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  • Recensione Agata Christian: Delitto sulle nevi – Bene ma non benissimo

    Recensione Agata Christian: Delitto sulle nevi – Bene ma non benissimo

    Sinossi

    Christian Agata (Christian De Sica), celebre criminologo dal sarcasmo affilato e dall’intuito infallibile, viene invitato da Walter Gulmar (Maccio Capatonda), figlio di un magnate dei giochi da tavolo, a trascorrere un fine settimana sulla neve nella loro lussuosa residenza in montagna. Ma quella che doveva essere una tranquilla operazione promozionale si trasforma presto in un vero caso da risolvere. Quando Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli), patriarca della famiglia, annuncia di voler bloccare la cessione dell’azienda a una start-up aggressiva, i nervi saltano. La mattina dopo l’uomo viene ritrovato senza vita. Accanto a Christian, si muove il brigadiere Vanni Cuozzo (Lillo), poliziotto di provincia ingenuo ma pieno di zelo e il suo sottoposto Bernardo Tarda (Paolo Calabresi). Tra segreti di famiglia, rancori mai del tutto sepolti e false piste, Christian, Cuozzo e i Gulmar si ritrovano invischiati in un’indagine surreale e imprevedibile, dove ogni sospetto è possibile e nessuno è davvero innocente.

    Un titolo non proprio all’altezza

    Con uno dei titoli più belli della storia del cinema le aspettative per il nuovo film di Eros Puglielli (che a poco più di un anno di distanza da Cortina Express ritorna a dirigere il triumvirato De Sica, Lillo, Calabresi) erano alte, e anche se quello che ne viene fuori è una commedia che ha molti spunti interessanti e situazioni comiche ben congeniate si ha la sensazione di potenziale sprecato. A partire dal protagonista, Christian Agata è l’ennesima variazione sul tema del misantropo desichiano, a cui l’attore romano offre un twist di timore reverenziale e rispettabilità che stride un po’ con la volgarità cinepanettonesca. Già nella primissima scena De Sica dà prova delle sue finissime capacità, smascherando in diretta televisiva un omicida, il quale si scioglie in un pianto disperato mentre il nostro detective decide di andarsene perché si, condendo la sua uscita con insulti e costatazioni poco carine sulla gente in studio. L’odio che prova nei confronti delle persone, delle lasagne e del Maracaibo di Lu Colombo (geniale) sembra il territorio di scontro principale fra il regista e l’attore: in cui il primo cerca di limitare le sue uscite più burine in favore di una misantropia da commedia intelligente, mentre De Sica finisce sempre per tornare nei luoghi più sicuri al suo personaggio, ribadendo così la stretta parentela con i protagonisti dei cinepanettoni. Questa incapacità nel lasciare andare, nel fidarsi dello spirito di decostruzione del genere, operato da Puglielli già nel film precedente, e probabilmente anche dal successivo che si trova ora in pre-produzione, contribuisce a dare una certa macchinosità al film che spegne l’entusiasmo anche nei siparietti meglio riusciti.

    Reggere un film con un accento

    Dove non arriva De Sica ci pensano Lillo e Paolo Calabresi; la loro coppia di poliziotto scemo e poliziotto fin troppo sveglio sono ciò che di meglio il film ha da offrire. Seppur Lillo abbia i suoi momenti di gloria, anche se la gag ricorrente degli animali è davvero indigesta, è in particolare Calabresi, grazie ad un marcatissimo accento valdostano, che riesce, pur essendo a tutti gli effetti abbastanza marginale, a dare vita ad un personaggio sofisticato, sardonico e quasi onirico che entrerà anche nelle grazie di Agata Christian nonostante non faccia nulla. Nelle sequenze poi in cui si trovano insieme Lillo, Calabresi e Capatonda si arriva a esprimere tutto il potenziale inespresso del film, non solo per la spiccata tendenza dei tre ad un umorismo dell’assurdo che si staglia nettamente sopra il generale tenore da slapstick di tutto il film, ma per la capacità che hanno con una manciata di linee di dialogo di offrire una dimensione e un tono diversissimo a tutta l’opera, arrivando ai limiti del surreale e colmando la fiacchezza generale di un cast (tranne Giorgio Colangeli) quasi mai connesso al tono del racconto (vero Tony Effe?).

    Il Knives Out italiano?

    Puglielli scrive e dirige con grande sicurezza, facendo uso di una macchina che si muove in maniera sinuosa fra gli ambienti della villa tracciando la geografia del luogo del delitto e dando l’impressione di presenza di chi guarda all’interno della storia, condizione fondamentale per un film che gira intorno allo scoprire chi è l’assassino. Insieme ai suoi sceneggiatori Mariano di Nardo, Federico Fava e Antonio Manca, costruisce un giallo da manuale, senza arrischiare una rivisitazione del genere che avrebbe potuto essere pericolosa, ma affidandosi agli elementi classici di questo tipo di storie ed utilizzandone i cliché in maniera sapiente (la moglie più giovane, l’adulterio, il figlio maltrattato, il servo frustrato), per creare una narrazione che arriva scorrevolmente alla fine con tanto di colpo di scena e combattimento sulla neve. L’espediente del gioco da tavolo (un simil Cluedo, con personaggi diversamente caratterizzati e una piantina costruita partendo dal castello in cui si svolge la storia) regge e l’abbinamento delle pedine ad ognuno dei possibili assassini riesce ad essere esplicativo senza essere didascalico, una delle cose a cui ogni grande film popolare dovrebbe ambire.


  • RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    RECENSIONE HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO

    William Shakespeare (Paul Mescal) incontra e si innamora di Agnes (Jessie Buckley), una donna nata e cresciuta a stretto contatto con la natura nella campagna inglese fuori Londra. Dopo essersi sposati i due danno alla luce tre figli vivendo un’idilliaca vita familiare fin quando il più piccolo dei tre, Hamnet (Jacobi Jupe) muore a causa della peste. Le conseguenze di ciò sulla famiglia saranno devastanti ma porteranno anche alla nascita di una delle opere più importanti nella storia della letteratura.

    Una questione di coppie

    Dopo l’apertura con un esergo tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, in cui viene reso noto che nell’Inghilterra del Seicento i nomi Hamlet e Hamnet erano praticamente intercambiabili, la prima cosa che Chloé Zhao decide di inquadrare sono due alberi: uno dritto, che si staglia verso il cielo maestoso, e uno dinoccolato e bitorzoluto che arriva a fatica ad eguagliare l’altezza del suo compagno. Il tema della coppia sarà ricorrente in tutta l’opera, la quinta della regista e la prima dopo la parentesi nel MCU, dove verrà declinata prima nella storia d’amore tra un giovane Shakespeare e Agnes, e poi lo ritroveremo nei gemelli che la donna farà nascere e poi nel parallelismo fra il piccolo Hamnet deceduto a causa della peste e il protagonista eponimo dell’Amleto composto dal Bardo per esorcizzare il trauma della morte del figlio. È proprio sui giochi a due che Zhao decide di fondare gran parte del suo film, la regista non si affida alle regole classiche del film biografico che vorrebbero una costruzione della storia per accumulo di eventi, ma invece si concentra sui momenti intimi, privati, quelli di una famiglia che sta nascendo progressivamente, in cui ogni elemento è funzionale all’armonizzazione del tutto. Se da un lato spostare l’attenzione da uno studio approfondito delle psicologie dei protagonisti può rendere l’urgenza del racconto un po’ superficiale, dall’altro proprio qui sta una delle forze maggiori del film: Zhao ha una delicatezza e un tatto unici per cogliere la tenerezza profonda che c’è fra genitori e figli e il legame fatto di manifestazioni fisiche, baci, carezze e piccoli gesti che lega William e Agnes.

