“Nulla di ciò che è espresso è osceno. Quello che è osceno è ciò che è nascosto. Quando siamo liberi di vedere tutto, sia l’oscenità che i taboo spariscono.”
(Nagisa Ōshima durante il processo per oscenità contro Ecco l’impero dei sensi)
Storia di un’eroina assassina
Il 24 maggio 1936, Abe Sada viene arrestata con l’accusa di aver ucciso il suo amante Kichizō Ishida. La donna era un’ex geisha e prostituta che aveva cominciato, a febbraio dello stesso anno, un apprendistato nel ristorante di quello che sarebbe stato il suo futuro amante e vittima, un uomo già sposato.
L’uccisione era avvenuta pochi giorni prima ed era stato il culmine di una relazione extra coniugale sfrenata: giornate intere spese nei machiai, l’equivalente odierno di un hotel a basso costo rivolto alle coppie interessate a fare sesso; minacce da parte di una Sada sempre più intossicata dall’alcool di uccidere l’amante se non potevano stare sempre assieme; integrazioni nei loro rapporti di pratiche sadomasochistiche, inclusa la strangolazione. La morte di Kichizō avvenne dopo uno dei loro incontri: Sada lo strangolò col suo obi, la fascia tipica indossata in diversi capi d’abbigliamento giapponesi.
Dopo la morte di Kichizō, Sada ne recise il pene e i testicoli, per poi incidere sul braccio dell’amato il proprio nome e imbrattare il letto di scritte che inneggiavano al loro amore col sangue dell’uomo. Il membro di Kichizō fu ritrovato al momento dell’arresto: Sada l’aveva portato con sé.
La natura cruenta del caso accese l’immaginazione collettiva, le dichiarazioni di Sada al momento dell’arresto e durante il processo la resero una cupa eroina popolare: una donna trasgressiva che aveva ucciso, a detta di Sada stessa, per il desiderio che nessun’altra donna toccasse il suo amante, un’assassina che aveva infranto qualsiasi taboo sessuale tradizionalmente legato alla femminilità.
Dopo aver concluso la sua (breve) condanna, Sada cavalcò l’onda del successo partecipando a diversi eventi pubblici e pubblicando un’autobiografia nel 1948. Le sue tracce si persero nel 1970.

Il 15 settembre 1976, quarant’anni dopo che il caso mediatico aveva catturato l’immaginario collettivo, debutta in Francia il film ad esso dedicato, Ecco l’impero dei sensi (Ai no korīda, Nagisa Ōshima): un progetto che, a causa dei limiti imposti dalle leggi giapponesi, il regista era stato costretto a girare come co-produzione a maggioranza francese. Il film arrivò nel paese che tanto aveva celebrato la vera Sada in una versione censurata. All’uscita seguì un processo per oscenità. Ad oggi, in Giappone non è disponibile una versione completa del film.
Il 9 novembre di quest’anno, a novant’anni dall’omicidio di Kichizō , CG Entertainment porta in sala in Italia, per la prima volta nella sua versione integrale, lo scandaloso film di Ōshima.
Scandalo! Tutto è politico
Ecco l’impero dei sensi è un film che non ha mai avuto vita facile nel circuito distributivo. Questo non tanto per la natura cruenta del crimine che racconta (l’omicidio avviene sul finale), quanto più per la maniera esplicita e reiterata in cui racconta il legame sentimentale e sessuale dei protagonisti. Le molte scene di sesso messe in scena, comprese quelle dei protagonisti Eiko Matsuda e Tatsuya Fuji, non sono simulate.
Per questo progetto, il regista si avvalse in co-scrittura e produzione di Kōji Wakamatsu, considerato una figura fondamentale nell’industria dei “pink film” giapponesi: film indipendenti softcore solitamente a basso costo, contenenti scene di sesso e di nudità non integrali.
Nagisa Ōshima era e sarebbe rimasto, per tutta la sua carriera artistica, un regista profondamente impegnato politicamente. La scelta di approcciarsi a una vicenda simile con un occhio rivolto alla pornografia e al rapporto esclusivo tra due personaggi così votati alla loro passione consumante potrebbe sembrare antitetica al suo impegno.
Ma nonostante il film sia girato principalmente in interni e si concentri su una vicenda profondamente intima, i riferimenti alla situazione politica del Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale non mancano. A partire dallo stesso titolo europeo: L’impero dei sensi.
A detta dello scrittore Mark Schreiber, il caso di Sada ebbe tanta presa in Giappone anche perché forniva una distrazione dal panorama mediatico dell’epoca, dominato da minacce militaristiche. Poco tempo prima, era avvenuto un tentato colpo di stato e la minaccia di una guerra con la Cina aleggiava nell’aria. Il conflitto scoppiò un anno dopo, nel 1937.
Se c’è qualcosa di politico nel film è proprio la decisione cosciente, di Sada, di Kichizō e del regista, di concentrarsi sull’intimità in un momento storico la cui portata ci viene appena accennata. Ignorando il mondo esterno a favore della ricerca di un’unione perfetta, Sada e Kichizō si alienano totalmente da un governo che, quarant’anni dopo, Ōshima sembrava percepire ancora come molto stringente.

