Sinossi
Christian Agata (Christian De Sica), celebre criminologo dal sarcasmo affilato e dall’intuito infallibile, viene invitato da Walter Gulmar (Maccio Capatonda), figlio di un magnate dei giochi da tavolo, a trascorrere un fine settimana sulla neve nella loro lussuosa residenza in montagna. Ma quella che doveva essere una tranquilla operazione promozionale si trasforma presto in un vero caso da risolvere. Quando Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli), patriarca della famiglia, annuncia di voler bloccare la cessione dell’azienda a una start-up aggressiva, i nervi saltano. La mattina dopo l’uomo viene ritrovato senza vita. Accanto a Christian, si muove il brigadiere Vanni Cuozzo (Lillo), poliziotto di provincia ingenuo ma pieno di zelo e il suo sottoposto Bernardo Tarda (Paolo Calabresi). Tra segreti di famiglia, rancori mai del tutto sepolti e false piste, Christian, Cuozzo e i Gulmar si ritrovano invischiati in un’indagine surreale e imprevedibile, dove ogni sospetto è possibile e nessuno è davvero innocente.

Un titolo non proprio all’altezza
Con uno dei titoli più belli della storia del cinema le aspettative per il nuovo film di Eros Puglielli (che a poco più di un anno di distanza da Cortina Express ritorna a dirigere il triumvirato De Sica, Lillo, Calabresi) erano alte, e anche se quello che ne viene fuori è una commedia che ha molti spunti interessanti e situazioni comiche ben congeniate si ha la sensazione di potenziale sprecato. A partire dal protagonista, Christian Agata è l’ennesima variazione sul tema del misantropo desichiano, a cui l’attore romano offre un twist di timore reverenziale e rispettabilità che stride un po’ con la volgarità cinepanettonesca. Già nella primissima scena De Sica dà prova delle sue finissime capacità, smascherando in diretta televisiva un omicida, il quale si scioglie in un pianto disperato mentre il nostro detective decide di andarsene perché si, condendo la sua uscita con insulti e costatazioni poco carine sulla gente in studio. L’odio che prova nei confronti delle persone, delle lasagne e del Maracaibo di Lu Colombo (geniale) sembra il territorio di scontro principale fra il regista e l’attore: in cui il primo cerca di limitare le sue uscite più burine in favore di una misantropia da commedia intelligente, mentre De Sica finisce sempre per tornare nei luoghi più sicuri al suo personaggio, ribadendo così la stretta parentela con i protagonisti dei cinepanettoni. Questa incapacità nel lasciare andare, nel fidarsi dello spirito di decostruzione del genere, operato da Puglielli già nel film precedente, e probabilmente anche dal successivo che si trova ora in pre-produzione, contribuisce a dare una certa macchinosità al film che spegne l’entusiasmo anche nei siparietti meglio riusciti.

Reggere un film con un accento
Dove non arriva De Sica ci pensano Lillo e Paolo Calabresi; la loro coppia di poliziotto scemo e poliziotto fin troppo sveglio sono ciò che di meglio il film ha da offrire. Seppur Lillo abbia i suoi momenti di gloria, anche se la gag ricorrente degli animali è davvero indigesta, è in particolare Calabresi, grazie ad un marcatissimo accento valdostano, che riesce, pur essendo a tutti gli effetti abbastanza marginale, a dare vita ad un personaggio sofisticato, sardonico e quasi onirico che entrerà anche nelle grazie di Agata Christian nonostante non faccia nulla. Nelle sequenze poi in cui si trovano insieme Lillo, Calabresi e Capatonda si arriva a esprimere tutto il potenziale inespresso del film, non solo per la spiccata tendenza dei tre ad un umorismo dell’assurdo che si staglia nettamente sopra il generale tenore da slapstick di tutto il film, ma per la capacità che hanno con una manciata di linee di dialogo di offrire una dimensione e un tono diversissimo a tutta l’opera, arrivando ai limiti del surreale e colmando la fiacchezza generale di un cast (tranne Giorgio Colangeli) quasi mai connesso al tono del racconto (vero Tony Effe?).
Il Knives Out italiano?
Puglielli scrive e dirige con grande sicurezza, facendo uso di una macchina che si muove in maniera sinuosa fra gli ambienti della villa tracciando la geografia del luogo del delitto e dando l’impressione di presenza di chi guarda all’interno della storia, condizione fondamentale per un film che gira intorno allo scoprire chi è l’assassino. Insieme ai suoi sceneggiatori Mariano di Nardo, Federico Fava e Antonio Manca, costruisce un giallo da manuale, senza arrischiare una rivisitazione del genere che avrebbe potuto essere pericolosa, ma affidandosi agli elementi classici di questo tipo di storie ed utilizzandone i cliché in maniera sapiente (la moglie più giovane, l’adulterio, il figlio maltrattato, il servo frustrato), per creare una narrazione che arriva scorrevolmente alla fine con tanto di colpo di scena e combattimento sulla neve. L’espediente del gioco da tavolo (un simil Cluedo, con personaggi diversamente caratterizzati e una piantina costruita partendo dal castello in cui si svolge la storia) regge e l’abbinamento delle pedine ad ognuno dei possibili assassini riesce ad essere esplicativo senza essere didascalico, una delle cose a cui ogni grande film popolare dovrebbe ambire.

