    La prova di Jessie Buckley

    Dopo svariate prove in cui Buckley aveva messo in mostra tutte le possibilità di cui è capace quel volto androgino e modellabile come la gomma, che vive tanto di microespressioni quanto di grandi afflati drammatici, qui si immerge in una prova che abbraccia tutte le sue qualità. La sua Agnes è una forza della natura dirompente, capace di amare, desiderare, struggersi, urlare, soffrire e mostrare tenerezza con la stessa intensità e anche quando è portata dalla scena a doversi scomporre, che sia il pianto strozzato per la morte del figlio o il lamento lacerante di un parto gemellare, mantiene sempre un controllo e una sicurezza nei confronti di tutti gli altri elementi, diventando oggetto di massima attrazione attorno al quale gravitano, e da cui dipendono, tutti gli altri personaggi. 

    Il potere taumaturgico dell’arte

    Quando poi la tragedia arriva la famiglia si spacca: i viaggi di lavoro a Londra che William deve obbligatoriamente sostenere contribuiscono ad acuire il momento di crisi, e le certezze su cui fino a poco prima si reggeva il film vengono annientate. Neanche il rapporto con la foresta in cui vivono, un vero e proprio personaggio con cui soprattutto Agnes ha un legame profondissimo al limite del misticismo, riesce più a risanare la ferita profonda che la morte di Hamnet ha causato; mamma e papà si allontanano, iniziano a litigare, lei gli recrimina il fatto che non fosse presente nel momento in cui il piccolo è venuto a mancare, lui ci viene suggerito che si chiude sempre di più in sé stesso per il senso di colpa. E qui il film arriva al suo massimo: il dolore per la morte di un figlio viene indagato ed esorcizzato attraverso l’arte, e nella scena della rappresentazione dell’Amleto a cui assiste anche Agnes, Zhao, tramite un ingegnoso trucchetto di metateatro, porta di nuovo la pace fra i suoi protagonisti, puntualizzando come un trauma non è qualcosa di statico che continua a mangiare dall’interno chi l’ha subito; ma proprio in virtù della sua natura emotiva può essere riadattato, rivissuto con linguaggi e forme diverse e quindi accettato.


  • Recensione L’agente segreto – Il cinema come specchio della memoria

    Recensione L’agente segreto – Il cinema come specchio della memoria

    La storia spesso non riesce ad assumere una funzione pedagogica, talvolta infatti la memoria collettiva sembra atrofizzarsi. Si sceglie di non ricordare per deresponsabilizzarsi e si opta per la strada più semplice: l’oblio. Sarebbe necessario, oggi più che mai, classificare e conservare, tentando di conferire il giusto valore a ogni singola esistenza. Su questo tema si focalizza L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar e vincitore di due Golden Globe

    Un’inquieta dolcezza

    Il regista brasiliano ci conduce nella Recife degli anni Settanta, presentandoci la dittatura militare attraverso Marcelo (Wagner Moura), un uomo qualunque, costretto a nascondersi e privato della sua libertà. 

    La prima sequenza è una promessa che viene mantenuta. La musica diegetica dall’autoradio, un lento parcheggio presso una pompa di benzina, un cadavere in decomposizione del quale vengono inquadrati i piedi: ogni dettaglio è sostanziale e la tensione è percepibile in tutti i gesti. I minuti iniziali diventano garanzia di quello che sarà un film scorrevole, appassionante ed emotivo.

    Nonostante i presagi di morte siano disseminati in tutta la sceneggiatura, il lungometraggio si sposta costantemente tra l’inquieto e il nostalgico, tra la tenerezza e il terrore. Proprio la paura costituisce un elemento essenziale rappresentato attraverso la figura di uno tra i più temibili degli animali, lo squalo. 

    Sia il pesce vero (rinvenuto all’istituto oceanografico con una gamba umana tra i denti), sia quello fittizio di Steven Spielberg (dal quale il figlio del protagonista è fortemente spaventato) si palesano continuamente come allegorie orrorifiche. Eppure l’orrore cammina a pari passo con un’imprevedibile ironia, che si manifesta in diversi punti dell’arco narrativo. 

    La stessa fotografia (curata da Evangenija Aleksandrova) privilegia i colori chiari, in particolare il giallo, mostrando un Brasile sempre soleggiato, sebbene i coni d’ombra siano determinanti nei fatti descritti.

    L’influenza del ricordo

    Marcelo diviene lo strumento per comprendere l’importanza del passato. Mendonça Filho ci rammenta che le testimonianze di un tempo lontano sono indispensabili per agire nel futuro

    In più di un’occasione lo spettatore si ritrova in un presente in cui due studentesse catalogano le registrazioni di alcuni personaggi, con lo scopo di ricostruire gli avvenimenti del 1977. Conosceremo l’epilogo di questo racconto solo grazie alla coppia di ricercatrici. 

    I frammenti dei giorni dimenticati si rivelano sullo schermo come un puzzle da ricomporre per donare dignità alle persone, per sottolineare la traccia che hanno depositato nel mondo. 

    In questo contesto si inserisce la malinconia, evidenziata anche dalla presenza ricorrente del cinema di quel decennio: locandine, proiezioni e citazioni sono dichiaratamente parte integrante dell’intera vicenda. 

    Il male nella sua forma più brutale non è in grado di cancellare il bene nella sua accezione più genuina. Ai poliziotti corrotti e ai sicari spietati si oppongono il signor Alexandre (Carlos Francisco) dall’animo buono e dal temperamento pacato e la signora Sebastiana (Tânia Maria) che augura ai bambini un Brasile migliore e conclude il suo brindisi affermando con fierezza che “la vita ha le sue brutture, ma anche le sue cose belle”.

    L’agente segreto si fa carico di questo dualismo e ci lascia stupiti e soprattutto commossi.


  • Recensione Send Help – il ritorno di Sam Raimi

    Recensione Send Help – il ritorno di Sam Raimi

    Sono passati più di quindici anni dall’uscita di Drag me to Hell, thriller horror entrato nel consumo di culto per la sua capacità di fondere splatter, umorismo nero e recitazione sopra le righe; a dicissette anni di distanza da quel settembre 2009, Sam Raimi è tornato al genere che più viene associato al suo lavoro da regista. Send Help è la sua ultima fatica, film che possiamo definire come lo strano figlio della strana unione di Lost e Funny Games.

    Linda Liddle, from strategy and planning

    Send Help parte da un presupposto tanto assurdo quanto terrificante: vi piacerebbe mai, dopo un incidente aereo mortale, ritrovarvi su un’isola deserta insieme a un ragazzo viziato e fastidioso, che guarda caso è anche il nuovo dirigente dell’ufficio dove lavorate da una vita? Sicuramente non dev’essere una situazione piacevole, ma la nostra protagonista non ci mette molto a capire come trarre vantaggio dalle circostanze.