Eros e thanatos
Durante il corso del film, l’escalation degli amplessi tra Sada e Kichizō è per i protagonisti un esercizio nell’aumento dell’intensità degli stessi, per il regista una maniera di sperimentare nuove maniere creative in cui rappresentare l’atto amoroso senza rendere la ripetizione potenzialmente tediosa. Allo stesso tempo, la folle “corrida d’amore” (questo il titolo giapponese del film) di Sada e Kichizō è anche un mezzo attraverso cui tracciare l’evoluzione del rapporto che li unisce.
Sada e Kichizō cominciano la loro relazione come padrone e serva. La natura del legame lavorativo si riflette, almeno all’inizio, anche in quello sessuale: è Kichizō a “guidare le danze” e a stabilire i tempi e i termini dei loro incontri. Ma più il film va avanti, più questa dinamica va capovolgendosi: alla fine, è Sada a tenere il coltello dalla parte del manico (letteralmente) e pretendere dal suo amante rapporti sempre più totalizzanti e continui. Kichizō si limita a concedersi, a fornire il proprio corpo come un mezzo più che accondiscendente per il piacere della sua donna, in un rovesciamento di parti che è tanto di ruoli di potere quanto di ruoli di genere. Da questo punto di vista, Sada è sicuramente un modello femminile trasgressivo per l’epoca: una donna che in un ambiente sociale e storico che la vuole sottomessa e docile si prende il suo piacere ai suoi termini e seguendo un gioco dei ruoli in cui è lei la parte dominante.

Al crescendo di passione e reciproca ossessione tra Sada e Kichizō va corrispondendo un deperimento psico-fisico. Il legame tra amore\passione e morte è stato un topos sempre molto sfruttato nel mondo dell’arte, a partire dagli antichi Greci.
Pur essendo lontani nello spazio e nel tempo (e quindi anche nella cultura) potremmo fare un paragone col movimento letterario Decadentista o col lavoro di poeti Romantici come Keats. Nella sua ballata La belle dame sans merci, il poeta racconta l’incontro tra un cavaliere e una bella, misteriosa dama. Al termine, l’uomo ne esce visibilmente provato e malaticcio. Nel romanzo Fosca, di Igino Ugo Tarchetti, l’unico incontro sessuale tra il protagonista Giorgio e la cronicamente malata Fosca termina con la morte di lei e l’infermità di lui.
In certi periodi storici e in certi luoghi, questo legame tra atto sessuale e insorgere di malattie nasceva certo dall’associazione tra la percepita ‘trasgressione’ del sesso e la conseguente punizione, come prevista dalla religiose cristiano cattolica, ma anche come naturale conseguenza del diffondersi delle malattie veneree.
Diviene allora quasi impossibile scorgere in questa storia altro finale possibile se non l’annientamento totale dell’uno, dell’altro o di entrambi gli amanti. Semmai, nell’arte la morte è il coronamento più totalizzante dell’amore, il picco più alto della passione, le Colonne di Ercole del mondo conosciuto delle esperienze. Non per niente, in francese, l’espressione “petite mort” (piccola morte) può essere utilizzata per indicare lo stato post-orgasmo.
Il terreno diventa più scivoloso quando dall’analisi della vicenda di finzione si passa a quella del caso di cronaca nera. Solo nell’ultimo anno, di donne morte per “troppo amore” ce ne sono state fin troppe. Questo tipo di narrazione dannosissima e purtuttavia portata ancora avanti da certo giornalismo nostrano sta cominciando, per fortuna, a venire criticata. A generi invertiti, ovviamente la questione non cambia.
A distanza di novant’anni, è forse opportuno riconoscere la “problematicità” di una figura come Abe Sada e soprattutto del culto della personalità che l’ha vista protagonista, pur riconoscendo che Ecco l’impero dei sensi merita di essere celebrato (e, dal 9 novembre, visto al cinema) come un pezzo fondamentale di storia del cinema che ha esteso per sempre i limiti del visibile nella settima arte.


Silvia Strambi
Redattrice

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