa unione di stili è rappresentativa dell’intera Corea del Sud, da sempre divisa tra un passato che l’ha vista sottomessa al Giappone per decenni, a un presente di “liberazione” occidentale, in cui l’influenza americana è stata fondamentale.

La componente erotica è centrale all’interno del film, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo del ero-guro come strumento di coercizione su Hideko.

L’ero-guro è un movimento artistico e letterario nato in Giappone. Basta una breve ricerca per capire quanti riferimenti a questo fenomeno sono presenti nel film: dal dipinto di Katsushika Hokusai intitolato “Il sogno della moglie del pescatore“, dove un’enorme piovra abusa di una giovane donna, fino al personaggio dello zio Kōzuki, che incarna perfettamente lo spirito di questo movimento letterario descritto da uno dei suoi rappresentanti, Tanizaki Jun’ichiro: «I miei nervi sono come carta vetrata strausata, opaca; solo l’accattivante, il bizzarro e il grottesco possono eccitarmi adesso».

Questo espediente narrativo dona un tocco di originalità alla trama che l’allontana dal romanzo d’origine, per elevare il film ad una riflessione sulla storia e le atrocità che il popolo coreano ha dovuto sopportare per la prima metà del ventesimo secolo.
Il film fu un successo sia in patria che fuori, diventando uno dei più importanti riferimenti del genere e uno dei punti più alti della carriera di Park.


Decision to Leave – La donna che uccise due volte?

Decision to Leave è forse il film più polarizzante di Park Chan-wook. Tra chi lo definisce uno borioso esercizio di stile e chi un bellissimo dramma a tinte noir, c’è sicuramente chi non ha mai avuto dubbi sul valore dell’opera. Sto parlando della giuria del 75° Festival di Cannes, che nel 2022 ha premiato il regista coreano con la Palma d’Oro.
Dopo The Handmaiden, film in costume ambientato nel secolo scorso, Park decide di tornare ai giorni nostri e lo fa con un neo-noir urbano, dove tra appartamenti e strade di grandi (prima) e piccole (dopo) città, accompagna lo spettatore all’interno di un giallo anomalo, dove la risoluzione del caso non è la cosa più importante.

Hae-jun è un detective che si concentra molto nel lavoro e poco nella vita privata. Vive lontano dalla moglie che riesce a vedere solo nel fine settimana. La notte fatica a dormire, non riesce a prendere sonno, non è felice. Finché arriva lei.
Seo-rae è la vedova di un uomo morto in circostanze sospette e su cui Hae-jun sta indagando. Lei lo sconvolge fin dall’inizio, lo assorbe completamente, corpo e mente. Hae-jun la segue, la osserva, la ascolta, non riesce a mantenere le distanze, ha bisogno di sentire il suo profumo, ha bisogno di far parte della sua vita. Standole vicino riesce a dormire e torna felice, torna a vedere le cose con lucidità. Fin quando…

Ancora una volta Park si basa su solide fondamenta e ancora una volta parte da Hitchcock. Con lo svolgersi della trama è impossibile non notare le similitudini tra il suo film e Vertigo, soprattutto per quanto riguarda Seo-rae, dato che la donna che visse (uccise?) due volte è senza dubbio uno dei punti in comune.
Così come il detective, nel suo pedinare (istituzionalizzato), ricorda molto il personaggio interpretato da James Stewart, il quale vagava in preda ad una sorta di trance emotiva per le vie di San Francisco.
Allo stesso tempo però, è impossibile etichettare Decision to Leave come un semplice omaggio, come ad esempio poteva essere il già citato Stoker, unico film (per ora) di Park al di fuori dei confini coreani.
Sì perché, come già detto per The Handmaiden, il tocco personale del regista si vede ed è nei dettagli.

Con l’arrivo dei cellulari prima e degli smartphone poi, per molti registi e sceneggiatori si è aperta un’epoca di crisi, dato che è difficile escludere dalla trama uno strumento che è diventato imprescindibile per qualunque persona e che, all’occorrenza, aiuta facilmente ad uscire da problemi di vario tipo.
Specialmente nei film polizieschi, tra filmati, GPS e intercettazioni, la modalità con cui un delitto viene commesso è diventata una cosa da studiare con cura per evitare errori grossolani.
La scelta più comune è quella di ambientare i film in epoche passate, proprio per evitare la seccatura del confrontarsi con la tecnologia moderna.

Park invece, accetta la sfida. Insieme alla sua sceneggiatrice, tesse una trama dove gli smartphone sono parte essenziale del caso e della relazione tra i protagonisti.
Durante il film infatti, li vediamo in moltissime scene e per gli usi più disparati. Vengono usati per fotografare scene del crimine, per filmare una passeggiata in montagna, per ascoltare una canzone romantica, vengono usati come traduttori per capire termini complicati, come contapassi per tenersi in forma, come dispositivi di localizzazione per seguire un sospettato o un’amante, come prove per incolpare chi è innocente e discolpare chi non lo è più.

Questo neo-noir non va assolutamente preso alla leggera, chiede a chi guarda la massima concentrazione. Tutto è importante: ogni sguardo, ogni parola, ogni centimetro della carta da parati sul muro della casa di Seo-rae, ogni volto riflesso in uno specchio. Il finale è amaro e lascia svuotati, anzi, “annientati”.

Con il suo ultimo film, No Other Choice, Park ha cambiato nuovamente genere, buttandosi in una commedia grottesca a sfondo sociale, ma ancora una volta l’ha fatto a modo suo. Per il prossimo film, ovviamente, cambierà ancora. Sarà il western il genere prescelto, che verrà girato nella terra dove il western è nato e (quasi) morto. Sarebbe interessante se a dargli nuova vita fosse proprio un regista coreano. Forse qualcuno storcerà il naso, dimenticandosi che a volte guardare fuori dai propri confini è fondamentale. Chiedere a Sergio Leone e Akira Kurosawa.

Federico Rigamonti

Redattore

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