    Linda Liddle (Rachel McAdams) lavora da anni nella stessa azienda, immersa tra i numeri che affollano lo schermo del suo computer; non sembra avere molta confidenza con i colleghi, a casa l’aspetta un pappagallino, tanti libri su come sopravvivere all’aria aperta e le nuove puntate del reality Survivor in televisione. Anche se un po’ eccentrica, vivace e a tratti bizzarra, Linda è certamente una gran lavoratrice, tanto che sta per essere promossa a vice presidente dell’azienda. Tuttavia, con l’arrivo del nuovo capo, il giovanissimo Bradley Preston (Dylan O’Brien), le sue speranze di fare carriera si sgretolano completamente: il nuovo dirigente è spocchioso, un ragazzino viziato che preferisce premiare le conoscenze piuttosto che il duro lavoro. Sarà durante un importante viaggio d’affari per Bangkok, però, che succederà qualcosa di inaspettato: l’incidente aereo, l’ammaraggio di emergenza, il risveglio su una spiaggia sconosciuta. Linda e Bradley sono gli unici sopravvissuti, prigionieri di un’isola deserta e incerti su quando e se arriveranno i soccorsi.

    La parola “dipendente”, usata in ambito lavorativo, ci identifica come al di sotto di qualcun altro, dipendiamo da qualcuno affinché ci dia gli strumenti per vivere, uno stipendio e una carriera. Eppure, dopo l’incidente, Linda capisce immediatamente quanto sarà facile ribaltare la situazione: Bradley è inesperto, incapace di sopravvivere da solo, abituato com’è ad avere sempre le scarpe pulite e la cena servita. Se prima il giovane dirigente poteva vantare potere, soldi, status, ora niente di tutto questo è più rilevante; a poco a poco Preston diventa completamente dipendente da Linda, ora le sue capacità sono l’unica via di salvezza. Ma cosa succederà ora che è la donna ad avere il coltello dalla parte del manico?

    Il servo, il padrone, l’intrattenimento

    Piuttosto evidente in Send Help, man mano che gli eventi si susseguono, è il rapporto di classe tra i due protagonisti: Linda è subordinata rispetto a Bradley, lavora nell’ufficio che lui dirige, e solo lui può prendere decisioni importanti, le stesse che andranno inevitabilmente a controllare la carriera e il futuro di Linda. Fuori dall’ufficio e dalla civiltà tuttavia, i loro rapporti non sono più definiti dalla differenza di classe, dai soldi in banca o dalla possibilità di praticare il golf come hobby: su un’isola deserta basta poco perché Linda rovesci questo rapporto di dipendenza, diventando padrona del suo stesso padrone. Succede un po’ come nella “storia” del signore e del servo del filosofo Hegel, che ci teneva a ribadire quanto la superiorità del primo elemento non costituisca garanzia di controllo assoluto. Anzi, in un certo senso è il servo a tenere in pugno il padrone, perché senza il lavoro del servo non esisterebbe un padrone.

    Seppur non trattati in modo estremamente approfondito, i temi della disparità di classe e dell’instabilità delle dinamiche di potere si trovano al centro di Send Help, nascosti dietro le scene di violenza e gli spargimenti di sangue. Non si tratta, tuttavia, di un film che si propone di fare una riflessione drammatica e accurata, l’obiettivo principale resta sempre quello di divertire il pubblico per un paio d’ore. Nella sceneggiatura si trovano sì di tematiche di un certo peso, ma il tutto viene trattato in perfetto stile Raimi, con tanto umorismo nero, recitazione sopra le righe, violenza grafica al limite dell’esagerazione, tutti ingredienti che rendono Send Help un ottimo prodotto di intrattenimento (complice anche una bella rivelazion finale!). In compagnia di Linda e Bradley, che non sembrano avere niente in comune né tanta voglia di andare d’accordo, ci si diverte, si ride, e a volte ci si trova davanti anche delle scene di genuina tensione. Impossibile ignorare, poi, il fascino della regia di Raimi, sempre fluida e fatta dei suoi elementi più iconici come la macchina da presa che gira vorticosamente intorno ai personaggi durante le scene clou.

    Insomma, ci troviamo davanti a un film in grado di intrattenere, divertire lo spettatore e anche instaurare un certo senso di inquietudine: non si può dire che questi non siano ingredienti perfetti per un degno ritorno di Sam Raimi all’horror. 


  • recensione La scomparsa di Josef Mengele – spolpare il male fino alle ossa

    recensione La scomparsa di Josef Mengele – spolpare il male fino alle ossa

    Si apre con una lezione universitaria a proposito di uno scheletro il film La scomparsa di Josef Mengele di Kirill Serebrennikov, presentato a Cannes nel 2025 e in anteprima italiana al Trieste Film Festival prima di arrivare in sala il 29 gennaio 2026. Lo scheletro tornerà più avanti, in una scena molto forte circa a metà del film, e proprio per questo si incide profondamente nella mente dello spettatore.

    Soprannominato “Angelo della Morte”, Josef Mengele fu il più noto medico del nazismo, passato alla storia per aver sottoposto a torture e crudeli esperimenti bambini, donne e uomini prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz. Fuggito dalla Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Mengele passò gli ultimi anni di vita nascondendosi in America Latina. Proprio ai continui trasferimenti per sfuggire alla cattura è dedicato il film di Serebrennikov.

    La banalità del male 

    La narrazione segue Mengele nel corso degli ultimi trent’anni della sua esistenza, con salti temporali avanti e indietro che a volte confondono la visione. Il film dunque ricostruisce come episodi i continui cambi di identità, di nascondigli e di lingua del medico nazista, un uomo perennemente in fuga che neanche nei momenti più estremi riconosce le proprie colpe, e anzi testardamente afferma di aver eseguito il proprio dovere nell’interesse della Germania. Nemmeno davanti al figlio Rolf, che ormai adulto si mette sulle tracce del padre e non riesce a fargli ammettere alcunché. Non c’è giudizio da parte della regia, perché la Storia è chiarissima.

    È soprattutto nella seconda metà del film che Mengele ha più attacchi di rabbia quando messo alle strette, rompendo la morigeratezza che lo distingue nella prima parte e diventando insopportabile persino per gli ex agenti SS che lo aiutano a mantenere l’incognito. L’ira sconfina persino in una sfuriata in cui Mengele passa in rassegna tutti i suoi ex colleghi medici nazisti e le loro azioni abiette, tutto per giustificare il proprio incontestabile operato: «E allora perché chiamano me Angelo della Morte?». Mengele non è stato un criminale di guerra, eppure non vuole sottoporsi a un processo che secondo lui sarebbe viziato dagli ebrei in cerca di vendetta. Un uomo ossessionato dal controllo, che ha prima un brutto rapporto con suo padre e poi un brutto rapporto con suo figlio. Mai, però, un uomo qualunque. 

    Il corpo umano 

    Tutto il racconto passa attraverso il corpo del formidabile August Diehl, dalla forza della mezza età fino alla pelle cadente della vecchiaia. Il corpo è fondamentale: la pratica eugenetica del nazismo è arcinota, e Mengele ne fu il più convinto persecutore. Studiare i corpi, sperimentare sui corpi. Il film si apre con una lezione universitaria negli anni Ottanta in cui il docente afferma che lo scheletro che gli studenti stanno osservando sia appartenuto a Josef Mengele, dissotterrato da una sepoltura recante un nome diverso, ma che non c’è l’assoluta certezza che quelli siano i suoi resti; la didascalia nel finale, invece, conferma che quello era effettivamente il suo corpo, e che solo qualche anno dopo è stato possibile stabilirlo precisamente grazie al test del DNA. Un uomo che ha dedicato la sua vita a esperimenti sui corpi, il cui racconto è racchiuso tra due momenti incentrati sullo studio del suo scheletro. 

    La scomparsa di Josef Mengele è impegnativo sia per i temi affrontati che per la confezione, trattandosi di un lungometraggio di oltre due ore in bianco e nero. In pochissimi momenti irrompe in scena il colore, e il più interessante si trova precisamente a metà del film: si tratta di una sequenza ambientata ad Auschwitz e girata come un home movie, dove il colore segnala che quelli sono i ricordi più felici di Mengele. Siamo al paradosso: il campo dí concentramento è stato il momento più bello della vita del medico, quando arrivavano i prigionieri deportati e lui eseguiva i suoi esperimenti sui loro corpi. Sequenza molto violenta, trova il suo centro nella spiegazione delle pratiche per spolpare un cadavere e ripulirne lo scheletro rendendolo idoneo alle analisi. Lo scheletro è trattato come un oggetto di studio, qualcosa da estrarre dalla carne che lo racchiude: non sono individui, ma solo corpi da analizzare. E dopo la sua morte, pure Mengele diventa solo questo: un corpo da analizzare, da studiare per capire come sia stato possibile. 

    La zona cieca 

    È impossibile comprendere ciò che accadde nei campi di concentramento, e lo è persino capire figure come Josef Mengele. Il cinema ha spesso raccontato questa pagina della storia ricorrendo a tecniche narrative che mettessero il pubblico nella posizione di sforzarsi di guardare oltre, come in La zona di interesse di Jonathan Glazer. Anche il film di Serebrennikov ci pone davanti a questo limite quando Mengele e il figlio Rolf usano l’autoscatto per farsi una fotografia che però non ci viene mostrata: non possiamo vedere fino a lì. Ma quello che possiamo fare è scavare i corpi, spolpare la carne del male fino allo scheletro, per cercare di capire. Perché non accada più. 


  • Recensione:  coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Recensione: coexistence, my ass!-rinunciare all’utopia

    Noam Shuster Eliassi ha origini rumene, ebree, e iraniane, ed è cresciuta a Neve Shalom/Wāħat as-Salām. Il nome significa “Oasi di pace”. Si tratta di un villaggio fondato nel 1972 a ovest di Gerusalemme, dove cittadini israeliani arabi ed ebrei hanno scelto di convivere e promuovere progetti di convivenza.  Lei stessa racconta di essere stata cresciuta come “il volto della coesistenza”, e di aver creduto fermamente nel progetto di pace che il suo villaggio rappresentava. A poco più di vent’anni è diventata co-direttrice di Interpeace, un’organizzazione locale delle Nazioni Unite che verrà poi chiusa nel 2017. Coexistence, my ass! inizia da questo momento: Noam decide di dare una possibilità alla carriera nella stand up e cerca, sempre più disperatamente, di tenere insieme tutti i pezzi della sua vita mentre il mondo va nella direzione opposta. 

    Il documentario, diretto da Amber Fares, è stato presentato al Sundance Festival e poi al Torino Film Festival 2025, ed era nella shortlist per questa edizione degli Oscar. 

    Fares segue Shuster nel suo percorso professionale e personale dal 2018 all’Ottobre del 2023. Alcuni pezzi del suo one woman show, che dà il titolo al documentario, fanno da cornice e filo rosso del racconto. Soprattutto della prima parte, non è sempre chiarissimo quale voglia essere il cuore del discorso; incertezza dovuta al fatto che quando Fares e Shuster hanno iniziato a lavorare insieme l’idea del documentario non era ancora ben definita. D’altra parte questo è un raro caso in cui la poca coesione non è un danno particolarmente grave, perché coerente con il senso di autenticità che viene trasmesso: il commento fatto “con il senno di poi” è solo nelle clip dello spettacolo, non sono state aggiunte delle interviste alle persone coinvolte né alla protagonista. La maggior parte del montaggio è una presentazione cronologica degli eventi così come sono capitati. 

    Di conseguenza, dato che focus e coesione finiscono per dipendere da quanto la scrittura di show e documentario fossero  realmente avanzate nel frattempo, la seconda metà è di gran lunga la meglio riuscita. Questasi concentra sul periodo in cui, dal 2021, alcuni video spopolano sui social del mondo arabo, facendola andare incontro anche ad accuse di tradimento e minacce da parte dei suoi stessi concittadini. Shuster prende la decisione di continuare a fare satira politica, rielaborando attraverso il processo creativo i valori con cui è cresciuta e la dissonanza che percepisce nel presente. 

    È particolarmente interessante poter vedere dal di dentro il clima politico nelle principali città israeliane, dove non tutte le persone che manifestano contro il governo di Tel Aviv lo fanno  per la Palestina. Il momento in cui l’approccio senza filtri della regista è maggiormente efficace è però sicuramente il racconto degli eventi relativi al 7 ottobre, per i quali qualunque tentativo di commento sarebbe probabilmente risultato superfluo. Nel 2023 infatti, Shuster è ormai un personaggio pubblico a tutti gli effetti e si ritrova travolta dalle aspettative dei follower che le chiedono commenti sui social quasi in diretta. 

    Noam Shuster sfida l’idea che la posizione di chi vive in contesti complessi debba essere per forza, a sua volta, ”complicata”: oggi per continuare ad abitare le zone di confine, metaforiche o meno, è necessario avere le idee molto chiare. Coexistence, my ass! é un lavoro originale, non magistrale a livello tecnico ma interessante e soprattutto necessario. 

    “Coexistence doesn’t happen between the oppressor and the oppressed. […] it is not complicated and it’s not complex. It is painfully simple.”  

    Federica Rossi

    Caporedattrice

  • Recensione Return To Silent Hill – Tanta cenere, poco arrosto

    Recensione Return To Silent Hill – Tanta cenere, poco arrosto

    Possiamo facilmente definire Return To Silent Hill uno dei film tratti dai videogiochi più attesi degli ultimi anni: non solo un ritorno del brand sul grande schermo – in pausa dopo i pessimi risultati di Silent Hill: Revelation (MJ Bassett, 2007) –, adattando le vicende del capitolo più amato dai fan ma anche, e soprattutto, un ritorno di Christophe Gans dietro la macchina da presa dopo quel Silent Hill (2006) che, rielaborando la storia del primo capitolo per costruire una narrazione propria, era riuscito quasi miracolosamente a costruire non solo un buon adattamento in un periodo in cui tutte le operazioni tratte da videogiochi si concretizzavano in prodotti scadenti, ma soprattutto qualcosa che riusciva a mantenere, pur con i suoi difetti, il cuore originale del videogioco.

    Se da un lato l’annuncio sembrava quanto di più fantastico ci si potesse aspettare, ben presto si incominciò a fare i conti con diversi elementi tutt’altro che positivi: Silent Hill 2, proprio nel suo essere ritenuto da molti fan il capitolo migliore, risultava anche il più pericoloso da toccare, poiché l’inevitabile legame affettivo dei fan avrebbe trasformato qualsiasi, anche minima, variazione in un tradimento da punire. L’uscita dei primi materiali non aiutò, con personaggi che si distanziavano dalle apparenze originali ed altri che, pur di avvicinarvisi, risultavano pacchiani.

    Il tempo trascorso dall’annuncio del progetto all’uscita effettiva in sala ha quindi lentamente trasformato la felicità in timore: e, purtroppo, diverse cose sono davvero andate per il verso sbagliato.

    (Ri)Adattare una storia

    Dopo una breve sequenza in cui ci viene mostrato il primo incontro tra James (Jeremy Irvine) e Mary (Hannah Emily Anderson) e la conseguente sbocciatura del loro amore, il film ci proietta in un imprecisato tempo successivo in cui il nostro protagonista, caduto in una spirale alcolica di autodistruzione, riceve una misteriosa lettera proprio da Mary, invitandolo a tornare nel loro posto speciale: Silent Hill. James si recherà senza indugio nella città, scoprendo che qualcosa è cambiato e che le strade cittadine nascondono, sotto uno spesso strato di nebbia e cenere, orrori inimmaginabili.

    La pellicola si scontra con due grosse problematiche. La prima è la banalità: il secondo capitolo videoludico è infatti rinomato proprio per la sua profondità nel raccontare e rimescolare tematiche conosciute in un contesto ricco di dettagli che permettono al giocatore di vivere una vicenda che non solo spaventa ma soprattutto porta a riflettere sulle proprie azioni e su quelle compiute dagli altri personaggi. Il peccato più grande del film è quindi proprio qui, non nel cambiare alcuni elementi (abbiamo diversi personaggi qui uniti in uno solo, background differenti, spostamenti e luoghi posizionati e visionati in maniera diversa) ma nel non comprendere ciò che li aveva resi così potenti nell’originale. La forza di tematiche come gli abusi sessuali, la dipendenza, il bullismo, il desiderio sessuale, la violenza come risposta, vengono qui completamente rimosse o inserite in un contesto che scalfisce appena la superficie. È facile individuarle in alcuni piccoli dettagli soltanto qualora conosca il videogioco, ma quasi impossibile se non si dispone di un background di cui non si dovrebbe necessitare. Impossibile quindi empatizzare con i personaggi secondari (incasellati nel semplice rimando al videogioco), mentre per James il discorso risulta leggermente diverso: se nel videogioco le azioni compiute in precedenza tratteggiavano una persona viscida e problematica con una però netta volontà di pentimento, il film presenta un James molto meno fallace, che sbaglia nell’essere semplicemente “normale” e che, proprio per questo, finisce per lasciare meno il segno.

    Il film infatti sembra impegnato in una costante maratona, senza dare il tempo di riflettere su nulla, frettoloso di mostrare una vetrina, una scritta sul muro, un negozio o un’asse di legno con dei chiodi: piccole citazioni e rimandi che, seppur apprezzabili per un fan, non bilanciano certo la mancanza del vero cuore del progetto originale.

    Una gabbia dorata

    L’altra grande problematica è situata in come il film si mostra agli occhi dello spettatore: dove Silent Hill (2006) proponeva una grande quantità di set animati da scenografie, props, costumi, trucchi ed effetti speciali reali, Return To Silent Hill sembra incastrato in una tendenza ormai tipica dei film con un budget ridotto (passiamo dai 50 milioni del primo capitolo a poco più di 20 per Return) degli ultimi anni. Nonostante i sessantasette diversi set a cui Gans stesso fa riferimento in diverse interviste, è lampante come una enorme quantità di elementi a schermo siano stati inseriti tramite l’uso di computer grafica. Ben lungi dall’essere un difetto di per sé, lo diventa quando ciò mina la resa estetica del progetto, difficilmente difendibile – soprattutto in quanto ufficiale – davanti a mostri che male si amalgamano con gli attori ed i prop reali che, a loro volta, risultano spesso visibilmente posti davanti a sfondi aggiunti in post-produzione.

    Allo stesso tempo, il film propone altrettanti elementi che dimostrano un’idea ed una visione artistica ben precisa: è difficile mantenere costante l’idea di “pellicola creata solo per guadagnare” davanti ad alcuni interni così minuziosamente dettagliati, ad alcune scelte narrative che – per quanto meno efficaci rispetto a quelle originali – riescono a trasmettere un’intento, a sequenze horror rare ma buone, ad un’atmosfera gotica e punk ricca di fascino. Risulta quindi più facile pensare a un autore che, a fronte di un prodotto amato come giocatore, vede il cinema come espressione artistica ed i suoi film come manifestazione personale di questo concetto: Gans non voleva (ri)proporre Silent Hill 2 al cinema, ma la sua idea di Silent Hill proprio come fatto nel 2006. Ecco quindi che tutto ciò che rimanda direttamente al capitolo videoludico non è mero citazionismo di un paio di inquadrature, ma una gabbia che, per quanto stupenda agli occhi di un fan, costringe ad inserire quei mostri, quei design, quei luoghi, quei personaggi e quelle storie. Un arma a doppio taglio che, inevitabilmente, gli si è rivoltata contro.

    Conclusioni

    Accolto in un primo momento come un grande ritorno, Return To Silent Hill approda in sala con un racconto in cui convivono due anime: da un lato la fedeltà all’opera originale, dall’altro la volontà di Christophe Gans di raccontare qualcosa di personale. Ci si ritrova davanti ad una pellicola che finisce per correre, con la voglia di mostrare quante più citazioni e rimandi possibili all’originale e di presentare delle differenze che tuttavia rendono molto meno profonde e banali le tematiche trattate. Relegando così i personaggi secondari a meri gusci vuoti, e James nel ruolo di protagonista dimenticabile.

    Ciò dispiace, soprattutto a fronte di quanto di buono si può intravedere tra un mostro in cgi ed un green screen a tratti posticcio: scelte artistiche legate ad interni, a giochi di luci ed ombre, alla regia di buone sequenze horror che manifestano, seppur flebilmente, una volontà di mostrare una visione propria del progetto, incastrato però in una gabbia forse autocostruita o forse imposta dall’alto.

    Un’occasione sprecata, sia per chi attendeva il ritorno di Silent Hill al cinema e di vedere adattato una delle storie videoludiche più amate sia per chi sperava di rivedere all’azione un cineasta così sottovalutato come Christophe Gans. La speranza è l’ultima a morire, anche a Silent Hill, ma viste le pessime valutazioni sia di critica che di pubblico che la pellicola sta ricevendo, risulta abbastanza probabile che questo ritorno sia anche l’ultima tappa di questo viaggio. Un grande peccato.

    Mattia Bianconi

  • Recensione Scream 7 – Buono slasher, pessimo Scream

    Recensione Scream 7 – Buono slasher, pessimo Scream

    Che la saga di Scream sia una della più amate nel panorama horror non è neanche da mettere in discussione, ma che tutti i capitoli siano apprezzati in egual misura e senza differenze è decisamente una storia diversa. Dall’uscita dell’apprezzatissimo capostipite nel 1996, la saga aveva prodotto (fino ad oggi) altri cinque seguiti capaci di dividere il pubblico in tanti piccoli gruppetti, ognuno con la propria corrente di pensiero: chi “dopo il primo è stata tutta una discesa”, chi “fino al terzo rimaneva l’anima”, chi “il quarto si piazza a livello del primo” a scontrarsi con chi lo ritiene “una blanda riproposizione del primo”, chi “la new wave è stata, a modo suo, godibile ed interessante” e chi invece l’ha disprezzata con tutto sé stesso.

    In mezzo a tutto questo marasma, rimane il fatto che, come saga, Scream porta a casa ad oggi quasi un miliardo di incasso totale, con un sesto capitolo capace sia nella sua settimana di apertura che negli incassi domestici di superare sia il primo che il secondo film.

    Non sorprende quindi che l’intenzione fosse tutta improntata sul proseguimento del franchise, con un settimo capitolo che avrebbe concluso la trilogia diretta dai Radio Silence sulle sorelle Carpenter. Cinema e realtà sono però due mondi destinati inevitabilmente a influenzarsi l’un l’altro e, a seguito del licenziamento sottobanco di Melissa Barrera in seguito ad un post in supporto alla Palestina e l’abbandono conseguente sia della co-star Jenna Ortega che della coppia di registi, il film entrò in un oblio produttivo da cui tutti si sarebbero aspettati una morta silenziosa.

    Proprio in questi giorni invece, marcando il trentesimo anniversario della saga, Scream 7 è approdato in sala, con la Sidney di Neve Campbell nuovamente protagonista e la regia affidata a Kevin Williamson, storico sceneggiatore del primo capitolo. Cosa poteva andare storto?

    La legacy dell’orrore

    Dopo una sequenza iniziale alla Macher House, b&b/attrazione dedicata agli eventi di Woodsboro in cui assistiamo ad un sanguinolento inizio e che funge soprattutto come chiaro nostalgia bait (il primo di molti) verso i fan, le vicende ci portano nella piccola e tranquilla cittadina in cui Sidney (Neve Campbell) si è rifatta una vita in seguito al quarto film ed in cui vive una vita normale e serena, per quanto segnata inevitabilmente dal trauma che finisce per inghiottire indirettamente sia il marito Mark (Joel McHale) che la figlia Tatum (Isabel May). L’arrivo inevitabile di un nuovo Ghostface dal passato di Sidney risveglia, però, ulteriori traumi sepolti e porta con sé una copiosa scia di sangue.

    Il tema principale del film si costruisce attorno al legame madre-figlia tra Sidney e Tatum, tra una madre segnata da un gigantesco trauma che non vuole trasmettere ad una figlia che, nel pieno della sua adolescenza, si scontra con una madre schiva e chiusa in sé stessa. Lo scontro generazionale, seppur sviscerato in chiave horror, non è certo una novità (già il capostipite giocava, in maniera ovviamente differente, sui “peccati del padre” -o forse meglio dire della madre, in questo caso) ma Williamson (affiancato dal Guy Busick autore dei capitolo reboot) riesce comunque ad imbastire una buona base anche se sviscerata, sul lungo termine, in maniera un po’ sconclusionata.

    A poco serve però affiancarlo al trauma del passato che ritorna per Sidney, sia a livello intrafilmico, dato che su sei sequel cinque ruotano sostanzialmente attorno a questo concetto, sia extrafilmico, poiché la novità del personaggio storico della saga nuovamente tormentato da incubi del proprio passato risultava già poco innovativo dopo Nightmare 3 (uscito nell’ormai discretamente lontano 1987). Per quanto il ritorno di per sé funzioni (e faccia senz’altro piacere dopo l’assenza nel sesto capitolo), ci si chiede infatti se non fosse possibile raccontare qualcosa di più “nuovo”, sempre se ciò, con un personaggio come Sidney, risulti ancora possibile.

    Perché questo è il classico film dell’orrore

    In Scream 7 convivono due anime. La prima è quella a cui Williamson ci ha abituati attraverso le sue sceneggiature: uno slasher horror, spesso con elementi teen, attraverso cui raccontare elementi della società contemporanea senza però disdegnare alcuni elementi sopra le righe, così da impacchettare, anche senza tirare in ballo un film seminale come Scream, delle sceneggiature comunque ricche di spunti e piacevoli da seguire (come visto in So cos’hai fatto o The Faculty). Williamson riprende la sua struttura veloce, capace di riflettere sulle regole dell’horror e dello scoprire l’assassino prima che uccida di nuovo, con buoni momenti di tensione che culminano in sequenze di morte di buon impatto, con dei personaggi che qui però sembrano più servire da morti che da vivi (ricordando un po’ una struttura più alla Venerdì 13 che alla Scream) e con cui è perciò difficile entrare un minimo in empatia, unica eccezion fatta per la famiglia della protagonista.

    Quanto alla regia, la mano si mostra salda, capace di costruire delle buone sequenze sia di tensione che poi di conseguente morte, condite da una brutalità in scia rispetto a quanto svolto dai Radio Silence nella loro dilogia, anche se capace di scivolare in qualche elemento grottesco di troppo.

    L’altra anima è quella di Scream, una saga che si è costruita un’identità sul metacinema e sullo sfruttarlo a proprio favore non solo come mera riflessione ma anche (e soprattutto) come strumento per sbaragliare il pubblico e sorprenderlo. Impresa iconica nel primo, ma che già inevitabilmente mostrava il fianco in capitoli successivi comunque capaci di ritagliarsi il loro argomento di discussione, discutendo di sequel, saghe, reboot, requel. Già il sesto capitolo sembrava scontrarsi con la necessità di proporre una nuova storia senza materiale di cui discutere, dimostrandosi però lungimirante proprio nel riflettere di ciò: arrivati a questo punto, le regole non contano più.

    Evidentemente presa alla lettera questa affermazione, Williamson decide infatti di costruire un capitolo che assomiglia più ad un generico slasher piuttosto che ad un film della saga, relegando il momento “regole” ad una sequenza veloce e stanca, raccontata dai fratelli Mindy e Chad presenti più come strascico che come vero legame alla new wave ed infatti qui sprecatissimi.

    Forse è proprio quel nostalgia bait discusso in apertura l’unico elemento che sembra guardare ad una saga trentennale, ma lo svolgimento risulta così semplice e pigro da desiderare che forse, a conti fatti, non c’avessero nemmeno provato.

    Conclusioni

    L’arrivo in sala di Scream 7 dopo la confusione mediatica legata al rifacimento in corsa del progetto non è, come forse si poteva anche preventivare, dei migliori. Da un lato Williamson costruisce un buono slasher, veloce e divertente, con dei buoni momenti di tensione e dei personaggi che, seppur macchiette, portano a schermo delle buone sequenze di morte. Dall’altro sembra che l’appartenenza alla saga di Scream sia solo per nome, dimenticandosi (forse volontariamente) tutto ciò che aveva reso il franchise famoso e amato: il metacinema non è pervenuto ed il momento regole è inserito quasi per obbligo, un innocuo compitino. A poco servono quindi dei nostalgia bait (ancora una volta, inseriti quasi a forza) ed un’interessante spunto sul trauma famigliare purtroppo poco approfondito, soprattutto a fronte di quello che doveva essere un capitolo di celebrazione trentennale.

    Un risultato passabile, se visto soltanto come slasher generico; un pessimo risultato – ed il fatto che, mentre scriviamo queste righe, sia presente un embargo arrivato addirittura su Letterboxd che impedisce la visualizzazione di qualsivoglia recensione ci porta a pensare che la produzione stessa fosse pienamente a conoscenza di ciò – se inserito all’interno della saga di Scream, tanto che sembra più di trovarsi davanti ad un capitolo della meta-saga Stab che tanto ha criticato negli anni. Davvero questo è tutto ciò che Scream ha da dire?


  • Recensione Sentimental Value – Tenderness is the new punk

    Recensione Sentimental Value – Tenderness is the new punk

    Sentimental Value racconta il delicato equilibrio di una famiglia: dopo anni distante, un anziano padre regista cerca di riconnettersi alle figlie proponendo loro la sceneggiatura di un film da realizzare insieme. E nel set della casa famigliare riaffioreranno tutti i non detti di una vita, sanando il dolore dei sentimenti repressi. Sentimental Value è la conferma del talento di Joachim Trier nel leggere ciò che nell’animo umano è sotteso, curando le ferite attraverso il cinema.

    Tenderness is the new punk for me, it is what I need right now, I need to believe that we can see the other, I need to believe that there is a sense of reconciliation, that polarization, and anger a machismo isn’t the only way forward.
    Joachim Trier, Cannes Film Festival, 2025

    Ci sono film che riescono a comunicare emozioni profonde con molta più chiarezza tramite i silenzi che con le parole, e in cui la ricerca di linguaggi alternativi per esplorare i mondi interiori dei protagonisti spesso porta a scoprire punti di vista nuovi sulle relazioni e sulla vita. La maggior parte di queste opere appartiene al patrimonio cinematografico scandivano, passato e presente. Una simile impostazione, solitamente accompagnata da una grande eloquenza dell’immagine cinematografica (in qualunque modo si scelga di curarla), appartiene tanto ai grandi del passato come Bergman, Von Trier, Vinterberg, quanto ai nuovi protagonisti del panorama come Joachim Trier.

    Con Sentimental Value Joachim Trier continua a percorrere la strada intrapresa con la trilogia di Oslo, dunque con Reprise (2006), Oslo, 31. August (2011) e La persona peggiore del mondo (2021). Il legame tra questi film non è narrativo ma solo concettuale, fondamentalmente dato dall’ambientazione nella capitale norvegese, ma esiste una connessione anche ad un livello più profondo. Ognuno di questi lavori è fortemente orientato verso l’interno dei personaggi, senza perdersi in analisi razionali per spiegare qualcosa che non può essere delucidato, ma solo presentato sullo schermo e condiviso dal pubblico. I sentimenti non vengono chiariti, ma espressi tramite gli strumenti che il cinema ha disposizione: luci, colori, giochi di forme, suoni, la performance degli attori, e la mise-en-scène. È per questo motivo forse che guardare un film di Joachim Trier è sempre un’esperienza originale. Nulla si ripete mai perché crescendo, vivendo nuove esperienze e cambiando, la percezione del mondo interiore dei protagonisti è di volta in volta diversa da parte dello spettatore.

    Sentimental Value è il perfetto passo successivo. La sua storia è incentrata sul delicato equilibrio di una famiglia composta da tre membri principali: la sorella maggiore Nora (Renate Reinsve), la sorella minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) e il padre Gustav (Stellan Skarsgård).

    Gustav è un regista affermato, trasferitosi in Svezia dopo il divorzio dalla moglie e assente per la maggior parte della vita delle figlie per potersi dedicare al suo lavoro. Distante, apparentemente disinteressato e spesso freddo, Gustav sembra completamente indifferente nei confronti delle figlie. Nora invece è un’attrice, e all’interno del film costituisce un polo opposto a suo padre. Lei, al contrario di lui, fin dalla sua prima apparizione appare impetuosa, fervida, e fortemente segnata dalle azioni paterne. La sua stessa professione di attrice disvela una forte volontà di interpretare emozioni altrui per scappare da una realtà che non riesce ad affrontare in modo sano, e ciò viene rivelato da un contrasto netto nel suo atteggiamento quando è sul palco rispetto alla realtà quotidiana. Agnes, al contrario, nonostante condivida in gran parte i sentimenti di sua sorella, rappresenta stabilità: ha scelto un percorso da storica accademica, ha un marito e un figlio, una vita dunque sicura e prevedibile.

    Il personaggio di Agnes è determinante nella relazione tra i due estremi Nora e Gustav. Non è semplicemente una mediatrice in un contesto di difficoltà comunicativa, ma è l’elemento stesso che permette al legame tra i familiari di continuare a esistere, sia nei momenti di contatto diretto che in quelli di lontananza.


    La narrazione comincia dal ritorno ad Oslo di Gustav dopo la morte dell’ex moglie. La sua apparizione rappresenta uno sconvolgimento nella vita delle figlie (specialmente di Nora), non solo per la sua presenza, ma anche e soprattutto per una proposta di lavoro. Egli infatti propone alla figlia maggiore un ruolo da protagonista nel suo nuovo film con una sceneggiatura scritta su misura per lei. Un’intenzione che a un primo impatto può sembrare egoriferita e certamente irrealizzabile, soprattutto agli occhi di Nora che avverte un’incomunicabilità ormai insuperabile con il padre. Tuttavia, il valore del progetto è ben più grande di così. Il cinema diventa centrale in Sentimental Value come modo personale di Gustav per cercare di riconciliarsi con le figlie. Il suo primo tentativo è forse impacciato, il regista si sente più a suo agio con l’arte che con le parole, ma nasconde una volontà reale che viene gradualmente rivelata. Egli infatti cerca di coinvolgere nel cast anche il nipote Erik, figlio di Agnes, come modo per ricostruire un ponte anche con la figlia minore. Il suo affanno viene ulteriormente enfatizzato da alcune dinamiche produttive che Gustav deve affrontare. Netflix infatti deve approvare molte decisioni prima che la fase di lavorazione possa iniziare, dunque il cinema come mezzo di relazione ed espressione delle emozioni viene fortemente ostacolato, e ridotto ad un prodotto da vendere.

    Dopo che Nora rifiuta il ruolo, Gustav si rivolge a Rachel Kemp (Elle Fanning), un’attrice affermata con la volontà di avvicinarsi ad un cinema meno hollywoodiano. Rachel però in breve tempo si trova a confrontarsi con grandi incertezze nel lavorare sul ruolo. I suoi dubbi partono dal piano linguistico (lei stessa ritiene in qualche modo snaturato che il film non venga girato in norvegese), ma sono soprattutto relativi all’interiorizzazione del personaggio. Si rende conto che la parte che cercava di interpretare era stata scritta per una persona diversa. Dunque, esce di scena lasciando spazio a Nora. Quest’ultima rimane stupita da suo padre dopo aver letto la sceneggiatura. Lo sente inspiegabilmente vicino, come lui se la conoscesse bene e non fosse davvero stato così distante negli anni. Si convince a lavorare con lui, compiendo quindi quel passo necessario per avviare un dialogo in una lingua composta non da parole ma da scene.

    Il set scelto è la casa di famiglia, un luogo che ha un’importanza preponderante fin da subito all’interno della narrazione. L’abitazione, appartenente molti anni prima alla madre di Gustav, è palcoscenico e specchio delle vicende familiari, e chiave per interpretare le dinamiche complesse in atto tra Nora, Agnes e Gustav. La villa custodisce il racconto dell’infanzia difficile delle due ragazze, i litigi tra i genitori, e soprattutto i silenzi delle parole trattenute. Quando Gustav sceglie la casa come set sembra che siano proprio quei non detti che egli cerca di portare alla luce attraverso il suo linguaggio prediletto, quello cinematografico.
    Nel finale tutta la tensione in atto tra i due poli Gustav e Nora si allenta e addolcisce. Se per gran parte del film Nora sembra divisa tra due identità (quella di volta in volta diversa che assume sul palcoscenico e la sua vera identità) al termine della narrazione questi due stati dell’essere collidono, e finalmente il dolore causato dalla repressione dei sentimenti viene sanato.

    Sentimental Value riconferma il profondo talento di Joachim Trier nel leggere e mettere in scena ciò che nell’animo umano è sotteso, spesso percepito come inspiegabile e trascurato. Confrontandosi con il delicato tema dei legami di sangue il regista ci racconta come il cinema, e l’arte in generale, possa talvolta essere una forza risanatrice più grande ed efficace del dialogo verbale.

    Gaia fanelli

  • Recensione Marty Supreme –  La distruzione dell’Ego

    Recensione Marty Supreme – La distruzione dell’Ego


    Non avrebbe molto senso spendere troppe parole sull’identità e sullo scopo di questo film, ma lo faremo comunque. In questi due mesi abbiamo assistito ad una delle campagne marketing più pervasive, aggressive ed efficaci, da parte di A24 negli Stati Uniti e di IWonder in Italia. Un tripudio di palline da ping pong, poster arancioni e foto del faccino sfidante di Timothée Chalamet ovunque, con il solo scopo apparente di far vincere al suo protagonista l’Oscar al Miglior Attore Protagonista che l’anno scorso gli è sfuggito per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown. Un nuovo personaggio, anch’esso talentuoso, mellifluo, arrogante, e una campagna marketing ancora più sfacciata, che ha visto tra le altre cose Chalamet, anzi Marty Supreme stesso, ospite con una strofa nel remix di 4 Raws del rapper di Liverpool EsDeeKid, dietro la cui maschera molti pensavano (con molta fantasia) ci fosse proprio Chalamet. Un attore che vuole essere il più grande di tutti, a cui serve il premio più grande di tutti. Possibilmente prima di entrare nel vortice di percezione di eterno secondo in cui era capitato LeonardoDiCaprio e quindi di dover fare un film in cui viene sbranato da una tigre della Malesia in CGI o cose del genere. 

    E poi c’è il desiderio del regista, Josh Safdie, di vincere la sfida a distanza col fratello Benny da cui si è separato artisticamente e forse umanamente. Entrambi hanno fatto un film in cui una grande star affamata di premi e considerazione interpreta uno sportivo ai margini dei grandi giri che per varie ragioni fa’ avanti e dietro dal Giappone. Dwayne Johnson ad interpretare il lottatore Mark Kerr è rimasto senza nomination all’Oscar e pochi incassi, Benny invece ha già un Leone d’Argento in tasca. Ma Marty ha già vinto la sfida tra il pubblico.

    Marty Mauser è un giocatore di tennistavolo semiprofessionista nella New York degli anni ’50 che travolge ogni ostacolo e ogni persona pur di raggiungere i suoi sogni di gloria. Tutta la sua vita girà intorno a due perni: il tavolo da ping pong e le truffe da realizzare per poter competere.

    Marty Supreme è essenzialmente la storia di uno di quegli uomini che in un mondo interconnesso o digitale non possono esistere più, e se esistono sono privi di quel fascino e di quella possibilità di gloria che poteva avere nel Novecento chi vive senza alcun tipo di vergogna, vagando tra una truffa e un’altra sperando di diventare non qualcuno, ma il migliore, oltrepassando qualsiasi barriera di hybris. Marty Mauser nella realtà si chiamava Marty Reisman, lui ha vissuto effettivamente un’esistenza che ha incluso, tra le altre cose: una vita difficile in un quartiere newyorkese di ebrei non ricchi quanto lo stereotipo richiede, partite nei sottoscala marci, amicizia con persone di colore quando la questione era totalmente sconveniente, compagni di squadra sopravvissuti all’olocausto che si erano cosparsi di miele per provare a nutrire i compagni di tragedia, rivali giapponesi sordi tanto sulla scheda medica che nello stile di gioco, presidenti di federazione indiani decisamente ostili, palazzi che crollano sotto il proprio stesso peso schiacciando le persone sotto le vasche da bagno, e ovviamente le due costanti di cui sopra.

    L’antenato vero di Marty Supreme è Eddie Falson, interpretato da Paul Newman prima ne Lo Spaccone e poi in Il Colore dei Soldi, capolavoro sottovalutato di Martin Scorsese in cui Newman addestra all’arte della truffa sportiva un giovane Tom Cruise. Al tavolo da biliardo, machista, grondante di sigari, whisky e pupe, con soli rimandi di palle, stecche e buche, si sostituisce un tavolo asettico, con delle palline minuscole e delle racchettine amorfe. Alla mascolinità mai ignorabile di Newman, il corpo sempre più gracile di Chalamet, che sembra quasi l’impalcatura di un palazzo lungagnone ancora da costruire.

    Chalamet qui ha il baffetto da furetto, è vestito più elegante che mai per farlo sembrare leggermente più largo ma appena si spoglia un attimo il trucco si svela tutti i suoi inganni vengono svelati con niente, la madre sembra non fare nemmeno lo sforzo di disprezzarlo, Rachel (Odessa A’Zion) sembra non credere mai a nessuna delle sue bugie, anzi le apprezza. E se lei fosse una donna un minimo più emancipata, farebbe molto peggio di lui. L’attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow) che di Marty ne avrà visti a decine durante la sua carriera, forse ne è attratta proprio perché solo lui è così stupido e arrogante da credere alle sue stesse fandonie, l’uomo che ha sposato del resto non è così diverso. 

    Se il protagonista di Diamanti Grezzi tendeva a fare quasi pena nel suo vortice di truffe e raggiri, Marty è affascinante e ripugnante allo stesso tempo, l’autodistruzione prima o poi arriverà, anche se quel finale lascia presagire che forse si salverà in tempo.

    Nicolò cretaro